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21/02/15

Nel campo nomadi? Villette di lusso e Suv da 60mila euro

 

Fondi pubblici per mantenere profughi, migranti e rom mentre i pensionati sono costretti a frugare nella spazzatura


L'indignazione corre sul web, ma non solo. Le immagini e il racconto delle anziane italiane che rovistano nei cassonetti dell'umido nel disperato tentativo di portare a casa qualcosa per cena hanno toccato molti milanesi.




Storie di quotidiana solitudine, che indignano ancora di più, dal momento che si tratta di donne abbandonate dalla loro stessa città. Una città forse distratta da altri tipi di emergenza, che vengono da molto lontano, con cui si trova a dover fare i conti. Le immagini del campo rom di via Negrotto, alla periferia nord, dove ieri mattina il segretario della Lega Nord ha effettuato un sopralluogo, parlano di villette abusive con tanto di Suv Audi da 60mila euro parcheggiati davanti. Il confronto è dietro l'angolo.
«Fosse per me i campi rom non ci sarebbero. Campo Rom di via Negrotto. Davanti a una villetta in legno (abusiva) è parcheggiato un “modesto” fuoristrada Audi - scrive Salvini a didascalia delle foto -. Aiutiamoli, poverini, aiutiamoli!». Amministrazione e governo già lo fanno: se nel 2014 la giunta Pisapia non ha stanziato nessun fondo per i rom (dal II semestre 2011 al 2013 sono stati messi a disposizione 817.072 euro), il governo ha sborsato 5,7 milioni di euro per interventi sociali, strutturali e di sicurezza. «Quel campo rom è regolare, è stato voluto decenni fa dalle precedenti amministrazioni - la secca replica del sindaco Pisapia -. A differenza di Salvini visito quel campo senza scorta o Digos, abbiamo investito in sicurezza e quella scuola è sicura».
Sono rimbalzati sulla rete e sulle bacheche gli appelli dei milanesi, privati cittadini e associazioni, per portare aiuti e sostegno ai profughi accampati in stazione Centrale. La Milan col coeur in man sa mobilitarsi, a volte in maniera straordinaria, di fronte alle grandi emergenze. Profughi, per altro, che continuano a sbarcare in Stazione. Secondo quanto reso noto dalla Caritas, in due giorni sono arrivate 300 persone, per la maggior parte siriani (220), che si sommano ai 500 profughi provenienti dall'area sub sahariana accolti tra mercoledì e giovedì a Bresso. Venticinque famiglie sono state accolte a Casa Suraya (Caritas), gli altri sono stati smistati dal Comune nelle altre strutture convenzionate (via Aldini, Corelli, Mambretti, Saponaro-Isonzo).
I numeri dell'emergenza profughi sono piuttosto impressionanti: la convenzione tra Comune e Viminale prevede un costo di 900 euro al mese a persona (vitto e alloggio). Cifra che va moltiplicata per 55mila: i migranti che sono transitati in città da gennaio 2014. Ma la grande questione - spiegano da piazza Scala - è che non esiste una ripartizione sul territorio: su 10 migranti che arrivano in Italia, 7 passano da Milano, che si deve accollare quasi l'intera spesa dell'accoglienza nazionale. «Il Comune paga di tasca sua - attacca Riccardo de Corato, vicepresidente del consiglio comunale (FdI) - le spese per l'integrazione degli stranieri, (oltre 95mila euro), e spese per ”senza fissa dimora“ ed emergenze in Stazione Centrale (88mila euro). Questi soldi di chi sono? lo dica Majorino». «L'Assessore Majorino continua a batti beccare con il Governo, lamentandosi di un problema che la sua stessa giunta ha creato - incalza l'europarlamentare Lara Comi (Fi) - lanciando proclami ideologici sull'accoglienza, e scaricando gli oneri sul privato sociale e sulla città». «La Comi e De Corato sono di una ignoranza imbarazzante. Per la gestione dell'emergenza profughi il Comune non impiega risorse proprie - la replica dell'assessore al Welfare Pierfrancesco Majorino -. Tutte le risorse sono state trasferite dal Ministero dell'Interno».
Ma ammonta solo al 20% la quota che lo Stato rimborsa, con molti mesi di ritardo, a Palazzo Marino per il sostegno dei minori soli non accompagnati, ovvero ragazzini che arrivano principalmente dall'Egitto senza genitori. La legge impone il loro inserimento nelle comunità e l'assistenza fino al compimento dei 18 anni: in questo caso non si tratta solo di dare vitto e alloggio, ma assistenza psicologica e sociale, educazione. In totale le comunità per minori costano tra i 70 e i 90 euro al giorno alle casse di Palazzo Marino. Da gennaio 2014 a oggi i minori sol arrivati in città sono passati 1700 a 2200, il grido di allarme lanciato da Majorino. «Indovina chi paga?» si chiede polemicamente Alessandro Morelli, capogruppo della Lega in Comune.


 Marta Bravi - 21 febbraio 2015
fonte: http://www.ilgiornale.it


Tutti i dettagli dell’asse tra Egitto e Russia in Libia






Mentre nel Mar Nero la flotta russa ha iniziato ieri una complessa esercitazione con missili da crociera, caccia Su-30 e quattro sottomarini, duemila chilometri a sud ovest la partita che Mosca sta giocando con il Cairo si arricchisce di spunti e dettagli. L’asse russo-egiziano, a seguito dell’accordo per la fornitura di armi del marzo 2014, ha un nuovo habitat in Libia, dove il generale Al-Sisi, dopo i 24 caccia Rafale ottenuti da Parigi, può contare sull’apporto diretto di Vladimir Putin.
IL BLOCCO NAVALE
Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha detto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che quest’ultimo dovrebbe autorizzare un blocco navale nelle acque territoriali libiche. L’obiettivo è evitare la consegna di armi via mare ai radicali islamici che fanno scorribande nel Paese. L’operazione che garantirebbe un blocco navale delle acque territoriali libiche potrebbe essere guidata proprio da Mosca, così come riportato da alcune fonti diplomatiche russe alla Tass. Il ragionamento che si fa a Mosca è che se la Russia in passato ha preso parte attivamente alle operazioni in Somalia, perché oggi non potrebbe fare lo stesso nel Mediterraneo? La motivazione che circola più o meno riservatamente nelle riunioni operative è che gli attacchi aerei contro i terroristi dell’Isis in Libia sono stati effettuati dall’Egitto dopo il caso dei cristiani coopti, per cui la Russia – che del Cairo si considera un ottimo alleato – si metterebbe a disposizione di Al-Sisi.
E a conferma dell’asse tra Russia ed Egitto c’è la notizia diffusa sempre da Tass e ripresa da Formiche.net secondo la quale, “proprio da Mosca, potrebbe arrivare un aiuto decisivo per le sorti della crisi libica e per lo spostamento degli equilibri a favore di Tobruk. Il Cremlino sarebbe disponibile a farsi portavoce alle Nazioni Unite di una revoca dell’embargo sulle armi per il governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, perché possa avere maggiori chance di imporsi sia sui terroristi, sia su quello parallelo, insediatosi a Tripoli”.
NON E’ LA SIRIA
A chi però eccepisce che Mosca non ha preso parte alla coalizione anti Califfato in Siria, la diplomazia russa replica che si trattava di un’operazione non autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che tra l’altro aveva registrato il no di Damasco. Una scelta che Washington avrebbe fatto “ancora una volta bypassando il Consiglio di sicurezza e il governo siriano”. Per cui, secondo l’agenda che Putin e Al-Sisi avrebbero stilato in occasione del recente incontro al Cairo (il 10 febbraio scorso con il dono al Generale di un esemplare del famoso mitragliatore d’assalto AK47 Kalashnikov), la nuova cooperazione che si è basata sulla fornitura da parte di Mosca di una centrale nucleare che darà energia elettrica al Cairo, è solo un punto di partenza. Che potrebbe essere a breve seguita da mezzi navali russi impiegati direttamente dinanzi alle coste libiche.
MIRE MEDITERRANEE?
Il tema delle mire mediterranee russe è ormai un argomento oggetto di analisi e approfondimenti. Alcuni osservatori fanno notare come di una presenza navale russa nel Mare nostrum si parli ormai da un quinquennio, con l’alta tensione che si è sviluppata nel versante orientale del Mediterraneo lo scorso ottobre quando, in risposta al tentativo illegale della nave turca Barbaras di fare rilievi petroliferi a largo di Cipro, Mosca ha inviato due fregate, Tel Aviv quattro F-16 e Atene addirittura un sommergibile. Come osservato dall’editorialista Guido Salerno Aletta, la Russia, che sembrava definitivamente fuori del Mediterraneo, oggi “tenta di rientrarvi approfittando dei rivolgimenti conseguenti alle primavere arabe e la crisi ucraina l’ha costretta ad accelerare i giochi”. “L’Egitto è solo la quinta casella su cui si muove la Russia, nello scacchiere mediterraneo. La Russia intende dare sostegno politico e militare all’Egitto. Si è messo a punto l’ennesimo tassello della strategia russa, volta a non farsi ridimensionare al rango di potenza regionale asiatica dopo la crisi crimeana. La difesa del regime di Assad è stato il primo, fondamentale, passaggio cruciale per la Russia. Se fosse caduto, la Russia avrebbe dovuto dire addio alla base di Larnaka, l’unica nel Mediterraneo. L’opposizione, in seno all’Onu, a una iniziativa militare giustificata dall’uso di armi chimiche contro la popolazione civile è riuscita a bloccare quello che sembrava un inarrestabile domino: dalla rivoluzione dei gelsomini in Tunisia, alla rivolta di Piazza Tahir al Cairo, alla caduta d Gheddafi, mancava solo Damasco. Ed invece è lì che si è fermata l’onda della primavera araba. Putin, sulla Siria, non ha ceduto. Verso la Turchia – prosegue Salerno Aletta – è stato compiuto il secondo passo di Putin, quando si è recato ad Istanbul per offrire al Premier turco Erdogan l’approdo del South Stream, il gasdotto tanto osteggiato dalla Unione europea, che trasformerebbe la Turchia nel principale hub gasiero del mediterraneo”. Poi c’è Cipro.
ATENE-MOSCA
Senza dimenticare la vicinanza strategica di Mosca ad Atene che, dopo gli anni del governo conservatore Karamanlis, amico personale di Putin, oggi con il Syriza di Alexis Tsipras vanta rapporti particolari con uno degli economisti di punta, Iannis Milios formatosi a Mosca, con il ministro dell’energia Panaghiotis Lafazanis che sta gestendo il delicato dossier petrolifero e con il ministro degli esteri Nikos Kotzias. Quest’ultimo lo scorso 11 febbraio è stato ricevuto in Russia dal suo omologo Lavrov, dopo aver manifestato contrarietà alle sanzioni occidentali contro Mosca il giorno stesso della nascita dell’esecutivo greco.

LA FORNITURA DI ARMI
Esattamente un anno fa erano state gettate le basi dell’asse Mosca-il Cairo in virtù di un massiccio acquisto di armi che l’Egitto aveva fatto dalla Russia. Nelle settimane precedenti i rapporti tra il Generale Al-Sisi e il Ministero della Difesa russa si intensificarono proprio per giungere alla conclusione dell’accordo che riguardò gli elicotteri d’attacco Mi-35 e gli elicotteri multiruolo Mi-17 russi, i caccia MiG-29M/M2, i sistemi SAM anti aerei, i missili antinave, oltre ad armi leggere e munizioni. La lista prese di fatto il posto degli armamenti Usa, ovvero i caccia Lockheed Martin F-16, gli elicotteri d’attacco Boeing AH-64 Apache, i carri armati M1A1 e i missili antinave.
LA STRATEGIA
La decisione di bussare all’arsenale di Mosca giunse dopo la prima firma preliminare a seguito dell’incontro in Russia tra il leader militare egiziano Al Sisi e Putin (febbraio 2014). In precedenza nel mese di novembre 2013 era stato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov a spianare la strada alla firma al Cairo assieme al ministro della Difesa Serghei Shoigu. Secondo una serie di indiscrezioni apparse sulla stampa e riportate anche dal sito Al Monitor, i contratti sarebbero frutto del finanziamento dell’Arabia Saudita. Passaggio propedeutico fu la decisione di Washington di interrompere il flusso degli aiuti militari all’Egitto, in modo particolare gli elicotteri Apache che l’esercito egiziano avrebbe voluto impiegare nel difficile terreno del Sinai contro l’esercito dell’Isis.
Francesco De Palo - 19 febbraio 2015
fonte: http://www.formiche.net

20/02/15

CASO MARO'__ IL TORTO DI ESSERE INNOCENTI - IL TORTO DI ESSERE MILITARI

 
L'unica luce in questa vicenda squallida e in tutto questo buio é quella degli sguardi fieri di Massimiliano Larorre e Salvatore Girone






Roma-Feyenoord, Bruzzone: “Italia ha paura di mostrare i denti. Poliziotti ridotti ad ombre, come reagire”


Una furia. Mai avevamo sentito Roberta Bruzzone così alterata. La sua è una difesa nei confronti delle Forze dell’Ordine “terrorizzate dalle conseguenze di fare bene il proprio lavoro”. La nota criminologa invoca la certezza della pena e “soprattutto la sua rapidità” nell’intervista a IntelligoNews, nella quale auspica che dopo gli incidenti di ieri a Roma si inizi a dare qualche segnale forte…
roberta-bruzzone

Come definisce il tipo di criminalità visto ieri a Roma e chi deve pagare per quanto accaduto?
«Un gruppetto di squilibrati di infima categoria che ha ferito Roma nei suoi luoghi più preziosi. Si immagini cosa può fare un gruppo di soggetti anche malamente organizzati. Chi sbaglia deve cominciare a pagare senza se e senza ma…».

Ancora una volta nel mirino finisce la certezza della pena?
«La certezza della pena e soprattutto la sua rapidità. È come se un genitore dicesse a un figlio che deve pagare per l’oggetto che ha rotto, ma la punizione arriverà dopo sei anni. Se l’oggetto lo hai rotto oggi ti punisco subito, altrimenti che tipo di deterrente è?».

La città non è stata difesa in modo adeguato?
«Dobbiamo alzare la guardia cari signori, è ora di finirla. L’Italia non deve essere il Paese in cui ognuno può fare ciò che gli pare, bisogna cominciare a dare qualche segnale forte. 

Il problema è anche legato ai tagli che hanno subito le Forze dell’Ordine?
«Dobbiamo capire cosa vogliamo fare da grandi. La coperta è corta, ma se vogliamo sicurezza dobbiamo investire altrimenti poi non possiamo lamentarci. Le nozze con i fichi secchi non si possono fare, chiaro? Quello che ci hanno fatto credere non va bene, occorre una revisione del Paese che sia scevra da logiche populistiche».

Ieri sera Renzi ha detto che è il Feyenoord a dover chiedere scusa…
«Non è un problema di scuse da parte dell’Olanda, questo è un gruppo di imbecilli che sono riusciti a fare ciò che volevano in totale autonomia e libertà. Il problema è che l’Italia deve essere in grado di prendere subito a calci in culo gente di questo tipo! Abbia pazienza…».

Qual è allora il vero problema di questo Paese?
«L’avere paura di mostrare i denti. L’Italia non è in grado di reagire nella giusta misura davanti a situazioni di questo genere e anche più gravi. Noi ci facciamo letteralmente fare a pezzi dai primi imbecilli che vengono. Che speranze abbiamo se venissero quattro soggetti anche malamente addestrati? Questo è il punto».

Inizia intanto la pratica dello scaricarsi a vicenda le responsabilità. Chi ha sbagliato: il Campidoglio, la Prefettura, il Viminale?
«C’è una responsabilità diffusa perché ci sono delle direttive che non consentono agli ottimi operatori di Polizia che abbiamo, e ci tengo a ribadire questo concetto, di fare il loro mestiere perché ormai sono tutti terrorizzati dalla conseguenze di fare bene il proprio lavoro.
Siamo arrivati a questo punto. Alla fine dei giochi per un arresto fatto in maniera energica i poliziotti rischiano di andare davanti ai giudici. Se vogliamo difendere i delinquenti basta essere chiari e poi non lamentarsi quando accadono fatti come quelli di ieri. Abbiamo ridotto gli operatori di Polizia ad ombre di quello che erano».

Non è sufficiente il Daspo…
«Ma quale Daspo! Questo è il Paese dove la peggiore feccia d’Europa viene nella consapevolezza di poter fare quello che le pare perché alle brutte, anche se arrestata, dopo un paio di giorni potrebbe essere già fuori».

Questa volta non si può neanche tirare in ballo il fattore sorpresa visto quanto accaduto circa dodici ore prima a Campo de’ Fiori…
«Ancora stiamo a giocare con la prevedibilità? Si sa benissimo che un gruppo di tifoserie di questo tipo può portare guai, ma cosa aspettiamo la domanda in carta bollata?».

 
 Andrea De Angelis - 20 febbraio 2015
fonte: http://www.intelligonews.it

Marò, ancora un rinvio. E siamo a tre anni di prigionia Il tribunale speciale indiano di New Delhi ha infatti rinviato al 12 marzo la discussione sul caso




Ennesimo rinvio. Ulteriore presa in giro, verrebbe da dire. Di sicuro ancora una volta è stato calpestato il diritto: quello formale, ad essere giudicati da un tribunale internazionale, e quello naturale, che non può vedere un essere umano “imprigionato” per tre anni senza che contro di lui sia emessa alcuna condanna. Il tribunale speciale indiano di New Delhi ha infatti rinviato al 12 marzo la discussione sul caso dei Marò italiani, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, indagati in India ormai da tre anni.

Un tempo lunghissimo, rotto solo da dichiarazioni di intenti e da nessun risultato, che offendono l’Italia, le sue tradizioni e la sua cultura. Trentasei mesi durante i quali la sovranità italiana è stata cancellata per proteggere interessi economici. Una storia senza fine, inaccettabile ed in cui le parole dominanti sono state sempre “riservatezza e profilo basso”. Anni caratterizzati da un’indifferenza totale e quasi generalizzata a livello politico, incomprensibile da parte di chi invece avrebbe dovuto far sentire la propria voce in maniera incisiva.

Un periodo in cui si sono succeduti tre Governi che sembra si siano passati “il testimone” su come gestire il caso. Quello del Presidente Monti che ha deciso di rispedire in India i due Fucilieri di Marina con un Ministro della Difesa attento a non abbandonare una nave ormai alla deriva e prossima all’approdo, pur di non rischiare posizioni di privilegio future. Quello Letta, piuttosto disattento alla vicenda con un Vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli pronto a dichiarare di aver concordato con l’India “regole di ingaggio” avanzando anche l’ipotesi di una disponibilità italiana di accettare una mite condanna indiana a seguito della quale far rientrare i due militari in Italia nel quadro dello scambio di condannati, così come previsto da un accordo bilaterale sottoscritto nell’agosto 2012.

Un terzo Governo, l’attuale, con il Presidente del Consiglio pronto a dichiarare agli italiani la sua vicinanza ai due Marò con telefonate ed altre azioni di facciata, ma poco concreto nei risultati. Un Primo Ministro che in base alle sue consolidate esperienze in tema di politica estera preferisce ricorrere ad una “Diplomazia Tranquilla”, sinonimo in questo caso di “Diplomazia Dormiente”, visti i risultati fino ad ora raggiunti. Un Renzi pronto ad ostentare ottimismo dopo quattro parole scambiate con il Premier indiano Modi in occasione dell’ultimo G20, ma altrettanto “timido” nel portare avanti iniziative internazionali, nonostante che lo stesso Premier indiano avesse qualche giorno prima del G20 che di fronte alla pirateria marittima doveva applicarsi il Diritto Internazionale.

Gli italiani, invece, continuano ad attendere che due concittadini rientrino in Italia liberi ed a testa alta e le Forze Armate aspettano un segnale che garantisca loro la tutela dello Stato quando impiegate in operazioni fuori dal territorio nazionale.

di Fernando Termentini - 20 febbraio 2015
fonte: http://www.interris.it

ROMA FEYENOORD - LA RABBIA DELLA POLIZIA / I TIFOSI CHE ERANO STATI ARRESTATI E CONDANNATI SONO GIA RIENTRATI



foto di Magdi Cristiano Allam.
La rabbia della Polizia per il trattamento disumano a cui sono stati sottoposti nella guerriglia urbana a Roma e per l'immediato rilascio dei vandali olandesi. Mentre a Lucca un carabiniere che ha arrestato in flagranza di reato un tunisino che stava rubando rame dentro un’azienda, è stato lui accusato di lesioni dal ladro, condannato a 6 mesi di reclusione nonché al risarcimento danni per 7500 euro, alle spese di 1750 euro più Iva e al pagamento alla parte civile di 3500 euro!

Leggete il comunicato di Igor Gelarda, Dirigente nazionale Sindacato di Polizia Consap:


'' Adesso è stata la volta degli Hooligans del Feyenoord che hanno fatto diventare la città eterna una città da incubo per un giorno e mezzo. Botte, sassate, bombe carta contro i nostri poliziotti e carabinieri, chiamati ancora una volta per un tozzo di pane a difendere i cittadini, le piazze italiane. E difendere, sempre con maggiori difficoltà, anche loro stessi. Decine di poliziotti feriti e bombe carta lanciate, una fontana vecchia di più di 500 anni, simbolo di un passato glorioso e di un presente di decadenza,scheggiata; 15 autobus danneggiati e mezzi della polizia rotti.Scene di una guerra, degna di una battaglia di quelle che si leggono nei libri storia! E’ questo il prezzo di una partita di calcio.Prezzo in tutti i sensi: i turni di lavoro straordinario delle forze dell’ordine, in alcuni casi turni quasi inumani di oltre dieci ore, le abbiamo comunque pagato di tasca nostra, regalando altri soldi alle non povere società di calcio. Anche i danni fatti chi li ripagherà? Un personale reperito in ben 11 commissariati romani, fra i quali molti poliziotti ultracinquantenni o 30 anni di servizio. Uno spiegamento immane di 1300 uomini non è comunque riuscito ad arginare del tutto la violenza.
E mentre ci menano, abbiamo anche paura delle conseguenze del nostro operato. Quando ad essere picchiato è un poliziotto, ben poca gente si indigna, ma se ad usare la forza siamo noi, dobbiamo stare più che attenti. Se confermata nella sua interezza, la notizia appena diffusa del Carabiniere condannato per arresto violento è incredibile: un Carabiniere di Lucca arresta in flagranza di reato un tunisino che stava rubando rame dentro un’azienda, ma è accusato dal ladro di lesioni. Finisce così a giudizio ed è condannato a 6 mesi di reclusione (pena sospesa fortunatamente),nonché al risarcimento danni per 7500 euro e alle spese di 1750 euro più Iva; e ancora con pagamento alla parte civile di 3500 euro!
Un arresto non è una dichiarazione d’amore…almeno di solito!
Cosa dire se non che siamo sconsolati, afflitti. Alcuni hooligansono stati processati per direttissima e condannati a pene che vanno dagli 8 ai 16 mesi e multe fino a 45 mila euro. Ma ovviamente sono rimasti tutti liberi, verranno riaccompagnati in Olanda, avranno un Daspo ma neanche una ora di prigione per loro, come per tanti altri delinquenti che, nonostante le condanne, in prigione non vanno mai.
L’insostenibile incertezza della pena!
Meno male che almeno il portavoce dell’Ambasciata olandese ha dichiarato di stare con la Polizia! E anche io sono con loro, per la professionalità dimostrata come sempre e il loro coraggio:un coraggio dimostrato ogni giorno e un grande cuore, che forse l’Italia di oggi non si merita in pieno!
Un ultima cosa al Signor sindaco Marino: ha detto che vuole stracciare i passaporti di questi hooligan? Sappia che non servirebbe a nulla, perché sono cittadini comunitari! E almeno questi hooligan olandesi, brutti e cattivi per quanto siano, un documento e una identità la possiedono, contrariamente alle decine di migliaia di anonimi che si muovono ormai in Italia!
Scusate, dimenticavo di ricordarvi una cosa…. non siamo carne da macello! ''




fonte:https://www.facebook.com/MagdiCristianoAllam

Il rischio dello Stato Islamico “a sud di Roma”


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L’ISIS dice che è a sud di Roma, i nostri Servizi Segreti dicono che l’Italia non è mai stata così in pericolo, tutti dicono tutto e l’allarme sale, tutti si preoccupano e nessuno, specie il Governo, sembra saper che fare. Proviamo a fare un po’ d’ordine e forse lo capiremo.
Che i guerriglieri dell’ISIS siano in Libia è un dato di fatto, che siano in grado di fare danni, pure; ma quali esattamente e in che ordine di tempo?
In primo luogo, nell’attuale situazione, dire d’essere a sud di Roma è pura propaganda. A sud di Roma c’è parecchio spazio, che va dal comune di Ciampino fino al Polo Sud geografico, passando per due mari e tutta l’Africa. Dire – essendo in Libia – che si è a sud di Roma è geograficamente corretto, militarmente sbagliato e non implica una minaccia militare diretta e tantomeno immediata all’Italia. Questo però non vuol dire che non ci sia nessuna minaccia.

 

Andiamo con ordine: i guerriglieri dell’ISIS sono in Libia, ma dopo l’intervento egiziano non è che le cose stiano loro andando per il meglio, anzi. Per questo motivo, dire d’essere a sud di Roma può aiutare la propaganda interna e incoraggiare i combattenti, specie se non hanno molte notizie dal resto del mondo su come vanno le cose e specie se hanno la sensazione di non star vincendo.
Militarmente parlando, l’ISIS non è in grado di minacciare l’Italia, né avrebbe convenienza a farlo prima d’aver consolidato il possesso almeno della fascia costiera della Libia. Se a questa si aggiungesse l’entroterra, sarebbe anche meglio. Per l’entroterra, con assoluto sprezzo delle difficoltà  geografiche, si ipotizza un’unione o cooperazione con Boko Aram, nonostante ci sia di mezzo l’intero Sahara; per la costa il discorso è diverso e se l’Egitto continua così non è credibile che l’ISIS riesca a impadronirsene.
Allora è tutto tranquillo? Tutta scena? Neanche per sogno.

 

In primo luogo i combattimenti sulla costa porteranno inevitabilmente a una riduzione e probabilmente a un’interruzione dei rifornimenti di gas e petrolio libici verso l’Italia. Questo creerà dei problemi e un aumento dei costi di approvvigionamento, ma non un’interruzione, visto che esistono pur sempre i contratti take or pay con Russia e Algeria, cioè quelli per cui paghiamo comunque una certa – esorbitante – quantità di gas, indipendentemente dal fatto che poi la usiamo o no, quantità che di solito negli anni non abbiamo mai usato per intero.
Però tra il divieto di commercio con la Russia e tutto il resto, la bolletta energetica di sicuro non se ne avvantaggerà,
Un altro problema è quello dell’immigrazione clandestina e qui il discorso si fa più articolato. Che ci sia un buon mezzo milione di disperati in attesa di arrivare in Italia, non è un mistero, ma un numero che circola da tempo, perché da almeno tre anni si parla di centinaia di migliaia di migranti pronti a tentare la traversata.

 

I dati preoccupanti sono due: uno noto, l’altro meno. Quello noto è che nessuna marina che si rispetti può consentire che degli scafisti sparino addosso alle proprie navi senza che queste reagiscano; il che significa però non che abbia sbagliato la Marina, ma che siano sbagliate le regole d’impegno impostele dal Governo.
Non reagire implica rendere più sicuro il nemico e più permeabile lo schermo difensivo, ammesso che ce ne sia uno. La conseguenza è che se qualcuno vuole infiltrare guerriglieri in Europa, questo atteggiamento è un vero invito a farsi avanti. Prendiamo questo fatto, mettiamolo da parte per il momento e passiamo al dato meno noto.
Il dato meno noto abbisogna d’un numero e d’un ricordo personale. Il numero è quello di 7.000 guerriglieri mussulmani che, secondo la stampa, l’ISIS vorrebbe infiltrare in Europa attraverso l’Italia, mescolandoli ai clandestini portati dagli scafisti.

 

E’ attendibile? E’ inattendibile? Per ora teniamolo presente e passiamo al ricordo personale. Più di venticinque anni fa, quando ero un giovane subalterno di fanteria, mi capitò varie volte di far servizio nella sala operativa del Comando dell’allora esistente Regione Militare Centrale di Roma per delle esercitazioni, sia coi quadri che sul terreno.
Non ricordo se fosse l’87 o l’88 quando ne facemmo una, il cui tema tattico consisteva nel fronteggiamento di incursioni di paracadutisti arancioni – cioè nemici – da parte del partito blu, noi, i buoni. La Regione Militare Centrale d’allora comprendeva Marche, Abruzzo, Lazio ed Umbria ed aveva due brigate operative e una terza composta dal personale delle Scuole di Fanteria e d’Artiglieria. Diciamo che, tutto incluso, poteva contare su 10-15.000 uomini operativi, a cui sommare gli alpini dell’Aquila e molti altri militari di Genio, Aviazione Leggera, Carabinieri e Guardia di Finanza.

 

Non entro nei particolari. Mi limiterò a dire che, siccome ero l’ufficiale di servizio durante la notte, seguii attentamente l’evolversi della situazione. Alle 8 riferii dettagliatamente al colonnello direttore della sala operativa e, di fatto, dell’esercitazione, il quale commentò amaramente: “Ecco, bastano due compagnie di paracadutisti nemici per mettere in crisi l’intera Regione Centrale.”
Sia chiaro: non si trattava di scarso addestramento, né di mancanza di mezzi o munizioni. Si trattava del fatto che le segnalazioni del “nemico” avevano fatto correre di qua e di là tutti gli uomini disponibili ed eravamo già restati senza riserve: 200 uomini ne avevano impegnati 15.000 e ne sarebbero serviti ancora, che non avevamo.
La domanda che viene spontanea allora è: se 15.000 uomini non bastavano a eliminarne 200, perché quei 200 si erano sparsi sul territorio, sabotando linee di comunicazione e di trasporto di energia, inquinando acquedotti e creando pericoli di ogni genere, per 7.000 quanti ce ne vorrebbero? La risposta aritmetica è che, fatte le dovute proporzioni, se 15.000 diviso 200 fa 75 e non bastavano, adesso per 7.000 non ne basterebbero 525.000. E quanti militari abbiamo adesso? Ecco, poniamoci il problema e poniamolo al Governo.
Il dato numerico è però fuorviante: la guerriglia non si combatte coi numeri, ma col metodo. La prima cosa da fare sarebbe impedire che questi guerriglieri arrivassero, il che vorrebbe dire impedire gli sbarchi e, per impedire gli sbarchi, la misura più sicura – non prendendo in considerazione per motivi umanitari l’idea d’affondare i barconi in alto mare con tutti i loro passeggeri – è impedire gli imbarchi. Ma, per impedire gli imbarchi, bisogna controllare la costa in cui avvengono, cioè la costa libica; come?

 

La risposta più immediata sarebbe quella d’un controllo diretto, fatto sbarcando e occupando; ma è lento, costoso e non funzionerebbe. L’Irak e l’Afganistan l’hanno dimostrato: arrivare è facile, occupare lo è meno, controllare il territorio non lo è affatto, quantomeno non nella maniera in cui lo si è fatto in Irak e lo si fa in Afganistan. in Libia sarebbe lo stesso: facile lo sbarco, meno facile e costosissimo in denaro e uomini, sia impegnati che persi, il controllo su tutta la fascia litoranea; e allora?
E allora l’unica soluzione praticabile è quella di armare di gran carriera e poi appoggiare seriamente delle milizie locali in funzione anti-ISIS, senza stare ad aspettare l’ONU o l’Unione Europea, che tanto non si muovono. Perché milizie locali? Perché la controguerriglia funziona solo se è attuata con le stesse modalità della guerriglia e se non dipende da basi situate nell’area dove si combatte.

 

Se si organizzano delle basi sul territorio, come in Irak e in Afganistan, o come in molti altri luoghi in passato, si creano altrettanti obbiettivi per il nemico, i quali oltretutto assorbono enormi risorse per essere difesi. Se invece le forze di controguerriglia manovrano come quelle di guerriglia, il discorso cambia e la controguerriglia ha meno perdite e molto più successo.
Certo, è ovvio che, se una base è difesa da forze enormi per numero e armamenti, attaccarla sarà più difficile, ma, a parte il costo di una tale sorveglianza in uomini e mezzi, non esiste postazione fissa che non possa essere assalita e danneggiata anche da poche forze, a meno che non sia tanto lontana dalla zona dei combattimenti da essere irraggiungibile. Dei mortai si piazzano in fretta e colpiscono lontano; delle mine impiegano poco ad essere seminate e fanno un sacco di danni, ma se la controguerriglia abita in grotte o è disseminata in tante casette sul territorio e non c’è una grossa base per i rifornimenti e gli accantonamenti, il danno fatto dai mortai è minimo; se la controguerriglia si muove molto e non da una grossa base da cui escono grandi convogli, le mine le fanno poco danno.

 

Infine, se la guerriglia non ha – ancora – mezzi aerei, vale la pena di sfruttare il vantaggio e colpirla dall’alto più che si può, con droni per localizzarla e vettori aerei che la colpiscano tenendosi fuori portata, specie se opera su un terreno aperto.
Concludendo: per rimettere pace in Libia, occorrerebbe scegliere una fazione contraria all’ISIS e che poi non rischi di diventarne un clone, armarla, addestrarla e appoggiarla, ma tenendone le basi logistiche fuori portata – cioè, lontane dalla Libia – in modo da ridurre al minimo il rischio che siano attaccate. Egitto, Algeria, Sicilia, Sardegna, Italia continentale…va bene tutto, purché non siano in Libia.
Va bene tutto purché non si perda altro tempo, va bene tutto purché non ci si gingilli coi soliti paraventi dell’iniziativa internazionale condivisa e accettata; se no poi potremmo doverla fare noi sul nostro territorio la contro-guerriglia.

Foto: Stato Islamico, AP , Marina Militare Italiana

di Ciro Paoletti * - 20 febbraio 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it

* Laureato in Scienze Politiche, per tre anni ufficiale di fanteria, è autore di 21 libri, due editi anche negli USA e in Francia, e oltre 300  tra saggi, recensioni, articoli, comunicazioni a congressi in Italia e all’estero sui temi di storia militare.  E’ membro ordinario di tre istituti e società in Italia e due all’estero e collabora con gli Uffici Storici degli Stati Maggiori dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica.

Marò, tribunale speciale di Delhi rinvia udienza al 12 marzo ..... E LA FARSA CONTINUA !!


                                (ansa)



NEW DELHI - Il tribunale speciale indiano di New Delhi che deve esaminare l'incidente in cui sono coinvolti i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone ha rinviato oggi l'udienza al 12 marzo. Preso atto che il caso è ancora all'esame della Corte suprema, che ha ordinato la sospensione di tutte le altre iniziative giudiziarie, il giudice Neena Bansal Krishna ha disposto il rinvio.

Il magistrato, che non era in aula, si è accordato per telefono con i legali dei due fucilieri sui tempi del rinvio. La nuova udienza è stata fissata tre giorni dopo un altro appuntamento in Corte suprema, previsto per il 9 marzo. Quel giorno un magistrato della Cancelleria dovrà verificare se i ministeri competenti indiani e la polizia investigativa Nia hanno risposto ad una richiesta di parere sull'istanza italiana tendente ad eliminare la stessa Nia dal processo.

http://www.repubblica.it - 20 febbraio 2015

GIUNTA PISAPIA, STRANA CONSORTERIA. Le spese pazze del Sindaco arancione



Dai 251mila euro per Capodanno ai 55 mila per giocare a palla


In questi giorni si è molto sentito parlare della gestione del sindaco Pisapia e della sua Giunta sulle enormi spese sostenute per associazioni varie e iniziative alquanto strane. Siamo andati a verificare nell’Albo delle Delibere del Comune di Milano è bisogna riconoscere che è un’impresa venirne a capo, il numero delle iniziative è enorme e ci vorrebbero settimane per approfondire. Un bel compito per l’opposizione. Ma saltano subito all’occhio alcune iniziative e contributi concessi come 2.500,00 Euro All’Associazione NADI, Euro 2.000,00 All’Associazione SIBONEY, Euro 80.000,00 al C.A.G. ABELIA E C.A.G. Centro per giovani, Euro 5.405,41 All’Associazione ASD LA COMUNE, Euro 3.513,51 All’Associazione GS Muggiano S.S.D.,
Euro 4.864,86 All’ASD GS NABOR per iniziative di inclusione sociale, Euro 21.651,90 a favore Dell’ Associazione ARCI Milano, Euro 215.600,00 per la PONDEROSA MUSIC & ART SRL PER I ” CAPODANNO 2014, Euro 72.000,00 a ADIper s.r.l. per la concessione di contributo straordinario per il Compasso d’Oro XXIII°, Euro 10.000,00 all’ Associazione Orchestra Dell’Università Degli Studi Di Milano, Euro 70.000,00 all’Associazione Società Quartetto di Milano, Euro 25.000,00 all’Associazione Culturale Milano Musica, Euro 205.992,00 alle Scuole Civiche di Milano per iniziative culturale e ricreative, Euro 80.000,00 alla Fondazione Pomeriggi Musicali, Euro 5.000,00 all’Associazione Culturale Zona K, Euro 10.000,00 A FAVORE DI Music Priority, Euro 20.000,00 all’Associazione Serate Musicali, Euro 7.000,00 all’Associazone opera, Euro 5.000,00 per FE – Fabricca Esperienza, Euro 6.000,00 All’Associazione Fattoria Vittadini, Euro 3000,00 All’Associazione Proxima, Euro 10.000,00 alla Fondazione Paolo Grassi, euro 20.000,00 alla Cetec, Euro 90.000,00 per i pomeriggi musicali al Dal Verme. Ma anche l’Assessore Bisconti, data in prestito dalla Nestlè a Pisapia non scherza, Euro 55.000,00 concesse ad associazioni sportive per la promozione dello sport; bisogna aggiungere che dall’Assessorato allo Sport e Giovani i contributi concessi sono enormi e senza un adeguato controllo di come vengono spesi e rendicontati i soldi, cioè basta presentare qualche fattura. Una spesa strana che si nota non tanto per l’importo economico ma per il tipo di lavoro è quello dei 3000,00 euro dati per un incarico di schedatura informatica per la collezione Sabetta di 120 monete alla Dott.ssa Marveggio Chiara. Questi dati sono stati estratti dal sito del Comune di Milano e riguardano il periodo Gennaio, Febbraio 2015. Andare indietro nel tempo è complesso ma sarà nostra cura rendere note quelle spese e quei contributi avvenuti anche nel 2014 che da una prima analisi è enorme. Si parla di milioni. Pisapia è il classico esempio di Sindaco che ancora prima delle promesse fatte ha tradito la Città, agendo per direttive che hanno lo scopo non di amministrate ma di trasformare Milano in una sua idea : un centro sociale anarchico a cielo aperto. Facendosi forte di parole come legalità e uguaglianza è stato il primo a tradire questi valori, con il solo interesse di aumentare e consolidare il consenso elettorale attraverso la strumentalizzazione del disagio sociale che è aumentato proprio grazie alla sua gestione. Il degrado di Milano oggi rispecchia perfettamente la sua giunta.

Max Buonocore - 19 febbraio 2015
fonte: http://www.lacritica.org

19/02/15

CASO MARO' - "ODISSEA DI DUE SERVITORI DELLA PATRIA" - ROMA Conferenza del 18 febbraio 2015. Intervento del Gen. Fernando Termentini






Fucilieri di Marina : tre anni di Odissea

Oggi i Fucilieri Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, iniziano il loro quarto anno di prigionia in India senza che nei loro confronti sia stato formalizzato un atto di accusa comprovato.
Tre anni trascorsi in ostaggio di Delhi con l’accondiscendenza dell’Italia, remissiva e pronta a cedere sovranità nazionale ed a rinunciare alle prerogative che il Diritto Internazionale garantirebbe, permettendo che a due suoi cittadini sia negato il principale dei diritti umani, quello della libertà.
Sulla vicenda regna sovrano il silenzio istituzionale e mediatico.
Un silenzio rispettato anche dall’ex Presidente della Repubblica Capo delle Forze Armate che - pur di non rompere la quiete - non ha nemmeno ricordato nel suo discorso di commiato la condizione dei due militari italiani ostaggio dell’India
Totalmente diversa la scelta del neo eletto Presidente, il Prof. Sergio Mattarella, che in occasione del suo insediamento ha ricordato al Parlamento ed all’Italia che il Paese è in debito verso due suoi concittadini militari in servizio, onorando in tal modo l’alto incarico conferitogli dalla Costituzione.
Io, pur nel massimo rispetto del Senatore Napolitano, preferisco seguire la strada tracciata dal Presidente Mattarella e voglio ricordare ancora una volta quanto è avvenuto in questi tre anni a danno dei due nostri militari.
Non rispetterò, quindi, il silenzio invocato dal Premier, abitudinario nel chiederlo quando di fronte a vicende complesse e pur correndo il rischio di essere arrogante, preferisco fare mio quello che scrisse secoli orsono Giacomo Leopardi.
I BUONI ED I GENEROSI SOGLIONO ESSERE ODIATISSIMI PERCHE’ ORDINARIAMENTE SONO SINCERI E CHIAMANO LE COSE CON I LORO NOMI.
COLPA NON PERDONATA DAL GENERE UMANO IL QUALE NON ODIA MAI TANTO CHI FA MALE NE’ IL MALE STESSO, MA CHI LO NOMINA. IL PIU’ VOLTE MENTRE CHI FA MALE OTTIENE RICCHEZZE, ONORI E POTENZA, CHI LO NOMINA E’ TRASCINATO SUI PATIBOLI.
Ebbene preferisco salire sul patibolo piuttosto che rimanere in silenzio lasciando che mani ostili si occupino di due nostri concittadini, di due nostri militari colpevoli solo di aver detto OBBBEDISCO. Una scelta che non potrebbe essere diversa per chi come me per quaranta anni ha gestito la sorte di uomini e ne ha difeso i diritti, pretendendo che osservassero i loro doveri.
Tralascerò di ripetermi nel raccontare fatti ormai arcinoti. Cercherò di ricorrere alla massima sintesi a favore di puntualizzazioni che credo non possono essere sottaciute.
Tutto comincia il 15 febbraio 2012 ed il 17 la Enrica Lexie con una falsa comunicazione della Guardia Costiera del Kerala rientra in acque territoriali indiane per attraccare al porto di Koci.
Una manovra autorizzata dall’Armatore che prima di decidere si consulta con il Comando della Marina Militare che dà il proprio assenso come ci dirà l’allora Ministro Di Paola otto mesi dopo dai fatti, il 18 ottobre 2012 - e solo perché sollecitato da un’interrogazione parlamentare scritta.
Per tutto il 2012 la vicenda si svolge con un accavallarsi di fatti che ha posteriori siamo autorizzati ad affermare che con ogni probabilità siano stati gestiti direttamente da Palazzo Chigi, tagliando fuori il Ministero degli Affari Esteri ed avvalendosi in "linea diretta" del Sottosegretario agli Esteri il dott. de Mistura. Il tutto completato da un coordinamento trasversale con il Dicastero della Difesa il cui Ministro nel frattempo elargiva agli indiani congrue donazioni economiche. a suo dire a scopo umanitario, ma interpretate dagli indiani come un risarcimento dei danni e dalla comunità internazionale come un’ammissione di colpa.
Una data fondamentale quella del rientro dei due militari in Italia in occasione del Natale 2012, non sfruttata Magistratura che avrebbe potuto adottare nei loro confronti il divieto di espatrio in quanto indagati di omicidio volontario.
Altra data fondamentale quella del 18 gennaio 2013 quando la Suprema Corte indiana, toglieva la giurisdizione del caso al Kerala, riconoscendo che l'incidente fosse avvenuto in acque contigue e quindi internazionali e decideva di affidare le indagini alla NIA la polizia indiana antiterrorismo, nominando un tribunale speciale per giudicare i due fucilieri.
Successivamente, dopo un paio di mesi con un'abile manovra diplomatica il MAE riesce a fare rientrare in Italia Latorre e Girone per 4 settimane per permettere loro di espletare il diritto elettorale.
Una vittoria della diplomazia italiana perchè sicuramente l'India era a conoscenza che i Marò avrebbero potuto votare in India e che comunque 4 settimane erano un periodo assolutamente ridondante rispetto all'esigenza da soddisfare.
Una concessione indiana che poteva anche rappresentare un messaggio per l'Italia : "non fateli rientrare" ed aiutateci a risolvere un problema politico interno.
Ma ciò non accadde come ben sappiamo e nonostante che nel frattempo venisse depositata presso la Procura di Roma un'analisi tecnica elaborata dall'ing. Luigi Di Stefano da cui emerge l'assoluta innocenza dei due Marò (consultabile al link http://www.seeninside.net/piracy), i Marò furono restituiti all’indebito giudizio indiano.
Durante queste quattro settimane l'allora Ministro Terzi tentò invano di soddisfare quanto auspicato dall'alleato indiano, concordando con tutti i Ministri aventi causa e sotto l'avallo del Presidente Monti di non rimandarli in India, approfittando del fatto che Delhi aveva ignorato una nota verbale italiana con la quale si invitava l’India ad un tavolo di trattative bilaterale.
Infatti, l’11 marzo del 2013 alle ore 17,53 l’AGI pubblicava una dichiarazione del Vice Ministro De Mistura che testualmente diceva: “La decisione di non far rientrare i maro’ in India “e’ stata presa in coordinamento stretto con il presidente del Consiglio Mario Monti e d’accordo tutti i ministri” coinvolti nella vicenda, “Esteri, Difesa e Giustizia”. Aggiungeva, inoltre, “siamo tutti nella stessa posizione, in maniera coesa e con il coordinamento di Monti”
De Mistura chiariva anche, che “a questo punto la divergenza di opinioni” tra l’Italia e l’India imponeva un arbitrato internazionale.
Il 18 marzo 2013 il Ministero degli Affari Esteri con un comunicato ufficiale del Governo, ribadiva l’intenzione di trattenere in Italia i due Fucilieri di Marina riportando testualmente “ in relazione agli sviluppi in India della vicenda Marò, il Ministero degli Affari Esteri, a nome del Governo, spiegava come tutta la vicenda evidenziasse palesi violazioni dell’India.
In particolare, sintetizzando :
LA VIOLAZIONE IMMUNITA' DIPLOMATICHE quando fu impedito al nostro Ambasciatore di lasciare il Paese minacciando anche di annullargli lo status di diplomatico, evidente violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche.
LA PREVALENZA DEL DIRITTO INTERNAZIONALE e quindi la necessità di avviare l’Arbitrato o altro meccanismo giurisdizionale la soluzione del caso.
IL FONDAMENTO DELLA DECISIONE DEL MAE di non far rientrare i due Marò in India non avendo Delhi accolto la richiesta della Farnesina di avviare consultazioni ex art. 100 e art. 283 della Convenzione sul Diritto del Mare (UNCLOS) ed il rifiuto della proposta italiana di consultazioni tra esperti giuridici.
Un Comunicato inequivocabile nei contenuti e sicuramente secondo prassi consolidata approvato dal Premier in carica, in considerazione che la Farnesina titolava “Marò: Comunicato del Governo”.
Una decisione governativa immediatamente sconfessata dallo stesso Premier che stabilì, invece, di dare corso ad una vera e propria estradizione passiva, riconsegnando il 22 marzo 2012 i due militari a Delhi nonostante che per il reato loro attribuito l’India prevedeva la pena di morte. Un atto che negava ai due militari anche il diritto dell'immunità funzionale prevista dal Diritto pattizio, dovuta al personale militare in missione operativa fuori dal territorio nazionale.
Una decisione non condivisa dal Ministro Terzi che come sappiamo si dimise ma suggerita da Autorità vicine al Premier forse abituate a consigliare in maniera semplicistica come avvenuto anche in passato quando all’allora Ministro della Difesa Mattarella fu indicato di affermare che la NATO non aveva usato munizionamento all'Uranio Impoverito nei Balcani, nonostante documenti USA che circolavano da tempo dicessero il contrario.
Di lì a qualche giorno il Ministro fu costretto ad ammettere il contrario.
Forse costui o costoro appartengono alla categoria di coloro che Leopardi ci dice " CHI FA MALE OTTIENE RICCHEZZE, ONORI E POTENZA...."
I due Fucilieri di Marina da ottimi militari quali sono pronunciarono in quel tragico 22 marzo una parola che si sarebbe poi dimostrata fatale per loro : “obbedisco”, anche perché fu data loro l’assicurazione che il tutto si sarebbe risolto nell’arco di qualche settimana.
Da quel momento un sipario impenetrabile cade sulla vicenda. Il Governo Monti termina il proprio mandato sostituito dal Governo Letta che fin da subito affronta con distacco il problema delegando in toto il proprio Ministro degli Esteri , la dottoressa Emma Bonino, che, però, non dava segnali incoraggianti con iniziative significative. Preferiva, invece, dichiarare in un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica nel settembre 2013 “Non è provata l‘innocenza dei due Marò”, dissacrando i principi fondamentali dello Stato di diritto.
Durante questi tre anni la vicenda ha continuato a trascinarsi. I mesi passano proteggendo "verità nascoste" che trovano origine dalle decisioni prese dal Governo Monti quel vergognoso 22 marzo 2013, quando lo Stato italiano - unico esempio nella storia del mondo - consegnò due propri militari in mani “palesemente ostili”.
Una decisione in assoluto contrasto con la cultura giuridica ed etica italiana e presa senza rispettare la Costituzione e l’articolo 698 del Codice di Procedura Penale che vieta l’estradizione di chiunque, italiano o non, che rischi di essere oggetto di un procedimento penale in un Paese dove vige la pena di morte e senza la garanzia dei diritti fondamentali della difesa ed in assenza prove certe.
Una decisione abnorme per un Paese come il nostro, tradizionalmente in prima linea nel combattere la pena capitale. In quel triste giorno, invece, l'Italia ha palesemente voluto tutelare interessi di dubbia natura considerati prevalenti rispetto alla certezza della difesa del diritto alla vita, solennemente proclamato in tutti gli atti internazionali sui diritti della persona, a cominciare dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1984.
Un’Italia che a distanza di più di due secoli, ha dimenticato che la “pena di morte non è un diritto, ma è guerra di una nazione contro un cittadino”, come scriveva Cesare Beccaria in “Dei delitti e delle pene”.
L'eventualità che l'India potrebbe applicare la pena capitale nei confronti di Latorre e Girone, peraltro, non è ancora scongiurata. Non a caso un’Agenzia AGI da New Delhi del 30 agosto 2014 riporta tra l’altro “… La polizia antiterrorismo Nia, che ha istruito il caso dei maro' accusati dell'uccisione di due pescatori indiani nel febbraio 2012, lo ha affidato al tribunale speciale , nonostante l'opposizione della difesa che sostiene che la Nia non avesse più competenza….e su cui si e' in attesa delle controdeduzioni del governo di New Delhi”.
Controdeduzioni che non risulta siano ancora arrivate per cui rimane “pending” la competenza della NIA e quindi l’applicazione della Sua Act (legge antiterrorismo) e, conseguentemente, il rischio della pena capitale non è ancora cancellato.
Una storia senza fine, inaccettabile ed in cui le parole dominanti sono state sempre “riservatezza e profilo basso". Tre anni caratterizzati da un’indifferenza totale e quasi generalizzata a livello politico e mediatico, fatte salve rare eccezioni.
Tre lunghi anni in cui si sono succeduti tre Governi che sembra si siano passati “il testimone” su come gestire il caso. Quello del Presidente Monti che ha deciso di rispedire in India i due Fucilieri di Marina con un Ministro della Difesa attento a non abbandonare una nave ormai alla deriva e prossima all’approdo, pur di non rischiare posizioni di privilegio future.
Quello Letta, piuttosto disattento alla vicenda con un Vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli pronto a dichiarare che erano state concordate con l’India “regole di ingaggio” e lasciando ad intendere una disponibilità italiana di accettare una mite condanna indiana e quindi far rientrare i due militari in Italia nel quadro dello scambio di condannati, come previsto da un accordo bilaterale sottoscritto nell’agosto 2012.
Un terzo Governo, l’attuale, con il Presidente del Consiglio che in base alle sue consolidate esperienze in tema di politica estera preferisce ricorrere ad una "Diplomazia Tranquilla" , sinonimo in questo caso di "Diplomazia Dormiente", visti i risultati fino ad ora raggiunti.
Un Premier pronto ad ostentare ottimismo dopo quattro parole scambiate con il Premier indiano Modi in occasione dell’ultimo G20, ma altrettanto “timido” nel portare avanti iniziative internazionali, nonostante che lo stesso MODI avesse qualche giorno prima del G20 che di fronte alla pirateria marittima doveva applicarsi il Diritto Internazionale.
Un Esecutivo caratterizzato forse più del precedente da sole dichiarazioni di intenti che a nulla hanno portato e che ha anche disatteso anche una proposta della Croce Rossa Internazionale di occuparsi della vicenda.
Anche il nuovo Ministro degli Esteri, l’Onorevole Paolo Gentiloni non appena insediatosi alla Farnesina si è preoccupato di informarci di aver telefonato a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e di sperare di una rapida soluzione, per poi tacere.
Gli italiani, invece, continuano ad attendere che due concittadini rientrino in Italia liberi ed a testa alta e le Forze Armate aspettano un segnale che garantisca loro la tutela dello Stato quando impiegate in operazioni fuori dal territorio nazionale.
Il Ministro Gentiloni invece di sperare dovrebbe far leva su quanto stabilito dal diritto internazionale e dalla Convenzione UNCLOS, avviando l'arbitrato tanto promesso dall'Onorevole Mogherini, ma forse dimenticato in qualche cassetto della Farnesina.
Continuare ad aspettare a non avviare un Arbitrato internazionale rappresenta una specifica responsabilità della politica italiana di cui qualcuno dovrà renderne conto ed a tale riguardo si auspicherebbe l’urgente istituzione di una Commissione di inchiesta parlamentare.
Il Premier Renzi ammonisce a non alimentare polemica con l'India. Quale sia lo scopo del suo invito non è chiaro. Se ci vuol dire di prostrarsi all’arroganza dell’India non credo che sia un consiglio accettabile. Se, invece, intende che si debba solo tacere il Suo suggerimento non può essere accettato in quanto noi non cerchiamo ricchezza e fama ma solo giustizia e rispetto della nostra Nazione.
Un invito che non ha accolto nemmeno il neo eletto Presidente della Repubblica Mattarella che ha, invece, sentito l'esigenza in occasione del suo discorso di insediamento, di ricordare il problema di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone ed al quale vorrei rivolgere una istanza.
Signor Presidente Mattarella mentre il Ministro Gentiloni spera in azioni costruttive da parte indiana, noi italiani auspichiamo fortemente che il loro Presidente della Repubblica si occupi immediatamente della sorte di tre militari italiani in ostaggio di uno Stato terzo da tre anni, rifiutando ogni compromesso politico, ma pretendendo che sia l’Italia a giudicare i propri uomini come prevede il Diritto Internazionale. 
 
Fernando Termentini 
 
 




ENRICA LEXIE: Analisi tecnica dell'incidente - http://www.seeninside.net/piracy/

18/02/15

Caos Libia, Mori boccia l’Italia: "Siamo senza strategia"

Nato su Libia-Isis-Ucraina l’interventismo variabile con la Turchia in bilico



Ankara bastione orientale dell’Alleanza Atlantica. Ieri. Oggi la Turchia di Erdogan è ancora uno Stato laico?

La Nato che non sai più che cosa sia e cosa ancora potrà essere. Vecchia Guerra fredda e le nuove tensioni sull’Ucraina. La Nato voluta da alcuni come ‘sceriffo del mondo’, ma non di tutto il mondo. Su quello islamico le incertezze ‘petrolifere’ americane e il problema Turchia col velo di Erdogan
Più passa il tempo e meno si capisce quali siano, oggi, ruolo e funzione della NATO. Di certo siamo ben distanti dai compiti che le furono assegnati all’atto della fondazione, che risale all’ormai lontano 1949. A quei tempi la situazione internazionale era assai diversa da quella attuale.
In piena Guerra Fredda gli Stati Uniti e i loro alleati ritenevano che la contrapposizione ideologica con l’Unione Sovietica potesse ben presto trasformarsi in un vero e proprio conflitto armato.
La potenza militare dell’URSS nel periodo staliniano era all’apice, e si temeva che i sovietici, non contenti della cintura di Paesi satelliti creata nell’Europa orientale, intendessero procedere a un’ulteriore espansione della loro sfera d’influenza.

Caccia turchi della Nato schierati
Caccia turchi sul fronte orientale Nato ai confini con Siria, Iraq e Iran

Inutile dire che, in campo opposto, si pensavano più o meno le stesse cose, considerando gli USA quali potenziali aggressori. Dopo nacque infatti il Patto di Varsavia, e mette conto notare che entrambi gli schieramenti si basavano sul concetto di “difesa collettiva”. Questo in teoria, poiché le decisioni importanti venivano assunte soltanto a Washington da un lato, e a Mosca dall’altro.
Dopo il crollo dell’URSS e la conseguente scomparsa del Patto di Varsavia, l’Alleanza Atlantica ha iniziato ben presto a espandere il suo raggio d’azione, senza punto preoccuparsi di verificare se l’opinione pubblica dei Paesi membri fosse o meno d’accordo. Oggi troviamo la Nato impegnata in svariate aree del mondo, e molte di queste sono assai lontane dal perimetro d’azione fissato quando venne fondata.

Stiamo pure assistendo a fatti quanto meno curiosi. L’Alleanza occidentale è sensibilissima al problema ucraino. L’intento è quello di attirare Kiev al proprio interno, con la scusa di una presunta volontà russa di ricreare un’entità simile alla defunta URSS. Il ragionamento non sta in piedi, ma su tale argomento non mette conto insistere perché se n’è già parlato molto.
Molto minore sembra però l’interesse per la Libia e il Mediterraneo, zone che invece dovrebbero – almeno in teoria – essere al centro dell’attenzione dell’Alleanza. Circa la crisi libica, del resto innescata proprio dall’intervento armato di alcuni importanti Paesi membri, la NATO è rimasta piuttosto silente, pur essendo chiarissimi i pericoli della presenza jihadista soprattutto per le nazioni alleate dell’Europa meridionale (tra le quali, in primo luogo, l’Italia).

Forse una spiegazione si può trovare pensando all’attuale ruolo della Turchia, entrata nella NATO pochi anni dopo la fondazione, nel febbraio del 1952 (prima, dunque, della Germania e della Spagna). Si dà tuttavia il caso che la Turchia di allora, nazione musulmana che s’ispirava – almeno ai vertici – al laicismo di Ataturk, fosse ben diversa da quella attuale. E lo rimase per decenni, tanto che Ankara fu per lungo tempo considerata il bastione orientale dell’Alleanza.
Con l’avvento di Erdogan tutto è cambiato, e anche in modo radicale. La Turchia è (per ora) rimasta nella NATO, ma il nuovo leader ha promosso senza remore un processo di islamizzazione sempre più spinto, riuscendo in pochi anni a emarginare le forze armate che erano ufficialmente le custodi della costituzione laica. Le conseguenze sono di grande portata. Da un lato Erdogan sta perseguendo il disegno di rivitalizzare lo spirito del vecchio impero ottomano. Dall’altro strizza l’occhio – e forse qualcosa di più – alle formazioni del fondamentalismo islamista, Isis incluso.

Esercito turco e della Nato
Esercito turco alle frontiere con Isis. Esercito Nato?

Non è solo la vicenda di Kobane a testimoniarlo. I sospetti circa gli appoggi e i finanziamenti turchi alle formazioni anzidette sono ormai di dominio pubblico, ed è probabile che parlare solo di “sospetti” sia riduttivo, anche nel caso libico.
Nell’Alleanza Atlantica i vari Paesi membri condividono le informazioni militari. Lecita quindi una domanda. Come si può combattere efficacemente il fondamentalismo se uno degli alleati gioca in proprio, fornendo a esso un sostegno neanche troppo nascosto? La risposta è che, ovviamente, non si può.
Di qui reticenze e incertezze in Libia e aree simili, e in contemporanea la voce grossa in Ucraina con la Federazione russa. Penso che tali fatti vadano opportunamente sottolineati, se non altro per contrastare la retorica della “espansione della democrazia” che ci viene quotidianamente propinata da stampa e mass media compiacenti.
Michele Marsonet- 18 febbraio 2015
fonte: http://www.remocontro.it

17/02/15

Una “Mare Nostrum 2″ per respingere i clandestini




Dopo l’ennesima tragedia nelle acque tra la Libia e Lampedusa è ricominciato il pressing per ripristinare l’operazione di salvataggio Mare Nostrum. Lo schema politico e mediatico utilizzato per sostenere la necessità di riprendere l’operazione che in un anno ha fatto sbarcare in Italia 200 mila clandestini è lo stesso impiegato per giustificarne l’avvio: il “senso di colpa” e la “vergogna” di non impedire che tante persone muoiano in mare per raggiungere l’Italia.
Eppure si tratta di un esodo di cui certo non abbiamo colpa e di fronte al quale abbiamo mostrato accoglienza e tolleranza senza pari nel mondo. Una campagna mediatica evidentemente scorretta che sorvola sul fatto che i responsabili di queste tragedie sono gli stessi clandestini e i trafficanti di esseri umani legati alle organizzazioni terroristiche islamiche come Analisi Difesa sostiene da moltissimo tempo insieme a poche altre voci “fuori dal coro” e come finalmente oggi riconoscono quasi tutti.

 

L’ultima tragedia del mare con 29 morti assiderati poi “gonfiati” a oltre 300 in base alle dichiarazioni dei superstiti e non al recupero di cadaveri spiega in modo chiaro quale strategia mediatica sui stia giocando per ripristinare Mare Nostrum, operazione che favorisce economicamente i trafficanti arabi e un bel po’ di organizzazioni ed enti legati a diversi carri politici e attivi nell’assistenza agli immigrati.
Connection sulla quale indaga la procura di Roma e ben esemplificata dalla celebre intercettazione in cui si sosteneva che “si fanno più soldi con rom e clandestini che con la droga” .
Gli ultimi morti in mare, che siano 29 o 300, non sono certo casuali. I sopravvissuti dicono di essere stati costretti a imbarcarsi nonostante il mare forza 8.  Condizioni che avrebbero dovuto scoraggiare le partenze di gommoni e barconi dalla costa libica e infatti i due pattugliatori d’altura della flotta di Triton (l’operazione di sorveglianza gestita dall’agenzia europea per le frontiere Frontex), uno italiano e uno islandese,  nel momento della tragedia si trovavano in porto per rifornirsi e cambiare gli equipaggi.

 

Affermare oggi che Triton è inadeguata perché opera a sole 30 miglia dalle acque italiane e non è prettamente una missione di soccorso è pura speculazione. Perché nessuno si chiede invece per quale ragione quel gommone è salpato con quelle condizioni meteo?
I trafficanti volevano evidentemente la strage per ottenere il ripristino di Mare Nostrum grazie a cui per un anno hanno incassato quei miliardi con i quali probabilmente oggi lo Stato Islamico sta conquistando la Libia.
Quando le navi italiane incrociavano davanti alle coste libiche i trafficanti mettevano in mare barche di ogni genere con il carburante contato per uscire dalle acque territoriali libiche.  Un lavoro facile, facile anche se in molti sono morti ugualmente perché diverse bagnarole erano talmente precarie c he non reggevano le onde neppure per poche miglia.

 

Riempire l’Italia di clandestini e le loro tasche di soldi è un obiettivo legittimo per criminali e terroristi. Un po’ meno che questo obiettivo venga perseguito e sostenuto anche qui da noi dalla solita mobilitazione buonista che, per ingenuità o malafede, vorrebbe colpevolizzare l’Italia e la Ue ogni volta che un clandestino muore in mare.
Le marine europee, soprattutto quella italiana durante l’operazione Mare Nostrum e persino gli equipaggi dei mercantili in transito nel Canale di Sicilia hanno soccorso migliaia di persone incoscienti. Senza l’Italia e la Marina Militare i morti sarebbero stati decine di migliaia solo nell’estate scorsa anche se persino con Mare Nostrum, missione prettamente di salvataggio, i clandestini morivano tra le onde.
Benché la flotta italiana si spingesse fino a poche miglia dalle coste libiche diverse imbarcazioni sono affondate subito dopo essere salpate trascinando sul fondo si stima 3 mila persone, forse molte di più tenuto conto che di molte imbarcazioni si sono perse le tracce e i morti si valutano contando i cadaveri recuperati e raccogliendo le testimonianze di eventuali sopravvissuti.

 

Rimpiangere Mare Nostrum come fanno la sinistra e parte del mondo cattolico è un’assurdità sotto tutti i punti di vista e significa soprattutto non voler guardare in faccia la realtà. Le responsabilità dei morti in mare sono dei trafficanti e dei clandestini, non certo di un sistema di soccorso che non potrà mai garantire che nessuna bagnarola stracarica si rovescerà  o che nessuno congelerà su un gommone.
Mare Nostrum non ha avuto alcun effetto deterrente sui trafficanti e gran parte degli scafisti arrestati sono già tornati in libertà….e al loro lavoro.
In compenso ha invece portato in Italia 200 mila immigrati illegali in appena 14 mesi favorendo l’arricchimento di trafficanti e terroristi islamici senza peraltro riuscire a scongiurare la perdita di vite umane. Un fallimento a meno che non ci si ponga l’obiettivo di svuotare l’Africa dai suoi abitanti.

 

Nessuno finora sembra volersi impegnare in armi per stabilizzare la Libia neppure ora che ampie regioni sono sotto il controllo di qaedisti e sostenitori dello Stato Islamico: condizioni che cointribuiranno a rendere cronici i massicci flussi migratori verso l’Italia evidenziando ulteriormente come nessuna missione di soccorso potrà mai gestire, scongiurando incidenti e tragedie in mare, flussi così consistenti di immigrati illegali.
Come avevamo previsto, con la fine di Mare Nostrum i barconi avrebbero ripreso a muovere verso Lampedusa, primo lembo di territorio italiano per chi proviene dalla Libia. In gennaio gli arrivi in Italia sono stati oltre il 60% in più di quelli del gennaio 2014 e con la della bella stagione le strutture d’accoglienza dell’isola verranno presto messe a dura prova.   A Roma nessuno sembra  comprendere che il solo modo per scongiurare i morti in mare è respingere i flussi di migranti applicando una sorta di blocco navale alle coste libiche e utilizzando i mezzi militari per riportarli indietro in condizioni di sicurezza.

 

Oltre tutto si tratterebbe dell’unica soluzione che risponda agli interessi nazionali, tema di cui la politica sembra da tempo disinteressarsi. Eppure è evidente che  l’Italia non ha né i mezzi né l’interesse ad accogliere 200 mila clandestini all’anno tenuto conto del forte disagio sociale che vivono milioni di italiani e  che degli immigrati illegali sbarcati l’anno scorso solo circa 66 mila sono ancora in Italia, 64 mila hanno chiesto asilo ma appena poco più di 3 mila lo hanno ottenuto.
Oltre a questo non possiamo continuare a diffondere nel mondo il messaggio che l’Italia accoglie chiunque paghi il pizzo a criminali e terroristi islamici. Con quale faccia aderiamo alla Coalizione contro lo  Stato Islamico in Iraq o dichiariamo di volerlo “combattere” in Libia (come ha detto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni) e poi arricchiamo a dismisura  le casse jihadiste spalancando i confini ai loro traffici?
Piaccia o non piaccia ai cultori del politically correct e alle tante organizzazioni che sull’assistenza agli immigrati incassano ingenti somme di denaro solo i respingimenti assistiti possono fermare esodo e morti.

 

Come appare evidente nessun migrante spenderà più i suoi risparmi per un viaggio che si concluderà sulla sponda africana del Mediterraneo, non su quella europea.
I respingimenti azzereranno o quanto meno ridurranno i flussi e con essi le morti in mare e  gli incassi miliardari di malavita araba e terrorismo islamico.
Se davver0 ci si preoccupa di salvare vite umane allora è un’ottima idea ripristinare Mare Nostrum ma con una missione opposta a quella ricoperta  l’anno scorso, affidando cioè alla Marina il compito di scortare barconi e immigrati illegali sulle coste libiche. Come fa da tempo la Marina australiana con le imbarcazioni di clandestini provenienti dall’Indonesia.

Foto: Marina Militare
fonte: www.analisidifesa.it

Gianandrea Gaiani

Giornalista nato nel 1963 a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Attualmente collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Corriere del Ticino e con il settimanale Panorama sul sito del quale cura il blog “War Games”. Dal febbraio 2000 è direttore responsabile di Analisi Difesa. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.
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