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07/02/15

Ma i renziani sanno chi era Pirro?




RENZISTI GONGOLANTI
I celebranti del renzismo gongolano; e hanno ragione. L’operazione Mattarella è stata un colpo da maestro come non si vedeva da tempo; un’operazione con cui Renzi ha ferito forse mortalmente il centrodestra.
Eppure in questi giorni sui media il dibattito si è concentrato esclusivamente sulla sconfitta di Berlusconi (indubbia), sulla crisi di Forza Italia (evidente), sulla deflagrazione di Ncd (palese) e sulla fine del centrodestra (possibile).
Agli osservatori è sfuggito che la vittoria di Renzi ha prodotto altri due risultati che, a lungo andare, potrebbero dimostrarsi pericolosi per il Premier. Il primo è la trasformazione della sinistra del Pd in un ectoplasma il cui ruolo è ormai di comprimario alla stagione renziana. Il secondo è la trasformazione di se stesso nel dominus assoluto della scena politica italiana, in una bulimia del potere che rischia di scontrarsi con le necessarie dinamiche di dialogo e di mediazione di ogni democrazia, soprattutto nelle fasi di attivazione di percorsi di riforme (problema questo ben chiaro ai renziani, tanto da dover essere esorcizzato dal ministro Boschi con la ridicola minaccia del “ce le facciamo da soli”).
DA EX-COMUNISTI A NEO-MANOVALI
Anche se l’elezione del Presidente della Repubblica è stata salutata dalla parte sinistra del Pd come una vittoria, la realtà è diversa: oggi gli ex comunisti si ritrovano con un vecchio demitiano al Quirinale ed un giovane demitiano a Palazzo Chigi, entrambi nominati da loro stessi.
Per gli eredi del Pci la trasformazione del proprio partito in una succursale democristiana in cui essere semplice manovalanza ad uso e consumo dei disegni del Premier, non può non generare conflitti.
Vedere celebrare la nomina di Mattarella con il profluvio d’interviste a De Mita e Leoluca Orlando, fa capire come la famosa “rottamazione” di Renzi fosse solo la rottamazione della sinistra: un maquillage necessario a togliersi di mezzo gli ex comunisti e consegnare il Pd al vecchio e nuovo blocco neo-democrsitiano.
L’AUTO-ISOLAMENTO DEL PREMIER
Inoltre l’ennesima vittoria di Renzi, paradossalmente, aumenta il suo isolamento e non contribuisce a portare più consenso. La sua spregiudicatezza e l’arroganza non s’accompagnano ad una particolare simpatia nell’opinione pubblica.
Renzi rimane un Presidente del Consiglio non eletto dai cittadini ma salito al potere con un imbarazzante gioco interno al Pd. Il suo piano di riforme per ora è fermo ai tweet; ed anche a livello internazionale l’ininfluente gestione del semestre europeo dell’Italia ha fatto abbassare le quotazioni europee del giovane leader italiano (cosa del resto manifestata dalla deprimente immagine del suo discorso di chiusura a Bruxelles davanti ad un Parlamento europeo deserto e indifferente alla sua presenza).
RENZI COME PIRRO
Chissà se i renziani sanno chi era Pirro, il re dell’Epiro e condottiero di una delle più spietate campagne per la conquista dell’Italia. Pirro fu colui che tre secoli prima di Cristo decise di farsi nemici tutti e insieme: in sei anni aprì conflitti con i Romani, i Cartaginesi e persino con quei Greci di Sicilia che lo avevano chiamato in aiuto; riuscì a crearsi ostilità dovunque e ad ogni sua vittoria perdeva pezzi del proprio esercito e accresceva il numero dei nemici, tanto che alla fine dovette fuggire dall’Italia e abbandonare i propositi di conquista.
Renzi rischia che le sue vittorie siano “vittorie di Pirro”. Con un’aggravante: che Pirro era di stirpe macedone e discendeva da Alessandro Magno; Renzi è di stirpe democristiana e discende da Ciriaco De Mita. La differenza non è da poco.

Gianpaolo Rossi - 5 febbraio 2015
fonte: http://blog.ilgiornale.it/rossi

Libico con 3 pagine di precedenti penali accoltella 2 carabinieri, il giudice lo libera




Padova, libico accoltella due carabinieri: sentenza Shock.

IN UNO STATO DI DIRITTO E' LO STATO CHE DEVE DIFENDERE I CITTADINI ... MA QUANDO REALIZZI CHE I MALVIVENTI POSSONO DELINQUERE CONSAPEVOLI DI AVERE UNA BUONA PROBABILITA' DI RIUSCIRE A FARLA FRANCA PERCHE', SE ARRESTATI, RIMESSI IN LIBERTA' PROPRIO DA CHI DOVREBBE CONTRIBUIRE A TUTELARE IL  DIRITTO DEI CITTADINI ALLA SICUREZZA , CROLLA LA FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI E SI FA PERICOLOSAMENTE STRADA LA TENTAZIONE DI DIFENDERSI O , ANCOR PEGGIO, DI FARSI GIUSTIZIA DA SOLI.
PROVVEDIMENTI COME QUESTO LASCIANO ESTEREFATTI, TI CHIEDI SE QUESTA NON SIA UNA VERA E PROPRIA ISTIGAZIONE A DELINQUERE, E PER QUALE MOTIVO GLI UOMINI DELLE FORZE DELL'ORDINE DEVONO RISCHIARE LA PROPRIA VITA PER ASSICURARE ALLA GIUSTIZIA UN CRIMINALE QUANDO I LORO SFORZI VENGONO COSI' PALESEMENTE ED INSPIEGABILMENTE VANIFICATI.


IN UNO STATO SENZA SICUREZZA NON C'E' LIBERTA'.

e.emme







Quattro espulsioni alle spalle, mai ottemperate, 3 pagine di precedenti penali, dalla rapina, allo spaccio, alla violenza, il tutto condito da numerosi alias. L’uomo, Imed Khannoussi un libico di trentacinque anni, l’altra notte dopo aver tentato di vendere cocaina a due carabinieri in borghese, a Padova, è stato arrestato. Lo scrive il messaggero
Per non farsi prendere, però, non ha esitato ad accoltellare i militari, rimasti feriti a una gamba e a un braccio. Oggi all’udienza in tribunale il libico, accusato di tentato omicidio, è stato liberato dal giudice del patavino, Domenica Gambardella, che ha convalidato l’arresto, dandogli un semplice divieto di dimora.
Tutto è cominciato giovedì notte, quando nei pressi del centro di Padova, il libico (ignaro di chi fossero) ha avvicinato tre carabinieri in borghese, offrendo al gruppetto della cocaina. I militari dopo essere stati inizialmente al gioco, hanno deciso di procedere all’arresto.
Una volta identificati, però, la reazione del libico è stata violenta. L’uomo ha tirato fuori un coltello, menando fendenti a destra e a manca. Una coltellata ha ferito un appuntato al braccio, l’altra ha colpito il collega a una gamba, dopo avergli sfiorato un rene. Il libico, clandestino senza fissa dimora, così è stato arrestato per tentato omicidio. All’udienza il giudice ha convalidato l’arresto, disponendo la liberazione dell’imputato e imponendogli il divieto di dimora a Padova.

aggiornamento del 11 febbraio 2015 : http://www.grnet.it/sicurezza/forze-dellordine/carabinieri/6075-padova-torna-a-delinquere-lo-spacciatore-che-aveva-accoltellato-i-carabinieri



7 febbraio 2015
fonte: http://www.imolaoggi.it/

06/02/15

Ignazio Marino ha deciso: Roma diventerà una città “a luci rosse” Ignazio Marino ha deciso: Roma diventerà una città “a luci rosse”



Quindi ... famose a capì !! Non si riescono a giudicare i criminali, e si depenalizzano i reati ..... Non si riescono  a ristrutturare le prigioni, e si liberano delinquenti .. Si è incapaci di far rispettare ordinanze,  contrastare il degrado,   tutelare l'ordine pubblico, garantire la sicurezza dei cittadini, e si tollera .......  Ma può un primo cittadino fregarsene delle leggi,  vedi  " la trascrizione dei matrimoni gay contratti all’estero, il registro delle unioni civili e la trascrizione di oggi dell’atto di nascita di un bimbo figlio di due donne", senza che il Governo intervenga ??
E cosa dovrebbero fare "le unità di strada", controlli a campione ? andranno a fiuto? Prima di ogni seduta lavorativa alza bandiera e appello per controllare che non ci siano infiltrate ?
Roma ha problemi più gravi da risolvere e anche per quanto riguarda la prostituzione si facciano rispettare le leggi in vigore ..... troppe "distrazioni" possono far perdere di vista cose ben più serie ... Mafia Capitale docet.

L'incapacità delle istituzioni ad applicare e far rispettere leggi e ordinanze la pagheranno i cittadini, e se le penitenze servono ad espiare i peccati .. a molti romani, testimoni e partecipi di questa "straordinaria" amministrazione, spetta il Paradiso.

e.emme

                                                                      
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Le case chiuse no. Le squillo sui marciapiedi sì. Avranno una zona tutta per loro. La Roma di Ignazio Marino sarà una Roma a luci rosse. All’Eur entro aprile la prostituzione sarà “tollerata”. È quanto emerso da un incontro che si è tenuto tra l’assessore Francesca Danese e il presidente del Municipio IX Andrea Santoro. La sperimentazione red lights era stata più volte annunciata ed ora una o più strade del quartiere Eur, ancora da individuare, saranno solo per le lucciole. Una zona dove i clienti non correranno il rischio di essere sanzionati. Nel resto del quartiere, invece, il divieto di prostituzione in strada verrà fissato con un apposita ordinanza che prevederà multe fino a 500 euro. Nella zona a luci rosse saranno operative “unità di strada” con il compito di effettuare controlli sanitari sulle ragazze, distribuire preservativi ed evitare lo sfruttamento. Il progetto costerà 5mila euro al mese.

Il centrodestra all’attacco di Marino

«Il quartiere dell’Eur, famoso nel mondo come esempio di architettura razionalista e meta di architetti da ogni dove, diventerà invece un famigerato bordello a cielo aperto. Un ghetto torbido di degrado umano e sociale che farà vergognare Roma, come questa sinistra», ha affermato il vicecapogruppo di Forza Italia in Campidoglio, Dario Rossin.
«Al di là dell’aspetto etico, che è sicuramente controverso e che evidentemente non ha impedito al presidente del municipio di procedere», ha detto l’azzurro Giordano Tredicine, «ciò che lascia basiti è il fatto che Santoro e la sua Giunta pensino sia sufficiente la loro tolleranza per attuare un provvedimento contrario alle leggi dello Stato. Ma, del resto, dopo la trascrizione dei matrimoni gay contratti all’estero, il registro delle unioni civili e la trascrizione di oggi dell’atto di nascita di un bimbo figlio di due donne, non dovremmo neanche stupirci troppo. In fondo, si tratta solo di un provvedimento contra legem al pari di quelli sopracitati».

Persino nel Pd c’è un certo imbarazzo

Nel Pd crescono i malumori nei confronti del sindaco. «No ai ghetti della prostituzione. Creare un quartiere a luci rosse significa solo spostare il problema da una strada all’altra. Lo sfruttamento sessuale e il degrado si combattono facendo rispettare rigorosamente le regole e le ordinanze, cosa che in quartieri come l’Eur in tutti questi anni non è mai avvenuta», ha affermato Stefano Pedica, del Pd. «Lo sfruttamento della prostituzione non può essere tollerato in nessuna via. Non è sufficiente spostarlo in qualche strada disabitata per poter dire di aver risolto il problema».

Re Abdallah di Giordania in uniforme da combattimento sfida i terroristi dell’Isis


re abdallah giordania 

Alcuni obiettivi colpiti dai jet giordani, che hanno messaggi di morte scritti sulle bombe

Dopo l’esecuzione del tenente giordano Mouath al Kasasbeh, bruciato vivo dai terroristi dell’Isis, la Giordania urla vendetta. A cavalcare l’indignazione è prorpio re Abdallah II, che in una foto si mostra in uniforme da combattimento. Abdallah II ha seguito l’Accademia militare brittannica, sulle orme del padre Hussein. Ed i jet giordani preparano l’attacco all’Isis, con messaggi di morte scritti sulle bombe. Ci sarebbero già alcuni obiettivi colpiti. “Mostreremo loro l’inferno”. “Da una coraggiosa pilota giordana a Baghdadi”: sono alcuni dei messaggi scritti a mano dai militari di Amman sulle bombe caricate sui caccia prima di lanciare la rappresaglia contro l’Isis. “Non pensiate che Dio sia all’oscuro di quello che i malfattori stanno facendo”, recita invece la scritta su un foglio mostrata da un pilota prima del decollo.
La strategia della Giordania non è solo quella militare. Il Paese ha rimesso in libertà nelle ultime ore un leader jihadista noto per esser stato il padre spirituale del qaedista Abu Mussab Zarqawi e di aver esplicitamente accusato di miscredenza il regime saudita. Il 55enne Abu Muhammad al Maqdisi, alias Issam Taher al Barqawi, con passaporto giordano ma di origini palestinesi, potrebbe essere usato dalle autorità giordane per rivolgere ai suoi seguaci sermoni anti-Stato islamico. Parlando già ad una tv giordana, Abu Muhammad al Maqdisi ha affermato che la barbara uccisione di Kassasbe “non è accettabile da nessuna fede, da nessun essere umano”. Il leader qaedista, già autore di libelli contro la casa reale saudita alleata della Giordania, si è anche presentato come il mediatore chiave nel tentativo di scambio di prigionieri avviato da Amman con l’Isis le settimane scorse. “Quando parlavo con loro (i miliziani dello Stato islamico) mentivano e rimanevano vaghi. Non erano interessanti veramente allo scambio”, ha affermato il 55enne. Sulla nascita lo scorso giugno del cosiddetto Stato islamico guidato dal leader dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, Maqdisi ha detto che “lo Stato basato sulla legge islamica deve unire e non dividere i musulmani”.

6 febbraio 2015
fonte: http://www.qelsi.it

Le fiabe di Pinocchio Renzi e l’agonia terminale dell’Italia


Dobbiamo aumentare la produttività degli italiani? Essere più competitivi? Rilanciare le privatizzazioni e rendere meno rigido il mercato del lavoro? Nemmeno per sogno, caro “Pinocchio” Renzi. Secondo Paolo Barnard, bastano «parole da terza media» per «asfaltare» il pensiero economico di “Renzino”. A cominciare dal falso dogma della produttività: gli italiani dovrebbero produrre di più, sul lavoro? «Ma questo cosa ci risolve? Il problema che spacca il paese oggi è la disoccupazione, con percentuali da record africano e almeno 300 miliardi all’anno di ricchezza perduta, per questo». Domanda: a che ci serve far diventare più produttivi quelli che già lavorano? «Vuol dire avere sempre mente gente a lavorare, perché gli occupati lavoreranno come delle furie (e poi crepano)». Parabola: se hai 100 cani ma gli butti solo 50 ossi (posti di lavoro), 50 cani torneranno a cuccia senza mangiare. Gli fai dei corsi di formazione per imparare a correre e mordere meglio? Se gli ossi restano 50, metà dei cani (formati o meno) resteranno affamati. E poi: «La produttività tedesca per ora lavorata è la più bassa d’Europa, ma da loro la disoccupazione è molto più bassa: ti dice nulla, Pinocchio?».
Essere più competitivi? «Lo siamo già». Lo dice uno dei maggiori centri di studio economici del mondo, la Ert, European Roundtable of Industrialists: «Fa ogni anno la classifica dei lavoratori più competitivi d’Europa.
Be’, gli italiani sono sempre fra i primi, meglio di Gran Bretagna e Danimarca, e solo un pelo sotto la Germania». La competitività? «Si misura con una formula da Mago Merlino che si chiama “Unit Labour Cost”, che fa la media fra quanto ti costa un lavoratore e quanto ti produce. Noi siamo già fra i migliori». Al che, Renzi cambia discorso e dice che il settore privato deve rilanciarsi, e il governo gli darà  sempre più spazio (privatizzazioni) per arricchire l’Italia. Altro errore madornale: «I soldi, o li fa lo Stato o li fanno le banche, punto. Se tu obbedisci ai diktat dei tecnocrati Ue che proibiscono (coi limiti di deficit e di debito) allo Stato di creare soldi per noi tutti, allora non ci rimane che sperare che siano le banche a creare la ricchezza finanziaria». Le banche: «Vuol dire che i privati italiani devono indebitarsi come pazzi in banca, e coi debiti arrivano gli interessi, lo strangolamento, l’anatocismo e altre porcate delle banche».
I soldi, quelli veri, «o li crea lo Stato investendo per noi, e quelli noi non dobbiamo restituirli, sono ricchezza al netto, oppure li creano le banche, e sono debiti di noi privati, non ricchezza al netto». Renzi? Un «codino dei tecnocrati», quelli che «stanno dando tutta l’Italia in mano alle banche, con ’sta storia che il rilancio viene dal privato: così le banche diventano lo Stato». Poi, continua Barnard, «quando privatizzi che fai? Togli un bene costruito per tutti da generazioni di italiani, e lo vendi a prezzi stracciati ai privati. Questi devono fare profitto, gliene fotte di noi, e quindi tagli all’occupazione, cali dei salari, intrighi con le banche (che sulle privatizzazioni guadagnano parcelle da sogno), e zero interesse pubblico». Il rilancio dal settore privato come lo intende Renzi «non avverrà mai senza debiti bancari e senza danni ai cittadini». Per Barnard, al contrario, «Deve tornare in gioco la spesa pubblica, l’investimento di Stato, che è ricchezza al netto per noi privati, perché lo 


 

stipendio di un medico pubblico, di un operaio che lavora per lo Stato o un servizio pubblico non sono soldi che noi dobbiamo restituire con interessi, mai!».
Altra favola: il mercato del lavoro italiano “troppo rigido”, per colpa dell’articolo 18. “Facciamo come gli stranieri, basta con ’sta rigidità antimoderna”. «Come gli stranieri? Chi? Il World Economic Forum di Davos, il top del top della finanzia e dell’industria mondiale, ogni anno scrive pagelle sui vari Stati. Andiamo vedere l’ultima», propone Barnard. «I bocciati per troppa rigidità sul mercato del lavoro sono: Germania, Finlandia, Svizzera, Svezia e Giappone». Chiaro, no? «Evidentemente non è la protezione del lavoro che ci fa danni economici». Per fortuna, dice Renzi, col ministro Poletti il governo sta trovando risorse finanziarie per aiutare le imprese, le famiglie, l’occupazione. Macché, «voi non state trovando un accidenti», protesta Barnard. «Voi fate il gioco delle tre carte, cioè fate entrare 10 soldi dalla porta dell’Italia e intanto gliene sfilate 10 o 15 dalla finestra. Non siamo tutti idioti, qui, perché ce ne accorgiamo che, quatti quatti, sono sbucati 10.000 aumenti di balzelli strani a tutti i livelli». Inoltre, come insegna la Modern Money Theory sviluppata da Warren Mosler e diffusa in Italia da Barnard, «se un governo vuole dare soldi ai suoi cittadini e alle sue aziende al netto, cioè senza poi volerli indietro, o li sborsa lui a deficit (cioè ci dà più soldi di quanto ci tassa), o ci riduce le tasse in modo drammatico». In economia non c’è altro modo, conclude Barnard. «Ma il governo Renzi deve obbedire al pareggio di bilancio imposto dalla Ue (lo Stato ci dà 100 e ci tassa 100)», quindi i famosi fondi li allunga con la destra e poi li ritira con la sinistra, sotto forma di imposte.
«Lo raccontate ai fagiani e ai cefali – aggiunge Barnard – che senza un esborso di Stato superiore alle tasse voi ci darete qualcosa da masticare: no, è matematicamente impossibile. E infatti raccontate balle, buffoni». Anche per questo, Renzi continua ad annunciare grandi svolte e grandi decisioni. Mente, sapendo di mentire: sa benissimo, infatti, che «l’Italia ha firmato e ratificato tutti i Trattati europei sovranazionali, cioè più potenti delle leggi italiane, che hanno totalmente tolto potere decisionale al governo e al Parlamento nazionale». Così, l’Italia «oggi può solo obbedire alle decisioni della tecnocrazia europea», la Troika Ue che esegue gli ordini di Berlino attraverso la Commissione e la Bce, col supporto del Fmi. Inutile agitarsi, fingendo di non essere un «pagliaccio fiorentino, parto del popolo bue del Pd». Renzi non conta nulla, e ogni esperto d’Europa lo sa benissimo. Lo sa anche Renzi, purtroppo. Per questo, continua a inventare fiabe su come risollevare l’economia di famiglie e aziende, ben sapendo che si tratta soltanto di favole.

fonte: http://www.libreidee.org - 5 febbraio 2015
 

Il commercio sopra tutto ‘Ttip’ selvaggio Usa-Ue Addio ‘Made in Italy’ e tutela salute-ambiente




Agroalimentare: si parla di un aumento del 118% delle importazioni nel nostro Paese di prodotti americani
Commercio ‘Uber alles’, alla tedesca di cattiva memoria. Proteste a Bruxelles contro le trattative commerciali segretissime tra Stati Uniti ed Europa. Nessun freno, nessuna regola pubblica su ambiente, energia, agroalimentare, servizi pubblici e le politiche sul lavoro che limiti il commercio
#StopTtip è la parola d’ordine usata da decine di organizzazioni civili che in questi giorni hanno invaso Bruxelles per dire no alle trattative commerciali tra Stati Uniti ed Europa. L’ottava tornata di negoziati sul Ttip si avvia alla conclusione dopo una settimana di lavori, portandosi dietro tensioni politiche e polemiche. Ad alimentarle anche il no secco di Syriza, il partito del premier greco Alexis Tsipras. «Posso assicurare che il parlamento greco non ratificherà mai quel trattato (…) è un regalo che facciamo non solo ai greci ma a tutti gli europei», ha dichiarato l’eurodeputato di Syriza Georgios Katrougkalos.

cavallo di Troia preteste comica 800

Sulle trattative in corso c’è ancora il massimo riserbo. Gli unici a conoscere i dettagli delle trattative sono i negoziatori in campo, oltre a una nutrita pletora di lobbisti mandati dalle grandi corporation a difendere i loro prodotti. Si sta giocando una partita pesante, che potrebbe rivoluzionare del tutto il sistema di governance economica occidentale. Sul tavolo ci sono le normative sull’ambiente, l’energia, il settore agroalimentare, i servizi pubblici e le politiche sul lavoro.

«Il Trattato è una minaccia ai diritti di cittadinanza e alle nostre filiere agroalimentari, per questo va bloccato», dicono gli esponenti della Campagna #StopTtip. Sotto accusa c’è il meccanismo della ‘Cooperazione regolatoria’, che appare come il vero Cavallo di Troia portato nel cuore delle istituzioni delle due sponde atlantiche. «Il meccanismo proposto è un pericolosissimo precedente, che rischia di indebolire ulteriormente i poteri pubblici davanti alle pretese delle lobbies economiche», spiega Marco Bersani, di Attac e tra i promotori della Campagna Stop TTIP Italia.

Lo scopo dei negoziatori, infatti, è abbattere ogni confine -di natura doganale e non- al commercio. E qui rientrano anche i regolamenti a tutela dell’ambiente e dei servizi pubblici. Rinunciare ai regolamenti europei e nazionali, dicono i sostenitori della Campagna Stop Ttip, significa rinunciare ad esempio alle garanzie di protezione dei singoli Stati dall’agricoltura Ogm e dei pesticidi. «Un’invasione di prodotti a basso prezzo che entreranno nel nostro Paese a tutto vantaggio delle imprese che trasformano prodotto importato a basso costo e che lo esportano, ma che daranno un colpo mortale ai nostri piccoli produttori e alla filiera italiana», avverte Monica Di Sisto di Fairwatch.

Il timore è che dietro la retorica per la difesa delle indicazioni geografiche, di fatto si «nasconda una pesante ristrutturazione della nostra produzione a vantaggio di pochi», insiste Di Sisto. Tanto per rimanere sull’agroalimentare, le voci che si rincorrono parlano di un aumento del 118% delle importazioni nel nostro Paese di prodotti americani. Se così fosse il ‘Made in Italy’ resterebbe solo un lontano ricordo.

cavallo di troia regazze

Il Ttip solleva dunque molti dubbi e polemiche, tanto da spingere la Commissione europea ad aprire una sorta di consultazione pubblica sulla questione. I risultati rivelano una diffusa preoccupazione. Il 97 per centro dei 150 mila partecipanti si è detta contraria ai negoziati in corso.
Massimo Lauria- 6 febbraio 2015
fonte: http://www.remocontro.it

I fondamentalisti islamici ogni giorno uccidono 12 cristiani

Tra i Paesi musulmani dove i cristiani vengono maggiormente massacrati non ci sono solo Siria, Iraq e Nigeria


I cristiani nel mirino della jihad islamica. Non è una novità, ma a impressionare sono i numeri.




Secondo Open Doorse, organizzazione americana protestante, tra gli uomini, le donne e i bambini uccisi per la loro fede sono stati 4.344, il quadruplo rispetto a due anni fa a causa della nascita dell’Isis e del gruppo terroristico di Boko Haram in Nigeria. Se secondo Open Doors i cristiani uccisi, torturati e imprigionati nel mondo sono 100 milioni, per Jean-Michel di Falco, Timothy Radcliffe e Andrea Riccardi, autori del "Libro nero della condizione dei cristiani nel mondo", l’80% delle persecuzioni religiose avvengono contri i cristiani e in termini assoluti il numero si aggirerebbe tra i 150 e 200 milioni.
In base alla World Watch List 2015, pubblicata da Open Doors, tra i Paesi musulmani dove i cristiani vengono maggiormente massacrati non ci sono solo Siria, Iraq e Nigeria, ma anche Somalia, Afghanistan, Sudan, Iran, Pakistan, Eritrea, Egitto, Brunei. Nella stessa lista compaiono per la prima volta anche Messico, Turchia e Azerbaijan, mentre Sudan ed Eritrea sono i Paesi dove i cristiani vivono sotto il giogo di persecuzioni continue. Il primato però spetta alla Corea del Nord che nelle sue prigioni tiene segregati circa 70mila cristiani. Nel periodo considerato dall’organizzazione americana le chiese bruciate o distrutte sono state circa 1.062. Dopo la pubblicazione delle vignette di Charlie Hebdo in Niger la furia islamica si è abbattuta contro 45 chiese, causando la morte di almeno 10 persone, più di cento feriti e arresti. In India, secondo un rapporto dell’organizzazione non governativa Catholic Secular Forum, nell’anno appena trascorso, 7mila seguaci di Cristo sono stati vittime di aggressioni, mentre cinque sono stati uccisi. Sotto accusa è il premier Narendra Modi che non ha mai condannato le violenze, nemmeno dopo l’incendio di una chiesa a New Delhi.

 
Francesco Curridori - Ven, 06/02/2015

fonte: http://www.ilgiornale.it 

CASO MARO' - Gentiloni l'opaco : il ministro degli Esteri continua a parlare di 'un filo di dialogo tra Italia e India', ma di concreto non c'è nulla


Continua la politica degli annunci ad orologeria. 

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Gentiloni l'opaco


Parole, parole, parole. Solo e soltanto parole sui Marò. Come quelle che oggi è tornato a pronunciare Paolo Gentiloni a Radio 24.
Il ministro degli Esteri continua imperterrito con la solita canzonetta e insiste: “Negli ultimi mesi s’è aperto un filo di dialogo e contatto tra il governo italiano e quello indiano, che deve portare a una soluzione definitiva del caso. Si tratta di una vicenda dolorosa e complicata, dove è meglio non fare previsioni di tempo”. D’altronde la vicenda, vergognosa, va avanti da “solo” 3 anni.
Il titolare della Farnesina crede di sfangarla con l’aiuto di qualche velina e una sparata qua e là della sua collega Pinotti. Alzate di testa oer strappare qualche titolo patriottico sui giornali. Gonfiare i muscoli una volta ogni tanto serve a poco. Dall’India continuano a rimarcare un concetto fondamentale: cioè che sui due fucilieri di Marina a pronunciarsi dovrà essere la magistratura, perché la vicenda non è solo una discussione fra 2 esecutivi.
L’intricatissimo caso di Latorre e Girone è seguito adesso con attenzione dal nuovo Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che nel suo discorso alle Camere ha dichiarato che occorre continuare a dispiegare il massimo impegno possibile per arrivare a una soluzione positiva con il loro ritorno in patria. Peccato che in tutto questo tempo i 3 diversi esecutivi che si sono succeduti hanno sbagliato tutto. O meglio, non hanno azzeccato nulla.

Federico Colosimo- 5 febbraio 2015
fonte: http://www.ilgiornaleditalia.org



“Nessuno guadagni più del presidente”, lo scandalo continua

“Nessuno guadagni più di un governatore o presidente di regione, nessuno guadagni più di un sindaco”. L’iniziativa per frenare gli sprechi della Pubblica Amministrazione è garanzia di maggiore equità sociale

General view of Italy's new President Sergio Mattarella speaking at the lower house of parliament in Rome


Il fallimento delle riforme federaliste degli anni Novanta è ormai incontestabile e continua a produrre conseguenze disastrose in termini di qualità dei servizi e di coesione sociale. L’autonomia impositiva e le deleghe rispondevano all’applicazione del principio “Vedo-Pago-Voto”. Purtroppo, come è ormai evidente, questo principio di responsabilità diretta associato all’elezione diretta dei sindaci non solo non ha funzionato, ma si è trasformato nell’italico “Vedo e pago sempre, a prescindere”, come avrebbe detto il Principe De Curtis.

Dal 1990, infatti, la spesa per il personale degli Enti Locali è cresciuta del 120% e quella per la fornitura dei beni e servizi del 215%, mentre la spesa delle amministrazioni centrali è aumentata nello stesso periodo dell’80% per il personale e del 70% per i beni e servizi. L’esplosione della spesa necessaria a finanziare il funzionamento e le forniture degli Enti Locali è rappresentabile da un semplice dato: a parità di beni e servizi forniti, lo Stato avrebbe risparmiato in poco più di 20 anni oltre 600 miliardi di euro, cioè il 28% dell’intero debito pubblico italiano, che ora sarebbe inferiore al 90% del PIL, cioè come quello della Francia.

Questo ingiustificato aumento della spesa, non solo ha drenato risorse dallo Stato ma si è tradotto in una crescita (+130%) dell’imposizione locale (addizionali IRPEF, IMU, Tasi, Tari, etc.) passata dal 5,5% al 16% del totale delle tasse pagate dagli italiani ed è responsabile per oltre l’80% dell’aumento della pressione fiscale, passata dal 38% all’attuale 43% del PIL.

Alle notizie di questi giorni, come la bocciatura del TAR del Lazio degli aumenti delle rette degli asili nido ad anno iniziato – come l’aumento dell’IRPEF regionale del Lazio al 3,3%, il collasso delle aziende dei trasporti locali, l’invio degli ispettori del Ministero della Sanità nelle scuole per verificare la presenza di infestazioni (topi, scarafaggi, etc.) e persino il riemergere di infezioni come gli ossiuri (vermi) tra i bambini – fanno da contraltare i dati relativi ai premi di risultato concessi ai dirigenti e agli avvocati dirigenti delle amministrazioni locali, malgrado e nonostante tutto questo.


Come denunciato dalla Relazione della Corte dei Conti Sezione delle Autonomie (2014), la retribuzione di posizione e di risultato degli oltre 5.000 dirigenti risulta superiore al 50% dello stipendio. Per avere un’idea di cosa si sta parlando si può consultare il sito dei premi ai dirigenti del Comune di Roma, quello stesso Comune che nel 2014 denunciava un passivo di bilancio di 816 milioni e che ha la più alta addizionale IRPEF d’Italia.

Se intervistati, questi “public servant” rispondono, bontà loro, che guadagnare oltre 300.000 euro l’anno è nel contratto e che loro non possono di certo rifiutare questi soldi. Se le cose stanno così, si potrebbe allora immediatamente approvare una semplice norma, seguendo l’esempio della Presidente della Regione Friuli- Venezia Giulia: Nessuno guadagni più di un Governatore o Presidente di Regione, Nessuno guadagni più di un Sindaco. 
 Che ci vuole? gli italiani sono tutti d’accordo.





5 febbraio 2015
fonte: http://www.lookoutnews.it

05/02/15

CASO MARO' - Dopo Pistelli, Manconi: accordo per condannarli




E’ passato diverso tempo da quando il quasi Ministro degli Esteri (vice di Emma Bonino, candidato alla Farnesina da Napolitano e responsabile (si fa per dire) Esteri del P.D., Lapo Pistelli, ha proposto di “risolvere” il caso dei Marò, facendoli condannare dagli Indiani a “non più di sette anni di reclusione” (una bazzecola!) da scontare in Italia.

Le irate (giustamente) reazioni sollevate da ogni parte da tale proposta hanno fatto tacere il malaugurante personaggio. Di quella “lapata” non se ne era più inteso parlare.

Ma adesso un altro personaggio che, pur non chiamandosi Lapo, è un ex D.C. di Sinistra militante del P.D., Manconi, se ne è venuto fuori con una proposta sostanzialmente analoga.


Non va dimenticato che la “lapata” di Manconi è venuta fuori (non credo sia un caso) quando il settimanale Oggi ha pubblicato un documento che afferma essere la prova della innocenza dei nostri Fucilieri di Marina e che invece, come abbiamo, scritto, è la prova che essi sono vittime di una losca ed inqualificabile pastetta romana, che sembra messa in atto, magari a complemento di qualche altro grossa pastetta di tangenti con gli Indiani, per coprire altri responsabili, probabilmente Indiani e investiti di pubbliche funzioni, della morte dei due pescatori, avvenuta in un altro incidente e non in quello in cui incorse la “E. Lexie”.

Si direbbe che qualcuno in Italia, abbia il timore del possibile riconoscimento dell’innocenza dei due Marò, che teme un processo in Italia dove, come scrissi nel mio libro “Il mercato dei Marò” (Bonfirraro) potrebbe accadergli di andare a finire sul banco degli imputati al loro posto.

Questo Manconi (che finora ho sempre considerato una brava persona e per di più è Sardo e schietto come si addice ad un Sardo) è però, ahimè anche lui un ex D.C. di Sinistra, ora nel P.D.

Manconi, dunque, ha detto: “facciamoli condannare dagli Indiani per omicidio colposo. La pena è di non più di cinque anni. Metà l’hanno già scontati. Così ce li rimandano in Italia”.

Meglio che in galera in Italia. Come voleva Pistelli. Ma Manconi volteggia intorno a Pannella ed alla sua fissa “svuota carceri”, per la quale si sente solidale con Papa Francesco e Napolitano.

Una condanna che non ci obbligherebbe nemmeno di riservare loro un posto nelle purtroppo affollate carceri italiane e, dunque, per Manconi un ottimo affare.

La condanna, poi, lui la vuole per omicidio colposo. “Soltanto per omicidio colposo”. Come se avesse senso addebitare a questi due poveri, nostri Connazionali un “omicidio doloso”, un “assassinio” come gridano gli xenofobi del Kerala, cosa che presupporrebbe che si siano divertiti a far il “tiro al pescatore” tanto per passare il tempo.

Dagli amici ci guardi Iddio.
Da quelli ex D.C. Iddio avrà molto da fare a guardar noi e, intanto Latorre e Girone.............

di Mauro Mellini - 29 GENNAIO 2015

fonte: http://www.giustiziagiusta.info






















04/02/15

Corruzione, i partiti applaudono Mattarella. Ma poi bloccano la legge




Corruzione, i partiti applaudono Mattarella. Ma poi bloccano la legge

Ieri le ovazioni multipartisan alle parole del neopresidente sulla lotta al sistema della tangenti. Oggi il voto compatto al Senato contro la richiesta dell'M5S di avviare la discussione del ddl Grasso che prevede pene più dure. Votano sì solo grillini, Sel, Lega e Misto
Scrosciano gli applausi da tutti i partiti quando il neopresidente della Repubblica Sergio Mattarella esorta alla lotta contro il sistema delle mazzette, ma gli stessi partiti bloccano per l’ennesima volta la discussione del ddl anticorruzione giacente in Senato da ormai un paio d’anni. L’aula di palazzo Madama ha bocciato con 134 voti contrari e 49 favorevoli la discussione urgente del testo originariamente depositato da Piero Grasso nel primo giorno di questa legislatura. Già ieri pomeriggio, mentre imperversavano gli apprezzamenti multipartisan per i richiami del nuovo capo dello Stato in fatto di legalità, la conferenza dei capigruppo aveva stoppato la medesima richiesta grillina. “Il Parlamento e la legge anti-corruzione possono attendere”, afferma il capogruppo del Movimento 5 Stelle Senato Andrea Cioffi. “Ieri tutti abbiamo applaudito il Presidente della Repubblica  Sergio Mattarella quando ha parlato di centralità del Parlamento e lotta alla corruzione. Oggi quegli stessi partiti che ieri applaudivano Mattarella hanno tradito le sagge parole del Presidente della Repubblica”. In un primo momento Cioffi aveva denunciato il voto contrario della Lega (lo scrutinio è avvenuto per alzata di mano), sucitando la reazione furiosa del Carroccio, che ha invece rivendicato il suo sì alla calendarizzazione immediata, insieme a Sel e il gruppo Misto. 
Stessa sorte, continua Cioffi, “per la discussione urgente per il disegno di legge sul divorzio breve proposta dal senatore Alberto Airola e per la mozione di sfiducia al ministro Beatrice Lorenzin avanzata dalla collega Michela Montevecchi. Una mozione quest’ultima che la maggioranza fa marcire nei cassetti da mesi in maniera inaccettabile mentre è palese l’incompetenza politica di questo ministro “.
Il nodo del contendere è il ddl n. 19 derivato dalla proposta originaria dell’attuale presidente del Senato. Prevede norme più incisive e pene più severe su corruzione, falso in bilancio e riciclaggio, e in questi due anni ha vissuto un iter tormentato. Per circa sei mesi è stato bloccato dal governo, che a giugno del 2014 aveva annunciato un testo proprio che si è fatto attendere a lungo. E quando è arrivato in Commissione giustizia, l’8 gennaio, ha innescato nuove polemiche con la reintroduzione delle soglie di non punibilità del falso in bilancio di berlusconiana memoria, che dal ddl 19 erano saltate in favore di una normativa più severa. Da allora il ddl è rimasto in commissione, mentre le Camere erano impegante nell’elezione del successore di Giorgio Napolitano. Che ieri si è insediato e ha inserito il contrasto alla corruzione e al “cancro” della mafia tra le priorità del Paese. Ma agli applausi non sono seguiti i fatti. Anzi, non solo il provvedimento non arriverà in aula a breve, ma rallenta anche in Commissione giustizia. Durante la riunione di oggi, infatti, è stato chiesto dal relatore Ncd Nico D’Ascola più tempo per definire i pareri sugli emendamenti e per questo l’esame è stato rinviato. Quindi le votazioni dovrebbero riprendere durante la prossima settimana

di | 4 febbraio 2015
fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

I CONTRACTORS DI RAIDON TACTICS IN PRIMA LINEA IN IRAQ


Analisi Difesa l’aveva anticipato lo scorso settembre:  prima o poi contro il Califfato sarebbero entrati in scena anche i contractors per ricoprire quei compiti di prima linea che i governi statunitense e degli alleati negano alle forze regolari occidentali.
La PMC (Private Military Company) Raidon Tactics sta reclutando di gran lena ex ufficiali e sottufficiali delle forze speciali per compiti di prima linea in Iraq. Non è un lavoro per tutti come ben spiega il bando della Private Military Company americana.
Raidon Tactics richiede infatti un’esperienza almeno settennale nelle special forces e con incarichi specifici nei teatri contro-insurrezionali afghano, iracheno o filippino.



Dopo gli besami mendici e un periodo di addestramento di 33 giorni definito di “refreshment” , la società stima di proiettare in Iraq decine di uomini a brevissima scadenza, tra fine febbraio e marzo, per un periodo compreso fra i sei e gli otto mesi. Guarda caso, proprio quando dovrebbe prendere il via l’offensiva su vasta scala delle forze curde e irachene su Mosul.
Questi i compiti che dovranno svolgere gli ‘incursori’ a contratto: Combat Foreign Internal Defence, ricognizione strategica e azione diretta. Si tratterà in soldoni di formare, assistere e affiancare in combattimento le forze irachene ma anche di compiere “azioni dirette”, cioè operazioni militari tipiche delle forze speciali quali incursioni, sabotaggi e ricognizioni strategiche nelle retrovie dello Stato Islamico anche per valutare i danni subiti dagli obiettivi colpiti dai bombardieri o dall’artiglieria alleata.



L’’immunità diplomatica sarà garantita dalla nazione ospitante, cioè l’Iraq, anche se non è chiaro se il contratto Raidon Tactics lo ha firmato col governo di Baghdad o con il Pentagono.
Da quanto hanno riferito fonti confidenziali ad Analisi Difesa unità composte da  10-15 uomini si muoveranno a bordo di elicotteri CH-47 Chinook e mezzi terrestri “quad” per effettuare incursioni notturne contro le linee di comunicazione nemiche in cooperazione con i droni.
Sarebbe quindi certa la piena integrazione dei contractors con le forze della Coalizione che dovrà mettere a disposizione i velivoli.
Altri team opereranno come JTAC (Joint Terminal Attack Controller), qualifica molto ricercata da Raidon e molto richiesta sul campo di battaglia iracheno poiché consente ai reparti a terra di chiamare e guidare con precisione gli interventi aerei di supporto tattico ravvicinato (Close Air Support). Team di 4-5 uomini designeranno i bersagli con i telemetri laser, da 2-3 km di distanza, trasmettendo ai velivoli le coordinate precise anche per scongiurare il fuoco amico.



Iracheni e curdi dispongono di alcuni team JTAC delle forze speciali statunitensi, i peshmerga sono soliti lavorare con i Navy SEALs e i Berretti Verdi e l’ipotesi è che i contractors di Raidon Tactiocs possano ricoprire quei compiti di prima linea interdetti per ragioni politiche alle forze regolari dei Paesi della Coalizione, ufficialmente inquadrati solo come consiglieri militari.
La paga offerta da Raidon è commisurata ai rischi ma evidentemente molto elevata: tra i 1.250 e i 1.750 dollari al giorno. Per avere un ordine di idee, secondo quanto riferito da fonti statunitensi a Baghdad,  le tariffe attuali offerte ai contractors delle Private Security Companies per compiti di vigilanza statica in Afghanistan variano tra i 165 e i 195 dollari al giorno. I contractor di Triple Canopy
al servizio del Dipartimento di Stato nell’ambito del “contratto umbrella” (Worldwide Personal Protective Services), non guadagnano più di 850-900 dollari al giorno per garantire la sicurezza dell’ambasciata statunitense a Baghdad.


 


Frank McRae, direttore di Raidon Tactics, ha costituito nel giro di pochi anni una società che inquadra e prepara forze militari e di polizia. Ha scelto come ubicazione il North Carolina, proprio come aveva fatto a suo tempo Blackwater, l’attuale Academi. Dispone di poligoni di tiro indoor e outdoor, fra cui spicca il complesso 37PSR, per un totale di oltre 400 ettari di infrastrutture, con simulatori per il combattimento, sagome metalliche round-up, bersagli girevoli e basculanti.
Si trova a poca distanza da Fort Bragg, che ospita fra gli altri l’USASOC (US Army Special Operations Command), la “casa” delle forze speciali dell’US Army . McRae è un ex sottufficiale delle forze speciali, è stato inquadrato nel 1st Special Forces Operation Detachment-Delta (SFOD-D meglio noto come Delta Force) ed è esperto in Close Quarter Battle, il combattimento ravvicinato in ambiente urbano.

Foto: Raidon Tactics, AP, Triple Canopy, Civilian contractors

di Francesco Palmas - 4 febbraio 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it

La rete spagnola che finanzia il Califfato

Daily life in Gaza resumes during short ceasefire with Israel

ANSA - C’è una rete di almeno 250 fra call center, macellerie halal e negozi alimentari in tutta la penisola iberica, dedicata a finanziare la jihad in Siria e Irak. Per inviare donativi allo Stato Islamico (Isis) o al Fronte al Nusra, la filiale di Al Qaeda, la rete utilizza il metodo ‘hawala’, il sistema informale di trasferimento di fondi che muove in Spagna, senza nessun controllo, i risparmi di oltre 150.000 musulmani, stimati in 300 milioni di euro l’anno. A lanciare l’allarme sono i servizi di intelligence, citate da El Pais. Il circuito ‘hawala’, che si basa sulla fiducia frareti di familiari e connazionali, per inviare denaro a qualunque parte del mondo senza lasciare traccia, è utilizzato da immigrati siriani, tunisini, algerini e soprattutto pachistani.


 


Gli inquirenti contano circa 300 terminali ‘hawala’, con sportelli clandestini a Barcellona, Tarragona, Lleida, Bilbao, Santander, Valencia e Madrid, la cui opacità è utilizzata dallereti della jihad per contribuire con propri donativi a sostenere il Califfato islamico.
Ed è anche il canale utilizzato per far arrivare in Spagna, dagli accampamenti al nord della Siria, le paghe dei combattenti della Jihad di nazionalità spagnola.
I servizi di informazione stimano che siano un centinaio i giovani, in gran parte di origine marocchina, che si sono uniti all’Isis, dei quali una quindicina morti in azioni suicide contro l’esercito siriano di Bashar al Assad.


 


“Con una telefonata si possono inviare 3.000 euro in Pakistan nel giro di minuti. I così detti ‘hawaladars’ sono uomini di onore che mantengono l’impegno con l’invio di rimesse”, assicura Juan Carlos Galindo, esperto nella prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.
“I mediatori si incaricano di far arrivare il denaro senza lasciare traccia. La fiducia è fondamentale e, se qualcuno è intercettato dalla polizia per attività illecite, non rivela in nessun caso il nome del cliente”.    Con origini antichissime in Cina, il sistema si è esteso – a margine dei circuiti bancari internazionali – in ogni angolo del pianeta.
Gli esperti sostengono che in Spagna operano fra i 200 e i 300 intermediari, in gran parte nella comunità pachistana in Catalogna.    A livello globale, la catena hawala muove oltre 200 miliardi di dollari l’anno, che sfuggono a ogni controllo di forze di sicurezza. Secondo le stime dell’Onu, oltre il 25% delle transazioni bancarie in Medio Oriente è opaco.  In Spagna, Khalid Sheikh Mohamed, cervello degli attacchidell’11 Settembre, utilizzò vari ‘hawaladars’ a Logroso e Barcellona.


 


E due pachistani residenti nel quartiere del Raval, a Barcellona, Ali Gujar e Mohammad Afzaal, entrambi arrestati, inviarono denaro alla cellula che assassinò nel 2002 il giornalista del Wall Street Journal, Daniel Pearl (nelòla foto a sinistra) , sequestrato e ucciso da Al Qaeda. Dallo stesso call center, di proprietà di Mohammad Choundry, vennero trasferiti 18 milioni di euro in soli 15 mesi, assicurano le fonti dell’intelligence a El Pais.
La Spagna è terreno di reclutamento dei combattenti, ma anche uno dei paesi dai quali lo Stato Islamico riceve finanziamenti. E non da oggi: già nel 4 ottobre 2004, un dispaccio segreto dell’ambasciata degli Stati Uniti a Madrid informava Washington che la Spagna era un importante centro finanziario della jihad in Afghanistan e in Iraq.

foto: Ansa, web, 100mcx Tips,

4 febbraio 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it

CASO MARO' - Il Presidente, i marò e le due trattative

Applaudito il riferimento del neo inquilino del Colle ai fucilieri a Dheli. È la svolta L’India propone: processo rapido e rientro oppure scuse (soldi) e sentenza a Roma

Camera dei Deputati - Giuramento del Presidente della Repubblica

«Occorre continuare a dispiegare il massimo impegno affinché la delicata vicenda dei due nostri fucilieri di marina trovi al più presto una conclusione positiva, con il loro definitivo rientro in Patria»: il presidente della Repubblica e Capo delle Forze Armate, Sergio Mattarella, al netto delle frasi di rito, nel discorso di insediamento, mette in cima alle priorità del suo mandato Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marinai del Battaglione San Marco ingiustamente accusati, in India, della morte di due pescatori in un misterioso incidente avvenuto in acque internazionali. L’intenzione è quella di riportarli a casa al più presto, indiscrezioni rivelano che per i due militari, che hanno fatto il loro dovere di soldati della pace, il processo sarebbe inevitabile: o in India o in Italia.
Sergio Mattarella segna così un cambio di rotta, rispetto al precedente inquilino del Quirinale, per quello che riguarda i due marò che, come tutti gli italiani dispersi «in terre difficili e martoriate» devono fare ritorno al più presto in Patria. Napolitano, invece, era stato più volte criticato per aver «dimenticato», nei suoi discorsi, Latorre e Girone.
A molti osservatori la vicenda, a questo punto, sembra giunta ad una possibile soluzione, ad una vera svolta. L’impegno del Capo dello Stato e del governo è per riportare stabilmente sul suolo italiano i due marò: uno, Latorre, attualmente in convalescenza e riabilitazione nella sua casa di Taranto, l’altro, Girone, ancora agli «arresti domiciliari» nella sede diplomatica italiana a New Delhi. Le trattative riservate, alle quali più volte l’esecutivo ha fatto riferimento, avrebbero portato a due possibili ipotesi. Ben lungi l’India dal voler riconoscere l’illegittimità della sua azione che ha portato alla reclusione di due militari in missione internazionale antipirateria, Latorre e Girone potrebbero tornare in Italia dopo un processo, in tempi rapidi, in India. L’altra possibilità è che i due marò vengano sottoposti ad un procedimento in Patria, in un processo di estremo rigore, certamente non una farsa, al quale dovrebbe partecipare, in qualche modo, anche l’India.
In ogni caso Nuova Delhi vorrebbe delle scuse ufficiali per l’incidente, mai chiarito, avvenuto nel Mare Arabico e una sorta di «ammissione di colpa», con scuse, da parte dell’Italia. Il che porterebbe in qualche modo ad uno sblocco del braccio di ferro tra i due governi, ma di certo non piacerebbe a Latorre e Girone che, da militari, hanno sempre assicurato di non aver mai aperto il fuoco contro l’imbarcazione, ma di aver sparato (se proprio di quel peschereccio si trattava) in aria e in acqua. Si starebbe trattando anche sul pagamento di una somma in denaro a titolo risarcitorio, che si aggiungerebbe ai soldi, già versati dal governo Monti alle famiglie nei giorni successivi all’incidente. Il caso nasce il 15 febbraio del 2012 e ad aprile i marò erano dietro le sbarre, nel carcere di Trivandrum, capitale dello stato federale del Kerala. Nella speranza di risolvere rapidamente la complicatissima situazione l’esecutivo decise di «dare un aiuto» agli eredi dei due pescatori misteriosamente uccisi: venti milioni di rupie in totale, da suddividere tra le due famiglie, circa 300mila euro. Una «donazione», per il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, un «risarcimento», secondo gli avvocati indiani. La cosa non solo non risolse il caso, ma lo complicò.
Le parole di Sergio Mattarella, ieri, hanno comunque riscosso soddisfazione. Alla standing ovation dopo il discorso alla Camera sono seguiti i commenti soddisfatti di Elio Vito e Maurizio Gasparri (FI); un ringraziamento è arrivato anche via Facebook dal marò Latorre: «Grazie presidente», spero di avere «l’onore ed il piacere di stingergli la mano».
 
Antonio Angeli- 4 febbraio 2015
fonte: http://www.iltempo.it

Moriremo di sinistra e democristiani


quirinale 

La spe­ran­za, anche mi­ni­ma, di ve­de­re un gior­no al Qui­ri­na­le un uomo di de­stra è una spe­ran­za de­sti­na­ta a spe­gner­si nei mec­ca­ni­smi delle no­stre isti­tu­zio­ni che non coin­vol­go­no il po­po­lo ita­lia­no nella scel­ta del loro mas­si­mo rap­pre­sen­tan­te e nel con­di­zio­na­men­to ideo­lo­gi­co del­l’i­ta­lia­no medio che lo in­du­ce a pen­sa­re, no­no­stan­te tutto, che si­ni­stra è bene e de­stra è male.
Mo­ri­re­mo di si­ni­stra e de­mo­cri­stia­ni. Que­sta è la ve­ri­tà. Dal 1963 a oggi, il cen­tro-si­ni­stra ha go­ver­na­to per 42 anni su 52, e non c’è al­cu­na ra­gio­ne con­cre­ta che non possa farlo per altri 52 anni. Qual­cu­no, leg­gen­do, po­treb­be però obiet­ta­re che in quei cin­que de­cen­ni i co­mu­ni­sti sta­va­no al­l’op­po­si­zio­ne. Vero, ma al loro posto c’e­ra­no i so­cia­li­sti. E non si può certo af­fer­ma­re che il PSI non era di si­ni­stra e non di­ce­va cose di si­ni­stra.
La ve­ri­tà è che la de­stra non ha mai go­ver­na­to, per­ché la DC non era de­stra e per­ché non era de­stra nean­che il ber­lu­sco­ni­smo, chec­ché qual­cu­no dica il con­tra­rio. Del resto, nei go­ver­ni ber­lu­sco­nia­ni c’era sem­pre quel­la vena si­ni­stra e so­cia­li­sta che pul­sa­va sotto sotto e che ren­de­va le po­si­zio­ni del­l’as­se­ri­to cen­tro­de­stra am­bi­gue e on­di­va­ghe, so­prat­tut­to sui temi etici. E poi non di­men­ti­chia­mo il ruolo degli ex DC nelle file dei ber­lu­sco­nes.
Do­ma­ni ci ri­tro­ve­re­mo nuo­va­men­te sul Colle un uomo di cen­tro­si­ni­stra, un uomo della vec­chia DC, cor­ren­te di si­ni­stra. Al di là del ri­spet­ta­bi­le cur­ri­cu­lum vitae di Ser­gio Mat­ta­rel­la (che po­treb­be anche ri­ser­var­ci qual­che gra­di­ta sor­pre­sa), gli ita­lia­ni avreb­be­ro me­ri­ta­to un pre­si­den­te della re­pub­bli­ca di de­stra, ma­ga­ri un li­be­ra­le che fosse in grado, con la sua au­to­re­vo­lez­za, di te­ne­re testa a Bru­xel­les. Pur­trop­po però non è stato così. Chi go­ver­na oc­cu­pa tutte le ca­sel­le. E di que­sto Renzi ne è pie­na­men­te con­sa­pe­vo­le.

Pubblicato da Davide Mura il

03/02/15

Mattarella: «incoraggiare azione Forze dell'ordine. Forze armate strumento di pace»





Roma, 3 feb - «Dobbiamo incoraggiare l'azione determinata della magistratura e delle forze dell'ordine che, spesso a rischio della vita, si battono per contrastare la criminalità organizzata».

«Alle Forze Armate, sempre più strumento di pace ed elemento essenziale della nostra politica estera e di sicurezza, rivolgo un sincero ringraziamento, ricordando quanti hanno perduto la loro vita nell'assolvimento del proprio dovere».
«Occorre continuare a dispiegare il massimo impegno affinché la delicata vicenda dei due nostri fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trovi al più presto una conclusione positiva, con il loro definitivo ritorno in Patria».
Questo il passaggio deferente nei riguardi degli operatori del comparto Sicurezza e Difesa che il neo eletto Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rivolto al Parlamento e, per estensione, a tutto il popolo italiano.
Una speciale sottolineatura è stata dedicata alla vicenda dei due Fucilieri di Marina.
In occasione dell’insediamento del neo Presidente della Repubblica, on. Sergio Mattarella, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, capo di stato maggiore della Difesa, ha inviato il seguente messaggio:
«Signor Presidente voglia gradire le più vive congratulazioni per la sua elezione a Capo dello Stato e Comandante supremo delle Forze Armate. Certi di trovare nella sua persona un costante sicuro riferimento e una guida illuminata nell’assolvimento del complesso quotidiano impegno al servizio della pace e della difesa dei valori supremi, le donne e gli uomini delle Forze Armate si uniscono nell’augurarle ogni successo per il bene della Nazione».

3 febbraio 2015
fonte: http://www.grnet.it/

BASTIAN CONTRARIO (Con voglia di scherzare) L’elezione di Mattarella è la ‘sconfitta’ di Renzi



 

Come la ministra Boschi in tv che depenalizza la frode fiscale in percentuale: tre mele o tre miliardi cambia?

Nessuno ha capito nulla sulla elezione di Sergio Matterella alla Presidenze della Repubblica. Ma che vittoria di Renzi o sconfitta di Berlusconi! È Renzi il vero sconfitto, sostiene un originale sociologo sull’ Huffington Post. Curiosità da Bastian contrario e voglia di alleggerire col sorriso
Eugenio Scalfari e gli editorialisti del Corriere della Sera e della maggior parte dei quotidiani italiani (a parte quelli di Mediaset, con Maurizio Belpietro ringhioso contro Berlusconi, perché ha fatto vincere Renzi) non hanno capito niente dell’elezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica.
Il sociologo Mario Salisci, sull’ Huffington Post, spiega con lapidaria certezza che l’elezione di Mattarella è “la prima (grande) sconfitta di Matteo Renzi”. Al Bastian contrario qui non interessa certamente “difendere”, ma soltanto capire il “com’è andata”.
Salisci indica le prove della sconfitta di Renzi: le lacrime della Bindi, la tranquillità di Bersani, la soddisfazione di Vendola e di Enrico Letta. E aggiunge, con immancabile certezza: “Mattarella è il presidente scelto dalla sinistra Pd in accordo con Sel”.

huffington-post-

Chi è questo Salisci? Si dichiara sociologo “collaboratore” dell’università di Genova, autore di un (senza dubbio fondamentale) libro su Padre Pio e di una conferenza ad Alassio (il 27 agosto 2013) su “Il Regno di Dio è in mezzo a voi”.

Belu telefono

Il lettore non deve per forza condividere l’opinione del Bastian contrario su questo autore di un libro su Padre Pio che spiega siccome e perché nella vicenda dell’elezione del presidente della Repubblica c’è un solo sconfitto, Renzi.
Però è curioso un fatto: sull’Huffington Post tutti gli articoli/editoriali vengono commentati dai lettori (con una prevalente maggioranza di “grillini” M5S). Dopo due ore che è apparsa l’analisi dell’esperto di Padre Pio non ce n’è uno. Ma come? Devo scriverlo io per non farlo sentire solo?
Daniele Protti - 
fonte: http://www.remocontro.it

Cene e intrighi: dietro Mattarella la mano degli ex Dc

 
Come si è arrivati all'elezione di «Sergiuzzo» al Colle, il ruolo di Guerini, Fioroni e Valiante

TIZIANA FABI / Stringer

E’ forse stancante ripetere che la Democrazia Cristiana è tornata al potere dopo l’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica italiana. Eppure le modalità con cui si è arrivati sabato 31 gennaio a eleggere un capo dello Stato dal passato nella sinistra Dc sanno molto di prima repubblica, di plastica rappresentazione del potere, che, come diceva Giulio Andreotti, «logora chi non ce l'ha». Eppure i protagonisti di questa storia hanno dimostrato di averlo, forti anche dalle esigenze di riportare un presidente nelle grazie di un Vaticano diverso, dove siede Papa Francesco e dove la Cei ha sempre meno influenza. Sono state manovre in «odore di santità», in sostanza. Sono stati soprattutto i cattolici, di entrambi gli schieramenti, sia nel centrodestra sia nel centrosinistra, a convincere il premier Matteo Renzi a portare avanti la candidatura di Mattarella. I retroscena raccontano di cene e incontri in corso da settimane per lavorare ai fianchi il segretario del Partito Democratico, che in un primo momento pareva essere orientato di più su Giuliano Amato, un laico, ex socialista, nelle grazie del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Lo stesso si può dire di Napolitano, del resto: anche lui preferiva il Dottor Sottile, anche lui si è fatto convincere a puntare su Mattarella

Il Vaticano vorrebbe un presidente della repubblica vicino alla chiesa

Bisogna quindi tornare al 14 gennaio per capire come si è snodata la strategia dei cattolici piddini, perché «Sergiuzzo» è uno di loro, è una «loro» vittoria. Il 14 gennaio è mercoledì. Renzi a palazzo Chigi è ancora convinto di stringere un accordo con Berlusconi, per tenere fede al patto del Nazareno. La sera, al ristorante “Scusate il ritardo” in piazza della Rotonda, viene organizzata una cena dal pivot del gruppo degli ex popolari, il portavoce di Amicidem Simone Valiante. Partecipano in 57, anche se di questi quattro almeno arriveranno in ritardo. Nasce lì, a pochi metri dal Pantheon il primo tentativo di far eleggere un ex democristiano al Quirinale, il primo dopo vent'anni: l'ultimo fu Oscar Luigi Scalfaro. Il piatto vero di quella cena è che per arrivarci serve la benedizione di Beppe Fioroni e Lorenzo Guerini, in particolare del secondo, il Gianni Letta 3.0 del presidente del Consiglio. A questo punto l'azione di Fioroni e degli ex popolari si fa più forte. Palazzo San Macuto, sede della commissione d'inchiesta sul caso Moro (presieduta appunto da Fioroni) diventa il punto di riferimento e snodo per gli ex dc. Nel via vai di quei giorni si rivedono facce apparentemente dimenticate come l'ex ministro siciliano Totò Cardinale, «l’uomo senza cariche che tiene in mano il Pd siciliano».

Montecitorio Camera dei Deputati

Iniziano così a muoversi i colonnelli ex Dc del Pd. Sondano gli umori anche della sinistra sul nome di Mattarella. È un strategia combinata. Perché nel frattempo, messaggi diretti e indiretti da parte di Fioroni, AmiciDem e l'area ex popolare giungono a palazzo Chigi: "Caro Matteo, Amato non è il candidato tuo e di Berlusconi ma il candidato di Berlusconi, D'Alema e Bersani. Se lo fai eleggere non avrai garanzie. Occorre qualcuno più autonomo, sia nei confronti dell'opposizione interna del Pd sia nei confronti di Berlusconi. Amato non è l'uomo giusto. Sergiuzzo sì". In questo quadro risultano decisivi il rapporto di fiducia totale che unisce Guerini e Renzi, la regia di Fioroni e la mobilitazione di Valiante. Siamo a lunedì scorso, lunedì 26. Nel frattempo anche Dario Franceschini, dopo la famosa cena allo "Scusate il ritardo", si è convinto e decide di cambiare orientamento e di non sostenere più la candidatura di Amato (inizialmente presa in considerazione da Renzi). Promuove anche lui con Fioroni, Valiante e Guerini il nome di Mattarella.
Intanto Renzi incomincia a pensarci seriamente, tanto da chiamare Mario Mauro di Popolari per l'Italia per farsi raccontare un po' del passato del giudice costituzionale. Il vento sta cambiando. La mossa viene intercettata dai cattolici di Nuovo Centrodestra e quindi di rimando dallo stesso Silvio Berlusconi. «Gira voce che Renzi potrebbe virare su Mattarella». C’è scompiglio a palazzo Grazioli. Tanto che con l’ex Cavaliere si fanno subito sentire due vecchie volpi della politica italiana come Claudio Scajola e Altero Matteoli. «Silvio, vota Mattarella dalla prima chiama, rendilo il tuo candidato e spariglia le carte o almeno farlo dalla quarta votazione». Ma Silvio non ci sente. Il resto è storia di questi giorni. Con l’incontro tra Renzi e Berlusconi che finisce con il Rottamatore vincente e determinato, quindi le giravolte di giovedì e infine la capitolazione di sabato 31 gennaio.


Ora, tra l’ex Cavaliere e Ncd c’è solo da leccarsi le ferite. La spaccatura tra gli alfaniani è molto più larga di quanto non si pensi. Alfano ha ceduto per timore di perdere il dicastero dell'Interno, ma si è alla fine fatto persuadere anche da due argomenti che lo hanno convinto: la sicilianità (conterraneo di Mattarella, primo capo dello stato espresso dall'Isola) e la democristianità. Avrebbe potuto farlo prima, ma l’abbraccio di Berlusconi anche in vista delle prossime tornate elettorali deve aver avuto la meglio in un primo momento. I malumori adesso sono tutti provenienti dall'area ex socialista ed ex Alleanza Nazionale, da Maurizio Sacconi fino a  Sergio Pizzolante.  
E infine si fa sempre più delicata la situazione dentro Forza Italia. Raffaele Fitto potrebbe avere buon gioco ad accelerare ogni operazione per raccogliere la maggioranza del gruppo parlamentare e sul territorio in vista delle regionali. C'è chi parla con insistenza di una saldatura tra i parlamentari fittiani e deputati e senatori lombardi che provano malessere per la conduzione Gelmini-Toti. Se ciò fosse confermato, Fitto controllerebbe più del 50% dei gruppi parlamentari azzurri e di fatto diventerebbe lui il leader di Forza Italia in Parlamento. Ma questa è un'altra storia.

Alessandro Da Rold - 1 febbraio 2015