Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via email all'indirizzo edomed94@gmail.com Saranno immediatamente rimossi. L'autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.

27/01/16

Italo e gli sconti per il Family Day: tutta l’arroganza del mondo gay

Non esistono, oggi in Italia, ambienti più feroci, bigotti ed arroganti di quelli legati al cosiddetto mondo lgbt.


2626008-gay_flag 

Roma, 25 gen – Questa testata non è mai stata tenera con Italo nè ha mai mostrato eccessiva indulgenza nei confronti del Family Day. Riguardo al processo mediatico e morale che l’azienda sta subendo per aver fornito sconti a chi si reca all’evento del 30 gennaio non è però possibile fare distinguo: basta una leggera scorsa ai messaggi lasciati sulla bacheca facebook di Italo per trasformarsi, per reazione, in neocatecumenali fanatici, in pasdaran del ciellinismo (un confronto con tali ambienti sarà poi sufficiente per ritrovare l’equilibrio, fortunatamente). Non esistono, oggi in Italia, ambienti più feroci, bigotti ed arroganti di quelli legati al cosiddetto mondo lgbt. Un mondo che impiega il 100% delle sue forze per comprimere gli spazi di libertà reale in nome di libertà fittizie. Gli argomenti contro Italo, per esempio, sono eloquenti.
La colpa imputata al Family Day è ontologica, non politica. Chi il 30 gennaio si riunirà al Circo Massimo ha la colpa di esistere. La manifestazione viene giudicata razzista, omofoba, fondamentalista, nonchè, è ovvio, fascista e magari nazista. Le opinioni di chi vi prenderà parte sono non opinioni, cose che non devono avere legittimità. Sulle unioni civili il solo dibattito viene giudicato una concessione troppo generosa, perchè sull’argomento una sola posizione dovrebbe essere tollerata, eventuali obiezioni devono essere materiale per la polizia. Ovvio che Italo, interloquendo commercialmente con simili ambienti, si sia macchiato di peccato ideologico grave. Ora, da dove nasce questa sicumera? Dal fatto di parlare di “diritti”. Chi vuole comprimere diritti altrui, è l’argomento, non sta esprimendo un’opinione. Sta discriminando.
Tale posizione, però, è un puro esercizio di pensiero magico. “Diritti” è qui il nome di un’essenza metafisica, assoluta e sfuggente. Insomma, sono più religiosi, nel senso delle argomentazioni usate, più i gay dei Papa boys. Se invece prendiamo i diritti per ciò che realmente sono, una funzione giuridico-politica, la questione appare in maniera diversa. Tutto ciò che decide la politica ha a che fare con i diritti: ho diritto a costruire casa in riva al mare? Ho diritto a guidare il motorino senza casco? Ho diritto a fumare al cinema? Ho diritto ad avere la pensione alla mia età? Ho diritto a sposare una persona del mio stesso sesso? Di questo discute la politica. E, i gruppi lgbt se ne facciano una ragione, è ancora possibile avere delle idee differenti. 

Adriano Scianca - 25 gennaio 2016
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

MARO' IN INDIA - " La Corte olandese mena i 2 marò “per l’aia”: nessuna decisione fino al 2018 "




caso-maro


di Giuseppe Lertora

E’ giunta di recente, da parte della Corte Arbitrale dell’Aja, la notizia ferale e insieme grottesca della calendarizzazione degli appuntamenti sulla questione dei 2 Fucilieri di Marina che rimanda, bene che vada, all’agosto del 2018, la decisione finale sulla competenza giurisdizionale del caso.  Nonostante ogni buona intenzione e predisposizione, tale programmazione appare ingiustificabile per la sua lentezza, degna di una burocrazia elefantiaca tipica del Vecchio Continente e della nostra cultura, cloroformizzata e sempre più avvezza a tempi biblici, anche nelle decisioni che riguardano direttamente esseri umani e i loro sacrosanti diritti. Che gli Organismi internazionali, dalle Nazioni Unite alle sue numerose e ineffabili ramificazioni, come il Tribunale del Mare ITLOS,  l’UNHCR, la FAO, e via dicendo, fossero Enti che si preoccupano essenzialmente del proprio lauto benessere a carico degli Stati e della loro sopravvivenza, senza rilevare o decidere alcunché, era arcinoto  a tutti i cittadini del pianeta. Che, tuttavia, occorressero tre anni almeno… da adesso per prendere una decisione lapalissiana su un argomento chiaro sotto il profilo del Diritto Internazionale, sembra un fatto abnorme che solleva dubbi e pone serie ipoteche sulla stessa credibilità di quella Corte.  Ciò in palese contrasto con le promesse della nostra classe  politica, dal famigerato governo tecnico di Monti in poi, che “il caso dei 2FCM sarà risolto bene e, soprattutto, rapidamente”, salvo abbandonare quei due poveri e ligi servitori del nostro Paese (lo Stato è cosa ben diversa, regolato dal Diritto e da Leggi rispettate) al loro destino senza mai dichiarare con forza e coraggio morale la nostra competenza a giudicarli, la loro innocenza e perfino la loro estraneità a quell’incidente. Purtroppo il nostro è un Paese che ha conservato per naturale connotazione geografica un suo status, senza rilievo geopolitico,  in cui il reale rispetto delle Leggi che governano o dovrebbero governare una Società per elevarla a Nazione o Stato, si è dissolto nel tempo a causa dell’annichilimento di quei valori fondanti delle società liberal- democratiche basati sul rispetto dominante delle Libertà e dei Diritti inalienabili degli individui. Con ciò abbiamo abbandonato la cultura dei fini, dei risultati conseguiti con dignità e onore statuale, facendoci sopraffare dalla cultura dei mezzi, della comunicazione, dei dettagli che sono appannaggio di tromboni insulsi a cui poco importa di battersi per la propria bandiera e per la tutela dei propri figli e della loro libertà:  il caso dei 2 fucilieri sembra rientrare in uno stato patologico più che fisiologico di una società liquida come la nostra in cui la parola Patria è soffocata dalla globalizzazione e sempre più bandita dai dizionari e dalle nostre menti. Eppure nel caso in specie l’Italia aveva davvero tante ragioni da far valere proprio in termini di diritti e norme; dal diritto internazionale all’immunità funzionale dei militari impiegati all’estero, fino alle prove sulle menzogne indiane, esistevano ed esistono argomenti duri come rocce a nostro favore che però non abbiamo voluto sostenere con coraggio, muovendoci con discrezione ( o opportunismi…) per evitare di infastidire gli indiani ed i loro business, lasciando spazio a grandi, roboanti e vani annunci edonistici e populistici, sostanziati da un nichilismo galoppante che, tuttavia, non paga mai. Evidentemente, oltre ai risultati che sono – ahimè – sotto gli occhi di tutti, anche il valore della grandezza “tempo” viene più o meno valorizzata a seconda delle circostanze e dei propri interessi; forse non sarebbe sprecato studiare meglio la fisica, ma anche avere nel contempo una qualche reale leadership per prendere le decisioni necessarie e una consapevolezza di identità e di orgoglio nazionale  che spesso languono. Einstein, padre  della fisica, nello spiegare la relatività al popolo, utilizzava proprio la percezione del tempo-relativo: se voi mettete una mano su una stufa rovente anche qualche secondo diventa infinito, ma se siete in compagnia di una bella ragazza anche le ore volano. Che scherzi può fare la relatività! Ciò porta a riflettere anche per il caso dei 2 Fucilieri; un conto è stare nei Palazzi dorati o in quello di Vetro con stipendi da favola, con tutti i privilegi di quello status e tutte le possibili libertà; altro è se ci si mette nei panni dei 2 Fucilieri che dopo un’illegittima  e infinita odissea già sofferta fra soprusi e sgambetti, si vedono ora spostare la loro via Crucis di almeno altri tre anni per una decisione programmatica di  quei signori. Viene da pensare che poco importi della predetta relatività,  e della cattività in cui si trovano quei due, anche a causa di un relativismo culturale, statuale, e nichilista che ha offuscato i veri valori di una Nazione. E, nonostante siano già trascorsi quasi quattro anni da quel nefasto 15 febbraio 2012, quando furono proditoriamente e illegittimamente arrestati e  sequestrate le armi del nostro Stato, con un trattamento simile a due terroristi anche se, è bene ripeterlo, stavano svolgendo un compito istituzionale a protezione degli equipaggi contro la pirateria particolarmente virulenta proprio nell’Oceano Indiano. Cioè combattevano quel crimine delle genti proprio in quelle  acque  a beneficio della comunità internazionale, ma non ultimo a favore ovviamente della vicina India.  E’ sicuramente una storia che resterà nei nostri annali come una parentesi grottesca, di un Paese che ha subito vessazioni e beffe, con un’incredibile sopportazione e con comportamenti  etici spesso opinabili. Nessuno ha avuto reazioni, né fornito risposte di fronte a questa ulteriore deriva, giustificando anzi – come ha sostenuto il Ministero degli Esteri – che “ci sono dei tempi arbitrali!!!”; nessuno si è peritato di dichiarare la loro innocenza e la loro estraneità ai fatti e, ormai,  anche le telefonate di circostanza e di facciata sembra siano finite.  Eppure la calendarizzazione stilata dalla Corte dell’Aja che, immotivatamente, mena il can per l’aia, battendo sempre le ortiche con l’affare altrui e rinviando il supremo pronunciamento al 2018, sulla competenza giuridica tra Italia e India per trattare il caso, ripropone con forza alcuni temi e riflessioni, nonchè le relative azioni che non possono essere ulteriormente sottaciute o rinviate.
Primo punto – Le lungaggini e l’elefantiaca burocrazia paralizzano diversi Organismi, come il Tribunale del Mare di Amburgo e quello della Corte arbitrale dell’Aja che, per analizzare, discutere e decidere su questioni abbastanza lapalissiane, impiega lustri o comunque molti anni… per non decidere nulla. E’  il caso di mantenere quei carrozzoni inutili che ci costano una tombola, costituiti da elementi autoreferenziali e lautamente pagati, nella sola speranza che decidano qualcosa prima che morte ci colga?  Bisognerebbe forse iniziare dalle Nazioni Unite che, come noto, è un mostro vorace di denari, ma un nano irrilevante quando si tratta di coordinare operazioni di peace-keeping o anche di decidere su questioni internazionali; con esso bisogna ridurre se non eliminare tutte quelle articolazioni dipendenti con lo stesso DNA, come l’ITLOS, l’UNHCR, lo World Food Program, la FAO, e via dicendo che sono dei buchi neri privi ormai di ogni reale significato  sociale e comunitario, se non quello di alimentare stipendi favolosi ai prediletti, innumerevoli, dipendenti.
Punto Secondo – Le decisioni di tali organi vanno fatte nel merito, nella sostanza e quindi nei fatti, più che sulle opinioni o sulle formalità. La documentazione presentata al Tribunale di Amburgo evidenzia oltre ad inaccettabili “taroccamenti” e falsità in diversi allegati, che le morti di quei due poveri pescatori sono avvenute in tempi diversi di ben cinque ore, e a decine di miglia di distanza da dove si trovava la nave Enrica Lexie, la quale – cosa ancor più grave –  è stata costretta ad entrare nelle acque territoriali del Kerala con premeditati inganni e vessazioni degli indiani. Che, peraltro, hanno spudoratamente mentito anche sulla prova balistica, tanto che l’autopsia sui due deceduti ha confermato che i proiettili letali sono di calibro diverso da quelli in dotazione ai fucilieri del San Marco.  Una solenne montatura, costruita ad arte dagli indiani per diversi motivi e mai contestata con la dovuta energia e determinazione da parte italiana, nell’arco di questi quattro anni ma che potrebbe smontata da parte del Tribunale olandese se solo lo volesse: è  chiaro che l’iniziativa deve partire dall’Italia che dovrebbe urlare prima la loro innocenza e la loro estraneità!
Punto Terzo – La riflessione sulla tempistica. Se è vero che la calendarizzazione è opinabile ed estremamente lenta, così da definirsi medievale, richiedendo altri 2 anni e mezzo per decidere sul caso, va anche ricordato  che la procedura arbitrale era stata avviata nel lontano marzo del 2013, quando il governo Monti aveva affermato che i 2 FCM non sarebbero rientrati in India dopo il permesso pasquale, almeno fino a quando non ci  fosse stata una decisione arbitrale sulla giurisdizione. Con il loro rientro coatto e il vergognoso voltafaccia di quel governo dei tecnici, tutto è andato a ramengo, compreso l’arbitrato che, qualora attuato a quel tempo,  pur con le predette lentezze dell’Aja, oggi saremo – dopo circa tre anni trascorsi –  alle battute finali della loro odissea.
Anche il nuovo governo  – e qui sta il Quarto punto – che aveva promesso di avviarlo subito al suo insediamento, ha atteso oltre un anno e mezzo: era chiaro fin d’allora che tergiversare non serviva a nulla, e che più tardi si iniziava la procedura, più tardi si arrivava a un risultato. Tant’è!
Ma è mai possibile che nessuno risponda di quegli errori fatti sulla pelle di quella povera gente?     E che qualche onorevole non senta la necessità di promuovere una rigorosa Commissione di Inchiesta Parlamentare – già richiesta anche di recente al Presidente della Repubblica – per far luce sulle responsabilità di certe decisioni, sia di ordine politico che militare, e nello stesso tempo proponga una way-ahead condivisa?
Fra l’altro anche il termine dell’agosto 2018 è piuttosto labile e rischia di spostarsi ulteriormente a destra;  incomprensibili sono gli intercalari di 6 mesi in sei mesi fra le varie memorie delle parti che potranno essere diluiti in quanto la Corte potrà concedere dilazioni concedendo all’Italia ed all’India di presentare ulteriori dichiarazioni e chiarimenti che allungheranno ancora il brodo ed i tempi definitivi: altro che prendersela comoda, qui siamo di fronte ad una sfacciata presa per i fondelli! Paradossalmente, pur non esistendo tuttora uno specifico capo d’accusa nei confronti dei 2 FCM dopo quasi 4 anni di detenzione o libertà vigilata preventiva, loro hanno avuto già una condanna di fatto, di questi 4 anni  di pena, senza sentenza, senza processo e, soprattutto, senza colpe.  E, soltanto dopo quell’agosto 2018, a fronte della decisione in merito alla giurisdizione presa dall’Aja, dovrebbe iniziare il processo in Italia o in India, secondo il verdetto del Tribunale Arbitrale; cioè solo allora inizierà la seconda parte dell’odissea che si spera avvenga nei tribunali nostrani i quali, comunque, secondo le tradizioni della nostra ineffabile giustizia, potrebbero richiedere  tempi non brevi.
L’ultimo punto di riflessione in ordine di tempo, ma non certo d’importanza, riguarda invece la decisione dell’Aja sulla sorte di Girone che dovrebbe scaturire, salvo complicazioni, dalla prefigurata riunione del 30 e 31 marzo prossimo venturo, in esito alla reiterata richiesta italiana (finora respinta) di farlo rientrare e attendere la definitiva sentenza del 2018, in Patria.  Di fronte alle farse indiane, ai profili d’illegittimità dei documenti forniti dagli stessi, e considerati i soprusi patiti finora dalla parte italiana, lo stesso rilancio del verdetto sulla giurisdizione per altri 2 anni e mezzo, dovrebbe e potrebbe essere giocato su quei tavoli a nostro favore. Sicuramente va sostenuta, come elemento fondamentale, l’aberrazione giuridica di mantenere in uno stato di detenzione preventiva e continuata, un soggetto, magari innocente, per un periodo che si avvicinerebbe ai 7 anni di detenzione. Il rientro di Girone potrebbe essere visto come una magra e parziale soddisfazione, ma nulla è scontato; almeno in quell’occasione i nostri governanti e lo staff degli avvocati difensori dovranno alzare i toni denunciando ogni altra diversa  decisione, contraria ad ogni stato di diritto: c’è bisogno non di una giustizia scioccamente giustizialista, ma di una giustizia della Legge e del Diritto Internazionale. Ci vuole quel coraggio morale che sappia vincere le paure, una intraprendenza che soffochi le neghittosità e gli opportunismi, e  faccia osare con forza contro i soprusi e per la Libertà, soprattutto di quella dei nostri figli-soldati, e dei diritti umani di tutti; c’è bisogno di porre in essere l’etica della responsabilità a tutti i livelli, poiché una Nazione è tale, e democratica davvero,  soltanto se ogni doveroso atto civico dei propri governanti è orientato alla tutela dei propri cittadini, soprattutto se degni servitori della cosa pubblica. In tale ottica, qualora il pronunciamento della Corte dell’Aja di fine Marzo 2016 non decida a favore del rientro in Patria di Girone, non possiamo restare inermi ad attendere che passi “la lunga notte” grottesca e offensiva della loro interminabile odissea, divenendone compartecipi e conniventi; un’ulteriore umiliazione personale e nazionale non sarebbe tollerata perché il bicchiere  è stracolmo.
Ci rimarrebbe una sola via d’uscita, rischiosa ma onorevole e da percorrere a qualunque costo: dare l’ordine, senza se e senza ma, di andarsi a riprendere Girone a Delhi con le nostre Forze Speciali, alla faccia tosta degli indiani.
P.S: Ieri, 25.1.16, una notizia positiva che si spera possa discendere dalla nostra perseveranza nel sostenere la causa dei 2 Fucilieri: il sottufficiale Latorre, in Italia per curarsi dopo il grave ictus che l’ha colpito oltre un anno fa, accompagnato dall’ Ammiraglio De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina, è stato ricevuto con grande umanità e comprensione – a detta dello stesso FCM – dal Presidente Mattarella: un segnale importante. Ci vogliamo illudere che “la letterina aperta di Natale” possa aver giocato un qualche ruolo nella giusta decisione del nostro Presidente!

26 gennaio 2016

fonte: http://www.liberoreporter.it

26/01/16

MARO' IN INDIA "IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - SOLO PAROLE E GESTI VUOTI DA PARTE DEI NOSTRI POLITICI 'PATACCA' "






26 Gennaio 2016
Stefano Tronconi 

Che la scelta di ricorrere all'arbitrato internazionale sulla giurisdizione sia stato solo l'errore finale in una vicenda gestita fin dal primo giorno in modo demenziale l'ho ormai scritto più volte. L'avevo scritto prima che tale scelta venisse compiuta e l'ho scritto nei mesi successivi all'avvio dell'arbitrato. Nel frattempo dovrebbe ormai essere divenuto evidente a tutti che l'arbitrato ha sortito come unico effetto quello di congelare ulteriormente la situazione già in essere ad esclusivo vantaggio dell'India.
Se l'avvio dell'arbitrato non ha aiutato ad accelerare il rientro in Italia di Salvatore Girone, in compenso ha tolto l'India da ogni potenziale imbarazzo. E' stato infatti a questo punto ufficializzato che, almeno fino al 2018 ma sicuramente oltre, nelle sedi politiche e giudiziarie italiane, indiane ed internazionali le prove che dimostrano l'innocenza dei marò e la manipolazione delle indagine svolte in Kerala potranno essere 'legittimamente' messe da parte.
Un vero e proprio 'capolovoro' di imbecillità che solo l'insipiente classe politica italiana poteva mettere in atto.
Ci si potrebbe domandare a questo punto se tra i politici italiani vi sia almeno qualcuno che a furia di errori non abbia quantomeno capito o imparato qualcosa dalla vicenda.
Purtroppo dalle dichiarazioni più recenti non si direbbe. Oppure semplicemente i nostri politici, nel caso avessero capito qualcosa, pensano ancora di poter far finta di nienta e continuare prendere per fessi tutti quelli che ancora li stanno a sentire.
Iniziamo quest'oggi dal Presidente del Consiglio.
A fine Dicembre Renzi ci aveva illuminato con queste parole:
“Ho provato a trovare un accordo politico con il Primo Ministro Modi che mi ha detto di essersi, come me, ritrovato questa vicenda sul tavolo. Alla fine l'unica strada praticabile è stata quella di riferire la materia ad un tribunale internazionale”.
A parte il fatto che verrebe naturale domandarsi perché mai Renzi abbia girato a vuoto per ben un anno e mezzo prima di piegarsi alla scelta disperata del tribunale internazionale. Ma, a prescindere da questo, di quale accordo politico parla Renzi?
Se in politica estera non fosse la patacca che ha dimostrato di essere, nella vicenda Marò Renzi avrebbe dovuto seguire una sola strada. Avrebbe dovuto far capire a Modi, con le buone o con le 'cattive', che a fronte di tutte le prove che dimostrano che i marò italiani niente hanno a che vedere con la morte dei pescatori, l'interesse dei governi italiano ed indiano poteva essere uno solo ed era un interesse comune. L'interesse reciproco a fare chiarezza individuando, anche attraverso la magistratura indiana, le persone responsabili della manipolazione delle indagini affinché questo incidente non continuasse a gettare una luce sinistra tanto sull'Italia che sull'India come Paesi. Potendo tra l'altro contare sul vantaggio che nessuno di questi responsabili appartiene all'area politica di Modi.
Cosa ha combinato invece il nostro Renzi? Non avendo acceso i fari sui crimini e sugli errori di alcuni individui ben identificati, è riuscito, attraverso l'avvio dell'arbitrato, a mettere l'intera vicenda fermamente nell'alveo dello scontro tra Stati (dove l'India ha sicuramente molte più carte da giocare) ed è riuscito a sprecare le vere carte vincenti che aveva in mano (le prove dell'innocenza dei marò e delle indagini manipolate all'origine).
Come politico patacca non si è certamente dimostrato da meno di Renzi l'attuale Ministro degli Esteri.
A commento della notizia che il tribunale arbitrale, in assenza di prevedibili ulteriori rinvii, potrà arrivare ad una qualche decisione sulla competenza giurisdizionale non prima dell'estate 2018, Gentiloni non ha trovato meglio da dire che:
“Ogni tanto i tempi della giustizia italiana sono molto più lunghi. Naturalmente noi ci auguriamo che questo periodo possa vedere sia Latorre che Girone in Italia, cioé che nel corso di questa dinamica arbitrale i due marò possano restare in Italia.”
E' tutto quello che ha da dire, Gentiloni? Se un tale commento l'avesse fatto una qualsiasi zia Pierina sarebbe stato accettabile, ma che un commento del genere vanga dal ministro degli esteri ben spiega perché nel mondo l'Italia non se la fili proprio nessuno!
Ministro Gentiloni, ma lo ha capito che i due Marò non hanno ucciso i pescatori? Ha capito che, malgrado la loro innocenza, i miltari italiani sono stati additati all'opinione pubblica internazionale come così male addestrati da non saper distinguere dei pirati da degli inermi pescatori? Ha capito che in questa vicenda l'Italia che lei rappresenta è riuscita ancora una volta a dare di sé solo l'immagine del Paese più politicamente incapace ed inaffidabile del mondo?
Mah ….....
Per non farla troppo lunga, tralascio in questa occasione di commentare le recenti parole dei politici che militano nell'opposizione e che da sempre su questa vicenda riescono solo ad esprimersi con parole che non centrano il cuore del problema e risultano perdipiù spesso fuori tempo.
Non sto quindi in questa occasione a spiegare perché sono state parole fuori luogo e fuori tempo quelle che abbiamo sentito nelle ultime settimane da parte di:
- l'ex-presidente della Commissione Difesa Elio Vito, ovvero colui che quando era nella posizione di chiedere al governo di abbracciare l''innocenza' chiedeva a gran voce l'arbitrato internazionale ed ora che è in corso l'arbitrato da lui richiesto chiede a gran voce che il governo abbracci l''innocenza;
- l'europarlamentare Lara Comi, ovvero colei che si è meritoriamente mossa per una risoluzione del Parlamento Europeo a favore dei Marò ed ha finito col portare in aula una risoluzione che dà per acquisita un'inesistente responsabilità dei marò nella morte dei pescatori indiani;
- l'ex-ministro degli Esteri Giulio Terzi, ovvero colui sotto la cui guida agli Esteri sono stati compiuti moltissimi dei madornali errori che ancora oggi condizionano la vicenda.
Questi signori non c'azzeccano proprio, ma quantomeno aiutano a tenere alta l'attenzione, e quindi sono forse meglio le loro dichiarazioni patacca rispetto al silenzio vergognoso che ha caratterizzato il restante 99% dei politici.
Preferisco invece chiudere questo post ricordando le parole di Mattarella pronunciate circa due mesi fa durante la visita su una nave 'fregata' italiana (in questo caso dalle parole vuote si passa al gesto vuoto):
“ Il mio pensiero va alla missione di Girone e Latorre, allora impegnati anch'essi a difesa della sicurezza delle nostre navi mercantili. A loro rinnovo il sostegno del Paese. Sarò davvero lieto quando potrò incontrarli INSIEME in Italia”.
Ieri Mattarella ha in qualche modo smentito se stesso ed ha incontrato il solo Massimiliano Latorre con una scelta che mette una volta di più in risalto tutta l'impotenza della classe politica italiana, conseguenza degli enormi errori commessi.
La 'finestra di opportunità' di questo mese di Gennaio su cui aveva probabilmente fatto conto anche il Presidente della Repubblica è venuta meno vuoi per il disastroso 'tempismo' del sen. Nicola Latorre, vuoi per altre considerazioni di convenienza politica interna indiana.
Per la nuova 'finestra di opportunità' Salvatore Girone dovrà ora aspettare Aprile. L'Italia infatti con l'avvio dell'arbitrato sulla giurisdizione si è legata definitivamente le mani lasciando di fatto all'India ogni decisione sui tempi di rientro in patria di Salvatore.
Cari politici ...... credo proprio che il termine 'patacca', che sta ad indicare qualcosa o qualcuno che vale meno di quanto si voglia far credere, ve lo siate tutti meritati sul campo!

I rifugiati cristiani in Turchia sono costretti a «fingersi musulmani»


Secondo il Gatestone Institute per evitare discriminazioni circa 45 mila cristiani fuggiti da Siria e Iraq nascondono la loro identità religiosa





Circa 45 mila cristiani fuggiti da Siria e Iraq devono nascondere la loro identità religiosa in Turchia per evitare discriminazioni. Decine di migliaia di armeni, siriaci e caldei hanno chiesto asilo negli Stati Unti, in Canada o in Austria e in attesa del permesso di partire potranno restare in Turchia fino al 2023.  

«CI FINGIAMO MUSULMANI». Il Gatestone Institute riporta la testimonianza di Anonis Alis Salciyan, armena fuggita dall’Iraq nel 2014 e ora residente nella cittadina di Yozgat. «In pubblico facciamo finta di essere musulmani. Tiriamo avanti solo grazie agli aiuti che ci giungono da parenti in Europa. I nostri figli non parlano la lingua e non possono andare a scuola». Per lei in realtà si tratta quasi di un ritorno, visto che la sua famiglia era stata deportata durante il genocidio di cui l’anno scorso si è ricordato il centenario.

«PREGHIAMO IN CASA». Anche Linda e Vahan Markaryan sono scappati dall’Iraq l’anno scorso, dopo che la loro casa è stata attaccata dai miliziani dello Stato islamico. «Mia figlia, Nusik, sette anni, ha smesso di parlare il giorno dell’attacco e da allora non ha ancora detto una parola». In Turchia preferiscono tenere nascosta la loro religione: «Dobbiamo pregare in casa. Non è sicuro».

«NON ABBIAMO DIRITTI». La famiglia è certa di «non avere un futuro qui», ma non sa dove altro andare. Il marito di Linda, Vahan, fatica a trovare un impiego: «Ci sono solo lavori temporanei nei cantieri edili. Gli operai turchi guadagnano 100 lire al giorno ma noi, per fare lo stesso lavoro, ne prendiamo solo 25. Non abbiamo diritti».

Foto Ansa

gennaio 26, 2016 Redazione
fonte. http://www.tempi.it

Statue? Impacchettate Renzi e speditelo in Iran a fare un corso di tolleranza



Stiamo a vedere quando toccherà a noi italiani non essere offesi.

Come ebbi modo di scrivere. Dà fastidio il crocifisso? Guardassero altrove. Dà fastidio la patatina marmorea della Venere o gli attributi bronzei della Statua equestre di Marco Aurelio? Andassero altrove. Facessero altrove la farsa. Che so, in Villa Borghese tra i mezzi busti.
Ritorno al medioevo o giù di lì? A quando per pudore venivano fatti ricoprire i nudi della Cappella Sistina? O per essere politicamente corretti del Glande Sistina (tanto, visto che ci siamo…)?
Coerenza! Ora basta. Se integrazione deve essere, lo sia per davvero. Togliete la biada al cavallo bronzeo di Marco Aurelio: ramadan. Mettete il velo alla Venere di Botticelli, forza! E se possibile troncate pèni di marmo e coprite le sacre nudità partorite dalla gentilezza pittorica di qualche matto infedele del Rinascimento italiano. E soprattutto, altro che le statue di marmo: impacchettate Renzi e tutta la bislacca corte e spediteli in Iran a fare un corso di tolleranza e rispetto delle culture altrui, vedranno quanto sarà più facile chiudere accordi commerciali, chinare il capo e sottostare a leggi morali, etiche e giuridiche ferree. Velo per la Boschi subito, appena scesa dall’aereo, zitti e mosca. Dopo aver subordinato ogni proiezione spontanea di italianità al rispetto dell’altro, ai capricci del progresso che sposta i mercati qua e là, dopo aver quasi dimenticato che cent’anni fa ci fu la Grande Guerra, dopo aver tolto di mezzo crocifissi, dopo aver chiesto di buttare giù obelischi, dopo aver fatto crollare mezza Pompei, mentre l’operazione di smontaggio dell’italianità, dell’essenza stessa della cultura italiana (non basta un bel paio di scarpe “Made in Italy”, fatte a mano, voilà, né la riforma Franceschini che risistema le soprintendeze italiane, per quanto ben concepita) è in lento progredire, ci mancava la ciliegina sulla torta. E certo. Strappare la lingua all’arte che da secoli parla un linguaggio universale è davvero barbarico. Uno stupido servilismo, un’inutile prostrazione. Nascondersi, la parola d’ordine del regime è nascondersi. Nascondere le origini in nome del rispetto, nascondere il proprio credo in nome della tolleranza. Nascondere l’arte dietro a pannelli di plastica. Una mutilazione, un aborto; guardare quella freddezza impacchettata, quei pannelli, annichilisce, roba da star male, sconcertati davanti allo schermo.
“Fonti della delegazione iraniana confermano che, durante un sopralluogo, i nudi femminili erano stati considerati inappropriati per la visita del leader e religioso iraniano”, riporta il Corsera.
Coprire i nudi, poi, siamo al ridicolo. Siamo d’accordo che il presidente iraniano Hassan Rohani pensi che non tutti abbiano i genitali e per questo si offenda terribilmente nel constatare che, in queste latitudini, esistano, addirittura nelle raffigurazioni marmoree di uomini e donne, ma calarsi le braghe così platealmente, senza ovviamente mostrare i gioielli di famiglia, sempre per questione rispetto, è davvero qualcosa di incredibile.
Nel frattempo, Franceschini annuncia che Pistoia sarà la capitale della cultura 2017. Evviva! Speriamo che, lì almeno, non vada in visita nessuna delegazione…non si sa mai

Emanuele Ricucci - 26 gennaio 2016
fonte: http://blog.ilgiornale.it

Caso Marò " Il marò al Quirinale. Manca solo Renzi "

 

Massimiliano Latorre, in convalescenza, ricevuto ieri da Mattarella Vito (FI): «Quando dal premier?». Attesa per il verdetto su Girone.

 

INDIA-ITALY-COURT-DIPLOMACY-FILES


«Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale il sottufficiale della Marina Militare capo di I Classe Massimiliano Latorre, accompagnato dal capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio di Squadra Giuseppe De Giorgi»: dietro le poche righe diffuse ieri dal Quirinale la speranza di vedere conclusa al più presto la vicenda dei marò, ingiustamente accusati in India di aver ucciso due pescatori. L’incontro del marinaio convalescente in Italia con il presidente della Repubblica ha un grande significato soprattutto per il commilitone Salvatore Girone, ancora agli arresti domiciliari nella nostra ambasciata di Nuova Delhi.

Immediato il commento di Elio Vito, capogruppo di Fi in commissione Difesa della Camera: «Bene l’incontro del presidente della Repubblica con Massimiliano Latorre. A quando quello con Matteo Renzi?». Il fuciliere di Marina Massimiliano Latorre ha detto che si è trattato di «un incontro molto riservato. Sono stato piacevolmente colpito dal senso di concretezza e umanità del presidente Mattarella, nell’aver carpito in poche battute gli stati d’animo correlati alla vicenda che da quattro anni viviamo confermando le parole da lui espresse nei nostri confronti in diverse occasioni». E ha aggiunto che per lui è stato «un grande onore, come uomo e come militare italiano, poter incontrare, accompagnato dal Capo di Stato Maggiore della Marina Militare ammiraglio De Giorgi, il signor Presidente della Repubblica nonché comandante supremo delle forze armate».

Nicola Latorre (i due non sono parenti, solamente omonimi), presidente della Commissione Difesa del Senato spera in una soluzione rapida: «Noi riteniamo che anche l’opinione pubblica indiana possa comprendere, dopo tanto tempo, come stanno le cose e quali sono le ragioni per le quali il nostro Paese reclama che venga fatta finalmente giustizia restituendo alla giurisdizione naturale e all’Italia i nostri due fucilieri di Marina». Il senatore del Pd ha detto che «fino ad oggi sia Massimiliano Latorre che Salvatore Girone hanno dimostrato di essere delle persone straordinarie, in grado di reggere a questo passaggio delicato e a questa grande ingiustizia che si sta consumando contro di loro. Certo - ha aggiunto - è uno stato d’animo segnato da tanta tensione, ma ho potuto constatare che la forza di Girone è tale per cui possiamo confidare in una attesa fiduciosa degli eventi, anche da parte sua». E a proposito dell’incontro con Mattarella: «una delle ragioni è anche di approfondire e rendere nota l’impostazione con la quale affronteremo il 30 marzo la discussione per chiedere il rientro di Salvatore Girone». «Naturalmente - ha aggiunto - noi confermeremo, anche in riferimento ad alcune indiscrezioni che sono apparse, che Latorre rimarrà in Italia sino a quando l’arbitrato non sarà concluso. Con la stessa impostazione ci apprestiamo ad affrontare il confronto di fine marzo per Salvatore Girone».

Antonio Angeli - 26 gennaio 2016
fonte: http://www.iltempo.it

24/01/16

UNIONI CIVILI "Avere un padre e una madre: un diritto da proteggere"


Viviamo in un’epoca in cui in nome di sempre nuovi “diritti” ne vengono cancellati di antichi come il mondo stesso. Tra questi, oltre al diritto alla vita, vi è quello di ogni uomo ad avere un padre ed una madre. Diritto naturale, cioè iscritto nella natura stessa dell’uomo. Eppure oggi numerosi paesi europei e non solo, da diversi anni a questa parte, appaiono impegnati in quella che non sarebbe eccessivo definire un’opera di smantellamento dell’istituto naturale della famiglia.
Si tratta di un processo culturale, prima che politico, che scaturisce dalla convinzione, anche storicamente infondata, secondo cui il sistema sociale altro non sarebbe che una fortuita combinazione di elementi, tra cui la famiglia, del tutto convenzionali e dunque privi di valore intrinseco. I frutti di questa tendenza relativista emergono con forza allorquando, come accade oggi, le stesse istituzioni democratiche – costitutivamente preposte alla tutela del bene comune – contraddicono la propria ragion d’essere piegandosi alla promozione di interessi particolari.
Ad esempio l’interesse di una persona singola ad avere un figlio, magari persino in età avanzata. Ecco che sempre di più le legislazioni occidentali si aprono all’adozione di figli a single, al ricorso di single alla fecondazione artificiale, alla possibilità per le cosiddette “mamme-nonne” di concepire un figlio tramite l’ausilio delle nuove tecniche di “Procreazione medicalmente assistita” (PMA)
Sempre più accade oggi che dei bambini siano concepiti non dal rapporto d’amore tra un uomo e una donna, ma tramite il ricorso a banche del seme o degli ovuli, o addirittura all’utero in affitto. Come sappiamo vi è addirittura chi lavora alla creazione di uteri artificiali!
Eppure la psicologia, la sociologia, il buon senso, ci dicono quanto sia importante nell’educazione equilibrata di un figlio l’apporto di ambedue i genitori, di entrambi i sessi. Ricerche e studi governativi fatti in America dicono che già negli anni ottanta il 63% dei suicidi in età giovanile si era verificato in famiglie col padre assente, e che i figli di un single soffrono “più frequentemente di disordini psichici“, ed hanno “una probabilità assai maggiore di cadere in abuso precoce di alcool e droghe” (Fonte: United States Department of Health and Human Service, Bureau of Census; David A. Brente et al., Post-traumatic stress disorder in peers of adolescent suicide victims, in “Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry”, 34 (1995), pp.209-215).
“Una ricerca durata per oltre 34 mesi- come ricorda l’avvocato Massimiliano Fiorin nel suo “La fabbrica dei divorzi”- sui bambini dell’asilo ricoverati negli ospedali di New Orleans negli anni ottanta, quali pazienti del reparto di psichiatria, ha rivelato che nell’80% dei casi la patologia era originata dall’assenza (voluta o imposta, ndr) del padre” (Jack Block et al., Parental functioning and the home environment in families of divorce, in “Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry”, 27 (1988), pp. 297-213).
Ancora: “A detta delle statistiche elaborate dagli appositi dipartimenti del Ministero di Grazia e Giustizia (americano), agli inizi degli anni novanta il 43% dei detenuti americani era infatti cresciuto in casa con un unico genitore, mentre un ulteriore 14% era vissuto senza entrambi i genitori. Un altro 14% aveva trascorso l’ultima parte dell’infanzia presso un collegio, un’agenzia o un altro istituto giovanile… In Texas, nel 1992, l’85% dei giovani carcerati era parimenti proveniente da fatherless homes. Così come lo era l’80% degli autori di stupri motivati da accessi di rabbia incontrollata” (fonte: United States Bureau of Justice Statistics, Survey of State Prison Inmates, 1991; Criminal Justice & Behavior, 14 (1978), pp.403-426; Texas Department of Corrections, Fulton Co. Georgia Jail populations, 1992).
Eppure c’è chi si ostina a negare l’importanza dei genitori e quindi a sostenere la liceità di ricorrere alla fecondazione artificiale per i singles.
Esempio di questa iniqua negazione del diritto dei nascituri ad avere entrambi i genitori sono anche i reiterati tentativi, talora concretizzatisi in provvedimenti legislativi, volti non solamente a conferire rilievo pubblico alle unioni omosessuali, ma anche a riconoscere a tali contraenti il diritto all’adozione di bambini (ottenuti tramite fecondazione artificiale o adozione di bambini già nati, nonostante per questi ultimi non manchi certo la domanda da parte di coppie eterosessuali padre-madre).
Di fronte a questi fatti e a questa cultura -che porta a sostituire persino le parola “padre” e “madre”, in alcuni paesi, con perifrasi disumane come “genitore A” e “genitore B”, e in altri con il termine generico di “contraenti” (il patto matrimoniale)-, a noi sembra necessario ribadire il diritto di ogni creatura che viene al mondo ad avere un padre ed una madre dai quali essere generati, cresciuti e amati.
In perfetta sintonia non con un particolare credo religioso, come si vuole far credere da parte di alcuni, ma con la natura stessa, che prevede che ogni uomo nasca dal rapporto tra un uomo e una donna, e dalla “singamia” (cioè “matrimonio”) tra un ovulo femminile e uno spermatozoo maschile. In quest’ottica – basandoci solamente sul buon senso, sulla biologia, sull’esperienza e sulla realtà, oltre che sugli studi di psicologia che dimostrano tutti la necessità per ogni figlio di entrambi i genitori e del loro differente e complementare apporto-, riteniamo che la nostra posizione non sia, come si dice da più parti, discriminatoria, ma al contrario che essa difenda il diritto del più debole (e cioè proprio il bambino chiamato al mondo) dalle discriminazioni dei più forti, dall’arbitrio di quegli adulti che vorrebbero cancellarlo in nome di un proprio, presunto “diritto”, imponibile per legge, o attraverso le forzature della tecnica, perché inesistente, in verità, in natura.

Movimento Europeo per la Difesa della Vita e della Dignità Umana (MEVD) 
fonte: http://www.corsiadeiservi.it 

Quelli che in Europa non ci stanno a fare la figura dei pecoroni


Il fronte scettico dell’Est si allarga e alza la voce: «Una volta eravamo sotto la supervisione di Mosca. Oggi cos’è cambiato?»

pecore-bruxelles-ansa

C’è chi scruta nei manifesti ideologici dei partiti e chi cerca di prendere la temperatura della xenofobia, chi dà un’occhiata alle statistiche della disoccupazione e chi ipotizza manipolazioni russe e/o americane. Ma per capire le radici profonde dell’ondata di disincanto e di scontento che ha portato al governo partiti e leader euroscettici in una bella fetta di Europa orientale e che ha materializzato un fronte del rifiuto che va da Tallinn a Budapest contro la proposta di redistribuire in tutta l’Unione Europea i profughi arrivati l’anno scorso, basta riprendere in mano un articolo scritto nel lontano 1969 da Milan Kundera, lo scrittore cecoslovacco insospettabile di sciovinismo.  «Una grande nazione – scriveva l’autore de L’insostenibile leggerezza dell’essere all’indomani dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia – non si tormenta con l’interrogativo di trovare un motivo e una giustificazione alla propria esistenza, ma semplicemente esiste e continua a farlo con evidenza schiacciante. Una grande nazione si fonda sulla propria grandezza, lasciandosi spesso inebriare come fosse essa stessa un valore (…). Una piccola nazione, invece, se ha una certa importanza nel mondo, deve ricrearla di giorno in giorno, senza mai fermarsi. Nel momento in cui cesserà di creare dei valori, perderà la sua motivazione di esistenza e alla fine forse cesserà pure di esistere perché è fragile e distruttibile. (…) Credo nella grande missione storica delle piccole nazioni nel mondo attuale, lasciato in balìa delle superpotenze che desiderano adeguarlo e livellarlo alla loro misura. Le piccole nazioni, nel loro costante tentativo di cercare e creare la propria fisionomia, e nella lotta per la propria individualità, diventano al contempo protettrici di quel globo minacciato da terribili spinte uniformatrici, consentendo così di brillare a tutta una lunga serie di diversità di tradizioni e di stili di vita, permettendo così che individualità, prodigiosità e peculiarità umana siano di casa entro i propri confini». I paesi dell’Est, anche quando sono paesi di media grandezza come la Polonia coi suoi 38 milioni di abitanti, sono piccole nazioni nel senso che la loro esistenza come stati è da sempre precaria, sono stati cancellati dalle carte geografiche e sono riapparsi più volte. Nei quarant’anni seguiti alla Seconda Guerra mondiale hanno vissuto come fantasmi incorporati nell’Unione Sovietica (i tre paesi baltici) o sotto la cappa della dottrina Breznev della sovranità limitata (paesi del Patto di Varsavia). Caduto il muro di Berlino hanno creduto di poter vivere un’insperata primavera della libertà e dell’indipendenza, e che la Nato e l’Unione Europea sarebbero state scudo e spada per garantire la loro sicurezza e gettare le basi di un benessere crescente. Hanno avuto la loro luna di miele con Bruxelles, fatta di fondi di coesione e di sviluppo regionale, fino a quando hanno capito qual è il prezzo per poter andare in giro ben nutriti e ben vestiti: l’Unione Europea non vuole limitare la sovranità degli stati nazione dell’Est, come facevano i sovietici, vuole proprio sciogliere l’individualità culturale e storica di queste nazioni nel grande calderone dei diritti individuali, del multiculturalismo, del mercato e della finanza mondializzati. L’Unione Europea non è europea: è globale, è un’incarnazione del mondialismo.

Dalla Polonia all’Ungheria
Allora si capisce che cosa hanno oggi in comune un primo ministro socialdemocratico post-comunista come lo slovacco Robert Fico e un ultraconservatore anticomunista che governa di fatto il suo paese pur non ricoprendo alcuna carica pubblica come il polacco Jaroslaw Kaczynski per parlare la stessa lingua in materia di profughi, cioè per rigettare la possibilità di accogliere nei loro paesi profughi di religione musulmana. Se la fisionomia nazionale diventa indeterminata, a causa dell’ingresso di immigrati di cultura diversa da quella che ha preso forma nel corso di una storia secolare, l’esistenza stessa dei loro popoli come entità distinte rischia di collassare. La cessione parziale di sovranità all’Unione Europea diventa rinuncia all’indipendenza se si lascia decidere a Bruxelles chi ha il diritto di entrare nel proprio territorio. Undici anni fa, quando otto paesi ex comunisti entravano in un colpo solo a far parte dell’Unione Europea, c’era un solo personaggio pubblico euro-orientale che osava paragonare quell’Unione all’Unione Sovietica: il russo Vladimir Bukovski. Quattro anni fa Viktor Orban, primo ministro ungherese, fece scandalo quando si appropriò del paragone. Adesso è diventato moneta corrente in molti ambienti politici dell’Est. Concetti simili si possono ascoltare da un parlamentare ceco la cui formazione è affiliata al Partito popolare europeo (Ppe): «Una volta ci trovavamo sotto la supervisione di Mosca», ha dichiarato il presidente della Commissione per gli affari europei del parlamento ceco, il democristiano Ondrej Benesik. «Ora molta gente ha l’impressione che la stessa cosa stia accadendo con Bruxelles».
A Ovest i giudizi negativi e sommari sui fratelli orientali sono una cascata: li si accusa di essere egoisti, razzisti, xenofobi, ritardatari della storia, ma soprattutto ingrati. Fra il 2007 e il 2013 l’Unione Europea ha messo a bilancio 176 miliardi di euro (di cui effettivamente erogati 131 al 2014) di fondi europei destinati allo sviluppo di dieci paesi dell’Est. La Polonia è stata la destinataria di 67 miliardi di aiuti. Il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel è stato sferzante: «Ci sono paesi dell’Unione che vedono l’Europa come una comunità di benefici alla quale si partecipa solo quando ci sono soldi da spartire», ha commentato. I pochi osservatori benevoli propongono l’attenuante degli effetti depressivi prodotti dalla crisi finanziaria del 2008 sulle economie dei paesi membri. Ma se guardiamo le statistiche, il Fondo monetario nazionale (Fmi) ha da poco comunicato che l’area economicamente più dinamica dell’Unione Europea nel 2016 sarà quella che comprende i tre paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) e i quattro del cosiddetto Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria). Con un aumento medio del Pil del 2,9 per cento, questa che è l’Europa sul banco degli imputati per le frizioni con Bruxelles sarà anche quella con la crescita economica maggiore. Tendenza che dovrebbe proseguire nel periodo 2017-2020.

I sensi di colpa occidentali
No, i problemi economici non c’entrano. Con i migliori tassi di crescita del Pil a livello europeo e con tassi di disoccupazione che sono simili a quelli dell’Italia nei peggiori dei casi (10,8 per cento in Slovacchia e 10 in Lettonia) e che sono la metà dei nostri nei migliori dei casi (4,6 per cento nella Repubblica Ceca e 6,4 in Ungheria), l’unica questione socio-economica che i paesi dell’Est possono invocare per tenere chiuse le frontiere ai migranti è la presenza sul loro territorio di minoranze etniche svantaggiate di antica data che rappresentano un problema niente affatto risolto e che hanno per natura la precedenza: parliamo dei rom, particolarmente numerosi in Ungheria (6 per cento degli abitanti) e in Slovacchia (10 per cento). La vera ragione delle incomprensioni fra Est e Ovest e della crescente volontà di allentamento dei legami da parte dei paesi del Gruppo di Visegrad sta nel décalage storico e culturale fra Est e Ovest e nel giudizio che l’Est sta dando di quello che succede a Ovest.
L’apertura dell’Europa occidentale al multiculturalismo e all’immigrazione di massa nasce dal suo senso di colpa per l’imperialismo e il colonialismo del passato, quando i popoli extraeuropei sono stati sottomessi con la giustificazione della missione civilizzatrice europea, ideologia di copertura degli interessi economici e finanziari delle grandi compagnie e della volontà di potenza degli stati. Oggi l’Europa occidentale espia le sue colpe relativizzando il valore della sua civiltà (accettazione del multiculturalismo al suo interno e del relativismo morale) e abiurando la realtà degli stati nazione storici per sostituirla con quella di uno spazio politico postnazionale definito soltanto dai diritti umani individuali e dalla solidarietà universale. Anche stavolta si tratta di coperture ideologiche di grandi interessi economico-finanziari: la cancellazione delle comunità nazionali e la loro sostituzione coi diritti/desideri degli individui è funzionale alla logica del consumismo e del profitto, l’apertura totale delle frontiere alle masse di migranti è funzionale alla globalizzazione dei mercati e al contenimento dei costi della manodopera.
Per gli europei dell’Est tutto ciò non ha senso: loro non hanno preso parte alle epopee colonialiste e imperialiste e quindi la loro autocoscienza non è afflitta dai sensi di colpa degli occidentali, né capiscono perché debbano rinunciare all’identità nazionale e alla sovranità senza averne fatto prima esperienza come hanno potuto farla i paesi dell’Europa occidentale. Non hanno vissuto le disillusioni degli occidentali e quindi non accettano ricette che non fanno al caso loro. Esprimono il loro dissenso con toni e argomenti diversi a seconda del loro orientamento politico e della loro biografia. «Pensano il mondo secondo un modello marxista e credono che si debba sviluppare automaticamente in una sola direzione», dichiara il nuovo ministro degli Esteri polacco, l’ultraconservatore Witold Waszczykowski. «Quella di una nuova mescolanza di culture e di razze, un mondo fatto di ciclisti e di vegetariani, che usano solo energie rinnovabili e combattono tutte le forme di religione». Invece il primo ministro slovacco Robert Fico, non dimentico del suo passato comunista e anti-imperialista, chiede retoricamente: «Abbiamo bombardato noi la Libia? Chi ha liquidato il regime in Iraq? Abbiamo destabilizzato noi la Siria? Che rapporto abbiamo noi con quei territori? Noi non abbiamo nessuna responsabilità per l’attuale situazione in quei paesi. Perciò non possiamo accettare che qualcuno ci obblighi a prenderci cura di quelle persone».
Le politiche che i governi del Gruppo di Visegrad assumono per difendere e promuovere l’identità nazionale contro i tentativi di omologazione di Bruxelles cominciano ad assomigliarsi e a convergere: rivalutazione del ruolo dello Stato nell’economia; stretto controllo del governo sulla banca centrale, sui media pubblici e sulla corte costituzionale; aumento dell’imposizione fiscale sui profitti delle banche e diminuzione di quella sui privati; precedenza alle imprese nazionali su quelle straniere anche europee; aumento della spesa sociale. A monte di questo ci sta l’idea che lo Stato è lo strumento organizzativo di una comunità nazionale, non di una somma di individui che rivendicano diritti.

La proposta di Orban
La formulazione più chiara della visione del mondo da cui emanano le suddette politiche l’ha data Orban, nel suo discorso di Baile Tusnad del luglio 2014, quello in cui propose il modello politico della «democrazia illiberale» e dello «Stato del workfare» in opposizione allo Stato del welfare. «Quello che stiamo facendo in Ungheria – disse in terra rumena davanti ai rappresentanti della minoranza magiara – può essere interpretato come un tentativo della leadership di armonizzare il rapporto fra gli interessi e le conquiste degli individui – che devono essere riconosciuti – e gli interessi e le conquiste della comunità, cioè della nazione. Questo significa che la nazione ungherese non è una semplice somma di individui, ma una comunità che ha bisogno di essere organizzata, rafforzata e sviluppata, e in questo senso il nuovo stato che stiamo costruendo è uno stato illiberale, uno stato non liberale. Esso non nega i valori fondativi del liberalismo, come la libertà e tutto il resto. Ma non fa di questa ideologia un elemento centrale dell’organizzazione dello stato, bensì applica al suo posto uno specifico, particolare approccio nazionale». Sul Financial Times queste posizioni, come quelle del nuovo governo polacco del PiS, vengono demonizzate come “autocratiche” e snobbate come “nativiste”, mentre si dà notizia che la Commissione europea ha messo sotto osservazione la Polonia per sospetta violazione dello Stato di diritto. Ma parecchi lettori non gradiscono: «La Commissione europea ha aperto un’indagine su di un governo “autoritario”? Questa sì che è satira!».

gennaio 24, 2016 Rodolfo Casade

fonte: http://www.tempi.it