Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via email all'indirizzo edomed94@gmail.com Saranno immediatamente rimossi. L'autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.


Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

17/05/14

Le elezioni indiane Le attese per i Marò L’azzardo contractors


Due anni dopo e due Marò sempre detenuti si ricomincia da capo. Basta Stafan De Mistuira a fare l’italiano pansando in svedese, torna l’ambasciatore richiamato dopo lunghe “consultazioni” e ora aspettare per vedere come girerà la giostra indiana col governo della destra nazionalista hindu
Ricordate i due fucilieri di marina Latorre e Girone che qualcuno aveva fatto salire a bordo della Enrica Lexie? Un piacere fatto per legge agli armatori. In quel caso all’imprenditore Messina che per la minaccia dei pirati in quel tratto di oceano sino alla costa somala era costretto a pagare o polizze assocurative da briviso ai Lloyrd’s o un mucchio di soldi a qualche compagnia di Contractors privati. Noi non ce ne siamo mai dimenticati e continuiamo a cercare novità, convinti che in tutta quella storia c’è qualcosa che puzza e non riguarda certo la buona o pessima mira del nostri marò.

Sapete che accade oggi tra chi naviga in quelle acque? Mediamente sono tra le12 e le16 i mercantili di bandiera italiana che navigano nelle così dette acque di ‘pirateria’. Ebbene, solo di queste 4 hanno a bordo i nuclei militari di protezione, i ‘Nuclei di Protezione Militare’ composti da sei marò della Marina Militare. Esattamente come era sulla Enrica Lexie. Gli NPM -come vengono chiamati- sono impiegati nelle tratte di oceano indiano tra Gibuti fino a Galle, nello Sri Lanka. Lo Stato ci mette uomini, professionalità e armi, l’armatore rimborsa i tre soldi di ‘missione estera’ e le altre spese.

antipirateria cecchino sito

Altri Latorre e Girone in giro per mari infidi. Ma è più interessante sapere che ben 6 marcantili, di solito cargo “ro-ro”, “portacontainer”, ma anche petroliere con rotta attraverso il canale di Suez imbarcano team di 4 guardie giurate. Quindi quelcuno che paga il soldo sonante della vigilanza arnata privata c’è. Poi ci sono annche quelli che rischiano, altre sei imbarcazioni dirette in oriente che viaggiano prive di team di NMP e Guardie giurate. Rischio calcolato. Si gioca sull’interesse dei sequestratori, sui rischi per loro -i pirati- nell’arrembaggio e poi nel vigilare le navi per il riscatto.

Pensiamo ad una nave gasiera o carica di sostanze chimiche. Per loro minor rischio sequestro da parte dei pirati che nell’ abbordaggio avrebbero problemi ad esplodere colpi di arma da fuoco e razzi RPG e successivamente a mantenere in sicurezza il carico durante la sosta forzata in acque somale. Ma andiamo a curiosare oltre. Cosa accade sui mercantili di altri Paesi? Ad esempio i potentissimi Stati Uniti d’America che da sempre sono contrari a pagare per un riscatto ne che poi persegono impietose ventedette di ammonimento. Ad esempio con l’impiego dei loro Marò, i noti Navy SEAL.

SOMALIA-PIRACY-NATO-PORTUGAL

Indicativo il caso del mercantile statunitense Maersk Alabama. Nel 2009 la portacontainers viene sequestrata da un gruppo di 4 pirati somali. A fermare il dirottamento intervengono navi militari con tiratori scelti che uccidono 3 pirati. Da allora nessun altro tentativo contro navi stelle e striscie. Troppo da Cowboy ma con un utile ammonimento a seguire. Per il futuro dei prossimi contractors di casa, le speciali guardie giurate anti pirateria di cui ancora non sappiamo chi le possa addestrare. Sempre sulla Maersk Alabama, a febbraio, due ex Navy SEAL sono morti a bordo per overdose.

Materia interessante quella del riciclo dei nostri ex militari d’assalto. Chi verifica per conto dello Stato la loro idoneità, chi addestra e chi e quanto ci guadagna? Andremo ad impicciarci.

15 maggio 2014 - Ennio Remondino

http://www.remocontro.it

16/05/14

India svolta a destra Risultati ormai certi Speranze per i Marò?

La destra torna al potere dopo 10 anni. La coalizione guidata dal futuro premier Narendra Modi ha conquistato i seggi necessari per avere la maggioranza assoluta nel Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento indiano. Affermazione del partito nazionalista indù del Bharatya janata party.
300 seggi su 543, maggioranza assoluta senza voncoli di alleanze con altre forze politiche. La destra nazionalista indu di Narendra Modi stravince e fa manbassa dei seggi nel Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento indiano. Iniziati i festeggiamenti davanti alla sede del partito indù nazionalista del Bharatya janata party a New Delhi. “L’India ha vinto!”, ha commentato su Twitter Modi che giurerà come primo ministro il 21 maggio. Nella sede del Congresso e’ prevista nel pomeriggio una conferenza stampa della leader italo indiana Sonia Gandhi e del figlio Rahul sconfitti.

INDIA-POLITICS-BJP-MODI

Ma chi è il vincitore che sbaraglia la potente famiglia dei Gandhi e si impone con il suo composito movimento nazional-popolare che ricorda in molti aspetti le organizzazioni fasciste italiane? Il ritratto del movimento del Bharatya janata party in un precedente pezzo dei RemoContro (http://www.remocontro.it/2014/04/19/india-meno-ascetica-dopo-ghandhi-nazionalismo-hindu/) Restano per l’Italia gli interrogativi su cosa potrà rappresentare questo cambio radicale di indirizzo politico per la sorte dei due fucilieri di marina sempre in attesa di giudizio e della libertà.

16 maggio 2014

http://www.remocontro.it

Carabinieri di Sicilia e Calabria da 4 anni con il blocco stipendiale. La denuncia dei rappresentanti







Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa del Consiglio intermedio di rappresentanza Co.i.r. culqualber di Sicilia e Calabria.


In data 13 e 14 Maggio 2014 il CO.I.R. Culqualber ha voluto riunire a Messina i due Co.Ba.R confluenti Calabria e Sicilia, in Rappresentanza dei 16 mila Carabinieri che prestano servizio in queste terre difficili, belle e problematiche.
Alla riunione ove hanno presenziato anche i Delegati del Consiglio Centrale di Rappresentanza, si è discusso principalmente della drastica situazione economica che il personale dell’Arma sta subendo da 4 anni, per via del blocco stipendiale creato in modo insensato, sviluppato in modo nettamente penalizzante rispetto alla altre categorie e prorogato ingiustamente da tutti i Governi.
Da troppo tempo questa Rappresentanza Militare della Sicilia e della Calabria vede in successione, provvedimenti Normativi che penalizzano fortemente ed in modo sproporzionato i Carabinieri di tutta Italia, già tra l’altro penalizzati dalla specificità di essere uomini con le stellette e quindi privi della libertà d’azione che invece hanno altre categorie del pubblico impiego.
Dal 1996 ad oggi, nessun Governo si è preso a cuore i problemi sollevati più volte dalle Rappresentanze Militari.
Ai Carabinieri è stata tolta la possibilità di avere una pensione dignitosa, gli è stata tolta la possibilità di crearsi un futuro ed una famiglia e dopo anni di sacrificio e di vittime, gli è stata tolta la possibilità di vivere con uno stipendio meritevole per via del blocco stipendiale avviato ben 4 anni fa e che colpisce 90 mila uomini e donne.

Questa Rappresentanza della Calabria e della Sicilia rimane sconcertata dalle promesse mai mantenute che i vari Governanti hanno posto in essere su documenti, interviste e quant’altro.
Dovendo dare risposte concrete ai colleghi questa Rappresentanza Militare dice:

• Basta a questi atteggiamenti provocatori redatti dai Governanti che si susseguono al potere e che mirano, forse, a far scendere i Carabinieri in Piazza a protestare come le altre categorie;
• Basta osannare i delinquenti e massacrare i tutori dello Stato;
• Basta essere considerati cittadini sacrificabili.

Inoltre invita gli altri CO.I.R. d’Italia, ad organizzare insieme al CO.CE.R. dell’Arma ”una Assise Generale a Roma anche liberi dal servizio, allorquando il Governo si presti a prorogare anche per il 2015 il blocco stipendiale.
Questo CO.I.R. Culqualber, i due Co.Ba.R. Sicilia e Calabria in sinergia con il CO.CE.R. Carabinieri, vigileranno sull’operato del Governo e nel caso attueranno forti forme di protesta, al fine di ridare fiducia ai Carabinieri e dignità alle rispettive famiglie, le quali pagano più di tutti il disagio di esserci al fianco in modo silenzioso ma sofferente. 
In un paese dove i furbi si arricchiscono, altri difendono i loro privilegi e i delinquenti osannati, avere uomini e donne che credono nella bandiera Italiana, che credono nei valori sociali ed umani e per tali sono pronti a sacrificare i loro cari ed anche la propria vita, è segno di civiltà, è segno di patriottismo è segno di sicurezza, la quale parola deve essere coltivata e preservata come un albero secolare e non tranciata come una siepe spinosa.

di redazione - 15 maggio 2014
fonte: http://www.essepress.com

15/05/14

Scorta alla Boldrini, la rabbia della polizia


I Sindacati: «Mai visti agenti dormire dentro la casa di una carica istituzionale» 


Il Siulp conferma che mai una carica istituzionale ha avuto un sistema di sicurezza e protezione così imponente. Il Sap consiglia ironicamente alla presidente della Camera di «stare attenta ai poliziotti malati». Il Coisp denuncia che uno «scempio» come quello dei 27 uomini impegnati a garantire unicamente l’incolumità di Laura Boldrini «è un’offesa allo Stato, alle Istituzioni e a tutti gli italiani». Il Siap chiede nuove regole. L’inchiesta pubblicata da Il Tempo sull’enorme apparato di protezione per la terza carica dello Stato, il suo fidanzato e la figlia (che ci costa ogni anno oltre un milione e centomila euro) ha fatto infuriare i sindacati di Polizia. E a poco valgono le precisazioni del suo portavoce, il quale sostiene che non è stata lei a chiedere di rafforzare la scorta ma che, invece, a decidere sono stati i «responsabili di pubblica sicurezza». Una versione smentita dal segretario generale del Siulp di Roma: «Il Comitato di sicurezza e ordine pubblico, benché libero e scevro da qualunque condizionamento, non può non tener conto delle indicazioni che vengono fornite dal Presidente della Camera - afferma Saturno Carbone - E, per quanto ci sforziamo, non ricordiamo un altro caso di operatori di polizia che abbiano ricevuto l’ordine impartito dal Comitato di dormire nello stesso appartamento della carica istituzionale che proteggevano...Fino ad oggi sono sempre bastati la scorta e il posto fisso. Per concludere - dice ancora Carbone - fino a prova contraria, la persona che ha subito l’attentato a piazza Colonna era un appartenente alle forze dell’ordine e non una carica istituzionale. Se fosse vero che la scorta alla Presidente della Camera è stata rinforzata dopo quell’episodio, allora dovrebbero darla a ogni singolo agente o carabiniere...». Per il segretario del Sap, «la presidente della Camera, spesso critica nei confronti delle forze di polizia e sempre pronta a stringere le mani a tutti, fuorché alle vedove e ai parenti dei poliziotti morti in servizio, non può avere una scorta così rilevante. Ammiriamo da questo punto di vista il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che gode certamente di un dispositivo di sicurezza più discreto e che non si risparmia passeggiate a piedi e viaggi in treno - spiega Gianni Tonelli - Vorrei poi permettermi di dare un consiglio alla Presidente Boldrini, considerato che molti nella sua parte politica ritengono che la Polizia di Stato sia "malata". Stia molto attenta dal punto di vista della profilassi, considerato l'alto numero di poliziotti che frequenta ogni giorno e che rischiano la vita per proteggerla...». Il Siap, da parte sua, ritiene necessaria «l’introduzione di nuove regole di ingaggio in merito all’impiego e all’uso delle scorte adibite alle personalità istituzionali più rilevanti della Repubblica, per evitare che i poliziotti impegnati nei servizi siano esposti a richieste assurde, tra cui le intemperanze dettate da aspetti caratteriali e culturali della personalità scortata», propone il segretario Giuseppe Tiani. «Mi permetto di ricordare alla Presidente Boldrini - continua Tiani - che la scorta deve essere limitata ai casi di assoluta necessita, quando cioè sono realmente conclamati i rischi a cui sono esposte le personalità e, il principio deve valere anche per le figure istituzionali più importanti, per cui va fatta una selezione più stringente anche sul tipo di scorta da adottare e impiegare, considerati gli elevati costi». Secondo Franco Maccari, segretario del Coisp, il sistema delle scorte «è inefficiente, considerato che comporta non di rado costi del tutto evitabili e praticamente inutili, è soggetto ad abusi di ogni genere e necessita di una revisione completa, di una previsione chiara e rigida di compiti e di limiti entro cui deve svolgersi un servizio che resta pubblico, ma che troppi intendono come un rapporto di natura "privatistica", pensando di poterne disporre a proprio piacimento. La scorta - prosegue Maccari - è per lo più concepita come uno status symbol. Solo chi pensa di poter disporre di chi serve lo Stato (e non lo scortato, si badi bene) può concepire una frase come "intendo rinunciare alla scorta". Lo scortato può solo decidere di andare ben oltre i limiti della correttezza e dell'onestà, prendendoci gusto e finendo per abusare di un servizio reso nel solo interesse dello Stato. Denunciamo da tempo certi scempi che, soprattutto in tempi in cui si chiedono sacrifici agli italiani e miracoli ai Poliziotti, sono un'offesa allo Stato, alle Istituzioni, a tutti i cittadini».

Maurizio Gallo -  15 maggio 2014
fonte: http://www.iltempo.it/politica

POLIZIA: TELECAMERE SULLA DIVISA PER REGISTRARE GLI SCONTRI. SPERIMENTAZIONE A ROMA E MILANO







Per ora si tratta solo di un esperimento di sei mesi nelle due città, Roma e Milano, dove più frequentemente si tengono cortei. Ma se dovesse poi funzionare l'elenco dei luoghi dove utilizzarlo potrebbe allungarsi.

Stiamo parlando di un novità importante, dopo le polemiche di queste settimane per gli scontri nei cortei e i problemi di ordine pubblico durante la finale di Coppa Italia, che riguarda i reparti mobili della polizia:l'utilizzo di telecamere montate sulla divisa dei poliziotti che svolgono servizio servizio d'ordine pubblico. Il via alla sperimentazione, come spiega sul Corriere Fiorenza Sarzanini, lo ha dato il Viminale e potrebbe essere operativo il prossimo sabato quando nella Capitale arriveranno i movimenti che chiedono la tutela dei beni comuni e protestano contro le privatizzazioni.
Come funziona La telecamera viene agganciata alla divisa dell'agente, lo strumento si attiva ogni volta che si interviene. Saranno - spiega Sarzanini - i capisquadra dei reparti mobili a tenere il dispositivo elettronico. Ogni caposquadra governa un gruppo di dieci agenti quindi le riprese riguarderanno almeno 1500 uomini. Gli apparecchi hanno una tecnologia digitale e riversano il materiale in un server protetto che però dovrà essere messo a disposizione della magistratura in caso di incidenti o per l'accertamento di altri possibili reati sia da parte dei manifestanti, sia da parte dei poliziotti.

Niente numero identificativo Pare dunque accantonata l'idea, proposta da molti, di inserire un numero sul casco del poliziotto per identificarne l'identità. Una decisione che il capo della polizia Pansa sempre al Corriere spiega così: "Questo meccanismo regolamentare un volta che sarà approvato sarà chiaro a tutti. Sia coloro che manifestano, sia coloro che esercitano le attività. A quel punto il tema dell'identificativo nell'ordine pubblico non avrà ragion d'essere ".



fonte: http://infodifesa.blogspot.it - 15 maggio 2014

Follia in Sudan. Donna incinta condannata a morte "È un'apostata"




La donna è all'ottavo mese di gravidanza


Un'accusa fuori dal tempo e una pena atroce. Un tribunale sudanese ha condannato all'impiccagione Mariam Yehya Ibrahim, 27 anni, all'ottavo mese di gravidanza. 


La donna, cristiana, è accusata di apostasia, il rinnegamento della propria religione.l padre della donna è musulmano e la madre è cristiana. Amnesty International ha ricordato chela donna è stata cresciuta come cristiana ortodossa, religione della madre, in quanto il padre, musulmano, era assente fin dalla sua nascita. Poi la donna si era sposata con uno straniero cristiano, ma il tribunale di Khartoum l’ha condannata anche per adulterio perchè il suo matrimonio non è considerato valido dalla Sharia e quidi viene considerato come un adulterio.



Amnesty International, la classifica-delirio: l'Italia tra i paesi torturatori



Amnesty International, la classifica-delirio: l'Italia tra i paesi torturatori


Guardatevi le spalle, sempre. Quando uscite di casa o siete al telefono. Vivete in un Paese che tortura oppositori, criminali e perfino gente comune. Siete circondati da camere di tortura, attrezzate con ogni sorta di strumento punitivo ed estorsivo: temete per la vostra libertà e la vostra vita. Tale “consiglio” arriva da Amnesty Inetranational. Che, nella sua campagna per fermare la tortura, ha affiancato l’Italia ai cinque Paesi che necessitano di attenzione particolare - Messico, Filippine, Marocco, Uzbekistan e Nigeria - perché non abbiamo il reato di tortura nel codice penale. La cosa non sorprende, se si pensa che anche la terza carica dello Stato - la presidente della Camera Boldrini, per l’appunto - fa passare in ogni occasione l’idea che l’Italia violi diritti su diritti.
Ma vediamo chi, in questa grottesca lista, non figura. Cito dal sito di Amnesty: «Maltrattamenti e torture sono diffusi in Arabia Saudita. Tra i metodi usati ci sono pugni, percosse con bastoni, sospensione al soffitto o alle porte delle celle tramite caviglie o polsi, scariche elettriche sul corpo, prolungata privazione del sonno e reclusione in celle gelide». E ancora: «Un ex funzionario di sicurezza del più grande centro di detenzione politica della Corea del Nord per la prima volta ha raccontato ad Amnesty di detenuti costretti a scavarsi la fossa e di donne stuprate e poi scomparse. Centinaia di migliaia di persone, donne e bambini compresi, sono detenute nei campi di prigionia politica». Qualcosa non torna, è evidente. L’Italia, che assiste ogni giorno centinaia di migranti alla deriva, il Messico che se la vede con i narcos che uccidono migliaia di persone l’anno e il Marocco che sta riformando la disciplina dei diritti umani e della donna, sono Paesi torturatori su cui fare campagne ad hoc. Per Arabia Saudita e Corea del Nord invece niente segnalazioni speciali.
C’è poco da aggiungere: siamo di fronte a un’operazione dal sapore tutto italiano, condita dallo scandaloso buonismo di casa nostra. E dunque, tutti in silenzio ad ascoltare le accuse senza fondamento di chi dimentica Paesi canaglia come l’Afghanistan - in cui una donna si differenzia da un burqa solo se giace massacrata e sfregiata in una fossa - e le tira fuori quando c’è necessità politica, quando fa comodo. O si ricorda a intermittenza che Sahara Occidentale significa anche Algeria - ma a qualcuno fa più gioco puntare il dito lì dove la volontà riformatrice fa passi in avanti ogni giorno, piuttosto che agire su chi fa della sua impunità un vanto davanti al mondo. Ah, quasi dimenticavo: per donare, e confermare che in Italia anche voi sapete che la tortura esiste, basta anche la carta di credito…






di Souad Sbai - 15 maggio 2014

fonte: http://www.liberoquotidiano.it

Quella crociera sul Britannia prima del "governo tecnico"





                               (foto aggiunta)



di Roberto Santoro - 7 Novembre 2011


Il 2 giugno del 1992 il direttore del Tesoro, Mario Draghi, sale sulla passerella del Royal Yacht "Britannia", il panfilo della Regina Elisabetta ormeggiato nel porto di Civitavecchia. Draghi ha con sé l'invito ricevuto dai British Invisibles, che non sono i protagonisti di un romanzo complottista bensì i rappresentanti di un influente gruppo di pressione della City londinese, "invisibles" nel senso che si occupano di transazioni che non riguardano merci ma servizi finanziari.
I Warburg, i Barings, i Barclays, ma anche i rappresentanti di Goldman Sachs, finanzieri e banchieri del capitalismo che funziona, o funzionava, sono venuti a spiegare a un gruppo di imprenditori e boiardi di Stato italiani come fare le privatizzazioni.
Per il nostro Paese ci sono il già citato Draghi, il presidente di Bankitalia Ciampi, Beniamino Andreatta, Mario Baldassarri, i vertici di Iri, Eni, Ina, Comit, delle grandi partecipate che di lì a poco sarebbero state "svendute", così si dice, senza grande acume proprio da coloro che nell'ultimo scorcio della Prima Repubblica le avevano trasformate nei "gioielli di famiglia". Allora come oggi l'Europa tuonava contro l'Italia incapace di far fronte al debito pubblico, gli imponeva regole draconiane per entrare nell'euro, gli speculatori s'interessavano al nostro Paese, ed una classe politica in fase calante stava per essere travolta dal sol della magistratura.
Per gli invitati saliti sul Britannia fu un bagno di realismo: il capitalismo transnazionale, la tecno-finanza, i corsari della "deregulation" gettavano nel grande gioco la nostra piccola economia chiusa in se stessa, che durante la Guerra Fredda era prosperata all'ombra di Mamma Stato in modo neanche troppo miserabile viste le imprese di Mattei. Dopo aver assistito alle esercitazioni militari di una fregata inglese, con tanto di lancio di paracadutisti, Mario Draghi tenne una breve relazione sottocoperta spiegando agli astanti onori ed oneri delle privatizzazioni, con un certo malcelato scetticismo - lui che di quella elite sovrastatuale è sempre stato l'alfiere - sulle reali capacità dell'Italia di svecchiare il suo sistema industriale.
Probabilmente Draghi aveva già intuito che la cura sarebbe stata peggiore del male, che privatizzare senza un chiaro quadro di cosa significasse la parola liberalizzazione nella patria del consociativismo avrebbe provocato conseguenze drammatiche sui nostri conti pubblici, con le riserve della Banca d'Italia prosciugate e il prelievo forzoso nei conti correnti degli italiani ordinato di lì a qualche mese dal governo Amato.
Quello sul Britannia fu un incontro relativamente breve, una gita fino all'Argentario con chef d'altobordo, gamberetti e costolette d'agnello, come racconta uno dei giornalisti del Corriere invitato al seminario. Gli "Invisibles" strinsero relazioni e offrirono delle testimonianze sulla rivoluzione liberista operata da Reagan e dalla Thatcher nel mondo anglosassone, trasferita successivamente nel nostro Paese con il "miracolo economico" alla Telecom. Lo stato in cui oggi versano Poste Ferrovie e Autostrade fa capire che razza padrina abbia prosperato in Italia sulle ceneri del vecchio capitalismo familiare e ministeriale. Così, quando sentite parlare di governi tecnici o delle larghe intese non fidatevi, non si tratta di Ragion di Stato. C'è puzza di bruciato. La democrazia italiana sotto tutela.

di Roberto Santoro - 7 novembre 2011

fonte: http://www.loccidentale.it

__________________________

....se ben ricordo, dopo la crociera la lira si svalutò del 25% e le privatizzazioni risultarono più appetibili per gli investitori esteri.

I Due Fucilieri di Marina : la Ministra Mogherini ha imparato subito !




La Ministro degli Esteri Federica Mogherini è a Washington, dove ha incontrato il segretario di Stato Usa John Kerry.


La titolare dalla Farnesina, prima di partire per gli USA, aveva annunciato di voler affrontare tematiche importanti, prima fra tutte gli ultimi sviluppi sull'Ucraina  concordati al vertice di  Bruxelles del 12 maggio a cui hanno partecipato i responsabili della diplomazia dei 28 Paesi Membri dell’Unione e di avere intenzione, nel corso dell'incontro, di sollevare "sicuramente" il tema dei Maro' italiani accusati della morte di due pescatori in India, "anche per valutare insieme gli scenari aperti dalle elezioni indiane, e per aggiornare Kerry sui nuovi passi che l'Italia sta facendo sulla strada dell'internazionalizzazione della vicenda".

Direttamente da Washington, poi, la Mogherini è tornata sull’argomento informando che l'Italia chiederà agli Stati Uniti un sostegno nella crisi che riguarda i due Fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, detenuti in India. Una comunicazione ufficiale fornita ai media all’arrivo a Washington Dc. "Sarà un tema che solleverò, per valutare insieme gli scenari che le elezioni indiane aprono e anche per aggiornare Kerry, con cui avevamo parlato della vicenda dei marò durante la visita del Presidente  Barack Obama a Roma". In questa occasione la Mogherini ha anche precisato che l’'Italia sta preparando il terreno per un arbitrato internazionale ed evitare un processo in India ed aggiunto:  "Lo aggiornerò chiedendo un loro sostegno anche perche il tema fondamentale è il riconoscimento della immunità funzionale”.

L’incontro c’è stato. Al termine dei lavori la Responsabile della Farnesina ha tenuto una conferenza stampa il cui video è pubblicato su Youtube al link  https://www.youtube.com/watch?v=dE4eGnu22J0, ma, fatto possibile ogni errore di interpretazione delle sue parole, non emerge che abbia parlato con Kerry dei due Marò.

Un’omissione informativa o piuttosto una scelta della Ministro vincolata dalla ricorrente riservatezza che sempre di più viene imposta alla vicenda, o, piuttosto,  una omessa comunicazione dei media presenti?

Al momento non è dato da saperlo perché come di consueto specialmente negli ultimi due Governi, i brevi e sporadici flash sulla vicenda dei due Marò vengono immediatamente oscurati da un sipario impenetrabile da cui non permea nulla, mutuando l’approccio della “Secret Diplomacy” di boniniana memoria, di cui sembra  si sia invaghita anche la Mogherini e che abbia scelto la strada dei contatti riservati da non "divulgare".

Un silenzio forse suggerito da chi sembra stia ipotizzando contatti riservati con Modi, il vincitore delle elezioni indiane,  preferendo la linea “off record” che, in ogni caso, garantirebbe ai responsabili di poter affermare in caso di fallimento: “io non c’ero, se c’ero non ho visto”. Scelta, però, non coerente con la tanto declamata intenzione di internalizzazione della vicenda e con la volontà di garantire ai nostri militari il diritto dell’immunità funzionale.

Dubbi molti, certezze poche, ipotesi tante. Non ultima che la strada aperta il 22 marzo 2013 dal Governo Monti con la riconsegna dei due Fucilieri di Marina all’indebito giudizio dell’India, continua ad essere percorsa sotto la pressione di interessi non meglio definibili delle lobby economiche che continuano a mantenere sigillato “il vaso di Pandora” dell’intera vicenda.

Sicuramente come i fatti dimostrano si preferisce non “disturbare”  anche a danno della sorte di due uomini, di due cittadini italiani a cui si sta negando ogni tutela nazionale.



Fernando Termentini, 15 maggio 2014 - ore 11,15 
 
fonte:  http://fernandotermentini.blogspot.it

14/05/14

590- LA “BANDA” EUROPEA” SI RIUNISCE A FIRENZE








Chissà per quale legge di ineluttabile fatalità “i tedeschi” continuano ad affliggerci. La storia ci riporta più di un secolo di “alleanze italo- germaniche” disseminate di lutti e disgrazie. Ed ancora oggi ci è dato scorgere la mano straniera poggiata sulle nostre spalle che pensa di guidarci come fossimo ciechi o affetti da un qualche handicapp generazionale che ci suggerisce d’essere prigionieri di cotanta alterigia germanizzante. Ecco rispuntare il Shulz Martino in una bella riunione dI “cartello mafioso della UE” svoltasi a Firenze per l’egida del guascone ex sindaco innanzato agli onori degli altari da una setta politica minoritaria italiana il PD e sostenuto dalla caparbietà di un non-Presidente della Repubblica con atteggiamenti regali. Rinfreschiamo ai nostri lettori IL RICORDO degli avvenimenti accaduti nel luglio 2003 che riguardano lo Schulz del suddetto “cartello”. Tale “gentiluomo” dai modi cafoni e pressappochisti più prossimi all’hilterismo che alle aperture democratiche adenaueristiche, ritenne, non provocato, di scontrarsi duramente con il Signor Berlusconi. Da queste righe non intendiamo “giudicare”: non è nostro compito! , ma riteniamo opportuno censurare molto severamente le parole usate da questo Schultz lanciate contro “UN RAPPRESENTANTE DEL POPOLO ITALIANO” buono o cattivo che fosse, essendo queste valutazioni di sola competenza nazionale. Nella stessa riunione il detto Schultz ritenne di “valutare” il quozione intellettivo del signor Bossi, MINISTRO DELLA REPUBBLICA, valutazione di spettanza come sopra. Lo stesso personaggio nel 2009 a proposito di Jean-Marie Le Pen “espresse” giudizi negativi ed offensivi su tale PERSONAGGIO POLITICO FRANCESE ,buono o cattivo che fosse ma sempre appartenente alla competenza del popolo repubblicano francese. A tal riguardo l’offeso replicò che il denigratore (Schulz) , deputato del Gruppo Socialista europarlamentare, si atteggiasse nell’aspetto a Lenin e parlasse come Hitler. Il 10 Febbraio 2010 sorse – non invitato- in difesa di Josè Barroso contro l’euro deputato Daniel Cohn-Bendit e fu invitato a restare calmo e non auto-arrogarsi compiti di Presidente del Parlamento europeo. Alla fine fu messo a sedere con un secco “Taci”. Il 24 Novembre del medesimo anno il deputato inglese Godfrey Bloom non si trattenne dal criticarlo appioppandogli il vecchio detto nazista : “Un Popolo,Un Impero,Un Duce”. Lo stesso Schulz definì “fascista” un suo collega di partito ( Socialista) Daniel van der Stoep e gli amici del “cartello” non lo esplusero dall’aula seguendo il regolamento. Potremmo continuare a parlare di questo “romantico nazista” ma non ne vale la pena. Qui affermiamo solo che l’abbiamo rivisto sorridente ( e tra “compari”) qui a Firenze. Per quello che ci riguarda, potessimo in futuro aver parola di rappresentanza del Popolo Nostro, questo maleducato politico, ex commesso di libreria, non avrebbe alcuna speranza di varcare i nostri sempre auspicati riposizionamenti confinari della Patria: noi siamo moderati, democratici patriottici e intellettualmente sani!.
Ciò che invece RITENIAMO DI RIMARCARE è l’ennesimo strappo dell’AUTOSEDICENTE Presidente della Repubblica. Come tale il signor Napolitano Giorgio dovrebbe tenere un comportamento assolutamente equidistante da tutte le sette ed essere- come appunto gli impone la regola costituzionale- al di sopra delle parti. Ma quando il Desso osa dire: “IO CREDO CHE LA RISPOSTA PIU’ SBAGLIATA SIA QUELLA DELL’ASSENTEISMO O DI UN VOTO DI RIGETTO DELL’EUROPA” abbandona certamente il suo ruolo di super partes e si fregia del diritto “cartellonistico” di dire agli italiani come votare, anzi di sollecitarli a votare per un Europa. Il voto, egregio signor Presidente o Re che si ritenga d’essere, è l’ultimo bene e privilegio che hanno i cittadini di questo Stato in decomposizione… forse l’ultimo privilegio! Secondo il nostro parere lei dovrebbe dimettersi e lasciare la nomina del Presidente di una VERA REPUBBLICA ai cittadini. E con Lei dovrebbe dimettersi tutta la Consulta Costituzionale che per anni Le ha permesso di andare fuori ( o stare ai margini!) delle regole costituzionali senza vedere,udire e parlare come le tre scimmie della favola.

SIAMO STANCHI DEI VOSTRI SOPRUSI SOCIALISTOIDI. SIAMO STANCHI E VOGLIAMO ESSERE LIBERI DI ESPRIMERE IL NOSTRO MALCONTENTO ANCHE CON L’ASSENTEISMO O NON VOTANDO PER UNA EUROPA DEI SIGNORI SCHULZ CHE CI RIPORTEREBBERO AD UNO SGRADITO PANGERMANESIMO AFFETTO ANCHE DA UNA GRAVE INFEZIONE MONDIALE DI “MAFIA ECONOMICA E FINANZIARIA” CHE CI STA DISTRUGGENDO.

by Luigi Morandini & Augusto Monda 
12/05/2014

fonte: http://www.agoranewsonline.com

Il regalo d'oro del ministro al "re" del flop sui marò




Mogherini premia l'ex sottosegretario De Mistura che ha fallito la trattativa con l'India

In India non ha cavato un marò dal buco. In Europa guiderà un carrozzone dal costo di tre milioni d'euro all'anno. Incassandone 30mila al mese per il disturbo.
 
Dopo gli insuccessi indiani la carriera di Staffan de Mistura vi sembrava al tramonto? Temevate che lo spietato Matteo Renzi l'avesse destinato alla rottamazione? Vi sbagliavate. E di grosso. Il diplomatico responsabile per oltre due anni di tutte le fallimentari iniziative rivolte a ottenere lo scagionamento e il rilascio di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone si prepara a una nuova brillante stagione europea. Pagata con i soldi dei contribuenti. Da venerdì è alla testa dell'Istituto Europeo per la Pace, un organismo creato, spiegano le fonti di Bruxelles, per operare sul cosiddetto «secondo binario» della diplomazia, ovvero «negoziare e intavolare trattative con interlocutori che sarebbero “off limits” per i canali ufficiali». L'uomo che, nella veste ufficiale di sottosegretario della Farnesina e di inviato dell'Italia, non ha ottenuto un bel niente nel contenzioso con il legittimo governo indiano verrà incaricato di tessere trattative al limite dell'impossibile con gruppi come i talebani afghani o i Boko Haram nigeriani. A prima vista sembrerebbe come pretendere di vincere un campionato di rally guidando una Rolls-Royce un po' scassata. Ma a Bruxelles regna l'ottimismo. E, soprattutto, non si bada a spese. Così per l'ex sottosegretario è già stata messa a bilancio una paghetta mensile da 30mila euro ed è in allestimento una struttura il cui costo, secondo gli studi di fattibilità commissionati dalla Commissione Esteri del Parlamento europeo si aggirerà intorno agli 8 milioni e 815mila euro per il primo triennio d'attività. Soldi che ovviamente Germania, Gran Bretagna e Francia, ovvero i paesi più ricchi e più avveduti dell'Unione europea, si guarderanno bene dal pagare. A finanziare un'attività che sembra l'inutile doppione di quella già svolta, probabilmente con maggior esperienza e competenza dai servizi d'intelligence nazionali, saranno solo Italia, Belgio, Finlandia, Polonia, Spagna e Ungheria con l'appoggio esterno della Svizzera.
L'Italia ignorata dall'Europa sul caso marò, abbandonata sul fronte dell'immigrazione, si appresta insomma a foraggiare un'operazione «fortemente voluta» dallo svedese Carl Bildt, ministro degli Esteri di uno di quei paesi nordici sempre pronti a scudisciare le nostre politiche finanziarie ed economiche. A usufruire degli eventuali, anche se improbabili, successi dell'organismo sarà invece il «Servizio europeo per l'azione esterna» ovvero la ragnatela di rappresentanze diplomatiche europee messa in piedi dalla Baronessa Catherine Ashton durante il suo mandato di Commissaria per gli Affari esteri. Anche qui però campeggia un grosso punto interrogativo. Se il Servizio europeo già mantiene un servizio d'intelligence con oltre 110 fra funzionari e agenti a tempo pieno, a cosa serviranno i servizi dell'Istituto Europeo per la Pace pagati dall'Italia dagli altri partner? «A dilapidare risorse mentre ai cittadini vengono chiesti continui sacrifici in nome dell'austerità», risponde a muso duro l'eurodeputato Carlo Fidanza eletto con il Pdl e attuale capo delegazione di Fratelli d'Italia a Strasburgo. «Se il buongiorno si vede dal mattino, è facile prevedere - dichiara Fidanza al Giornale - un aumento delle crisi irrisolte e delle figuracce della Ue. Il quinquennio di Lady Ashton si chiude con un bilancio di assoluta mediocrità e questa operazione è la ciliegina sulla torta: l'Europa imbelle dalla Libia alla Siria, dall'Ucraina ai marò, crea l'ennesima macchina mangiasoldi anziché darsi una politica estera degna di questo nome». Sul fronte della politica italiana la manovra è ancor più ambigua. Federica Mogherini, il ministro degli Esteri del governo Renzi che sancì il siluramento di De Mistura annunciando un cambio di politica italiano sul caso dei marò lunedì è corsa a Bruxelles per tenere a battesimo il neonato carrozzone degli sprechi europei. O meglio la nuova officina finanziata dal contribuente e usata per rimetter in pista un rottame del governo Monti e Letta.


India, il tramonto della dinastia dei Gandhi







Le operazioni di voto per rinnovare i 545 seggi del Lok Sabha, la Camera bassa indiana, sono terminate il 12 maggio. Tutti gli exit poll danno il Bjp di Modi in ampio vantaggio su Sonia Gandhi e il National Congress in crollo verticale.

Sembra essere finito il tempo di Sonia Gandhi, superata dal leader del Bharatiya Janata Party (Bjp), Nerendra Modi, un nazionalista di origini umili e indianissime diventato oggi alfiere del libero mercato. Durate più di un mese, le operazioni di voto per rinnovare i 545 seggi del Lok Sabha, la Camera bassa indiana, sono terminate il 12 maggio: 815 milioni di cittadini in 35 Stati hanno espresso il loro voto e probabilmente segnato la storia.


IL CROLLO DEL NATIONAL CONGRESS L'attesa dei risultati durerà fino al 16 maggio, ma tutti gli exit poll danno il Bjp in ampio vantaggio e assegnano ai conservatori una forbice tra i 270 e i 289 seggi. E anche se la loro vittoria fosse sovrastimata, il crollo del National Congress è certo. Il partito dei Gandhi dovrebbe ottenere tra i 92 e i 102 parlamentari: il risultato peggiore di sempre, destinato a mettere fine a 66 anni di quasi interrotto governo del National Congress sul grande Subcontinente indiano.
Il fallimento verrà imputato forse al figlio di Sonia, Rahul, riluttante candidato alla premiership. Ma la vera sconfitta è la signora che da 10 anni presiede il Congresso e l'intera dinastia dei Gandhi Nehru. 


L'ASCESA DI MODI Solo 10 anni fa, la prospettiva del trionfo del Bjp sembrava impossibile. Per le élite intellettuali dell'India, per i professionisti della silicon valley di Bangalore, il partito di Modi era la pericolosa formazione degli estremisti religiosi. Nel 2002, l'uomo che oggi sembra destinato a diventare primo ministro, governava lo Stato del Gujarat da appena un anno. Allora gli integralisti hindu che lo avevano eletto uccisero in un progrom un migliaio di cittadini indiani di fede musulmana, fu la più grande strage religiosa dell'India indipendente.
L'inchiesta della Corte costituzionale scagionò il governatore, ma ancora oggi il candidato alla premiership è ritenuto persona non grata negli Stati Uniti d'America.
I Gandhi allora rappresentavano il partito dell'India interreligiosa. Ma l'India non è diventata cosmopolita. 


I GANDHI COME SINONIMO DI CORRUZIONE Le disparità sociali sono cresciute. I poveri, dice il Fondo monetario internazionale, sono ancora il 40% della popolazione. Allo sviluppo partenalista del partito di governo, Modi ha opposto la rivincita degli umiliati. I Gandhi per molti sono sinonimo di corruzione. Negli Anni 80 Rajiv Gandhi, primo ministro e marito di Sonia, finì coinvolto in un grosso scandalo: Roberto Quattrocchi, un faccendiere italiano vicino a Sonia, riuscì a vendere armi all'esercito indiano, incassando milioni di dollari di tangenti.
E la storia ha continuato a ripetersi. Nel 2011, Mahommad Singh è stato costretto al rimpasto di governo dopo la scoperta di un giro di mazzette nell'assegnazione delle frequenze telefoniche alle multinazionali straniere. Poi è arrivato lo scandalo per le licenze sullo sfruttamento delle miniere, per le assunzioni nelle ferrovie e per l'acquisto di elicotteri. E ancora, nei giorni della campagna elettorale, Robert Vadra, marito di Priyanka Gandhi, figlia di Sonia, è stato accusato di aver usufruito degli incentivi per l'energia solare elargiti dallo Stato, e di averci guadagnato milioni.


fonte: http://www.cadoinpiedi.it - 14 maggio 2014

India, con Narendra Modi una chance per i marò




ROMA – Anche se per ora sono solo disponibili gli exit poll, non sembrano esservi dubbi: il Bjp e il suo leader Narendra Modi hanno prevalso, anzi trionfato, nelle elezioni parlamentari recentemente conclusesi in India, tanto che probabilmente non sarà nemmeno necessaria la ricerca di una più ampia coalizione governativa al di là della National Democratic Alliance presentatasi alle elezioni.
Si tratta di una clamorosa vittoria per l’attuale governatore dello Stato del Gujarat, e di una ancor più clamorosa sconfitta del Partito del Congresso e di quella “dinastia Gandhi” identificata con tanta parte della storia dell’India. Ha senz’altro fallito il meccanismo di trasmissione dinastica da Sonia al figlio Rahul, ma al di là delle singole persone quello che ha segnato la perdita di prestigio e consensi del partito è stata la combinazione di una caduta (in soli tre anni dal 9 al 5 per cento) dei tassi di crescita indiani con una meritata reputazione di corruzione.
Scrive Roberto Toscano sulla Stampa:

Modi promette sviluppo e onestà, facendo riferimento ai risultati conseguiti nello stato di cui è chief minister, il Gujarat, e le sue promesse hanno convinto la classe imprenditoriale, che lo aveva esplicitamente appoggiato nel corso della campagna. La Borsa ha immediatamente reagito alle anticipazioni sui risultati elettorali con un significativo balzo in avanti. Ma sarebbe profondamente sbagliato pensare che Modi sia soltanto «l’uomo del capitale». Non si spiegherebbe infatti un risultato come quello da lui conseguito con una partecipazione di oltre mezzo miliardo di elettori, il 66,4 per cento degli aventi diritto. Modi è risultato anche candidato popolare – e potremmo aggiungere populista. Lo dimostra il fatto che l’Aadmi Aam («l’uomo qualunque») il partito del «Grillo indiano», Kerjiwal, che sembrava la grande novità nel panorama politico, non sembra avere riportato se non consensi marginali, pur avendo condotto la sua campagna sul tema, la corruzione, che ha negli ultimi tempi suscitato una fortissima ondata popolare contro la classe politica tradizionale. Questo rigetto, questa indignazione, si sono rivolti quasi esclusivamente contro il Partito del Congresso, mentre Modi è riuscito a combinare politica e antipolitica, capacità di gestione e protesta populista, raccogliendo consensi in un elettorato che va dal business alle classi medie, dai giovani (per cui oggi la priorità sono le condizioni economiche, e non le precedenti divisioni ideologiche) alle caste più umili, nei cui confronti ha sfoggiato il suo impeccabile curriculum di uomo semplice, del chai-walla, l’inserviente che serviva il tè davanti alla stazione ferroviaria di Ahmedabad, schierato contro lo shah-zade, il principino ereditario, Rahul.
E allora? Non potremmo anche noi dargli credito? E, a parte il comprensibile disappunto della parte politica sconfitta, perché prendere sul serio l’ostilità e i timori degli intellettuali, dei progressisti, dei laici?


Ha vinto un partito di centrodestra che già in passato aveva governato l’India, un partito con dirigenti del tutto rispettabili, fra l’altro con esponenti qualificati non solo in campo economico ma anche sul terreno delle relazioni internazionali. Siamo di fronte ad un’alternanza che si potrebbe considerare fisiologica, e anzi positiva visto l’evidente deteriorarsi della capacità politica e di gestione dell’economia da parte di un Partito del Congresso arenatosi nel tentativo di protrarre una dinastia ormai politicamente esaurita e nell’usura di un potere troppo spesso senza orizzonti ideali e nemmeno programmatici.
Ma non siamo di fronte a una semplice alternanza. Piuttosto che il Bjp, ha vinto Modi e con lui è tornato in primo piano il movimento cui ha appartenuto fin da ragazzo, l’Rss – un movimento fondamentalista indù, fondato poco dopo il 1920 e che nel decennio successivo si strutturò sulla base di un’ideologia esplicitamente ispirata al nazismo. Il suo principale ideologo, Golwalkar, scriveva alla fine degli Anni 30: «Le razze straniere (sic) nell’Hindustan devono o adottare lingua e cultura indù oppure potranno restare nel Paese in condizioni di totale subordinazione alla nazione indù senza pretendere né meritare privilegi, e nemmeno i diritti di cittadinanza». Se i riferimenti al nazismo sono ovviamente scomparsi – e sebbene il Bjp, nonostante la sua radice ideologica sia nel Rss, voglia oggi essere un normale partito conservatore – l’ideologia dell’«India agli indù» rimane fortissima nelle correnti radicali del fondamentalismo. In un Paese con il 13 per cento di musulmani, si tratta evidentemente di una pericolosissima provocazione capace di innescare una spirale di violenze fra la comunità indù e quella musulmana.
Modi ha condotto la sua campagna evitando accuratamente di toccare questo tipo di tematiche, preferendo ostentare un atteggiamento non settario, ma la sua storia politica comprende episodi inequivocabili: dalla partecipazione alla «marcia su Ayodhya», il luogo dove nel 1992 duecentomila fondamentalisti indù, mobilitati dall’Rss, distrussero con sbarre e martelli un’antica moschea presuntamente costruita nel luogo ove si erigeva un tempio al dio Rama, fino all’episodio più grave, il massacro di circa duemila musulmani avvenuto in Gujarat nel 2002, in cui Modi figura come promotore dei massacri o quanto meno colpevole di non aver fatto niente per impedirli. Modi non ha mai espresso un vero rammarico per gli atroci avvenimenti del 2002 limitandosi alla sinistra affermazione: «Certo che dispiace, come dispiace quando vediamo un cagnolino messo sotto da una macchina».

Evidentemente l’handicap politico e morale di questa macchia non ha pesato se non in ambienti molto ristretti. Fra l’altro non ha nemmeno garantito un voto compatto anti-Modi da parte dell’elettorato musulmano, che a quanto sembra ha votato per il Bjp in modo, come sempre, molto minoritario, ma con qualche punto in più rispetto alle precedenti elezioni parlamentari.
La vittoria elettorale in un elettorato di mezzo miliardo di votanti costituisce senza dubbio una legittimazione democratica, ma la vera domanda è sempre, in India e altrove, se questa legittimazione elettorale si tradurrà poi in un rispetto delle minoranze e nell’applicazione delle regole dello stato di diritto. In un momento in cui tra i protagonisti della scena internazionale vediamo personaggi come Putin e Erdogan (indiscutibilmente popolari, sicuramente vincitori delle elezioni) la vittoria di Narendra Modi potrebbe costituire un ennesimo caso di «democrazia illiberale».
In politica estera Modi ha condotto la campagna elettorale evitando toni estremisti, ma il suo nazionalismo spinto non può certo essere messo in dubbio, come è stato anche confermato dalla dura presa di posizione sulla questione dei nostri marò («perché non sono in prigione?»). Se vogliamo essere ottimisti possiamo pensare che, vinte le elezioni, Modi non avrà più la necessità politica di usare il caso contro Sonia Gandhi, e che potrebbero finire per prevalere le considerazioni pragmatiche circa la necessità di non pregiudicare i rapporti soprattutto economici con un importante partner occidentale come l’Italia. Forse, ma certo non subito, e non in modo palese.

13/05/14

Perché Frontex si è liquefatta nel Mare Nostrum

Perché Frontex si è liquefatta nel Mare Nostrum





Costi, dissidi, incongruenze e mancati obiettivi di Frontex: com'è gestita e quali critiche suscita l'agenzia europea per la cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea
Roberta Pinotti, ministro della Difesa, non ci ha certo girato intorno. E sul Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, è stata tranchant: dovrà cambiare registro e la sede dovrà essere spostata in Italia. Dopo l’ennesima tragedia della disperazione a Lampedusa, nell’occhio del ciclone finisce l’Ue, colpevole di aver isolato l’Italia lasciandola sola a fronteggiare un problema così delicato e complesso come quello dell’immigrazione.
SEDE E COSTI DI FRONTEX
Attualmente dislocato in Polonia (un’altra delle assurdità amministrative continentali) il Frontex stanzia complessivamente 7 milioni di euro, aveva ricordato pochi giorni fa il ministro dalle colonne del Il Giornale, mentre l’Italia solo in un mese ne spende 9 per Mare Nostrum. Ecco il primo corto circuito. Certo, a quei sette milioni citati dalla Pinotti, vanno sommati altri 4,8 milioni per le operazioni svolte da gennaio ad aprile, con altri 7,4 milioni. Ma il nodo non è solo economico, bensì di compartecipazione alla questione.
SOLUZIONI
Il ministro Pinotti dalle colonne di Avvenire propone che non solo la sede del Frontex sia spostata immediatamente in Italia, ma che si appronti un insediamento stabile dell’Onu in Libia, punto di partenza per i viaggi della speranza, nella consapevolezza che “sulle nostre coste meridionali si stanno scaricando tutti gli insuccessi delle primavere arabe”, accanto ad un ripensamento generale di presidi e politiche che tengano conto di esigenze e valutazioni geopolitiche.
PALAZZO CHIGI
Aspre critiche in direzione di Bruxelles sono state rivolte dal premier Matteo Renzi e dal ministro degli Interni Angelino Alfano, che ricordano come i 14 morti e gli oltre 200 feriti non possono essere in carico solo all’Italia. “L’Europa non ci sta aiutando a soccorrere queste persone – ha osservato Alfano – si faccia carico di accogliere i vivi”. I migranti “ai quali l’Italia riconoscerà il diritto d’asilo saranno mandati in Europa, se ci vogliono andare: l’Italia non può diventare la prigione dei rifugiati politici”. Rispondendo a chi critica il governo sulle politiche dell’immigrazione, il leader del Nuovo Centrodestra sottolinea: “A quelli che in Italia ci attaccano perché facciamo il soccorso ed evitiamo i morti noi chiediamo, di fronte a questi altri morti, di passarsi una mano sulla coscienza”.
RENZI
Raddoppia la dose il premier: “Ha ragione Alfano, l’Europa ci lascia soli, ma non può salvare gli stati, le banche e poi lasciare morire le madri con i bambini”, dice Renzi dal programma Quinta Colonna su Retequattro. Gli interventi Mare nostrum? “Li devono fare anche gli altri paesi europei: tutte le istituzioni europee non devono girarsi dall’altra parte”.
STRATEGIE
È chiaro che a questo punto, così come non ha mancato di osservare il ministro degli Esteri Mogherini “sicuramente ci sono state mancanze da parte dell’Ue. Noi dobbiamo continuare a salvare vite umane”. Ma su quali alleati potrà contare l’Italia? Al momento è stata la Slovenia l’unico Paese a inviare un’unità navale in appoggio, ammonisce il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, che però invita a non alimentare le polemiche in un momento in cui la priorità deve essere rappresentata dalla volontà di salvare vite umane. Il tutto mentre da Bruxelles arriva un altro schiaffo all’Italia: “Da Roma solo propaganda elettorale”.

di Francesco di Palo - 13 maggio 2014

fonte: http://www.formiche.net

CASO MARO': 14 GIUGNO FLASH MOB INTERNAZIONALE PER LATORRE E GIRONE




                        GIORNI DI SEQUESTRO : 814




CASO MARO':  14  GIUGNO  FLASH MOB  INTERNAZIONALE  PER LATORRE E GIRONE =
ADERISCONO SOTTUFFICIALI DEL CISOR DI FRANCIA, GERMANIA, DANIMARCA, SLOVENIA, AUSTRIA E SVIZZERA

Roma, 13 mag. (Adnkronos) - Anche militari europei nel flash mob per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. I sottufficiali che aderiscono al Coordinamento Sottufficiali Internazionali della Riserva (Cisor) di Francia,Germania,Danimarca,Slovenia, Austria e Svizzera parteciperanno dalle loro sedi alla manifestazione prevista per il prossimo 14 giugno a Roma insieme all'Associazione Gruppo Nazionale di San Marco rappresentato dal Presidente Ammiraglio Guglielmo Nardini.

''E' necessario che il Governo adotti tutte le misure necessarie a riportare i nostri soldati in Patria attraverso un arbitrato internazionale - spiega il Vice Presidente Europeo del Cisor per l'Italia e Presidente Nazionale dell'Unione Nazionale Sottufficiali Italiani Roberto Congedi - E' assurdo che dei soldati vengano ingiustamente trattenuti da due anni senza alcun capo di imputazione.
Vista la sensibilita' del Cisor - conclude - credo che l'Europa non possa fare piu' a meno di sostenere i nostri due connazionali".

___________________

Intanto, il Gruppo Nazionale Leone di San Marco della Marina Militare venerdi' prossimo alle 16 ha organizzato un  incontro  su "Caso e  risoluzione  della  vicenda  dei  fucilieri di  Marina". All'iniziativa, prevista alle 16 presso la sede dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti a Roma, parteciperanno il giornalista Toni Capuozzo, l'ex ministro degli esteri ambasciatore Giulio Terzi e Angela Del Vecchio, professore ordinario presso la Luiss e docente di diritto internazionale. E' stato inoltre invitato il ministro degli Esteri, Federica Mogherini.



13-MAG-14

Il caso marò e il futuro dell’Occidente. Intervista all’ex Ministro Terzi




La storia di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, il susseguirsi di rinvii e mancate sentenze, il loro rocambolesco ritorno in India dopo la decisione del Governo di trattenerli in Patria, sono ormai questioni che superano il carattere nazionale o bilaterale. Non solo perché finalmente sembra intrapresa la via dell’internazionalizzazione della controversia. Ma anche perché il caso s’intreccia con la questione della credibilità dell’Occidente come forza trainante del globo, sotto l’aspetto economico e politico. Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ministro degli Affari Esteri, commenta il ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti nella situazione economica attuale, il futuro della Cina, la crisi Ucraina e – ovviamente – la vicenda dei due marò.
Ambasciatore, quale sarà il ruolo dell’Occidente nel futuro prossimo? Tra il 2009 e il 2011 mi sono interessato alle analisi sul declino dell’Occidente e dalla capacità degli Stati Uniti di mantenere il ruolo di superpotenza o, quantomeno, di garante della sicurezza globale. Nell’informazione e nelle Università ci sono i declinisti e gli anti-declinisti. Da una parte, chi considera inevitabile la progressione economica della Cina, dell’India e dei Brics, situazione che sarebbe necessariamente alternativa alla possibilità dell’Occidente di mantenere una sua gravitas fondamentale nello sviluppo della società internazionale. Dall’altra, chi vede questa solo come una possibilità. Potrebbe accadere, certo, ma è una situazione nella quale ancora non ci troviamo. Per questo molti auspicano un maggiore sforzo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea nell’aggiornare le rispettive agende economiche, di sicurezza e di sviluppo per mantenere la centralità di cui tutt’ora gode. Per questo nacque l’idea del TTIP.
Il Transatlantic Trade and Investment Partnership. Esatto. L’idea era nata da un consigliere economico di Hillary Clinton e poi se ne è appropriata la Casa Bianca. Un’iniziativa importante a cui i partner europei hanno risposto positivamente, anche se dopo alcune esitazioni iniziali. Anche dell’Italia.
A cosa erano dovuti questi tentennamenti europei? Principalmente a problemi settoriali. Per i francesi, ad esempio, era forte il timore di mettere a rischio l’identità culturale. Questo perché l’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie non significa solo omologazione degli standard unici, ma fa anche nascere la grande questione della proprietà intellettuale, della ricerca e delle garanzie sui brevetti. L’attuazione del libero scambio tra America ed Europa, considerando che gli investimenti reciproci sono i più consistenti del mondo, darebbe uno slancio incredibile alla crescita dell’area. Tutto questo dimostra quanto una rassegnazione al “declinismo” sia assolutamente fuori luogo.
Crede che questo accordo possa contrastare l’ascesa economica della Cina? È evidente che il divario tra Cina ed America si sta riducendo considerevolmente. Secondo alcuni studi di settore, in termini comparati di capacità di potere d’acquisto, la Cina avrebbe già superato gli Stati Uniti. In termini assoluti il Pil è ancora la metà, ma l’economia cinese cresce ogni anno del 7% mentre gli Usa si fermano intorno al 2,5-3%. Anche se per quanto riguarda la ricchezza individuale il divario è enorme. Tant’è che gli stessi cinesi hanno contrastato tutta questa pubblicità fatta sul sorpasso, perché vogliono mantenere i privilegi di essere un paese in via di sviluppo. Un’ampia parte del mondo cinese, infatti, è molto lontana da una sostenibilità del proprio sviluppo e quindi ha tutti gli interessi ad essere riconosciuta tale dal Fondo Monetario e dalle altre istituzioni internazionali. L’Occidente deve focalizzare l’attenzione sul ruolo formidabile che può ancora avere in una realtà globale che è diventata, e tenderà in futuro ad essere, più competitiva, più conflittuale e più settaria. Bisogna smetterla di piangersi addosso nella convinzione che l’Occidente sia ormai condannato ad esser messo alla porta. Avremo ancora un ruolo centrale. Bisogna ritrovarne consapevolezza a livello nazionale, europeo e di aggregazione atlantica.
Capitolo Russia. Putin non ha esitato a forzare la mano nella crisi ucraina. L’Occidente deve anche capire quali sono i suoi riferimenti. L’immagine di un Presidente così volitivo, Putin, che si muove per soccorrere i propri connazionali in difficoltà in Crimea e nelle altre zone ucraine usando la forza, suscita molte simpatie. Anche nel mondo della Destra.
Non è forse l’avversione ad un’Europa che la Destra non considera adeguata alle sue aspettative a farle rivolgere lo sguardo ad Est? Credo che ci siano anche altri aspetti. Ad esempio, se si osserva il successo di Marine Le Pen, bisogna riconoscere un substrato culturale tradizionalmente antagonista verso l’America. Un partito come quello gollista, di centrodestra moderato, aveva un carattere nazionale fortemente radicato. Non certo paragonabile alla mentalità del democristiano o del socialista italiano. I francesi hanno sempre ritenuto di essere loro la grande potenza globale. Per questo la Le Pen propone un’alleanza strategica con la Russia, nella quale imbarcare anche la Germania. C’è una tendenza, infatti, nel mondo tedesco a mantenere una posizione neutrale tra Est ed Ovest. Questo raccordo tra la cultura francese e la pulsione neutralista tedesca spiega l’atteggiamento dei due Paesi verso la Russia. Una posizione che, personalmente, non capisco. È antitetica a tutti gli interessi occidentali.
Come giudica l’operato della diplomazia europea nella crisi ucraina? Ha sofferto forse l’atteggiamento neutralista tedesco? La Germania è stata la capolista della politica di partenariato orientale, proposta inizialmente dalla Polonia e dalla Svezia nel 2008. Ha spinto molto per “l’allargamento ad Est”, senza porsi il problema dell’atteggiamento russo. Questo si è accelerato dopo la crisi in Georgia e Putin ha lasciato inizialmente fare. Quando è tornato alla Presidenza, però, ha rilanciato l’idea dell’Unione Euroasiatica, per ricostruire uno spazio di vicinato filorusso nel quale ci fosse un richiamo a qualcosa di simile alla Russia imperiale.
L’Europa, invece, è stata gravemente carente sul partenariato meridionale. L’Italia ha fatto una pressione costante per ottenere accordi che, inoltre, avrebbero potuto risolvere in grande misura i recenti flussi di migrazione. Tutto questo è stato accantonato per dedicare sempre più risorse al partenariato orientale. Invece, dopo le primavere arabe del 2011 e le avvisaglie del progetto euroasiatico di Putin, bisognava fare l’esatto contrario.
Passando alla vicenda Marò, la ministra Mogherini recentemente ha dato il via all’internazionalizzazione del caso. Un passo che sembra arrivare con un po’ di ritardo. È stato fatto scandalosamente tardi. E continuiamo scandalosamente a tardare ad agire. Il Governo Monti il 22 marzo 2013, quando è stata presa l’ignobile decisione di rimandare i due militari in India, disse pubblicamente che, accondiscendendo alle richieste indiane, il problema si sarebbe risolto in un clima di grande cordialità. Non si capisce perché dovessimo essere cordiali con un Paese che ha catturato in alto mare, con un trucco e con la forza, due nostri militari in azione anti-pirateria. Minacciando, peraltro, di applicare le leggi anti-terrorismo a chi la pirateria la combatte. Monti era convinto che la cessione dei due marò avrebbe rasserenato gli animi indiani e loro sarebbero stati così bravi da rimandarceli indietro nel giro di qualche settimana. Questo, come abbiamo visto, non è successo.
Poi è arrivato il governo Letta. Un esecutivo che aveva una fortissima continuità con quello precedente. Nessuno, quindi, si è sognato di cambiare linea politica. Non si è mai nemmeno pensato di sostituire De Mistura, il negoziatore che aveva sostenuto con forza questa linea d’azione fallimentare. La filosofia è rimasta questa: i marò vadano in India, vengano processati e, una volta condannati col tempo si negozierà un accordo di restituzione. Scambiando così i nostri valorosi uomini delle forze armate con criminali, rapinatori e delinquenti indiani detenuti in carceri italiane. Poi è arrivato Renzi, la chiamata ai marò, le dichiarazioni dei ministri interessati e la decisione di aprire all’arbitrato internazionale. Ma anche qui mi pare ci sia la volontà di dichiarare, ma non la volontà di agire
Un’idea che aveva sostenuto durante il suo mandato alla Farnesina. Non solo l’avevo proposto un anno fa, ma avevamo già avviato l’arbitrato internazionale obbligatorio quando decidemmo di trattenere in Italia i due fucilieri di marina. Adesso, quindi, non c’è bisogno di consultare giuristi, come pare si voglia fare. Ormai lo sanno anche le pietre quali sono i dati giuridici per richiedere un arbitrato internazionale.
Lei ha sostenuto, dopo le sue dimissioni, che erano state pressioni economiche a far cambiare idea al Governo e rispedire i marò in India. Questo l’hanno confermato, poi, tutte le parti in causa. Quelli che hanno spinto per quella decisione l’hanno motivata con ragioni economiche. Più si va avanti e più bisogna constatare che ci sono dei ceppi che legano le gambe del Governo sulla strada dell’arbitrato internazionale. E questi freni non possono essere immotivati: devono esserci degli interessi. I motivi devono essere quelli di un partito degli affari che non possono essere dichiarati alla luce del sole. E vivendo in un Paese in cui è più che diffuso l’atteggiamento affaristico e collusivo di organizzazioni che riescono sempre ad influire sulle scelte importanti di politica economica, sorge spontanea la domanda su cosa ci sia veramente dietro la volontà di non agire del Governo.
Il Ministro Bonino, il primo ottobre 2013, riferendosi ai marò ha dichiarato: “non è accertata la colpevolezza e non è accertata l’innocenza. I processi servono a questo”. Non lascia intravedere una tendenza, forse diffusa, a pensare che in fondo è giusto che vengano giudicati in India? C’è un mondo nella nostra opinione pubblica, diffusa soprattutto sui social network, che vede con grande insofferenza lo straordinario ruolo che le nostre forze armante svolgono nel mondo. Per una fetta della cultura italiana, allevata in decenni di anti-patriottismo, anti-sovranità, anti-interesse nazionale, se qualcosa va storto in un teatro operativo è sempre colpa dei militari italiani. Un atteggiamento pernicioso e grave, che deve essere contrastato in ogni possibile modo. Sulla loro innocenza, io ne sono convinto. Perché ho visto la perizia balistica, so che ci sono incongruenze sui tempi degli incidenti, so che le ricostruzioni indiane sono artefatte e non è mai stato presentato un capo di imputazione in più di due anni. In ogni caso non è la magistratura indiana a dover giudicare. Ma quella italiana.
Perché la Procura militare di Roma non è intervenuta, procedendo al fermo dei militari, rendendo così impossibile un loro rientro in India? Nell’affidavit che avevamo sottoscritto per permettere il rientro per la licenza natalizia nel 2012 era scritto che il governo italiano avrebbe fatto tutto il possibile per fare in modo che i marò tornassero in India, “nell’ambito delle sue prerogative costituzionali”. Questo inciso voleva esattamente dire che l’esecutivo italiano non avrebbe potuto far nulla per limitare l’azione dei giudici. Eventualità conosciuta alle autorità indiane: se la magistratura italiana avesse ritirato il passaporto o avviato un giudizio, nessuno avrebbe potuto gridare allo scandalo. In una lettera del dicembre 2012, inviata al Presidente Monti, al ministro della Giustizia e a quello della Difesa, suggerivo di sensibilizzare la Procura di Roma. Nulla di tutto ciò è stato fatto.
Se potesse tornare indietro, ripeterebbe il gesto delle “irrituali” dimissioni – come le ha definite Napolitano – del marzo 2013, annunciate davanti al Parlamento e con il Governo già dimissionario? Forse già dopo la licenza natalizia, vista la totale indifferenza con il quale venne affrontata la questione, sarebbe stato giusto prendere una decisione più dirompente. Questo è l’unico dubbio che mi è sorto. Stavamo però ancora aspettando la sentenza sul riconoscimento dell’immunità funzionale che i legali indiani ci avevano assicurato. Speranza, poi, disattesa.
Quali sono stati gli errori più gravi dei governi che si sono succeduti. Il primo e più grave è stato quello di autorizzare l’abbandono delle acque internazionali all’Enrica Lexie. Poi è stato un susseguirsi di errori: dal dare il via libera per l’interrogatorio di Latorre nel porto di Sochi ai due ritorni in India. Nei miei viaggi istituzionali, ho sempre sollevato come prima cosa la questione dei nostri fucilieri. Non credo invece che molti altri colleghi di governo lo abbiano fatto. Monti ha sottovalutato l’importanza del caso-marò per l’interesse nazionale e la sovranità italiana, lasciando due militari in mani indiane senza fare nulla di veramente serio.
Il Corriere della Sera definì le sue dimissioni “una scelta sbagliata” che avrebbe messo a repentaglio la credibilità italiana. Certo. Perché questi giornali erano certi che l’idea del partito affarista indiano di lasciare Latorre e Girone in India, così da non compromettere le relazioni economiche, fosse la scelta giusta. Hanno osteggiato l’Arbitrato Internazionale nonostante la storia recente sia piena di azioni di questo genere. Anche l’Italia ha aperto, solo tre anni fa, una controversia con la Germania sulla questione degli internati militari italiani. Chi dice che non si può fare perché “l’India è un Paese importante” mente sapendo di mentire. Bisogna uscire dallo steccato di questa informazione che risponde ai poteri forti, condizionata dall’appartenenza politica e dalle strutture societarie dei principali organi d’informazione. Parlano o tacciono sui marò in base a quelle che sono le convenienze politiche pre-elettorali. Ci vuole un’informazione libera, indipendente e che faccia del giornalismo investigativo.
“Non bisogna avere aspettative su una soluzione rapida del caso”, ha detto pochi giorni fa il Ministro Mogherini. Sarà ancora lunga l’attesa dei marò? Credo che il Ministro proceda con prudente cautela: se guardiamo la storia di questi due anni, infatti, è costellata di rinvii e mancati rientri. Ma più che i tempi, vorremmo sapere “cosa” e “come” sta avvenendo. E non può valere la scusa del “non disturbate il manovratore”: l’opinione pubblica deve essere informata. De Mistura ha raccontato per mesi di assi nella manica e manovre machiavelliche che avrebbero risolto la questione. Tutte cose che si sono rivelate bolle di sapone. C’è una responsabilità politica del Governo nei confronti delle forze armate, dell’opinione pubblica e degli altri Paesi: bisogna chiudere al più presto questa vicenda.

Giuseppe De Lorenzo - 12 maggio 2014

fonte: http://ideaoccidente.wordpress.com

__________________


GIORNI DI SEQUESTRO: 814

12/05/14

Questo è Martin Schulz, l’amicone di Renzi






Martin Schulz è il presidente del Parlamento Europeo. Non solo: Martin Schulz è il candidato del Partito del Socialismo Europeo (PES) alla presidenza della prossima Commissione Europea. E Martin Schulz è anche la scommessa di Renzi per cambiare l’Europa. Renzi e il PD vogliono cambiare l’Europa con Martin Schulz: comprensibile che tacciano quindi, e con loro tutti gli organi di informazione italiani, sulle gravissime accuse che il Parlamento Europeo sta muovendo al suo presidente. Martin Schulz è infatti accusato di censura, di estendere indebitamente una longa manus sull’amministrazione del Parlamento Europeo – testualmente di ‘clientelismo politico‘ -, nonché di usare i soldi pubblici destinati al suo Gabinetto e agli uffici esterni del Parlamento per pagarsi la campagna elettorale e farla al Pd. Se Schulz e il Pd non vogliono rispondere alle richieste del Parlamento Europeo, e se i giornali non li costringono, forse vorranno rispondere alle richieste dei cittadini. Ma andiamo con ordine.

SCHULZ IL CENSORE
Ogni anno il Parlamento Europeo verifica se i soldi sono spesi in maniera corretta e concede il “discarico”, ovvero la dispensa politica dalla responsabilità di gestione, rendendolo esecutivo. Il voto è preceduto da una relazione. Quest’anno, l’assemblea plenaria che doveva votare il bilancio si è riunita il 3 aprile, ma poco prima del voto Martin Schulz ha rimosso dalla relazione un passaggio che lo riguardava, redatto dal membro della Commissione Bilancio Ingeborg Grässle. Che cosa vi si diceva? Nel 2012, l’Olaf (il servizio antifrode) aveva accusato il commissario alla Salute John Dalli di frode, atto al quale erano seguite un’inchiesta e le sue dimissioni. Nella relazione (emendamento 47, qui la versione originale poi censurata), la Grässle accusava Schulz di avere ostacolato la condivisione delle informazioni su Dalli, trattenendo documenti riservati e destinati alla commissione COCOBU (la Commissione per il controllo del Bilancio) per oltre due mesi. E Schulz cosa fa? Rimuove il passaggio che lo critica dalla relazione, poco prima del voto in aula, avvalendosi di una sua interpretazione dell’articolo 157  del regolamento, impedendo così il voto degli europarlamentari su se stesso: un atto per il quale è stato accusato di censura e di “minare seriamente i principi democratici dell’istituzione europea” e che ha causato il rinvio da parte della plenaria del voto sul bilancio, in segno di protesta. 
 
SCHULZ E IL CLIENTELISMO POLITICO
Ma non è finita qui. Il 16 aprile la plenaria si riunisce nuovamente e approva una relazione a larga maggioranza, la quale al paragrafo 63 lo accusa esplicitamente di clientelismo politico. Testualmente, vi si legge: “Il Parlamento Europeo constata che per cinque membri del gabinetto del Presidente è prevista la nomina a direttore o direttore generale nell’amministrazione del Parlamento; critica questa longa manus politica su posizioni manageriali che finisce per minare lo Statuto del personale; osserva che l’Unione critica il clientelismo politico in tutto il mondo e chiede formalmente che tale principio sia rispettato anche presso l’amministrazione del Parlamento“. Cosa è successo? E’ successo che Schulz, la scommessa di Renzi per cambiare l’Europa, ha nominato cinque alti funzionari del Parlamento Europeo, e li ha scelti tutti tra gli uomini del suo Gabinetto, ovvero il suo staff personale. Una pratica che noi in Italia conosciamo bene e che deve avere incontato l’approvazione di Renzi, che lo sostiene con aperta convinzione.

SCHULZ E LA CAMPAGNA ELETTORALE PAGATA COI SOLDI PUBBLICI
Ma le accuse più gravi devono ancora venire. La campagna elettorale per le europee è in corso: ragion per cui tutti i sei Commissari che vi partecipano, per una questione di opportunità, hanno chiesto un congedo non retribuito tra il 19 aprile ed il 25 maggio. Solo Karel De Gucht,  il Commissario europeo al commercio, non avendo intenzione di fare campagna e avendo già dichiarato che, se eletto, rinuncerà alla nomina ad eurodeputato, è rimasto in carica al suo posto. Bene: Schulz è stato l’unico a non richiedere un aspettativa non retribuita e a continuare a intascare i soldi nonostante faccia campagna elettorale attiva. Non solo: Schulz utilizzerebbe lo staff del suo Gabinetto ai fini della sua campagna elettorale e questo è espressamente vietato dal regolamento del Parlamento europeo, in quanto i membri del Gabinetto e il suo funzionamento vengono pagati con i soldi dei cittadini. Le apparizioni pubbliche di Schulz coincidono con gli impegni della campagna elettorale. Per esempio è stato recentemente a Genova, in veste di presidente del Parlamento europeo, a sostenere il candidato socialista del PD Sergio Cofferati (i viaggi del Presidente del Parlamento Europeo sono pagati dai contribuenti, mentre se si tratta di campagna elettorale dovrebbero essere pagati di tasca sua). Ha trasformato inoltre il suo account Twitter, cresciuto e sponsorizzato grazie alla presidenza del Parlamento Europeo ai danni di quello istituzionale (e in virtù di questo forte di oltre 105mila followers) nel profilo pubblico dedicato alla sua campagna elettorale, relegando il profilo istituzionale a uno scarso o nullo rilievo (è plausibile che un presidente del Parlamento Europeo abbia accumulato meno di 5mila followers in tutto il suo mandato?). Accuse pesanti, messe nero su bianco dal Parlamento Europeo nella relazione del 16 aprile al paragrafo 51: “Il Parlamento Europeo chiede informazioni dettagliate sulle modalità con le quali il Presidente, che ricopre un incarico politicamente neutro, abbia tenuto distinta la sua gestione amministrativa dalla sua campagna di candidato di punta dei Socialisti e Democratici alle elezioni europee, con specifico riguardo al personale del suo Gabinetto e degli uffici esterni del Parlamento e ai costi di viaggio; ritiene che per molte di tali attività non si sia fatta distinzione fra i due ruoli; chiede formalmente una chiara separazione delle funzioni dei titolari di pubblici uffici sul modello della Commissione, per evitare che siano i contribuenti dell’Unione a dover pagare per le campagne elettorali di candidati capolista europei“.
Questa è l’Europa che vuole costruire il Pd. Questa è l’Europa sulla quale sta scommettendo Renzi: un’Europa di burocrati attaccati alla poltrona (“L’Unione Europea non ha bisogno di un Presidente che non sa distinguere tra la sua campagna elettorale e il suo ruolo e che si aggrappa disperatamente alla poltrona” [fonte]), un’Europa di predatori di risorse pubbliche e un’Europa di insabbiatori e censori. Un Europa troppo, troppo simile all’Italia che conosciamo bene, e che noi vogliamo cambiare.

Claudio Messora - 12 maggio 2014

fonte: http://www.byoblu.com