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20/09/14

La doppia morale di Renzi e dei Pdioti





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20 settembre – Tiziano Renzi, il padre del non eletto presidente del Consiglio, è indagato dalla Procura di Genova per bancarotta fraudolenta nell’ambito dell’inchiesta condotta dai pm Marco Ayroldi e Nicola Piacente sul fallimento, avvenuto nel 2013, della società di distribuzione Chil Post. La vendita della società, effettuata dal signor Tiziano nel 2010, sarebbe ritenuta dai giudici fittizia e, come a dimostrare che si tratterebbe di un equivoco, Tiziano Renzi ha evitato di dilungarsi in commenti e si è limitato a dire: “”Ne prendo atto, ringrazio la magistratura, è un atto a mia tutela, ma essendo io indagato non posso dire niente. Appena avrò tempo, a dimostrazione di quanto sono preoccupato, farò un comunicato stampa”.
Tuttavia il fatto fa notizia, non solo perché riguarda il padre de ‘vado al governo solo se eletto’, ma anche perché, parliamoci chiaro, non è certo edificante il fatto che suo padre abbia ceduto la società all’imprenditore Massone, suo socio all’1% e ovviamente anch’esso indagato insieme ad Antonello Gabelli, dopo aver avuto cura di svuotarla completamente e di lasciarla senza aver onorato i debiti che avrebbe dovuto pagare.


Per giunta si tratta della società di cui Matteo Renzi è stato titolare insieme alle sorelle e di cui, proprio prima di candidarsi alla presidenza della Provincia di Firenze, – guarda caso – ha pensato bene di cedere le proprie quote col preciso scopo di poter essere poi assunto nel 2003, sempre come co.co.co. ma figurando come dirigente, condizione creata ad hoc per percepire astutamente i contributi previdenziali pagati, neanche a dirlo, dalla collettività.
Ricordiamo che Renzi è stato accusato di aver sperperato circa 30 milioni di euro durante la presidenza della Provincia di Firenze. Pertanto, lasciateci almeno dire che la doppia morale di Matteo Renzi e della sua famiglia sia molto, ma molto discutibile.
Ovviamente silenzio bolscevico nel Pd, mentre dall’alleato di governo NCD, i Nuovi Comunisti Democratici, sono arrivate a profusione le dichiarazioni di solidarietà all’ebetino, alle quali si sono aggiunte anche quelle di alcuni esponenti (come ad esempio Maurizio Gasparri) di quella che in teoria dovrebbe essere l’opposizione, ma che in realtà sono commensali alla stessa tavola e mangiano alle spalle degli italioti che ancora credono a questi cialtroni, parassiti, indagati, imputati, condannati, ladri e corrotti permettendo a questo governo abusivo di stare in piedi.

Armando Manocchia - 19 sett 2014
fonte: http://www.imolaoggi.it




19/09/14

CASO MARO' - Prato, in viaggio per l’Italia ingabbiati e travestiti da marò



L’iniziativa di Claudio Morganti, ex deputato e leader del movimento “Io cambio” : «Sono servitori dello Stato e sono trattenuti ingiustamente in India»


 



PRATO. Il viaggio in giro per l’Italia che vuole sensibilizzare l’opinione pubblica per far tornare a casa i marò parte da Prato. E’ iniziato venerdì a mezzogiorno da piazza Mercatale ed è organizzato dall’associazione “La Martinella”, “Il popolo della vita – Trifoglio” e dal movimento “Io cambio”. Sarà un tour che andrà avanti fino al 27 settembre da Nord a Sud con un furgone dove nel cassone dentro una gabbia di ferro ci saranno due persone in tuta mimetica che vogliono rappresentare i due marò ancora in India dal 2012.
Uno di loro Massimiliano Latorre, da pochi giorni, è stato fatto rientrare (solo per poco tempo) in Italia in seguito ad un ictus, mentre Salvatore Girone è ancora detenuto in India. Chi si farà tutto il giro sarà l’autista del mezzo insieme a Claudio Morganti, ex eurodeputato e leader del movimento “Io cambio” che anche nell’inizio del tour era a bordo del furgoncino dentro la gabbia insieme ad un altro uomo. Entrambi con mimetica e incatenati.
«I marò sono due servitori dello Stato – spiega Morganti – e sono trattenuti ingiustamente in India, loro hanno fatto il loro dovere, quindi ecco che faremo questo giro dello Stivale alla ricerca della dignità perduta per sensibilizzare su questa cosa l’opinione pubblica. Noi – termina Morganti - stiamo con i marò”.
Due tappe di questo viaggio toccheranno anche la Puglia. Scontata è la domanda a Morganti se incontrerà Latorre.«“Questo non lo so – spiega – di sicuro mi metterò in contatto con la figlia». Il viaggio parte, dunque, da Prato dove farà tappa anche nei prossimi giorni. Prima città che verrà toccata è Caorle, poi Trieste quindi Verona. Il percorso proseguirà a Verona, Reggio Emilia, Sassuolo, Prato, Viareggio, Livorno, Firenze. Poi toccherà Roma, Napoli ed infine Brindisi e Bari.

di Azelio Biagioni - 19 SETT 2014
fonte:  http://iltirreno.gelocal.it


 

L’OCCIDENTE SI SVEGLIA: trenta Paesi si alleano per aiutare l’Iraq a contrastare l’ISIS.






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Ventinove Paesi, tra cui le cinque potenze del Consigli di Sicurezza dell’ONU ed i Paesi del Golfo Persico, con l’esclusione dell’Iran, si sono incontrati, lunedì 14 Settembre, a Parigi per appoggiare il Governo dell’Iraq contro i jihadisti dell’ISIS, con tutti i mezzi necessari, inclusa l’opzione militare.
All’orizzonte, quindi, si intravede una nuova massiccia campagna di bombardamenti aerei in cui gli Stati Uniti avranno il comando delle operazioni.
Sempre lunedì, l’aeronautica francese ha effettuato i primi voli di ricognizioni per stendere delle mappe degli obbiettivi che colpirà dalla sua base di Dubai, dove sono attualmente dislocati sei caccia Rafale, pronti ad attaccare l’ISIS nei prossimi giorni.
Il Presidente Hollande, ha proposto a tutti i membri della riunione, di includere, nella lotta al terrorismo, una soluzione direttamente nel luogo dove l’ISIS è nato: la Siria.
A tal proposito, Hollande, ha richiesto di appoggiare maggiormente la forza di opposizione democratica siriana, un soggetto politico su cui, la settimana scorsa, il quotidiano francese Le Figaro ironizzava definendolo “una specie in pericolo di estinzione”.

Guardiamo in faccia alla realtà: l’ISIS è il prodotto diretto e naturale dei disastri del prematuro ritiro delle truppe americane dall’Iraq, fortemente voluto da Obama, e degli ultimi interventi militari in Siria e Libia, in cui vi è stata la palese responsabilità dell’Occidente e gli ingenti finanziamenti dei regimi “amici” del Golfo Persico.
Ma è anche il risultato della ”diplomazia dell’esclusione” ossia di una politica internazionale che tende a non aprire il dialogo verso Paesi “segnalati” e ch contraddice l’essenza stessa della diplomazia.
In un’intervista con la radio francese, il presidente iracheno ha dichiarato “molto probabilmente alcuni dei paesi riuniti a Parigi hanno finanziato lo Stato islamico”.
Questa conferenza parigina è stata anche occasione per intraprendere colloqui segreti tra Russia, Germania e Francia in merito alla questione ucraina: non si esclude un buon risultato di Putin in cambio dell’appoggio russo contro l’ISIS.

E mentre 29 Paesi si coalizzano contro i jihadisti, la Turchia, dapprima titubante, ha dichiarato al Segretario Americano John Kerry ed al Segretario alla Difesa Chuck Hagel, che non concederà le proprie basi aeree per bombardare il Califfato islamico, almeno in via ufficiale. Erdogan sta apertamente dimostrando al mondo che il miglior alleato dei terroristi operanti in Siria ed Iraq non è solo il Qatar ma anche la Turchia, quella Turchia che sta abbandonando la laicità per abbracciare leggi sempre più degne di uno stato teocratico, quella Turchia che sta guadagnando dalla guerra civile in Siria e che allo stesso tempo finanzia l’ISIS attraverso il contrabbando di greggio che avviene al confine turco-siriano, quella Turchia, che tanti vorrebbero paese membro dell’Europa e che nell’ultima settimana ha assistito inerme all’attraversamento del confine siriano di 53 famiglie, emigrate per unirsi all’ISIS.

Gian Giacomo William Faillace - 17 settembre 2014
fonte: http://www.lacritica.org 



 

LO TSUNAMI GIUDIZIARIO - L’inchiesta che punta al premier e quelle contro i renziani doc





Sono passati 20 anni da quell’avviso di garanzia recapitato, con precisione chirurgica, a Silvio Berlusconi

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Sono passati 20 anni da quell’avviso di garanzia recapitato, con precisione chirurgica, a Silvio Berlusconi che a Napoli presiedeva il vertice internazionale del G7. Dopo cinque lustri anche la sinistra italiana si accorge che forse la «giustizia a orologeria» esiste davvero; che probabilmente, quando il Cavaliere diceva che certa magistratura agisce politicamente, non aveva tutti i torti; e soprattutto che chi tenta di riformare la giustizia in Italia, magari riducendo le ferie dei magistrati, mettendo un tetto ai loro stipendi o introducendo una seria responsabilità civile, non può dormire sonni tranquilli. Se ne accorgono, ora, anche giornalisti di peso che per anni hanno rifiutato l’assunto, come Vittorio Zucconi, di Repubblica, che dopo l’avviso di garanzia recapitato al padre di Matteo Renzi, twitta: «Indagato il padre di Renzi. Le colpe dei figli ricadono sui padri. Mai toccare le ferie al dipendente pubblico. Matteo, ti avevo avvertito». Benvenuto fra noi.

Ma che le pretese del premier verso la magistratura stessero per produrre uno sconquasso politico-giudiziario lo si poteva intuire già da qualche tempo. I segnali, infatti, c’erano tutti. Il primo. Matteo Richetti , deputato del Partito democratico, e Stefano Bonaccini , responsabile Enti locali, entrambi in corsa per le primarie del centrosinistra in Emilia Romagna, vengono indagati per peculato nell’inchiesta sulle «spese pazze» in Regione. Risultato: il primo si ritira, il secondo resiste. Nelle stesse ore la magistratura si fa viva anche sul versante politico-economico, mettendo sotto inchiesta Claudio De Scalzi , amministratore delegato dell’Eni, indagato per una presunta mazzetta da un miliardo di euro relativa all’acquisizione di un giacimento petrolifero in Nigeria. Un caso, questo, in grado di far «risvegliare» il garantismo di Renzi, che così difende De Scalzi: «L’avviso di garanzia non può costituire un vulnus all’esperienza professionale di una persona». Che l’«accerchiamento» fosse in atto era evidente anche da come l’attenzione delle toghe si stesse concentrando intorno al «bersaglio grosso», cioè lo stesso Renzi. Un fascicolo, infatti, è aperto sulle spese della Provincia di Firenze e riguarda gli anni in cui a presiederla era proprio lui. Si tratta di presunti sperperi di denaro pubblico con fatture pagate all’impresa di un amico dello stesso Renzi.

Ma la procura indaga anche sulla casa data in prestito gratuito all’allora sindaco di Firenze e pagata per molto tempo dal suo amico e procacciatore di finanziamenti Marco Carrai . Ieri il procuratore ha spiegato che sul caso sono in corso accertamenti e indagini. Non è tutto, perché il 24 settembre Renzi dovrà tornare davanti ai giudici della Corte dei conti per rispondere di sue presunte responsabilità, che avrebbe compiuto sempre in qualità di presidente della Provincia, per la nomina, ritenuta anomala, di quattro dirigenti. «Bersaglio grosso» a parte, a fine luglio il deputato renziano Francantonio Genovese , che aveva ottenuto gli arresti domiciliari dopo essere stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere e truffa, è stata rispedito in carcere dai giudici di Messina. E ancora. Poche settimane fa sulla Regione Marche si è abbattuto un ciclone giudiziario, con 41 consiglieri e parte della giunta indagati per peculato. Sotto inchiesta anche il presidente Gian Mario Spacca . Più a Sud, in Calabria, un renziano doc come Demetrio Naccari Carlizzi , consigliere regionale Pd, rischia nei prossimi giorni il rinvio a giudizio per aver tramato dietro le quinte allo scopo di far vincere alla moglie un concorso all’ospedale di Reggio Calabria. È già stato rinviato a giudizio, invece, un altro fedelissimo di Renzi, Michele Mazzarano , consigliere regionale Pd in Puglia, accusato di finanziamento illecito e millantato credito. Per lo scandalo dei fondi del gruppo del Partito democratico alla Regione Lazio, sono invece indagati a Rieti quattro ex consiglieri regionali democrat. Le accuse, che pesano sull’ex capogruppo alla Pisana, Esterino Montino , e sugli ex consiglieri regionali Enzo Foschi , Mario Perilli e Giuseppe Parroncini , vanno dal peculato al falso.

Lu. Ro. 19 settembre 2014
fonte: http://www.iltempo.it/politica/

La jihad banditesca sul Mediterraneo. L’incubo Libia

Le tentazioni francesi di un nuovo intervento militare sui fatti interni e lo jihadismo armato che trova spazi

L’emergenza libica e il rischio contagio per il Mediterraneo. Scontri e bombardamenti proseguono ormai da mesi a Tripoli e nella Cirenaica. A Madrid la conferenza internazionale sulla crisi in Libia per parlare di ‘dialogo’. Approccio surreale al caos che travolge il Paese e minaccia i vicini
Diplomazia mediterranea e voglie francesi
In Libia è guerra aperta tra bande armate che si sono fatte eserciti e la diplomazia si inventa un vertice sul «Dialogo» in Libia. Ipocrisia o stupidità? Forse ingenuo atto di fede, mentre la Francia scalda i motori dei propri Mirage per distribuire una seconda rata di sua ‘Grandeur’ ai poveri libici che ha liberato, assieme alla Gran Bretagna di Cameron e con l’aiutino della Nato, dal cattivo ma rimpianto da molti colonnello Gheddafi. Dubbi aperti per i 21 Paesi del Nord Africa e dell’area del Mediterraneo coinvolti, Italia compresa. ‘Stabilizzare la situazione nel Paese’: ma quale situazione?

Member of the Libyan Army special forces who took military action against a militia group that took over public land, holds his weapon, in Benghazi

Il caos disorganizzato
Combattimenti a Tripoli, a Bengasi, ovunque. Scontri all’aeroporto di Bengasi dove da settimane si combattono le truppe dell’ex generale Khalifa Haftar, che difendono la legittimità della Camera dei Rappresentanti insediata a Tobruk, e le milizie islamiste che spalleggiano il Congresso Generale Nazionale (l’ex parlamento) di Tripoli. Secondo Haftar, il suo esercito avrebbe ripreso possesso di alcuni elicotteri e di quattro Mig finiti nelle mani degli islamisti. Si spara a Zuara, importante punto di imbarco per i migranti africani che attraversano la Libia per raggiungere le coste italiane.

Gruppi armati Pro-Hiftar
National Army. Nonostante il suo nome, l’Esercito Nazionale è un gruppo armato nazionalista controllato da Khalifa Haftar, piuttosto che esercito nazionale della Libia. Esso affonda le sue radici agli esuli addestrati in Ciad dagli Stati Uniti per combattere contro Gheddafi nel 1980. Il gruppo si trasferì negli Stati Uniti e dispersi, ma ri-formata per aiutare a combattere la rivolta contro Gheddafi nel 2011. È composto da combattenti non islamici. Haftar sostiene che la sua missione è quella di sciogliere il vecchio Congresso, etichettato come islamista, e di distruggere i “terroristi”.


Le forze regolari
Il piccolo esercito e l’aviazione libici che rimanevano hanno per lo più disertato a favore di Haftar. Le Forze armate della Libia nel 2011 hanno combattuto su entrambi i fronti, pro e contro Gheddafi. Da allora l’esercito è formalmente in ‘ricostruzione’. Le principali unità si trovano nella zona est con forze speciali che hanno combattuto contro le milizie islamiste per più di un anno. Gli ufficiali dell’ esercito accusano Congresso di aver stornare fondi dalle forze regolari per le milizie islamiste. La defezione della forza aerea ha dato Haftar la chiave del successo, con gli attacchi aerei sulle milizie.

Milizie di Zintan
Sono la seconda forza armata più potente in Libia, dopo Misurata, hanno la loro base in montagna, a Nafusa, 144 km a sud ovest di Tripoli. Zintan è stato uno dei tre fronti della rivolta dopo di che è salito a Tripoli, costituendo diverse basi in città e controllando l’aeroporto internazionale. La milizie Zintan si sono spesso scontrate con altre milizie cittadine con avversari su entrambi i fronti. Il 18 maggio, dopo che le forze di Hiftar avevano attaccato Bengasi, due milizie Zintan avevano preso d’assalto l’edificio del congresso a Tripoli. Da allora hanno stabilito le posizioni in gran parte del sud-ovest di Tripoli, dotati di artiglieria e carri armati. Sono dotati di artiglieria e di carri armati.

Gruppi armati Pro-Congresso
‘Libia rivoluzionari Joint Operations camera’ (LROR), sigla complessa per rappresentare un gruppo ‘ombrello’ di milizie islamiste con forti affiliazioni tra Fratelli Musulmani. Nemici dichiarati di Haftar quindi. ‘Combattenti estremisti’, è la definizione del generale amico degli Usa, accusati di “aver condotto il paese in un tunnel buio, fatto di oscurantismo e takfir (empietà), con combattenti provenienti dal mondo arabo e non solo”. Lo scorso ottobre, le unità LROR avevano rapito l’ex primo ministro Ali Zaidan. LROR ha recentemente lanciato razzi sulla sede delle forze aeree .

Libiawar carro bimbi 600

Ansar al-Sharia
Gli Stati Uniti accusano ‘Ansar al-Sharia’ per l’assalto al consolato americano a Bengasi, che ha ‘provocato la morte di ambasciatore Chris Stevens nel 2012. E’ la prinvipale formazione quaedista-jihadista in Libia, con la missione dichiarata di stabilire un califfato nel Paese. A differenza degli altri oppositori di Gheddafi nella ‘Libia Shield’ rifiuta di riconoscere il governo costituzionale. Da allora, è cresciuto a Bengasi con programmi sociali ed educativi oltre al suo braccio armato. Le sue unità stanno combattendo contro le unità dell’esercito regolare e le forze pro-Haftar da molti mesi.

Brigate Misurata
Sono 235 ‘brigate’ della milizia di Misurata, la più potente forza armata in Libia che si era formata nella città durante i sei mesi di assedio durante la rivolta. Le ‘brigate’ possiedono armi pesanti, carri armati, camion lancia razzi e sono la forza decisiva nella partita finale tra Haftar e gli islamisti. Attualmente molti leader ‘Misratan’ sarebbero vicini ad alcuni islamisti nel Congresso. Le brigate sono responsabili del massacro -novembre scorso- di 43 civili nel quartiere di Gharghour, a Tripoli. La discesa in campo di Haftar ha visto Misurata divisa e le brigate in difficoltà nelle alleanze tra bande.

fonte: http://www.remocontro.it

18 settembre 2014
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.......e per non dimenticare il gran capolavoro:
       26 aprile 2011

"«L’ulteriore impegno dell’Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di Difesa da me presieduto, e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento», ha detto precisamente Napolitano."


18/09/14

Greta e Vanessa, l'Italia ha deciso: pagherà il riscatto per le due ragazze italiane







I contatti sono avvenuti discretamente durante l’estate. Colloqui riservati su cosa stava avvenendo in Iraq e Siria e le prime informazioni sulla situazione degli ostaggi italiani. Da una parte alti ufficiali dell’Aise guidato da Alberto Manenti, dall’altra esponenti del Movimento 5 stelle che siedono nel comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il Copasir. Nel comitato guidato dal leghista Giacomo Stucchi ci sono ben tre parlamentari del movimento di Beppe Grillo. Bito Crimi, Bruno Marton e Angelo Tofalo. Ce ne sono poi tre del Pd (Felice Casson, Roberto Speranza e l’ex dipendente dei servizi segreti italiani Maria Rosa Villecco Calipari), uno di Ncd (Giuseppe Esposito, vicepresidente), uno di Sel (Francesco Ferrara) e uno di Scelta civica (Paolo Vitelli). Ne è clamorosamente escluso invece Forza Italia. I contatti fra gli esponenti a 5 stelle e i vertici dell’Aise sono stati ovviamente riservati. Ma hanno prodotto la prima conseguenza politica: proprio su insistenza dei grillini questa mattina il Copasir ascolterà in seduta segreta il gran capo dell’Aise. Ufficialmente si parlerà di tutto.


Ma il tema vero del confronto con i parlamentari è uno solo: l’esposizione della situazione degli ostaggi italiani in mano all’Isis o a bande siriane, e le possibili soluzioni per giungere alla loro liberazione. L’Aise cercherà di comprendere quale copertura politica c’è per la linea già emersa negli incontri con i 5 stelle: quella sul pagamento dei riscatti per ottenere la liberazione degli ostaggi. Sostanzialmente oggi verrà chiesto in seduta segreta al parlamento un via libera a operazioni che sono già in corso. I servizi segreti italiani sono infatti sicuri di avere trovato i canali giusti per arrivare alla soluzione. In mezzo però c’è quell’ostacolo non da poco: il pagamento dei riscatti richiesti, che ammonterebbero complessivamente ad alcuni milioni di euro.
Un tema sollevato quest’estate proprio da Libero, con il direttore Maurizio Belpietro che ha messo in guardia dai rischi di questa forma umanitaria di finanziamento al terrorismo: pagare il riscatto diventerebbe un incentivo a ripetere il crimine, trasformando l’Italia in ventre molle dell’Occidente, determinando quella che tecnicamente gli esperti di intelligence chiamano pull-effect, effetto spinta. Una sorta di invito a rifarlo. Lo stesso dibattito sta agitando altri paesi e la comunità internazionale, visto che alcuni di loro (la Francia) hanno proceduto con i pagamenti consentendo la liberazione di alcuni ostaggi, e altri (Stati Uniti e Gran Bretagna) no, con le conseguenze che abbiamo tragicamente visto nei filmati dell’orrore dei tagliagole iracheni.


Perplessità sul pagamento esistono anche nella politica italiana. C’è chi pensa sia difficile spiegare l’uso di quelle risorse dello Stato per fare liberare giornalisti e volontari di Ong rapiti all’estero, quando lo stesso criterio non è stato utilizzato (ad esempio) per la salvezza di un cittadino sequestrato sull’Aspromonte. Il governo Renzi sembra orientato a pagare quei riscatti, ma non darebbe il via libera senza coperture politiche molto larghe. Quella dei 5 stelle c’è, dopo che l’Aise li ha convinti che non ci sia altra strada percorribile. Il movimento di Grillo non ha nemmeno fatto mistero di questo ruolo- chiave che si è intestato nella vicenda iracheno-siriana. E in un comunicato ieri ha spiegato: «Abbiamo chiesto l’audizione del direttore dell’Aise Alberto Manenti al Copasir per seguire con attenzione i progressi e gli sviluppi sugli ostaggi italiani. Potremo quindi capire bene le criticità e le azioni poste in essere per salvaguardare l’incolumità dei nostri connazionali. L’esperienza del direttore Manenti è una garanzia di impegno».
Perfino una lode esplicita al capo dei servizi italiani, cosa piuttosto rara in casa 5 stelle. Manenti è capo del servizio solo da luglio, ma già nei mesi precedenti ne era di fatto il reggente operativo insieme al capo delle operazioni Boeri. Sono stati loro a condurre a maggio un’operazione conclusasi felicemente: quella della liberazione di Federico Motka, prigioniero insieme all’inglese David Haines, che poi è stato decapitato dai tagliagole perché David Cameron non ha voluto pagare il riscatto. Molte voci sono circolate su quell’operazione, e la principale è stata proprio quella di un pagamento di riscatto che oscillava fra i 5 e i 6 milioni di euro. Voci rinfocolate dal viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, con le dichiarazioni in cui non ha escluso quei pagamenti.


Il Copasir di oggi potrebbe suggellare quella linea politica che sta a cuore ai 5 stelle e che sembra prediletta anche dai vertici dei servizi italiani. In fondo i più contrari albergano nelle fila di Forza Italia, che in quel consesso non ha rappresentanti formali. Anche all’interno dell’Aise la linea del pagamento del riscatto è ormai prevalente. Quelli più dubbiosi su questa strada sono stati in questi mesi allontanati dal servizio (nove generali dell’esercito e uno della Guardia di Finanza). Tutti e dieci i generali erano stati aggiunti ai servizi all’epoca dei governi di Silvio Berlusconi. Il loro allontanamento pare legato anche alle perplessità avanzate sul ruolo di un ufficiale Aise ex colonnello dei carabinieri inviato in Turchia ad addestrare militanti jihaddisti «buoni», e sull’ospitaòlità concessa ad ufficiali dei servizi segreti degli Emirati Arabi (che hanno avuto un ruolo non secondario nella crescita dell’Isis) in una base militare di Alghero.

18 settembre 2014

di Franco Bechis@FrancoBechis
fonte: http://www.liberoquotidiano.it

L’America Ha un Disperato Bisogno di Guerra

Ve la possono raccontare come vogliono. Ovvero che l’Economia USA “tira”, che il PIL sale, che la disoccupazione ufficiale scende. Ora chiedetevi:
  1. Come mai se la disoccupazione ufficiale scende, il numero di americani senza un lavoro rispetto alla popolazione è ai massimi storici
  2. Come mai se tutto va bene la popolarità di Obama è ai minimi storici
  3. Che genere di “lavoro” si trova in USA, ovvero di che roba è composto il dato mensile di nuovi posti di lavoro creati?
Ma c’è di più e c’è di peggio.
Il Debito Pubblico USA è letteralmente fuori controllo.


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Per darvi un idea è salito di poco più di un triliardo di dollari nei 12 mesi precedenti, e STO PARLANDO del solo debito federale, ovvero escludendo il debito delle municipalità e dei singoli Stati.

Ora state bene attenti:
NON ESISTE PIU’ NESSUNA PROBABILITA’ CHE IL DEBITO PUBBLICO AMERICANO POSSA TORNARE SOTTO CONTROLLO SE NON CON UNA GUERRA
Dalla crisi del 2008, il Debito Pubblico Americano in Assoluto è raddoppiato.
Utilizzando i dati in tempo reale di USdebtClock.org abbiamo un quadro preciso:


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Anzitutto il Debito Pubblico Federale rispetto al PIL è del 105.59%, ma è un parametro falso se confrontato con i metodi di calcolo europei. Perchè si basa solo sul debito pubblico Federale, ed esclude quello di municipalità e Stati, quello che noi chiamiamo Debito delle Amministrazioni Pubbliche e che costituisce la nostra base di calcolo.
Detto questo facciamo qualche somma:
Debito Pubblico Federale USA: 17.746 miliardi
Debito Pubblico degli Stati USA: 1.186 miliardi
Debito Pubblico Locale (comuni, contee): 1.888 miliardi
Gran Totale: 20.820 miliardi di dollari
Rapporto fra Debito delle Amministrazioni Pubbliche USa/Pil: 123.8%
Ovvero un parametro da perfetto paese del SUD Europa.
La verità è che l’economia (e la finanza) USA è ancora largamente sussidiata da aiuti di Stato e si regge unicamente sulla capacità americana di:
  1. Vendere il proprio debito a tassi molto bassi
  2. Continuare a vendere i propri dollari al mondo
E dal punto di vista del rapporto fra economia reale e aiuti di Stato (Fed compresa) l’economia americana è in una situazione ben peggiore addirittura di quella europa, dove quanto meno si cerca di tenere sotto controllo quelli che sono gli aggregati monetari e si tenta di non aumentare troppo il totale dei debiti pubblici (di tutte le amministrazioni) dei singoli paesi.
Mi rendo conto che è comunque una gara fra zoppi.
Ma qui il punto è un altro, anzi sono due:
  1. Gli Usa non possono assolutamente permettersi un altro periodo di recessione o anche solo di bassa crescita nominale
  2. L’economia americana ha probabilità zero di sopravvivere ove venisse decisa una riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL senza una sostanziale mnetizzazione permanete dello stesso.
  3.  
Ora come noto Janet Yellen avrebbe intenzione sia di bloccare il QE, e poi anche di alzare i tassi di sconto.
Per un po, quindi ii tassi saliranno ma ben presto la FED sarà costretta di nuovo a portarli a zero (o quasi) e monetizzare il debito. E questo per un semplice fatto: lo stock di debito è semplicemente troppo alto, o meglio, è troppo alto per non essere abbattuto con un evento che giustifichi una enorme svalutazione del dollaro o una forte ondata inflazionistica, oppure ancora con un consolidamento (bancarotta) del debito.
Siccome gli USA possiedono la più grande macchina da guerra del mondo, e contemporaneamente hanno l’apparato industriale che produce armi più sviluppato del mondo, la soluzione è ovvia.
Papa Francesco ha citato “sete di potere e avidità” alla base della terza guerra mondiale in atto. Sono d’accordo.
p.s. se fossi in Putin, farei di tutto, qualsiasi cosa per evitare ogni tipo di conflitto. Passare per pacifista stando seduto sulla riva del fiume.

FunnyKink - 17 settembre 2014
fonte: http://www.rischiocalcolato.it



Indignatevi meno, approfondite di più


Familienausflug auf dem Motorino by  Julia Janßen
Familienausflug auf dem Motorino by Julia Janßen


Leggendo su Facebook questo divertissement:
“Ma voi, in tutta onestà, se un maro’ renziano con tessera di forza Italia, juventino, figlio di immigrati somali residente a Siena (grande appassionato di palio, contrada della Tartuca), fan della prima ora di Sorrentino, attivista No-Tav, stordito per un ice bucket challenge finito male, sparasse per errore, con indosso la maglia di Balotelli, a Napoli ad un orsa grillina senza casco voi, onestamente, da che parte stareste?”
Non posso non pensare al dibattito intorno a un libro che è uscito qualche anno fa e che si intitolava appunto “Indignatevi!”. Pare che in Italia questa cosa si sappia fare benissimo, viceversa pare così difficile riflettere sulle cose. Il ragazzo ucciso a Napoli ha portato a proteste che non si sono mai viste, come ha detto Don Manganiello:
“Perché nessuno è sceso in piazza a danneggiare le macchine dei camorristi che ammazzano napoletani innocenti?”
Perché c’è una totale dispercezione di quello che accade, perché la cugina del ragazzo ucciso ha detto che la camorra non uccide i sedicenni e invece lo Stato sì, quindi è peggio della camorra. Mentre è comprensibile il dolore di chi perde i propri cari, non si capisce perché chi raccoglie questa intervista non debba poi dire chiaramente dire che è falso.
Invece di indignarci dovremmo iniziare a pensare perché è normale che a Napoli lo Stato sia percepito in questo modo, dovremmo cercare di capire perché in un intero territorio non valgano le regole di civile convivenza che valgono per il resto del Paese. Perché non ci sia in fondo nulla di male ad andare con in tre, senza casco, su un motorino senza documenti e senza assicurazione. Perché dei ragazzi che sono in questa condizione sul motorino scelgano come soluzione quella di forzare il posto di blocco. Certo, lo Stato ha fallito, ma non solo quando il Carabiniere non ha rispettato le sue regole (e diciamo che non le ha rispettate ma con il beneficio di inventario, anche lui ha diritto a un giusto processo, o lui lo possiamo processare in modo sommario?) ha fallito quando ha fatto sì che quella condizione, la condizione di totale sprezzo delle regole non fosse una eccezione, ma fosse la normalità di interi quartieri, di intere città.

E’ molto meno impegnativo, così, è molto più facile. Comprare e mantenere un motorino, usare il casco, pagare l’assicurazione, rispettare le regole è più difficile. Si deve insegnare, si deve capire, se ne deve dare la possibilità. Quindi agli indignati per la morte del ragazzo chiediamo: voi avete fatto tutto il possibile per evitare questo clima di illegalità che ha portato – come concausa – a quella morte? Siete del tutto innocenti? Gli avevate fatto capire che la legalità è anche una protezione?
E possiamo continuare con tutte le indignazioni di quella simpatica nota. Ma ne prendiamo giusto un’altra, per sottolineare il nostro punto: l’indignazione è spesso legata a una scarsa informazione. Un caso che ha fatto molto discutere è stato quello dell’orsa Daniza morta mentre si tentava di catturarla dopo un’aggressione. Gli indignati (e sono stati davvero tanti) sanno rispondere a un po’ di domande? Tipo: gli orsi attaccano gli uomini? Quanti attacchi di questo tipo ci sono stati negli ultimi 150 anni? Che ferite ha avuto il fungaiolo vittima dell’aggressione? L’orsa Daniza era già considerata un caso particolare per il suo comportamento? Qual è il protocollo in questi casi? La telenarcosi è sempre senza effetti collaterali?
A leggere le informazioni che ci sono disponibili è facile farsi un’idea propria, precisa e difficilmente indignata. Perché l’indignazione è spesso frutto di un meccanismo autoassolutorio che ci deresponsabilizza: ci indignamo così non dobbiamo fare la fatica né di fare qualcosa, né di capire con attenzione quello che accade.
Se siete arrivati fin qui avrete capito che questo non è un articolo contro un’orsa o in difesa di un carabiniere. Qui si vuole soltanto invitare a indignarsi di meno e fare di più. Se vi siete indignati per la morte di Daniele Bifolco, sostenete Maestri di Strada, se vi siete indignati per Daniza, cercate di capire come funzionano i processi di ripopolazione delle specie protette. Insomma, indignatevi meno, indignatevi solo quando davvero non c’è niente altro che possiate fare.



17/09/14

Salesiani di Siria: “ Non c’è più speranza ? ”


martedì 16 settembre 2014

Lettera di  Abuna Munir El Rai

Visita alla Siria
dal 2 luglio – 4 agosto

Introduzione
In Siria, dopo ormai tre anni di conflitto armato, le persone e i giovani sono rassegnati e hanno perso molta della loro speranza e fiducia, ma non hanno perso la fede pur essendo provata. È molto difficile andare avanti perchè è quasi impossibile prevedere quando la guerra finirà e soprattutto è difficile capire cosa succederà dopo, e quanto tempo ci vorrà per ricostruire tutto. E, come se non bastasse, si ha grande paura degli estremisti islamici e di quello che potrebbe accadere.
Per questo motivo moltissime persone, senza alcuna distinzione religiosa, stanno emigrando. La percentuale di cristiani che è partita è molto elevata e questo fenomeno ha gettato nello sconforto le persone che hanno deciso di rimanere. Pur di partire, intere famiglie sono pronte a vendere tutti i loro averi e a correre rischi enormi.
La perdita del lavoro, il caro-vita e una situazione politica molto complessa sono sicuramente tra le cause di questo fenomeno migratorio massiccio.
Non dobbiamo poi dimenticare tutto ciò che sta accadendo attorno alla Siria. Si pensi alla situazione dei Cristiani in Iraq, o a ciò che sta accadendo in Libano.
Il problema dell’emigrazione è un dramma da conoscere e da affrontare e tutti, a partire dalla Comunità Internazionale e dalle Nazioni Unite, dovrebbero contribuire a risolvere questa grande catastrofe.

È difficile continuare a mantenere viva la speranza, ma ci sono segnali positivi che fanno capire che le persone che restano in Siria fanno affidamento sul loro grandissimo coraggio. La vita continua, ci si sposa, si organizzano feste. I giovani continuano ad andare a scuola e all’università e chi può si inventa un nuovo lavoro, svolgendo anche attività molto umili. C’è forte spirito di adattamento e ogni occasione è buona per poter festeggiare. Chi rimane, non ha alcun timore a mettersi in gioco, ma fino a quando questa forza di volontà durerà?
Queste considerazioni e riflessioni sono come una premessa e un risultato della mia recente visita alle presenze Salesiane in Siria e al vicino Libano. Questa mia comunicazione è come un resoconto di tale mia visita, e in essa vorrei presentare sia l’aspetto umano e sociale, sia le opere salesiane e le loro attività in tali frangenti.

Salesiani di Kafroun
Mercoledì 2 luglio 2014 sono entrato in Siria dal Libano e ho immediatamente visitato la comunità di Kafroun. La strada che ho percorso era relativamente tranquilla, ma sono rimasto impressionato dalle numerose foto, poste ai lati della strada, che sono lì a ricordare i tanti caduti di questa guerra che dura ormai da tre anni.
La comunità di Kafroun accoglie gli sfollati provenienti soprattutto dalla famiglia Salesiana di Aleppo. Gli sfollati sono prevalentemente familiari dei cooperatori, parenti dei Salesiani o familiari di qualche collaboratore.
La casa è meravigliosamente diretta da un unico missionario italiano, Don Luciano Buratti, che può contare sul prezioso aiuto dei cooperatori salesiani, tutti laici che portano avanti le attività presso l’oratorio e il Centro Giovanile.
Per la prima volta, all’interno dell’Ispettoria del Medio Oriente (MOR), l’amministrazione della casa è stata affidata a un economo laico, il Sig. Johnny Ghazi.

Durante la mia visita ho avuto il piacere di partecipare alle attività dell’oratorio e, in particolare, all’inizio dell’Estate Ragazzi che ha visto la partecipazione di almeno 300/350 ragazzi di cui molti sono sfollati. La zona di Kafroun è una delle più tranquille della Siria. Per questo motivo molte famiglie provenienti da Homs, Damasco e Aleppo sono venute a vivere in questa vallata.
Mi hanno chiesto di inaugurare le attività e di fare un discorso di apertura. Ho voluto parlare ai ragazzi della vera gioia, quella che nasce dal cuore grazie al nostro incontro con Cristo. Ho detto loro che nelle situazioni di grande sofferenza dobbiamo affidarci a Cristo che sicuramente ci darà conforto.

In oratorio sono stati aperti anche corsi di preparazione alla scuola media e di preparazione agli esami di maturità. I Salesiani sono riusciti a coinvolgere un buon numero di professori che ora insegnano ai ragazzi.
Dobbiamo ringraziare la Provvidenza che, tramite parecchi benefattori, negli ultimi due anni ci è venuta incontro e ci ha permesso di accogliere e ospitare gratuitamente una cinquantina di famiglie. Dobbiamo, inoltre, ringraziare i tanti collaboratori e benefattori che ci hanno aiutato e sostenuto nel portare avanti le attività dell’oratorio. 


Salesiani di Aleppo
Sabato 5 luglio 2014, accompagnato da una famiglia, siamo partiti in auto per raggiungere Aleppo. Abbiamo percorso una strada relativamente sicura, ma che mi ha permesso di vedere la grande distruzione che questa lunga guerra ha provocato. Ho pensato a quante persone hanno combattuto, hanno sofferto e sono morte. Ho visto i segni di una guerra feroce un po' dappertutto. Ho visto villaggi completamente vuoti, case diroccate o completamente distrutte. La distruzione fa piangere il cuore e la brutalità della guerra ha profondamente colpito la vita quotidiana delle persone.
Dopo quasi 7 ore di viaggio e diversi posti di blocco superati, siamo arrivati ad Aleppo utilizzando una strada secondaria. Non venivo qui da almeno un anno e mi ha davvero impressionato vedere una città sofferente, interamente colpita e fiaccata dalla guerra. Si nota chiaramente che in città regna il caos, come si capisce benissimo che Aleppo è stata una delle città più colpite dal conflitto.
È sempre molto emozionante arrivare al Centro Salesiano dove io sono nato, sono cresciuto e ho vissuto da Salesiano. Ho gioito molto nel vedere i Salesiani, i ragazzi e giovani. Sono stato accolto molto calorosamente da tutti. Mi hanno abbracciato, baciato e gettato addosso dell’acqua, ovvero il loro bene più prezioso. È da almeno quattro mesi che manca l’acqua potabile!
Abbiamo cantato, abbiamo gioito e ci siamo abbracciati. Il centro salesiano è veramente un’oasi di pace e di speranza!

Prima di andare a dormire sono rimasto colpito dal cartello che ho trovato affisso sulla porta di camera mia. C’era scritto: “Benvenuto ad Aleppo che resiste pur essendo considerata una delle città più pericolose al mondo”.
La domenica mattina ho celebrato una messa in ricordo di Jacques, un ragazzo di 11 anni morto mentre veniva da noi al catechismo nel gennaio 2014.
Durante la mia permanenza ad Aleppo ho cercato di visitare diverse zone della città e ho visto solamente distruzione e dolore. La quotidianità è caratterizzata dai combattimenti e dalla mancanza di elettricità e acqua. Si è cercato di sopperire alla mancanza d’acqua scavando alcuni pozzi, ma parte della popolazione si è ammalata perché l’acqua è infetta. In alcuni casi è possibile comprare acqua di pessima qualità a prezzi molto alti e questo fa soffrire molto le persone.
Ogni famiglia ha un parente ferito, morto o rapito. I giovani non ce la fanno più e vorrebbero partire, sarebbe disposti ad andare ovunque. I giovani hanno perso la speranza. Negli ultimi due anni non sono mai usciti dalla città e ogni giorno convivono con la morte, uscendo di casa senza sapere se saranno in grado di tornarci a causa delle continue esplosioni.
Le persone sono stanche, stressate e depresse. Ecco perché molti di loro hanno lasciato Aleppo per spostarsi in altre zone o per emigrare all’estero.
I Salesiani, assieme alla chiesa locale e a tutti gli uomini di buona volontà non cristiani stanno facendo veri e propri miracoli per sostenere in tutti i modi la popolazione. All’estate ragazzi si sono iscritti più di 600 ragazzi e giovani. La popolazione ha ringraziato i Salesiani per tutto ciò che stanno facendo attraverso il sostegno economico alle famiglie e l’organizzazione di attività spirituali e ricreative per tutti. Il direttore Don Georges Fattal, assieme a Don Simon Zakarian e il diacono Pierre, che li ha aiutati nel periodo estivo, hanno dato una grande testimonianza di generosità, amore e dedizione per i giovani.
Ho avuto un bell’incontro con gli animatori che, nonostante tutte le varie difficoltà, danno gratuitamente il loro tempo per stare con i ragazzi e trasmettere loro gioia e un pò di serenità. Ho incontrato anche i Salesiani cooperatori, che sono indispensabili, e ho infine avuto modo di incontrare singolarmente alcune famiglie e alcuni giovani. È molto importante ascoltare le loro sofferenze: hanno bisogno di condividere spiritualmente e umanamente ciò che stanno provando. Avevano bisogno di sfogarsi e io ho fatto del mio meglio per confortarli.
Il Signore poi ci ha benedetti e ci ha donato una nuova vocazione, l’unica di tutta l’ispettoria MOR (Medio Oriente)  proviene da un luogo di grande sofferenza.



Salesiani di Damasco

Da Aleppo sono dapprima tornato a Kafroun e poi mi sono diretto a Damasco, accompagnato da una famiglia. Sulla strada che abbiamo percorso si vedevano chiaramente le conseguenza della guerra in corso.
Arrivato alla Casa di Damasco ho avuto la gioia di incontrare i confratelli, ovvero il Direttore Don Alejandro Leon, il suo vicario Don Munir Hanasci e Don Felice Cantele. I tre confratelli sono stati coadiuvati dal prenovizio siriano Mehràn, delle zone della Mesopotamia, che quest’anno parte per il suo periodo di noviziato a Genzano di Roma.
Ho avuto il piacere di partecipare alle attività dell’Estate Ragazzi che hanno visto l’afflusso di più di 350 ragazzi e giovani provenienti da zone abbastanza lontane dal centro, a circa un’ora di macchina. È stato bello vedere come i ragazzi abbiano voluto partecipare alle attività, pur dovendo rischiare a causa dei molteplici posti di blocco sulla strada. Per aiutarli i Salesiani li vanno a prendere e li riportano a casa in pullman e garantiscono loro almeno un pasto presso il Centro.
I ragazzi partecipano con gioia alle tante attività preparate dagli animatori e sono entusiasti di poter vivere qualche momento di tranquillità, pace e spensieratezza.
Abbiamo celebrato una Messa in cortile perchè la chiesa non riusciva a contenere tutti i presenti e l’abbiamo terminata con una processione e l’ostensione del Santissimo a cui abbiamo affidato la pace in Siria.
Ho discusso con i ragazzi di quello che sta accadendo nel loro Paese e di come la Siria sia stata colpita dal Maligno. Nessuno di loro riusciva ad accettare che fosse possibile compiere così tante atrocità.
Ho poi incontrato entrambe le comunità delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Nella prima le suore gestiscono una scuola per l’infanzia e organizzano corsi di tagli e cucito per le donne, mentre l’altra comunità gestisce l’ospedale italiano di Damasco.
Anche qui a Damasco, come succede a Kafroun e ad Aleppo, i nostri Salesiani portano avanti attività di supporto socio-economico per alcune famiglie. Ho incontrato alcune di loro in diversi quartieri della città. Una di queste famiglie, che vive in una zona di frontiera e il cui padre è appena morto per malattia, mi ha fatto capire cosa sia la rassegnazione. Pur essendo in zona di guerra nessuno di loro vuole lasciare la propria casa, perché con la morte del loro padre per loro la vita è finita. Continuavano a ripetermi Inte u hàzzak, dipende tutto da quanto sarai fortunato. Perciò, biddna na’ìsh, vogliamo vivere! Nonostante tutto, anche se solamente in alcuni quartieri, la vita quotidiana continua e negozi e ristoranti sono aperti.

I Salesiani, infine, sono riusciti a organizzare un bel campeggio e hanno portato i ragazzi e i giovani nel nostro centro di accoglienza di Maarra e hanno passato diversi giorni tutti insieme in un clima di fraternità e di serenità.
Da Damasco sono tornato nuovamente in Libano per visitare e incontrare i nostri confratelli Salesiani a Al Houssoun dove abbiamo un oratorio/centro giovanile e a Al Fidàr dove c’è invece una scuola tecnica. Anche in questa comunità i Salesiani, insieme con i cooperatori, portano conforto e assistenza ai nostri profughi siriani che vivono in situazioni difficili e possono contare su un sostegno spirituale e socio-economico.
Conclusione
Ciò che sta capitando in Siria è molto complesso, poichè operano varie componenti e potenze interne ed esterne, ed è difficile capire quale sarà la soluzione di tutto ciò. Ad oggi non c’è alcun segnale che faccia percepire la volontà di arrivare a una pace duratura. Ci sono molti interessi in gioco e a pagarne le conseguenze sono le persone comuni e i ragazzi e giovani, e in modo speciale anche le minoranze cristiane.
È un momento particolare per tutto il Medio Oriente, è un momento delicato e di grande trasformazione storico-politica. Le conseguenze di queste guerre porteranno alla costruzione di un altro Medio Oriente che sarà ferito, debole e diviso, dove sono a rischio le comunità cristiane ed altre minoranze.
Per questo motivo chiediamo al Signore di darci la vera pace e di purificare il cuore degli uomini, affinché ne possano capire il senso e ambire a una convivenza il più possibile pacifica. Che il Signore conceda forza, coraggio, costanza ai nostri fratelli cristiani in questi momenti drammatici della nostra storia, e a tutto il popolo “dell’amata Siria”.


Abuna Munir El Rai
SDBMOR
Fraternità Maria Gabriella

I FALSI POVERI - In banca un tesoro da 7 milioni. E gli paghiamo pure le bollette

Il denaro dei nomadi custodito in cassette di sicurezza e conti postali. Il Comune fornisce alloggi, luce, acqua e raccolta rifiuti. Tutto gratis


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Una vita a «canone zero». O meglio, a spese dei contribuenti del Comune di Roma Capitale. Dalla fornitura dell’alloggio, fino all’acqua, dall’energia elettrica al servizio Ama con la Tarsu: nulla ha un costo per i cittadini di etnia Rom che attestano di essere nulla tenenti, mentre in realtà possiedono centinaia di migliaia di euro. Conti correnti dal valore complessivo di 7 milioni 423mila 714 euro sono stati infatti scovati, negli ultimi due anni, dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza. I finanzieri hanno squarciato il velo che celava la fasulla povertà annidata nei campi nomadi. Dietro le maschere dei mendicanti privi di mezzi minimi di sostentamento, si nascondevano veri e propri ricchi. Una paperopoli con cifre a sei zeri nascosta tra le cassette di sicurezza bancarie e i conti correnti postali, tutti sequestrati dalla Finanza. Denaro provento di attività illecite, celato per ottenere una vita a «costo zero», in danno del Comune di Roma ma anche e soprattutto dei cittadini, le stesse persone che ogni anno devono fare i conti con la crisi finanziaria e con un’imposizione fiscale rigida. Fortunatamente la Finanza, al comando del generale Ivano Maccani, ha alzato i controlli su questo fenomeno, che sembrerebbe essere assai diffuso tra i soggetti di etnia Rom.

I FALSI POVERI
Dietro la povera donna che chiede l’elemosina sulla metropolitana, una scena che si ripete quotidianamente anche tra le vie della Capitale, ci potrebbe essere una persona con un conto corrente da centinaia di migliaia di euro. D’altronde le verifiche investigative hanno fatto luce proprio su questo spaccato, quello dei mendicati vestiti con pochi stracci che, in realtà, hanno conti correnti che farebbero invidia a numerosi contribuenti italiano. In linea generale, è precisato nei documenti giudiziari, «occorre procedere alla ricognizione della capacità reddituale e patrimoniale dei preposti, posta in relazione con il valore dei beni di cui, direttamente o indirettamente, risultano disporre. I risultati degli accertamenti svolti dall’autorità di polizia giudiziaria (…) hanno messo in luce la notevole sproporzione tra i beni nella disponibilità dei preposti e le fonti di reddito lecite, note e dichiarate. In linea generale, fatta eccezione per talune posizione, le giacenze bancarie e postali non risultano adeguate alla modestia delle attività economiche svolte (raccolta materiali ferrosi, compravendita nei mercatini dell’usato) ai redditi e alle attività documentate dai preposti, sicché da tale sproporzione è dato desumere apprezzabili e sufficienti indizi che i beni siano comunque frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego». In altre parole, al fisco risultavano decine di persone con redditi esigui, che si arrangiavano trovando lavori di fortuna o piccoli espedienti per far quadrare i conti. Così il Comune dava il via libera elargendo loro i diritti previsti per i cittadini meno abbienti. Il tutto sulla base delle dichiarazioni dei redditi fraudolente. E così, i ricchi Rom si sono trovati ad avere – a spese dei cittadini romani – alloggi gratuiti, senza poi spendere neanche un euro per i servizi come la raccolta rifiuti, l’energia elettrica e l’acqua. «Dagli accertamenti svolti, mediante consultazione alla banca dati “Anagrafe tributaria”» è emerso un meccanismo attraverso il quale erano dichiarati «redditi assolutamente esigui». Ugualmente, però, i truffatori hanno ottenuto «assistenza, come impossidenti, da parte del Comune di Roma», avendo moduli «abitativi in campi nomadi attrezzati e usufruendo di tutti i servizi forniti da Roma Capitale senza alcun pagamento, quali: fornitura di alloggio (nessun canone), fornitura di acqua (nessun canone), fornitura di energia elettrica (nessun pagamento richiesto) e fornitura di raccoglitori Ama (nessun pagamento richiesto quale rimborso o pagamento Tarsu)».
RAGGIRO DELLA LEGGE
Sono 59 i falsi poveri di etnia Rom scovati dalla Finanza, solo nel 2013. Nei loro conti correnti è stata rinvenuta una cifra da capogiro: 5 milioni, 321mila 536 euro. Il trucco usato per nascondere i soldi era sempre lo stesso: «Concordava con ignoto - si legge negli atti a disposizione della procura- l’attribuzione fittizia a sé di somme di denaro». Le imponenti cifre, che in alcuni casi potevano arrivare fino a 372.816 euro, venivano depositate, secondo gli accertamenti delle forze dell’ordine, presso conti correnti bancari o postali, «al fine di eludere le disposizioni di legge in materia patrimoniale in quanto, dimostrando un tenore di vita particolarmente disagevole, allontanava da sè ogni forma di controllo idonea ad attivare l’applicazione di misure di prevenzione». In alcuni casi, un solo indagato riusciva ad aprire quattro conti correnti diversi ma, almeno per il fisco, risultava nullatenente, una persona degna di ricevere i diritti che lo stato e il Comune mettono a disposizione per i più bisognosi.

FURTI E RICETTAZIONE
Nel solo anno 2014, il lavoro degli uomini della Finanza ha portato al sequestro di oltre 2 milioni di euro. Un denaro dalla dubbia provenienza. Infatti, di questi soldi, solo 198mila 306 sono risultati essere di provenienza lecita. Il resto? Stando ai riscontri sul casellario giudiziario dei vari soggetti coinvolti, il denaro potrebbe essere ricondotto ai reati di furto aggravato, spaccio di sostanze stupefacenti, falsità ideologica e ricettazione. Tutti crimini che prevedono pene relativamente modeste e che permettono quindi agli imputati di mantenere la propria libertà, fuori dagli istituti penitenziari, almeno nella maggior parte dei casi.
LE DIFESE
Le difese, poi, si sono affrettate per cercare di giustificare la mole di denaro. Così, c’è chi ha detto di aver ricevuto una eredità paterna. Poi c’è il Rom che ha affermato di aver guadagnato 232mila euro lavorando come «insegnate di cultura e artigianato Rom». C’è anche chi ha voluto giustificare 131mila 518 euro come reddito ottenuto da collaborazioni con «l’organizzazione Arci solidarietà e l’attività di commercio presso il mercatino Rom di via Vasca Navale». I controlli, come detto, non sono conclusi. Gli accertamenti sono su vasta scala, al fine di evitare truffe ai danni della Pubblica amministrazione e, soprattutto, dei cittadini oberati dalle tasse. Spaccato tutto da raccontare riguarda un soggetto che per giustificare i 43mila 63 euro sul suo conto corrente ha portato un documento del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in cui si attesta l’autorizzazione alla compravendita di auto. Peccato, però, che le somme di denaro risalivano nel tempo mentre la documentazione porta una data recente. Secondo gli atti «non può che osservarsi che non risulta riscontrata l’asserita origine lecita della somma sequestrata posto che la recente regolarizzazione dell’attività lavorativa (segnatamente l’autorizzazione di circolazione del Ministero per l’attività di compravendita di autovetture) da parte del preposto potrà al più produrre effetti per il futuro».

Andrea Ossino Ivan Cimmarusti- 17 settembre 2014
fonte: http://www.iltempo.it

16/09/14

Elisabetta Boncompagni e Tomaso Bruno in India da 4 anni. Processo slitta ancora






NEW DELHI - Elisabetta Boncompagni (38 anni) e Tomaso Bruno (30 anni) sono italiani detenuti in India come Salvatore Girone e Massimiliano Latorre: sono stati condannati all’ergastolo per omicidio e da quattro anni sono rinchiusi in un carcere indiano, a Varanasi. Ma la sentenza della Corte Suprema Indiana è slittata ancora una volta. La seduta, fissata per oggi martedì 16 settembre, è stata aggiornata perché l’avvocato che avrebbe dovuto perorare il ricorso, Haren Rawal, era assente: era impegnato in un altro caso. Lo stesso Rawal mercoledì mattina chiederà di anticipare l’udienza che è stata fissata tra quattro settimane.
I due, lei di Torino e lui di Albenga (Savona) sono stati condannati per l’omicidio di Francesco Montis, loro compagno di viaggio in India nel 2010. I tre condividevano la stessa camera d’albergo. Una mattina Francesco non si svegliò. Tomaso ed Elisabetta lo portarono in ospedale ma per lui non ci fu nulla da fare: morì per problemi respiratori.
Il caso è andato avanti per 4 anni supportato da prove discutibili e nell’indifferenza generale. Oggi, martedì 16 settembre, era attesa la sentenza definitiva dinanzi alla Corte Suprema di Delhi. La stessa che ha giudicato i due marò. Ma Elisabetta e Tomaso dovranno aspettare ancora un mese.
“Non ho parole per commentare la mia amarezza e il mio sgomento per lo stato della giustizia indiana”, ha detto Romano Boncompagni, il padre di Elisabetta.
“Speravamo davvero che questa fosse la volta buona – ha aggiunto – e invece sono di fronte all’ennesimo rinvio dopo un lungo anno di attesa. Non so come dirlo a Elisabetta”.
L’uomo si trovava davanti ai cancelli del massimo organo giudiziario di New Delhi insieme a Euro Bruno, padre di Tomaso, la madre è rimasta a Varanasi dove i due sono detenuti.
“Purtroppo non potrò rimanere anche domani mattina – ha ancora detto – quando gli avvocati tenteranno di chiedere ai giudici di esaminare il caso. Devo tornare in Italia perchè mia moglie non sta bene”.
Anche Bruno ha espresso tutta la propria amarezza:
“Nei prossimi mesi – ha detto – ci saranno importanti festività in India che potrebbero ancora ritardare il caso”.
Mercoledì mattina, il legale dei due italiani, Haren Rawal, chiederà oralmente alla sezione numero uno della Corte Suprema, presieduta dal “chief justice” R.M. Lodha, Oggi la seduta, che aveva il numero d’ordine 12, è stata aggiornata dal giudice Lodha a causa dell’assenza dello stesso Rawal impegnato in un altro caso.

di Redazione Blitz - 16 sett 2014
fonte: http://www.blitzquotidiano.it

CASO MARO' - Abbiamo le prove Sono innocenti


  

 

 

L'INTERVENTO  ( 14 settembre 2014 )

di Luigi Di Stefano, perito giudiziario

 

I due Marò sono innocenti, e da oltre un anno ne abbiamo le prove. Fin dai primi giorni apparvero una serie di contraddizioni sulla ricostruzione dei fatti, non tornavano i tempi, le posizioni, le testimonianze, persino il calibro dei proiettili repertati nell'autopsia delle vittime era diverso da quelli in dotazione: Latorre e Girone dovevano essere scagionati subito, ma sappiamo com’è andata. A forza di scavare, ordinando e riscontrando le informazioni secondo i metodi dell'analisi tecnica giudiziaria (da 20 anni faccio questo) emersero una serie di «magagne processuali» tali da invalidare l'impianto accusatorio di fronte a qualsiasi tribunale: distruzione dei reperti giudiziari (il peschereccio restituito al proprietario e da questo subito affondato), omissioni nelle indagini (la petroliera greca Olimpyc Flair che aveva denunciato un attacco pirata nella stessa zona non venne richiamata in porto), e così via, al punto che a marzo 2013 depositai in procura la richiesta di non rimandare i marò in India spiegando perchè non avrebbero avuto un giusto processo.

 La svolta arrivò a giugno 2013: facendo tradurre le dichiarazioni del comandante del peschereccio rese a caldo al momento dello sbarco, davanti a telecamere e a un graduato di polizia, questo dichiarò che gli avevano sparato alle 21.30, cinque ore dopo l'incidente alla petroliera italiana. Negli stessi giorni recuperammo una mail della Guardia Costiera indiana e venne fuori che tutta la storia della «fuga e la caccia» alla petroliera Enrica Lexie che scappava nell'Oceano Indiano era inventata di sana pianta. Abbiamo le prove che fin dal secondo giorno le autorità indiane montarono il caso «contro gli italiani». I magistrati hanno tutto. Come si è arrivati a questo punto è un vero mistero di Stato.

Luigi Di Stefano - 14 settembre 2014
fonte: http://www.iltempo.it/politica




15/09/14

I «Foreign fighters» Storie di terroristi cresciuti in casa


 

 

Sarebbero oltre 12 mila i 'foreign fighters' arruolati dal Califfato. Buona parte di loro vengono dall’Europa

‘Rehab’, ‘ da ‘rehabilitation’. Come l’Europa -ad esempio- prova a rieducare i jihadisti che le sono cresciuti in casa. In Germania, Olanda, Inghilterra. L’Italia e i suoi 48 ‘Foreing fighters’, combattenti stranieri arruolati da predicatori balcanici che avevamo in casa o attraverso internet
L’inizio della storia. «’Mamma, io parto’. Tre parole e di Ahmed non si sono più avute notizie. 19 anni, nato e cresciuto in Germania, genitori di origini egiziane, padre operaio e madre casalinga, entrambi musulmani. Ma non integralisti. Prima Ahmed si è fatto crescere la barba, si è sposato con una ragazza musulmana. Poi ha smesso di bere alcool, non ha più voluto festeggiare il Natale e ha iniziato a insultare la sorella per le gonne troppo corte e il trucco pesante. Fino a un momento prima giocava alla Playstation e chattava su Facebook. Il giorno dopo era in Siria in un battaglione Isis».

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Il racconto efficace di Marta Serafini sul Corriere della Sera. Come Ahmed, in Germania sarebbero 300 i giovani che sono partiti. Ma anche dall’Italia, Francia, Danimarca, Olanda. E nessuno si salva. Secondo il New York Times sono oltre 12 mila i ‘foreign fighters’ arruolati all’ombra della bandiera nera del Califfato. Buona parte vengono dall’Europa. Giovanissimi, ormai occidentalizzati, nella maggior parte dei casi non parlano nemmeno l’arabo. «Il diavolo non conosce frontiere», ha tuonato il segretario di Stato Usa poche ore dopo che Obama aveva dichiarato guerra a Isis, «ovunque sia».

Guerra anche in casa. Attività di intelligence e di polizia, oltre a ‘prevenzione e deradicalizzazione’. Rehab, riabilitazione. Cercare di impedire che i giovani cadano nella rete dei reclutatori. E, se sono già partiti, che tornino a casa e riprendano a condurre una vita normale. Spinta decisiva dalle figure femminili della famiglia. Spesso con giovani che già sono partiti per la guerra santa. Quindi solo conversazioni via mail e via Skype con i familiari. Primi contatti molto difficili: chi è casa viene accusato di essere un traditore, non capire, avere le mani sporche del sangue dei fratelli musulmani.

Alla periferia di Berlino lavora Daniel Köhler. Dopo aver studiato i movimenti estremisti, aveva un contratto da consulente per combattere il neonazismo. Poi, nel 2011 è passato ad occuparsi di gruppi radicali islamici. Tre le tipologie di casi affrontati: chi vuole partire, chi è già partito e chi è tornato. Ancora Marta Serafini: «Negli ultimi quattro anni, Daniel Köhler, grazie a una squadra di 20 persone, ha trattato più di 100 casi, di cui 60 sono andati a buon fine. Ma nessuna ragazza è tornata indietro, solo maschi. Certo è difficile parlare di casi di successo soprattutto con chi è partito».

In Germania sono oltre 4 milioni i musulmani. Secondo le stime dell’intelligence sono oltre 300 i cittadini tedeschi che sono andati a combattere tra le file di Isis in Siria. È dopo gli attentati di Londra e l’omicidio di Theo Van Gogh in Olanda che nel Vecchio Continente si comprende definitivamente come il jihadismo sia una minaccia interna. A mettere le bombe e a uccidere sono i terroristi ‘homegrown’, nati e cresciuti in casa, che non sono arrivati a bordo di un gommone. Così in Olanda e Gran Bretagna verso il 2004 prendono piede i primi programmi di prevenzione.

isisgermania- SITO

«L’Italia e Roma sono nel mirino di Isis», ha dichiarato Alfano la settimana scorsa alla Camera. E ogni giorno storie di giovani, anche italiani, che hanno deciso di arruolarsi nella guerra santa. 48 i casi denunciati di cittadini del nostro Paese che hanno varcato i confini di Siria e Iraq per andare a combattere. Tra questi c’era il 24enne ligure Giuliano Del Nevo ucciso in Siria. La jihad è arrivata alle porte di Roma con i reclutatori bosniaci che agivano nel Nord Est e non lontano dai nostri confini. Nonostante ciò, di programmi di “deradicalizzazione” in Italia non esiste traccia o solo idea.

15 settembre 2014
fonte: http://www.remocontro.it

CASO MARO' - Lettera aperta al Presidente del Consiglio dott. Matteo Renzi







  15/09/2014 - (Missiva inviata via email alla Presidenza del Consiglio)


Egregio Presidente, ho avuto occasione di leggere il Suo twitter lanciato all’atto della notizia della concessione della Corte indiana al Fuciliere di Marina Massimiliano Latorre di poter trascorrere una convalescenza di 4 mesi in Italia.
Pur nel massimo rispetto del Suo pensiero e delle Sue opinioni, due concetti da Lei sintetizzati con il messaggio mi hanno particolarmente colpito. Contenuti sui quali avrei desiderio di confrontarmi  se non altro per essere certo di avere ben compreso una riflessione del Presidente del Consiglio.
A premessa di tutto mi permetto di complimentarli con Lei per le Sue capacità di “captare” immediatamente la valenza di una persona attraverso solo un paio di telefonate credo, peraltro, in inglese. Mi riferisco al Suo apprezzamento per Narenda Modi.

Un giudizio il Suo che non lascia dubbi e proprio per questo mi lascia perplesso a meno che non scaturisca da fatti che non mi è dato da conoscere. Infatti, la figura del Presidente Modi, soprattutto per quanto attiene alla sua etica politica, non sembra basarsi su una storia trasparente e lineare.
Un personaggio che fin da giovane ha militato in un partito dell’estrema destra indiana nel Rashtriya swayamsevak sangh (Rss), organizzazione paramilitare a connotazione spiccatamente nazionalista, al punto di essere considerato persona "non gradita " da USA e da Unione Europea.
Movimento, come Ella ben saprà,  molto controverso, dichiarato fuorilegge nel 1948, dopo l’omicidio di Mohandas Gandhi, e poi di nuovo negli anni settanta, quando Modi operava in  clandestinità, bandito per la terza volta  nel 1992 dopo la distruzione di una moschea a Ayodhya, nel nord del paese.
Proprio in quegli anni Modi passò al Bharatiya janata party (Bjp) in cui confluì anche l’Rss e nel  2001 venne eletto governatore dello stato indiano del Gujarat evidenziando immediatamente il suo approccio pragmatico agli eventi al punto di non intervenire quando, nel 2002 a Godhra nello Stato da lui amministrato, più di mille musulmani furono trucidati da estremisti indù ed altre centinaia di migliaia costretti a fuggire.
Prendo atto quindi della Sua stima verso un uomo di questi trascorsi, ma la mia etica uomo e di ex servitore dello Stato non mi permettono di condividerla e, nello stesso tempo, prendo le distanze dalle sue parole di apprezzamento dell’uomo e dal Suo ringraziare ed ossequiare il Governo di una Nazione che sta negando da tre anni i diritti umani e giuridici a due militari italiani.
Una seconda perplessità mi deriva dalla Sua dichiarata collaborazione con la Giustizia indiana che in tutta onestà suscitano in me, cittadino di uno Stato di Diritto, sdegno per vari motivi.
Lei, infatti, ha dichiarato collaborazione con un ordinamento giudiziario che prevede l'applicazione della pena di morte, non esprimendo il pensiero dell’uomo Renzi ma quello del Presidente del Consiglio dell’Italia la cui Costituzione rinnega la pena capitale.
Se poi collaborare per Lei vuol dire raggiungere uno obiettivo comune con l’India,  in questo caso rappresentato dall’esercitare un giudizio indebito su due militari italiani da parte di uno Stato terzo, credo che il Suo auspicio sia anche in contrasto anche con le più elementari regole del Diritto internazionale e di quello pattizio.

Mi permetto quindi di dissentire con la S.V. fiducioso che l’Italia consenta ancora ad un modesto cittadino di essere distante dal pensiero del proprio Premier, e che non siano stati cancellati i diritti elementari garantiti da una democrazia liberale quale quella italiana.
Non posso accettare infatti il concetto di “collaborazione” con una giustizia che nega ai nostri militari l'immunità funzionale, che disconosce il Diritto Internazionale e la Convenzione del Mare Unclos e che dispone la detenzione di due persone, seppure in regime di  libertà provvisoria,  nei confronti delle quali non sono state ancora prodotte prove per i reati loro addebitati.
Naturalmente ognuno è libero di sostenere ciò in cui crede, ma penso che esistano vincoli da rispettare almeno da parte di chi ricopre funzioni pubbliche di alta caratura come la Sua attuale. L'Italia è, infatti, uno Stato sovrano erede e cultore del Diritto romano mutuato nei secoli da svariati Paesi, tradizioni storiche e culturali a cui Lei stesso fa spesso riferimento e ci dice di voler difendere. Questi valori non possono essere cancellati dal pragmatismo politico.

Caro Presidente collaborare con una Giustizia come quella indiana che sta dimostrando di aver dimenticato i valori del diritto anglo sassone lasciati in eredità dopo 3 secoli e mezzo di colonizzazione britannica, credo che rappresenti, invece, una forzatura che non può essere accettata nemmeno per "ragion politica". Nella fattispecie, poi, a mio modesto avviso, le recenti dichiarazioni dei Ministro degli Esteri indiano accompagnate dai suoi ringraziamenti verso il Governo di Delhi ed i contenuti dell’affidavit firmato per il caso Latorre, precluderanno in futuro ogni azione sul piano internazionale e diplomatico per dipanare la matassa. Dovremo solo accettare le decisioni della Giustizia indiana con la quale Lei preferisce collaborare.
Mi farebbe piacere leggerla insieme alle migliaia di cittadini del gruppo di Facebook che amministro ed a cui estendo per conoscenza la presente, e che si stanno impegnando per tenere alta l’attenzione sulla vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone (https://www.facebook.com/groups/337996802910475/) e degli altri 387 che con me hanno sottoscritto un Esposto sui fatti alla Procura della Repubblica di Roma perché siano accertate le responsabilità di chicchessia dal 15 febbraio 2012 ad oggi.
Distinti saluti

Gen. Brig. (ris) dott. Fernando Termentini
fonte: http://www.difesaonline.it

CASO MARO' - QUALCOSA E' CAMBIATO ............ COSA E' CAMBIATO ?











CASO MARO'

Qualcosa è cambiato....

Dopo la telefonata di Renzi con il premier Modi, al quale peraltro fece seguito una nota del governo indiano nel quale si ribadiva che sarebbe stata la loro magistratura a giudicare, non ci sono stati ulteriori contatti. Dopo circa tre anni stiamo ancora parlando di "Exchange of views" che, salvo qualche altra ridicola giustificazione che lo rimandi, dovrebbe avvenire a metà ottobre.
Il tanto sbandierato ricorso all'internazionalizzazione, che di fatto sembra mai partito, rimane "sotto" il tavolo, forse solo nei pensieri di qualcuno, anche se la Mogherini dice: "E' tecnicamente pronto".
Renzi e compagni di governo brindano alla decisione del governo indiano di mandare Massimiliano in Patria per curarsi: "è la cartina di tornasole...il segno che qualcosa è cambiato". Ci si spinge persino ad offrire collaborazione alla giustizia indiana e ad esprimere fiducia e stima per Modi e il suo governo... Ma dal 15 feb 2012 fino all'altro ieri questi nostri volpini dove sono stati ?
Se Massimiliano avesse avuto un secondo più grave episodio di ischemia cerebrale, in India, non sarebbe stato un gran brutto pasticcio per l'Italia, ma soprattutto per l'India ? che non è stata ancora capace di presentare un capo d'accusa, nemmeno uno straccio di prova, e che sa benissimo che i due fucilieri sono innocenti ? Per quale motivo, quindi, l'India si sarebbe dovuta opporre al trasferimento di Latorre, per soli 4 mesi ? Con il rientro garantito da un "Affidavit" ? E a quale soddisfacente risultato brindano Renzi & Co., a quello di aver tolto la patata bollente dalle mani di Modi ?
Rimette le cose al proprio posto la dichiarazione del viceministro degli esteri, Lapo Pistelli, uno di quelli che aveva promosso, ultimamente sembra averlo dimenticato, il rientro in India dei due fucilieri nel marzo 2013:
«L’happy ending di questa vicenda è ancora lontano».
Intanto si resta alla finestra ..... a guardare.


Cosa è cambiato ?

Edoardo Medini -  15 sett 2014
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Marò, il dialogo Italia-India comincia a dare frutti: a ottobre lo “scambio di vedute”

Dietro il permesso di quattro mesi per Latorre la distensione dei rapporti tra Roma e Delhi col nuovo premier Narendra Modi  

Il risultato ottenuto ieri – il sì della Corte suprema indiana al ritorno di Massimiliano Latorre in Italia per un periodo di quattro mesi – è la cartina di tornasole, il segno che qualcosa è cambiato a Nuova Delhi. Il governo di Narendra Modi, in carica dalla fine di maggio, ha mostrato tutto un altro approccio rispetto al quello guidato da Sonia Gandhi, “l’italiana”, costretta alla linea dura per non esporsi alle critiche di servilismo nei confronti di Roma. Già dall’estate, palazzo Chigi e la Farnesina hanno preso atto che i loro nuovi interlocutori sono maggiormente disposti al dialogo. E così la strategia “conflittuale” elaborata fino ad allora – la cosiddetta internazionalizzazione della vicenda marò – sta passando in secondo piano. Il permesso di rimpatrio per la convalescenza di Latorre pare una dimostrazione di buona volontà da parte degli indiani. Ed è quindi un incentivo a procedere sulla strada percorsa nelle ultime settimane.
Intendiamoci: l’ipotesi “conflittuale” – ovvero la richiesta di un arbitrato internazionale sul caso, con la nomina di una commissione di giudici terzi per risolvere la lite tra i due stati – rimane sul tavolo. Appena quattro giorni fa, il ministro degli esteri Federica Mogherini ha fatto sapere che l’Italia è «tecnicamente pronta» a procedere con l’arbitrato. Ma una procedura del genere avrebbe tempi lunghi, ancora più lunghi. Se si potesse evitare, trovando una soluzione consensuale tra i due governi, si potrebbero bruciare le tappe. Tra Roma e Nuova Delhi non ci sono stati ulteriori contatti diretti dopo la telefonata dell’11 agosto di Renzi  con Modi. Abbassata la cornetta, il nuovo premier del gigante asiatico aveva diffuso un comunicato che parlava di «stretto dialogo» tra i due governi. Già ad aprile l’Italia aveva chiesto un incontro bilaterale tra i team giuridici delle due parti, quello che in gergo si chiama “scambio di vedute”. Per mesi dall’India non è arrivata nessuna risposta. Dopo la conversazione Renzi-Modi, s’è iniziato a lavorare per organizzare l’exchange of views: il tavolo dovrebbe riunirsi alla metà di ottobre.
Il malore di Latorre avrebbe potuto rappresentare un ostacolo, se la risposta degli indiani fosse stata meno collaborativa. Non è andata così. La Corte suprema ha chiesto un parere del governo Modi, che ha risposto positivamente sul rimpatrio del fuciliere di marina. Renzi ha reagito con un tweet sulla «stima» per il premier indiano. In cambio l’ambasciatore italiano in India Daniele Mancini ha firmato l’“affidavit”, l’atto con cui il nostro governo si impegna a far tornare Latorre in India al termine dei quattro mesi. Nel frattempo si vedrà se i colloqui bilaterali hanno cominciato a portare frutto. «L’happy ending di questa vicenda è ancora lontano», ricordava ieri il viceministro degli esteri Lapo Pistelli. Ma l’arrivo di Modi a Nuova Delhi sembra aver dato il via ad una fase nuova, meno tesa.

di Lorenzo Biondi - 13 settembre 2014
fonte:http://www.europaquotidiano.it/


14/09/14

II GENERALE NON TOGLIE IL CASCO, IL WEB RISPONDE: QUANTO PRENDE IL GENERALE?






In effetti è la prima domanda che viene in mente. E’ qualche giorno che circola l’indiscrezione del “casco” dell’Ammiraglio Binelli Mantelli, Capo di Stato maggiore della Difesa. Lui non ci sta a sentir dire anche lontanamente che le forze armate vivono il malessere della retribuzione, lui che è capo dell'apparato militare dal 2012. Non vuole alimentare guerre tra poveri, l'mmirag


Un incontro quello tra il Co.Ce.R. interforze e l’Ammiraglio di cui non si conoscono gli esiti se non la frase ormai famosa “IO NON MI TOLGO IL CASCO”. Insomma porte chiuse ed una sola certezza: nessuna manifestazione, nessuna protesta, ancor meno nessuno sciopero. E’ un monito conciso ma ricco di interpretazioni, un messaggio che faccia capire ad eventuali generali che hanno anche lontanamente avuto tentennamenti di rientrare dentro le scuderie. E’ facile capire il senso del tipo: se non partecipo io non partecipa nessuno!
Ed allora i forum, facebook, i blog, si intasano di commenti: “Ma questo generale quanto prende? Che tagli ha avuto?” Presto detto.  Quella del Capo di Stato maggiore della difesa con 482.019,26 euro annui, è la quinta retribuzione più alta dei manager pubblici, ed evidentemente, non ha subito tagli. Ed il famoso tetto Renziano dei manager? Lasciamo perdere...
Insomma è comprensibile, è impossibile aderire ad un protesta contro i tagli se alla fine non ti hanno tagliato nulla. E di sforbiciate da fare ce ne sarebbero.
Il discorso non fa una piega.
Il problema resta per i figli del dio minore, che percepiscono annualmente circa un ventesimo dell’Ammiraglio e sono costretti a deglutire l’amaro calice senza battere ciglio.
Un “comprensibile” invito alla calma da parte dell’Ammiraglio.

Ma chi comprende le ragioni di militari e poliziotti?
14 settembre 2014