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14/01/17

“Solo bugie sulla Siria”



“Una politica fallimentare”. E’ una critica molto severa e senza sconti quella che muove l’ex ambasciatore britannico in Siria, Peter Ford, nei confronti della Gran Bretagna e, in generale, verso la politica estera occidentale nel Medio Oriente. Come riporta l’ Independent, nel corso di una recente intervista rilasciata alla BBC, l’ambasciatore ha dichiarato che il Ministero degli Esteri guidato da Boris Johnson ha “sbagliato ogni mossa in Siria“. Una bocciatura senza appello che giunge a pochi giorni dalla liberazione di Aleppo da parte dell’esercito lealista del presidente Bashar al-Assad e la conseguente sconfitta dei ribelli.

Una narrazione del conflitto sbagliata sin dall’inizio

Ford, ambasciatore britannico in Siria dal 1999 al 2003, sostiene infatti che la Gran Bretagna ha “travisato la situazione” e interpretato malamente i fatti sin dall’inizio del conflitto, contribuendo solo a peggiorare le cose.
“Sono desolato e amareggiato nel dover constatare come il Ministero degli Esteri inglese, che ho servito per anni in Siria, abbia sbagliato tutto. All’inizio ci hanno detto che la morte di Assad era imminente – ha dichiarato Ford durante l’intervista – salvo poi specificare che sarebbe caduto entro Natale. Non hanno specificato tuttavia di quale Natale si trattasse, in modo da non sbagliare”.

La bugia dei “ribelli moderati”

L’ambasciatore si sofferma inoltre sulla questione dei cosiddetti “ribelli moderati” sostenuti dall’Occidente: “Ci hanno raccontato che l’opposizione era composta da questi sedicenti “moderati” che poi non si sono rivelati tali. Ora – ha osservato Peter Ford – ci stanno dicendo l’ennesima bugia, ossia che Bashar Al-Assad non può controllare il resto del Paese: bé, dalle notizie che ho io, invece, è sulla strada giusta per farlo e riprendere il controllo della situazione. La Gran Bretagna avrebbe dovuto evitare di incoraggiare l’opposizione in una guerra persa in partenza ed avere una posizione più realistica della questione”.
L’aver foraggiato l’ennesima “Primavera araba” in Medio Oriente, secondo l’ambasciatore britannico, ha “portato alla morte centinaia di migliaia di civili”: “Non abbiamo fatto altro che peggiorare la situazione in Siria – ha aggiunto Ford – e questo è parso immediatamente chiaro a tutti, tranne chi era accecato da altri desideri o interessi”.

Per la Gran Bretagna nel futuro della Siria non c’è spazio per Bashar al-Assad

Nelle scorse settimane, il Ministro degli Esteri britannico, l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, aveva duramente attaccato il governo siriano di Bashar al-Assad colpevole, a suo dire, di un “evidente disprezzo per la vita umana” rispetto a quanto stava accadendo ad Aleppo e aveva escluso che, nel futuro della Siria, “ci possa essere spazio per Assad”. La linea politica della Gran Bretagna, nonostante le dichiarazioni “infuocate” dell’ex ambasciatore in Siria e la liberazione di Aleppo, non cambia dunque di una virgola. Come riporta l’ Independent, il portavoce del Ministero degli Esteri britannico, ha recentemente affermato la necessità di una transizione politica che metta fuori gioco l’attuale presidente siriano: “La Gran Bretagna continua a credere in una risoluzione politica, che si concretizzi attraverso una transizione che escluda Bashar al-Assad: questo è l’unico modo per porre fine alle sofferenze del popolo siriano. Il regime di Assad ha le mani sporche di sangue, essendo il responsabile della morte di centinaia di migliaia di civili. Non c’è alcun modo di portare la pace e la stabilità in Siria se c’è Assad”. Il Regno Unito – ha aggiunto – ha investito più di 2,3 miliardi di sterline per sostenere le persone colpite dal conflitto siriano e ha cercato di ridurre le loro sofferenze con ogni leva diplomatica a propria disposizione”.

di Roberto Vivaldelli - 14 grnnaio 2017

Fermare Trump a ogni costo. Anche con finti dossier sessuali



Attenzione: lo scontro fra Trump e l’establishment americano ha raggiunto livelli inimmaginabili. Mentre la maggior parte dei media europei in queste ore titolano su Trump che avrebbe riconosciuto che la Russia è dietro gli hacker”, anfatizzando un’ammissione che in realtà è generica e chiaramente recalcitrante ( Trump ha ammesso che anche la Russia ha svolto attività di hacking negli Usa, sai che novità!, cosa ben diversa dall’ammettere che dietro tutte intercettazioni ci fossero i russi allo scopo fosse di farlo vincere), la vera notizia di ieri è la scoperta che le prove dei legami “indecenti” fra il neopresidente e il Cremlino è un falso clamoroso.
Un falso che i servizi segreti americani hanno certificato e trasmesso volontariamente alla stampa, in circostanze degne di un film di Hollywood. Riassumo brevemente.
Ieri il sito buzzfeed ha pubblicato il rapporto Top Secret di 35 pagine che era stato consegnato a Obama e a Trump nei giorni scorsi. La lettura di questo documento è interessante anche perché emerge come Trump abbia rifiutato le lucrative proposte di business formulate dal Cremlino. Ovvero: se davvero c’è stato un tentativo di corruzione non è andato a buon fine per stessa ammissione dei servizi americani. Non è un dettaglio secondario, ma quasi nessuno lo ha evidenziato.

Il testo che accusa Trump dell'orgia perversa nell'htel di Mosca

Il testo che accusa Trump dell’orgia perversa nell’hotel di Mosca

L’aspetto che invece ha attirato l’attenzione dei media è, come era facile immaginarsi, quello più boccaccesco. Eh sì, Trump sarebbe stato fotografato e filmato in una stanza di un hotel di Mosca con diverse prostitute mentre si prodigava in attività sessuali estreme, da pervertito, come quella della “pioggia dorata”. Accuse, si precisa nel rapporto, proveniente da una fonte attendibile.
Lo scoop di Buzzfeed è stato ripreso dalla Cnn ed è diventato istantaneamente mondiale. E che scoop: roba da Guerra Fredda. Il Kgb che filma la sua preda nella stanza dell’albergo e lo ricatta! Peccato trattasi di una fregnaccia.
La fonte attendibile è un ex agente britannico, nel frattempo è uscito anche il nome, Chris Steele. E dove ha pescato la notizia? Da un infiltrato nell’intelligence russa? Da un testimone oculare del fatto? Macché, ha ripreso un commento pubblicato su 4chan un sito, molto conosciuto, sulla cui bacheca gli internauti si scambiano messaggi anonimi. Peccato che quella “notizia” in realtà fosse una bufala scritta da un “troll” che, come ammesso ieri, non immaginava potesse andare così in alto.
E Steele cosa fa? La trasmette  niente meno che a John McCain, ex contendente di Obama alle presidenziali di Obama nel 2004 e da sempre un pezzo grosso del Partito Repubblicano, il quale candidamente ammette: “Ho ricevuto queste delicate informazioni l’anno scorso, e le ho passate al direttore dell’FBI in quanto incapace di valutarne l’accuratezza”, omettendo, però, un dettaglio importante. Steele era stato incaricato di preparare un dossier da alcuni nemici di Trump, verosimilmente repubblicani (il New York Times parla di un misterioso miliardario). Secondo il principe dei giornalisti americani Carl Bernstein, uno dei due autori dell’inchiesta del Watergate, i mandanti sarebbero altri e trasversali. Scrive che
“l’ex agente britannico del MI6 a Mosca, assoldato da una ditta di opposizione politica a Washington, che faceva le ricerche per [smerdare] Donald Trump sia per i candidati democratici, sia per quelli repubblicani ostili a Trump”
come ricorda un giustamente indignato Maurizio Blondet nel suo blog.
Chiunque sia il mandante, il fatto gravissimo è che una bufala sia stata recepita e autenticata senza ulteriori riscontri dai servizi di sicurezza americani, inclusa l’Fbi, i cui i vertici hanno incontrato nei giorni scorsi Trump e Obama per metterli al corrente dell’imbarazzante e delicatissimo dossier.
Così delicato, così segreto che Obama e/o i capi dei servizi non hanno mancato di passare ai media, secondo le tecniche di spin che descrivo da tempo ovvero usando come canale principale un sito popolare ma non del tutto autorevole come Buzzfeed, subito ripreso dalla tv che da 30 anni ha il potere di farsi ascoltare in tutto il mondo: la Cnn.
Da qui l’attacco durissimo di Trump che ieri in conferenza stampa ha attaccato la Cnn accusandola di produrre fake news, parlando di “metodi nazisti in America”. 




E per dimostrare che a passare le informazioni alla stampa sono stati l’intelligence o l’attuale Casa Bianca, nella notte ha rivelato di aver tenuto per sé i contenuti del briefing con Obama e i vertici della Sicurezza. Nemmeno la sua assistente storica ne era al corrente. Dunque è provato che le dritte sono state pilotate dalla stesse agenzie di intelligence o dalla Casa Bianca.
Dossieraggio, finti scoop pilotati, accuse di usare metodi nazisti. Non stiamo citando House of Cards e nemmeno frangenti di una campagna elettorale, che è finita da un pezzo. Assistiamo a qualcosa di molto più grave, a una vera e propria faida all’interno delle istituzioni degli Stati Uniti d’America. Per la precisione, come ha scritto Glenn Greenwald, un giornalista di sinistra e famoso per aver trasmesso al mondo le rivelazioni dell’ex agente Snowden, il Deep State, lo Stato Profondo, ha dichiarato guerra al presidente eletto. Greenwald non è certo un simpatizzante di Trump e ne dffida ma il suo giudizio è perentorio.
In un articolo appena pubblicato, ricorda il famoso discorso di commiato di Eisenhower, in cui l’allora presidente denunciava l’influenza dell’apparato militare industriale, affermando che :
Nei concili di governo, dobbiamo guardarci le spalle contro l’acquisizione di influenze, prive di garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di tali poteri esiste e persisterà in futuro.
Greenwald avverte che a voler fermare Trump è proprio quell’apparato, con la complicità del Partito democratico e di  ampie partiti di quello repubblicano.
L’ho già scritto e lo ribadisco: è una crisi senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti, in cui per la prima volta da molti decenni, un presidente osa sfidare il più influente dei centri di potere del Paese, a cui egli, pur essendo “di destra” non appartiene. E la sua non è una battaglia solitaria. Con lui ci sono molti alti funzionari che non si riconoscono più in quell’establishment.
Solo considerando questo aspetto, che è fondamentale e che in questi frangenti sovrasta qualunque altra considerazione, ad esempio sulle nomine di Trump (a mio giudizio non tutte coerenti e men che meno convincenti) si può capire la portata del momento storico che sta vivendo l’America e dal cui esito dipenderanno i destini del mondo.

Non finisce qui, temo.

di Marcello Foa - 12 gennaio 2017

Libia: golpismo occidentale e asse Mosca-Tobruq




Qalifa Ghwal, personaggio colluso con la presidente del Senato Boldrini.
Qalifa Ghwal, figuro colluso con la presidente del Senato Boldrini.

L’11 gennaio, mentre il Presidente del Consiglio Fayaz Saraj era a Cairo ad incontrare il Presidente Abdalfatah al-Sisi, la brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri, che sostiene Qalifa Ghwal e il suo governo di salvezza nazionale, occupava i ministeri della difesa, del lavoro e delle famiglie dei martiri, feriti e scomparsi. Ghwal dichiarava che l’accordo di Sqirat, che aveva portato alla nascita del governo Saraj, era morto, essendo stato imposto dagli stranieri; “Il governo di salvezza nazionale è aperto alla cooperazione con tutte le formazioni militari nel determinare l’autorità dello Stato“. L’amministrazione di Fataz Saraj è afflitta da vari problemi: stipendi non pagati, mancanza di liquidità presso le banche, gelo, inondazioni, scarsità idriche, interruzioni di corrente e comunicazione, assenza di sicurezza.

Qalifa Haftar a bordo della Kuznetsov
Qalifa Haftar a bordo della Kuznetsov


Nel frattempo sulla portaerei Admiral Kuznetsov, scortata dall’incrociatore pesante lanciamissili a propulsione nucleare Pjotr Velikij, in navigazione nel Mar Mediterraneo, giungeva il comandante della Libyan National Army, Generale Qalifa Balqasim Haftar. “A bordo della portaerei, il comandante dell’esercito nazionale libico veniva accolto dal Viceammiraglio Sokolov. Dopo un breve giro a bordo, il Generale Haftar partecipava a una videoconferenza con il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, discutendo di questioni urgenti sulla lotta ai gruppi terroristici internazionali in Medio Oriente“. Al termine della visita, prima di rientrare a Tobruq, il comandante dell’esercito nazionale libico riceveva un carico di medicinali per i militari e i civili libici.



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Alessandro Lattanzio, 13/1/2017
Fonti:

13/01/17

Il caso Occhionero per distoglierci da Mps


 


Ha ragione Mario Sechi quando sostiene che “il problema non sono gli spioni ma chi deve contrastarli”.
La bubbola, pardon Occhionero Spy Story, si sta ridimensionando. Gli stessi giornali che avevano titolato circa il cyberspionaggio su Renzi, Monti e Draghi oggi riportano che sui tre non c’era stato alcuno spionaggio. Allora cosa facevano i fratelli Giulio e Francesca Maria Occhionero? Soprattutto, perché questa storia è saltata fuori ora che l’ennesimo “salva banche” impone la gogna mediatica per indebitati e cattivi pagatori?
Voci di corridoio, apparentemente beninformate, dicono che gli Occhionero avrebbero svolto una sorta di ricerca d’informazioni su clienti di banche a rischio fallimento: in pratica avrebbero svolto indagini sul patrimonio di tantissimi italiani. Indagini che spesso vengono ordinate a varie tipologie di tecnici anche da avvocati, magistrati e società bancarie e finanziarie. In pratica gli Occhionero potrebbero benissimo equipararsi all’Agenzia del territorio; avrebbero fatto la concorrenza ad una delle quattro agenzie fiscali italiane, istituite nell’ambito della riorganizzazione del ministero dell’Economia e finanze. Il loro sistema sarebbe facilmente assimilabile a quello in uso ai sistemi informativi attinenti alla funzione fiscale, alle trascrizioni ed iscrizioni in materia di diritti sugli immobili, come ipoteche e altro? Allora al pari dell’Agenzia del territorio, è presumibile che anche gli Occhionero lavorassero in stretta collaborazione con gli enti locali, in una sorta di sistema integrato di conoscenze sul territorio. Va rammentato che l’accesso alle banche dati catastale e ipotecaria viene tracciato. Per garantire la tutela della privacy viene conservata l’identità di chi accede (identificazione attraverso un identificativo e una password). È presumibile che gli Occhionero appurassero le proprietà immobiliari dei grandi clienti del Monte dei Paschi di Siena senza che nessuno lo sapesse. Forse per poi darne notizia a qualche grande investitore europeo (anche tedesco).
Insomma, sbirciavano notizie di tipo economico, commerciale, bancario evitando di farsi notare? Mentre per le pubbliche amministrazioni, le imprese, i professionisti, l’accesso telematico alle banche dati catastale e ipotecaria è consentito attraverso un sistema tecnologico denominato “Sister”. Infatti è possibile accedere a tali servizi a seguito della stipula di specifica “Convenzione per l’accesso al sistema telematico dell’Agenzia del territorio per la consultazione delle banche dati ipotecaria e catastale”: convenzione che deve essere redatta e presentata esclusivamente in modalità telematica, con autenticazione attraverso firma digitale.
Allora gli Occhionero sarebbero stati una sorta d’imbucati nel sistema? Quindi nessuna spy story degna di John le Carré, anzi a loro non fregava un fico secco delle conversazioni (digitali o reali) di Renzi, Monti, Draghi e italiani che più o meno contano. Il fatto che questa storia sia saltata fuori ora, all’indomani dell’ennesima puntata delle vicende Mps, Arezzo, Banca Marche, è la riprova che si tratta della solita storia di spionaggio degna dei film di Totò e Peppino, anzi di Franco e Ciccio. Perché se qualche investitore straniero avrà incaricato gli Occhionero di indagare su soldi e patrimoni di ricchi correntisti italiani, è anche vero che, in quelle latrine che sono le banche italiane, in parecchi se la saranno cantata in cambio di mazzette, regalucci e pernottamenti con coperta calda. Ed i beninformati aggiungono che, all’indomani della notizia del default greco, anche ad Atene operavano tanti soggetti alla Occhionero: si mormora pagati da quelle società tedesche che poi hanno acquisito villaggi turistici, quote di porti e aeroporti, immobili e isole.
Insomma, chi verrà a fare la spesa in Italia potrebbe essersi informato dagli Occhionero: non è una storia alla James Bond, piuttosto una vicenda degna del garage ove venivano conservate le informazioni. Roba da basso scaffale. Non per questo meno perniciosa. Perché qui è sotto attacco il patrimonio degli italiani da parte degli investitori esteri. Emerge che i capi dell’intelligence, della cyber-sicurezza e della Difesa italiana non sono più a servizio del popolo, bensì dei poteri forti europei (forse tedeschi).
Per dirla tutta, oggi gli 007 italiani controllano che gli italiani non si ribellino al potere, e non che quest’ultimo non compia crimini in danno dei cittadini. In questo pasticcio all’italiana, come al solito, i giornali hanno preso lucciole per lanterne: parlando d’intercettazioni hanno ingenuamente detto che venivano spiati i vertici dello Stato, ma non hanno chiarito se venissero “osservati” mail e telefoni istituzionali o privati dei vari Renzi, Monti e Draghi. Insomma, una gara tra i media a chi la spara più grossa, approfittando dell’alone di spy story che ha subito circondato la vicenda. È il caso che mettiate i piedi per terra, non venivano spiati i vip, forse qualche correntista benestante ed alcuni imprenditori.

di Ruggiero Capone - 13 gennaio 2017

12/01/17

Perché è falso il dossier dell’intelligence che accusa Donald Trump

Dall’esame del documento presentato dalle agenzie d’intelligence USA sui presunti rapporti tra il tycoon newyorchese e il Cremlino emergono incongruenze ed errori formali
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Il 9 gennaio scorso Lookout News commentando il periodo di passaggio tra l’Amministrazione uscente di Barack Obama e quella del suo successore Donald Trump, ha parlato di “una transizione difficile”, resa complicata non soltanto dalle difficoltà oggettive che tradizionalmente accompagnano questa delicata fase istituzionale negli Stati Uniti, ma anche da polemiche miranti di fatto a delegittimare il nuovo presidente americano.

In particolare, con la pubblicazione di un report elaborato dalle quattro principali agenzie di intelligence USA – la National Intelligence, la CIA, l’NSA e l’FBI – su mandato del presidente Obama, è stata messa in dubbio in modo ambiguo e allusivo la scelta degli elettori a favore di Trump in quanto la campagna elettorale sarebbe stata inquinata da pesanti interferenze a favore del candidato repubblicano operate da hacker pilotati dai servizi segreti russi.

Nel parlare di “transizione difficile” si è però peccato di ottimismo. Nella giornata di ieri, mercoledì 11 gennaio, infatti, sui giornali di tutto il mondo è comparsa la notizia di un nuovo report asseritamente proveniente dall’intelligence americana, contenente notizie molto compromettenti per il neo presidente, accusato di essere ricattato dal Cremlino per i suoi affari in Russia e per le sue perversioni sessuali. Accuse gravissime che in un primo momento sono state ricondotte a un’informativa ufficiale dei servizi segreti americani.

Le incongruenze del documento

Un esame del nuovo, incriminante, report mostra chiaramente che non può essere minimamente riconducibile a un organismo ufficiale statunitense. L’intestazione Company intelligence report non è attribuibile alla CIA, che viene chiamata Company” solo nei romanzi di spionaggio. La classifica di segretezza del documento non appartiene al gergo ufficiale: infatti i documenti dell’intelligence recano in testa il livello di segretezza – “confidential”, “secret”, “top secret”, etc. – e nessun altro riferimento.

In questo report la classifica di segretezza è invece Confidential/Sensitive source. Sarebbe stato sufficiente questo riferimento a far capire a chiunque con un minimo di esperienza di documenti dell’intelligence che ci si trovava di fronte a una documentazione quantomeno sospetta.

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Senza entrare troppo nei dettagli tecnici, il protocollo del documento (anno e numero progressivo delle informative), la presenza di errori di ortografia, la denominazione improbabile delle fonti (A, B, C, etc.) che normalmente nei documenti interni dei servizi vengono indicate o con il nome di copertura (“Sonia”, “Mirtillo” e via dicendo) o, nelle informative destinate ai clienti istituzionali, definite in base all’attendibilità o alla capacità di accesso alle informazioni sensibili (“fonte solitamente attendibile” o “fonte con accesso diretto”), da soli erano sufficienti a far capire sia ai tecnici del settore sia a giornalisti di una certa esperienza che ci si trovava di fronte a un documento estraneo all’intelligence ufficiale.

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Le perplessità sull’attendibilità del “Company intelligence report” sarebbero poi dovute aumentare leggendone il contenuto, pieno di errori formali e di notizie strampalate e inattendibili. Infatti, nel testo si parla di russian regime, un termine che neanche un giornale scandalistico userebbe per definire il governo russo. Si afferma che fin dal 2013 Trump lavorava per screditare la sua concorrente Hillary Clinton con l’aiuto del Cremlino, quando è noto anche ai lettori meno attenti che nel 2013 la Clinton era ancora segretario di Stato e Donald Trump un ricco immobiliarista e che nessuno dei due – tra i due soprattutto Trump – poteva ancora immaginare che tre anni dopo avrebbe vinto le primarie e che avrebbe affrontato proprio quel rivale nella corsa alla Casa Bianca.

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Per non parlare delle notizie sulle perversioni sessuali di Trump e sui suoi intrecci con i vertici del Cremlino, fornite da una rete di fonti di altissimo livello, una rete che se fosse esistita realmente avrebbe fatto sognare i vertici di qualsiasi servizio segreto, una rete che la CIA ha sempre sconsolatamente ammesso di non avere.

Senza andare oltre nel citare le incongruenze del report che per ventiquattr’ore ha conquistato l’attenzione dei media di tutto il mondo, questi esempi sono sufficienti a definirlo un falso. I dubbi che si trattasse di un “fake”, di un documento farlocco, avrebbero dovuto consigliare cautela sia ai giornalisti, ai quali “manine” misteriose lo avevano fatto pervenire, sia ai vertici dell’intelligence americana che dopo averlo esaminato lo hanno comunque giudicato degno di essere portato all’attenzione sia del presidente uscente che del suo successore.

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IL PDF DEL DOSSIER INTEGRALE SUI PRESUNTI RAPPORTI TRA TRUMP E IL CREMLINO


La reazione di Trump

Come era da aspettarsi, la pubblicazione del “Company intelligence report” ha provocato negli Stati Uniti e all’estero una bufera mediatica che ha rovesciato sulla testa del neo presidente americano un quantità di accuse che, se vere e provate anche in minima parte, ne delegittimerebbero in modo irreparabile la figura prima ancora del suo ingresso alla Casa Bianca.

Donald Trump ha ovviamente reagito in modo indignato sia alla pubblicazione del dossier sia per il fatto che l’intelligence lo abbia potuto trovare attendibile al punto di sottoporlo in forma riassuntiva alla sua attenzione durante il briefing del 6 gennaio, quando i capi delle quattro Agenzie lo hanno incontrato alla Trump Tower per discutere delle attività vere e presunte del Cremlino in America. L’11 gennaio, durante la sua prima conferenza stampa dopo le elezioni, il neo presidente, riferendosi alla pubblicazione del report ha detto: “credo sia una disgrazia che le agenzie di intelligence abbiano permesso la circolazione di notizie così false e truffaldine. È qualcosa che poteva accadere, e in effetti accadde, solo nel Germania nazista”.

Donald Trump(New York, 11 gennaio 2017: conferenza stampa del presidente degli Stati Uniti Donald Trump)

La risposta imbarazzata della National Intelligence

Accuse pesanti che hanno costretto il capo della National Intelligence, James Clapper, a diffondere un imbarazzato e confuso comunicato nel quale, dopo aver espresso disappunto perché il dossier è stato fatto pervenire alla stampa ha ammesso che le accuse contro Trump provenivano da “un’agenzia di sicurezza privata” e sostenuto che “le agenzie di intelligence americane non avevano espresso alcun giudizio sull’attendibilità delle accuse” e che “tuttavia si era ritenuto di fornire comunque ai vertici della politica un quadro più completo possibile delle materie che possono danneggiare la sicurezza nazionale”. Un’affermazione incredibile che, dopo aver riconosciuto che nessuno nell’intelligence community americana ha vagliato l’attendibilità del dossier, getta una luce ambigua sulla professionalità dei vertici dei Servizi americani e sulle motivazioni di un’azione di indubbia gravità politica.

James Clapper(Il direttore della National Intelligence James Clapper)

Perché è stato considerato attendibile Christopher Steele?

Il dossier, si è poi saputo, è stato elaborato da Christopher Steele, un funzionario in pensione del Servizio segreto inglese, attualmente titolare della Orbis Bussiness Intelligence, società che dopo aver offerto i propri servizi ai concorrenti repubblicani di Trump alle elezioni primarie si sarebbe poi proposta ai democratici.

Michael Morell, ex vicedirettore della CIA e supporter di Hillary Clinton, ha dichiarato al Washingotn Post: “mi sembra un fatto straordinario e senza precedenti che si sia portato all’attenzione di un presidente in carica e di un presidente eletto un documento privato sui cui contenuti non si ha ragione di credere”. Il giornale di Washington ha ammesso di aver ricevuto copia del documento insieme ad altri giornali americani e di aver svolto ricerche anche all’estero per valutare le notizie riportate ma “di non essere riuscito trovare conferma delle accuse” contro Donald Trump.

L’FBI ha ammesso di aver incontrato due volte Steele, nell’agosto del 2016, dopo che questi aveva offerto il documento al senatore repubblicano John McCain, fiero oppositore di Trump, ma di non aver potuto valutare l’attendibilità delle sue fonti perché Steele si era rifiutato di rivelarne l’identità. Comunque l’ex funzionario del Servizio inglese era ritenuto “affidabile” e per questo una sintesi del suo dossier è stata inserita nei briefing presidenziali mentre “qualcuno”, a dieci giorni dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, ha deciso di far arrivare alla stampa la versione integrale di un rapporto che descrive il neo presidente come un pervertito, corrotto e ricattato da Vladimir Putin.

La portata dell’attacco condotto contro Donald Trump non solo dalla stampa liberal, che lo ha sempre avversato, ma anche da istituzioni come le Agenzie di intelligence americane che non hanno esitato a dare una credibilità sostanziale a un “fake” così grossolano come il Company intelligence report, induce a riflessioni preoccupate sul clima avvelenato che contraddistingue la transizione alla Casa Bianca. Un clima inquinato con ogni mezzo da un establishment che sembra non voler accettare di essere messo da parte dopo l’inaspettato successo del tycoon newyorchese che, contro ogni previsione, ha comunque legittimamente conquistato il diritto di essere il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti vincendo libere e democratiche elezioni.

di Alfredo Mantici  - 12 gennaio 2017

La guerra al contante è cominciata

 
 
 
«Non è il cittadino verso lo Stato, ma è lo Stato che deve essere trasparente verso il cittadino.»

Gli Stati hanno tre modi per finanziare i propri bilanci. Oltre che attraverso le tasse o la vendita di titoli del debito pubblico, possono sanare i propri bilanci con l’inflazione che, di fatto, non è altro che la riduzione di valore del debito pubblico. Quando gli Stati hanno difficoltà nel finanziare il proprio debito pubblico, quando la pressione fiscale supera il 50 percento e il rischio inflazione cresce, questi metodi classici per sostenere il peso del welfare state e delle sovvenzioni non sono più sufficienti. Per continuare a reperire risorse e alimentare i loro farraginosi apparati, sempre più Stati dell’Eurozona si cimentano in forme alternative di finanza creativa. Con il controllo sulla circolazione dei capitali, la fissazione dei limiti massimi dei tassi d’interesse e altri provvedimenti coercitivi, gli Stati intervengono sul mercato dei capitali cercando di rendere attraenti i loro titoli del debito pubblico. Una forma particolarmente subdola di questa repressione è la limitazione della circolazione del contante.
Dal gennaio 2011, in Grecia è stato introdotto il divieto di effettuare transazioni in contanti per valori superiori a millecinquecento euro per i privati, e tremila euro per le imprese. Le attività commerciali sono obbligate ad avere a disposizione strumenti atti a consentire il pagamento con moneta elettronica. In Italia, uno dei primi provvedimenti adottati dal Presidente del Consiglio Mario Monti è stato quello d’introdurre un tetto massimo di mille euro per gli acquisti in contante. In Spagna, da novembre 2012 le transazioni in contante oltre i duemilacinquecento euro sono rigorosamente proibite, e i privati cittadini sono obbligati a conservare per cinque anni gli scontrini di tutte le transazioni effettuate. Dal 2014 anche la Francia ha introdotto un tetto di mille euro per il contante, ma ad oggi è stato elevato già a tremila. In Svezia, sindacati, aziende e pubblici funzionari chiedono già una totale abolizione del contante; c’è da sottolineare, tuttavia, che in Svezia il contante ha già un ruolo marginale nell’economia, ma molte persone desiderano comunque poter continuare a disporre liberamente di questo metodo di pagamento.
A consumatori e aziende questi provvedimenti vengono motivati come necessari per la lotta al riciclaggio e all’evasione fiscale. La realtà è che è il contante è molto più discreto dei pagamenti per mezzo di carta elettronica ed è molto più sicuro sul mercato nero, perché non tracciabile. Ma la questione va ben oltre la semplice lotta al riciclaggio e all’evasione. Gli Stati, infatti, intendono introdurre norme per fermare la fuga di capitali e per monitorare le spese dei cittadini, così da allargare la base imponibile per la tassazione. Per gli Stati il contante rappresenta una spina nel fianco in quanto rende il cittadino indipendente dal moderno sistema bancario e dallo spasmodico desiderio di controllo della politica. Ma non solo i politici della finanza degli iper indebitati Stati desiderano limitare la circolazione del contante.
Anche le aziende affamate di dati desiderano poter avere una conoscenza dettagliata sui modi e i consumi dei propri clienti. Anche coloro che desiderano avere un profilo sempre più dettagliato della clientela cantano nel coro. Anche per le banche l’abolizione del contante è un affare, in quanto consente di seguire in maniera più dettagliata l’elargizione del credito e contemporaneamente evitare la possibilità di massicci ritiri di contante con la conseguente riduzione delle riserve monetarie dal sistema bancario. Per gli altri Paesi della zona Euro non sono al momento in programma provvedimenti simili, ma è solo ed esclusivamente una questione di tempo.
La direzione purtroppo è questa, e si corre il rischio che possa prender piede anche nel resto dell’Europa, con delle direttive categoriche dell’UE che costringano tutti gli Stati ad adottare provvedimenti restrittivi sul contante. Seguo con preoccupazione l’evolversi della situazione in quanto la cartamoneta, il contante, rappresenta un documento di libertà. La trasparenza è certamente un valore importante ma essa non va intesa come trasparenza del cittadino verso lo Stato, bensì come trasparenza dello Stato verso il cittadino. La vetrina è il posto dello Stato, non del cittadino o del facoltoso. È lo Stato a dover rendicontare con trasparenza le sue entrate, le sue tasse, le sue spese. Una società senza contante è sogno e utopia dei tecnocrati dell’ingegneria sociale. Chi ha a cuore la libertà deve assolutamente difendere la libera circolazione del contante.

di Mauro Meneghini - 8 gennaio 2017

fonte: http://thefielder.net


11/01/17

L'occhio e la mano dell'Artificiere che lo Stato italiano non vuole pagare

lodato saverio c paolo bassani roma 2015Si resta doppiamente allibiti di fronte a questa notizia. Innanzitutto, per il fatto in sé.
Mario Vece, 39 anni, artificiere della Polizia di Stato, ha perduto un occhio e una mano, nella notte di Capodanno, nel tentativo di disinnescare un pacco bomba incagliato nella saracinesca della libreria “Il Bargello”, collegata a “Casa Pound”, associazione di estrema destra, in pieno centro a Firenze. Da allora si trova in terapia intensiva nel CTO di Careggi, sottoposto a uno stillicidio di interventi chirurgici. Attorno a lui, i familiari che provengono dalla provincia di Salerno della quale il poliziotto è originario; familiari – e lo immaginiamo senza molta fantasia – che tutto sono tranne che benestanti.
Si indaga, si segue la pista anarchica, visto che già in passato la libreria era stata oggetto di attacchi e contestazioni da parte proprio dell’area anarchica, che ne pretende la chiusura. Si vedrà. Fatto si è che se gli “incappucciati” senza nome dovessero risultare essere anarchici, o di altra sponda criminale e demenziale, saremmo in presenza di assassini mancati, ché se non fosse stato per il sacrificio del poliziotto Mario Vece, le conseguenze dell’attentato di Firenze sarebbero state ben più gravi.
Altrettanto sconcerto, questa volta moltiplicato per mille, è venuto dopo.
Si scopre infatti che non è prevista alcuna copertura assicurativa per incidenti del genere a favore di chi, in servizio nelle forze dell’ordine, fa l’artificiere. Non ci vuole molto a capire che le spese sanitarie per terapie riabilitative d’eccellenza, indispensabili a chi ha subito menomazioni tanto gravi, sono da capogiro.
E la denuncia di questo “caso”, che sarebbe eufemistico definire obbrobrioso, viene sia da Antonio Lanzilli, segretario del Siulp di Firenze, sia da Gianni Tonelli, segretario generale del Sap.
Il Siulp in particolare ha lanciato una sottoscrizione per raccogliere i solidi necessari per le cure del collega, attraverso un conto corrente con la causale “Per Mario”.
Che altro vogliamo dire?
Che ci piacerebbe che simile notizia trovasse la dignità di apertura dei principali telegiornali e dei giornali più influenti?
Che ci piacerebbe che in ogni città italiana fosse eretto un monumento a tutti i servitori dello Stato italiano che rischiano ogni giorno vita occhi mani e piedi a spese loro, poliziotti, carabinieri, finanzieri, vigili urbani, componenti delle scorte che siano?
Che ci sarebbe piaciuto vivere in un paese in cui lo Stato, un minuto dopo la tragedia, avesse detto “pago tutto io”?
Non siamo così ingenui.
Il che non significa che non siamo schifati.

di Saverio Lodato - 10 gennaio 2017
fonte: http://www.antimafiaduemila.com
 
saverio.lodato@virgilio.it

Un Paese ostaggio dei sindacati


Mentre i giornali s'appassionano per l'affaire Grillo/Farage o lo scandalo dei cyber-spioni Occhionero, i problemi di fondo dell'Italia s'incancreniscono. Un esempio clamoroso è la finta riforma della "buona scuola", in realtà un assist al sindacato che ci fa tornare indietro di decenni...

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Lo so, capisco, paga di più occuparsi delle follie della cronaca politica quotidiana: Grillo che torna da Farage e riscopre al referendum antieuro; Poletti che in Parlamento fa finta che a dire le frasi antigiovani non sia stato lui, ma un clone sfuggito al controllo; neanche un centesimo di quelli che hanno criticato la svolta garantista su avvisi di garanzia pentastellata sbertucciando che comunque Grillo deciderà di volta in volta, parlano ora dicendo la stessa cosa di fronte ad archiviazione odierna di Federica Guidi, che da indagata è stata mandata a casa da Renzi senza tanti complimenti, mentre Lotti da indagato è stato promosso grazie a Renzi ministro.. e questi due arrestati, fratello e sorella Occhionero, che da anni spiavano con malaware migliaia di politici, militari, professionisti e via continuando: chi sono e per conto di chi o di quali affari lo facevano? E’ un’albertosordata di provincia da mezzobosco romano di poterucci ricattatori, e io direi di no visto il profilo del personaggio che è stato anche nel comitato selezione portafogli di MPs per 2 anni, o qualcosa di temibile davvero? In ogni caso, a me preoccupa di più che in nome delle follie quotidiane che durano qualche giorno si trascuri del tutto lo stato comatoso dei problemi di fondo del paese.
Esempio: giovedì sorso il Corriere ha pubblicato un report devastante sull’esito infausto del primo anno di bonus di merito ai docenti italiani in 8mila istituti. Si avverata la fin troppo facile mia profezia del boomerang: non avendo osato il governo Renzi introdurre princìpi precisi per la valutazione degli insegnanti affidata a un certificatore terzo, ecco che i dirigenti scolastici e i comitati di valutazione creati in ogni istituto hanno finito per essere travolti dall’opposizione diffusa a ogni valutazione vera. I premiati sono arrivati a un docente su 2 in regioni come Lazio e Piemonte, centinaia di istituti hanno rifiutato di procedere all’assegnazione perché contrari alla distinzione tra docenti, e si è dovuto ricorrere alla secretazione dei nomi di coloro a cui è stato attribuito il bonus per evitare ritorsioni. L’esatto contrario del merito vero, che andrebbe additato per i suoi risultati pubblicamente, come migliore prassi da seguire e replicare. Tanto che il sindacato, da sempre contrario alla valutazione di merito, non fa mistero di considerare l’esperimento fallito e dunque mai più da ripetere.
Per verificare ho chiamato alla Versione di Oscar ieri il segretario nazionale della Uil scuola e il vicepresidente dell’associazione nazionale presidi. Se li ascoltate capirete che una riforma mal fatta ci fa tornare indietro di decenni, perché lo scontro è frontale e naturalmente il sindacato l’ha già vinto: niente diversificazione per merito ma contratti egualitari, questa è la scuola pubblica da difendere mentre la valutazione con premio in denaro è un cavallo di Troia per far irrompere nella scuola di Stato il “mercantilismo aziendalista”, addirittura. Ma dove vogliamo andare con queste idee? Non ci rendiamo conto che una scuola non misurabile per risultati non fa che lasciare il futuro solo ai figli di chi ha più denaro per mandarli a perfezionarsi all’estero? Non ci rendiamo conto che è anche fondamentalmente per questo, che nell’Italia da 20 anni si è rotto ogni ascensore sociale, e non solo molto ceto medio si è impoverito, ma i figli di chi ha meno avranno ancora meno?

11 gennaio 2017 di

Nella grande nebbia italiana le illusioni di un ceto politico



politica italiana


Il quadro politico italiano si evolve senza una vera direzione se non la disperata ma pressante deriva guidata dai grillini. Le mosse di quel che resta del renzismo sono orientate a far votare prima che svaniscano i ricordi positivi di un triennio pur non brillantissimo, magari in anticipo su una finanziaria 2017 che metta in luce le eredità negative di quella elettoralistica precedente, ed evitando anche un congresso del Pd che potrebbe modificare gli equilibri interni del partito. L’ideale per Matteo Renzi sarebbe votare a giugno.
Il cuore delle intenzioni di Sergio Mattarella (e del suo vasto e crescente “partito”) appare sostanzialmente (doverosamente) istituzionale ma senza un’anima politica: l’esigenza di definire una legge elettorale minimamente decente, garantire le operazione di messa in sicurezza del sistema bancario e, in connessione con questo, del bilancio dello Stato, costruire intanto un qualche rapporto meno conflittuale con tedeschi e francesi. L’ideale per il Quirinale sarebbe votare nel febbraio del 2018.
La sinistra Pd tenta di ridefinire un nuovo profilo del partito e l’avvenimento più importante di questi giorni è lo schierarsi contro l’austerità di Angela Merkel da parte del suo vice Sigmar Gabriel: dopo avere guidato la catastrofe del socialismo europeo, forse, la Spd incomincia a pensare che senza ridare una prospettiva a quel che resta dell’idea socialista ci si condanna a scomparire. In questo contesto la sinistra Pd, peraltro abbastanza disgregata, vorrebbe un voto dopo un congresso che aiuti a recuperare un’anima socialista, e  magari elezioni a novembre, appena approvata una finanziaria i cui esiti sarebbero scaricati su Renzi.
Silvio Berlusconi sotto scacco economicamente dopo le mosse di Vincent Bolloré e politicamente per gli spazi che gli sottrae Matteo Salvini, cerca di temporeggiare, di predisporre un sistema elettorale che consenta uno spazio a una formazione politica da lui direttamente gestita rinviando ogni trattativa sul futuro a dopo che avrà acquisito un po’ di tempo e un minimo di presenza autonoma. In questo suo traccheggiare s’incontra sia con il partito di Mattarella sia con settori del mondo dell’impresa delusi da Matteo Renzi ma al fondo indecisi a tutto.
Matteo Salvini da una parte alza la voce per mantenere il controllo di una base sociale percorsa da un forte malcontento che potrebbe finire (si è visto con chiarezza nel voto di Torino) per orientarsi verso i Cinque stelle, dall’altra si collega ai grandi sommovimenti internazionali: dalla vittoria di Donald Trump alla nuova centralità di Vladimir Putin, fino all’attenzione per le presidenziali francesi (nonché alle politiche olandesi). E infine cerca di capitalizzare il suo peso nel potere amministrativo locale (dalla Regione Lombardia, un po’ sottotono, a quella veneta, invece in grande spolvero, e infine alla crescente influenza in Friuli Venezia Giulia). Non accetta i tempi berlusconiani e se risorgesse un centrismo simil-montiano potrebbe finire nelle braccia di Grillo.
Beppe Grillo cerca di sfruttare fino in fondo il vento dell’antipolitica che le manovre descritte, largamente centrate prioritariamente su interessi da ceto politico (o di scambio tra interessi di ceto politico e vari singoli interessi) alimentano alla grande. Chi spera di sfruttare contro di lui i pasticci della giunta Raggi dovrebbe rendersi conto di come una certa sistematica persecuzione giudiziaria contro il sindaco di Roma stia producendo lo stesso effetto che questa pratica provocava quando sperimentata contro il Berlusconi triumphans: diventava un certificato di garanzia, per chi era sottoposto a questo trattamento, dell’essere estraneo a un establishment sempre più vastamente disprezzato. Per Grillo va bene sia votare subito sfruttando la disgregazione degli equilibri politici in atto sia nel 2018 quando centrosinistra e parte del centrodestra si saranno logorate nel tenere in piedi un quadro politico ormai senza più un’anima.
Questa situazione lasciata a se stessa porta naturalmente, come scrive bene sul Corriere della Sera Paolo Franchi, a una vittoria dei grillini. Anche un ritorno a un proporzionalismo abbastanza puro porterebbe a questo esito: il movimento 5 stelle senza una svolta politica non starà sotto il 30 per cento e la protesta che si esprimerà attorno al voto leghista  in caso di revival di un’offerta politica centrista, arriverà intorno al venti per cento orientandosi alla fine ad appoggiare i grillini, piuttosto che un conglomerato di resti di establishment. Comprendo le preoccupazioni per certe semplificazioni demagogiche espresse dall’ala più protestataria del centrodestra, ma queste sono anche una reazione all’ossificata retorica - particolarmente evidente in certe dichiarazioni euro entusiaste prive ormai di riscontro con la realtà concreta - di quello che si considera il polo moderato dello schieramento liberal-popolare-conservatore.
Il 20 gennaio Donald Trump inizierà a praticare una politica di protezionismo selettivo che inciderà nelle politiche economiche di tutti gli Stati del mondo, e a fare rientrare nel gioco politico la Russia modificando gli equilibri europei, il 20 marzo si voterà in Olanda, il 23 aprile e il 7 maggio per le presidenziali francesi, il 22 ottobre per le politiche tedesche. C’è qualcuno che veramente può prevedere come saranno gli assetti del Vecchio continente alla fine di questi dieci mesi? E se sono certamente semplicistiche le varie ricette di uscita dall’euro, di flat tax senza riscontri di bilancio, di contrasto dell’immigrazione senza un’adeguata politica di potenza, potranno sembrare a qualcuno più concrete le soluzioni che si affidano alle magie di  un povero Mario Draghi sempre più isolato e al tran tran di una Berlino (più maggiordomi luxemburg-bruxellesi) di cui persino il vicecancelliere denuncia gli infernali limiti strategici?
E’ evidente come un quadro nazionale centrato sulla sopravvivenza del ceto politico (e di quei settori economici che con questo “ceto” praticano scambi) non potrà che alimentare un sindacato della rabbia sociale che svolgerà la sua funzione di rappresentanza (con gli annessi vari salari sociali, decrescita felice, avvenire da liquidatori di un vasto patrimonio nazionale nonché  da subappaltatori o da operatori turistici) rispetto ai vari poteri (con i quali Grillo sta già trattando: vedi pasticci Europarlamento) ai quali sarà consegnata una nazione disfatta. Il contesto internazionale (con la Brexit, la vittoria di Trump, la possibile ripresa della Spd, una qualche autonomizzazione della Francia dalla Germania, il ruolo di Vladimir Putin) offre ancora una chance a chi resiste - pur non senza scoramento - all’idea di un’Italia nuovamente ridotta a pura espressione geografica, ma questo spiraglio non potrà essere utilizzato con il mix di furbate e tran tran che caratterizza le prospettive del ceto politico centrale della Repubblica.
Senza verità (cioè: non esistono possibilità di rinverdire stagioni centriste, si devono ricostruire polarità di destra e di sinistra che integrino moderatismo e radicalismo, le necessarie convergenze per gli interessi nazionali, per fondamentali obiettivi costituenti e anche per uno sforzo teso a costruire una vera Europa dei popoli, non devono sovrapporsi  a distinti ruoli di governo e opposizione) e coraggio (si deve superare sia la demagogia sia la retorica, si deve ridare legittimità politica al parlamento votando il più presto possibile, non si possono fare scelte solo subalterne agli interessi del ceto politico o agli scambi con questo, e l’Europa rappresenta una sfida non una soluzione già bella e funzionante), non si andrà da alcuna parte se non nelle mani del sindacato – non privo, dalla sua, di giustificazioni - della rabbia sociale con annessa schiacciante subalternità di quel pochissimo che resterà della nostra sovranità.

di Ludovico Festa - 10 gennaio 2017
fonte: https://www.loccidentale.it

Terrorismo | La "sinistra" governativa rincorre la sicurezza



Vi è una sinergia importante tra l'attuale Capo della Polizia ed il neo-ministro dell'Interno, che in comune hanno una pregressa esperienza nel settore dei "servizi segreti". Il ministro dell'interno dal 2013 ha avuto la delega ai Servizi segreti, il Capo della Polizia è stato direttore del SISDE. E questa sinergia la si vede in una cambio significativo di rotta in materia di comunicazione.

 
L'Italia verrà colpita, non è più una questione di se, ma di come, dove e quando. Allarmi in tal senso vennero lanciati nel 2015 nella relazione sulla politica della sicurezza. Una relazione che invitava l'Italia e l'Occidente a mantenere elevata l'allerta in merito alla nota minaccia terroristica di matrice jihadista che si è attestata negli ultimi anni su livelli significativi.
Ed in merito all'Italia, nel 2015, si scriveva che " el quadro di dinamiche di competizione tutt’altro che univoche la minaccia interessa anche l’Italia, potenziale obiettivo di attacchi pure per la sua valenza simbolica di epicentro della cristianità evocata, di fatto, dai reiterati richiami alla conquista di Roma presenti nella propaganda jihadista". Dalla potenzialità dell'attacco, si è passati alla certezza. Probabilmente qualcosa è mutato, forse, dopo la sparatoria di fine 2016 nei pressi di Milano? O perché si avvicinano le elezioni?
Ma la sensazione che si ha è che se la certezza è certezza, e che il rischio di divenire, in materia di gestione della sicurezza, dell'ordine pubblico, come una Gerusalemme estesa, è elevatissimo, nello stesso tempo il binomio sicurezza e sinistra, soprattutto con quella attuale governativa, oltre ad essere tardivo, è anche politicamente non credibile. E la Francia dovrebbe insegnare qualcosa in tal senso.
Sembra essere diventata una ossessione, vedi in FVG, al primo o secondo o terzo atto criminale compiuto da uno "straniero" ora da una certa "sinistra" si accende il faro della reazione. E' innegabile che un fatto compiuto da uno straniero è oggi giorno percepito come più deprecabile rispetto a quello compiuto da un cittadino italiano. Così come è innegabile che se un tremendo atto delittuoso è compiuto, non dal terrorismo, pur essendo simili gli effetti, ma da un qualunque fuori di testa, il tutto viene percepito in modo diverso. Vedi l'ultimo caso della sparatoria in uno scalo americano. Ammazzate diverse persone. Non è stato un terrorista? Sollievo. O l'aggressione subita da due preti a Roma in un luogo sensibile e che doveva essere protetto. Non è stato un terrorista? Sollievo.
L'atto criminale rimane, ma muta la percezione sociale. Per non parlare del problema delle mafie, oggi non se ne parla più, come se non esistessero, eppure ci sono e son più forti che mai, altro che terrorismo islamista. Si è scelto, tardi, per ragioni di opportunismo politico, di rincorrere una strategia fallimentare, diabolica.
La miglior forma di sicurezza passa attraverso l'integrazione, attraverso la scuola, la formazione, l'inserimento sociale e non solo attraverso un fantomatico pugno duro da incredibile Hulk. Per anni, ad esempio, sono state lasciate in balia del nulla migliaia di persone ritenute dal sistema come "irregolari". Sfruttate dallo schiavismo nei luoghi di lavoro, dalla prostituzione a chissà quante altre situazioni umanamente pesanti da digerire ma senza che si sia fatto un bel niente per intervenire, prevenire.
Basta pensare a quello che accade nelle campagne non solo del Sud ma anche del Nord Est. Quando l'Italia verrà colpita da qualche atto di terrorismo, vigliacco e maledetto, gli scudi tardivi alzati dalla "sinistra" governativa riveleranno tutta la loro debolezza e la reazione figlia della paura ma anche dell'odio che esiste e viene sistematicamente coltivato da decenni sarà tremenda e si scaglierà contro chi non ha colpa alcuna. Intanto, continuiamo ad incrociare le dita.
 
Marco Barone - 9 gennaio 2017
 
Foto di Guillaume Galmiche
 

10/01/17

Grillo ha deciso di “suicidarsi”. Chiedetevi: a chi conviene?


index


Eh già, c’è chi decide di suicidarsi buttandosi giù da un ponte. E chi prendendo le decisioni sbagliate nel momento più sbagliato, dimostrando una miopia politica così clamorosa da chiedersi se sia davvero solo il frutto di un errore di valutazione o se invece non sia voluta, con estrema e raffinata perfidia, per distruggere il Movimento 5 Stelle.
Mettiamo in fila gli elementi.
Il M5S ha combattutto una battaglia durissima contro il sistema; il suo fondatore e vera mente politica, Gian Roberto Casaleggio, è stato oggetto di attacchi durissimi e personali, che lo hanno sfiancato nella salute, con un epilogo drammatico.
Dopo la scomparsa di Casaleggio, il mondo ha iniziato a cambiare. Da tempo Movimento 5 Stelle si era schierato all’Europarlamento con lo “scandaloso” Farage, considerato per anni poco più che un velleitario buffone. Ma Farage ha guidato la Gran Bretagna alla Brexit.
Nel frattempo i pentastellati conquistano due grandi città italiane, Roma e Torino. Negli Stati Uniti vince contro ogni pronostico Trump, spostando il baricentro degli interessi degli Usa su posizioni molto più vicine a quelli di movimenti alternativi di protesta (sì, i cosiddetti “populisti”) come il M5S e la Lega di Salvini. Il 4 dicembre questi stessi partiti guidano la campagna referendaria che si risolve con un KO clamoroso di Renzi.
Il mondo sembra volgere dalla loro parte. E infatti da Washington arrivano segnali incoraggianti. Notate bene: Nigel Farage, pur essendo britannico, è uno dei pochi politici di cui Trump si fida; è l’uomo che, sulle vicende europee, può sussurrare all’orecchio del presidente eletto.
Un’occasione propizia per chi è sempre stato amico di Farage. Lo capiscono tutti. Proprio sabato 7 gennaio sul quotidiano la Stampa esce un retroscena molto interessante, intitolato “Dai migranti al terrorismo, Trump cerca un alleato in Italia per rilanciare l’alleanza con gli Usa” , in cui vengono riportate le indiscrezioni di due collaboratori presidenziali. I quali spiegano che
E’ chiaro che Trump sia contento del risultato referendario alla luce dei discorsi e delle dichiarazioni fatte in passato non solo sull’Italia ma anche in merito alla Brexit. Tutti i suoi consiglieri, a partire da Steve Bannon che è molto vicino alla politica europea, consideravano il “no” come un primo passo verso un processo di ricollocazione dell’Italia, una sorta di distacco, non nel senso di uscita dall’Unione europea, ma di presa di distanza dagli schemi conformisti di un certa politica e di una certa Europa. Un passaggio verso la strada del popolarismo che privilegia l’economia reale, il lavoro, la real politik e l’allontanamento dall’ideologia conformista che sta decretando il fallimento del progetto europeo così com’è. Un no che rende l’Italia più».
Quei consulenti assicurano che Trump vuole:
individuare il giusto interlocutore con cui l’amministrazione americana dovrà interloquire per rilanciare i rapporti con lo storico alleato”.
In un’Unione europea di cui non hanno fiducia, perlomeno non di quella che ha governato finora:
«Alcune settimane fa ho incontrato Farrage e abbiamo discusso della situazione in atto, quello che sta avvenendo in Europa è un processo storico, il baricentro si sta spostando dalla parte della gente, in Italia, in Francia e in Germania”
afferma il generale Paul Vallely, secondo cui
Il popolo sta prendendo coscienza della propria sovranità, di essere la spina dorsale di nazioni indipendenti che non devono per forza essere parte di un movimento globalista e globalizzante. «E questa è un ottima cosa, per l’Italia ad esempio si è compiuto un passo nella direzione che favorisce la gente. Siamo contenti». Secondo il veterano allo stato attuale le nazioni europe non hanno l’obbligo di essere parte di una entità sovranazionale come la Ue che ha dimostrato – specie in alcuni specifici casi come l’Italia – «di esigere più di quanto offra». «Non mi sembra che Bruxelles abbia fatto molto per i popoli europei fuorché creare una burocrazia pesante comandata dai soliti noti. Sta emergendo una nuova visione dell’Europa e con questo passo ci saranno interessanti scenari di cooperazione con l’America di Trump».
Musica per le orecchie innanzitutto di Salvini e della Meloni, che sono sempre stati su queste posizioni. Ma anche di Grillo che in passato non ha esitato a sparare sulla Ue e sulla globalizzazione e ad allearsi con Farage.
La strada sembra spalancata per un atteso e fino alla scora primavera insperato sdoganamento internazionale.
E il Movimento 5 Stelle cosa fa? Anziché mettersi in scia e godersi il momento, cambia improvvisamente rotta prorpio a Bruxelles.
Abbandona lo Ukip per allearsi con l’Alleanza liberale del belga Verhofstadt, le cui idee sono antitetiche a quelle di Grillo e di Farage: pro Ue, pro globalizzazione; insomma un gruppo che affianca l’establishment che ha governato finora.
Grillo, incredibilmente, scende dal carro del vincitore. E contraddice se stesso, la propria storia, la propria identità.
Lo fa anche nei modi peggiori: lanciando senza preavviso e senza dibattito una consultazione interna nel week-end dell’Epifania. E ottenendo il risultato più ovvio: quello di spaccare il Movimento, di disamorare la base e molti sostenitori, di incrinare i rapporti con Farage e con Trump per abbracciare quell’establishment e quei poteri forti che ha sempre dichiarato di voler combattere.
Harakiri.
Un’ottima notizia per Salvini e la Meloni, che immagino, non mancheranno di ringraziare Grillo. Ma anche e forse soprattutto, per quell’establishment che da un decennio cerca il modo di spaccare il Movimento, senza mai riuscirci, almeno finchè era in vita Casaleggio. Sono passati pochi mesi ed è bastata una trattativa segreta a Bruxelles per raggiungere quell’obiettivo.
Chissà se chi l’ha voluta e l’ha ideata ne è consapevole. 

di Marcello Foa - 9 gennaio 2017

IMMIGRAZIONE " La questione dei migranti "


 


Sembra che il nuovo ministro dell’Interno voglia fare qualcosa. Sembra intenzionato a muoversi, a prendere provvedimenti; almeno, a provarci. Intanto è apprezzabile il realismo nel parlare del problema ed anche l’abbandono di una certa qual reticenza sugli aspetti più scabrosi politicamente. Marco Minniti finora, a parole, sembra meglio di Angelino Alfano, un pretino pieno di bontà ed accoglienza, che è stato spostato dall’Interno agli Esteri perché continuasse a far nulla anche lì. È proprio vero che, quando bisogna essere ruvidi nel governare, un postcomunista serve più di un postdemocristiano. In fatto di giustizia, legge, ordine, il grande Michel Eyquem de Montaigne, che ai liberali è Maestro, insegna che “È regola delle regole e legge delle leggi che ciascuno rispetti quelle del paese in cui si trova”. Invece da anni ed anni i governi ed i ministri competenti, per dire, hanno lasciato che la questione dei migranti andasse alla deriva come i barconi dai quali sbarcano e che la legge non si applicasse a costoro perché, poverini, provenivano da luoghi di sofferenza e tanto loro stessi avevano sofferto per raggiungere il nostro Bengodi.
Dunque, secondo tali governi e tali ministri “la regola delle regole e la legge delle leggi” sono applicabili ai pochi che vengono da noi per rifondare la loro vita secondo i costumi degli ospitanti e non invece ai tanti che qui arrivano con l’albagia di dover essere mantenuti a prescidere dalle loro pretese e condotte. Una nazione che segue insegnamenti sbagliati, qualunque autorità li impartisca e per quanto astrattamente ammirevoli, agisce alla stessa stregua degli scafisti, odierni negrieri, che stracaricano i gommoni senza curarsi del probabile affondamento. Il risvolto sorprendente dell’umanitarismo irresponsabile sta in ciò, che fu la Chiesa ad insegnare la morale del male minore e che la fede non basta a governare gli esseri umani nella sfera terrena. Il mio principio etico sulla questione desidero enunciarlo in forma lapidaria: emigrare non può voler dire semplicemente cambiare il luogo della sofferenza oppure indurre sofferenza in chi concede asilo.
Mi lusingo di credere che, se la disciplina regolatrice e l’azione esecutiva e la pratica amministrativa si conformassero a tale principio etico, facendone così l’indirizzo governativo, molte delle brutture che vediamo nel modo in cui oggi è affrontata, anzi: non affrontata o male affrontata, la questione dei migranti svanirebbero, senza ledere né i valori umanitari né il diritto d’asilo né la condizione dello straniero. Può uno Stato tenere confinati degli esseri umani, decine di migliaia, senza nome, senza prospettive, senza termini? Può uno Stato mantenere tale massa di uomini, donne, bambini, in un limbo giuridico e fisico, sostenerli alla bell’e meglio, alloggiarli e sfamarli, lasciandoli sopravvivere nell’ignavia e privandoli pure della speranza? Sì, la speranza in un futuro non di segregazione ma d’integrazione oppure di trasferimento in luoghi desiderati e possibili? L’applicazione del principio, che scongiurerebbe quanto sopra, impone di rispettare anche un limite quantitativo. Il numero dei migranti accolti condiziona la questione: oltre un certo numero, essa diventa irresolubile e il principio stesso risulta inapplicabile. Questa fattuale conclusione generale non sarebbe inficiata neppure dalle particolari virtù eroiche che dovessero sublimare la carità degli accoglienti.

di Pietro Di Muccio de Quattro - 10 gennaio 2017

09/01/17

Le Nazioni Unite dichiarano guerra alla civiltà giudaico-cristiana

  • Com'è possibile che la giurisprudenza occidentale, creata dopo la Seconda guerra mondiale per impedire nuovi crimini contro l'umanità, venga ora utilizzata contro le democrazie e per perpetuare ulteriori crimini?
  • Si tratta di una terribile manipolazione per cercare di cancellare tutta la storia ebraica e cristiana, far credere che tutto il mondo sia sempre stato solo islamico. Ecco com'è un jihad. Non è soltanto tute arancioni, decapitazioni e schiavitù. Se si può cancellare e riscrivere la storia, si può reindirizzare il futuro.
  • Se gli uomini palestinesi picchiano le loro mogli, è colpa di Israele, ha affermato con tono serio l'esperta delle Nazioni Unite Dubravka Simonovic.
  • Il mese scorso il presidente dell'Assemblea generale dell'ONU ha sfoggiato la famosa kefiah, simbolo della "resistenza palestinese" (si legga terrorismo). Questo è semplicemente il prosieguo dell'annientamento culturale di Israele, che dovrebbe giustificare il successivo annientamento fisico.
  • La guerra delle Nazioni Unite agli ebrei di Israele è, in fondo, una guerra contro l'Occidente. L'ONU e i suoi sostenitori stanno rapidamente spianando la strada al Califfato europeo.
Il 2016 è stato un anno splendido per gli antisemiti delle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha appena colpito l'unica democrazia del Medio Oriente: lo Stato di Israele. L'uscente amministrazione Obama avrebbe orchestrato ciò che anche Haaretz ha chiamato una campagna "mordi e fuggi" in seno alle Nazioni Unite per denigrare lo Stato ebraico e lasciarlo a un destino in cui si profilano solo conflitti e odio. Questo è un genocidio culturale che non è meno pericoloso degli attacchi terroristici. Un genocidio basato sulle menzogne antisemite e che crea l'atmosfera non per raggiungere "la pace", come sostenuto in malafede, ma per perpetuare la guerra.
La Risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell'Onu è il coronamento di un anno incredibilmente fruttuoso per gli antisemiti. Lo scorso novembre, le commissioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite in sole ventiquattr'ore hanno adottato 10 risoluzioni contro Israele, l'unica società aperta del Medio Oriente. Quante risoluzioni sono state approvate contro la Siria? Una. Quante contro lo stato canaglia della Corea del Nord? Una. Quante contro la Russia quando ha annesso la Crimea? Una.
Hillel Neuer di UN Watch ha rilevato:
"Mentre il presidente siriano Bashar el Assad sta preparando il massacro finale del suo popolo ad Aleppo, le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione, redatta e co-sponsorizzata dalla Siria, che condanna falsamente Israele per 'le misure repressive' contro i cittadini siriani sulle alture del Golan. È scandaloso".
Non una sola risoluzione è stata approvata per coloro che abusano davvero dei diritti umani come Arabia Saudita, Turchia, Venezuela, Cina o Cuba, per non parlare di molte tirannie di fatto in tutta l'Africa. Una sola risoluzione è stata approvata sulle "proprietà dei rifugiati palestinesi", ma non una risoluzione sui beni dei cristiani iracheni a Mosul.
Un'altra risoluzione di questo banchetto razzista delle Nazioni Unite riguarda "l'applicazione della convenzione di Ginevra nei territori occupati". Ci sono centinaia di contese territoriali nel mondo, dal Tibet a Cipro, ma solo Israele merita una risoluzione?
Secondo i bugiardi delle Nazioni Unite, il paese più malvagio al mondo è Israele. L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il principe giordano Zeid Ra'ad Zeid al Hussein, è il promotore di una "lista nera" delle imprese israeliane e delle aziende internazionali che hanno legami con la Cisgiordania, Gerusalemme est e le alture del Golan per facilitare la campagna di boicottaggi contro Israele, nella palese speranza di sterminare economicamente l'unica democrazia e nazione pluralistica della regione: lo Stato ebraico.
Anche l'inviata Onu per i bambini nei conflitti armati, Leila Zerrougui, algerina, ha suggerito di includere Israele nella lista nera dei paesi e gruppi che provocano regolarmente danni ai bambini, insieme ad al Qaeda, Boko Haram, lo Stato islamico e i talebani, e a paesi come il Congo, la Repubblica centroafricana, tristemente noti per i loro bambini soldato, ma naturalmente non i palestinesi, che continuano a promuovere l'uso dei bambini in qualità di combattenti e dei bambini "martiri". Com'è possibile che la giurisprudenza occidentale, creata dopo la Seconda guerra mondiale per impedire nuovi crimini contro l'umanità, venga ora utilizzata contro le democrazie e per perpetuare ulteriori crimini?
La Commissione Onu per i diritti delle donne si è limitata a puntare il dito della condanna unicamente contro Israele per aver violato i diritti delle donne. Non contro la Siria, dove le forze di Assad usano lo stupro come tattica di guerra, o contro l'Isis, che schiavizza le donne appartenenti alle minoranze religiose. Non contro l'Arabia Saudita, dove, nonostante le temperature torride, le donne sono punite se non si coprono dalla testa ai piedi. Non contro l'Iran, dove "l'adulterio" (di cui può essere accusata una donna vittima di uno stupro) è punibile con la lapidazione. E se gli uomini palestinesi picchiano le loro mogli, è colpa di Israele, ha affermato con tono serio l'esperta delle Nazioni Unite Dubravka Simonovic.
Anche l'Organizzazione mondiale della Sanità delle Nazioni Unite ha accusato Israele di essere l'unico paese al mondo a violare "la salute mentale, fisica e ambientale", nonostante esso sia l'unico Stato al mondo a prestare assistenza medica ai propri nemici (si chieda ai figli dei leader di Hamas).
Il professore canadese di diritto, Michael Lynk, è stato poi nominato investigatore "imparziale" dell'ONU di presunte violazioni dei diritti umani da parte di Israele, nonostante la sua attività di lobbying da tempo intrapresa contro Israele, compresa la sua appartenenza al consiglio di amministrazione di molte organizzazioni pro-palestinesi, come Friends of Sabeel e il National Council on Canada-Arab Relations.
Lo scorso ottobre, l'UNESCO, l'organismo culturale delle Nazioni Unite – dichiarando magicamente "islamici" antichi siti biblici ebraici, anche se l'Islam non è esistito storicamente fino al VII secolo, centinaia di anni dopo – ha preteso di cancellare le radici ebraico-cristiane di Gerusalemme con la complicità scellerata dell'Occidente.
Si tratta di una terribile manipolazione per cercare di cancellare tutta la storia ebraica e cristiana, far credere che tutto il mondo sia sempre stato solo islamico. Ecco com'è un jihad. Non è soltanto tute arancioni, decapitazioni e schiavitù. Se si può cancellare e riscrivere la storia, si può reindirizzare il futuro. Se non si sa da dove si viene, quali saranno i valori da difendere o per cui battersi?
I nomi hanno importanza. Se il termine è ebraico, allora si parla di "Giudea e Samaria"; se è "Palestina", si può dire che "è stata rubata dagli ebrei" e Israele è un "concetto colonialista" basato sulla "ingiustizia". E allora perché nessuno richiama l'attenzione sull'intero continente sudamericano, conquistato con le armi da Cortés, Pizarro e dagli europei, ai danni degli indios?
L'ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Israele non riguarda solo gli "insediamenti", ma la Città Vecchia di Gerusalemme. I suoi membri vogliono resettare la storia non al 1967, ma al 1948, l'anno in cui è nato Israele.
Quando Marcel Breuer e Bernard Zerhfuss disegnarono il palazzo in cemento e vetro dell'UNESCO a Place de Fontenoy, a Parigi, e Pablo Picasso gli regalò gli affreschi, molto probabilmente essi immaginavano la rinascita della cultura occidentale dopo la guerra, la Shoah e gli incubi nazisti. Mai altrove si erano sentite ripetere così tante volte, parole come "educazione", "scienza", "cultura", "libertà", "pace", e "fratellanza". C'erano la speranza e l'impegno che il futuro sarebbe stato migliore, non peggiore. Ma il sogno non è durato che pochi minuti, il tempo dell'annuncio.
Di fatto, l'Unione Sovietica aveva già colorato di rosso i programmi culturali dell'UNESCO, come quando l'organizzazione promosse un "nuovo ordinamento mondiale dell'informazione", il cui obiettivo era quello di porre fine al dominio della stampa occidentale – presentata come una "minaccia" alla "identità culturale" delle nazioni del "Terzo mondo". All'ombra della Torre Eiffel, il Terzo mondo autoritario e antioccidentale si è impadronito del centro culturale delle Nazioni Unite, che è diventato secondo il Washington Post, "eccessivamente burocratico, esoso, inefficace e intriso di un pregiudizio antioccidentale e anticapitalista".
Da allora, Israele continua a essere trattato come un paria da questi criminali ideologici con attico sulla Senna. E questo anche dopo che, nel 1975, l'ONU "ha svelato le sue carte" diffondendo l'antisemita calunnia del sangue che "sionismo è razzismo".
Il mese scorso il presidente dell'Assemblea generale dell'ONU, Peter Thomson, ha sfoggiato la famosa kefiah, simbolo della "resistenza palestinese" (si legga terrorismo). Questo è semplicemente il prosieguo dell'annientamento culturale di Israele, che dovrebbe giustificare il successivo annientamento fisico.

Il mese scorso il presidente dell'Assemblea generale dell'ONU, Peter Thomson, ha sfoggiato la famosa kefiah, simbolo della "resistenza palestinese" (si legga terrorismo). Questo è semplicemente il prosieguo dell'annientamento culturale di Israele, che dovrebbe giustificare il successivo annientamento fisico. (Fonte dell'immagine: UN/Manuel Elias)


Il destino della civiltà giudaico-cristiana – Cristianesimo e Giudaismo – su cui si basano tutti i nostri valori, è legato al destino dello Stato di Israele. Se Israele cessa di esistere, cesserà di esistere anche il Cristianesimo. Il mondo ha visto come i pochi cristiani e altri non musulmani ancora presenti nel resto del Medio Oriente – un tempo, la gloriosa Bisanzio cristiana – vengono massacrati ora che gli ebrei e i greci non ci sono più.
La guerra delle Nazioni Unite agli ebrei di Israele è, in fondo, una guerra contro l'Occidente. L'ONU e i suoi sostenitori stanno rapidamente spianando la strada al Califfato europeo.

Giulio Meotti, redattore culturale del quotidiano Il Foglio, è un giornalista e scrittore italiano.