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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

15/03/14

Siria: dopo tre anni di guerra vince Assad


A tre anni dalle prime proteste, la guerra civile ha preso una piega molto chiara.



Tre anni dopo ci sono centinaia di migliaia di vittime e un Paese devastato. Ma dal punto di vista politico la Siria ha visto pochi cambiamenti. Anzi, quelli che ci sono stati si sono rivelati peggiori della realtà precedente.
Il presidente Bashar Assad è riuscito a superare i momenti difficili, scongiurando l’attacco occidentale paventato nei mesi scorsi da Barack Obama. Sulle armi chimiche, infatti, il dittatore di Damasco ha mostrato un volto conciliante, garantendosi una polizza vita (anche grazie al supporto diplomatico della Russia).
La guerra civile, iniziata con le proteste del 15 marzo del 2011 sull’onda della Primavera araba, vede rafforzato il ruolo di Assad con il suo esercito che avanza, riconquistando varie zone del Paese. La strategia militare è ormai ben definita: i militari lealisti stanno spingendo ai margini delle città le fazioni ribelli, assumendo in sostanza in controllo operativo dei principali centri abitati.
La capitale Damasco è sostanzialmente stata ripresa. Le possibilità di un assalto delle opposizioni sono minime. Il presidente ha anche avviato una contoffensiva mediatica, incontrando le migliaia di sfollati nel sobborgo di Adra. Un fattore di successo è sicuramente il sostegno militare offerto di guerriglieri libanesi di Hezbollah, che in numero occasioni sono stati decisivi negli scontri armati contro i rivoltosi, e dall’Iran.


Tuttavia, il vero punto di forza di Assad è la debolezza dei suoi avversari, divisi in troppi gruppi che si fanno la guerra tra loro. Il fronte radicalista islamico sta vivendo la tensione tra Isis e al Nusra, con Al Qaeda che ha rinnegato l’affiliazione alla prima organizzazione. Così i ribelli finiscono per contendersi le parti del Paese sottratte al regime, lasciando campo aperto alle azioni di riconquista dell’esercito lealista.
Anche il Consiglio supremo militare, riconosciuto dagli Stati Uniti come unico interlocutore più o meno affidabile, è vittima di una spaccatura a causa della cacciata del generale, Salim Idriss, sinora comandante delle operazioni.
In questo scenario frammentato, i ribelli rischiano di perdere pure la roccaforte di Aleppo. La brigata Liwa al-Tawhid, una delle più forti, ha subito un duro colpo nelle ultime settimane con l’uccisione di centinaia di guerriglieri.
Intanto Assad sta preparando il terreno per le prossime elezioni presidenziali, in programma a luglio. La “riforma” della Costituzione non rappresenta un’effettiva apertura, perché non dà la possibilità a candidature alternative. L’obiettivo del presidente siriano è ormai quello di sfruttare il trend favorevole nella guerra civile. Che lo vede sempre più destinato alla vittoria, sia militare che politico.

Di stefano iannaccone • 15 mar, 2014 • Categoria: Primo piano

fonte: http://www.iljournal.it 

Il caso marò blocca la legge indiana sulle guardie private


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ANSA – L’”inetta gestione” della vicenda dei marò sta minacciando di far deragliare un ambizioso progetto dell’India per rafforzare la sicurezza contro i pirati somali delle proprie unità commerciali in navigazione nell’oceano Indiano. Lo sostiene il domenicale Sunday Standard di New Delhi. Il giornale ricorda che il ministero dell’Interno ha messo a punto un progetto in base al quale è prevista la formazione di centinaia di uomini di élite di un corpo denominato Forza di sicurezza industriale centrale (Cisf) da destinare, per gruppi di cinque, sulle petroliere e le navi da carico indiane che incrociano nelle zone più pericolose dell’oceano.



















 “E’ da un anno ormai – ha detto una fonte anonima del ministero dell’Interno – che il progetto è stato inviato ai ministeri degli Esteri e della Giustizia visto che i ‘commando’ opereranno in acque internazionali, senza però che finora ci sia pervenuta una risposta”. “Ci è stato detto – ha aggiunto infine la fonte – che data la persistenza della crisi con i Fucilieri di Marina italiani ci sono difficoltà per la concessione del via libera in tempi brevi. Noi abbiamo già formato 150 uomini del Cisf ai conflitti marittimi, e altri 150 sono attualmente in fase di addestramento”.

11 marzo 2014, pubblicato in Sicurezza Marittima

fonte: http://www.analisidifesa.it

Pinotti: "L'India non può processare i marò, combattiamo e li riporteremo a casa"

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(L'atteggiamento tenuto da Monti, De Mistura e da quelli che rispedirono in India i Marò nel marzo 2013, legittimavano di fatto la giurisdizione indiana sul caso.......perchè solo ora ?? )

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ROMA -  "Salvatore Girone e Massimiliano La Torre non sono due eroi. Sono due militari, due funzionari dello Stato che la Repubblica italiana ha impegnato in una missione approvata dal Parlamento, inquadrata tra gli impegni che l'Italia ha preso con la comunità internazionale. Sono stata in India per conoscerli, per rendermi conto anche di persona delle loro condizioni, e per ribadire questo impegno: lo Stato italiano lì ha mandati lì, noi dobbiamo riportarli indietro. Non accettiamo un processo in India perché un altro Paese non può processare due militari in servizio per il loro Stato".

Roberta Pinotti, ministro della Difesa, lei è appena tornata dall'India. Si è fatta un idea di cosa è successo due anni fa?
"Non voglio intervenire sulla ricostruzione dei fatti, ma da due anni i due fucilieri sono in India perché c'è uno Stato che ha chiesto loro di adempiere a una missione e adesso deve risolvere il problema. Punto. Dico solo all'India che quel processo non può essere fatto a New Delhi. Ci sono delle leggi, dei codici, delle regole che indicano come indagare e processare i militari, che non sono una casta protetta. In modo assolutamente illegittimo, non riconoscendo l'immunità funzionale dei due militari in servizio per lo Stato italiano, l'India ha avviato un procedimento giudiziario che noi non riconosciamo".

I due marò sono sempre più presenti nelle polemiche politiche italiane: magari qualcuno sfrutterà il caso anche in campagna elettorale, proverà a candidarsi in loro nome.
"Se l'Italia vuole fare cose utili sui due fucilieri di Marina dovrebbe evitare strumentalizzazioni sulla loro vicenda: se l'obiettivo di tutti è riportarli a casa, la politica deve lavorare in maniera unitaria e costruttiva".

Tagli alla Difesa: lei ha già annunciato di essere pronta a "rivedere, ridurre, ripensare". E tutti hanno fatto immediatamente un collegamento con i caccia F-35. Taglierete ancora quel programma?
"Il 19 marzo in Consiglio supremo di Difesa presenterò un'ipotesi di lavoro su un "Libro bianco". In 6-8 mesi noi dobbiamo chiarire gli scenari che prevediamo di avere di fronte e di conseguenza capire che livello di impegno vogliamo mantenere. Non farò come quando si è annunciato il taglio di quel programma con un'intervista a un giornale. Dobbiamo "rivedere, ridurre o ripensare" il nostro strumento militare, ma solo dopo aver analizzato cosa ci serve e per fronteggiare quali rischi. Delle riduzioni ci potranno anche essere, e non penso solo all'F-35, ma a tutti i possibili programmi militari".




 


 (foto aggiunta)







Perché secondo lei l'F35 è diventato il totem dei programmi militari da tagliare?
"Semplicemente credo che l'F35 si diventato un simbolo, innanzitutto perché il cacciabombardiere è un simbolo di aggressività. Chi ha memoria dei programmi precedenti dell'Aeronautica ricorderà che critiche e contestazioni erano arrivate per il Tornado, per l'Eurofighter perché il cacciabombardiere è nell'immaginario è l'elemento militare più aggressivo. Ma lo Stato deve garantire la Difesa, e i governi devono garantire economicità, razionalità e coerenza delle spese militari. E se ci sono risparmi da fare, bisogna fare risparmi".

Come fa una come lei, di formazione cattolica, scoutistica, iscritta a un partito di sinistra, a difendere le spese militari?
"Una volta in Commissione Difesa è venuta Michelle Bachelet. Allora era ministro della Difesa delCile. Ci disse: "Io prima di essere alla Difesa ero alla Salute, e chiedevo fondi per i miei ospedali. Ma adesso quei soldi quasi li chiedo con maggior tranquillità: la Difesa è un bene primario dello Stato, è un dovere che lo Stato ha nei confrontidei suoi cittadini". La Bachelet mi ha aiutato a capire che non bisogna essere codardi, non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia".


 



 




 (foto aggiunta)










 Ministro, in queste ore la crisi ucraina sembra rallentare. Ma da domani col referendum in
Crimea tutto potrebbe accelerare di nuovo.
"L'Ucraina non deve avere una escalation militare. C'è una tensione che non decresce, che sembra di incerto controllo, ma tutti dobbiamo lavorare per evitare il peggio. Nella Nato e nell'Unione Europea stiamo tutti operando con responsabilità: noi italiani in particolare non abbiamo difficoltà a riconoscere le ragioni dell'una e dell'altra parte, ma una espansione del confrontova evitata".


Vincenzo Nigro - 15/03/14

FONTE: http://www.repubblica.it/esteri
 

«Il rispetto dei diritti umani è anche in una giustizia veloce»


CASO MARÒ

Parla il professor Tullio Scovazzi, docente di Diritto Internazionale all'università degli Studi di Milano-Bicocca

 

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L’iter giudiziario a cui sono sottoposti i due marò sta violando i loro diritti umani. L’affermazione, lanciata dall’Alto Commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha aperto un nuovo capitolo nella complessa vicenda giuridico-diplomatica dei fucilieri di Marina Latorre e Girone. Ne parliamo con il professor Tullio Scovazzi, docente di Diritto Internazionale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Professor Tullio Scovazzi, il concetto dei diritti umani, che molti ritengono riguardi i popoli, riguarda anche gli individui?
«Sì, certo. I diritti umani comprendono, prima di tutto, un insieme di diritti che il singolo individuo può esercitare nei confronti degli agenti e degli organi dello Stato (diritto a non essere ucciso arbitrariamente, diritto a non essere torturato, diritto a un giusto processo, diritto a ricevere un'istruzione, ecc.). I diritti dei popoli sono uno sviluppo ulteriore di un concetto di diritti umani che riguarda, nella maggior parte dei casi, diritti individuali».
I diritti umani riguardano gli Stati o sono un concetto sovranazionale?
«I diritti umani sono enunciati nella Costituzione e nelle leggi degli Stati. Ma essi hanno un doppio livello di protezione, in quanto sono enunciati anche in numerosi trattati internazionali mediante i quali gli Stati si obbligano a rispettare determinati diritti umani (ad es., la Convenzione europea dei diritti umani). Questi trattati creano diritti e obblighi per gli Stati che ne sono parti. Ma essi creano anche diritti e obblighi che i singoli individui possono direttamente fare valere o di fronte agli organi degli Stati o di fronte ad appositi organi giudiziari o quasi giudiziari istituiti dai trattati stessi (ad es., la Corte Europea dei Diritti Umani)».


 










L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, è intervenuta a favore dei fucilieri. Quale violazione si potrebbe configurare in questo caso?
«Non so quali parole l'Alto Commissario abbia precisamente pronunciato circa il caso dei due fucilieri italiani in attesa di processo in India e quindi non posso fare in proposito alcun commento. Sulla domanda in generale, segnalo che sia l'India che l'Italia sono parti del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che all'art. 9 così prevede, tra l'altro: "Chiunque sia arrestato è informato, al momento dell'arresto, delle ragioni del suo arresto ed è prontamente informato di ogni accusa contro di lui. Chiunque sia arrestato o detenuto per un'accusa penale ha diritto a un giudizio entro un tempo ragionevole o a essere liberato" (traduzione non ufficiale italiana). Occorre stabilire se, nel caso dei due fucilieri, l'India abbia rispettato gli obblighi sopra indicati. Va però detto che le eventuali violazioni del diritto all'individuo a un processo entro un tempo ragionevole vanno valutate caso per caso, tenendo conto di alcuni fattori che possono determinare una maggiore durata, quali la complessità del procedimento, il comportamento delle autorità giudiziarie e il comportamento dell'individuo coinvolto. Nel caso specifico, il procedimento è indubbiamente complesso e il fatto che i fucilieri stessi abbiano invocato la loro immunità dalla giurisdizione indiana non contribuisce certo ad accelerarne la soluzione».


 










Ci sono stati, nel passato, casi simili a quello dei fucilieri per i quali si è parlato di violazione dei diritti umani?
«Ci sono numerosi casi in cui un individuo ha fatto ricorso a organi giudiziari o quasi giudiziari internazionali lamentando l'eccessiva durata del processo che lo coinvolge. Anzi, la stessa Italia ne sa qualcosa, perché è stata più volte condannata dalla Corte Europea dei Diritti Umani proprio per questo motivo. Ma il caso dei due fucilieri italiani ha particolarità che lo rendono diverso dagli altri casi. A mio parere, un'eventuale violazione dei diritti umani dei due fucilieri non costituisce, almeno per ora, l'aspetto più importante del caso. Sarebbe molto più importante accertare finalmente il merito, cioè capire perché i due pescatori indiani siano morti. Hanno sparato i due fucilieri i colpi mortali? Li hanno sparati altri? Hanno sparato i due fucilieri perché esistevano dei fondati motivi per ritenere che i due pescatori fossero dei pirati? Hanno sparato i due fucilieri perché i due pescatori erano in realtà dei pirati? Perché l'Italia ha versato una riparazione alle famiglie dei due pescatori? Per quanto io ne sappia, nessuno ha cercato fin ora di chiarire gli aspetti sostanziali del caso. Dato per certo che i due fucilieri hanno il diritto di difendersi e di avere un giusto processo (ovunque esso sia celebrato) e che lo Stato italiano ha il diritto di sostenere le loro ragioni, sarebbe ora che il processo cominciasse».
Quali sono i più recenti casi nei quali è intervenuto l'Alto Commissario?
«Non vedo come l'Alto Commissario, dato il carattere generale dei compiti che gli sono affidati in base alla risoluzione 48/141 del 20 dicembre 1993 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, possa svolgere un intervento diretto nel caso dei due fucilieri o in altri casi specifici. Ma, ripeto, non so che cosa l'Alto Commissario abbia detto che avrebbe fatto in proposito».

Antonio Angeli - 15/03/14

fonte: http://www.iltempo.it

Quante guerre devastano la Siria?

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La legge di Al Qaeda in Siria. I miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante abbandonano le aree intorno ad Aleppo. Intanto gli Usa pensano a creare una zona cuscinetto per proteggere da possibili attacchi la Giordania e il Golan. Spaccatura tra Qatar e Arabia Saudita per la leadership
Da marzo in Siria niente più ISIS o ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Scadenza dell’ ultimatum imposto da Al Julani, leader del fronte Nusra, uno dei due movimenti islamisti di punta dello scenario siriano, erede riconosciuto di al Qaeda e da un mese a questa parte in conflitto aperto con l’altra formazione jihadista. Notizie dal nord della Siria sembrano confermare che il movimento levantino Isis o Isil si starebbe effettivamente ritirando dalle aree limitrofe della città di Raqqa, la sua roccaforte e dalle posizioni conquistate intorno ad Aleppo. Troppe crudeltà commesse è l’accusa

Il ritiro di ISIS sarebbe stato accolto con grande entusiasmo. Il movimento estremista aveva infatti imposto alle popolazioni sotto il suo controllo un trattamento che risale ai fasti della civiltà islamica delle grandi conquiste. Un trattamento in base al quale, secondo il diritto islamico più radicale, i non musulmani erano tenuti a pagare un tributo (jizia) che garantiva loro lo status di “protetti” (dhimmi), e dunque di continuare a esistere ma con forti limitazioni sul piano della libertà religiosa. Proprio per questo motivo, un gran numero di cristiani ha abbandonato la città di Raqqa dal 2013.

Opposizione anti Assad sempre più frantumata, è la sostanza. Sostenitori del partito Ba’th avrebbero organizzato una marcia a Qamishli, città al confine nord-occidentale con la Turchia, per contrastare l’istituzione dell’entità amministrativa autonoma curda nata lo scorso novembre. Dubbi intanto sui corridoi umanitari decisi a Ginevra 2 e sull’andamento della distruzione delle armi chimiche di Assad. Rapporti d’intelligence privi di riscontri riferiscono l’intenzione statunitense di creare una zona cuscinetto lungo il confine meridionale della Siria contro offensive nel Golan e in Giordania.

Settimana di trattative anche all’interno dell’opposizione siriana, spaccata dalla tradizionale rivalità tra Qatar Arabia Saudita, principali finanziatori della resistenza armata al regime siriano. Tensioni tra i due Stati che si sono acuite la scorsa settimana, quando Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar. Una mossa senza precedenti, segno di una crisi regionale profonda. L’uomo forte del Qatar all’interno della Coalizione, l’ex premier siriano Riyad Hijab, a gennaio aveva perso la corsa per la leadership, assegnata al filosaudita Ahmad Jarba.

Proprio per impedire la sua riconferma, il Qatar avrebbe deciso di intervenire spingendo i suoi fedelissimi a rientrare all’interno della Coalizione e far valere i loro voti. È questo lo scenario cui si assiste all’interno dell’opposizione siriana, e a dimostrarlo sarebbe anche il silenzio del portavoce della Coalizione Monzer Akbik, il quale non ha voluto commentare la decisione del blocco qatariota di rientrare nella formazione. La faida interna all’opposizione siriana non ha soltanto indebolito gli sforzi dei miliziani dell’Esercito Libero Siriano ma ha pure favorito l’ala più intransigente dei ribelli.

fonte: http://www.remocontro.it

14/03/14

Venti di guerra, tensione massima tra USA e RUSSIA in Ucraina


Venti di guerra, tensione massima tra USA e RUSSIA in Ucraina



Merkel clamorosamente smentita dal Gen. Dempsey, Capo di Stato maggiore USA 
DICHIARAZIONE SHOCK  DEL CAPO DI STATO MAGGIORE USA: ”L’ESERCITO AMERICANO E’ PRONTO A UNA RISPOSTA MILITARE IN UCRAINA”
(G.F.) – Per il Generale Dempsey, l’Europa orientale “è esposta ad un rischio significativo”. Dempsey è  il Capo dello Stato Maggiore congiunto delle Forze Armate Usa  e oggi  a Washington  ha dichiarato che nel caso di una escalation di disordini in Crimea, l’Esercito americano è pronto per una “risposta militare” in Ucraina, bruciando così Angela Merkel che poche ore prima aveva escluso che sia possibile una risposta militare occidentale all’annessione dell’Ucraina da parte della Russia. Lo riporta il sito web del Consiglio Atlantico.
Dempsey ha riferito di “aver parlato con i suoi omologhi militari in Russia, ma di aver anche inviato un messaggio chiaro all’ Ucraina e ai membri della NATO: l’esercito americano risponderà militarmente, se necessario.”
“Stiamo cercando di convincere la Russia a non far degenerare ulteriormente la situazione nell’Ucraina orientale, e concordare qualche tipo di soluzione per la Crimea. Abbiamo degli obblighi nei confronti dei nostri alleati della NATO. E se le circostanze lo richiedessero, li rispetteremmo”, ha detto Dempsey.
Secondo il generale, l’incursione delle truppe russe in Crimea crea rischi per tutti i paesi d’Europa e gli alleati della NATO. “Se alla Russia è consentito intervenire in un Paese sovrano con il pretesto di proteggere i russi in Ucraina, l’Europa orientale è esposta ad un rischio significativo, perché ci sono enclavi etniche in tutta l’Europa orientale e nei Balcani” , ha spiegato Dempsey. 

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Dempsey fa vergognosamente finta di non sapere che proprio la questione “etnica” è stata alla base della secessione del Kosovo, abitato, secondo i secessionisti, da una maggioranza albanese. Una maggioranza musulmana, dedita al narcotraffico per difendere la quale abbiamo bombaradato ripetutamente la Serbia e la stessa belgrado. La NATO utilizzò allora  l’aviazione militare, la marina militare e l’arma missilistica in appoggio dei narcotrafficanti kosovari. Con questo, violando apertamente ogni regola internazionale di non ingerenza militare negli affari di Stati europei. 
Dempsey è molto difficile abbia lanciato queste minacce di aggressione militare senza l’avallo del presidente Obama e quindi c’è da concludere che gli Stati Uniti si stanno preparando a scatenare la guerra in Europa. Una impressione confermata dal fatto che navi da guerra USA sono entrate nel Mar Nero, in spregio alla convenzione che regola l’accesso a questo mare chiuso, che sono già stati dispiegati due aerei AWACS in Romania e in Polonia, dove è già arrivata una squadriglia di F16 e dove stanno affluendo unità di Marines, e che sauditi e qatarioti stanno ritirando tutti i loro mercenari dalla Siria e li stanno trasferendo in Ucraina dove sono già presenti da almeno una settimana parecchi elementi della Blackwater, la famigerata compagnia militare privata americana…Insomma tra breve, a dispetto della Merkel e delle sue dichiarazioni, ci sarà un confronto armato in Europa, così anche i tedeschi saranno sistemati a dovere.
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La Nuova Italia - 14/03/14
Fonte: http://informare.over-blog.it/article-merkel-no-ad-opzione-militare-in-crimea-dempsey-la-gela-122942564.html

"Luci ed ombre sulla vicenda dei Fucilieri di Marina"



Il Rotaract Club di Ascoli Piceno è lieto di invitarVi a partecipare alla conferenza - dibattito dal titolo:

"Luci ed ombre sulla vicenda dei Fucilieri di Marina"


 
L'evento avrà luogo ad Ascoli Piceno, presso la Sala dei Savi di Palazzo dei Capitani, lunedì 24 Febbraio 2014, alle ore 18.30.




La problematica, di particolare interesse ed attualità, verrà illustrata da un relatore , il Gen Termentini, particolarmente esperto della materia ; infatti, oltre ad essere Vicepresidente di un prestigioso Centro Studi Strategici , è anche coautore di un libro sulla vicenda intitolato "Marò: due Italiani dimenticati". Inoltre il Gen Termentini , che ci è stato segnalato da Ciro Cocozza, è un esperto in materia di sminamento umanitario e bonifica ordigni esplosivi ed ha collaborato con la Commissione Superiore della Sanità per le problematiche relative all'utilizzo di munizionamento all'Uranio Impoverito.

Discorso di apertura Intervento Gen. Termentini Parte 1 Intervento Gen. Termentini Parte 2 Intervento Gen. Termentini Parte 3 Intervento Gen. Termentini Prima Domanda Intervento Gen. Termentini Seconda Domanda Intervento Gen. Termentini Seconda Domanda Intervento Gen. Termentini Terza Domanda Intervento Gen. Termentini Quarta Domanda Conclusioni




13/03/14

Marò, il governo si impegna per una rapida soluzione


 " Continua la giostra delle dichiarazioni, ma l'impegno del Governo a considerare in politica estera  prioritaria la vicenda dei Marò non era stato gia affermato ? - 

Intanto l'arbitrato internazionale non è stato ancora avviato !!! Ed è imprescindibile il consenso delle due parti ...... ma l'India sarà daccordo ?? "

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RIPORTIAMOLI A CASA

L'esecutivo assume a livello internazionale e presso le autorità indiane tutte le iniziative politiche, diplomatiche e giudiziarie che si rendano necessarie per riportarli a casa

 


Marò, l'India, non esclusa pena morte - La Farnesina: 'C'è garanzia scritta
La Camera ha approvato oggi all'unanimità, con 391 voti a favore, l'ordine del giorno a sostegno dei marò presentato dal Presidente della Commissione difesa, Elio Vito, e sottoscritto dai rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari. Nel testo si impegna il Governo a definire come una priorità della propria politica estera e delle sue relazioni internazionali, la rapida soluzione della vicenda dei nostri due Fucilieri di Marina ad assumere, sia a livello internazionale, sia presso le autorità indiane, tutte le iniziative politiche, diplomatiche e giudiziarie, incluso il sollecito avvio della procedura finalizzata all'arbitrato internazionale, che si rendano necessarie per una soluzione rispettosa del diritto internazionale e dei diritti dei due Marò e del nostro Paese, con il convinto coinvolgimento dell'Onu, della Nato e dell'Unione europea, in coerenza con la competenza internazionale sulla vicenda. A realizzare tutte le iniziative utili per ottenere nel più breve tempo possibile il rientro in Patria con onore di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, assicurando nel contempo a loro ed alle loro famiglie tutto il sostegno e la assistenza dovuti in ogni sede, in coerenza con il principio dell'immunità funzionale.




















13/03/2014 19:33
fonte: http://www.iltempo.it/esteri

Ecco come la Russia ha intrappolato l’occidente e recuperato la Crimea senza sparare un solo colpo



Come vincere una guerra combattendo secondo Sun Tzu? L’esempio della Russia in Crimea. Ecco come la Russia ha intrappolato l’occidente e recuperato la Crimea senza sparare un solo colpo.
LM-EODE-TT-GEOPOL-pmr-et-crimee-2014-03-09-FR-1Cosa ci viene insegnato nelle scuole di strategia militare? Accomodatevi, vi porterò in viaggio sui banchi di una scuola di strategia militare. Studieremo la crisi ucraina dal libro di strategia militare ampiamente utilizzato nell’addestramento dei militari russi e cinesi. Ma anche in alcune scuole del business. Questo libro è “l’arte della guerra” del pensatore e stratega militare cinese Sun Tzu (544-496 aC). L’idea centrale della strategia militare di Sun Tzu è utilizzare l’inganno per indurre il nemico a deporre le armi e arrendersi ancor prima di cominciare a combattere. In altre parole, per Sun Tzu il miglior stratega militare vince la guerra senza dover combattere, semplicemente usando trucchi, bluff, false informazioni diffuse in tempo per confondere il nemico, infondendo false speranze al nemico all’inizio delle ostilità, prima di disilluderlo completamente alla fine. Ora analizziamo il caso della crisi ucraina, come si fa nelle scuole militari. Useremo le 10 principali strategie raccomandate da Sun Tzu per vincere una guerra senza combattere, per sapere chi in Ucraina ha le migliori possibilità di vincere il braccio di ferro tra Stati Uniti d’America e Russia.
1- “Quando si può, fingere incapacità. Quando si agisce, fingere inattività. Quando si è vicini, fingere distanza. Quando si è lontani, fingere prossimità”. Quando s’identificano i piani del nemico da combattere, bisogna dare sempre l’impressione di agire contrariamente all’atteggiamento bellicoso atteso in tali circostanze. Quindi è necessario sapersi rendere invisibili nella controffensiva, cioè mentire e soprattutto non dare al nemico alcuna possibilità d’individuare le vere reazioni al suo intento bellicoso, è necessario fingere costantemente di non sapere. In questo caso, l’obiettivo degli occidentali è l’accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione europea, raggiungendo l’obiettivo dell’adesione pura e semplice dell’Ucraina all’UE. Ma ancora più importante, fare aderire l’Ucraina alla NATO escludendo completamente la Russia e quindi non rinnovare il contratto di affitto della base navale di Sebastopoli, in Crimea, alla marina russa; cioè privare la Russia della possibilità di un intervento rapido nel Mediterraneo, in caso di guerra con la NATO, come le recenti operazioni d’intimidazione nei porti siriani, quando il presidente Hollande voleva bombardare il Paese e quando, caduto il presidente egiziano Mursi, gli Stati Uniti minacciarono di sanzionare i rifornimenti ai militari egiziani. Il Presidente Janukovich, l’uomo di Mosca che finse di non capire le conseguenze negative degli accordi di associazione, si fermò all’ultimo minuto. Ed è a questo punto che gli occidentali entrarono in gioco, inventando la rivoluzione popolare. Secondo la TV Euronews, nell’intercettazione tra il ministro degli Esteri estone Urmas Paet e Catherine Ashton, capo della diplomazia europea, gli 88 morti di piazza Indipendenza non sono opera del Presidente Janukovich, ma dei paramilitari dell’opposizione sponsorizzati dalla coalizione del governo attuale a Kiev, per assestare un colpo fatale alla presidenza ostile all’Unione Europea e alla NATO. Ma come ne siamo sicuri? Ecco cosa dice Euronews: “Uno o più cecchini che spararono sui manifestanti di Euromaïdan, stavano nella Banca d’Ucraina, dove gli investigatori di Kiev hanno scoperto i bossoli dei proiettili trovati nei corpi delle vittime. Sono gli stessi proiettili utilizzati per attaccare le forze della polizia antisommossa e gli oppositori“. In totale 88 morti. Prima di tutto, la Russia sapeva tutto quello che succedeva ma si finse invisibile, impercettibile, assente. E così rimase. Ciò che interessava era prendersi l’intera penisola di Crimea, senza combattere. Come? Gli occidentali l’aiutano giocando una partita a scacchi senza mai considerare le pedine che l’avversario avanza in segreto. E questa è la seconda strategia di Sun Tzu che ci porterà maggiori chiarimenti sul comportamento del presidente russo Putin in questa crisi.
2- “Un esercito è vittorioso ancor prima della battaglia. Un esercito sconfitto si lancia per primo in battaglia e poi cerca la vittoria“. Secondo questo principio, Sun Tzu dice che in guerra si attacca solo quando si è certi di vincere. In caso contrario, si deve aspettare il momento per ribaltare la situazione a proprio vantaggio. Su piazza Maidan a Kiev, capitale dell’Ucraina, sfilarono durante la rivolta molti politici occidentali, come il senatore statunitense McCain, il 15 dicembre 2013, per sostenere e incoraggiare la folla inferocita, una rabbia ben tenuta e guidata. Il 19 febbraio, i nostri cosiddetti manifestanti pacifici assaltarono la polizia. Alla fine degli scontri vi furono 26 morti, tra cui nove poliziotti. Questo è ciò che il presidente Obama disse, dal Messico che visitava: “Voglio essere molto chiaro, osserviamo attentamente gli sviluppi in Ucraina nei prossimi giorni e ci aspettiamo che il governo ucraino si moderi, non faccia ricorso alla violenza contro manifestanti pacifici“. Più tardi, sul volo di ritorno dal Messico secondo un dispaccio AP, fu la volta di Ben Rhodes, consigliere speciale del presidente Obama, che in un briefing sull’Air Force One disse: “Siamo contrari alla violenza, da qualunque parte provenga, ma il governo deve rimuovere la polizia antisommossa, dichiarare una tregua e avviare colloqui seri con l’opposizione (…) E’ ovvio che gli ucraini credano che il loro governo non risponda alle loro legittime aspirazioni in questo momento“. Queste tre figure statunitensi erano quindi già cadute nella trappola del Presidente Putin: chiaramente presero posizione. Attraverso le loro azioni e parole, senza rendersene conto, firmarono la paternità delle dimostrazioni a piazza Indipendenza di Kiev. Questa firma sarà poi utilizzata dalla Russia per screditare gli interlocutori occidentali negli eventi apparentemente del tutto inaspettati per entrambe le parti, ma in che misura? Vedremo la prossima strategia enfatizzare il risultato finale ricercato tra molteplici vittorie di Pirro.
3- “Per il buon stratega, la chiave è nella vittoria, non in prolungate operazioni“. Ciò significa che per un buon stratega militare, ciò che conta sono gli elementi nella loro totalità, il risultato finale di tutte le operazioni e non le sporadiche piccole vittorie di ogni giorno. Iniziando dagli obiettivi dei contendenti, in sostanza l’occidente vuole l’adesione dell’Ucraina alla NATO, privando la Russia del suo accesso al Mediterraneo. Mentre la Russia vuole semplicemente annettersi la Crimea data tale eventualità. La Crimea è infatti l’unico accesso della Russia ai mari caldi. Altrove nel nord, ci sono i mari freddi e se l’occidente iniziasse una guerra contro la Russia in inverno, tutte le navi resterebbero bloccate nelle acque ghiacciate del Mar Baltico o del Mare del Nord. Sarebbe sconfitta ancor prima di combattere. Nelle operazioni che a Kiev hanno portato al rovesciamento del presidente, è l’occidente che sembra avere le migliori carte in mano, in quanto detta il ritmo degli eventi scegliendo i nuovi capi, riconosciuti alla velocità della luce. Anche se ha solo rovesciato un presidente democraticamente eletto dal popolo, la democrazia è la grande bugia che vive a spese di coloro che ci credono. Soprattutto dato che le elezioni erano state programmate entro un anno. E ai negoziati, il Presidente Janukovich aveva accettato di anticiparle. Ma non bastava all’occidente, che lo rovesciò appena 24 ore dopo la firma dell’accordo con l’opposizione. Qui è l’occidente che avvia operazioni prolungate. Mosca tace. Il Presidente Putin è bloccato a Sochi per le Olimpiadi Invernali. Questa è la sequenza degli eventi che farà capire che questo silenzio era ben calcolato. A quanto pare, ciò che l’interessa è la vittoria finale e non le operazioni intermedie.
4- “Colui che spinge il nemico a muoversi, facendogli balenare l’occasione, s’assicura la superiorità“. Per Sun Tzu, bisogna sempre spingere il nemico a una maggiore mobilità, al fine di indirizzarlo laddove si desidera, per finirlo. Il 6 febbraio 2014, l’assistente del segretario di Stato USA Victoria Nuland arrivava a Kiev e incontrava i tre principali capi ucraini Oleg Tjagnibok, Vitali Klishko e Arsenij Jatsenjuk, divenuto poi primo ministro. Il giorno dopo, in un’intervista a Kommersant Ukraina, il consigliere speciale del Presidente Putin, Sergej Glazev dice: “Per quanto ne sappiamo, Victoria Nuland ha minacciato gli oligarchi ucraini di metterli nella lista nera degli Stati Uniti se il Presidente Janukovich non cedeva il potere all’opposizione. Questo non ha nulla a che fare con il diritto internazionale. (…) Sembra che gli Stati Uniti abbiano eseguito un colpo di Stato. (…) Gli statunitensi spendono 20 milioni dollari alla settimana per finanziare l’opposizione e i ribelli, comprese le armi“. Commentando la visita del senatore McCain a piazza Indipendenza, il 15 dicembre 2013, Aleksej Pushkov del Parlamento russo (Duma) dice al quotidiano ucraino Kievskij Telegraf: “I rappresentanti di Unione europea e Stati Uniti sono direttamente coinvolti nel rivolgimento politico dell’Ucraina. (…) Vogliono istituire un nuovo regime coloniale?” Abbiamo già visto qui che la Russia sfrutta una deviazione perfetta. Dopo aver spinto l’occidente a muoversi, compiendo diversi viaggi a Kiev, mentre Mosca non si muove di un millimetro, costringe gli statunitensi a scegliere una priorità: il cambio di potere a Kiev. E’ in questa trappola che i russi lo portano e schiacciandovelo a lungo, mentre preparano in libertà e segretezza l’invasione della Crimea.
5- “Il buon stratega è così sottile da non avere forma visibile. Il buon stratega è talmente discreto da essere impercettibile. Così diventa padrone del destino del nemico”. Il buon stratega deve essere sfuggente al nemico. Deve comunicare il meno possibile e controllare le informazioni. E quando comunica trasmettere al nemico informazioni inutili o false. In Crimea, su cui Putin ha svolto l’unica conferenza stampa, il 5 marzo, ammessa solo ai giornalisti russi, giura sulla testa del bisnonno di non avere truppe in Crimea. Non avendo insegne militari sulle divise, sono davvero forze di autodifesa locali. Per l’occidente è una bugia. Ma a ben guardare, il Presidente Putin ha appena cominciato a cuocerlo nel suo brodo. Fornendo informazioni vitali incomprensibili per gli strateghi occidentali. Infatti, quando nega che vi sono militari russi, quindi stranieri in Crimea, invece proprio in quel momento dice ufficialmente che in Crimea sono già presenti forze russe, che non possono essere considerate d’invasione, ma una forza già nel suo Paese, nella sua repubblica, quindi una forza di autodifesa locale. Questo messaggio subliminale non è purtroppo stato adeguatamente analizzato e compreso dagli “strateghi” occidentali, che invece di un’immediata attenzione sulla Crimea, continuano come al solito a fare numero parlando di escalation della tensione da parte russa, mentre questa mostra di esser già passata alla seconda metà dello scontro a cui era stata invitata la Russia. A Parigi, hanno trasformato la conferenza dedicata al Libano nella conferenza delle sanzioni contro la Russia, se non sarà abbastanza gentile da ritirare i suoi militari dalla Crimea. Il giorno dopo a Roma, trasformano la conferenza sul caos lasciato dalla NATO in Libia, in un dibattito per spiegare ai cittadini europei che l’Europa conta ancora qualcosa. Hanno continuato ad organizzare convegni inutili, viaggiando tra le capitali europee e Kiev, mentre il centro di gravità della crisi si sposta da Kiev alla Crimea. Anche uno speciale mini-vertice sull’Ucraina fu organizzato a Bruxelles il 6 marzo e durante tale incontro, il Presidente Putin inviò ai partecipanti un piccolo regalo, un dispaccio lanciato a Bruxelles alle 12 che afferma che il Parlamento della Crimea ha votato all’unanimità l’annessione della Crimea alla Russia e che il referendum per convalidare questa scelta, viene organizzato in soli 10 giorni.


6- “Vincere un centinaio di vittorie in cento battaglie non è abilità. Ma lo è vincere senza combattere. Un buon stratega non è violento, non umilia l’avversario, lo porta a riconoscere la propria inferiorità. Così non ha bisogno di combattere”. In Crimea, le forze speciali russe sono arrivate con un uniformi senza distintivi circondando le basi militari ucraine, ma senza costringere ad abbandonarle. Il problema è che gli occupanti di queste basi non possono più essere liberi di entrare e uscire. Era quindi necessario scegliere: o attendere stoicamente che gli eventi a Kiev facciano il miracolo di sloggiare i russi, o arrendersi. Molti hanno preferito mollare senza nemmeno provare a difendersi. In ogni caso, non sono stati attaccati. Allo stesso tempo, anche prima del referendum, presso l’aeroporto di Sebastopoli la pressione psicologica aumentava: tutti i voli per Kiev, secondo il voto del parlamento di Crimea, divennero voli internazionali. La valuta ucraina gradualmente esce di circolazione sostituita dal rublo russo. È la prima volta nella storia che si assiste alla netta applicazione delle teorie di Sun Tzu: vincere senza combattere. Gli Stati Uniti non hanno visto che fumo.
7- “Una volta, i guerrieri abili diventano invincibili ed aspettano il momento in cui il nemico è vulnerabile. L’invincibilità si trova in se stessi. La vulnerabilità nel nemico”. Un vero stratega gioca sui tempi per vincere tutte le battaglie. Raddoppia i trucchi per non essere colpito da minacce o azioni del nemico belligerante. Così, in primo luogo diventa invincibile, ma non è sufficiente. Deve poi vincere. Per questo un buon stratega deve sapere attendere fin quando i nemici diventano deboli ed intervenire per dargli il colpo di grazia. Una volta garantitasi l’annessione della Crimea, la Russia sa che tale operazione indebolirà drasticamente gli occidentali nelle operazioni successive. Ma mentre questi credono erroneamente che il Presidente Putin si fermerà alla Crimea, si sbagliano. Sa che ha grandemente destabilizzato gli avversari incapaci di iniziative innovative. Il presidente Obama ha annunciato una serie di sanzioni sui visti. Si ha l’impressione che si tratti di un brutto scherzo. Nel 1994, costrinsero l’Ucraina a sbarazzarsi delle armi nucleari promettendogli che se veniva attaccata, l’avrebbero aiutata. Ed ora che il suo territorio viene smembrato, minacciano di non dare dei visti? Scherzano? In realtà, il presidente Obama non può fare molto. In questo momento è il Presidente russo l’unico padrone del gioco con tutte le carte giuste. Fa ciò che vuole, quando vuole e come vuole. Il peggio è che l’atteggiamento occidentale ne tradisce l’incapacità totale. In primo luogo, perché non ha i soldi per una guerra contro una potenza come la Russia, ma anche perché eventuali sanzioni economiche gli si rivolterebbero contro immediatamente. Ad esempio, secondo il quotidiano economico francese Challenges del 7 marzo 2014, alla sola minaccia del presidente Obama di congelare i beni russi, la Banca Centrale della Russia ha spostato in un solo giorno, il 6 marzo, un gigantesco importo da decine di miliardi di dollari dai conti bancari negli Stati Uniti a quelli in Russia e nei paradisi fiscali. Tali operazioni, se continuano a medio termine, possono causare un vero terremoto finanziario e bancario negli Stati Uniti. Questa è la classica storia del calunniatore. Inoltre il 7 marzo 2014, l’agenzia Bloomberg fornisce ulteriori analisi e previsioni. Secondo essa il 1 settembre 2013 la Russia aveva nelle banche di 44 Paesi 160 miliardi di dollari, mentre alla stessa data, 24 Paesi avevano depositato nelle banche russe 242 miliardi di dollari. I Paesi occidentali possono congelare 160 miliardi dollari russi. E la Russia può congelare 242 miliardi di dollari occidentali. Secondo Bloomberg, dopo Washington, chi ha più da perdere sarebbe la Francia, le cui banche hanno investito 50 miliardi di dollari in Russia, seguita dagli Stati Uniti le cui banche hanno investito 35 miliardi dollari nel Paese più grande del mondo, la Russia, con i suoi 17 milioni di kmq. Il peggio è detto dal consigliere del presidente russo Sergej Glazev, secondo la stessa agenzia Bloomberg: “Con le sanzioni degli Stati Uniti, la Russia sarebbe costretta ad abbandonare il dollaro per altre valute, creando un proprio sistema di pagamenti. (…) Se gli Stati Uniti congelano i beni di aziende di Stato ef investitori privati russi, Mosca consiglierà a tutti di vendere i titoli del Tesoro USA. Inoltre, le sanzioni, se imposte, porteranno la Russia a rinunciare al rimborso dei prestiti delle banche degli Stati Uniti“. Amen. La Russia è invincibile ed ha persino individuato il punto debole del nemico. Possiamo quindi scommettere che dopo la Crimea, per prima cosa annetterà gli ex-territori georgiani dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, prima di incamerare le regioni russo-ucraine che hanno votato per il Presidente Janukovich nelle ultime elezioni presidenziali. Senza dimenticare, naturalmente, la regione separatista della Transnistria in Moldova, al confine con l’Ucraina, dalla maggioranza russa, che fin dalla proclamazione dell’indipendenza nel 1992 chiede l’annessione alla Russia. E qui arriviamo a un’altra strategia di Sun Tzu.
8 – “Per avanzare irresistibilmente, attaccare i punti deboli del nemico. Per ritirarsi senza essere catturati, essere più veloci del nemico”. Per avanzare dobbiamo evitare il corpo a corpo con il nemico e limitarsi a colpirlo solo nei punti scoperti. E nella ritirata strategica bisogna mettersi negli angoli che sfuggono al controllo del nemico. La blitzkrieg dell’agosto 2008 contro l’alleato degli Stati Uniti, la Georgia di Saakashvili, conquistò territori nel punto debole dell’occidente. Tutto aveva fatto credere alla Georgia che sarebbe stata aiutata in caso di guerra con la Russia, facendo ciò che le venne raccomandato. Quando fu bombardata, non arrivò nessuno. Allora, qual è la sua parola? L’umiliazione della piccola Georgia da parte della Russia è una grande macchia alla credibilità degli Stati Uniti, e ancora oggi i due territori contesi sono controllati dalla Russia. Questo è il motivo per cui è facile prevederli come i primi territori che la Russia annetterà dopo la Crimea. Questa vittoria così facile, in soli quattro giorni, contro la Georgia non deve essere ripetuta oggi in Ucraina, secondo Sun Tzu. E il presidente russo Putin l’ha capito.
9- “Non ripetere le stesse tattiche vittoriose, ma adattarsi alle circostanze specifiche di ciascun caso“. Adeguare sempre tattiche e strategie alle nuove situazioni. Una soluzione che ha funzionato ieri non è detto funzionerà ancora. Se si ripetono le tattiche vittoriose del passato, si rischia di trovare un nemico esperto, che ha studiato la nostra strategia e sa come rispondervi correttamente. Ogni situazione, per un buon stratega, è unica e merita una strategia unica. Mentre gli statunitensi hanno ripetuto in Iraq e in Afghanistan la stessa formula rovinosa del Vietnam, la Russia ha evitato di ripetere in Ucraina le sue tattiche vittoriose bombardando la Georgia con centinaia di carri armati ed elicotteri da combattimento. Perché è chiaro che se gli alleati della Georgia, gli Stati Uniti, erano allora impreparati, nulla dice che ancora una volta restino passivi perché sorpresi. Infatti, ci viene detto che F-16 statunitensi volano sui cieli estoni e polacchi. Allo stesso modo, come quando il Presidente Putin ha taciuto sugli eventi di Kiev prima di annettersi la Crimea oggi, nessuno sa quale strategia abbia preparato per le regioni orientali russofone dell’Ucraina. Come Sun Tsu suggerisce di non ripetere le stesse strategie vittoriose, c’è da scommettere che abbia preparato dell’altro per le regioni orientali, ma cosa?
10- “Chi conosce l’altro e conosce se stesso, può combattere cento battaglie senza mai essere in pericolo. Chi non conosce l’altro ma conosce se stesso, per ogni vittoria subirà una sconfitta. Chi non conosce l’altro né se stesso, inevitabilmente perderà ogni battaglia“. Il buon stratega deve sempre tenere a mente tre preoccupazioni: padroneggiare l’ambiente, il campo di battaglia, conoscere il nemico in dettaglio e conoscere se stesso, soprattutto per nascondere al nemico le proprie debolezze. Per far parte dei servizi segreti russi, si deve saper parlare diverse lingue, come l’inglese. Allo stesso tempo, tutti i testi e le comunicazioni tra i membri del FSB sono esclusivamente in russo. La CIA ha un reparto sulla Russia che non può affrontare l’imponente strategia russa basata sulla conoscenza dell’inglese delle sue spie, mentre conosce gli Stati Uniti nei loro minimi dettagli. C’è anche una rete composta da russo-statunitensi, con passaporto statunitense e accesso a tutte le posizioni dell’amministrazione statunitense. Questo spiega perché sembra che qualsiasi cosa dica la controparte statunitense, nulla sorprende il presidente russo. In termini ambientali, la Russia è grande 17 milioni di kmq, gli Stati Uniti la metà. Mentre gli statunitensi in Russia sono concentrati in poche grandi città nell’occidente, i russi negli Stati Uniti sono presenti in tutti gli Stati Uniti. Sono statunitensi a tutti gli effetti. A Mosca basta studiarne il comportamento per sapere tutto degli statunitensi. Tornando sull’Ucraina, le regioni d’interesse per la Russia sono quelle dove si parla russo, dove la popolazione è russa, quindi con un perfetto controllo sociologico dalla Russia. Non è il caso degli Stati Uniti per cui l’Ucraina è come l’Afghanistan o l’Iraq, dando sempre l’impressione d’impegnarsi in potenziali teatri di guerra senza mai dominare il campo, il pianeta è un videogioco dove è sufficiente sostituire una scheda con un altra e continuare a sparare, trascinandosi in guerre inutili che hanno letteralmente rovinato gli Stati Uniti d’America. E il Presidente Putin ha capito che dall’altra parte si naviga a vista, sui dossier iraniano, siriano e ucraino. Infine, davanti allo sbandamento del presidente degli Stati Uniti con le sue minacce generiche e la totale incapacità di avviare qualsiasi iniziativa sul caso ucraino, c’è nel mondo di oggi un campione di strategia militare, il maestro Vladimir Putin. Conosce il nemico, gli Stati Uniti, conosce il terreno, l’Ucraina, e conosce la forza del suo nuovo Paese, delle nuove risorse militari del Paese dopo la guerra in Libia, che cita ogni volta per deridere gli strateghi statunitensi che dichiaravano d’imporre la democrazia in Libia e che ora fanno una conferenza a Roma per chiedere l’aiuto russo per mettervi un po’ d’ordine. Obama da parte sua dà l’impressione di non capire né il suo omologo russo né la complessità ucraina, altrimenti non avrebbe suggerito a coloro che hanno messo al potere a Kiev, quale prima azione, di bandire la lingua russa. Peggio, sembra non conoscere le proprie debolezze, un Paese in rovina che non può offrire nulla ai 47 Paesi africani invitati a Washington, solo per imitare gli incontri biennali tra i leader cinesi e africani.
1901550Quali lezioni per l’Africa?
Il 22 gennaio di quest’anno, la Casa Bianca, in un comunicato stampa, annunciava che il presidente Obama aveva invitato a Washington 47 capi di Stato africani, prendendosi cura di escludere CAR, Egitto e Guinea Bissau, accusati di aver preso il potere senza passare per le urne, ma con colpi di Stato. Come spiegare che sull’Ucraina l’amministrazione statunitense cerca di forzare la mano della Russia nel riconoscere il nuovo governo di Kiev nato da un colpo di Stato? Un colpo di Stato in Europa è diverso da un colpo di Stato in Africa? Il 17 febbraio 2008 il Kosovo dichiarò unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia. Gli occidentali festeggiarono. La Serbia portò il caso alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), l’organo giudiziario delle Nazioni Unite che convalidò la secessione del Kosovo con la sua decisione del 22 luglio 2010, in questi termini: “la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo non viola il diritto internazionale generale e la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza, e il quadro costituzionale“. Tuttavia, la Corte Internazionale di Giustizia ha aggiunto che “non è vincolata dalla domanda di pronunciarsi sulla questione, di dire se il diritto internazionale conferisce un diritto positivo al Kosovo di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. La Corte non è incaricata di dire se il Kosovo ha la qualifica di Stato“. L’allora ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner accolse la decisione della Corte Internazionale di Giustizia in tali termini: “L’indipendenza del Kosovo è irreversibile (…) Ciò indica chiaramente che la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo non è contraria alla legge internazionale e alla risoluzione 1244, come la Francia ha sempre sostenuto, e io ne sono felice“. Domanda: Perché l’occidente è lieto della secessione di Kosovo e Sud Sudan e fa finta di giocare al fervente difensore del diritto internazionale e dell’inviolabilità delle frontiere dell’Ucraina? La Crimea è diversa dal Sud Sudan o dal Kosovo? La risposta è che questa equazione a geometria variabile della buona volontà di certi i Paesi, degli stessi che si sono arrogati il diritto di sorvegliare il mondo dividendolo in cattivi e buoni  ingenui candidati alla democrazia, solo per derubarli. A differenza di quanto accade regolarmente in Africa, Eritrea, Sud Sudan, la Russia non ha aiutato la Crimea a dichiarare la propria indipendenza, ma piuttosto ad aderire a un insieme più grande. Ogni nuova indipendenza indebolisce il Paese che perde un pezzo della sua terra. Ma indebolisce anche il nuovo Stato esanime. Coloro che oggi lottano contro la frammentazione dell’Ucraina, sono gli stessi che lavorano dietro le quinte per smembrare il Mali, che finanziano le ribellioni nella RDC orientale per creare la nuova repubblica del Kivu.
La Russia non ha smesso di sorprendere gli statunitensi. Che messaggio mandano i russi agli statunitensi facendo coincidere la data della fine delle para-olimpiadi invernali di Sochi, il 16 marzo 2014, con il referendum per convalidare l’annessione della Crimea alla Russia? A differenza della Russia, gli africani sono più o meno prevedibili nelle loro strategie da parte dei nemici occidentali. Devono ancora capire che l’occidente è il nemico dell’Africa. C’è una vera e propria arretratezza culturale e intellettuale nella popolazione africana, che dovrebbe già poter capire che deve imporre un equilibrio di potere con l’occidente affinché le sue opinioni siano prese in considerazione. Ma non possiamo arrivarvi in una relazione convenzionale dall’accattonaggio istituzionalizzato, in cui chi tende la mano per ricevere è sempre colui che obbedisce all’altro. Ecco perché finora nessun Paese africano ha un piano serio per spiare l’occidente. Gli africani credono erroneamente di essere amici degli europei e non si chiedono mai come li vedono gli europei: semplici schiavi anche se molto alfabetizzati. Le TV occidentali possono dare l’impressione di odiare il Presidente Putin o la Russia, ma c’è qualcosa che nessuno può mettere in dubbio, qualunque sia il loro rapporto in futuro, sono destinati a rispettare la Russia. Hanno già cominciato a provarlo, procrastinando le pseudo-sanzioni che non arrivano mai. Ed è in questo rapporto di rispetto che sono paradossalmente ottimista sul futuro delle relazioni tra questi due nemici di oggi. Non posso dire lo stesso per l’Africa. Per avere questo rispetto, dobbiamo smettere di mendicare, è una condizione essenziale prima di parlare di strategia militare o di spionaggio degli europei da parte degli africani.


988815 

Jean-Paul Pougala 

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

fonte: http://aurorasito.wordpress.com/

Marò,anche il governo Renzi tira fuori tutta la sua nullità.

Marò: Pinotti a Delhi,
Bene le prime parole,da parte di tutti ,dal Presidente del consiglio Renzi a quelle del ministro degli esteri Mogherini e del ministro della difesa Pinotti,escludendo le parole rifereite al governo precedente e alla continuità di quella azione,al niente non si può chiedere nessuna continuazione.
Oggi è toccato alla Pinotti seminare dubbi e ambiguità ma veniamo alle sue parole a New Delhi
 L'obiettivo prioritario del governo italiano e' quello di riportare i due Fucilieri di Marina a casa e per questo "e' necessaria una grande unita' nazionale". Lo ha dichiarato oggi all'ANSA di New Delhi il ministro della Difesa Roberta Pinotti.
L'elemento essenziale, ha spiegato, "e' far sentire su questo il piu' possibile la forte voce di tutta l'Italia" e "non dobbiamo indebolire da soli la posizione del Paese creando eventuali fratture interne".
"Ci sono molti - ha proseguito - che in questo momento stanno indagando sul 'prima'. Adesso il 'prima' non deve interessare. Su di esso si indagherà, ci sarà un momento in cui si dovrà vedere cosa è veramente successo". "Non e' questo il momento - ha ribadito - perchè ora è il momento dell'unità".
L'immagine del Paese, ha ancora detto, "deve essere compatta". Ed e' importante che "tutte le forze politiche in Parlamento si ritrovino su questo obiettivo, come già e' successo con la missione in India delle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, e come e' avvenuto con l'ultimo 'decreto missioni' presentato proprio oggi in Parlamento con un ordine del giorno di tutti i partiti".(ANSA)

Queste le parole del ministro,parole che preoccupano i cittadini onesti e desiderosi di legalità nazionale e internazionale, forse il ministro non sa che tutti i cittadini italiani sono diventati ostaggi, forse il ministro non sa che nessun parlamentare con Monti premier ha fatto un interrogazione. Forse il ministro non sa che qualche vocina lieve e delicata quasi in sordina ha detto qualche parolina piccola piccola ed è stato fatto un viaggietto in India giusto il giorno dove il parlamento indiano era chiuso,certo il viaggio era stato organizzato dalla Bonino con Casini. Forse il ministro non sa che due responsabili sono stati coptati nel governo Renzi e mi riferisco a De Mistura e a Lapo Pistelli. Quindi a chi si riferisce caro Ministro Pinotti, dopo due anni ancora non si sa un nome di chi ha dato gli ordini, nemmeno un nome eppure lei dovrebbe saperli i nomi caro ministro , sia i nomi che riguardano i militari e sia i nomi che riguardano i politici e sia i nomi della stampa che si è venduta per depistare e disinformare ,gli italiani non sono un branco di deficienti ,ed è arrivato il momento di assumere un atteggiamento responsabile nei confronti dei cittadini. Tutti uniti certo,ma come mai non si sente parlare di arbitrato internazionale cosa stiamo aspettando? E il ritiro  dalle missioni Onu ?  Se facessero un referendum ci sarebbe la vittoria schiacciante con il 100% ma chissà perché voi seguite sempre altro, se anche voi vi siete messi d’accordo con l’India per affrontare il problema dopo le loro elezioni lo capiremo e  lo capiremo anche subito. 
 
 
 


A pagare saranno ancora i poliziotti Cottarelli pensa a tagliare sul Viminale E i Carabinieri alzano le barricate





Anche le forze di polizia nel mirino del commissario per la spending review Carlo Cottarelli. Creando sinergie ed un miglior coordinamento tra i corpi (sono cinque quelli nazionali), ha annunciato, si puo’ arrivare “nel giro di
tre anni a risparmi significativi”. Il Viminale ha in cantiere un piano che prevede il taglio di quasi 300 uffici di polizia, contro il quale i sindacati sono già sul piede di guerra. E c’è anche chi tira fuori la proposta di unificare polizia e
carabinieri. Il risparmio sarebbe assicurato, ma anche le proteste. Il “Progetto di razionalizzazione delle risorse e dei presidi della polizia di Stato sul territorio”, predisposto dal Dipartimento della pubblica sicurezza, fornisce dati e numeri degli uffici da tagliare: 11 commissariati distaccati, 2 compartimenti e 27 presidi minori della Polizia stradale (altri 6 presidi verranno accorpati con uffici attigui), 73 fra sottosezioni e posti della polizia ferroviaria, 73 sezioni
provinciali della polizia postale, 2 zone di frontiera e 10 presidi minori della Polizia di frontiera, tutte e 50 le squadre nautiche, 4 squadre sommozzatori, 11 squadre a cavallo, 4 Nuclei artificieri, la Scuola per i servizi di polizia a cavallo di













Foresta Burgos (Sassari). C’è poi un piano, concertato dal Dipartimento con il Comando generale dell’Arma, finalizzato a rivisitare la dislocazione di commissariati di polizia, compagnie dei carabinieri e di quelle forze speciali a carattere sussidiario concentrate in alcune sedi e non razionalmente distribuite sul territorio. Da parte sua, il comandante generale dell’Arma, Leonardo Gallitelli, qualche giorno fa ha messo dei paletti ben precisi a tutela  delle 4.608 stazioni dei carabinieri: “noi difendiamo a tutti i costi questo presidio che non appartiene all’Arma ma agli italiani”. Il piano del Viminale ha incontrato anche l’opposizione dei sindacati di polizia, che il prossimo 25 marzo saranno ricevuti dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano. “C’e’ chi parla - spiega Gianni Tonelli, presidente nazionale del Sap – di 600 milioni di euro di risparmio sulla sicurezza. Temiamo che, se confermata, tale cifra non sia solo figlia delle ipotizzate
chiusure di circa 267 presidi di polizia, a cui ci opponiamo con forza. Temiamo che questa cifra sia figlia anche di future, mancate assunzioni. Così, da 15 mila poliziotti sotto organico, diventeremo presto 20 mila/22 mila in meno”. Daniele Tissone, segretario Silp-Cgil, ha una soluzione: unificare polizia e carabinieri, in modo da ottenere “un risparmio certo e quantificabile nell’ordine di alcuni miliardi di euro l’anno, nonché la realizzazione di un coordinamento reale tra i due
corpi”.

Angelo Perfetti il 12 marzo 2014

fonte: http://www.lanotiziagiornale.it

«Perché l’Italia si inchina a Lula amico del terrorista assassino?»

Parla Alberto Torregiani, vittima del latitante in Brasile


Torregiani
«Il caso dei Marò in India? È speculare e opposto a quello di Battisti in Brasile. Nel secondo, un terrorista condannato dai tribunali italiani non viene estradato perché si ritiene che, se ciò avvenisse, sarebbe "perseguitato". Nel primo, due militari che facevano il loro lavoro a bordo di una nave battente bandiera tricolore rischiano di essere condannati in base a una legge sul terrorismo».
Alberto Torregiani, 50 anni, da 35 su una sedia a rotelle dopo l’agguato dei «Proletari Armati per il Comunismo», che il 16 febbraio del 1979 a Milano ferirono lui alla spina dorsale e uccisero il padre Pierluigi, è amareggiato. Ma non più di quanto lo sia stato in questi lunghi anni da paraplegico. Anche se ieri il premier Renzi ha incontrato l’ex presidente Lula, che quando era al governo si rifiutò di estradare il mandante di quell’omicidio, Cesare Battisti, e non si è parlato del caso.
Signor Torregiani è sorpreso del fatto che il «companheiro» Renzi non abbia nemmeno accennato alla questione Battisti?
«Anche se Lula è un ex presidente, resta un personaggio, diciamo così, istituzionale. Vorrei sapere proprio di che hanno parlato. Forse era più importante affrontare il problema dell’imprenditore italo-brasiliano arrestato a Fiumicino qualche settimana fa perché condannato a 12 anni in Brasile per una vicenda nella quale sarebbe coinvolto anche lo stesso Lula. Comunque che non ne abbiano parlato è strano, per usare un eufemismo...».
Che notizie ha dell’ex capo dei Proletari Armati?
«So che è tecnicamente libero. Che ha una carta d’identità, anche se non ha il passaporto e, quindi, non può espatriare. Ma lui è il primo a non volerlo fare».
Che si aspetta nei prossimi mesi, riuscirà ad avere giustizia?
«Non mi aspetto molto. Anche se la speranza rimane. E la mia lotta va avanti. Il governo italiano, tuttavia, non sembra più interessato a risolvere il problema».
Quando ha rinunciato?
«Si sono arresi quando Lula, il giorno prima di abbandonare la sua poltrona da presidente, ha detto che non avrebbe concesso l’estradizione per Battisti. E la nuova presidente Dilma Roussef lo ha confermato. Tutto ciò dopo che la Corte suprema brasiliana aveva dato il suo nullaosta per estradarlo»















Dicono che Battisti in Italia sarebbe perseguitato...
«Non conoscono il nostro Paese. Se tornasse, otterrebbe molti favori da una certa sinistra, che lo coccolerebbe e lo proteggerebbe. Ricordiamo il caso di Silvia Baraldini, che abbiamo fatto tornare dagli Usa e doveva scontare dieci anni. Dopo due è uscita e lavora anche per enti pubblici...Vuole una battuta? Se Battisti torna e si presenta alle elezioni, rischia di diventare deputato».
Quest’anno ci sono i mondiali di calcio in Brasile. Chiederebbe agli azzurri di dare un segnale al governo di quel Paese, magari giocando con una fascia al braccio per ricordare che le vittime di Battisti non hanno avuto giustizia?
«È una cosa su cui ragionare. Basta pensare alla questione dell’omofobia alle Olimpiadi di Sochi, che è diventato un caso mondiale. Sarebbe un bel segnale».
Che cosa pensa, invece, del caso dei due Marò detenuti in India?
«Ci sono molte similitudini con la vicenda Battisti. Non ci sono state determinazione, volontà e certezza di stare nel giusto. In entrambi i casi sappiamo di avere ragione ma non facciamo quello che dovremmo, probabilmente per difendere interessi economici. Per quanto riguarda Battisti, il risultato è che stiamo dicendo a chi delinque che può fregarsene della legge, perché i cittadini onesti pagano, queste persone, no. Per quanto riguarda, invece, i Marò, stavano facendo il loro mestiere. Che poi siano colpevoli o meno, è tutt’altra cosa. A prescindere da ciò, infatti, ci si doveva battere per loro. E non è stato fatto».
L’India rimanda da due anni una decisione su Latorre e Girone. Come risolverebbe lei questa dolorosa impasse?
«Credo che sarebbe necessario affidare il processo a una corte suprema internazionale completamente superpartes, escludendo i due Paesi coinvolti. Se i fucilieri fossero stati portati davanti a un tribunale europeo o internazionale, il loro percorso sarebbe stato molto diverso, sebbene né l’Ue, né l’Onu abbiano fatto molto per risolvere il problema».
Pensa che sia tutta una questione si soldi, di interessi europei e italiani in India?
«Probabilmente è così, ma penso che il premier dovrebbe occuparsi anche di questo, oltre che di rimettere in sesto l’economia italiana. Anche perché le due cose sono collegate. Se dimostriamo di essere un Paese onesto, che considera la giustizia una questione etica e applica questo principio anche nei casi Battisti e Marò, se dimostriamo che riusciamo a tutelare i nostri cittadini, allora guadagnamo fiducia. E questo significa anche un guadagno in termini economici».
Pensa ancora a quel giorno di trentacinque anni fa in cui fu ferito?
«No. Non tutti i giorni. Ma quando vedo che non c’è giustizia, allora ci penso. Ed è come se mi avessero ferito di nuovo

Maurizio Gallo - 13/03/14

fonte: Il Tempo.it

12/03/14

Narendra Modi, l’uomo che può rilanciare l’India e piacere alla Cina




Nazionalista indù, liberista, accettato a Pechino, il premier del Gujarat è il grande favorito alle elezioni indiane di aprile-maggio. Anche se le ombre sul suo ruolo nei massacri anti-musulmani del 2002 non sono state fugate.


 
 
[Il premier del Gujarat e favorito alle prossime elezioni indiane Narendra Modi. Fonte: shrinews.com]
Il 27 febbraio 2002, nella località indiana di Godhra (Gujarat), un gruppo di estremisti musulmani diede fuoco a un treno che trasportava un gruppo di pellegrini indù di ritorno da Ayodhya, una città dell’Uttar Pradesh dove, una decina di anni prima, la distruzione di una moschea aveva scatenato una serie di scontri in cui erano morte circa 2 mila persone.

Ben 99 persone persero la vita nell’attentato contro il treno
. Vari gruppi indù del Gujarat indissero immediatamente uno sciopero generale (bandh). Seguirono giorni di intensa violenza, con numerosi episodi di tortura e stupro. I morti furono oltre mille, 18 mila le abitazioni distrutte e circa 200 mila i musulmani sfollati. In diverse località la polizia non fece nulla per fermare le violenze. In alcuni casi, come si legge in un rapporto di Human Rights Watch sull’accaduto, gli agenti “supportarono attivamente” i massacri.

Il governo dello Stato del Gujarat era già allora nelle mani di Narendra Modi, il favorito alle prossime elezioni indiane. Gli avvenimenti del 2002 resteranno una macchia indelebile nella carriera politica del leader del Bharatiya Janata party (Bjp), oltre che una delle pagine più buie della recente storia indiana.

Le violenze costarono quasi il posto a Modi, salvato in extremis dal suo partito. Molti gli rimproverano tuttora di non aver fatto abbastanza per fermare il massacro: avrebbe potuto vietare lo sciopero generale, imporre immediatamente il cessate-il-fuoco, oppure ordinare alle Forze di polizia un'azione più decisa a difesa della comunità musulmana. In un rapporto sulle violenze del 2002, la commissione indiana per i diritti umani descrisse la risposta dello Stato del Gujarat “un fallimento totale”.

Fu molto dura anche la reazione di parte della comunità internazionale: nel 2005, gli Stati Uniti revocarono il visto d'ingresso a Modi, ritenendolo responsabile della deprecabile performance delle istituzioni statali nella gestione degli scontri. Circa 200 persone sono state condannate per il ruolo avuto durante le violenze di quei giorni. Nel 2012 una speciale commissione d’inchiesta nominata dalla Corte suprema indiana ha assolto Modi da tutte le accuse, ma persistono molte ombre su quegli avvenimenti e numerosi dubbi sulle effettive responsabilità del leader del Bjp. Tanto più se si considera il suo background ideologico.

Come tutti i membri del suo partito, Modi ha militato per anni nel gruppo nazionalista indù “Rashtriya Swayamsevak Sangh” (Rss), di cui il Bjp è il braccio politico. Pilastro fondamentale dell'ideologia nazionalista indù è il concetto di '“Hindutva“, che non è riducibile alla sola sfera religiosa ma si estende sino a comprendere quello di lealtà territoriale, anteponendo, dunque, la fedeltà alla patria indiana e alle tradizioni indù a ogni altra cosa. Più volte, in passato, membri dell'Rss sono stati accusati di incitare all'odio religioso. Da ultimo, in un'intervista rilasciata al mensile indiano The Caravan, Swami Aseemanand - in carcere con l'accusa di aver pianificato tra il 2006 e il 2008 almeno 3 attentati contro i musulmani, con un bilancio di 82 morti e decine di feriti - ha accusato i vertici dell'Rss di aver fornito il loro appoggio a questi attacchi terroristici, a condizione di non esserne coinvolti direttamente.


Negli ultimi anni, tuttavia, le ambizioni di governo hanno spinto Modi ad adottare una retorica conciliante, spingendo ai margini del suo discorso politico ogni tematica suscettibile di alimentare divisioni e controversie e costruendo la sua immagine pubblica sui successi economici ottenuti alla guida del Gujarat. [l'articolo continua dopo la carta]


[Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/09 "Pianeta India"]

Alla vigilia delle elezioni politiche, pare che la sua missione abbia avuto successo. Anche l'Occidente ha deciso di mettere da parte ogni perplessità di carattere etico e di stabilire legami con quello che potrebbe diventare il futuro leader dell'India. L’incontro avvenuto il 12 febbraio tra Modi e l’ambasciatore americano a Nuova Delhi, Nancy Powell, ha di fatto posto fine all'ostracismo inflittogli da una parte della comunità internazionale, riabilitandone definitivamente l'immagine pubblica.

A fine febbraio, l’istituto americano Pew Research Center ha pubblicato i risultati di un sondaggio svolto in India che sembrerebbe lasciare davvero poco spazio ai dubbi. Quasi 8 intervistati su 10 hanno dichiarato di vedere favorevolmente Narendra Modi: un indice di gradimento molto superiore rispetto a quello ottenuto da uno dei principali leader indiani, Rahul Gandhi (50%). Buoni consensi sono stati raccolti anche dal suo partito (63%), mentre il Congress party (19%) sembra inesorabilmente avviato verso una delle peggiori performance elettorali di sempre. Se è vero che i sondaggi si rivelano spesso inaffidabili - a maggior ragione se effettuati in un paese con oltre 800 milioni di elettori - e che una buona performance del “terzo fronte” (ombrello sotto il quale sono raccolti numerosi partiti regionali) potrebbe sbarrargli la strada verso il governo nazionale, Narendra Modi è certamente l’uomo da battere alle prossime elezioni, previste per aprile-maggio di quest'anno.

Il leader del Gujarat è il più moderno tra i politici indiani, come dimostrato dalla sua grande attenzione per i social media (ha più di 3.5 milioni di follower su Twitter) e per la comunicazione in generale. Nel 2009 ha ingaggiato la seconda più grande agenzia di pubbliche relazioni degli Stati Uniti, la Apco Worldwide, per promuovere in tutto il mondo l’immagine del Gujarat come meta degli investimenti internazionali.

Nato da un’umile famiglia del Gujarat - suo padre vendeva il tè presso una stazione ferroviaria - Modi è riuscito a scalare i vertici della politica locale e nazionale in un paese in cui l’appartenenza di casta riveste un ruolo ancora molto importante. Il leader del Bjp è diventato un modello di successo, capace di esercitare grande fascino sulle masse, tanto che i suoi comizi radunano migliaia di persone. La sua immagine è da molti venerata quasi alla stregua di quella di una divinità indù. Il compito che potrebbe essere chiamato ad assolvere è a dir poco impegnativo: riportare l’India sui livelli di crescita sostenuti e farne una grande potenza.

Il “suo” Stato, il Gujarat, rappresenta un modello di sviluppo economico molto apprezzato anche fuori dai confini indiani. Definito dall’Economist il “Guangdong indiano” (in riferimento a una delle più ricche province della Repubblica Popolare Cinese), il pil del Gujarat è cresciuto durante il governo di Modi a un tasso medio di circa il 10%, ben al di sopra di quello nazionale. Con solo il 5% del totale della popolazione indiana, questo Stato assorbe circa il 16% della produzione manifatturiera nazionale e ¼ del totale delle esportazioni. Tra i principali successi rivendicati da Modi vi sono lo sviluppo delle infrastrutture (in particolare, della rete elettrica) e la semplificazione delle procedure burocratiche, con una conseguente riduzione della corruzione. Rispetto al resto dell'India, il Gujarat è stato contraddistinto negli ultimi 12 anni da livelli di governance ben più elevati: ciò ne ha favorito lo sviluppo economico ed è valso a Modi il sostegno dei businessmen indiani.

In questi anni, Modi è stato capace di creare un legame molto forte con l'establishment economico dell'India, facendo del Gujarat il destinatario di investimenti interni ed esteri. Centinaia di uomini d'affari provenienti da ogni parte del mondo si riversano ogni due anni nel Gujarat per prendere parte al summit economico “Vibrant Gujarat”, evento creato da Modi nel 2003 allo scopo di promuovere gli investimenti. Colossi globali come Ford, General Motors e Tata hanno aperto stabilimenti nel Gujarat, beneficiando di un regime fiscale favorevole e di altre agevolazioni ad hoc.

I critici di Modi gli rimproverano uno stile autoritario e una scarsa attenzione per le esigenze della popolazione locale. La sua ascesa, tuttavia, è fortemente legata ai fallimenti del modello di sviluppo economico inclusivo adottato in questi anni dal Congress party, divenuto oramai sinonimo di populismo e corruzione. Il governo guidato da Manmohan Singh non ha saputo mantenere le grandi aspettative createsi attorno al paese negli anni passati, rivelandosi incapace di adottare quelle riforme strutturali di cui l'India tuttora necessita. Complice la crisi economico-finanziaria globale, dal 3° trimestre del 2011 il tasso di crescita del pil indiano è costantemente inferiore al 5%, ben lontano dal 9,3% fatto registrare nell'anno fiscale 2010-11.

Modi ha costruito la propria immagine in forte contrasto rispetto all'immobilismo mostrato negli ultimi anni dal Congress party e dai suoi alleati. Noto per essere un instancabile lavoratore e un amministratore integerrimo, il leader del Gujarat rappresenta per molti indiani la sola speranza di tirar fuori il paese dalla difficile situazione economica in cui si trova attualmente. Come dichiarato da Ratan Tata (capo onorario dell'omonima compagnia) “dà fiducia sapere che quel che Modi dice che sarà fatto, poi viene fatto davvero”. Il parlamento uscente passerà alla storia come quello che ha approvato il minor numero di leggi a fronte di uno scenario che, al contrario, richiedeva prontezza d'azione e coraggio politico. Come spesso accade in situazioni simili, la popolazione finisce con l'affidare le proprie speranze a figure quasi messianiche, leader decisionisti e talvolta autoritari, capaci di parlare alla “pancia” dell'elettorato. Leader simili a Modi, per intenderci.

Con motti come “minimal government, maximum governancee “government has no business to do business”, il leader del Bjp sembra essere riuscito a conquistare anche la fiducia della finanzia internazionale. Lo scorso novembre l'agenzia americana Goldman Sachs ha alzato il rating dell'India da underweight a marketweight, proprio in previsione di una possibile affermazione di Modi alle prossime elezioni.

A dire il vero, i contenuti dell'agenda economica del capo del Gujarat appaiono ancora piuttosto vaghi. Potrebbe, tuttavia, trattarsi di una scelta ben ponderata, che avrebbe come obiettivo quello di consentire a Modi di competere sul piano della demagogia con i suoi principali rivali politici. Oltre a una prevedibile maggiore apertura del paese agli investimenti esteri, quel che appare più probabile, alla luce della sua esperienza al governo del Gujarat e dalle politiche adottate dall'ultimo esecutivo guidato dal Bjp, è che venga messo a punto un esteso programma di privatizzazioni tale da consentire al paese di reperire i fondi necessari per lo sviluppo senza dover adottare misure impopolari come tagli al welfare.

L'obiettivo principale di Modi sarebbe quello di creare un vero e proprio “marchio India” da esportare in tutto il mondo, puntando sullo sviluppo e la valorizzazione delle cosiddette 5 “T”: tecnologia, turismo, tradizione, commercio (trade) e talento.

L'economia dovrebbe rappresentare anche il pilastro centrale della politica estera di un eventuale governo Modi. Sebbene nelle ultime settimane il leader del Bjp abbia adottato una retorica sempre più marcatamente nazionalista, condannando, in particolare, la politica espansionistica cinese, il suo successo dipenderebbe in larga parte dai risultati ottenuti in campo economico. Un deterioramento dei rapporti con Pechino non gioverebbe all'India, rappresentando piuttosto un serio ostacolo allo sviluppo economico di Delhi.

Proprio la Cina è stata tra i primi a intuire le possibilità di successo del leader del Bjp, come dimostrato dalla visita di quest'ultimo a Pechino: nel 2011 fu accolto con gli onori che di solito si riservano ai capi di Stato. La retorica anti-cinese, che rappresenta una costante delle campagne elettorali indiane, non si traduce necessariamente in una reale ostilità nei confronti dell'Impero del Centro. Al contrario, è possibile che nel caso di una vittoria di Modi si assista a un'intensificazione delle relazioni tra i due paesi in ambito commerciale, senza che ciò comporti, tuttavia, una riduzione della spesa militare. Come dichiarato dallo stesso Modi, l'obiettivo della politica estera indiana deve essere quello di trovare un equilibrio tra shanti (pace) e shakti (potenza).

Più delicata potrebbe rivelarsi la gestione dei rapporti con il Pakistan. In questi mesi, Modi ha criticato l'approccio del governo di Manmohan Singh nei confronti di Islamabad, giudicandolo troppo tenero. In vista del ritiro delle truppe internazionali dall'Afghanistan, Islamabad e Nuova Delhi cercheranno in ogni modo di estendere la propria influenza sul paese, con un inevitabile aumento delle tensioni bilaterali. Non è da escludere l'ipotesi che alcuni dei gruppi terroristici pakistani operanti a Kabul e dintorni decidano di riorientare le proprie attività in funzione anti-indiana. Già nel corso del 2013 si è assistito a un significativo aumento dei tentativi di infiltrazione di terroristi nel Jammu e Kashmir. Un eventuale attentato terroristico come quelli compiuti a Mumbai nel 2008 (166 morti) e, più di recente, nel 2011 (26 morti) costringerebbe un governo eventualmente guidato da Narendra Modi a rispondere all'attacco in maniera molto decisa, con il rischio di un nuovo conflitto armato.

Il successo del leader del Gujarat alle prossime elezioni, dunque, aprirebbe scenari ancora difficili da decifrare. Una politica economica meno demagogica consentirebbe all'India di tornare su livelli di crescita più sostenuti, offrendo ai mercati internazionali grandi opportunità di investimento. Un approccio pragmatico in politica estera potrebbe preludere a una più intensa integrazione regionale, a beneficio di tutta l'area. In ogni caso, non mancherebbero gli elementi di rischio, molti dei quali sottratti, almeno in parte, al controllo dei decisori politici.

Durante un comizio tenuto il 23 gennaio a Gorakhpur, Narendra Modi ha chiesto agli indiani 60 mesi di tempo per dare loro un futuro di pace e felicità. Il responso delle urne non tarderà a farsi conoscere.
di Daniele Grassi (12/03/2014)
 
fonte: Repubblica.it/limes