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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

09/11/14

La caduta del Muro di Berlino: tutt'altro che fine della Storia





Sulle polveri del Muro di Berlino, con l’irreversibile chiusura del sipario di ferro della Guerra fredda, il più importante contributo alla teoria delle relazioni internazionali fu quello di Francis Fukuyama. Il Patto di Varsavia si era disciolto come “neve al sole” e ciò era avvenuto «senza che un solo carro armato venisse distrutto in combattimento». Secondo Fukuyama vi era stata, in questo evento clamoroso, la più evidente dimostrazione del nesso intimo tra potenza e legittimità: il mutamento si era verificato unicamente come cambiamento nei livelli di legittimità, con il conseguente disgregarsi della potenza del blocco sovietico. Più nello specifico, questo avvenimento aveva svelato che l’uomo è una “bestia con le guance rosse”, ossia un animale sociale animato dal bisogno reciproco e intersoggettivo di riconoscimento, poiché mosso in modo solo residuale da istinti irrazionali di sopravvivenza. L’uomo desidera quindi di venire riconosciuto, ma può tentare di riuscirci sia come essere superiore sia come uguale agli altri. Ciò vale anche per le comunità politiche nei loro rapporti reciproci. Secondo Fukuyama, negli anni tra il 1989 e il 1990 si era manifestata proprio la possibilità di un definitivo riconoscimento razionale e universale tra gli stati, quindi tra gli uomini: un fatto che avrebbe potuto condurre l’umanità verso un’unione pacifica. Con gli stati nazionali del passato, infatti, il desiderio degli uomini di veder riconosciuta la propria superiorità aveva preso forma, storicamente, nei nazionalismi e nell’imperialismo. Ma il desiderio di essere riconosciuti come uguali agli altri si era successivamente mostrato attraverso l’influenza pacifica dell’organizzazione internazionale e delle idee liberali e democratiche di politica estera. Dopo la caduta del Muro, la legittimità della democrazia liberale come sistema di governo era uscita definitivamente vincente, contro l’ultimo impero capace di proporre un'ideologia rivale, e ciò spianava la strada all’evoluzione verso uno stato universale e omogeneo.

La tesi di Fukuyama si scontrava criticamente con il realismo, inteso come principale tradizione di pensiero delle relazioni internazionali durante la Guerra fredda. L’equilibrio di potenza Usa-Urss si era incrinato non sulla base di forze materiali, bensì sul piano della legittimità al governo. Ma il fatto stesso che il concetto di legittimità fosse cambiato così drasticamente e repentinamente faceva pensare a una seconda e più grave debolezza del realismo: vale a dire quella di non saper tener conto dell’evoluzione storica. 

Un’analoga critica fu mossa più o meno nello stesso periodo da John Lewis Gaddis. Lo storico, tuttavia, a differenza del politologo pose sul banco degli imputati anche la tradizione liberale di cui Fukuyama era esponente. Attaccò infatti frontalmente tutto l’impianto teorico delle relazioni internazionali, poiché basato su un approccio di tipo scientifico allo studio della politica mondiale. La scienza politica delle relazioni internazionali aveva dimenticato, secondo Gaddis, che i fenomeni sociali rimangono imprevedibili o indeterminabili. Riprendendo una nota metafora di Karl Popper, sottolineò quindi la differenza che corre tra fenomeni irregolari, disordinati e dunque imprevedibili come le “nuvole”, e fenomeni ordinati, regolari e prevedibili come gli “orologi”. La sorprendente caduta del Muro di Berlino e l’improvvisa chiusura del sipario di ferro avevano mostrato l’incapacità di previsione delle relazioni internazionali, nonostante le pretese di scientificità. Ciò valeva per tutti gli studiosi che si erano basati sugli assunti dell’empirismo logico ripresi dalle scienze naturali, quindi sulla misurazione e sulla ricerca di regolarità mediante rapporti di causa-effetto, ma anche per mezzo di modelli nomotetico-deduttivi. La critica di Gaddis colpiva principalmente la tradizione liberale di cui Fukuyama era esponente. Ma la sua critica riguardava altresì l’approccio nomotetico-deduttivo del realismo strutturale. Secondo Gaddis, il fallimento della teoria delle relazioni internazionali di fronte alla caduta del Muro era di natura metodologica e richiedeva una radicale trasformazione negli approcci, per dare spazio all’intuizione, all’ironia, al paradosso e all’immaginazione.             
              
Legittimità e utilità del metodo scientifico per lo studio delle relazioni internazionali sono stati i principali argomenti di riflessione e critica generati dalla caduta del Muro di Berlino. A distanza di 25 anni, la teoria delle relazioni internazionali è ancora molto carente non solo rispetto alla spiegazione di ciò che è accaduto nel 1989, ma anche di tutto ciò che ne è seguito. Inoltre, le nuvole dell’irregolarità scientifica si sono addensate e, passando dalla teoria alla prassi, appaiono oggi assai più minacciose di quanto già non suggerisse l’iniziale difficoltà a gestire i dividendi della pace. Con la crisi economica e la fine della deferenza asiatica nei riguardi dell’egemonia occidentale, quindi con il risentimento anti-occidentale alimentato dal risveglio islamico, si assiste oggi a un continuo mutamento nei livelli di legittimità. La democrazia liberale non appare più in grado di soddisfare il desiderio di riconoscimento, almeno a un livello tale da trasformare la potenza materiale e assorbirla nella legittimità. Da una parte, torna dunque centrale una riflessione classica sul potere, quindi su una visione della potenza che includa la legittimità senza però diluirla in un visione cosmopolitica, cioè ispirata dall’ideale della modernizzazione. Dall’altra, appare sempre più evidente che le diseguaglianze geopolitiche, economiche e sociali rimangono fonti di conflitto tra differenti forme di riconoscimento. Ciò genera e alimenta un alto contenuto d'imprevedibilità dei fenomeni internazionali.    
              

di Emidio Diodato -Venerdì, 7 Novembre, 2014 - Università per stranieri di Perugia


fonte: http://www.ispionline.it

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