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16/05/15

IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - EVENTO MARO' LIBERI SUBITO - UNA RISPOSTA PER RIBADIRE QUALE AVREBBE DA TEMPO DOVUTO ESSERE LA VIA D'USCITA




16 Maggio 2015
Stefano Tronconi

Ormai molti italiani sono stati narcotizzati da oltre tre anni in cui politici e giornalisti (e tante persone in buona fede) si sono persi nei meandri del cosiddetto 'diritto internazionale' senza ovviamente riuscire a cavarne un ragno dal buco.
Il risultato è che i concetti che si leggono in alcuni commenti in risposta alla nuova azione di sensibilizzazione che abbiamo in corso sulle pagine dei principali leader politici sono del tipo:
"Poco si può fare per riportarli indietro, a livello internazionale l'India ha lo stesso diritto dell'Italia nel trattenerli."
Come ho sempre ribadito su questa pagina la strategia della rivendicazione della giurisdizione all'Italia a scapito della rivendicazione dell'innocenza dei marò è stato il colossale errore che ha portato al fallimento di ogni strategia italiana per lo meno da quando abbiamo portato le prove dell'innocenza di Girone e Latorre (due anni fa).
Ai tantissimi che purtroppo ancora non riescono a capire come stanno le cose e quale dovrebbe essere la via d'uscita voglio ripetere quanto già affermato più volte nei mesi scorsi:
L'india può permettersi di trattenere ancora Salvatore Girone ad oltre tre anni di distanza dal mai avvenuto incidente solo perché non vengono messe in piazza le grottesche manipolazioni delle indagini che sono state compiute in Kerala dal gruppo politico-mafioso deviato che è al potere in quello Stato e che ha avuto interesse ad incastrare i marò.
Se l'Italia avesse avuto (o prima o poi trovasse) quel minimo di dignità necessario per dire al governo indiano che il sequestro dei due marò non è più tollerabile e che è pronta a denunciare quanto avvenuto in India nei consessi internazionali, l'India troverebbe la via d'uscita in un battibaleno per evitare di perdere la faccia davanti al mondo.
Se questo il governo italiano preferisce non farlo è solo perché tantissimi esponenti politici italiani degli ultimi tre governi si sono resi complici dei soprusi indiani e quindi il governo italiano in realtà vuole tutelare in primo luogo se stesso sebbene ciò avvenga a scapito dei due fucilieri di marina.
La soluzione della vicenda esiste ed esiste da tempo. Se solo l'Italia avesse la dignità ed il coraggio per perseguirla.

Stefano Tronconi
fonte: https://www.facebook.com/stefano.tronconi.79?fref=ts

15/05/15

Adesso gli immigranti spendono i nostri soldi nelle sale da gioco



Per fare i soldi facili i profughi spendono gli aiuti dello Stato italiano nelle sale scommesse, in gratta e vinci e giocate su internet


Basate entrate in una sala scommesse per trovarli. Nella provincia di Cremona in questi giorni stanno aumentando le segnalazioni sulla presenza di profughi aiutati dallo Stato nelle sale dove si punta.



Avete capito bene, gli extracee tentano la fortuna utilizzando quei due o tre euro al giorno che ricevono per le puntate: scommesse di calcio, gratta e vinci e quando capita anche qualche giocata sui siti internet che emulano le attrazioni di un casino'. A Cremona per esempio, un bel numero di migranti arrivati negli ultimi mesi dall'Africa, dopo aver affrontato il "viaggio della morte" in condizioni disperate e disumane, non ha resistito alla tentazione del gioco. Forse la strada più facile per raccattare subito qualche soldo, che, in caso di vincita, andrebbe nelle mani dei prossimi trafficanti per raggiungere il nord Europa. Certamente non si parla di grosse puntate, di grandi vincite, ma quello che pesa come un macigno e' l'aspetto morale. Pensare che i soldi dati dallo Stato italiano finiscano in gratta e vinci o sale da gioco fa male, perché anche se si tratta di pochi spiccioli per immigrato, a fare la quantità e' la somma di profughi arrivati e in arrivo.
Derubati di tutto dai trafficanti cercano disperatamente soldi nell'immediato per raggiungere altri paesi come Germania, Francia, Inghilterra, e come sempre in questi casi si prova a intraprendere la strada più facile e veloce. Perché loro, questo e' bene ricordarlo, non hanno nessuna intenzione di rimanere in Italia, ma nel frattempo i nostri aiuti continuano.
Tra le mille polemiche che accompagnano l’accoglienza dei richiedenti asilo, con un numero crescente di cremonesi alle prese, ormai da anni, con una crisi nera, vedere anche soltanto un euro di quelli messi a disposizione dei richiedenti asilo finire nel gioco lascia l’amaro in bocca. Ironia della sorte, ora la tendenza a varcare la soglia delle sale scommesse si e' consolidata, in particolare tra i migranti più giovani. Il via e vai non è passato inosservato ad alcuni frequentatori abituali delle sale scommesse che si sono subito scatenati con le segnalazioni.
Chissà se don Antonio Pezzetti, responsabile della Casa dell’Accoglienza che ospita i migranti fornendo aiuti e assistenza 24 ore su 24 riuscirà a fermare questa dipendenza da gioco che sta prendendo piede. Le raccomandazioni del sacerdote non mancano ma in questi casi servirebbero provvedimenti più incisivi.
 
 
Sonia Badeschi - 14/05/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it

Renzi, il piccolo Duce (e i suoi complici). Che vergogna


renzi e mattarella 

Qualcosa vorrà pur dire se per la seconda volta in poche settimane le opposizioni abbandonano in massa il Parlamento al momento del voto di leggi fondamentali per il futuro del Paese. Tutte le opposizioni: da Sel alla Lega. Un comportamento senza precedenti. Significa che i principi fondamentali della democrazia sono in pericolo, non sono più condivisi.
E’ in questi frangenti che un presidente della Repubblica deve intervenire, rimandando alle Camere le leggi contestate e costringendo il premier a riaprire trattative su quelle che non possono essere che regole condivise. Sergio Mattarella, che nella sua vita professionale si è creato l’immagine di giudice inflessibile, ora appare come un fantasma politico, una non-entità, tanto lusingata per l’inaspettata elezione al Colle quanto palesemente inadeguata, al punto da convalidare il sospetto che sia stato messo lì apposta per non disturbare il manovratore.
Se ha personalità, se ha davvero il senso dello Stato, questo è il momento di mostrarlo, di imporlo con forza ma temo che Mattarella questo coraggio non l’abbia e che preferisca passare alla storia come il presidente che ha avallato due misure golpiste – riforma dell’articolo V della Costituzione e ora l’Italicum – anziché, come suo dovere istituzionale, fermare il nuovo piccolo Duce, Matteo Renzi.
E che dire del Partito democratico? All’ultima votazione i dissidenti sono stati 60, più di prima ma ancora troppo pochi e chiaramente isolati. Nel Pd non si respira un clima di rivolta, si percepisce, semmai, uno straordinario ma non sorprendente conformismo, un appiattimento delle coscienze che cancella d’un tratto tutte le loro emozionanti, travolgenti, irrinunciabili battaglie civiche degli ultimi due decenni.
Già perché la sinistra dei “pecoroni” si era fatta leonina per combattere i rischi di una deriva autoritaria da parte di Berlusconi, che avrà avuto tanti difetti e ha commesso tanti errori, ma non ha mai avuto mire dittatoriali. All’epoca, però, era facile opporsi, tutti assieme, a Berlusconi; era facile provare, tutti assieme l’ebrezza di sentirsi inflessibili paladini della democrazia di fronte al satrapo di Arcore.
E ora che quei timori si materializzano – e non è un’opinione, ma un fatto – quella sinistra non solo non si oppone all’uomo che rappresenta davvero una minaccia per la democrazia, Matteo Renzi, – il caudillo come lo ha definito Ferruccio De Bortoli – ma lo saluta festante, partecipa attivamente al golpe, approvandolo in Parlamento. Ancora una volta, tutti assieme, con poche lodevoli ma insufficienti eccezioni.
Sempre e comunque omologati e cortigiani.
Lasciatemelo dire: che vergogna.

di Marcello Foa - 15 maggio 2015
fonte: http://blog.ilgiornale.it

Insulti islamici alla processione. Non si può dire «So' ragazzi»


Conselice, chiesa di San Martino


L'errore più grande è quello di chiuderla a tarallucci e vino dicendo che, alla fine, “so' ragazzi”. Interrompere al motto di “andate via di qui” e “questa è casa nostra” una processione religiosa non era riuscito neanche ai bravi di Peppone per i quali l'affronto massimo poteva essere non togliersi il cappello al passaggio della statua della Madonna o staccare la corrente all'altoparlante mentre il prete parlava.

Che il sindaco del comune di Conselice, in provincia di Ravenna, avesse voglia di chiudere la questione per non esacerbare gli animi era chiaro già dal comunicato che giovedì ha pubblicato sulla home page del sito dell'amministrazione: “Mi risulta che i ragazzi siano stati rimproverati”. È in quel mi risulta che alberga la spia che l'episodio di domenica debba essere considerato come un incidente di percorso, e nulla più, nell'ambizioso percorso di integrazione che i comuni sperano di costruire con le tante comunità islamiche sparse nel territorio.

I fatti però delineano scenari un po' più inquietanti, a cominciare dal luogo in cui sono avvenuti.
Domenica. Ore 10.30, come riporta l'edizione ravennate del Resto del Carlino. Al termine della messa della parrocchia di San Martino parte la processione con la statua della Madonna. Siamo a maggio, mese dedicato al Rosario e alla Vergine.

In processione c'è la comunità parrocchiale, ci sono le autorità civili, ci sono i bambini di prima comunione. Al passaggio del corteo religioso in via Dante Alighieri succede qualcosa. Alcuni ragazzi, poi si dirà soltanto bambini, della vicina sede dell'associazione di cultura islamica Attadamun iniziano a inveire contro i fedeli: “Andate via”, “qui non potete stare”.

La cosa lascia sconcertati tutti. C'è chi è intenzionato a fermarsi e riprendere i ragazzi. Poi si decide di fare finta di nulla. Ma al termine, tornati in chiesa, non si parlava d'altro anche se, si legge dal Carlino qualcuno ha cercato di minimizzare dicendo che in fondo si è trattato di un gruppetto di bambini che non si sono resi conto della gravità del loro gesto. So' ragazzi, appunto. 

Ma la vicenda non si è chiusa sul sagrato: è finita sul giornale andando a coinvolgere anche il sindaco Paola Pula, primo cittadino Pd di Conselice che ha chiesto un incontro con l'associazione. Il giorno dopo arrivano le lettere di scusa dell'associazione consegnate al parroco e al sindaco. I quali hanno ringraziato per il bel gesto dell'associazione islamica. “Considero il comportamento tenuto dai rappresentanti di entrambe le comunità, la migliore risposta a qualsiasi strumentalizzazione dell'accaduto”, ha chiuso il sindaco.

Tutto risolto? Più o meno. Restano da capire almeno un paio di cose. Perché dei bambini che si presuppone frequentino le scuole regolarmente insieme a tutti gli altri iniziano ad inveire contro il sentimento religioso? Che cosa si cela dietro questa zingarata primaverile che, come risulta al sindaco, i bambini avrebbero pagato con una ramanzina dei genitori? Ai più è scappato un dettaglio.

Il luogo dal quale sono partiti gli improperi verso i fedeli cattolici non è una vera e propria moschea. Ma è la sede di un'associazione di cultura islamica. Un luogo in cui gli islamici istituiscono le proprie madrasse per i bambini e praticano un culto che nella stragrande maggioranza dei casi è abusivo perché è sotto il nome di associazione di cultura islamica che si celano gran parte dei luoghi di preghiera musulmani emiliani. I quali, per avere il titolo di moschea, devono dotarsi di caratteristiche urbanistiche proprie dei luoghi di culto. E che invece per comodità e grazie all'escamotage di una legge regionale che disciplina i luoghi di aggregazione culturale e sportiva, funge a tutti gli effetti da moschea. Con tutti i crismi che ne derivano, compresa la pretesa di considerarlo un luogo inviolabile, in quanto sacro. Anche se moschea non è.

In Regione la cosa è risaputa, basterebbe modificare la normativa e rendere più stringenti i permessi, ma questo comporterebbe il passaggio in consiglio comunale per le approvazioni urbanistiche avvitando la questione in favorevoli e contrari. Meglio procedere così. 

Fino a quando qualcuno non si sente in diritto di cacciare dal proprio suolo alcuni fedeli che da quelle vie passano con statue e ostensori da almeno mille anni. Con il senso di sfida che questo gesto lascia con sé. Che cosa succederà se il prossimo anno qualcuno particolarmente zelante consigliasse di cambiare itinerario per non “urtare la comunità islamica”? E se la proposta dovesse passare per quieto vivere?

I bambini che hanno inveito contro la statua devono aver respirato un clima ostile al cristianesimo da qualche parte. Dove? Forse nelle stesse scuole coraniche approntate con il benestare dei Comuni sotto l'effige di normale attività culturale? Saranno anche ragazzate, ma bisognerebbe che qualcuno si interrogasse su chi ha reso il terreno fertile perché accadessero.

di Andrea Zambrano15-05-2015 
fonte:  http://www.lanuovabq.it

Libia: gli arabi valutano un intervento con Italia e Francia


 


Askanews  – I capi di Stato maggiore di sette Paesi arabi si riuniranno al Cairo il prossimo 18 maggio per discutere un eventuale intervento militare in Libia. E’ quanto ha riferito al sito americano Defense News una fonte della Lega Araba, secondo cui nella missione potrebbero avere un ruolo anche Francia e Italia: “Alla Francia è stato chiesto di fornire sostegno logistico e forze speciali, mentre all’Italia è stata chiesta copertura navale”.
Lunedì prossimo al Cairo si riuniranno i leader militari di sette dei 10 Paesi arabi che hanno aderito all’offensiva militare nello Yemen: oltre all’Egitto ci saranno Giordania, Sudan e quattro membri del Consiglio di cooperazione del Golfo, ossia Bahrein, Kuwait, Arabia saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU). Grande assente sarà il Qatar, che sostiene l’amministrazione libica di Tripoli.

 

All’inizio del mese, l’Egitto ha formalmente annunciato entro la fine di maggio una riunione dei leader tribali libici con l’obiettivo di “sostenere e unire il popolo libico”. La fonte della Lega Araba ha spiegato a Defense News che, di fatto, questo vertice che vedrà riuniti oltre 150 esponenti di tribù libiche servirà a coordinare le operazioni e a garantire un passaggio sicuro alle truppe arabe.
La Libia sarà presente al Cairo con il generale Khalifa Haftar (nella foto a fianco), capo di Stato maggiore dell’esercito del parlamento libico di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale. Secondo Defense News, il generale libico avrebbe già ottenuto, dai contatti avviati da tempo con i leader arabi, l’acquisto di armi per le sue forze armate, tra cui “cinque elicotteri da attacco Mi-35 Hind” consegnati il 26 aprile scorso dagli EAU, in vista “di altre forniture russe, tra cui armi e munizioni anticarro”.

Foto: Reuters e AFP

di Redazione- 14 maggio 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it

L'Europa dei pirla non sa temere l'odio islamico


Siamo tiepidi non solo nel coraggio ma perfino nel timore. Dovremmo rispondere al nemico che vuole annientarci. Invece manteniamo un ottimismo idiota e finiremo per scavarci la fossa


Ho paura. Ho deciso di vantarmene. E mi assumo il compito di propagarla. Mi rendo conto. Non si comincia così un libro contro la morte che arriva al galoppo impugnando la scimitarra. Non è molto nobile. Si deve cominciare con un grido di guerra. Eppure, lo confesso: ho deciso di buttare la fifa oltre l'ostacolo.
Ho paura adesso, e anche per dopo. Per quando queste mie pagine saranno in giro per l'Italia.


E qualche frase rimbalzerà su Internet. S'incazzeranno, oh se si incazzeranno. Perché ho intenzione di scrivere la verità su quel che ha, in testa e nella pancia, non solo la gentaglia con le bandiere nere e le mani sul collo di poveri prigionieri vestiti di arancione, ma anche il musulmano dal dolce sorriso ospite di trasmissioni tivù, dispiaciuto per i morti e nemico, come no, del terrorismo. Prevedo l'accusa di provocatore irresponsabile. Papa Francesco dirà che mi merito un pugno. Portatemi pure in tribunale, sempre meglio dell'obitorio, a cui siamo destinati in tanti se la paura non ci desterà dal sonno dei pirla.
Dirò qui la verità sugli islamici e il loro Allah con il Profeta Maometto appresso. Non la Verità con la V maiuscola, per carità. La verità con la v minuscola ritengo sia la più importante acquisizione della mia vita. Ho imparato ad attingerla con il cucchiaio dell'osservazione e dell'esperienza, senza presumere divine rivelazioni. Non c'è bisogno di essere arabisti per capire, anche senza assaporarne i suoni aspirati, che il Corano ha in sé una potenza distruttiva assoluta verso chiunque manifesti un sussulto di libertà e dica no al dominio di un libro che si è fatto Dio, così come si sono fatti suoi boia coloro che lo impugnano.
Ho paura. Lo ridico. Si osservi la realtà.
Un Coulibaly e due Kouachi si sono manifestati a Parigi. Quanti Coulibaly a Milano, quanti Coulibaly a Londra? Mi faccio questa domanda, e mentre la scrivo con la Olivetti 32, un Coulibaly qualsiasi spara contro un vignettista e gli avventori in un bar di Copenaghen, e altri danno l'assalto alla sinagoga della capitale danese. Intanto lo Stato islamico avanza in Libia, con giganti vestiti di nero che sgozzano 21 cristiani copti minuscoli, a un tiro di missile Scud, magari nucleare.
Non è vero che queste immagini, da loro diffuse con orgoglio, vogliano impaurirci. Hanno un altro scopo: quello di inorgoglire i loro correligionari di casa nostra, e di spingere ragazzi annoiati a convertirsi all'onnipotenza. Poi, certo, desiderano indurci alla resa. Come quelle povere madri ebree in fila verso la camera a gas con i bambini per mano. Dobbiamo avere più paura di quella che abbiamo. Una paura così grande da trasformarsi nel coraggio di uccidere per non morire. Una paura intelligente, organizzata. Senza il cappello in mano per domandare l'elemosina della vita (quelli non si commuovono, figuriamoci), ma con l'elmetto in testa e un pugnale tra le mani. Ci ammazzeranno lo stesso, forse, ma forse vinciamo.
Non riesco, non riuscirò mai a capire chi accetta di scavarsi la fossa, e lo fa sotto il tiro di un fucile, sapendo che chi impugna la carabina tra un minuto ripagherà la sua fatica sparandogli. Nell'isola di Utøya, in Norvegia, il 22 luglio 2011, un uomo solo uccise 69 ragazzi (dopo aver ammazzato 8 persone nel centro di Oslo). Sull'isola, quel giorno, c'erano seicento giovanotti in gamba, motivati politicamente, pieni di energia. La loro paura li disarmò, li spinse a nascondersi. Se gli andavano addosso insieme, tremando come foglie di sicuro, ma stringendosi l'uno all'altro per la fifa, il killer ne avrebbe stecchiti quattro o cinque, poi gli altri 595 avrebbero sbranato quell'Anders Breivik, che adesso, condannato a 21 anni, è triste per non averne ammazzati abbastanza.
Ho scritto questa verità elementare, e mi hanno attaccato come se avessi offeso le vittime. E dire che il mio articolo nasceva dall'immedesimazione con quei disgraziati. Vale adesso per noi. Dobbiamo organizzare la paura, consapevoli che il nemico di Charlie Hebdo non si fa intenerire dai tremori.
Ho paura. Eppure ho paura di non avere abbastanza paura per riuscire a trasmettervela.
Siamo un po' tutti così, noi dell'Occidente che non sta capendo un accidente. Tiepidi non dico nel coraggio, ma persino nel timore, inclini a minimizzare, a ritenerci salvi nel nostro orto per non si sa quale magia o corazza invisibile.
Domina una sorta di ottimismo idiota. È sintetizzabile con il motto: «Male non fare, paura non avere». Lo so che lo ripeteva la mamma a Enzo Biagi. Vale in un mondo perduto. È una regola utile quando incontri un orso in Trentino. Con i musulmani non funziona. Non è vero che se stiamo buoni, se non reagiamo, se non sfioriamo neanche con un fiore il turbante di Maometto, i suoi adepti ci lasceranno stare. Basti guardare come nelle loro terre gli islamici scannano i cristiani, che pure abitavano lì prima di loro. Maometto lo fece con gli ebrei di Medina, ne sgozzò personalmente settecento (ma c'è chi dice novecento). Secondo questa teoria, tutto nasce dalla nostra cattiveria. E prima da quella degli americani. E prima ancora dei crociati. Per cui se consentiamo loro, qui da noi, di costruirsi le moschee, di intabarrare le loro donne nei veli, oltre che di percuoterle e segregarle, considerandoli affari loro, nulla di male ci capiterà. È l'idea dell'Occidente e in particolare dell'Italia come brodo multiculturale. Tu non fai una cosa a me, io non la faccio a te. Tolleranza.
Balle suicide. Chi ragiona così non sa nulla dell'islam. Lo misura sulla base del sorriso che gli dedica il pizzaiolo egiziano. Eppure l'ho visto il sorriso largo un metro della colf somala, che mi aveva sempre servito gentilmente le polpette, alla notizia delle Torri Gemelle. Non che il pizzaiolo e la colf siano più cattivi di te e di me. Là il Corano , una volta che ne inghiotti gli insegnamenti, è una sorgente di morte (per gli altri).
Non faccio nessun appello al coraggio. Il coraggio se n'è andato dall'Italia il 15 settembre 2006, quando le campane di Santa Maria del Fiore hanno salutato Oriana Fallaci, e l'abbiamo seppellita. Abbiamo rovesciato palate di terra sul suo grido «Troia brucia, Troia brucia». Per questo mi affido all'arma estrema e molto albertosordiana della vigliaccheria per sopravvivere, sperando che le generazioni future – se mai oseranno nascere – riprendano una certa fierezza di esistere, un orgoglio da noi sepolto nella noia.
***
Mi rendo conto di apparire rozzo e irresponsabile, populista e ignorante agli occhi della sinistra al caviale e del cretinismo parrocchiale, quello che della lezione di Ratzinger a Ratisbona non ha capito nulla. Si potrebbe chiamare «complesso di Lepanto». Coincide con il rimorso spalmato sulla coscienza collettiva dell'Occidente dal marxismo terzomondista e dal suo gemello cattocomunista secondo cui è ben giusto che paghiamo il prezzo delle crociate di Roberto il Guiscardo. E soprattutto è stato criminale fermare l'avanzata turca con la guerra, il cui momento decisivo è rappresentato appunto dalla battaglia navale di Lepanto, quando vascelli veneziani, genovesi, spagnoli e pontifici annientarono il 7 ottobre 1571 la flotta ottomana del sultano protesa alla conquista di Roma. Alì Pascià ci lasciò la pelle. E la sua maledizione perseguita ancora tante anime belle, convinte che la faccenda si sarebbe dovuta appianare con il dialogo. Da qui una debolezza mentale che ci tiriamo dietro. Ce la saremmo voluta noi, che paghiamo la colpa dei nostri antenati, questa incazzatura della Mezzaluna.
L'invasione islamica, del resto, dopo quella data non ha mai smesso di essere desiderata dai musulmani. E il territorio perduto, rivendicato. La «reconquista» della regina Isabella che si riprese l'Andalusia lo stesso anno della scoperta dell'America, 1492, esige secondo gli arabi di essere vendicata con la «re-reconquista». La cacciata dei 300.000 mori dalla Spagna (1609) esige, secondo gli imam, il risarcimento di una rioccupazione del territorio. E infatti questa procede, eccome se procede, fino a trasformarci in Eurabia. Un processo che nelle librerie e nei caffè parigini e sulle terrazze romane è stato interiorizzato senza protestare.
Certo, quando questa invasione esagera nei modi, impedisce la satira e mitraglia Charlie (gli ebrei del negozio kosher sono meno popolari, e si ricordano meno), per un paio di giorni esponiamo tutti il cartello dell'indignazione e della solidarietà. Ma poi ci si riaccomoda a sopportare il procedere dell'invasione. La quale non si è ancora realizzata pienamente in senso fisico, in compenso da tempo l'Occidente è sotto il dominio di una cultura propensa ad aprirle le porte. C'è un sistema di credenze che inzuppa la testa dei governi e di tutto l' establishment editoriale e finanziario, cedevole verso l'islam e spietato con chi eccepisce e non intende rinunciare a una certa spiacevole sensazione di turlupinatura quando gli si parla della bontà di Allah e dei suoi seguaci più infatuati.
In conclusione, il tipo dell'intellettuale con gli occhialini, mescolato ai teologi e agli islamologi, ha licenza esclusiva di occupazione di giornali, librerie, scuole, università, chiese e tribunali. Il multiculturalismo tollera solo la cultura multiculturale. Perché, grazie alla magia del suo nome, ha il pluralismo incorporato, e dunque chi eccepisce si pone fuori dal consesso democratico. È una specie di partito unico, essendo già multipartitico nel nome.
Questa pre-invasione, questo pasturaggio culturale, funziona come una specie di fumisteria di oppio. Intasa le menti con la leggenda di un islam fiabesco, profumato di spezie, con i tappeti volanti e il cielo stellato sopra bianchi minareti, insozzato dalle cattiverie occidentali. I fatti di Charlie Hebdo hanno smagato la favola? Per un attimo. Poi sono tornati in massa gli esperti a separare l'accidente del terrorismo dalla sua sostanza religiosa, quasi che il primo sia un virus occidentale inoculato in un corpo orientale innocente. Secondo la colta vulgata da salotto televisivo e da dibattito universitario, questa religione di vergini incantevoli e fedeli misericordiosi non c'entra nulla con la sua esibizione terroristica. È vero, ammettono: il grido «Allah u Akbar» ovvero «Allah è il più grande» è il marchio di fabbrica della violenza riversata per esempio a New York, Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, ma è un fenomeno spiegabilissimo senza coinvolgere l'islam e il Corano.

Vittorio Feltri - 14 maggio 2015
fonte: http://www.ilgiornale.it

13/05/15

'' Due o tre scomode verità sui flussi di migranti ''

migranti-6500

L’elite neoliberista affama i popoli, ne spartisce i profitti per poi scaricarne le conseguenze sulla collettività e renderci tutti migranti. 
 
 
Il flusso continuo di barconi che si stanno riversando sulla penisola non può essere ancora considerata una semplice emergenza, ma si sta sempre più configurando come una vera e propria invasione. Gli sbarchi continuano a crescere all’impressionante ritmo di uno ogni due, tre ore. Dall’inizio del 2015 sono già arrivate 33mila e 831 persone (il 15% in più rispetto allo stesso periodo nel 2014, già anno record) e con l’arrivo della bella stagione la situazione non farà che peggiorare. Stando alle proiezioni entro fine anno si arriverà facilmente ai 200mila arrivi; persone che rischiano la vita e finanziano la criminalità organizzata e i terroristi pagando profumatamente per la tratta. Eppure non ci sono solo gli sbarchi ma anche tutti quelli che arrivano via terra, attraverso i Balcani, a bussare al confine con il Friuli che, non a caso, è la regione che registra il più alto numero di “ospiti” rispetto alla popolazione. Mentre gli enti locali cercano sistemazioni di fortuna dove accogliere queste migliaia di persone – come la caserma Cavarzerani di Udine – il Governo e la UE proseguono i loro vuoti discorsi sul da farsi, l’opinione pubblica viene bombardata sui numeri delle vittime e sul dovere di ospitalità e di salvataggio di questi poveri disperati. Tutti giusti ragionamenti “da cristiani” che celano però l’origine e le vere motivazioni che portano queste persone a rischiare la vita per sfuggire dai loro Paesi d’origine. Gli immigrati vengono immancabilmente dipinti come poveri disperati in fuga da guerre e persecuzioni e, se così fosse la Carta dei Diritti dell’ONU gli attribuirebbe immediatamente lo status di rifugiati (politici o non), ma la realtà è ben differente e, per la stragrande maggioranza di essi, il loro destino è invece quello di rimanere irregolari e di dover distruggere i documenti, celando le proprie generalità, per non essere riconosciuti ed espulsi.
Per tutti coloro che parlano di “integrazione necessaria”, di diritti umani e del saldo positivo per i conti e la natalità dello Stato, le cifre si commentano da sole: è impossibile anche solo immaginare d’inserire attivamente una tale mole di persone senza che si creino ghetti e discriminazioni, tantomeno in un congiuntura economica asfittica come quella europea; ma ancor più tendenzioso è il refrain di quelli che dimostrano, carta alla mano, che la maggior parte dei profughi richieda asilo nei Paesi del nordeuropei e di come l’Italia sia ancora uno di quelli con la percentuale più bassa d’immigrati. L’incidenza dei residenti stranieri (quindi regolari) sulla popolazione totale ha già superato l’8% – nel 2000 era appena il 2,2% -, ma l’ONU non solo prevede che entro il 2050 oltre un terzo degli abitanti sarà composto da stranieri, ma anzi che sia necessario far entrare tra i 19 e i 35 milioni di persone per evitare che il sistema pensionistico collassi. Senza entrare nel merito dell’assurdità implicita di un calcolo basato sul fatto che ognuno di loro dovrebbe usufruire di un contratto a tempo indeterminato, resta l’evidenza che per arrestare il declino demografico non solo nulla faccia lo Stato in merito di politiche in favore della famiglia, ma anzi che si appresti al più presto a smantellare anche il residuo stato sociale.
Un’altra scomoda verità invece è proprio la provenienza di questi immigrati che – eccettuati i Siriani e i Somali (perché di Libici ancora non se ne vedono) – non provengono da zone di guerra, ma prevalentemente da Paesi sub sahariani come la Nigeria, l’Eritrea, l’Etiopia o asiatici come il Pakistan o l’Afghanistan. Alcuni di questi Stati devastati dalle guerre scatenate e/o foraggiate dall’Occidente per “portare la democrazia”, mentre gli altri sono addirittura mostrati come “modello” per i loro invidiabili tassi di sviluppo. Stando ai dati forniti dall’Agenzia dello Sviluppo dell’ONU non c’è ragione perché migliaia di disperati cerchino di sfuggire da questi Paesi, mentre i loro parametri rientrano ampiamente nei cosiddetti Millennium Development Goals; eppure l’emorragia non si ferma. D’altronde Stati ricchi di petrolio come la Nigeria o di terra fertilissima come l’Eritrea sono sfruttati dalle multinazionali e dai fondi d’investimento in combutta con politici corrotti sulla pelle dei propri abitanti. Il modello da seguire è il “land grabbing” che sfratta i contadini e impone le monoculture o la Shell che fa impiccare dal Governo i contestatori dei disastri ambientali causati dall’estrazione incontrollata. Si persegue sempre la medesima strategia: si va a fare affari là dove sono garantiti profitti eccezionali e si scaricano le conseguenze sulla collettività in nome dei diritti umani. In quest’ottica più un Governo è corrotto, meglio è e, dove così corrotto non è, gli si scatena una bella guerra contro. Salvo poi trovare “utili idioti” pronti a indignarsi per il Mediterraneo trasformato in cimitero o che propongano di farli lavorare gratis.

di Alvise Pozzi - 12 maggio 2015
fonte: http://www.lintellettualedissidente.it
di - 12 maggio 2015 

12/05/15

IMMIGRAZIONE CLANDESTINA - '' La rotta Est dell’immigrazione di “prima classe” ''

 
 
Cresce il traffico di profughi nel Canale d’Otranto da Grecia e Turchia. Gli scafisti spesso sono italiani e usano imbarcazioni veloci e sicure


Tra la punta estrema della Grecia e Otranto, in Puglia, ci sono sì e no 40 miglia. Per andare da una costa all’altra, con un motoscafo veloce si impiegano un’ora e mezzo o due. In questo canale passa ogni giorno l’immigrazione “di prima classe”. Quella dei profughi che non sostano nell’inferno libico prima di imbarcarsi e che possono permettersi un “biglietto” da 4mila euro su navi sicure per raggiungere l’Europa. Sono soprattutto siriani, ma anche iracheni, pakistani e qualche somalo. Salpano dalla Grecia dopo lunghi viaggi via terra. O anche direttamente dai porti della Turchia. E gli scafisti in molti casi sono italiani che possono contare sui mezzi e le coperture della criminalità organizzata locale. Gli immigrati vengono fatti imbarcare su barche a vela e motoscafi veloci anche da tre o quattro motori, difficilmente identificabili dalle forze dell’ordine. Se nel Canale di Sicilia i migranti in mare lanciano allarmi per essere salvati, qui gli scafisti fanno di tutto per non essere soccorsi. Anche perché a terra ci arriverebbero comunque.
Scafisti italiani
Lo scorso 5 maggio la Guardia di finanza ha arrestato un 62enne originario di La Spezia. Era a circa un miglio da Brindisi alla guida di un motoscafo di 10 metri con a bordo 28 migranti di nazionalità siriana e irachena, tra cui quattro bambini. «La differenza qui è che noi non facciamo operazioni di soccorso, ma operazioni di polizia», spiega il colonnello Maurizio Muscarà, comandante del reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza di Bari. «L’esposizione al rischio è molto minore rispetto alla rotta africana. In questa parte di Mediterraneo si usano motoscafi di centinaia di cavalli l’uno in grado di coprire le distanze in pochissime ore».
Il video dell’operazione del 5 maggio 2015
Le potenti imbarcazioni che prima nel basso Adriatico trasportavano sigarette di contrabbando, ora hanno sostituto il tabacco con gli esseri umani. Stessa rotta e con mezzi molto simili. Una autostrada via mare lungo percorsi che partono dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan o addirittura dal Pakistan.
Dall’inizio di maggio l’operazione Triton, non a caso, ha potenziato i pattugliamenti nell’area del basso Adriatico e dell’alto Ionio. «Gli scafisti fanno sostare i migranti sulla costa greca ionica, da Corfù in giù, in attesa del momento propizio per salpare, sia dal punto di vista delle condizioni del mare sia dal punto di vista della vigilanza», spiega il comandante Muscarà. Lungo questa rotta i viaggi devono essere conclusi e arrivare a destinazione. I trafficanti non possono permettersi “mezzi a perdere”. «Usano imbarcazioni costose che arrivano a 35/40 nodi di velocità e che sono riutilizzate di frequente. Magari navi di cui viene denunciato il furto qualche giorno dopo in un porto greco. E le condizioni di viaggio non sono disumane come quelle lungo la tratta libica. Non c’è necessità di soccorrerli». Se il viaggio è più sicuro, anche il prezzo del biglietto sale. Dalla Siria all’Italia sispendono 6-7mila dollari, di cui 3-4 mila solo per la traversata in mare.
“L’esposizione al rischio è molto minore rispetto alla rotta africana. In questa parte di Mediterraneo si usano motoscafi potenti in grado di coprire le distanze in pochissime ore. Non a caso il prezzo che pagano i migranti è più alto”
Soldi che finiscono anche nelle tasche di scafisti italiani. Negli ultimi mesi in queste acque quattro connazionali sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. «Non si può ancora dire con certezza che ci sia un collegamento con la Sacra corona unita», dice Muscarà. «Siamo in fase di accertamento. C’è di sicuro un interesse da parte della criminalità organizzata locale, che offre supporti logistici e coperture a terra, fornendo indicazioni per evitare i controlli di polizia».
A volte, per schivare le navi di pattugliamento, gli scafisti riescono a spingersi anche più a Nord del Salento, fino quasi all’altezza delle coste baresi. Le imbarcazioni, spesso barche a vela insospettabili, si confondono facilmente nelle acque del canale. A fine aprile la Guardia di finanza di Corigliano Calabro e di Crotone ha individuato un veliero partito dalla Turchia e guidato da due ucraini, che ha scaricato sulla costa ionica calabrese 23 profughi iracheni per poi tornare indietro ed essere fermato solo a 10 miglia dalla costa. 
La rotta da Est
La guerra civile in Libia ha portato soprattutto i milioni profughi siriani in Turchia a preferire questa rotta rispetto a quella del Mediterraneo centrale, ha spiegato al Guardian qualche giorno fa Stathis Kyroussis, capo di Medici senza frontiere in Grecia. Colpa, forse, anche delle norme più restrittive sulla concessione dei visti in Algeria, dove i siriani di solito arrivavano in aereo prima di raggiungere in Libia e imbarcarsi poi verso le coste italiane.
La Grecia spesso è solo una delle tappe di un lungo viaggio che prosegue poi verso l’Italia, per concludersi in alcuni casi nei Paesi del Nord Europa dove viene richiesta la protezione internazionale. Gran parte dei flussi è composto da siriani che, come spiegano dall’agenzia Frontex, spesso chiedono di poter sostare in Grecia senza chiedere l’asilo. Il sistema di protezione internazionale nel Paese funziona poco e male. Le attese a volte superano i due anni e il tasso di riconoscimento dei rifugiati non raggiunge lo 0,5 per cento.
Nei primi quattro mesi dell’anno, gli arrivi dalle coste turche sulle isole greche del mare Egeo hanno già quasi raggiunto i due terzi degli arrivi totali dello scorso anno: 21.745 migranti sbarcati via mare dall’inizio del 2015, quando nel 2014 gli sbarchi in totale erano stati 33.951. Solo nel mese di aprile, a Kos sono arrivati 2.110 profughi; lo scorso anno nello stesso periodo se ne contavano 72.

mappa frontex

Viaggi sui mercantili dalla Turchia
Second l’agenzia Frontex, il traffico su questa rotta è cresciuto anche grazie all’uso di navi cargo che salpano dai porti della Turchia per approdare direttamente in Italia. Piccole imbarcazioni di legno vengono usate lungo le coste turche a Sud Est per raggiungere i porti di Mersina e Adana, principali snodi da dove partono i mercantili diretti in l’Italia.
Un viaggio su una nave cargo per un profugo costa tra i 4.500 e i 6mila euro, da pagare in contanti qualche giorno prima della partenza o tramite il sistema Hawala una volta arrivati a destinazione. Un prezzo alto, spiegano da Frontex, perché la traversata è giudicata sicura e di più facile successo rispetto ai barconi che partono dalla Libia. Il guadagnod i un singolo viaggio per i trafficanti si aggira quindi tra i 2,5 e i 4 milioni a seconda della grandezza dell’imbarcazione e del numero di migranti che riesce a contenere.
L’ultimo giorno dell’anno del 2014 nel porto di Gallipoli è approdata la nave cargo Blue Sky M. Partita dalle coste turche, trasportava 970 migranti, quasi tutti siriani. Qualche giorno dopo, a Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza, è attraccato il mercantile Ezaaden, con 400 siriani a bordo. Entrambe le imbarcazioni sarebbero partite dallo stesso porto della Turchia.


mappa frontex 2

Lidia Baratta - 12 maggio 2015
fonte: http://www.linkiesta.it

11/05/15

Il Paese dei privilegi dove a pagare sono sempre i soliti, un popolo sempre più indifeso per il quale conta poco persino una sentenza della Corte Costituzionale - ''I 1.800 politici e sindacalisti con la doppia pensione a sbafo ''





Il Paese dei privilegi




I 1.800 politici e sindacalisti con la doppia pensione a sbafo
Una bella pensioncina (e neanche tanto "ina") senza mai aver versato il becco di un quattrino in contributi. Non accade nel Paese di bengodi, ma in Italia (per alcuni sono sinonimi). A raccontare la vicenda è il quotidiano Italia Oggi, secondo il quale ci sono migliaia di politici e sindacalisti (la maggior parte di sinistra) che dodono del doppio assegno. A permetterglielo, scrive il quotidiano economico, è la legge Mosca, che, approvata nel 1974, ha permesso lo sbarco a circa 40 mila personaggi, compresi nomi di peso come l' ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, di entrare nel paradiso delle pensioni Inps ottenute senza avere mai versato una lira di contributi.
Una sorta di variazione della legge ha consentito a uno stuolo di politic, aggiungendo alla pensione da parlamentare o da sindaacalista anche quella da giornalista, i cui contributi però sono stati pagati dall' Inpgi, l' ente di previdenza dei giornalisti, cioè dai giornalisti in servizio. Lo stesso principio di rivalutazione è stato applicato anche ai non parlamentari che abbiano lavorato in nero o senza contratto o con contratto improprio in giornali politici, sindacali ecc. Accorgimento costato alle casse della previdenza dei giornalisti (Inpgi) quattrocento miliardi di lire.
Scrive Italia Oggi che la leggina fu presentata per sanare la situazione di qualche centinaio di persone, che nel dopoguerra avevano lavorato per sindacati o partiti politici più o meno in nero, cioè senza che a loro nome fossero stati versati all' Inps i contributi dovuti. Bastava una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato o del partito e si potevano riscattare, al costo dei soli contributi figurativi, interi decenni di attività. Tra i beneficiari della legge Mosca, molti nomi della politica e del sindacato che furono: Armando Cossutta, Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Sergio D' Antoni, Pietro Larizza, Franco Marini, Ottaviano del Turco. In base agli ultimi dati disponibili, a godere di questo regime speciale di doppio contributo - in vista di una pensione moltiplicata per lo stesso fattore - sono 1.793 sindacalisti, dei quali ben 1.278 fanno capo alla Cgil.

http://www.liberoquotidiano.it - 23 aprile 2015

IMMIGRAZIONE CLANDESTINA /LIBIA - '' L'Italia non ha alternative: solo la guerra sconfiggerà i terroristi islamici in Libia ''





Immaginare che sia un fatto positivo e addirittura un successo per l’Italia l’eventuale accordo sulla distribuzione tra gli stati europei degli “asilanti”, l’ennesimo eufemismo per occultare la realtà dei clandestini, significa non sapere o far finta di non sapere che accrescerà l’afflusso di clandestini. Il successo sarà casomai degli scafisti. A parte il maggior contributo finanziario e di unità navali dell’Unione Europea finora pressoché inesistente, il nostro paese dovrà comunque gestire il soccorso in mare, lo sbarco sulle nostre coste, l’impossibile identificazione di chi astutamente si presenta senza documenti, gli accertamenti medici specie dopo la conferma della diffusione di scabbia, varicella e tubercolosi, la prima assistenza che potrebbe durare mesi, poi le partenze verso le varie destinazioni finali.
Così come immaginare fattibile e risolutivo il bombardamento delle imbarcazioni attraccate sulla costa libica o comunque senza i clandestini a bordo, significa peccare di ingenuità e comportarsi irresponsabilmente perché, immediatamente dopo, l’Italia diventerà il bersaglio del terrorismo islamico con il lancio di missili, attentati dentro casa nostra e l’invasione contemporanea di centinaia di migliaia di clandestini.
Qualsiasi autorità al mondo che controlla militarmente e politicamente un territorio, persino il più che mite governo italiano che concepisce il compromesso con il nemico un dogma di fede, reagirebbe nel mondo più violento qualora dovesse subire un’aggressione militare, a maggior ragione se venisse distrutta una fonte di ricchezza vitale della propria economia. Ed è questo il caso dei barconi e dei gommoni che partono dalla costa libica, da quattro anni controllata da bande terroristiche islamiche che, in combutta con la criminalità organizzata straniera ed italiana, la complicità di una rete di fette dello Stato compiacenti, cooperative e associazioni catto-comuniste, imprenditori prezzolati, garantiscono al terrorismo islamico una taglia cospicua su un giro d’affari stimato complessivamente in 43 miliardi di euro.
La conclusione è che se si vuole stroncare questo traffico di clandestini non c’è alternativa alla guerra totale ai terroristi islamici che, oltre alla costa controllano il retroterra compresi i pozzi petroliferi, perseguendo esplicitamente l’obiettivo di sconfiggerli per ripristinare uno stato di diritto che garantisca l’ordine e la sicurezza della Libia.
Va bene quando Marco Minniti, Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, dice: “La Libia è lo specchio dell’Europa e l’Europa non può permettersi una nuova Somalia a 400 chilometri dai suoi confini (…) Va liberata dal terrorismo e stabilizzata in una cornice di condivisione della comunità internazionale. Va aiutata a ricostruire uno Stato con i suoi apparati che oggi sembrano essersi sbriciolati”.
Ma Minniti sbaglia se pensa, al pari del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che quest’obiettivo possa essere il frutto di un sodalizio tra il governo laico riconosciuto internazionalmente insediato a Tobruk e i Fratelli Musulmani che l’hanno spodestato violentemente occupando Tripoli, intimando loro di rappacificarsi per far fronte comune contro l’Isis, così come inutilmente cerca di fare da otto mesi il delegato speciale dell’Onu Bernardino Leon.
L’Italia si rassegni. Per il governo libico i Fratelli Musulmani sono terroristi alla stregua dell’Isis e vanno pertanto combattuti. Questa è anche la posizione dell’Egitto di Al Sisi, dell’Arabia Saudita del nuovo re Salman e degli Emirati Arabi. A sostegno dei Fratelli Musulmani sono invece schierati la Turchia di Erdogan e il Qatar. La Tunisia e l’Algeria sono contrari ad una soluzione militare per il timore che possa destabilizzare il loro fronte interno fortemente condizionato dai Fratelli Musulmani.
Al di là dello schieramento regionale, resta il fatto che l’Italia è inequivocabilmente il bersaglio dichiarato e prediletto dei terroristi islamici. Non possiamo più tergiversare. Proprio perché abbiamo maturato la convinzione che i barconi utilizzati nel traffico dei clandestini debbano essere distrutti, riuscendo a convincere l’Europa e forse anche l’Onu, dobbiamo ora assumere la consapevolezza che di fatto è una dichiarazione di guerra. Ciò non significa automaticamente che l’Italia debba impegnarsi direttamente sul territorio libico, anche perché diciamocelo sinceramente non saremmo preparati.
In un’intervista al Giornale di Gian Micalessin, il capo di Stato Maggiore dell’esercito regolare libico, il generale Khalifa Haftar, dice che l’Italia sbaglierebbe sia colpendo obiettivi limitati, quali i barconi, sia impegnandosi con forze di terra, perché “il vostro Paese si ritroverebbe coinvolto in un conflitto a cui non è preparato”. A suo avviso “mandare i soldati italiani o europei a morire in Libia è inutile. Dateci le armi e il lavoro lo faremo da soli”. Che cosa aspettiamo a cogliere questa opportunità? O continueremo a suicidarci tra l’ignoranza, la viltà, la sottomissione ad Obama e alla sua scelta folle di sostenere i Fratelli Musulmani, l’interesse scandaloso di capi e capetti che per denaro tradiscono l’Italia e nuocciono agli italiani?

DIi Magdi Cristiano Allam - 11 maggio 2015
fonte: http://www.ioamolitalia.it
di Magdi Cristiano Allam 11/05/2015 14:58:07

10/05/15

CASO MARO' - '' Il governo impantanato sui marò ''


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“L’Italia perde la pazienza sui marò, ora si va all’arbitrato” titolava il 5 maggio un lancio dell’agenzia ANSA riprendendo le anticipazioni del Corriere della Sera  che avevano riferito di una profonda insoddisfazione del governo italiano dopo un anno di vana attesa di aperture da parte indiana per risolvere il contenzioso che coinvolge i fucilieri di Marina Salvatore Girone (in India) e Massimiliano Latorre (ancora in Italia in convalescenza).
Dopo oltre un anno di tentativi diplomatici con l’India per riportare a casa i due marò, il governo avrebbe gettato la spugna per portare il caso davanti ad un tribunale internazionale. Un arbitrato a cui già l’anno scorso il governo Renzi appena insediato aveva fatto sapere di voler ricorrere per poi smentirsi e rinunciarvi in favore di una sterile trattativa con l’India che condotta negli ultimi tempi dal sottosegretario con delega ai servizi segreti Marco Minniti.
“La proposta di mediazione diplomatica italiana è dalla fine dell’estate scorsa sul tavolo di Ajit Doval, consigliere per la sicurezza nazionale di Modi.

 

Nonostante rassicurazioni verbali, però, la discussione non avrebbe mai preso il volo. Il governo Renzi, dunque, ha preso atto che la via diplomatica è finita nella sabbia” scrive Danilo Taino sul Corriere.
Che l’Italia, finora sempre in ginocchio ai piedi dell’India, abbia davvero  “perso la pazienza” fa un po’ ridere dopo un anno di blaterare governativo sulla ricerca di una soluzione politica del caso. Del resto il cambio di passo del governo italiano è ancora tutto da confermare.
“Non commento le indiscrezioni” si è limitato a dire il capo della Farnesina, Paolo Gentiloni ma altre fonti governative non hanno smentito quanto riportato dal Corriere della Sera, che dà ormai per certa la strada dell’arbitrato internazionale.
Del resto non c’era bisogno dei patetici rinvii della Corte Suprema indiana (l’ultimo ha posticipato al 7 luglio la discussione sulla giurisdizione circa il ricorso italiano) per rendersi conto che, dopo oltre tre anni, Nuova Delhi non solo non ha in mano nessun elemento per poter incriminare i due militari italiani ma al tempo stesso non ha intenzione di rilasciarli, forse temendo un impatto negativo in termini di consenso popolare per il governo nazionalista di Narendra Modì.

 

Sconcerta poi ridere che a Roma si continui con la politica delle “bocche cucite” con la stampa per non far trapelare decisioni che leggeremo tra pochi giorni (forse tra poche ore?) sulla stampa indiana. Dopo che tre governi italiani sono stati umiliati dalla vicenda dei marò anche sul fronte mediatico la politica romana non ha ancora capito la dimensione globale della comunicazione e che tacere a Roma significa coprirsi di ridicolo se poi le notizie trapelano a Nuova Delhi.
All’opposizione il senatore Maurizio Gasparri e il presidente della Commissione Difesa della Camera, Elio Vito (Forza Italia), pur riconoscendo come “giusta” la strada dell’arbitrato stigmatizzano di aver “dovuto constatare che anche questa decisione la si debba apprendere dai giornali e non venga comunicata nelle sedi istituzionali proprie”.  Più dura la posizione dei M5s: “Se la notizia venisse confermata, sancirebbe il fallimento politico di un esecutivo che solo qualche mese fa aveva parlato di ‘soluzione politica’. Peccato ci si svegli sempre troppo tardi”.

 

Non mancano poi i dubbi su quale tipologia di arbitrato verrà adottata dall’Italia. Secondo gli esperti di diritto internazionale ci sono almeno due opzioni: l’arbitrato classico e quello “obbligatorio” previsto dalla Convenzione sul Mare e in capo al Tribunale di Amburgo.
Strade che comporterebbero – almeno secondo il parere degli esperti – tempi e procedure diverse. Quello classico può essere attuato solo con il consenso dell’India anche sulla costituzione e le regole di funzionamento del collegio arbitrale. Ipotesi che pare francamente inattuabile considerato che il governo e  la magistratura indiana Non hanno mai neppure risposto alle richieste ufficiali italiane.
“Ci vorrebbero anni”, fa notare Angela Del Vecchio, ordinario di diritto internazionale alla Luiss ed esperta della vicenda dei marò. La seconda strada sarebbe invece più veloce e snella: il ricorso unilaterale al Tribunale del Mare che può anche assumere decisioni temporanee come quella di trasferire Girone e Latorre in un Paese terzo, consentendo loro di lasciare l’India.
E che quindi potrebbe portare a qualche evoluzione “già in 4-5 mesi”. Il tempo stringe non solo perché ormai quella dei marò è divenuta una “saga” che ben dimostra la credibilità internazionale dell’Italia ma anche perché occorre sottrarre Girone dalla frustrazione della lunghissima permanenza in India e sbloccare la situazione di Latorre, la cui licenza italiana per ragioni di salute è stata prolungata da Delhi fino al 15 luglio ma difficilmente il militare potrà beneficiare di ulteriori proroghe.

 

In tal caso Roma si troverebbe presto di nuovo davanti al dilemma se rimandare Latorre in India oppure trattenerlo in Patria provocando la reazione di Delhi.
Il ricorso al tribunale del Mare di Amburgo è previsto dalla Convenzione sul Mare e secondo la professoressa Del Vecchio e lo strumento più semplice e rapido. Basta che l’Italia presenti la domanda. Subito dopo il Tribunale inizia la procedura di istituzione del consiglio arbitrale che in tempi brevi, 4-5 mesi in tutto, diverrebbe operativo.
Nel caso in cui l’India prendesse tempo o non ottemperasse alle richieste sarebbe lo stesso Tribunale a nominare d’ufficio gli arbitri. La Del Vecchio spiega inoltre che il tribunale così costituito potrebbe anche giudicare “in contumacia” e cioè anche se l’India rifiutasse di presentarsi in aula.
In aggiunta – è qui potrebbe essere la chiave di volta – già dopo la presentazione della domanda italiana al Presidente del Tribunale del mare potrebbero essere richieste “misure provvisorie”, che nel caso dei due marò potrebbero tradursi nella richiesta italiana di consentire loro di lasciare l’India. La destinazione scelta dal Tribunale internazionale del mare non potrebbe essere certamente l’Italia, ma uno Stato terzo anche rispetto all’India, “come il Belgio, sede della Nato e dell’Unione Europea, la Francia, il Canada o qualunque altro estraneo alla controversia.

 

E’ “l’unica via veloce e percorribile che non presuppone il consenso delle parti e che potrebbe portare al risultato in tempi stretti: far uscire i due marò dall’India”, spiega la giurista e non ci sembra un risultato di poco conto tenuto conto del nulla prodotto da 40 mesi di pseudo-negoziati con l’India.
Solo l’improvvisazione con cui tre governi italiani hanno cercato di gestire la vicenda può spiegare il mancato ricorso, fin dall’inizio della vicenda, al Tribunale del diritto del Mare, organo indipendente delle Nazioni Unite, creato con la III Convenzione internazionale sulla legge del mare che si tenne a Montego Bay, in Giamaica, il 10 dicembre 1982. Il tribunale è chiamato a dirimere i contenziosi tra le 149 nazioni aderenti al Trattato ratificato anche da Italia e India.

da Nuova Bussola Quotidiana
Foto: Difesa.it, Lapresse, ANSA

di Gianandrea Gaiani, 10 maggio 2015
http://www.analisidifesa.it