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11/03/17

L’Europa a due velocità ci renderà poveri a vita

 


 


Ieri l’Italia s’è destata con la lieta notizia del notevole calo della disoccupazione, sia per gli “over 50” che per gli “under 35”. A dichiararlo è stato l’Istat, stesso ente statistico che qualche giorno fa aveva stilato un pessimo quadro del nostro Paese, fatto di crisi perdurante, disoccupazione in aumento e incremento della povertà diffusa. Ieri il brusco dietrofront. E in tanti hanno pensato a un assist nei confronti del Partito Democratico renziano, una sorta di aiutino per far percepire al Paese che l’Italia va meglio e che potrebbe essersi concretizzato il tanto sbandierato “effetto Renzi”: in troppi reputano che certe notizie vengano diffuse per spingere gli italiani a votare il Matteo fiorentino alle primarie del Pd. Dove sarà mai la verità? Resta il fatto che Confcommercio e Confesercenti negano (in buona compagnia della Cgia di Mestre) che vi sia stata una diminuzione della disoccupazione; anzi parlano di ulteriore calo dei consumi, di minore disponibilità economica per le famiglie.
Di fatto si sta armando una terribile trappola in danno degli italiani, ovvero creare un “partito del popolo italiano” che assorba il consenso democratico con bugie mediatiche, e per poi obbedire ai signori dell’Ue che stanno organizzando l’Europa a due velocità. Che, per dirla con i conti della serva, significa che i Paesi poveri pagheranno in natura il prezzo di permanenza nell’Ue e nell’Euro, mentre quelli ricchi andranno lasciati tranquilli a produrre mercanzie e prodotti finanziari vietati agli Stati meno abbienti. Per dirla in soldoni, i Paesi poveri diverranno il campo profughi (o favelas) d’Europa assorbendo tutti i migranti e mantenendoli, mentre quelli ricchi assurgeranno a regioni blindatissime e aperte solo ai cittadini Ue ricchi. Di fatto la Germania non vuole che l’Italia sia più “la prima della classe” nel campo manifatturiero, e il Belpaese viene azzoppato usando un misto di migrazione e divieti in nome delle norme Ue nei settori dell’artigianato e dell’industria.
“L’Italia è favorevolissima all'Europa a due velocità proposta dalla Germania” ha detto Paolo Gentiloni, contento del ruolo sempre più marginale che viene assegnato alla Penisola. Al vertice di Versailles, Angela Merkel, François Hollande, Paolo Gentiloni e Mariano Rajoy hanno partorito l’Europa a due velocità, che di fatto relega l’integrazione tra europei ed extracomunitari nelle sole aree povere dell’Ue. Una manovra che la Germania aveva già orchestrato prima del vertice di Malta, dove la cancelliera Merkel ha lanciato l’idea di un doppio Euro a tutto vantaggio delle economie ricche: quindi non un ritorno alla lira, ma la creazione di un Euro di serie B che permetta alle economie forti del Centro-Nord dell’Ue di essere sempre più ricche e, parimenti, di imprigionare in una sorta di limbo le economie più deboli del Sud Europa (Italia, Portogallo, Grecia, Cipro).
Di fatto si vuole che l’economia italiana non riagganci i livelli di ricchezza toccati nel 2007 (anno prima della crisi) e per evitare che il Belpaese non si svincoli dal ruolo disegnato dai potenti d’Europa con la complicità dei potenti del mondo: questi ultimi stanno lavorando, con la complicità del faccendiere-finanziere Soros (l’uomo che paga i barconi della speranza), a far fallire il Belpaese per appropriarsene a prezzi da fallimento dopo che una corte europea dichiarerà il default dell’Italia.
Ecco che i potenti d’Europa (complice parte della classe dirigente italiana) lavorano perché non venga superata la fase recessiva: ecco perché il debito pubblico italiano continua a salire in valore assoluto e in rapporto al prodotto interno lordo (133 per cento), nonostante la Banca centrale europea abbia azzerato i tassi (consentendoci di rifinanziarci sui mercati a costi quasi nulli). A questo va aggiunto che i burocrati europei stanno lavorando a riempire l’Italia di multe dell’Ue, e per cifre iperboliche: se si sommassero debito e multe si addiverrebbe a considerare l’Italia non più degli italiani e, ironia della sorte, i suoi cittadini irreparabilmente schiavi dei poteri forti europei.
In conclusione, Berlino vuole salvare l’Ue schiavizzando i Paesi più poveri. Un senso di sudditanza che di fatto fa venire meno la ragione stessa per la quale l’Europa è stata costituita. Un programma tutto orchestrato dal duo Juncker-Merkel, che punta a trasformare l’Italia nella metafora cara al principe di Coblenza (von Metternich-Winneburg-Beilstein) alla vigilia del Congresso di Vienna: “Una pura espressione geografica”.

di Ruggiero Capone - 11 marzo 2017

09/03/17

Magistrati in vetrina nelle vicende del Pd


 


Un amico mi ha posto la domanda: “Ma i Pm che indagano su Consip e Tiziano Renzi sono del Partito dei Magistrati?”.
La risposta è sicuramente sì. Ma in realtà c’è molto altro da aggiungere, perché questo è un punto nodale della nostra realtà politico-istituzionale. Né basta aggiungere: “Chi di toga ferisce (e ingrassa), di toga perisce”.
Quello che sta venendo a galla in occasione di queste cosiddette “Primarie” del Partito Democratico supera ogni previsione circa il ruolo invasivo e l’arroganza del “Partito dei Magistrati”. Al contempo dà la prova che questo partito, oramai consolidatosi come partito-istituzione (in ciò precedendo d’assai i progetti di “Partito della Nazione” di Matteo Renzi) subisce la sorte di un po’ tutti i partiti italiani (quelli che c’erano e quello che è rimasto): incrinarsi e dividersi in correnti e, magari, lanciare attorno schegge impazzite.
Io non so se dire quanti della maggioranza “corporativa” del Pdm stiano alimentando la “campagna” Consip-Renzi e quanti, invece di una scheggia impazzita, che, in effetti, pure vi ha messo la sua sigla, lo stile e pure, a quello che sembra, una sorta di sua polizia “personale”. Non so neppure se i media e i loro padroni puntino più sugli “effetti speciali” delle imprese delle schegge impazzite o sulla solidità, durata e “buon fine” del lavoro della maggioranza corporativa del Pdm. Certo è che quello cui stiano assistendo è qualcosa di inimmaginabile in un Paese civile e sedicente libero e democratico. È inutile ricordare che il Pd è, nella sua attuale “unicità” sulla scena politica italiana, il frutto di due diverse ma connesse e coerenti “campagne” giudiziarie condotte dalla magistratura: “Mani pulite” e “l’anti-berlusconismo”. Chi si illudeva che, disarcionato il Cavaliere, il Partito dei Magistrati avrebbe fatto un passo indietro e si sarebbe messo da parte, ha preso un granchio di quelli colossali.
Oggi nelle vicende burrascose e melmose del Pd c’è una vetrina, nella quale fanno bella mostra il Partito dei Magistrati, i suoi uomini, le sue fazioni, le sue mostruosità. Non pretendo qui di farne un quadro completo che renderebbe chilometrico questo scritto.
Emanuele Macaluso, vecchio (più di me!) comunista cristallino, garantista e diffidente verso la politica “processuale”, in una intervista a “Il Messaggero” ha finito per prorompere: “E ci mancava pure Emiliano”.
Certo, la figura di questo strano personaggio è emblematica del ruolo del Partito dei Magistrati e della dipendenza che il Pd ha finito per acquisire verso di esso. Michele Emiliano, anzitutto, ha ingigantito l’importanza dell’intervento diretto e personale dei magistrati in politica, non solo attraverso l’eliminazione dei politici veri, ma con l’occupazione di cariche istituzionali elettive, che fino a qualche tempo fa sarebbe stato erroneo ritenere l’aspetto più rilevante della politicizzazione della magistratura. Ma Emiliano rappresenta anche un altro aspetto singolare, nuovo e poco meditato, di questo fenomeno invasivo delle toghe: è la sedizione giudiziaria, ancora tenue, ma significativa, che con lui si verifica. Emiliano sta violando le regole della corporazione dei magistrati, che fanno divieto anche a quelli di loro che si trovino “fuori ruolo” (così la Corte costituzionale) per incarichi diversi, di appartenere formalmente a partiti politici. Emiliano è fuori ruolo da tredici anni (prima come sindaco di Bari, poi come presidente della Regione Puglia). È iscritto al Pd e, benché sottoposto per questo a procedimenti disciplinari, se ne infischia; non solo, ma del Pd vuole divenire segretario. In questi tredici anni ha sicuramente ottenuto almeno uno “scatto” a categoria superiore (e, quindi, a pensione superiore). Se è consentito ai magistrati (mettendosi fuori ruolo) di candidarsi in liste di partito e di ricoprire cariche elettive, non è loro permesso di iscriversi a partiti politici. Emiliano, lo ripetiamo, se ne infischia.
Siamo, dunque, alla sedizione, che ricorda quella di generali e ufficiali dell’Esercito che sostenevano il fascismo nascente e si mettevano la camicia nera. Ma Emiliano ha pure l’arroganza di contestare l’“incompatibilità” con la candidatura alla segreteria del partito al povero Andrea Orlando, il quale dovrebbe esercitare l’azione disciplinare proprio contro lo stesso Emiliano. Grida al conflitto di interessi (che c’entra come i cavoli a merenda). Un modo come un altro per minacciarlo: guai se l’azione disciplinare va avanti. Lui è un magistrato e può fare quello che gli pare.
Poi, naturalmente, c’è Renzi, che al momento fa la parte passiva del sistema politico-giudiziario-sputtanatorio. Sarà vero o no che già da questa estate Massimo D’Alema aveva annunciato agli amici che tra qualche mese Renzi sarebbe caduto “per via giudiziaria”. Se così fosse sarebbe ancora più grave. Orlando, lo abbiamo visto, è accusato nientemeno che di “conflitto d’interessi” dal “ribelle Emiliano”. Intanto sul Pm anglo-napoletano Henry John Woodcock si è abbattuta la storia della polizia “ambientalista” stranamente usata nell’indagine “sul papà Tiziano” e per la solita fuga di notizie.
Insomma, il Pdm fa proprio bella mostra di sé nella vetrina di queste vicende. Sarebbe ora di smetterla di scherzarci sopra.

di Mauro Mellini - 09 marzo 2017

08/03/17

Libia. al-Serraj a Mosca per bloccare le iniziative di Haftar. E Lavrov, ‘dovete arrangiarvi’


La Russia sta mantenendo in tema di crisi libica un atteggiamento di prudenza rendendosi disponibile al massimo per una mediazione, anche perché nel paese nordafricano permane la netta contrapposizione politica e militare fra il governo riconosciuto dall’Onu, guidato da Fayez al-Serraj, e la parte “di Tobruk”, frutto delle elezioni del 2014 e guidata da Abdullah al-Thinni, ma de facto dal potente generale Khalifa Haftar.
Quest’ultimo ha in più occasioni cercato l’appoggio del Cremlino anche per le forniture militari recandosi in novembre a Mosca e poi sulla portaerei Admiral Kuznetsov di rientro dalla Siria, ma sia il ministro degli Esteri Sergei Lavrov che quello della Difesa Sergei Shoigu hanno indicato la volontà della Russia di non essere  implicata  militarmente ed hanno quindi mantenuto una debita distanza.
Ed oggi a Mosca è arrivato il premier al-Serraj per ottenere il coinvolgimento perlomeno politico di Mosca nella soluzione della crisi ma anche per bloccare le iniziative di Haftar, una visita che ha trovato piena disponibilità da parte de ministro Lavrov in quanto, come ha riferito il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, “la Federazione è interessata alla costituzione di un governo stabile in Libia che possa lanciare il processo di ricostruzione”.
Lavrov ha così spinto per l’avvio di un “dialogo nazionale inclusivo” in Libia, senza interventi militari in quanto “Siamo convinti che solo il popolo libico possa essere in grado di superare la crisi attuale. Serve quindi una riconciliazione nazionale attraverso il dialogo”.
Saltano così i piani di Khalifa Haftar, il quale intendeva servirsi del supporto russo (era arrivato persino a promettere una base militare in Cirenaica) e dei legami con le tribù del Fezzan e con i gruppi fedeli all’ancien régime per aggirare da sud la parte controllata dal governo di unità nazionale.
 
D’alto canto la figura di Haftar è ingombrante per tutti, certamente anche per i russi: il generale avrebbe voluto essere nominato ministro della Guerra nel governo di unità nazionale, ma i suoi detrattori lo accusano di essere stato al soldo di Washington in quanto, fatto prigioniero nel 1987 dall’esercito ciadiano in occasione della “Guerra delle Toyota”, è stato poi prelevato dalla Cia e portato negli Usa, dove vi è rimasto fino al 2011 per ricomparire in Libia a comandare la piazza di Bengasi nell’insurrezione che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi.
Per Lavrov, che ha definito “Mosca un vecchio amico della Libia”, è invece necessario mantenere una prudente distanza dal caos libico, al massimo proponendosi per una mediazione anche per non avviare tensioni con le Nazioni Unite, che dopo Bernardino Leon e Martin Kobler hanno come inviato il palestinese Salam Fayyed, e con l’Italia, che nella risoluzione della crisi riveste un ruolo di primo piano.
E così sia Haftar che al-Serraj da Mosca hanno incassato un sereno augurio a farcela da soli, con Lavrov che si è limitato a garantire “l’impegno a che si creino le condizioni perché siano i libici stessi a risolvere i loro problemi”.
Nella prima foto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Nella seconda foto il premier del governo libico di unità nazionale Fayez al-Serraj.

di Enrico Oliari 

07/03/17

Crollo natalità. «Neanche gli immigrati fanno più figli. Dobbiamo aiutare la famiglia»


Nel 2016 sono nati 474 mila bambini, 12 mila in meno rispetto al 2015. Intervista al demografo Gian Carlo Blangiardo: «Gli italiani vorrebbero più figli. Il governo imiti le politiche francesi»



Ormai l’adagio è vecchio come l’Italia: il nostro non è un paese per bimbi. Mentre registriamo 60 milioni e 579 mila residenti (- 86 mila unità rispetto all’anno precedente) e 608 mila decessi, nel 2016 le nascite toccano un nuovo minimo storico (474 mila unità, circa 12 mila in meno rispetto al 2015 che con 486 mila nuove nascite aveva registrato il record negativo). La popolazione invecchia e quasi un quarto degli abitanti ha più di 65 anni. È la fotografia scattata dall’Istat nel report “Indicatori demografici. Stime per l’anno 2016”: «Nessuna novità. È dagli anni Novanta che il saldo naturale, cioè la differenza fra le nascite e i decessi, continua ad essere negativo e non ci sono segnali di inversione», commenta a tempi.it il demografo Gian Carlo Blangiardo, ordinario di demografia all’Università di Milano-Bicocca. 

Professore, quest’anno ci siamo “persi” 86 mila italiani: quindi la situazione è destinata a peggiorare?
Diciamo che non ci sono segnali di miglioramento, l’anno scorso ne avevamo “persi” 130 mila, quest’anno sono stati meno ma solo perché la mortalità è tornata ai livelli di due anni fa. Dal punto di vista delle nascite le cose continuano e continueranno a peggiorare anno dopo anno: questo è il vero punto delicato di tutto il sistema.

I giornali titolano però che il calo della popolazione è compensato dagli immigrati (il saldo migratorio con l’estero, è positivo per 135 mila unità): è vero?
Non è più vero ed è stato abbondantemente dimostrato: dal 2012 registriamo un calo consistente di nascite da immigrati. Nel 2016 si stimano tra gli stranieri 61 mila nuovi nati, ma nel 2015 erano 72 mila: le coppie straniere incontrano le stesse difficoltà delle coppie italiane ad avere figli, e spesso in forma ancora più esasperata. Allo stesso tempo, dato ben più significativo e che sta crescendo nel tempo, nel 2016 sono emigrate dall’Italia verso altri paesi 157 mila persone, di cui 115 mila italiani, il 12,6 per cento in più rispetto al 2015: questo significa che stiamo tornando ad essere nuovamente un paese caratterizzato da emigrazione della propria popolazione, per altro quella più giovane e più formata, più istruita, quella che dovremmo valorizzare invece in Italia.

Rispetto agli altri paesi d’Europa quali sono i segnali di sofferenza tutti italiani?
L’Italia rimane il paese europeo con il tasso di natalità più basso. Il nostro declino demografico riflette, inoltre, l’invecchiamento complessivo: su questo piano ce la giochiamo con la Germania. I segnali sono dati dalle reazioni delle famiglie in difficoltà a mettere al mondo bambini, conciliare lavoro e maternità, trovare accesso ad asili, servizi di cura, fare i conti con l’aiuto scarso o assente dello Stato e politiche tariffarie e impostazioni tributarie poco eque. In Francia abbiamo una situazione completamente diversa e una presa in carico seria del problema demografico e degli interventi a favore della natalità, che hanno in qualche modo eliminato le cause che in Italia impediscono di mettere su famiglia. Il tasso di fecondità in Francia è di 2,1 figli per donna, capace di garantire il ricambio generazionale, si va da un quoziente famigliare che permette di pagare le tasse in funzione dei carichi famigliari veri, ad assegni famigliari più sostanziosi. Si tratta di vere e proprie iniziative di politica demografica e familiare che non restano circoscritte alla sola sfera dell’emersione della povertà e dell’esclusione sociale. Si interviene nell’universo in cui i bambini si fanno, così si cresce e forma il capitale umano di cui ha bisogno un paese che non può affidare la risoluzione dei suoi problemi di denatalità al contributo dell’immigrazione.

Ma in Italia la famiglia è ancora un valore?
In Italia le inchieste ci dicono che le donne vorrebbero 2,19 figli a testa, ma nella realtà ne hanno solo 1,3. C’è un “mezzo bambino”, passatemi l’espressione infelice, che scompare di fronte alle difficoltà e che ci dice che il desiderio di mettere al mondo nuovi nati per gli italiani è molto più alto rispetto alla realizzazione dello stesso. E questo accade soprattutto nelle classi medie, le famiglie che possono contare su due stipendi ma che non riescono ad andare oltre al primogenito perché devono fare i salti mortali per sopravvivere: questo è il gap in cui ha origine la carenza di natalità in Italia e che attende un forte segnale della politica e della società.

Il saldo naturale (nascite meno decessi) registra nel 2016 un valore negativo (-134 mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, inferiore soltanto a quello del 2015 (-162 mila). Quando tornerà – se mai tornerà – ad essere positivo?
Siamo una nazione sempre più vecchia, non solo le nascite non crescono, ma le morti aumenteranno. Il saldo non verrà compensato grazie agli immigrati ma restituendo a chi vive in Italia il coraggio di mettere su famiglia, lo ripeto: può non piacere ma è lì che si fanno i bambini, e i bambini non sono un prodotto d’importazione. Esiste una cosa chiusa in un cassetto della Presidenza del Consiglio che si chiama Piano per la Famiglia, approvato dal Consiglio dei ministri al tempo del governo Monti: contiene proposte di natura economico-fiscale e altre a costo zero o quasi, come favorire le strutture per gli asili nido dei bambini, un clima culturale più favorevole alle famiglie che hanno figli, iniziative che rafforzino la compatibilità fra maternità e lavoro. Ci sono misure che non costano molto e che varrebbe la pena di riconsiderare. Eppure il Piano resta congelato e inattuato dal 2012.

Foto Ansa

marzo 7, 2017 Caterina Giojell
fonte: http://www.tempi.it

06/03/17

Importiamo delinquenti ed esportiamo talenti, medaglia d’oro al Carabiniere che ha sparato e ucciso un delinquente



                                  foto di repertorio



La Costituzione parla chiaro: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Dobbiamo sostenere, proteggere e tutelare la nostra nazione, senza se e senza ma. Questo va fatto sia in qualità di liberi cittadini, ma sopratutto deve essere fatto da chi indossa la divisa. A Monte San Giusto, provincia di Macerata, un appuntato dell’Arma dei Carabinieri ha sparato a Klodjan Hysa, 35enne albanese, criminale capace, solamente, di rubate un auto a Terni e cercare “di investire due carabinieri in borghese, impegnati in alcuni controlli per alcuni furti in zona”, secondo quanto riporta Fanpage. Dopo due giorni di coma l’immigrato è morto. Non ne sentiremo la mancanza. L’ennesimo esempio che ci mostra quanto l’immigrazione, la globalizzazione e le frontiere aperte, seppur in questo caso parliamo di una vecchia colonia italiana, siano dannose. Importiamo delinquenti. Esportiamo talenti. Un’amara realtà. Disperati da tutto il globo sbarcano sulla terra ferma tricolore in cerca di prede. Abbiamo vestito il ruolo di vittime sacrificali, mentre gli stranieri, lupi nell’animo, si mascherano da agnelli. Sembra di sfogliare le prime pagine del libro Il campo dei Santi, scritto da Jean Raspail nel lontano 1973. Un romanzo distopico, realizzato in tempi non sospetti, che ci porta, ben prima di Buzzi ed annessi, alle pendici del business dell’immigrazione. “Il tempo dei mille anni giunge alla fine. Ecco, escono le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, il cui numero eguaglia la sabbia del mare. Esse partiranno in spedizione sulla faccia della terra, assalteranno il campo dei Santi e la Città diletta”. Libera citazione de L’Apocalisse 20, 7-9. Profonda lama nella tenera carne del buonismo.
Potrebbe finire tutto qui. Una causa genera sempre un effetto. Un ladro che trova un integerrimo uomo in divisa. Una canaglia che incontra un esecutore della legge sulla sua strada. La giustizia che si compie. Invece no. “Nel frattempo, l’appuntato di 45 anni, originario di Bari, nei confronti del quale l’ipotesi di reato è cambiato da lesioni colpose gravissime per eccesso di legittima difesa a omicidio colposo per eccesso di legittima difesa, è stato ascoltato in tribunale a Macerata”. Ancora una volta citiamo le penne di Fanpage. Quelle di Saverio Tommasi per intenderci. Eccesso. Omicidio colposo. Stiamo parlando di un Carabiniere che ha colpito per fermare un criminale. Non ci sono sfumature, c’è il bianco ed il nero. C’è il bianco della luce che parla di lealtà davanti alla rettitudine contro il nero della vergogna. I buonismi da ventre molle vogliono crocifiggere chi si batte ogni giorno per far rispettare la legge, questi uomini e queste donne sono complici di Klodjan Hysa. Sono complici del decadimento e del degrado che spadroneggia nelle nostre città.
“Sono qui in seguito al grave, drammatico episodio accaduto venerdì. L’Arma è vicina ai suoi uomini, che sono come figli, non li lasciamo mai soli. Pagheremo l’assistenza legale del Carabiniere coinvolto. Ho incontrato l’appuntato, è sereno, come chi sa di avere la coscienza a posto e di aver fatto il proprio dovere. La sua è stata una reazione a un’azione. Non può sentirsi in colpa per quanto accaduto. Ho sentito parlare di encomi, ma questo non è tempo di medaglie, non è il momento di fare valutazioni. Pensiamo a gestire il presente. Riponiamo piena fiducia nella magistratura”. Così, in conferenza stampa, il generale dei Carabinieri, Salvatore Favarolo si è espresso. Non sono d’accordo solo su di un punto, sulla medaglia. A questo agente va dato un premio, un’onorificenza da appuntarsi sul petto. Tutti devono vedere quello che è riuscito a fare quest’uomo in divisa. Ha fermato un delinquente. Ha fermato un pericolo per la nostra comunità, per la nostra gente. Ha sgravato la società di un peso. Certo i piedi vanno tenuti a terra, le indagini devono essere fatte in maniera scrupolosa, non si è mai troppo cauti, ma non possiamo continuare a vivere così. Non possiamo proprio.
“La giustizia non è equità, è vendetta e castigo”. Questo scriveva Eugène Ionesco, provate a spiegarlo ai boldriniani, ai renziani e ai cervellotici ragionieri da salotto televisivo. Quelli che la vita di un essere umano non si tocca, ma poi si strappa le vesti davanti alla triste tragedia del povero Dj Fabo. La feccia è feccia. Bisogna gridare basta con le vene sul collo, perché qui nessuno ci ascolta ed allora la nostra rappresaglia cadrà su di voi come l’inverno dopo l’estate. Gelida e glaciale. Siamo l’ostacolo davanti al decadimento, la volontà può essere quella di gettare a terra le armi, voltarci dall’altra parte e scappare. Ma per noi non sarà mai così, con la bava alla bocca difenderemo questo lembo di terra proprio come l’appuntato marchigiano. Saremo il sogno dei virtuosi e l’incubo dei traditori. Tremano i polsi agli infami, bramiamo di riprendere tra le mani le redini dell’Italia. Coraggio. Solo questo ci porterà verso i bagliori della rivalsa, ma dobbiamo tramandarlo ai nostri figli. Sangue che pulsa nelle vene, sangue che rischiara l’orizzonte.
Torniamo al Carabiniere. Chi delinque deve sapere, senza mezzi termini, che può rimanerci secco. A terra con il cranio forato da un proiettile. All’appuntato va tutta la mia vicinanza, oltre a lui il mio coro vuole arrivare a tutte le Forze dell’Ordine. Uomini che ogni giorno, per uno stipendio da fame, rischiano la loro vita per salvaguardare gli italiani perbene. Si sacrificano per noi. Onore anche al generale che subito ha preso le difese del suo sottoposto, l’attaccamento ai suoi uomini è stato lodevole. Chi comanda deve sostenere i propri inferiori, che 24 ore su 24, scendono in strada per rendere questo Paese un luogo più sicuro. www.ilgiornale.it www.ilfattoquotidiano.it

AVANTI Senza PAURA il blog di Andrea Pasini - 5 marzo 2017

05/03/17

Criminalizzare Marine Le Pen per le sue legittime idee si tradurrà nella morte della democrazia

Criminalizzare Marine Le Pen per le sue legittime idee si tradurrà nella morte della democrazia


(Il Giornale, 5 marzo 2017) - La sconcertante tempistica con cui il Parlamento europeo e il Tribunale di Nanterre hanno messo sotto accusa Marine Le Pen, in testa nei sondaggi per le elezioni presidenziali in Francia del 23 aprile, se da un lato ci fa toccare con mano il pesante condizionamento della volontà popolare nella scelta del potere esecutivo di uno Stato sovrano da parte di uno pseudo-potere legislativo sovrannazionale e di un organo del potere giudiziario nazionale, dall'altro ci impone una riflessione sul decadimento dell'istituto della democrazia in Occidente nel momento in cui si criminalizzano le persone a prescindere dalla legittimità delle loro idee.
È legittimo rivendicare il riscatto della sovranità monetaria per riattribuire allo Stato la prerogativa di emettere moneta a credito, che si traduce nell'abbandono dell'euro? È legittimo rivendicare il riscatto della sovranità legislativa e giudiziaria, in un contesto in cui l'80% delle leggi nazionali sono la trasposizione di direttive e regolamenti europei e le sentenze emesse dalle Corti europee prevalgono su quelle dei tribunali nazionali, che si traduce nell'uscita dall'Unione Europea? È legittimo rivendicare il riscatto della sovranità in materia di difesa e di sicurezza, in un mondo profondamente mutato dove il nemico da sconfiggere è il terrorismo islamico che si annida dentro casa nostra e sulle altre sponde del Mediterraneo, rendendo “obsoleta” la Nato come ha ammesso Trump? È legittimo rivendicare la salvaguardia della nostra società e la difesa della nostra civiltà promuovendo la cultura della rigenerazione della popolazione autoctona e dell'orgoglio di chi siamo, che significa bloccare la follia suicida di chi immagina che il nostro tracollo demografico vada colmato con l'auto-invasione di milioni di giovani africani, mediorientali e asiatici che finanziamo per sostituirci?
Ebbene se queste idee non violano le leggi dello Stato devono essere rispettate anche da parte di chi non le condivide. Se invece si criminalizza chi le sostiene, imponendogli dei “marchi infamanti” come  “populista”, “nazionalista”, “fascista”, “razzista”, “omofobo”, “islamofobo”, la conseguenza sarà la morte della nostra democrazia che si fonda sul confronto dialettico tra idee diverse. 
Per la stessa ragione sono contrario alla criminalizzazione del clandestino, dell'immigrato, del musulmano o, sul versante sociale, dell'omosessuale. Le persone vanno sempre e comunque rispettate. Sono le idee che possono e devono essere oggetto di valutazione e di critica, pervenendo alla scelta legittima di accettarle o rifiutarle. In una sana democrazia si dovrebbe poter discutere serenamente di immigrazionismo, multiculturalismo, islam, omosessualismo, senza criminalizzare nessuno, né chi a vario titolo fa riferimento a queste idee né chi le solleva. Siamo tutti sulla stessa barca: o ci si rispetta reciprocamente facendo prevalere le idee che raccolgono il consenso della maggioranza, o affonderemo tutti e nessuno di noi potrà più esprimere in libertà le proprie idee.

magdicristianoallam@gmail.com

di Magdi Cristiano Allam _ 5 marzo 2017

Le bidonville del degrado


Domenica 5 marzo 2017 – Sant’Adriano (compleanno di Marco, mio nipote) – a casa, in Calabria

1bidonville


E quando mai, questo schifo in Italia?
Ho cinquantacinque anni e questo orrore non me lo ricordo in nessun angolo del mio adorato Paese. Ho visto e visitato quartieri poveri di grandi città, paesini poveri, piccole frazioni povere, case povere. Anche i miei Nonni non navigavano nell’oro. Ma erano Signori, vestiti di Dignità regale. Anzi, Divina.
Il degrado, arrivato coi canotti, è sotto gli occhi di tutti. Dal Friuli al Piemonte, dalla Lombardia alla Sicilia. Gigantesche baraccopoli costruite con la merda delle città: vecchie lamiere, cartoni, teli di plastica arrangiati qui e là, cartelloni stradali,  paletti di legno marcio, ferro arrugginito, plastica. Bombole di gas allacciate a tubi putridi e cucinotti da campo usati in maniera bestiale. Fuochi accesi con radici di alberi ancora vivi. Il puzzo vomitevole di tonnellate di spazzatura abbandonata fin davanti “la porta” della baracca. Nessun cesso. Latrine ricavate alla bell’e meglio un po’ ovunque.
Droga, prostituzione, malaffare, stupri e incesti. Maltrattamenti alle donne, ai bambini, ai deboli, ai Cristiani. 
Caporalato feroce e sanguinario. Bianco e nero. Schiavismo turpe. Bianco e nero. Terrorismo e malavita. Bianchi e neri.

Sgomberata baraccopoli di rom romeniE, dunque, che cazzo li facciamo entrare a fare? Non cambiamo loro la vita: li degradiamo anche di più di quanto non lo siano già nella loro terra. E, peraltro, per arrivare a questo schifo, devono pure subire anni di vessazioni, violenze, stupri e sfruttamento nei campi di concentramento dei mafiosi libici. Poi, sbarcati in Italia (con o senza le connivenze di quei malandrini travestiti da angeli), li lasciamo in mano agli sfruttatori, che li fanno vivere peggio dei negri nelle piantagioni di cotone.
Sfido qualunque papa, qualunque re,  a venire a dire che non sia così, a negare l’evidenza! Sono pronto ad accompagnarli – magari a calci – in qualche bidonville della Piana di Gioia Tauro che conosco e che, in compagnia di buoni e generosi amici, ho pure cercato di bonificare, materialmente e moralmente. Toccheranno con mano il letame. E poi sarò curioso di sentire le dichiarazioni preconfezionate sulla necessità di accogliere, di ospitare, di “integrare” (o lasciarsi integrare).

1cb994228d822b3cedaf5e4d8ad44e77L’accoglienza E’ FALLITA! Ha creato solo odio (nostro e loro), razzismo (più loro che nostro), paura (più nostra che loro), arroganza (tutta loro), rivalsa (nostra), senza risolvere nemmeno un problema.
L’unica risposta è quella che, secondo me,  si dovrebbe attuare in tempi brevissimi: riaccompagnarli a casa. Mantenendo un numero controllato di stranieri VERAMENTE in pericolo e qualcuno che si regolarizzi con un lavoro onesto e giustamente retribuito.
O interveniamo drasticamente sul numero di irregolari, anonimi, sconosciuti, oppure non mancherà molto tempo che la gente, esausta ed esasperata, si rivolterà. E sarà, sì, tragedia!

095525794-cd7b30c1-b2c0-4679-a3a1-30396add4ba9I roghi nelle bidonville sono segnali precisi di un odio che monta. Fra loro. Fra noi. Fra loro e noi. Sono muri, quelli che si materializzano fra le fiamme; nei pregiudizi che cominciano a prendere il posto dei troppo repentini abbracci pseudofraterni; fra le famiglie che sono costrette a convivere nei condomini e che hanno capito che integrazione forzata dell’Italia alle loro pretese religiose, sociali, culturali e satana sa quanto altro, NON E’ POSSIBILE.
La misura è quasi colma: o i governi intervengono, oppure l’Occidente della Gente mostrerà prestissimo il braccio forte. 
Questa sensazione aleggia nell’aria. Dal ghiaccio della Scandinavia, al mare caldo della Grecia e della Sicilia, fino all’aspro orizzonte della Calabria, della Sardegna, della Puglia… Non è piacevole. Ma alla rabbia che lievita ci stiamo facendo l’abitudine. Meglio sarebbe trovare al più presto il coraggio della soluzione più attesa e più giusta. L’orso polare morirebbe nella savana e l’elefante morirebbe fra i ghiacciai. Così noi umani: c’è una terra per ogni popolo, un popolo per ogni terra. Il resto è invasione o deportazione.

Fra me e me. 

di Nino Spirlì - 5 marzo 2017