Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via email all'indirizzo edomed94@gmail.com Saranno immediatamente rimossi. L'autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.

17/04/15

FU DAVVERO BLACKROCK A ISPIRARE IL "CAMBIO DI SCENA" DEL 2011 IN ITALIA ?



DI MARIA GRAZIA BRUZZONE
Underblog
La RocciaNera negli opachi intrecci fra fondi di investimento e megabanche che si stanno comprando tutto. 
 
Il nuovo Limes su Chi ha paura del Califfo? è in edicola, puntualissimo e subito ripreso da tv e social media.  Meno attenzione è stata data al numero precedente dedicato a Moneta e Impero (l’impero del dollaro, naturalmente) che proponeva, fra gli altri, un pregevole pezzo su “BlackRock, il Moloch della finanza globale”: un “fondo di fondi” americano con 30mila portafogli e $4,100 miliardi di asset ($4,652 secondo l’ultimo dato SEC, dic 2014) che non solo non ha rivali al mondo, ma è una delle 4-5 ‘istituzioni’ che ricorrono tra i maggiori azionisti delle principali megabanche americane, come vedremo.

 
E non solo di queste: era anche il maggior azionista  di DeutscheBank - la banca tedesca che nel 2011 ritirò per prima i suoi capitali investiti in titoli italiani, spingendo il nostro paese sull’orlo del ‘baratro’ e nelle braccia del governo Monti - rivela Limes – nonché grande azionista delle prime banche italiane,   e di altre imprese.   Sull’ influenza politica della RocciaNera non solo a Wall Street ma nella stessa politica di Washington insiste del resto l’articolo (di Germano Dottori, cultore di studi strategici alla Luiss).  
Ma chi è, cos’è BlackRock, a cui l 'Economist ha dedicato una copertina? Come si colloca nel paesaggio finanziario globale?  
IL CONTESTO.  E’ quello della finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia.  
 Il valore complessivo delle attività finanziarie internazionali primarie è passato dal 50% al 350% del Pil globale dal 1970 al 2010, raggiungendo i $280mila miliardi – solo il 25% del quale legato agli scambi di merci. Mentre il valore nozionale dei ‘derivati’ negoziati fuori dalle Borse ( Over The Counter) a fine giugno 2013 aveva raggiunto i 693mila miliardi di dollari.   Una gran parte sono legati al mercato delle valute. E al Foreign Exchange Market o Forex, si scambiano mediamente 1.900 miliardi di dollari al giorno. Fin qui Limes.  
La deregolamentazione galoppa, cominciata con Margaret   Thatcher e Ronald Reagan, spinta dalle megabanche   che inventano nuovi prodotti finanziari   e puntano   a  eliminare ogni barriera così da   rafforzare il loro primato e   dilatare il loro dominio sul mondo, dove nuovi paesi stanno velocemente emergendo. Nascono e prosperano gli hedge fund, i fondi a rischio speculativi, società di investimento, spesso collegati alle banche, innanzitutto anglosassoni. Nel 1986 la City londinese è del tutto deregolamentata.  
Due gli atti fondamentali, entrambi sotto la presidenza del Democratico Bill Clinton alla fine degli anni ’90 che portano a compimento la deregolamentazione neoliberista della finanza. Il secondo meno noto del primo.  
A. L’abolizione del Glass -Steagall Act che dagli anni ’30 separava le banche commerciali dalle banche d’affari, voluto dal presidente F.D.Roosevelt per ridimensionare lo strapotere di Wall Street all’origine della Grande Crisi del 1929. La sua abolizione “Fu come sostituire i forzieri delle banche con delle roulettes”,   ironizza il giornalista investigativo Greg Palast. 
B. La cancellazione simultanea da parte del WTO delle norme che in ogni paese potevano ostacolare il trading dei derivati, il nuovo gioco ad alto rischio a cui le megabanche volevano assolutamente giocare, la gallina dalle uova d’oro. L’abolizione di ogni controllo sui derivati che aprì i mercati a quei prodotti contrattati ‘fuori Borsa’, compresi gli asset tossici, la decise per tutti il World Tradig Organization– egemonizzata dagli Usa, che di solito si occupa di scambi di merci – su impulso dell’allora segretario al Tesoro Larry Summers e delle principali megabanche, che vennero persino invitate a fare lobby in vista del voto decisivo ( qui Palast con l’appunto dell’assistente di Summers, il futuro segretario al Tesoro Tim Geithner).  
BLACKROCK NASCE E CRESCE in questo clima. (Torniamo a Limes).   Basata a New York comincia a operare nel 1988, autonoma nel 1992, subito protagonista nella finanza internazionale. Passo dopo passo. Con “una sapiente strategia di dilatazione delle attività che l’ha portata ad acquisire posizioni ovunque le interessasse, comprando piccoli quantitativi di azioni in banche e imprese”. Piccoli ma crescenti. “Entrando nel mercato sia dei venditori di assets  sia degli acquirenti di attività, fino a gestire $4100 miliardi – $4652 è l’ultima cifra ufficiale – di azioni, obbligazioni, titoli pubblici, proprietà: pari al Pil di Francia+Spagna”. Più del doppio del Pil italiano.  
E ‘fa politica’.  
A. Entra nel capitale di due delle maggiori agenzie di rating, Standard & Poors (5,44%) e Moodys (6,6%), ottenendo la possibilità di influire sulla determinazione di titoli sovrani, azioni, e obbligazioni private e di poter incidere su prezzo e valore delle attività che essa stessa acquista o vende.  
B. Comincia a operare nell’analisi del rischio, la vendita di ‘soluzioni informatiche’ per la gestione di dati economici e finanziari diventa il comparto n. 1 del suo business, elaborando dati che - a differenza di quelli delle agenzie di rating - “incorporano anche pesanti elementi politici”, scrive Limes.  
C. Sfrutta la crisi del 2007-8 sia per rafforzarsi sia per accreditarsi presso il potere politico americano. Nel 2009 il Segretario al Tesoro Geithner prima consulta la Roccia Nera, poi le chiede di valutare e prezzare gli asset tossici di una serie di istituti come Bear Stearns, AIG, Morgan Stanley.  Compiti che BlackRock esegue, “agendo alla stregua di una sorta di Iri privato”. Nel 2009fa anche un colpo grosso, acquistando Barclays Investment Group, col suo carico immenso di partecipazioni azionarie nelle principali multinazionali, vedi oltre.    
D. “ Sviluppa la capacità di informare, formare e se nel caso manipolare i propri clienti, utilizzando tecniche e software non diversi da quelli impiegati da Google (di cui ha il 5,8%) o dalla NSA per sondare gli umori della gente”.  Si serve della piattaforma Aladdin, almeno 6000  
computer in 12 siti più o meno segreti, 4 dei quali di nuova concezioni, ai quali si rapportano 20.000 investitori sparsi per il mondo”. 
E. Crea un centro studi d’eccellenza, il BlackRock Investment Institute, che elabora analisi qualitative che tengono in considerazione anche variabili politico-strategiche (esempi). Sempre più “grande fondo di investimento interessato al profitto ma anche alla stabilità, sicurezza e prosperità degli Stati Uniti”, sottolinea Limes. Spende in lobbying $1milione l’anno, aggiungiamo.  
Il fondatore e leader Larry Fink “non fa mistero di essere un fervente democratico” e in buoni rapporti col presidente Obama, scrive il post, ma secondo altre fonti in realtà Fink   frequenterebbe’ circoli prediletti da repubblicani neoconservatori. E’ ‘Il più importante personaggio della finanza mondiale’ ma, nonostante questo, ‘virtualmente uno sconosciuto a Manhattan’ “( Vanity Fair citato da Europa quotidiano).  
BLACKROCK E GLI EVENTI ITALIANI DEL 2011. Il super-fondo “svolse probabilmente un ruolo molto importante nel precipitare la crisi del debito sovrano italiano   che travolse nel 2011 il governo presieduto dal governo Berlusconi.   Lo spread fra Bund tedeschi e i nostri Btp iniziò infatti a dilatarsi non appena il Financial Times rese noto che nei primi sei mesi di quell’anno Deutsche Bank aveva venduto l’88% dei titoli che possedeva, per 7 miliardi di euro”.  Così Limes. “Molti videro un attacco al nostro paese ispirato da Berlino e dai poteri forti di Francoforte, aggiunge”, citando articoli di allora.   
Probabilmente non era così.  
L’articolo rivela infatti che il potente istituto di credito tedesco aveva allora un azionariato diffuso, il 48% del capitale sociale era detenuto fuori dalla Repubblica Federale, e il suo azionista più importante era proprio BlackRock con il 5,1% .  
 (Peraltro oggi  la Roccia Nera detiene  in Deutsche Bank una quota ancor maggiore, il 6,62% - è il maggior   azionista seguito da Paramount Service Holdings, basato alle Isole Vergini Britanniche, al 5,8% - dati ufficiali dic.2014    Alla pari con una fondazione di Panama e l’ex primo ministro del Qatar riferiva la SEC americana ma a giugno vedi qui. E qui un quadro  più aggiornato e articolato ma che sembra coincidere solo in parte).  
 “Si può escludere che il fondo non abbia avuto alcuna parte in una decisione tanto strategica come quella di dismettere in pochi mesi quasi tutti i titoli del debito sovrano di un paese dell’UE? Se attacco c’è stato non è detto che sia stato perpetrato dalle autorità politiche ed economiche della Germania” sostiene il post, sottolineando l’opacità dei mercati finanziari.  
“E’ un fatto – continua - che a picchiare più duramente contro i nostri titoli a partire dall’autunno 2011 siano proprio Standard& Poors e Moodys, piuttosto che Fitch (la terza agenzia di rating)”. 
Un’ipotesi interessante, quella di Limes. Che getta una luce nuova su tanta parte della narrazione di questi anni sulla Germania, l'Europa e i PIIGS, a partire dalle polemiche di quell'agosto bollente, con Merkel e Sarkozy fustigati da  Giuliano Amato sul Sole24Ore - Amato che in quel 2011 era fra l'altro senior advisor proprio di Deutsche Bank (e chissà che senza la decisione di Deutsche Bank di vendere i titoli di Stato di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, la tempesta finanziaria non sarebbe iniziata). 
Un'ipotesi realistica, che apre altri interrogativi, sugli intrecci fra potere finanziario e politico, sul “potere sovrano” degli stati, anche della potente Germania. E sulla composizione azionaria di questi istituti - banche varie, fondi, superfondi: di chi sono? Chi decide che cosa, al di là dei luoghi comuni ripetuti delle narrative ufficiali? Proviamo solo ad aprire qualche spiraglio qua e là. Cominciando dalla banca tedesca. 
L’ANGLO-AMERICANIZZAZIONE DI DEUTSCHE BANK e la trasformazione dell' istituto nato nel 1870, da banca che storicamente  ha per missione il finanziamento dell’industria a banca che genera metà dei suoi profitti dal trading di derivati , valute, titoli, cartolarizzazioni, è storia non troppo lontana. Risale a quando, col crollo dell’URSS, l’attenzione della finanza angloamericana si concentra sull’Europa. E avviene a seguito di misteriosi omicidi.      
Alfred Herrhausen, presidente della banca e consigliere fidato del cancelliere Khol aveva in mente uno sviluppo della mission tradizionale e stilò addirittura un progetto di rinascita delle industrie ex comuniste, in Germania, Polonia e Russia. Andò persino parlarne a Wall Street.  Venne improvvisamente freddato fuori dalla sua villa, a fine 1989. Si disse dalla RAF, magari invece dalla Stasi, come qualcuno scrisse, o da altri. 
Stessa sorte tocca al suo successore, un altro economista che si era opposto alla svendita delle imprese ex comuniste elaborando piani industriali alternativi alla privatizzazione. Ucciso nel 1991 da un tiratore scelto.  
Dopo di lui a Deutsche Bank - alla sua sede londinese - arriva uno squadrone di ex Merril Linch, compreso il capo che diventa presidente, riorganizzando tutto in senso ‘moderno’, anche troppo? La banca che deve portare sfortuna, perché anch’egli muore, a soli 47 anni in uno strano incidente del suo aereo privato. Va meglio al suo giovane braccio destro, Anshu Jain, un indiano, jainista, passaporto britannico, cresciuto professionalmente a New York, tutt’oggi presidente della banca diventata prima al mondo per quantità di derivati, spodestando JPMorgan: è esposta per 55.000 miliardi, 20 volte il Pil tedesco, a fronte di depositi per 522 miliardi.  
LO SCONTRO COL POTERE POLITICO. “Quanto è pericoloso il potere di mercato delle maggiori banche di investimento?” Se lo chiedeva due anni fa lo Spiegel riportando un durissimo scontro fra Deutsche Bank e il ministro tedesco dell’ Economia Wolfgang Schauble. Scriveva il settimanale: “Un pugno di società finanziarie domina il trading di valute, risorse naturali, prodotti a interesse. Migliaiaia di investitori comprano, vendono, scommettono. Ma le transazioni sono in mano a un club di istituti globali come Deutsche Bank, JP Morgan, Goldman Sachs.  Quattro banche maneggiano la metà delle transazioni di valute: Deutsche Bank, Citigroup, Barclays e UBS. 
BLACKROCK COMPRA IN ITALIA (o l’Italia?) “Un’altra ragione che dovrebbe farci prestare attenzione alla Roccia Nera è che ha messo radici in molte realtà imprenditoriali nel nostro paese”, scrive Limes. “Che si sta comprando l’Italia”, titolava più spiccio Europa quotidiano , quando un certo allarme si spargeva nel Bel Paese ( qui l'Espresso).  
A fine 2011 la Roccia aveva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di Unicredit, il 3,5% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat Telecom Italia, il 2,5% di Eni e Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia(che controlla Autostrade) e Terna, il 2% della Banca Popolare di MilanoFonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca Ubi.  
E oggi? Molte di queste quote sono cresciute e BlackRock è ormai il primo azionista di Unicredit col 5,2%il secondo azionista di Intesa-SanPaolo, col 5%. Al 5% anche la partecipazione di Atlantia, al 9,4% sarebbe quella di Telecom. “Presidi strategici che permetteranno a BlackRock di posizionarsi al meglio in vista delle privatizzazioni prossime venture invocate da molti ‘per far scendere il debito’” scrive Limes.  
La nuova ondata, dopo quella del 1992-93 a prezzi di saldo, seguita alla brutale speculazione sulla lira che ne aveva tagliato il valore del 30%? La Grecia c’è già dentro, ma resiste. La crisi dei PIIGS a che altro serve se no?  
NON E’ IL SOLO. Aggiungiamo che State Street Corporations, un altro colosso americano, non un fondo di investimenti ma una storica ‘banca di custodia’ basata a Boston che nel 2003 aveva   acquistato la divisione Securities di Deutsche Bank, nel 2010 ha comprato   l’ attività di “banca depositaria” di Intesa SanPaolo(custodia globale, controllo di regolarità delle operazioni, calcoli, amministrazione delle quote dei fondi e di servizi ausiliari come gestione dei cambi e del prestito di titoli, qui Sole24Ore ).  
BLACKROCK E GLI INTRECCI CON LE MEGABANCHE.  La Roccia Nera di chi è, chi sono i suoi  azionisti principali? Cercando nel web ci si ritrova in un labirinto di scatole cinesi, un terreno opaco e cangiante.  
Azionista n. 1 di BlackRock, nel prospetto di Yahoo finanza (il più chiaro, dic.2014) col 21,7% è PNC Financial Services Group Inc. ,  antica banca di Pittsburg, la 5°per grandezza negli Usa, pur meno nota. PNC era proprietaria della RocciaNera fino al 1999, racconta Bloomberg (nov 2010, parla di PNC e Bank of America che ne vendono quote).   Azionisti n. 2 e 3 sono Norges Bank, la Banca Centrale di Norvegia, e Wellington Management Co., altro fondo di investimenti, di Boston (2100 investitori istituzionali in 50 paesi, $869 miliardi di asset, investimento minimo $5 milioni, per dire).  
Poi però tra gli azionisti ‘istituzionali’ - i più rilevanti - troviamo State Street CorporationFMR-FidelityVanguard Group   (ancora una società di investimenti, gestisce $3000 miliardi di assets), fondata nel 1977 dal presidente di quella Wellington a cui   appare legata in varie combinazioni.  Le stesse quattro società Vanguard, BlackRock, State Street e FMR-Fidelity con Wellington sono gli unici azionisti istituzionali di PNC!   Non solo.  
I magnifici quattro.  Queste quattro società si ritrovano con varie quote fra gli azionisti delle principali megabanche. I “Big Four” li chiamava un post in cui ci siamo imbattuti tempo fa, riproposto negli ultimi anni da vari blog. Un titolo di sapore complottista (“Le grandi famiglie che governano il mondo”) e la scoperta che era apparso nel 2011 anche su Pravda.ru, induceva ai peggiori sospetti.   Scansando i pregiudizi abbiamo fatto delle verifiche.  
Ebbene, i Big Four effettivamente costituiscono un nucleo sempre presente nelle maggiori banche ‘sistemiche’.   Non solo le prime quattro – JP Morgan, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo - ma anche in banche d’affari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of NY Mellon.  
Le stesse State Street, Vanguard e BlackRock, FMR-Fidelity che non sono propriamente banche tranne la prima, sembrano possedersi  a vicenda.    
A ricorrere nell’azionariato istituzionale di questi istituti  ci sono anche altre società e banche, ma i magnifici quattro non mancano mai. Neppure nella compagine azionaria di Moodys e  di Standard& Poors ( del gruppo Mc GrawHill che la controlla, dove tra i 4 spicca FMR-Fidelity, vedi anche qui). 
In America e anche in Europa, a quanto pare.  
BARCLAYS, PER ESEMPIO. Prendiamo Barclays, la megabanca britannica che risale al 1690. 
trai suoi azionisti, accanto ai soliti  BlackRock, Vanguard, e a Capital Research & Management   ce n’è uno speciale, col  6,18%, : Qatar Holding LLC, sussidiaria del fondo sovrano qatarino specializzata in investimenti strategici . La stessa holding qatarina è anche maggior azionista di Credit Suisse, seguita dall’ Olayan Group dell' Arabia Saudita   che ha partecipazioni in una caterva di società di ogni genere, mentre nell’altra megabanca elvetica, UBS , si ritrova BlackRock, una sussidiaria di JPMorgan, una di Singapore e la Banca di Norvegia di cui sopra, ma non divaghiamo troppo).  
Ebbene Barclays Investment Group compariva tra i grandi azionisti di BlackRock, e viceversa, ma PRIMA della crisi del 2008.   Dopo, non più, almeno in apparenza. Così racconta un post di Global Research (di Matthias Chang), che propone tabelle interessanti che mostrano come nel 2006   ‘Barclays Octopus'- come la chiamava il post -  fosse davvero la piovra che allarga i suoi tentacoli ovunque . Insieme alla sua alleata State Street.  
Barclays IG era tra i maggiori azionisti di 10 grandi banche (n.1 di Bank of America, n.2 di Wells Fargo, n.3 di Wachovia, e poi JP Morgan Bank of New York Mellon ecc), mentre State Street era in buona posizione in 7 di queste). Presente poi nell’azionariato di banche d’affari (da Goldman Sachs a Merril Linch, Morgan Stanley, più Lehman e Bear Sterns poi stritolate dalla crisi). Nonché presente in un lungo elenco di multinazionali di ogni genereamericane ed europee, compresi i grandi contractors  della Difesa , senza dimenticare   le  miniere, di ogni genere.  
DOPO la crisi, che ha parecchio rimescolato le carte dell’élite finanziaria dell’1%, concentrandola ulteriormente, il paesaggio muta. Barclays Global Investors, comprata nel 2009 da BlackRock  (questo post indica la RocciaNera come salvatore di un fondo in fallimento -SIV- dietro il quale allude ci fosse  BGI ) sparisce dalle tabelle.   
Ricorrono invece i “Magnifici Quattro”- come abbiamo verificato anche noi. In ascesa in particolare State Street – segnala il post - che  ha scalzato l’alleato con $19.000 miliardi di assets in custodia e amministrati,   e $1,9 in gestione. BlackRock che nel  2006 aveva appena svoltato il trilione di $ di assets, dal 2010 al 2014 cresce ancora fino a $4600 miliardi. In ascesa anche Vanguard Group (anche in Deutsche Bank).  
E’ solo un pezzetto del mosaico, la punta dell’iceberg, avvisa il post. E invita a riflettere sugli spostamenti, a “seguire i soldi”, come si dice in gergo poliziesco, e a “esaminare i giocatori”. Chi c’è dietro? “Scopritelo voi, se lo scrivessi io passerei per un cospirazionista”. 
PRIVATIZZARE/ACQUISIRE I BENI DEGLI INDEBITATI.  Senza dilungarci ulteriormente, segnaliamo che attraverso il crescente indebitamento degli Stati queste megabanche e/o superfondi collegati già azionisti di multinazionali stanno entrando nel capitale di controllo  di un numero crescente di banche, imprese strategiche, porti, aeroporti, centrali e reti energetiche.  
Solo per bilanciare l’espansione dei Cinesi? 
Un processo che va avanti da anni, accelerato molto dalla “crisi” del 2007-8 e dalle politiche controproducenti come l’austerità, che sempre più si rivela una scelta politica.  Evidentissimo nei paesi del Sud Europa, Grecia in testa, ma presente anche altrove e negli stessi Stati Uniti, come segnalato a varie riprese dal blogger Matt Taibbi ( es qui) e dall’economista americano (‘di sinistra’) Michael Hudson - titolo di un post/intervista  del 2011 "Greece now, US soon", ultimo Greece: Austerity for the bankers”, un'intervista.
("Non è la Germania contro la Grecia. E’ la guerra delle banche nei confronti del lavoro. La continuazione del Thatcherismo e del neoliberismo")  
Del resto nel 2011 l a rivista scientifica New Scientist traendo spunto da un vasto e serissimo studio svizzero sulla concentrazione dell’economia globale (con dati del 2007 però) raccontava che 147 corporations controllano il 40% dell’economia globale ed elencava le prime 50, la maggioranza delle 20 al top erano banche.  

Maria Grazia Bruzzone

Pubblicato su 17 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/

FU DAVVERO BLACKROCK A ISPIRARE IL "CAMBIO DI SCENA" DEL 2011 IN ITALIA ?

Dalla Libia altre amare umiliazioni per l’Italia


Matteo Renzi, in visita a Washington, ha anticipato che dirà a Barack Obama che l’impegno italiano nella crisi libica continua e che dobbiamo lavorare “per rendere più sicuro il Mediterraneo, dove oggi rischiamo di perdere la dignità” a causa delle decine di donne e uomini che ogni giorno “perdono la vita nel tentativo di raggiungere  il futuro”.  Difficile concordare con il premier poiché la responsabilità dei clandestini morti in mare non può in nessun modo essere addossata all’Italia mentre ci sembrano ben altri gli episodi che compromettono quanto resta della nostra dignità nazionale.
In febbraio gli scafisti spararono su una motovedetta della Guardia Costiera italiana per farsi restituire il barcone su cui avevano preso il mare centinaia di clandestini. Martedì è stata invece una motovedetta della Guardia Costiera libica, al soldo dei trafficanti di esseri umani, che ha esploso colpi in aria per accelerare il trasbordo di 250 immigrati sul rimorchiatore italiano Asso 21 con l’obiettivo, ancora una volta, di mettere le mani sul barcone. Una bagnarola che rivedremo presto nelle acque del Canale di Sicilia carico di africani diretti in Italia con la complicità della nostra flotta e di quella della missione europea Triton.

 

“Gli scafisti hanno sparato in aria e non al nostro equipaggio né ai migranti” ha detto  Mario Mattioli, armatore del rimorchiatore Asso 21 in un’intervista a Radio 24. “Il nostro rimorchiatore è stato chiamato a fare questa operazione di salvataggio di 250 migranti – ha aggiunto Mattioli – e a un certo punto, mentre era in corso il trasbordo, è arrivato un  barchino con una certa velocità. A bordo alcune persone che hanno di fatto recuperato il barcone su cui erano stati trasportati i migranti. Hanno sparato in aria per velocizzare l’operazione di sbarco, è come se avessero voluto dire ai migranti fate in fretta“. Mattioli ha spiegato che “il fatto è avvenuto in acque internazionali”, sostenendo che era impossibile una reazione dell’equipaggio del rimorchiatore.
“Noi siamo civili, a bordo della  Asso 21 ci sono 12 persone. Noi rispondiamo in primis per la  coscienza che ha chiunque opera in mare, e deve salvare vite umane in pericolo. Teoricamente non voglio dire che non li dovremmo salvare, potrebbe sembrare una affermazione terribile, ma da cittadino italiano dico che questo flusso migratorio non può essere risolto attraverso l’utilizzo di imbarcazioni civili. Immaginate 12 persone di equipaggio a dover gestire 250 migranti, molti dei quali malati, e non abbiamo di certo un medico a bordo”.

 

Con il barcone al traino, la motovedetta libica ha navigato verso casa guardata a vista da un elicottero della Marina italiana e dalla fregata lanciamissili Bergamini, gioiello tecnologico da mezzo miliardo di euro ma impotente di fronte alla beffa compiuta dalla piccola unità libica che ha giustificato il suo comportamento con la necessità di non lasciare in mare una imbarcazione abbandonata e pericolosa per la navigazione.
Certo anche l’Asso 21 avrebbe potuto rimorchiare il barcone in Italia dove sarebbe stato sequestrato e distrutto ma se i militari libici hanno addirittura sparato in aria per prenderne il possesso significa che per loro costituiva un ricco bottino. Considerata la penuria di imbarcazioni di cui soffrono i trafficanti libici e che un barcone da 250 posti può fruttare a viaggio oltre mezzo milione di euro si può ben comprendere “il senso del dovere” le motivazioni dell’equipaggio libico.
Un po’ meno l’arrendevolezza di un’Italia che non usa mai la forza per rispondere a minacce, aggressioni e attacchi terroristici rischiando così di incoraggiare i trafficanti/miliziani/terroristi ad alzare il tiro considerata l’elevata esposizione a queste minacce degli equipaggi italiani militari e civili impegnati a ridosso delle coste libiche.

 

Certo in base al diritto internazionale se la fregata Bergamini avesse bloccato la motovedetta libica avrebbe compiuto un atto di guerra. Ma di guerra contro chi? Lo Stato libico non esiste e quella motovedetta della Guardia Costiera risponde al “governo” di Tripoli non riconosciuto dalla comunità internazionale e pieno zeppo di gruppi islamisti, dai Fratelli Musulmani ai salafiti sostenuti da Qatar e Turchia.
“Il Bergamini, appena informato dell’evento, si è immediatamente diretto verso l’area e individuava via radar il natante, ne monitorava e seguiva i movimenti anche con un elicottero ripristinando la  necessaria cornice di sicurezza” ha spiegato la Marina militare. La nave da guerra “ha così proseguito nell’attività di pattugliamento in corso non riscontrando le condizioni per dare seguito ad ulteriori azioni, mentre la il barchino veloce entrava  nelle vicine acque territoriali libiche. Sulla vicenda sono in corso ulteriori accertamenti per chiarire tutte le dinamiche” ha concluso il comunicato della Marina.
Con un po’ di coraggio, l’Italia avrebbe potuto fare di più per impedire l’ennesima beffa consumata sotto i nostri occhi ma occorrerebbe dare ai militari  regole d’ingaggio più aggressive che certo l’attuale governo, come i precedenti, non sembra avere la capacità politica di autorizzare.

 

Del resto l’Operazione Mare Sicuro (nome infelice che rischia di venire sbeffeggiato  ancor più di Mare Nostrum) ha dimostrato con questo episodio di non essere in grado di esprimere una credibile deterrenza nei confronti delle bande libiche mentre l’assistenza riservata ai 10 mila immigrati clandestini portati in Italia negli ultimi giorni induce ormi a considerare che le navi italiane e le poche europee dell’operazione Triton concretamente non fanno altro che proseguire l’opera di accoglienza umanitaria perpetrata da Mare Nostrum.
Il viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, ha condannato senza appello Triton affermando che “il dispositivo non è sufficiente. In 90 giorni ha salvato 1.700 persone, nello stesso periodo la nostra Guardia Costiera ne ha salvate 17 mila, dieci volte di più”. Il problema che sembra sfuggire anche un politico attento e preparato come Pistelli è che nella gara a chi porta più immigrati sulle nostre coste l’unica a perdere è l’Italia perché senza respingimenti il flusso non avrà mai fine e perché non siamo in grado sul piano finanziario e sociale di accogliere queste masse e non si è mai visto uno Stato aiutare così alla luce del sole criminali e terroristi ad arricchirsi pur sapendo chi lucra sui traffici di esseri umani.

 

Del resto i flussi di immigrazione clandestina potrebbero ancora più intensi se i trafficanti disponessero di un numero adeguato di barconi. Molti report hanno segnalato un boom di furti di imbarcazioni in tutti i porti del Mediterraneo meridionale e orientale, crimini tesi ad alimentare le esigenze dei trafficanti di uomini mentre indiscrezioni riferiscono di una frenetica attività in atto nei piccoli cantieri navali sulla costa tunisina che un tempo realizzavano pescherecci con scafo in legno e ora si limiterebbero a varare il più rapidamente possibile spartani barconi commissionati dalle “cosche” libiche.
Fonti egiziane citate dal quotidiano libico al-Arab (vicino al governo di Tobruk) hanno evidenziato la scorsa settimana che l’Italia vorrebbe coinvolgere Egitto e Algeria in un intervento in Libia. La notizia è filtrata dopo il vertice romano tra i ministri degli esteri dei tre Paesi ma non ha trovato conferme ufficiali in Italia dove il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni continua da settimane a parlare di ipotesi non meglio specificate di intervento militare che vengono immancabilmente rettificate poco dopo dallo stesso ministro.

Foto: Lapresse, Corriere della Sera e Marina Militare; vignetta di Alberto Scafella

tramite: http://www.analisidifesa.it

16/04/15

CONTRADA: VIOLATA LA VIOLAZIONE DELLA LEGGE






Un mio amico, che ha la fortuna di non essere impegnato a dover capire qualcosa di diritto, di leggi e di processi, sentendo parlare della condanna dell’Italia a pagare a Contrada per l’illegittima condanna a dieci anni di reclusione, diecimila euro di risarcimento dei danni ha esclamato: adesso ci si mette anche l’Europa a farsi beffa di quel pover’uomo.
Beati gli ignoranti, ai quali è dato talvolta (vi pare poco?) di capire l’essenza delle cose al di là delle complicazioni astruse ed inconcludenti costruite dai sapienti.
 
Queste belle “questioni di principio” sulle quali la Corte Europea ci ammannisce il distillato del sapere dei suoi componenti, hanno il difetto (non certo secondario) di “sorvolare” sul fatto che i diritti di cui si discute sono di uomini e non di cavie. Ora tutti possiamo cercare di bearci prendendo atto della affermazione del principio, che, al di là di quella beffarda cifra del risarcimento di 10.000 euro è intervenuta in quella disgraziata vicenda.
Ma ha ragione quel mio amico: la beffa della cifra irrisoria liquidata quale risarcimento dei danni e “pretium doloris” è l’unica cosa chiara e certa in questa sentenza.
Perché ancora una volta i giornalisti italiani, insuperabili nella abilità di nascondere episodi importanti ed eclatanti al pubblico dei loro lettori (è di questi giorni la “soppressione” che solo “Il Garantista” ha “bucato”, della piena assoluzione dei duecento e passa abitanti di Platì, in Calabria fatti arrestare una dozzina di anni fa dall’attuale Ministro della Giustizia “de facto” Gratteri (essendo ogni giorno più chiaro che il povero Orlando, voluto al suo posto da Napolitano conta a Via Arenula quanto il due a briscola) la loro attenzione per la sentenza della Corte Europea sul caso Contrada è stata scarsa, se non assai “lenta” e la loro esposizione del contenuto piuttosto approssimativa ed indulgente. Una confusione solo in parte giustificata dal fatto che le sentenze sui ricorsi di Contrada erano più di una. 
Diecimila euro a parte, un’altra beffa si è aggiunta a quelle che hanno segnato la tragedia di Bruno Contrada. Ha vinto la parte, la causa di principio del diritto penale dei paesi civili, ma per averlo l’Italia ha violato violando la violazione che sembra, invece essere stata “legittimata” dalla sentenza europea.
Per cercare di chiarire il pasticcio, che, ignorato da giornalisti e, per quel che mi risulta, da luminari più o meno luminosi del diritto in circolazione abituale anche nelle redazioni dei giornali e negli studi televisivi, qualcuno potrà pensare essere il frutto triste della mia vecchiaia, bisogna ricordare che Contrada è stato condannato per “concorso esterno in associazione mafiosa”, il famoso (cioè famigerato) reato fantasma, che i magistrati hanno fabbricato “in casa”, inventandolo nelle loro sentenze, in un primo tempo negando che si trattasse di altro che di una sottospecie del reato di partecipazione ad associazione di stampo mafioso, poi sempre più disinvoltamente facendo a meno di tale camuffamento.
Anche nel caso Contrada, dunque, era stato violato il principio che, quando si parlava più in latino che in inglese, si riassumeva nel brocardo “nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali”. Principio recepito e conclamato dall’art. 7 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo.
Ingroia, il grande giurista della Palermo dell’Era di Crocetta e del processo dello Stato imputato di aver tentato di subire i ricatti della mafia, già P.M. nel processo a Bruno Contrada, ha sfoderato un commento inviperito contro la sentenza che avrebbe “male applicato l’art. 7 della Convenzione Europea”, perché “anche senza il reato di concorso esterno Contrada, colpevole, colpevolissimo, avrebbe dovuto “comunque” essere condannato per favoreggiamento” (un “lottatore” come Ingroia non bada a certe piccolezze).
In realtà i bravi giudici europei, si dovrebbe dire, sulla questione chiara e semplice dalla violazione dell’art. 7 della Convenzione “se ne sono disinvoltamente lavate le mani”.
Ma adottando un metodo che noi Italiani ci ostiniamo a chiamare “all’italiana”, hanno cercato di “svicolare” con un pasticcetto.
Hanno affermato che, data per scontata (e perdonata) la violazione dell’art. 7, l’Italia aveva però violato tale perdonabile violazione, non tenendo conto che la “creazione” del nuovo reato da parte nongià del Parlamento, ma degli stessi giudici era avvenuta solo nel 1994, dopo i fatti contestati al povero Contrada.
Anzi, ad esser precisi (si fa per dire) sono stati ancor più viscidi ed ambigui: hanno rilevato che sì, il “concorso esterno” era stato inventato dai giudici prima di quella data, ma era ancora “molto confuso ed impreciso”.
Un reato inventato da un Organo non Legislativo ma giudiziario, che per un certo periodo era “confuso”. E la giurisprudenza “creativa” non doveva essere “retroattiva”.
Sì certo, molto confuso è questo (si fa per dire) ragionamento.
Ed allora? Dobbiamo dire che sulla testa di Contrada è piovuta, dopo molte baggianate “nazionali”, anche un’”eurocazzata”?
Al mio paese correva il proverbio “tempo di carestia pane di veccia”.
Già. Questo marchingegno (io non vorrei chiamarlo proprio eurocazzata) trova infatti critici più severi che noi. E per opposti motivi.
Antonio Ingroia, avvocato, manager pubblico e commissario regionale alla ex provincia (regionale) di Trapani, ex candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ed ex P.M. della Procura di Palermo che, a suo tempo, trattò l’inchiesta ed il processo contro Bruno Contrada ha espresso il suo illuminato giudizio: “La Corte Europea ha preso una solenne cantonata… i giudici parlano di una violazione dell’art. 7 della Convenzione Europea, ma tutto nasce da un fraintendimento: hanno pensato che i fatti contestati a Contrada non fossero punibili in assenza di reato di concorso esterno in associazione mafiosa, ma non è così perché sarebbero stati comunque punibili per favoreggiamento…”.
Per questo campione del “giure lottatorio”, purché ci sia una legge penale, un imputato può benissimo essere condannato per un reato qualsiasi diverso da quello a lui attribuito. Tanto più se esso, in realtà non c’è e non è conforme a norme sovraordinate (europee o costituzionali). Da un Ingroia non c’era da attendersi di meglio.
La sentenza (anzi, le sentenze) Contrada hanno creato un putiferio.
Altri campioni del giustizialismo antigarantista si sono mostrati meno disinvolti di Ingroia: hanno ingoiato il rospo.
E, poi, persone serie e giuristi autentici hanno finito per farsi trascinare dal loro compiacimento a dire qualche mezza cavolata.
Fiandaca ha dichiarato che ora il legislatore deve intervenire per “meglio definire il reato di concorso esterno”. Cosa che è un pochetto di più della metà di una cavolata, perché, in sostanza significa: “miglioriamo l’abuso…”.
E già, perchè tutti gli altri più o meno astrusi ragionamenti girano intorno alla “legittimazione” che, sia pure con l’avvertimento che si trattava di una questione che le parti avevano data per pacifica (!!??) per la creazione giurisprudenziale di un reato (e che reato!) la sentenza Contrada non si può negare che costituisca una forma più o meno esplicita di legittimazione dello strapotere del “giudice legislatore”. Una vittoria anch’essa “all’italiana”, viscida e contorta del “diritto libero” contro cui Piero Calamandrei spezzava una lancia nel suo coraggioso discorso del 15 gennaio 1940, quando esso era la teoria ufficiale del diritto penale nazista.
Io sarei un po’ meno portato, quindi, all’entusiasmo ed all’ottimismo. Auguri a quanti confidano che queste sentenze aprano le porte delle galere a questo o quel condannato.
Attenzione: anche in Europa, di fronte alle più manifeste baggianate, si cerca un compromesso. Magari si afferma che le baggianate non devono avere effetti retroattivi.
Che Iddio ce la mandi buona.

di Mauro Mellini - 15 aprile 2015
fonte:http://www.giustiziagiusta.info


15/04/15

Saremo noi, uomini e donne liberi d’Europa, a far implodere l’islam e a dare ai musulmani la libertà di pensiero




Le ragazza cristiane rapite in Nigeria sono state uccise, i loro corpi marciscono nelle fosse comuni. Massacro di cristiani ad Aleppo. In Pakistan nazione dove da 5 anni la signora Asia Bibi sopravvive in una cella fetida di quattro metri per tre insieme a scarafaggi più grandi di lei, un ragazzo è stato bruciato vivo perché cristiano. Sempre in Pakistan un altro tizio era stato bruciato vivo qualche anno fa perché aveva bevuto una tazza di tè in un locale e solo dopo che aveva bevuto si sono accorti che aveva una crocetta al collo, e che cioè aveva contaminato con la sua bocca di essere inferiore le tazze riservate ai musulmani. Mentre cerco di ricordarmi se il Pakistan fa parte dell’islam moderato o di quello smoderato perché mi confondo tra i due, mi scorrono sotto gli occhi il numero di associazioni di gente tanto intelligente e tanto buona che chiede il boicottaggio dello Stato di Israele in quanto pratica l’apartheid.
Oriana Fallaci, Bat Ye'or, Magdi Cristiano Allam , Alexander Del Valle e tutti i liberi pensatori hanno scritto nei loro libri che l'Europa rischia il destino di essere conquistata dall’islam grazie all'immigrazione. Eppure Oriana, Bat Ye'or, Magdi e chiunque affermi che, secondo l’islam, il destino e il dovere dell’Europa è di essere conquistata dall’islam grazie ad una vittoria demografica, continuano ad essere considerati individui spregevoli. “Noi vi penetreremo grazie alle vostre leggi e vi domineremo con le nostre”: ce lo hanno detto, ce lo hanno ripetuto, ci stanno mostrando che è vero.
Abbiamo gli orchi in casa, e ci hanno già addestrato all'autocensura, che noi chiamiamo politicamente corretto, da bravi cagnolini giudiziosi; e per sentirci buoni e politicamente corretti abbiamo buttato nella spazzatura la libertà di parola che i nostri padri ci avevano lasciato dopo averla pagata lacrime e sangue. Abbiamo una profusione di indecenti pessimi maestri. Gli orchi esistono e gli orchi sono persone, fratelli, che potrebbero essere salvati dalla verità, come persone, fratelli, erano gli uomini che costituivano le armate di Hitler e di Stalin. Il fatto che uno sia una persona umana e quindi un fratello non vuol dire che non sia, in quel momento , il nemico, colui che deve essere fermato. Gli orchi si fermano militarmente e dopo che sono stati fermati si salvano con la verità.

Questa verità bisogna dirla e difenderla, o tra trenta anni, forse dieci avremo la guerra civile nelle strade, o tra cinquanta anni o forse meno saremmo una Repubblica islamica, miserabile e sovrappopolata. La verità è che il Nordafrica potrebbe essere ricchissimo se fosse meglio amministrato; era ricchissimo quando era cristiano ed è l’islam il solo responsabile del disastro. Lo stesso vale per la Siria, ricchissima quando cristiana, per la Mesopotamia e la Persia, ricchissime quando non erano islamiche, per Afghanistan e Pakistan, ricchissimi quando non erano islamici, come la Turchia, come l’Indonesia.
L’esempio è la terra di Israele, terra di sassi e scorpioni quando è in mano all’Impero ottomano e che rifiorisce nella terra del latte e del miele quando è ebraica. L'esempio è Gerusalemme, abbandonata, miserabile e polverosa in mani islamica, rileggete Mark Twain e Voltaire e Marx quando la descrivono, visto che l’islam la vuole solo per umiliarla, mentre è splendida, la Gerusalemme d’oro, quando torna al suo unico destino di essere ebrea.
Cosa bisogna scrivere per essere considerati buoni? Che dobbiamo accogliere chiunque lo desideri e trattarlo con cortesia e salvare le sue leggi anche quando sono in contraddizione con le nostre, così si integrerà. E' bellissimo, ma è falso. E' splendido e mi spezza il cuore negarlo, ma devo negarlo perché è falso. Non possiamo accogliere chiunque voglia essere sulla nostra terra, ma quello che possiamo e dobbiamo fare è esportare la nostra civiltà.

Sarebbe meraviglioso se fosse vero, che tutti possono integrarsi, ma è falso. Se accogliamo chiunque desideri venire nella nostra terra, non si integrerà, meno che mai se non verrà preteso, in maniera che non lasci alternative, "muscolare" per citare Cameron, il rispetto delle nostre leggi. Diversamente esporterà la miseria, la negazione della libertà come valore, l’odio omicida per gli ebrei, il disprezzo per le donne e gli omosessuali, la sovrappopolazione, il divieto al pensiero libero e alla narrazione alla scienza, trasformandoci in una Repubblica islamica nel giro di pochi decenni.
Essere buoni, essere una persona perbene vuol dire negare la verità, le verità, l’islam: non il colonialismo, non l’Occidente, non Israele, sono la causa della catastrofe intellettuale, culturale ed economica del mondo islamico. Se l'Europa porterà a termine il processo di importare l’islam, ne sarà annientata. Il progetto di annientarci, di occuparci, di domarci e nel buio incatenarci ci viene ufficialmente dichiarato dal 1974 dall’allora presidente algerino Boumedienne all’Onu. Ma l’intellettuale europeo crede che gli orchi sono buoni. L’inganno universale è che l’islam sia benevolo e integrabile: è una bestialità talmente insensata che lascia basiti, ma chi si è allenato per decenni alla negazione della realtà, che ha scritto alla morte di Stalin che era morto il più grande benefattore dell'umanità, può riuscire a crederci. Chi per decenni ha massacrato, messo all'angolo, alle corde chiunque osasse opporsi al pensiero unico, chiunque abbia osato dire la verità sul comunismo, ora scodinzola davanti all’orco di turno, e tratta da razzisti e cattivi chi impedirà lo scempio. Ebbene noi lo impediremo, noi il popolo degli uomini liberi saremo la spallata su cui l’islam imploderà. L’islam comincerà a implodere qui, dall'Europa, noi saremo la spallata con cui i popoli dell’islam ritroveranno il diritto di pensare.
Quindi questa spallata diamola.
Se non noi chi? Se non ora , quando?
Quindi noi, ora.

di Silvana Mari - 15 aprile 2015
fonte: http://www.ioamolitalia.it


MARÒ, MARE NOSTRUM, GHEDDAFI, AFGHANISTAN, IRAQ. PER QUALI INTERESSI DELLA NAZIONE?



Perché nessuno dei vertici delle Forze Armate, stigmatizza queste ovvie assurdità che portano disonore, invasione di popolazioni selvagge e aliene, danni alla nostra economia e lutti in molte famiglie italiane? Qual è il prezzo del silenzio?
Capo di Stato Maggiore Difesa 482.000 euro l’anno, Capi di Stato Maggiore Esercito Marina e Aeronautica 481.000 a testa l’anno, Comandante Arma dei Carabinieri 462.640 l’anno, Capo della Polizia 621.000. Più innumerevoli benefit e immissione nel girone miliardario della produzione e vendita d’armamenti. Il Capo di Stato Maggiore della Marina Giuseppe De Giorgi per i suoi 481.000 euro ha elogiato la “sua” Operazione Mare Nostrum, non gli è passato benché minimamente nella testa che ha fatto da traghettatore agli invasori della sua Patria, ha immesso sicuramente dei terroristi che prima o poi uccideranno degli italiani, che ha trasportato masse di individui di razze e culture aliene alla sua, portatori di malattie, nuovi schiavi che abbasseranno il costo del lavoro dei suoi compatrioti meno fortunati, portandoli alla fame. Come volete chiamare un uomo così?

Caso Marò, emblematico di una nazione senza più sovranità, governata da imbelli, nel caso migliore, se non da veri e propri traditori. Soldati italiani in territorio italiano navigante, lo hanno difeso, i loro stessi superiori, al caldo degli uffici dei ministeri romani, li hanno consegnati innocenti a un nemico subdolo, bugiardo e infame. Li hanno costretti al massimo disonore di consegnare le proprie armi, nella tradizione più fetida di vigliaccheria dei comandi italiani di fronte all’eroismo dei loro soldati. Un ammiraglio ministro che invece di difenderli li abbandona a se stessi, riconsegnandoli nelle mani degli aguzzini indù. Un ammiraglio e ministro, molto vicino agli ambienti della Finmeccanica e al torbido affare degli elicotteri da vendere all’India e alle relative mazzette. Un primo ministro usurpatore ed emissario del Bilderberg che cura gli interessi dei poteri forti mondialisti e intento a distruggere l’Italia. I Lloyd di Londra con le loro stratosferiche polizze di transito in zone ad alto rischio di pirateria, ovviamente interessati a mantenerle in quelle condizioni, anche con la complicità dei corrotti governi locali (Kerala).

Una fogna putrida d’interessi internazionali dove la vera vittima è l’Italia e il suo onore, svenduta dalla genia di traditori che si perpetua dall’8 settembre ai vertici di una nazione fantoccio da spremere e sfruttare. L’ammiraglio ministro per i suoi devoti servigi nell’affare Marò ambiva con sicurezza alla presidenza della Fincantieri, ma sulla sua strada ha trovato i vecchi paracadutisti dell’esercito di leva, non quelli pagati per digerire tutto, e l’hanno fischiato in pubblico allo stadio di Pisa. Una figura di merda unica che ha dato il pretesto ai suoi avversari interni di silurarlo con il contentino di un altro stipendiuccio, da sommare a quelli già accumulati, come consigliere Finmeccanica. Perlomeno uno ha pagato un minimo per questo terribile disonore arrecato all’Italia.
E i due nostri Marò continuano a soffrire a causa di questi personaggi che usurpano il potere. Ma l’Italia non ha più delle sue Forze Armate, o meglio paga con le sue tasse delle Forze Armate che si chiamano italiane solo nominalmente, ma sono un esercito ausiliario dell’Impero.

Quale Impero? Un’entità che non s’identifica con nessuna nazione, forse solo nominalmente con gli USA e la sua appendice europea della UE, ma che in realtà è una potenza liquida composta dalle Corporation che dominano economicamente il mondo e lo impoveriscono, che distruggono le nazioni succhiandogli il sangue con gli interessi da strozzinaggio in debiti costruiti artificialmente.
Di questo la gente ha bisogno di rendersi conto, soprattutto gli stessi appartenenti alle Forze Armate sedicenti italiane che ormai sono solo un carapace con niente di italiano dentro, se non della carne da cannone per le multinazionali. Una beffa continua nei confronti del contribuente italiano che ormai sta stramazzando a terra dissanguato dalle tasse che vanno a favore delle banche e d’interessi che niente hanno a che vedere con lui e con la sua nazione.

Un altro caso significativo è l’acquisto degli F-35, pagati con soldi italiani, ma praticamente con le chiavi dell’avionica che rimangono in mano agli americani che consentiranno l’uso solo se questo tutela i loro interessi. Il massimo della beffa, pagare con i nostri soldi guerre che curano gli interessi di altri! Com’è successo con la Guerra a Gheddafi del resto, anche chi gli baciava la mano il giorno prima, l’ha abbandonato e aggredito, eliminando l’unico argine contro l’invasione aliena dall’africa, perché?
Perché tutti ormai sono fantocci delle elite mondialiste e dei loro progetti di distruzione di massa. L’Africa dovrà essere svuotata per poter meglio saccheggiare le sue risorse naturali e la sua popolazione trasferita in Europa per meticciare e disgregare la popolazione autoctona, affinché nessuna nazione possa essere così omogenea da opporsi a questi diabolici progetti di egemonia economica fine a se stessa.
Perchè nessun esercito possa opporsi non devono esserci più cittadini in armi, ma solo mercenari prezzolati. Infatti, la disgregazione del nostro è iniziata nel 1999 con l’abolizione della leva, ma quando pochi mettevano in guardia allora contro questi pericoli, furono considerati delle Cassandre, ora, se non è troppo tardi, è necessario che tutti prendano coscienza e si mobilitino per non far scomparire il nostro popolo e la nostra grande civiltà.
 
Col. Soleil
 
Tratto da: http://www.sintesi-reloaded.it
 
15 aprile 2015
 
tramite: http://alfredodecclesia.blogspot.it

Bruno Contrada non doveva essere processato – ennesima vergogna della giustizia italiana bruno-contrada-cassazione-conferma-10-anni


bruno-contrada-cassazione-conferma-10-anni


Questa O.S. vuole rendere un doveroso omaggio a Bruno Contrada, ex dirigente generale della Polizia di Stato, ex numero tre del Sisde, ex capo della Mobile di Palermo, ed ex capo della sezione siciliana della Criminalpol, nonchè ex poliziotto italiano che ha dedicato tutta la sua vita a questa amministrazione e che a un certo punto della sua carriera, per dinamiche che rimangono incomprensibili è stato tristemente abbandonato al suo destino ed è stato prima processato e poi condannato a 10 anni di carcere per un reato (il concorso esterno in associazione mafiosa) che all’epoca dei fatti non era ancora entrato nel nostro ordinamento. Nessuno degli interpreti della vita politica italiana è rimasto però indignato o si è scandalizzato per questo ex poliziotto torturato la cui vita è stata devastata per 24 lunghi anni…!!!
Una vergogna tutta italiana che ha per protagonisti ancora una volta i giudici italiani reticenti all’applicazione corretta del diritto, che si sono rifiutati per anni e in ogni sede, nonostante il “macroscopico” vizio giudiziario, di riconoscere nel processo Contrada uno dei principi cardine del diritto penale italiano ovvero il “principio di legalità” secondo cui “Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto dalla legge come reato, ne con pene che non siano da essa stabilite”. La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1 gennaio del 1948, riafferma questo principio con la seguente formula “ Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso” (art. 25). Ciò nonostante il Generale Contrada è stato condannato e incarcerato per 10 anni come il peggiore dei criminali, tacciato come “mafioso” per un reato che all’epoca non esisteva, e quando stanco vecchio e malato cercò di ottenere la scarcerazione dopo 8 anni di detenzione, questa gli venne barbaramente negata per ben tre volte. Neanche fosse un pericoloso assassino..!!! Mai la giustizia italiana è stata cosi inflessibile verso un detenuto…!!!
Oggi veniamo a scoprire non solo che le sue condizioni di salute erano incompatibili con la detenzione carceraria ma che l’Ex Generale Bruno Contrada non avrebbe nemmeno dovuto essere condannato perché “il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso è il risultato di un’evoluzione della giurisprudenza italiana posteriore all’epoca in cui lui avrebbe commesso i fatti per cui è stato condannato“.
La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha infatti stabilito che i giudici italiani hanno violato l’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti umani, che stabilisce il principio “nulla pena sine lege” – ovvero che nessuno puo’ essere punito per un fatto che non sia espressamente previsto come reato. I giudici di Strasburgo hanno accertato che i giudici italiani, nel condannare Contrada, hanno violato i principi di “non retroattività e di prevedibilità della legge penale”.
Dove trovare quindi le colpe se non in una casta autoreferenziale e corporativista che sguazza nei privilegi e che ha inteso esercitare la legge, come troppo spesso accade, in modo arbitrario affossando pesantemente il prestigio di questa nazione patria del diritto…!! Chi ridarà adesso all’ ex Generale Contrada la sua onorabilità, i 10 anni di vita passati in carcere e 24 anni di ingiuste agonie processuali..???
Siamo felici comunque che la sua forza, la sua caparbietà, la sua determinazione, figlia di una vecchia scuola di Polizia, e la sua fede incrollabile verso un ideale di “Giustizia” ormai sempre più lontano è stata ampiamente ripagata da questa sentenza, e auguriamo con tutto il cuore che si arrivi ad una rapida riapertura del processo, anche se con questi “pseudo” giudici che ci ritroviamo non ne siamo troppo convinti..!!
Un cordiale saluto con stima al Dr. Bruno Contrada.

LA SEGRETERIA NAZIONALE

http://www.nsp-polizia.it

Disastro Renzi! Debito pubblico sale a 2.169,2 miliardi, + 3,3 miliardi in un mese


Festa dell' unita


Il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato a febbraio di 3,3 miliardi rispetto a gennaio, salendo a 2.169,2 miliardi e raggiungendo il massimo storico, sopra il precedente picco di 2.167,7 miliardi del luglio 2014. Lo comunica Bankitalia nel supplemento al Bollettino statistico: ‘Finanza pubblica, fabbisogno e debito’.
Entrate tributarie ferme – Nel primo bimestre – scrive ancora Bankitalia – le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 58 miliardi, rimaste sostanzialmente invariate rispetto allo stesso periodo del 2014. Nei primi due mesi del 2015 le entrate sono state pari a 57,95 miliardi a fronte dei 58,21 dei primi due mesi 2014.

14 aprile 2015

14/04/15

CASO MARO': IL MINISTRO DEGLI ESTERI E' *MOLTO CONFUSO*…?




Questa mattina a Radio 24 dichiarazioni inaudite del Ministro degli Esteri Gentiloni, che ha affermato che l'india è un paese di grandissime dimensioni con un governo molto forte, che non esistono ancora soluzioni al problema Marò - nato sotto il Governo Berlusconi che per primo affrontò il caso - e che il sottoscritto avrebbe sicuramente più responsabilità sul caso di Emma Bonino che mi è succeduta... (!)

ECCO LA MIA REPLICA AI MASS-MEDIA diramata poco fa:
"Pare che il Ministro Gentiloni sulla questione Marò sia oltremodo confuso: cosa c'entra il Governo Berlusconi, che non era più in carica da 4 mesi quando accadde l'incidente che coinvolse i nostri due fucilieri di Marina? Gentiloni poi è altrettanto confuso quando cerca di identificare i responsabili della vicenda, non riesce a mettere bene a fuoco, e dovrebbe forse guardare in altre direzioni: al Ministero della Difesa, che permise l'ingresso della nave italiana nelle acque territoriali indiane; all'allora Presidente del Consiglio, che - ribaltando l'originale decisione di trattenere i due Marò in Italia e aprire un arbitrato internazionale - li rimandò in India; al Governo Letta che assolutamente nulla fece per sbloccare la situazione, e anche al Governo Renzi che Lui rappresenta, che al di là di vuote dichiarazioni di principio l'arbitrato internazionale non l'ha mai attivato. Ora Gentiloni ci stupisce dicendo che non ha alcuna soluzione per questo dossier vitale e di interesse nazionale: rimandarli in India fu la Caporetto della politica estera italiana, e nulla pare essere cambiato da quello sciagurato 23 marzo 2013, perché invece di far valere gli interessi occidentali per l'immunità funzionale dei soldati nelle missioni antipirateria, e quelli delle Forze Armate italiane che hanno due loro rappresentanti in divisa lontani dalle loro famiglie e ostaggio di un governo straniero da oltre 3 anni, il Governo italiano sta supinamente a guardare continuando a lasciar mano libera all'India"………..

Giulio Terzi - 14 aprile 2015

Marò, Gentiloni torna a giocare allo scaricabarile


Il ministro degli Esteri si scaglia contro l'esecutivo Monti

Marò, Gentiloni torna a giocare
allo scaricabarile
 
 
E intanto il governo continua a trattare con Modi, che prima di diventare premier indiano voleva la testa dei due fucilieri

Da oltre 3 anni, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono ostaggio del rimpallo di responsabilità. Tra governi – e ministri - che si sono succeduti e hanno portato a casa il medesimo risultato: il nulla più totale. Caratterizzato da figuracce su figuracce, rinvii su rinvii e inutili alzate di testa. E basta. Con un processo non ancora iniziato e un capo di imputazione mai formulato. Nel mezzo, un esecutivo che “sta cercando di risolvere la delicata questione attraverso rapporti diretti con l’India”. Parola di Paolo Gentiloni.
Il ministro degli Esteri, dopo un lungo periodo di silenzio, è tornato ad affrontare la drammatica questione. Messo alle strette, parlando ai microfoni di Radio 24, ha dovuto ammetterlo: “Purtroppo non abbiamo ancora trovato una soluzione malgrado i canali politici con la nuova leadership indiana”. Tradotto, con il premier nazionalista indù Narenda Modi. Colui che prima di aggiudicarsi le elezioni chiedeva il pugno duro sui Marò. Scagliandosi contro “il trattamento di favore” concesso ai soldati accusati dell’omicidio “di 2 pescatori indiani che lavoravano per guadagnare il pane”. Quello che arrivò addirittura a bollare come un “insulto al nostro paese” il modo in cui “viene condotta questa faccenda”.
Da che pulpito! Dopo la sua salita al trono, forse le cose sono addirittura peggiorate. Ma l’Italia, per incredibile ammissione del capo della Farnesina, non manca occasione di evidenziare i buoni rapporti tra gli esecutivi. Vantati con un politico, Modi, boicottato dall’Ue e perfino dagli Stati Uniti.
Il ministro degli Esteri in pratica ha ammesso il fallimento fatto registrare dal governo Renzi, sottolineando inoltre le posizioni (quali?) “intraprese dall’Europa e dagli americani. Oltre che da Ban Ki-Moon”, diplomatico sudcoreano e attuale segretario delle Nazioni Unite. Tant’è, lo scenario non è cambiato, con Latorre e Girone vittime di una vera e propria persecuzione. Ma invece di assumersi le proprie responsabilità, il governo sempre attraverso Gentiloni preferisce scaricarle sui suoi predecessori. Rispondendo a una domanda su Giulio Terzi, il ministro ha affermato che il titolare della Farnesina dal novembre 2011 al marzo 2013, “ha avuto un ruolo nel modo” in cui questo caso s’è generato. “Ricordiamoci sempre – ha aggiunto – che oggi molti fanno polemiche, ma la storia è nata in un certo periodo e con determinate responsabilità”. Un attacco, neanche poi tanto velato, all’ex premier Mario Monti.
Salvo poi chiudere in bellezza. “Di fronte a queste questioni  le responsabilità non sono tutte uguali. Quelle di Terzi sono certamente maggiori di quelle di Emma Bonino e Federica Mogherini”. E giù via con il solito rimpallo di responsabilità: sulla pelle dei Marò.

Federico Colosimo - 14 aprile 2015

13/04/15

Il dossier dei servizi segreti: "L'Italia mai così in pericolo"

Gli 007 lanciano l'allarme: 200mila immigrati pronti a partire. In Libia 7mila guerriglieri pronti a seminare il terrore. A rischio gli impianti di Eni e Finmeccanica


L'Italia si trova a dover far fronte a due fronti altrettanto caldi. Da una parte l'emergenza immigrazione, dall'altra l'avanzata dei miliziani dell'Isis fino alle coste libiche.




Mentre il premier Matteo Renzi prende tempo in attesa che arrivino le regole d'ingaggio dell'Onu, la situazione rischia di farsi davvero esplosiva.

In un dossier segreto, pubblicato oggi da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, i servizi segreti italiani ammettono che "mai il nostro Paese è stato così esposto".
Gli sbarchi e la jihad sono un tutt'uno nel piano del califfo Abu Bakr al Baghdadi per annientare l'Occidente. Perché è attraverso le decine di migliaia di disperati, che ogni giorno sfidano il Mare Mediterraneo per raggiungere l'Italia, che lo Stato islamico conta di infiltrare sanguinari tagliagole in tutta Europa. Nell'arco del 2014 sono sbarcati oltre 180mila clandestini. E il 2015 rischia di essere un anno, se possibile, peggiore. "Le ultime stime parlano di 600mila stranieri presenti in Libia, 200mila già sistemati in cinque campi di raccolta e pronti a imbarcarsi - si legge sul Corriere della Sera - ma parlano soprattutto di circa 7mila combattenti di Ansar Al Sharia che hanno aderito all'appello del Califfo e stanno marciando per conquistare il Paese". A questi potrebbero aggiungersi anche altri fondamentalisti che aderiscono a cellule che vogliono far trionfare l'islam in Occidente.

Come spiegano i servizi segreti nel dossier segreto, i cinque campi di raccolta dei profughi si trovano al porto di Zwara, Sabrata, Janzur, Tripoli e Garabulli. Qui i trafficanti di uomini stanno ammassando tutti i disperati del Nord Africa in attesa del bel tempo per imbarcarli e spedirli in Italia. L'intelligence europea teme che "una guerra civile europea possa far salire il numero di chi si trova costretto ad andare via" e "diventi così preda dei miliziani che guadagnano milioni di dollari con il traffico dei barconi". La situazione, nel Mare Mediterraneo, è già esplosiva. Ieri pomeriggio, mentre la Guardia Costiera italiana interveniva a soccorrere dodici barconi su cui erano stipati 2.100 immigrati, un manipolo di scafisti ha puntato i kalashnikov contro i nostri militari costringendoli a rendergli i barconi e ad andarsene.

Per fermare gli sbarchi e contrastare gli attacchi, il governo Renzi sta facendo pressioni sull'Onu per un intervento militare. I tempi di azione sono strettissimi, ma manca "la copertura giuridica internazionale per uno schiaramento di almeno 20mila uomini". Tanto che sul tavolo c'è anche la possibilità di un intervento armato in ambito Nato. "Le relazioni degli 007 - spiega il Corriere della Sera - ribadiscono il pericolo di attentati contro i giacimenti petroliferi e del gas, le sedi delle aziende che sono costrette a tenere personale sul posto per far funzionare gli impianti". Tra le aziende più a rischio ci sono l'Eni e Finmeccanica.