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11/02/16

Ancora silenzio sullo sciopero della fame di Tonelli


Francesco Storace torna a sollecitare le istituzioni davanti al gesto del segretario del sindacato di polizia, ormai fiaccato da tre settimane di digiuno

 

 

Ancora silenzio sullo sciopero della fame di Tonelli

Quando si celebra una messa per pregare a sostegno di una lotta sindacale e' significativo di per se'; se quel sindacato è' di polizia come il Sap e arriva allo sciopero della fame per protestare con un Viminale sordo e vendicativo rispetto a chi lavora per lo Stato; tutto questo significa che siamo al punto di non ritorno.
Le istituzioni della repubblica non siano insensibili alla protesta di Gianni Tonelli, ormai fiaccato da tre settimane di digiuno.
Perché questo odioso silenzio?
 
 
Il vicepresidente della Regione Lazio e candidato a sindaco di Roma Francesco Storace è intervenuto oggi pomerigggio, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, alla Messa fatta celebrare dal Sap, il sindacato di Polizia.
"Quando si celebra una messa per pregare a sostegno di una lotta sindacale - ha commentato Storace - è significativo di per se'; se quel sindacato è' di polizia come il Sap e arriva allo sciopero della fame per protestare con un Viminale sordo e vendicativo rispetto a chi lavora per lo Stato; tutto questo significa che siamo al punto di non ritorno.Le istituzioni della Repubblica non siano insensibili alla protesta di Gianni Tonelli, ormai fiaccato da tre settimane di digiuno. Perché questo odioso silenzio?", chiede infine Storace. 
 
fonte: http://www.ilgiornaleditalia.org - 10 febbraio 2016

SE L’EUROPA MUORE A SCHENGEN


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(aggiornato il 9 febbraio ore 10)l


Il ritorno dei controlli alle frontiere interne non rappresenterà forse la fine ufficiale dell’Unione Europea ma darà probabilmente il colpo di grazia all’illusione di poter costituire un’Europa dei popoli e minerà definitivamente la percezione che i cittadini europei hanno dell’Unione in termini di efficacia e capacità di tutelare interessi comuni, soprattutto quelli legati a difesa e sicurezza.
Dopo aver subito passivamente le crisi in Libia e Siria-Iraq, l’Europa si è fatta schiacciare da un’immigrazione illegale che lei stessa ha incoraggiato. Un aspetto che la dice lunga sullo spessore della classe dirigente che ci governa: abbiamo un dannato bisogno di statisti e invece dobbiamo accontentarci di politicanti o più probabilmente di amministratori delegati che gestiscono l’Europa nell’interesse degli “azionisti”, che non sono i popoli ma i gruppi d’interesse economico-finanziari.

 

Le eccezioni sono poche e le troviamo nei Paesi della Ue meno globalizzati, in Mitteleuropa,  dove ancora forte è l’identità nazionale e il senso di appartenenza culturale.
Solo l’estate scorsa il premier ungherese Victor Orban, lo slovacco Robert Fico, il presidente ceco Milos Zeman, ai quali si è aggiunto più recentemente il nuovo governo polacco, lanciarono l’allarme per un’immigrazione selvaggia, gestita da criminali in combutta con gli estremisti islamici o che avevano la complicità evidente della Turchia che non esercita alcun controllo sui flussi di clandestini diretti in Grecia. Al tempo stesso Ankara è l’unico sponsor (insieme al Qatar) del governo islamista libico di Tripoli che controlla le spiagge da cui salpano barconi e gommoni diretti in Italia.

 

Un’immigrazione pere lo più islamica che sta schiacciando l’Europa provocando disordini, violenze, disastri economici e sociali come già testimoniano le cronache quotidiane.
Fico e Zeman sono di sinistra, addirittura ex comunisti, Orban e il governo polacco guidato da Beata Szydło sono di centro-destra ma le loro affermazioni non hanno ideologia, sono semplicemente ispirate a quel buon senso che da noi è stato schiacciato dal luogo comune, dal terzomondismo non certo disinteressato e dall’ossessione per il politically correct.
L’estate scorsa il presidente della Bundesbank dichiarò che “gli immigrati sono una risorsa che ci consentirà di restare competitivi sul mercato del lavoro ancora a lungo” (che significa poter ridurre gli stipendi agli europei perché gli immigrati si accontentano anche di paghe molto più basse) e quasi tutti i governi e i media d’Europa accusarono Orban e soci di fascismo, razzismo e islamofobia.

 

Adesso invece molti centri di ricerca economica tedeschi dicono il contrario: solo nel 2015 l’assistenza ai clandestini è costata alla Germania 21 miliardi di euro, i dati riferiscono di costi per mille euro al mese per ogni immigrato accolto mentre qualcuno ha “scoperto” che di manovalanza non qualificata la Germania ne ha già in abbondanza.
Ora la Merkel dice le stesse cose di Orban dopo essersi accorta che l’accoglienza per tutti le fa perdere denaro e consensi e, dopo i fatti di Capodanno a Colonia e in numerose altre città tedesche, che una consistente presenza islamica crea problemi di convivenza sociale, legalità e ordine pubblico.
Anche la Gran Bretagna si rifiuta ora di accogliere i minori sbarcati in Italia e Grecia e, come USA e Canada, sceglie i siriani da ospitare direttamente nei campi profughi in Giordania, Turchia e Libano. Come si è sempre fatto per i profughi di tutte le guerre del passato.

 

Persino la civilissima Danimarca fa pagare, come ha sempre fatto la Svizzera, i costi dell’accoglienza ai tanti immigrati benestanti mentre la socialdemocratica e accogliente Svezia ha detto basta e vuole rimpatriare 80 mila clandestini indesiderati.
Userà voli charter con costi proibitivi senza contare che forse 80 mila persone (per lo più giovani uomini) destinati a tornare in Africa e Asia opporranno qualche resistenza.
Anche il resto d’Europa si appresta a procedere a espulsioni di massa, costose e difficili da attuare, ma la risposta dell’Unione rappresenta forse la migliore conferma che quest’Europa, così com’è, è da buttare alle ortiche.

 

L’abrogazione di Schengen significa infatti che i tedeschi rispediranno in Austria i clandestini respinti, l’Austria a sua volta li rimanderà in Ungheria o Slovenia, che a sua volta li espellerà in Croazia e poi in Macedonia anche se in molti di questi Paesi la realizzazione di “muri” ai confini impedirà ogni ingresso di immigrati. Probabilmente molti verranno rimandati in Italia e Grecia, dove sono sbarcati.
Del resto che l’Europa non esista è stato sancito anche dal fatto che i vari programmi di distribuzione degli immigrati negoziati per settimane, non sono mai stati attuati né rispettati.
La vera lezione da apprendere, chiara come il sole, è che l’Europa ha fallito perché non ha difeso le sue frontiere esterne. E non le ha difese perché l’Europa non esiste.

 

Basta vedere cosa combina Eunavfor Med, missione navale nata per il contrasto dei trafficanti ma che in realtà raccoglie clandestini e li sbarca in Italia come l’operazione di soccorso Mare Nostrum.
Eppure l’Europa, se esistesse, avrebbe dovuto aiutare l’Italia e la Grecia con denaro e mezzi navali a fermare i clandestini, soccorrere eventuali malati ma respingere con fermezza sulle coste libiche e turche tutti gli altri. Come sostiene da tempo Analisi Difesa, in breve tempo i flussi sarebbero cessati poiché nessuno pagherebbe i trafficanti per ritrovarsi sulla spiaggia da dove è salpato. Un’iniziativa da accompagnare con l’approvazione di una legge europea che sancisse che nessuno, neppure chi avrebbe diritto all’asilo, riceverà mai accoglienza nella Ue se raggiunge l’Europa rivolgendosi a organizzazioni criminali.

 

Se invece di regalare miliardi di euro (3 ma diverranno presto 5) e promesse di ingresso nella Ue al presidente Recep Tayyp Erdogan avessimo minacciato la Turchia di embargo commerciale se non fermava i barconi diretti sulle isole greche e non si riprendeva indietro coloro che erano riusciti a sbarcare a Lesbo o nelle altre isole elleniche, l’emergenza sarebbe durata non più di due settimane e molte vite si sarebbero potute salvare.
Invece riempiamo di miliardi Erdogan che, come confermano i report di questi giorni, continua a far salpare clandestini dalle coste dell’Anatolia (in gennaio sono arrivati in Grecia in 67 mila) e ci prende pure per i fondelli. Nelle località turistiche intorno ad Antalya molti negozi e venditori ambulanti hanno affiancato ai souvenir massicci quantitativi di giubbotti salvagenti che vanno a ruba tra i clandestini in attesa di salpare per la Grecia.


Il tutto ovviamente sotto gli occhi indifferenti o compiacenti delle autorità turche: polizia, gendarmeria, guardia costiera e marina.
Il mondo intero ha visto un’Europa in ginocchio, incapace di esprimere la benché minima deterrenza nei confronti di turchi, criminali e terroristi, peraltro tutti islamici.
Anzi, per compiacere il leader di Ankara, la Merkel si è detta addirittura “inorridita” dai raid aerei russi in Siria.
Siamo quindi di fronte, ancora una volta,  a un’Europa a credibilità zero, che si atteggia a grande potenza ma è incapace persino di difendere i suoi confini dagli immigrati clandestini e oggi conferma il suo fallimento chiudendo le frontiere interne con atteggiamenti ridicoli come nel caso della Germania che oggi accusa Italia e Grecia di non aver fermato quei clandestini che ieri definiva “una risorsa” e voleva accogliere tutti.


 

L’aspetto più vergognoso è che tedeschi e nord europei non puntano neppure oggi a difendere le frontiere esterne della Ue in Grecia o in Italia ma a sacrificare Atene (e domani forse Roma?) costituendo la “linea Maginot contro i clandestini” ai confini macedoni.
L’ipotesi che si sta facendo strada è considerare di fatto la Grecia fuori dell’area Schengen, come riferisce il Financial Times, schierando truppe Ue ai confini macedoni per sigillarla ermeticamente.
Di fatto la Grecia diverrebbe una “zona cuscinetto” abbandonata a sé stessa, un immenso campo profughi estromessa dalla Ue.
Una proposta che sembra piacere a nord europei perché avrebbe costi limitati e ai Paesi balcanici perché fermerebbe i flussi prima dei loro confini.
La motivazione ufficiale è infatti che la natura frammentata dei confini greci, a causa delle centinaia di isole, rende impossibile fermare nell’Egeo il flusso di immigrati.

 

In realtà sarebbe possibile ma richiederebbe soldi, navi da guerra e una politica un po’ meno genuflessa nei confronti di Erdogan: insomma un po’ di quegli attribuiti di cui tradizionalmente l’Europa è priva.
Risulta quindi ben più facile e meno costoso scaricare la Grecia e lasciarla andare alla deriva economica e sociale. Del resto negli ultimi anni abbiamo buttato miliardi per assistere chiunque arrivasse in Europa pagando i criminali mentre abbiamo a lungo negato. nel nome del “rigore” aiuti ai greci benché la situazione sociale di Atene fosse gravissima.
Anche i miliardi che alla fine la Ue ha girato alla Grecia sono per lo più finiti nei forzieri delle banche tedesche e francesi che si sono liberate dei buoni del tesoro ellenici oppure sono stati prestati in cambio della svendita di banche, aeroporti e persino isole per lo più acquisiti da gruppi tedeschi.

 

C’è davvero di che essere fieri di un’Europa forte con i deboli, debole con i forti ma soprattutto in ginocchio davanti a “bulli” e criminali.
Dopo aver saccheggiato la Grecia di tutto ciò che avesse un valore, Berlino e i suoi vassalli si apprestano a scaricarla, a espellerla di fatto dall’Europa schierando truppe in Macedonia.
Un insulto ulteriore se si considera che Skopje, che ha già realizzato una doppia barriere di reticolati ai confini greci, non è membro dell’Unione e che Atene neppure riconosce la Macedonia, il cui nome è lo stesso di una regione ellenica.
Un piano nefando che in breve tempo getterebbe la Grecia nelle mani dell’estrema destra di Alba Dorata e che potrebbe anticipare azioni simili anche nei confronti dell’Italia secondo un progetto di cui da tempo si vocifera, partorito a Berlino, per istituire un nuovo accordo di Schengen ma ristretto ai Paesi nordeuropei.

 

In Italia intanto neppure il nuovo trend della Ue sembra fermare la foga umanitaria del governo Renzi. Le flotte italiana ed europea Eunavfor Med continuano infatti a sbarcare in Sicilia migliaia di immigrati clandestini africani (5 mila in gennaio) raccolti in mare.
Vengono quasi tutti dall’Africa Occidentale, non hanno alcun diritto all’asilo e vogliono andare in Germania, Gran Bretagna e Svezia dove verrebbero inseriti nelle liste degli espulsi da rimpatriare.
Ma ciò nonostante l’Italia resta coerente ai suoi principi: impiegare i militari per accogliere tutti gli immigrati clandestini ingrassando i criminali legati al terrorismo islamico ma anche le associazioni vicine alla politica che in Italia gestiscono il business dell’assistenza.

 

Poi, eventualmente, con molta calma e ulteriore spreco di denaro del contribuente, penseremo ai rimpatri di coloro che non hanno diritto all’asilo.
L’aspetto forse meno pubblicizzato dai media del recente viaggio di Matteo Renzi in Africa Occidentale (accompagnato dal capo della Polizia, Alessandro Pansa) è quello legato alla firma di accordi con Nigeria, Ghana, Senegal e Costa d’Avorio per l’identificazione e il rimpatrio di circa 35 mila clandestini provenienti da quei Paesi.
Appena il 10 per cento di quelli sbarcati in Italia negli ultimi due anni e mezzo e in gran parte riversatisi in Nord Europa.

Foto: Vox Europ, Reuters, AP, AFP, EPA. Marina Militare Italiana

di Gianandrea Gaiani - 8 febbraio 2016
fonte: http://www.analisidifesa.it

09/02/16

Pansa, la profezia mortale: "Sangue e morti. Renzi, sai che ti aspetta?"



Matteo Renzi e Giampaolo Pansa
La verità che nessuno osa dire è di una semplicità elementare: non bisogna più andare in vacanza in Egitto o in paesi governati da dittature sanguinarie. Confesso che non mi ero mai posto questo problema, anche perché in vacanza non ci vado più da un pezzo. Ma adesso sono rimasto anch'io sconvolto per l'assassinio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo la notte del 25 gennaio, sequestrato, torturato e poi ucciso da una squadra ancora sconosciuta. Però di certo legata in qualche modo al regime egiziano, una dittatura nata da un colpo di stato e guidata dal generale Al Sisi.
Qualcuno osserverà che Regeni non è la prima vittima del governo Sisi. In Egitto e soprattutto al Cairo tantissimi oppositori politici vengono rapiti, imprigionati e soppressi quasi ogni giorno. Le carceri speciali e i cimiteri sono al completo. Dunque per quale motivo il caso di questo giovane studioso friulano fa tanto rumore, e non solo in Italia? Perché nella storia delle dittature esiste sempre un crimine che ci obbliga ad aprire gli occhi e a renderci conto di quanto accade attorno a noi.

IL CASO MATTEOTTI
Sapete che cosa mi ha fatto pensare la fine di questo ragazzo? A un delitto italiano molto lontano nel tempo, commesso nel giugno 1924: il sequestro e l'assassinio di Giacomo Matteotti. Era un deputato socialista e a Montecitorio aveva pronunciato un discorso durissimo contro il regime di Benito Mussolini. Pochi giorni dopo venne rapito e ucciso da una banda che lavorava al servizio del ministero dell’Interno. Il suo cadavere fu ritrovato soltanto in agosto, dentro un bosco non lontano da Roma.
La morte di Matteotti era stata decisa dal governo? Questo non venne mai accertato con sicurezza. Però costrinse Mussolini a liberarsi di personaggi molto vicini a lui. Uno si chiamava Aldo Finzi ed era di fatto il ministro dell'Interno. Finzi fu costretto a dimettersi e scomparve dalla scena politica. Per i corsi e ricorsi della storia, venti anni dopo Finzi venne arrestato dai tedeschi e fucilato con tanti altri membri della Resistenza alle Fosse Ardeatine.
A salvarsi fu il capo della banda che aveva ucciso Matteotti: Amerigo Dumini. Nel dopoguerra fu processato, condannato, ma non venne fucilato. Riuscì persino a scrivere un libro per narrare le proprie imprese. Il regime di Mussolini restò in sella. Allo stesso modo si salverà il regime del generale Al Sisi. Per un motivo, tra gli altri: l'Egitto di oggi viene ritenuto indispensabile per sconfiggere o almeno fermare l'avanzata dell'Isis, il Califfato nero che cerca di insediarsi in Libia.
Sarà la guerra nel deserto libico a farci dimenticare la fine di Giulio e a rinsaldare ancora di più la dittatura egiziana di Al Sisi. Ci sono troppi legami tra il Cairo e la Libia. Me ne sono reso conto anch'io che pure non so quasi niente di questioni internazionali e mi limito a leggere un po’ di carta stampata. Uno di questi legami lo ha indicato Alberti Negri, un giornalista del “Sole 24 ore” che sa tutto di quella parte del mondo.
Il comandante delle truppe libiche di Tobruk, il generale Khalifa Haftar, aspira a diventare l'uomo forte della regione. E ha uno sponsor potente: il presidente egiziano Al Sisi, il responsabile politico del delitto Regeni. Il dittatore egiziano non nasconde di volersi impadronire della Cirenaica e ha uno stretto legame con il generale Haftar. Lo ha ricevuto al Cairo. E subito dopo Haftar si è incontrato con una delegazione italiana composta da diplomatici e da uomini dei servizi segreti. La nostra squadra, racconta Negri, ha tentato di dissuaderlo dall’obiettivo di voler diventare il dittatore libico. Ma non sappiamo se ci sia riuscita.

MIRE DI AL BAGHDADI
La probabile guerra in Libia comincia ad avere troppi protagonisti. La coalizione occidentale, che forse vedrà l'Italia in prima fila. L'Egitto di Al Sisi. Le forze libiche divise fra Tripoli e Tobruk. E infine il califfato nero che vuole insediarsi in Libia, anche per compensare la perdita di territorio fra Iraq e Siria.
Non è da oggi che il Califfato guarda al deserto libico. Lo ha spiegato con chiarezza sul “Foglio” un altro giornalista, Daniele Raineri, che conosce come pochi le mosse di Al Baghdadi. È da tempo che il Califfo sta mandando in Libia i comandanti migliori di cui dispone. Il primo è stato un veterano iracheno spietato e a lui molto caro. Si chiamava Al Anbari e l'anno scorso è arrivato a Derna, sulla costa libica a est di Bengasi. Qui è stato localizzato dall'intelligence americana e ucciso con un bombardamento aereo nel novembre 2015. Allora il Califfo ne ha inviati altri due.
Non si tratta di dettagli che soltanto gli specialisti possono decifrare. Sono i sintomi di un tempesta che ci vede in prima linea, nel caso che l'Italia debba prendere parte a una nuova guerra di Libia. Se accadrà, avremo di fronte una serie di problemi che ai profani sembrano molto distanti. Che cosa avverrà se anche noi avremo dei morti, soldati uccisi in combattimento? Come reagirà l'opinione pubblica all’arrivo a Roma dei primi caduti?
A questo punto diventa inevitabile riparlare del nostro premier, Matteo Renzi. Confesso che non avrei nessuna voglia di farlo. Il “Bestiario” ha scritto molto su di lui e mi sono un po’ stancato. Tuttavia ho una domanda che mi obbliga a riflettere. E riguarda lo stile di governo che Renzi ha messo in mostra subito dopo l'arrivo a Palazzo Chigi. Si era presentato come il Rottamatore, ma si è rivelato essere soprattutto un Disgregatore.
Lo prova il suo gusto per la polemica irridente nei confronti degli avversari politici.
Tutti bollati come gufi, rosiconi, menagramo, nemici dell'Italia. Per non parlare delle infornate di amici super fedeli pronti a occupare tutti i posti di potere, cacciando quelli che li occupavano. Senza riguardi per la competenza e i risultati.
Sappiamo che Renzi è contrario a un intervento militare in Libia. Lo ha fatto capire in molte sedi politiche. La pensa nello stesso modo Sergio Mattarella, il capo dello Stato, che lo dirà a presidente Obama nell'incontro odierno alla Casa Bianca.
Ma adesso anche il nostro premier rischia di non poter sfuggire a un problema non da poco e a un interrogativo inevitabile. Il problema sarà di convincere gli italiani che il conflitto in Libia è un impegno terribile che va affrontato per tenere lontani dalle nostre coste i tagliagole del califfato. L'interrogativo è se in casa nostra ci sarà uno stato d'animo unitario, o almeno maggioritario, di coesione nazionale nell'accettare le nostre perdite nel deserto libico. Senza abbandonarci alla disperazione o al rifiuto violento di quanto potrebbe accadere.
CHOC E NECROLOGI
Confesso con schiettezza di non avere una risposta in proposito. Forse perché sono abbastanza anziano per ricordare la seconda guerra mondiale. E lo choc terribile delle famiglie italiane davanti alle prime perdite. Rammento mio padre e mia madre quando leggevano sul giornale cittadino i necrologi dei militari caduti sui tanti fronti. Erano ancora pochi rispetto a quello che stava accadendo. Ma suscitavano uno sgomento profondo.
Lo ricordo con angoscia. E mi domando con quanti casi Regeni ci troveremo a far fronte. Siamo un paese lacerato da troppe divisioni. Riusciremo a resistere, davanti alle conseguenze di una guerra destinata a irrompere anche nelle nostre esistenze?


di Giampaolo Pansa - 9 febbraio 2016
fonte: http://www.liberoquotidiano.it

08/02/16

IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - I MARO' SONO OSTAGGI POLITICI – SI', MA DI CHI? __ di Stefano Tronconi






8 Febbraio 2016
Stefano Tronconi


Questa volta è stato un faccendiere ex-consulente di Finmeccanica, tale CJ Michel, a definire i due fucilieri di marina 'ostaggi politici'.
Ne hanno parlato prima 'The Telegraph' in India e poi 'Il Fatto Quotidiano' in Italia portando alla luce una lettera inviata il 23 Dicembre scorso dallo stesso Michel al Tribunale del Mare ed alla Corte Permanente di Arbitrato.
L'uso del termine 'ostaggi' non è certo nuovo in questa tragica vicenda che si appresta a tagliare il suo quarto anniversario. In passato l'ho più volte usato anch'io.
Nel commento di questa settimana ho scelto di approfondire e provare a chiarire in che termini sia corretto utilizzare il termine 'ostaggi' per definire la situazione dei nostri due soldati.
Come noto a molti, Girone e Latorre non c'entrano nulla con la morte dei due pescatori indiani.
Tutti gli indizi portano a ritenere che quei pescatori rimasero uccisi in occasione di un conflitto a fuoco intercorso tra un barchino pirata e la nave greca Olympic Flair.
Tuttavia quello che successe il 15 Febbraio 2012 fu per due politici indiani del Kerala appartenenti al Partito del Congresso di Sonia Gandhi una sorta di manna caduta dal cielo.
Oommen Chandy ed AK Antony (questi i nomi dei due politici), nell'impossibilità di mettere le mani sull'equipaggio della nave greca o sugli occupanti del barchino pirata, capirono subito che la superficialità ed il pressapochismo dimostrato dalla Lexie con il rientro nel porto di Kochi poteva trasformarsi per loro politicamente in una miniera d'ora e decisero di trarre ogni vantaggio possibile dalla situazione.
In primo luogo, e nel senso più letterale del termine, furono dunque Chandy ed Antony a prendere come ostaggi Girone e Latorre quando, quattro anni fa, decisero di 'incastrarli' per un crimine mai commesso.
Chandy aveva bisogno di prenderli in ostaggio per darli in pasto come colpevoli all'opinione pubblica del Kerala in modo da poter così trionfare in un'imminente elezione del Marzo 2012 cruciale per rimanere a capo del governo del Kerala.
Antony lo fece per aiutare l'alleato Chandy e per beneficiarne a sua volta in prospettiva di una possibile nomina a candidato capo del governo per il Partito del Congresso, nomina per cui è stato a lungo in competizione a cavallo tra 2012 e 2013, e poi fino alle elezioni generali indiane del 2014, tra gli altri con Rahul Gandhi, figlio di Sonia.
In secondo luogo si può dire che Girone e Latorre divennero ostaggi (in questo caso figurativamente) di Sonia e Rahul Gandhi in conseguenza delle origini italiane della famiglia alla guida del Partito del Congresso.
Chandy ed Antony, pur facendo anche loro parte del Partito del Congresso, potevano contare sul fatto di poter dettare la loro linea sulla vicenda Marò all'interno del partito.
Agli occhi dell'opinione pubblica indiana infatti la famiglia Gandhi era già troppo compromessa da una vicenda di corruzione e favori legata in qualche modo all'Italia (si tratta dello scandalo Bofors-Quattrocchi, quest'ultimo un faccendiere italiano amico della famiglia Gandhi).
Se già alla famiglia Gandhi veniva attribuita la responsabilità della fuga all'estero del faccendiere-corruttore italiano Ottavio Quattrocchi (morto nel 2013), mai Sonia e Rahul avrebbero potuto esporsi a favore dei Marò italiani.
Si può quindi ben dire che, per quanto riguarda il versante indiano, Girone e Latorre siano stati per quattro anni ostaggi politici delle dinamiche politiche interne al Partito del Congresso.
Ora tuttavia, con un ribaltamento di prospettiva, il faccendiere Michel suggerisce nella sua lettera che Girone e Latorre sarebbero in realtà ostaggi del premier indiano Narendra Modi, divenuto Primo Ministro indiano nel 2014 a seguito della vittoria nelle elezioni politiche.
Quanto può essere credibile questo Michel? Ben poco, a mio parere.
Certo, si può bene immaginare come la sgangherata gestione della vicenda da parte italiana abbia potuto irritare un Primo Ministro come Modi eletto sulla base di una piattaforma 'nazionalistica'.
L'elezione di Modi due anni fa avrebbe potuto/dovuto essere la chiave di volta per la rapida soluzione della vicenda. Questo se l'Italia non avesse continuato a cercare di nascondere la verità sull'innocenza per scegliere alla fine esclusivamente la strada dello scontro sulla titolarità della giurisdizione (per evitare di mettere i 'panni sporchi' italiani in piazza) con l'esclusivo risultato di allungare tutti i tempi ed evitare che la verità emergesse.
Se l'Italia avesse fatto emergere l'innocenza di Girone e Latorre, il politico Modi ed il suo partito ne avrebbero solo beneficiato perché lo scandalo avrebbe colpito gli avversari del partito del Congresso.
Messa invece sull'esclusivo binario della titolarità della giurisdizione, il premier nazionalista Modi non ha potuto che ergersi a difensore di quelle che, da un punto di vista teorico, sono buone ragioni giuridiche dell'India.
In realtà il Primo Ministro Modi, pur obbligato a difendere le ragioni indiane, non ha mai tratto nessun vantaggio dalla presunta colpevolezza dei Marò. Piuttosto, a fronte dell'inconsistenza italiana e dello stato di avanzamento della vicenda, ha sempre ritenuto opportuno lavarsene le mani lasciando che fosse la magistratura indiana a provare a sbrogliare la matassa come ha sempre dimostrato il fatto che il governo indiano non ha mai preso negli ultimi due anni alcuna chiara posizione nelle varie udienze tenute davanti alla Corte Suprema.
L'ipotesi del faccendiere Michel che i Marò siano oggi divenuti ostaggi di Modi sembra quindi quanto mai ardita.
Ben più probabile invece che Michel, vista la sua vicinanza ed i suoi contatti con le gerarchie del Partito del Congresso, su Modi abbia cercato di gettare fango e voluto esercitare un ricatto in vista delle ormai prossime elezioni in Kerala con l'intento di ritardare ancora di qualche mese l'inevitabile rientro in Italia di Salvatore Girone a tutto vantaggio delle credenziali elettorali che, attraverso l'inganno e la menzogna, il Partito del Congresso si è guadagnato nella vicenda.
L'invito è quindi a non fare confusione.
Nella vicenda vi sono vittime, carnefici ed, eventualmente, ignavi.
Il primo ministro Modi per quanto riguarda la vicenda Marò potrà essere incluso tra questi ultimi, ma includerlo tra i 'carnefici' serve solo ad intorbidire le acque.
Certo, i Marò in India sono da quattro anni ostaggi politici.
Sono stati 'presi' come ostaggi dal gruppo dirigente del Partito del Congresso del Kerala (Chandy ed Antony) .
Sono stati 'subiti' come ostaggi dal gruppo dirigente nazionale del Partito del Congresso indiano (la famiglia Gandhi).
Ma soprattutto sono stati 'resi' ostaggi dalla scelta delle istituzioni italiane di tenere nascosta la loro innocenza.
E' stato il silenzio sulla loro innocenza che ha reso l'Italia il principale complice di quei politici indiani corrotti che li hanno 'presi' come ostaggi.
Ed è stato il silenzio italiano sulla loro innocenza che ha messo fuori gioco i politici indiani che avrebbero potuto aiutare a risolvere la vicenda Marò.
Tutto il resto, inclusa l'ultima lettera di Michel, è stato sempre e solo rumore di fondo che ha reso difficile capire e gestire una vicenda complessa oggi avviata a parziale soluzione attraverso percorsi tutt'altro che trasparenti.
Una vicenda che si è dimostrata completamente al di fuori delle capacità di analisi del giornalismo italiano che ben poco è riuscito a capire del significato della lettera di Michel.
E una vicenda che soprattutto si è dimostrata ben al di sopra delle capacità operative di ben tre governi che si sono succeduti.
Che gli italiani in politica estera siano brillanti e capaci riescono a farlo credere ancora a molti solo in Italia.

fonte: https://www.facebook.com/stefano.tronconi.79?fref=ts

07/02/16

CAOS IMMOBILI A ROMA


I partiti fingono di non sapere tra imbarazzo e scaricabarile


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Da destra a sinistra, la matassa delle morosità dei partiti per gli immobili Ater utilizzati per le sedi territoriali dei partiti è molto difficile da sgrovigliare. Non è facile, infatti, ottenere spiegazioni, in un concerto di rimbalzi e messaggi che rimangono senza risposta. Partendo dal Pd.
Siamo andati direttamente all’apice del partito a Roma, il commissario Matteo Orfini. Proviamo a contattarlo nel pomeriggio, per chiedergli lo stato dell’arte dei rientri delle morosità verso l’azienda regionale edilizia. Il telefono prima risulta spento. Poi ritentiamo, due volte, senza fortuna, con squilli a vuoto. Mandiamo quindi un sms chiedendo la disponibilità a un colloquio telefonico sull’argomento. Nessuna risposta. Allora proviamo a scendere nel dettaglio, contattando qualche esponente Dem romano. Enzo Foschi, molto vicino al presidente Zingaretti e nome storico della Garbatella, dove il circolo in via Giovanni Ansaldo, al 31 marzo 2015, doveva all’Ater oltre 195 mila euro. A Il Tempo spiega, cortesemente, che lui «ormai da anni» non si occupa più di queste cose. E non ci indica un riferimento con cui possiamo parlare. Cambiamo zona. Testaccio. La sede di via Nicola Zabaglia, al 31 marzo 2015, risultava con una morosità di 3.474 euro. Yuri Trombetti, noto esponente del Pd di zona, dice di non occuparsi del circolo e ci dirotta su Federica Assanti, la coordinatrice. «Possiamo sentirci in serata?», rilancia cordiale. E, sorpresa, poco prima di cena, risponde alla telefonata. «Chiedo scusa per prima, ma ero al corso di formazione del Pd». E spiega: «Il circolo di via Zabaglia è assolutamente in regola con tutti i pagamenti. Lo assicuro e sono pronta a dimostrarlo bonifici alla mano».
E per la sponda di centrodestra? La situazione cambia di caso in caso. Per ciò che riguarda l’associazione «Mai dire no» di via Cristoforo Colombo 350 nella quale, sui siti internet ufficiali, risultano riunioni, assemblee, raccolte alimentari organizzate da FI, la sede del coordinamento Municipio VIII del partito e il comitato elettorale di Davide Bordoni, spiega tutto lo stesso coordinatore romano. «Giuridicamente non ha nulla a che fare con Forza Italia – chiarisce a Il Tempo - I locali hanno un regolare contratto stipulato dopo bando pubblico, che appartiene a un’associazione di nostri amici i quali ci hanno concesso un punto di appoggio in maniera del tutto gratuita». Appena emersa l’inchiesta de Il Tempo , poi, «siamo venuti a conoscenza che questa associazione fosse in mora. Ci siamo subito informati con loro e ci hanno spiegato come sia in corso un contenzioso con l’Ater per sanare tutta la posizione», ossia 143mila euro di morosità.
Un «giallo», invece, riguarda l’attuale gestione del Circolo An di Corviale (morosità di 146mila euro): non risulta essere tra le sedi di chi, tra gli ex An, è impegnato nei vari partiti in attività. Certa, invece, è la situazione della storica sede del Msi del quartiere Garbatella (di via Guendalina Borghese), oggi gestita da Fratelli d’Italia. Secondo fonti del partito di destra la responsabilità del mancato pagamento (si tratta di 49mila euro) è dell’Ater stessa, dato che fino a quando la struttura era gestita a nome Alleanza Nazionale i frequentatori avevano sempre corrisposto regolare affitto. A quanto pare poi l’Ater, per motivi mai chiariti, non avrebbe mai riconosciuto la continuità tra Fratelli d’Italia e An impendendo così – sempre secondo FdI – di poter stilare un nuovo contratto per poter continuare a pagare il dovuto.
Proprio sulla vicenda Affittopoli è intervenuto il capogruppo di FdI alla Camera Fabio Rampelli chiedendo da parte sua l’intervento della magistratura: «Affittopoli esiste e resiste irrisolta da 50 anni e ha due profili: contratti clientelari agli amici e contratti semi gratuiti ai partiti e ai loro affiliati. Nel primo caso occorrerebbe un’automatica decuplicazione dell’affitto per i ricchi raccomandati e uno sfratto per i reticenti, nel secondo aspettiamo con ansia un’inchiesta delle procure per finanziamento illecito ai partiti, perché il florido mercato di Affittopoli ha fruttato loro mancati esborsi per miliardi di euro».


Pietro De Leo Antonio Rapisarda - 7 febbrao 2016
fonte: http://www.iltempo.it

Doppia ipocrisia







Dagli anni della crisi, l’Italia è afflitta da una doppia ipocrisia. Ne sono ammalati il Governo e una larga fetta di italiani. Con il governo Renzi e la sua maggioranza l’ipocrisia ha toccato il culmine, ma non è destinata a fermarsi. La parola “ipocrisia” è così usata che, temo, se ne sia perso il senso più genuino, abbastanza recondito. Il vocabolo greco “hypokrités” significa “attore”. Dunque l’ipocrita recita una parte; l’ipocrisia è una simulazione.
Nei rapporti con i colleghi europei, Matteo Renzi sta dando prova di possedere belle doti di recitazione. Sennonché il palcoscenico dell’Ue non è un teatro. Lì non va in scena uno spettacolo. È in gioco l’esistenza delle istituzioni europee e il futuro dell’economia italiana. Questa doppia ipocrisia costituisce la causa prima del permanere dell’Italia in condizioni di stagnazione che il belletto governativo non riesce a truccare. Ma, devo ammetterlo, una notevole parte dell’opposizione è altrettanto ipocrita, se non di più, al mero scopo d’incalzare il governo ed inseguire un consenso popolare tanto cieco quanto autolesionistico. Per smascherare, togliere appunto la maschera, a simili commedianti non è indispensabile rischiare d’apparire filo germanici, mastini dell’austerità, nemici della flessibilità. Basta adoperare il buon senso, stare con i piedi per terra, dire la verità. E non serve neppure ricorrere alle opinioni degli economisti, grandi o piccoli che siano, assisi sulle vette di teorie ben radicate nei preconcetti e nelle fazioni. È sufficiente il giudizio che una persona sappia basare su fatti reali di per sé evidenti e precisamente argomentare con logica inoppugnabile.
Un esempio emblematico voglio trarlo dalla rubrica delle lettere al direttore del Corriere della Sera del 4 febbraio. Scrive dunque Attilio Lucchini: “I media hanno più che mai il dovere, in questo periodo di grandi difficoltà, di intervenire in modo fermo, e non solo velatamente, contro gli atteggiamenti del premier che apre continuamente nuovi fronti di contrasto con Bruxelles. Il debito pubblico più pericoloso dell’Unione europea è colpa nostra, non della Ue che ce lo ricorda. Le riforme tardive e appannate sono colpa nostra, non della Ue. La conseguente crescita dell’economia da zero virgola è colpa solo nostra, non dei ‘burocrati di Bruxelles’. Di chi è la colpa, se non nostra, del mantenimento in vita di aziende decotte, enti inutili, aziende partecipate in costante perdita, banche fallite? Bruxelles non digerisce che il maggiore colpevole riversi sulle istituzioni comunitarie le proprie colpe”.
Questa è la pura, cruda, indiscutibile verità che l’ipocrisia nazionale, popolare e populistica, respinge non solo perché fa comodo al governo, alla maggioranza e, purtroppo, a un’irresponsabile opposizione, ma anche perché quel “dovere” dei media invocato dal lettore non è affatto sentito dalla stampa e dalla televisione, che, quanto a questo, sembrano aver rinunciato all’esercizio del potere critico in favore della corrività e del qualunquismo, mentre bisogna ribadire al popolo che la causa del suo umor nero è “made in Italy”. Come purtroppo i suoi governanti.

di Pietro Di Muccio de Quattro - 06 febbraio 2016
fonte: http://www.opinione.it