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10/05/14

Staffan De Mistura, sottosegretario del caso India e quell'oscura nomina a vice ministro degli Esteri...........e la nomina a Presidente dell'EIP.






Tu pensa, Staffan De Mistura, fino al 26 marzo sottosegretario degli Esteri, che il 27 marzo, poco dopo le dimissioni di Giulio Terzi di Sant’Agata e la nomina di Mario Monti a ministro degli Esteri, viene promosso vice ministro degli Esteri. Niente male, per chi ha collezionato un bidone dietro l’altro sul caso India, a meno che non sia la giusta ricompensa per aver ubbidito a Palazzo Chigi, facendo tutto ciò ch’era necessario, come, ad esempio, opporsi al ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, dimessosi in contrasto con il governo Monti e la sua decisione di rispedire in India Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due fucilieri del Reggimento San Marco della Marina Militare accusati d’aver ucciso al largo del Kerala due pescatori di tonno scambiati per pirati. O ancora, come scortare i due in India a bordo di aereo militare dopo la riunione del 21 marzo 2013 del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica e la loro convocazione a Palazzo Chigi, presenti Monti, De Mistura e il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, per dirgli, chiediamo scusa, vero è che v'avevamo promesso che sareste rimasti in Italia, ma ci dispiace, ora ve ne tornate in India. Colpo di sole? No, business, come abbiamo raccontato il 27 marzo 2013, qui su Tiscali, in un articolo sui siluri BLACK SHARK per i sottomarini classe Scorpene della Marina indiana e che tanto fanno gola alla Whitehead Alenia Sistemi Subacquei, società della galassia Finmeccanica

http://notizie.tiscali.it/socialnews/Carnemolla/6758/articoli/India-Express-il-governo-Monti-e-l-affare-dei-siluri-BLACK-SHARK.html.

Staffan De Mistura, nato a Stoccolma il 25 gennaio 1947, è famoso nell’ambiente per essere il principe delle “tecniche negoziali in situazioni di conflitto”. E meno male, ci viene da dire. Quando non è alla Farnesina o in India a giocare al piccolo ambasciatore, va per convegni, riunioni e salotti. Il 18 ottobre 2012 era, ad esempio, a Roma, nella sede di Confitarma, per parlare con gli armatori italiani e alcuni ufficiali della Marina Militare di “misure legislative di contrasto alla pirateria”. E fin qua. Ma dev’essere stata grande la commozione se Paolo D’Amico, presidente di Confitarma, ha ringraziato il sottosegretario di Monti che “con la sua presenza alla riunione odierna ha voluto testimoniare ancora una volta l’attenzione del Governo alle problematiche connesse alla pirateria”, esprimendogli al tempo stesso “vivo apprezzamento per quanto il Governo, ed in particolare il Ministero degli Affari Esteri, sta facendo per riportare in patria in due militari italiani trattenuti in India”. Se solo Confitarma avesse saputo.

A Roma, nella sede di Confitarma di Piazza Santi Apostoli, c’erano anche i nuovi capi team degli NMP, i Nuclei Militari di Protezione della Marina Militare che dal 2011, grazie a una legge dello Stato e su richiesta degli armatori, s’imbarcano sui mercantili per contrastare eventuali attacchi di pirati. È a uno di questi nuclei che appartenevano, ad esempio, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Parlando ai militari presenti a Roma dell’importanza degli NMP come “efficace deterrente” a protezione dei mercantili, nonché della necessità di “andare avanti” nonostante gli incidenti, De Mistura s’è quindi lasciato sfuggire, involontario attimo di comicità, “perché mai e poi mai l’Italia mollerà i suoi militari”. Ora, sarà stato il momento alto e solenne se anche il Capo di Stato Maggiore del Comando in Capo della Squadra Navale, ammiraglio di Divisione Donato Marzano, ha ringraziato “calorosamente il Sottosegretario De Mistura per quanto, sin dal primo momento, il Ministero degli Esteri ha fatto per tutelare in India i due Fucilieri Latorre e Girone e per quanto sta facendo per riportarli in patria”.

E siamo al 20 dicembre 2012, con Confitarma che accoglie con gioia il “ritorno in Italia di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone per le festività natalizie”. E siamo al 13 marzo 2013 con Paolo D’Amico, presidente degl armatori, che “plaude alla decisione del governo” di non far tornare i due militari in India. Quanta cieca fiducia nel governo Monti. Questa la nota: “Ritengo giusto non far rientrare in India i due fucilieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ed esprimo soddisfazione per la decisione del Governo. Pur consapevole dell’apertura di una controversia internazionale che di fatto tale decisione comporta, non possiamo dimenticare che per più di un anno le autorità indiane hanno rinviato la decisione in merito la giurisdizione del caso e non hanno mai voluto riconoscere a questi militari lo status di agenti dello Stato di bandiera la cui sovranità nelle acque internazionali è esclusiva. Nel ribadire la piena solidarietà e gratitudine di tutto l’armamento italiano ai due fucilieri italiani, auspico che l’intera vicenda possa essere definita al più presto, con una soluzione amichevole della questione in via giudiziaria o arbitrale, come del resto è previsto dalla Convenzione del mare, nel pieno rispetto del diritto internazionale”.

Il 21 marzo 2013 il governo Monti rinunciava però, nonostante gli annunci, ad aprire una controversia internazionale, ordinando ai due militari del Reggimento San Marco, ora scortati dal sottosegretario De Mistura, di lasciare l’Italia a bordo di aereo militare con decollo da Brindisi. Negli stessi giorni il siluro BLACK SHARK, dopo lo stand by degli affari fra Italia e India a causa delle tangenti sulla compravendita degli elicotteri Agusta, altra società Finmeccanica, tornava sulla rampa di lancio di Palazzo Chigi, che il 27 marzo, in tutta segretezza, ha ben pensato di nominare De Mistura vice ministro degli Esteri. Una nomina sospetta, se è vero che anche la presidenza dell’Associazione Marinai d’Italia, in accordo con la Presidenza di Assoarma, poco prima di Pasqua ha tuonato contro il governo italiano, accusandolo di aver “superato il limite della accettabilità di decisioni prese senza interpellare le autorità militari e sulla pelle di soldati tali da poterne compromettere la vita, l’onorabilità, l’impegno e la fiducia”, ricordando altresì come ancor prima di organizzare la manifestazione nazionale del 31 marzo 2012, il presidente nazionale avesse ottenuto “un’udienza dal Ministro della Difesa”, cui aveva manifestato “tutto lo sdegno dei Marinai e dei veterani delle Associazioni d’Arma in merito all’ignobile comportamento delle autorità indiane ed alla palese violazione di ogni norma del diritto internazionale” e che “nulla di più” s’era ottenuto durante l’incontro di “verbali condivisioni ed assicurazioni che il governo avrebbe fatto di tutto per risolvere la questione salvaguardando la dignità nazionale, quella delle Forze Armate e quella personale dei due fucilieri”.

Perché è stato promosso Staffan De Mistura, visto che i due fucilieri sono ancora in India e che nulla è stato fatto o s’è voluto fare quand’era possibile farlo? La risposta è solo una, affare BLACK SHARK, quello da trecento milioni di dollari.

di Stefania Elena Carnemolla - 2 aprile 2013

fonte: http://notizie.tiscali.it
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Tratto da:

Staffan De Mistura nominato presidente dell’EIP? e la rottamazione?

"................Nulla contro la persona di Staffan De Mistura, che ha brillato per non aver riportato a casa i marò ancora trattenuti in India, ma si resta attoniti nel vedere che le operazioni di riciclaggio continuano ad essere la prassi corrente del regime renziano che prometteva cambiamento e rottamazione. Suvvia, Renzi e Mogherini fate autocritica in pubblico!..............."

di Paolo Raffone - 9 maggio 2014

fonte: http://www.formiche.net


09/05/14

IL CASO AUGUSTA COME I DUE MARO'. L'INDIA AL VOTO TRITURA L'ITALIA







Manifesto del partito del Congresso
con 
Sonia Gandhi e il figlio Rahul

I nove milioni di seggi indiani aperti per le elezioni parlamentari della più grande democrazia del mondo stanno per chiudersi (il 12 maggio) e decreteranno con molta probabilità la fine dell'era del dominio della famiglia più potente dell'India moderna, la dinastia Nehru-Gandhi che sin dall'Indipendenza del 1947 ha gestito il partito del Congresso, da dieci anni al governo. Una gestione finita sul banco degli imputati per aver infranto le promesse di crescita da Bric (5% circa nel 2013, una percentuale ben lontana dal 9% di inizio 2011, ora insufficiente ad assorbire l'aumento di una popolazione che conta oltre 1,1 miliardi di persone di cui 841 milioni continuano a vivere con meno di 2 dollari al giorno) e per aver lasciato il Paese in un bisogno urgente di infrastrutture, in balia della corruzione rampante e bloccato da una burocrazia che si rafforza invece di lasciare spazio all'iniziativa privata.
In una campagna elettorale cominciata anzitempo e che ha visto l'ascesa del principale partito (di destra) di opposizione, il Bharatiya Janata Party (Bjp) e del suo candidato premier Narendra Modi (nella foto sotto), controverso leader induista artefice del boom economico del Gujarat (uno degli Stati più business friendly e meglio amministrati di tutto il Subcontinente), l'azione di governo del partito di Sonia e del figlio Rahul Gandhi si è fatta condizionare da un dibattito politico interno intriso di nazionalismo e di populismo. Strumentalizzazioni senza freni in cui sono finiti triturati anche due casi che riguardano da vicino l'Italia: la vicenda dei due marò e la rescissione unilaterale del contatto di fornitura dei 12 elicotteri AgustaWestland per il ministero della Difesa a causa di una presunta maxi-tangente da 51 milioni di euro. Stecca che è costata la poltrona all'ex amministratore delegato di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, per 20 anni alla guida di Agusta. Orsi, finito in carcere nel febbraio dello scorso anno, è accusato di corruzione internazionale dalla Procura di Busto Arsizio. Vicenda per cui ora, a più di due anni dall’inizio delle indagini (in Italia è in corso il processo di primo grado, mentre in India è stato aperto un arbitrato), nessuna accusa di corruzione nei confronti di AgustaWestland ha ancora trovato definitivo fondamento nei due Paesi. E il danno reputazionale, al netto delle responsabilità oggettive del gruppo italiano tutte da dimostrare, rischia di compromettere le sue gare future per le redditizie commesse dei Paesi emergenti, soprattutto asiatici.soprattutto asiatici.


Se il primo caso, e cioè il processo che vede i due fucilieri della Marina tricolore accusati di aver ucciso due pescatori al largo delle coste di Kerala, come anche quello delle ripicche diplomatiche con gli Stati Uniti, è stato letto come l'ambizione frustrata di una ex tigre della crescita di voler contare ancora sullo scacchiere internazionale ristabilendo le gerarchie e  rilanciando nell'immaginario collettivo nazionale la figura della vecchia potenza Bric, la vicenda di Agusta è finita invece nel frullatore di un regolamento di conti tutto interno al partito di maggioranza e della retorica anti-corruzione di Modi. Per il Congress Party, già zavorrato dalle ricadute d'immagine per una serie di scandali nei settori delle telecomunicazioni e del carbone, e per i Gandhi l'argomento corruzione è sempre stato come la criptonite per Superman. Tema su cui i discendenti del Mahatma sono ipersensibili.
Oltre a quello del momento, che ha coinvolto il gruppo  controllato da Finmeccanica con sede nel Varesotto, un altro scandalo ha pesato infatti per anni sulla reputazione dei Gandhi, fin da quando nella seconda metà degli anni '80 un uomo d'affari italiano amico della famiglia più potente d'India e in stretti rapporti con Sonia e il marito Rajiv (poi assassinato), Ottavio Quattrocchi, fu accusato di aver intermediato una tangente (sempre per contratti militari). Le accuse poi non sono mai state provate fino in fondo: ciò nonostante, da allora le relazioni di Sonia Gandhi (Maino da nubile) con la terra natia sono sotto lo scrutinio occhiuto della stampa e degli avversari politici. Tanto da spingere la donna alla guida della gloriosa dinastia indiana addirittura a non parlare italiano in pubblico e a limitare al massimo il numero di rapporti con il Paese d'origine. Insomma, materia da maneggiare con estrema cautela.

IL CASO AGUSTAWESTLAND
L’ARRESTO DI ORSI. La vicenda degli elicotteri VVIP, commessa da 560 milioni di euro per cui il gruppo italiano ha incassato solo 250 milioni, consegnando 3 veivoli (altri 3 sono in attesa di consegna) comincia il 12 febbraio 2013, quando a seguito di indagini condotte dalla magistratura italiana, Giuseppe Orsi, amministratore delegato di Finmeccanica, viene messo in custodia cautelare e Bruno Spagnolini, a.d. di AgustaWestland, agli arresti domiciliari. Entrambi sono accusati di corruzione internazionale nell’ambito del contratto con l’India. Orsi trascorre 80 giorni in carcere prima di tornare in libertà, ma subito alle prese nel processo con rito immediato che lo vede imputato per corruzione internazionale, concussione e peculato. A guidare le indagini su uno dei manager più potenti del Paese niente di meno che Sergio De Caprio, alias Capitano Ultimo, il famoso ufficiale noto per aver arrestato il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina.

LE ACCUSE. Su Orsi si alza subito un’aria pesante. Viene accusato di aver ottenuto l’appalto per la vendita di 12 elicotteri AgustaWestland tramite il pagamento di una maxi tangente da 51 milioni di euro. Secondo i magistrati di Busto Arsizio nella vendita degli elicotteri all'India "vi fu corruzione di pubblici ufficiali indiani posta in essere dagli intermediari italo svizzeri" Haschke e Gerosa "con l'assenso della dirigenza dell'Agusta Westland, in particolare di Orsi” e di Bruno Spagnolini, ad di AgustaWestland. Le "somme" sarebbero state conferite "mediante un iniziale fittizio contratto di scouting per elicotteristica civile" e poi con "altrettanti fittizi contratti di ingegneria stipulati con le società Ids India e Ids Tunisia, che facevano sempre capo a detti intermediari". In particolare Orsi e Spagnolini "quali corruttori" e Haschke, Gerosa e Cristian Mitchell (titolare della 'Global Service Fze con sede a Dubai e consulente di AgustaWestland) "quali intermediari", avrebbero corrisposto “per il tramite dei fratelli Tyagi somme di denaro, non esattamente quantificate nella complessiva entità, al maresciallo Sashi Tyagi, capo di Stato maggiore dell'Indian Force dal 2004 al 2007 per compiere e per aver compiuto un atto contrario ai doveri d'ufficio". Il potente Orsi diventa subito un diseredato. Gli altri potenti gli voltano subito la schiena. Secondo quanto riportato nell'ordinanza d'arresto, le indagini su Finmeccanica avrebbero determinato "un palese imbarazzo da parte dei più importanti esponenti governativi per la condotta di Orsi". Il Gip nell'ordinanza cita un colloquio intercettato in cui un manager "sembra riporti le parole di Monti" che direbbe: "Non gli stringo la mano, capirà che si deve dimettere". Dimissioni che in effetti arrivano il 16 febbraio 2013, tre giorni dopo che il Cda di Finmeccanica affida le sue deleghe ad Alessandro Pansa. 

BEGHE POLITICHE INDIANE. Con l’avvicinarsi delle elezioni nel Subcontinente, il caso degli elicotteri VVIP finisce nell'arena politica. Da una parte, il Bjp party usa il caso Agusta per criticare il Governo su come questa vicenda, come altre, sia stata mal gestita dal Congress party. Dall’altra parte, vi è il ministro della Difesa indiano AK Anthony, uno dei più importanti rappresentanti del Congress party, alla guida del dicastero da 8 anni e con l’ambizione di occupare posizioni di rilievo con le elezioni politiche. Parte della sua reputazione si basa sulla sua risolutezza nei confronti di casi di corruzione e violazioni. Di conseguenza, ha sempre mostrato la massima intransigenza nella vicenda degli elicotteri VVIP, arrivando ad annunciare, dopo averlo congelato, la terminazione del contratto nonostante l’assenza di alcuna prova di illecito. Anthony aspira a una forte indigenizzazione del mercato della difesa indiano e questo è uno degli argomenti su cui fa leva in campagna elettorale. Al momento le società straniere possono partecipare con non più del 26% in società indiane, con possibili deroghe fino al 49% in casi eccezionali. Ma i prodotti indiani per la difesa mancano di qualità e affidabilità, e in tempi recenti ci sono stati diversi incidenti. Le forze di difesa indiane hanno un’urgente necessità di ammodernamento, ma molte gare restano bloccate per questioni amministrative. La condotta del Ministero della Difesa in questo come in altri casi è stata considerata dai commentatori ingiusta, per lo meno da un punto di vista legale, compromettendo l’affidabilità dell’India come partner commerciale a livello internazionale. Nonostante ciò, AgustaWestland continua a vincere gare e a ottenere ordini in tutto il mondo, in particolare con l’AW101, l’elicottero che era stato selezionato per la fornitura all’India di elicotteri VVIP e che è stato recentemente scelto dalla Norvegia per svolgere attività di ricerca e soccorso. Una commessa che ha fruttato ad Agusta oltre 1,1 miliardi di euro.


LA REAZIONE DEL GOVERNO DI NEW DEHLI. Alla notizia dell'arresto dell'a.d. di Finmeccanica, il Ministero della Difesa indiano fa subito aprire diverse indagini interne. Allo stesso tempo però sospende tutti i pagamenti destinati ad AgustaWestland, procedimento non previsto da alcuna clausola contrattuale, congelando di fatto il contratto in vigore in attesa di far luce sul caso. Due giorni dopo, lo stesso Ministero, in un lungo e dettagliato comunicato stampa asserisce che la gara si è svolta correttamente durante tutto il processo di assegnazione. AgustaWestland, da parte sua, dichiara fin da subito di non avere alcuna evidenza di qualunque forma di illecito né tantomeno di corruzione nell’ambito del contratto.

IL PROCESSO. A giugno 2013 è cominciato il processo con rito immediato ai due dirigenti Finmeccanica. Un processo nel quale per ora, secondo alcuni, l’accusa si è un po’ cristallizzata alla fase iniziale. Non ha affondato il colpo uno dei principali testimoni, vale a dire Haschke. In udienza l’intermediario ha parlato di una cena a Lugano nel quale Orsi non avrebbe pagato il conto con la carta di credito per non lasciare tracce del suo passaggio in Svizzera, ma allo stesso tempo ha parlato di un contratto di ingegneria e non di interventi sulla gara per alterarne il risultato. Agli atti c'è anche una intercettazione di Orsi che, secondo il procuratore Fusco, dimostrerebbe la sua consapevolezza del pagamento di mazzette a pubblici funzionari indiani. Il 13 ottobre il presidente e ad di Finmeccanica è al telefono con un collaboratore. Si parla di quello che i giornali hanno pubblicato sull'inchiesta che lo riguarda. A un certo punto i due fanno riferimento a un articolo del Sole 24 Ore che elenca i nomi degli indagati. "Non mette i nomi degli indiani?" chiede preoccupato Orsi. "No", gli risponde il collaboratore. "E il Fatto Quotidiano non mette i nomi?", chiede ancora Orsi. "Ho paura che Il Fatto Quotidiano mi mette in linea quel documento". E il collaboratore risponde: "No, però parla di...". Orsi: "Dell'Indiano!?". Il collaboratore: "No, di un generale dello 0,5". Orsi: "Ah cazzo! Ah... lo dice?". In attesa di capire se i giudici crederanno all'interpretazione dell'accusa, nelle ultime settimane la difesa ha registrato un punto a favore con la testimonianza del professor Stefano Sandri, ex direttore della ricerca del centro militare studi strategici del ministero della Difesa, che ha spiegato che l’allora capo di Stato maggiore indiano Sashi Tagy non avrebbe potuto avere in alcun modo un ruolo decisivo nell’assegnazione dell’appalto. Proprio quel Tagy che secondo l’accusa sarebbe il terminale delle tangenti per l’appalto da 560 milioni. Peccato che secondo Sandri “Tiagy non poteva decidere niente”, spiegando che la nuova normativa indiana sulla trasparenza delle gare d’appalto prevede una serie di “organi collegiali misti militari-civili che presiedono con competenze diverse alle decisioni sulle gare d’appalto”. Sandri ha anche aggiunto che Tiagy è entrato in carica nel gennaio 2005, mentre il report sull’appalto era stato elaborato dalla commissione parlamentare già un anno prima. Invece secondo il principale accusatore di Orsi, Lorenzo Borgogni (ex responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica), dal contratto per la vendita di elicotteri all’India sarebbe stata ricavata proprio una tangente da 10 milioni che sarebbe stata girata alla Lega e a Comunione e Liberazione, ma soprattutto al Carroccio, per favorire la nomina di Orsi ad amministratore delegato di Finmeccanica. Borgogni è stato querelato da Roberto Maroni per le sue affermazioni considerate diffamatorie e i riferimenti alla Lega sono stati considerati dal gip penalmente irrilevanti tanto che l'ipotesi iniziale di finanziamento illecito non ha trovato nessuno spazio nell'ordinanza di custodia cautelare del febbraio 2013.

LA DIFESA. In attesa delle sentenza su Orsi e Spagnolini, attesa per il prossimo luglio, la difesa continua a battere il tasto della calunnia. Orsi ha denunciato Lorenzo Borgogni, l’ex responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica. Secondo Orsi Borgogni, il suo principale accusatore, avrebbe mentito per vendetta dopo che lui aveva scalzato Pier Francesco Guarguaglini, di cui Borgogni era stato a lungo tempo il braccio destro. L’intero processo si basa principalmente sulle accuse di Borgogni. Accuse che la difesa di Orsi, rappresentata dal legale Ennio Amodio, si basano, appunto, su una calunnia. “Non si capisce perché i magistrati di Napoli e Busto Arsizio non hanno ancora voluto chiudere con un tratto di penna, nonostante due anni di indagini in cui non è emerso il benché minimo riscontro”, afferma Amodio. Secondo la difesa i magistrati si sono fermati alle prime accuse di Borgogni, senza però aver mai trovato rilievi davvero compromettenti sulla presunta tangente. “Sembra quasi che la corruzione internazionale abbia subìto una mutazione genetica per rimanere racchiusa nel recinto delle mura italiane”. AgustaWestland ha perso svariate centinaia di milioni di euro. Orsi ha trascorso 80 giorni in carcere e ha perso il suo ruolo e il suo potere. Tutto, secondo la difesa dell’ex ad di Finmeccanica, per una guerra intestina alla seconda industria italiana.

DUE ANNI DOPO. A 15 mesi di distanza dall’arresto di Orsi, però, parte della faccenda sembra non quadrare. Fino adesso, infatti, le accuse di corruzione nei confronti di AgustaWestland non sono ancora state provate né in Italia né in India. Nonostante tutto ciò, viene comunque stracciato il contratto di fornitura e sospeso il pagamento delle rate destinate ad AgustaWestland, un procedimento non previsto da alcuna clausola. Una vertenza in attesa di una soluzione che però sembra lontana dall’arrivare. Per il momento, l'India ha accettato solo di confrontarsi con la compagnia italiana in un arbitrato con sede a New Delhi e per il quale le parti hanno già scelto i loro rappresentanti legali fra gli ex giudici della Corte Suprema: B.N. Srikhrishna per AgustaWestland e Jeevan Reddy per il ministero della Difesa indiano. Esiste invece ancora un forte dissenso sul terzo giudice che integrerà il tribunale dell'arbitrato. E per questo, il gruppo guidato ora da Mauro Moretti si è rivolto alla International Chamber of Commerce di Parigi
fonte:http://www.affaritaliani.it
Giovedì, 8 maggio 2014 - 15:58:00

Italia a delinquere Politica corrotta nazione infetta

Il dopo Tangentopoli è a raffica: 1) Arrestato Scajola, ex Ministro, Forza Italia. 2) Arrestato Grillo, non ancora quello di moda oggi, anche lui ligure ma ex senatore, Forza Italia. 3) Arrestato Primo Greganti, ex “Compagno G”. 4) Arrestato Angelo Paris, direttore Expo, dirigenti e costruttori

L'ex ministro Claudio Scajola arrestato dalla Dia

L’ex ministro Claudio Scajola arrestato dalla Dia

Claudio Scajola, da Forza Italia alla casa ‘a sua insaputa’. La notizia dell’arresto da parte della Dia dell’ex ministro Scajola esplode nella prima mattinata. Notizia flash sui giornali radio alle 8. Questa volta perché? Ci siamo chiesti in molti tra noi del mestiere. Uomo di indubbio potere Scajola, ma anche di rovinose cadute. Finì in cella nel 1983 quando era in sindaco di Imperia. Accusa di tentata concussione nell’inchiesta sugli appalti del Casinò di Sanremo. Assolto e rilanciato in politica da Berlusconi. Per poi inciampare nella casa con vista Colosseo pagata in parte da altri ‘a sua insaputa?

Il ridicolo ammazza più di una sentenza. Ma questa volta è la Dia a muoversi. Arrestato con l’accusa davvero infamante di aver aiutato la latitanza di un n’dranghetista di riguardo, suo ex collega parlamentare. Ecco ricomparire l’imprenditore reggino ed ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena, latitante, con una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Scajola avrebbe aiutato Matacena a sottrarsi alla cattura. Matacena è noto non solo in Calabria, figlio dell’armatore dei traghetti nello Stretto di Messina. Famiglia discussa, a partire dalla rivolta Nera di Reggio nel 1970.

Dalla procura di Reggio Calabria a Milano. Rispunta Ilda Boccassini con 6 “ordinanze di custodia cautelare in carcere”. Galera per Angelo Paris, direttore della pianificazione acquisti dell’Expo 2015, per l’ex parlamentare della Democrazia Cristiana Gianstefano Frigerio, per l’ex parlamentare di Forza Italia Luigi Grillo, per Primo Greganti, storico esponente del Pci coinvolto in Mani Pulite, per l’intermediario Sergio Catozzo e per l’imprenditore Enrico Maltauro. Lo spirito della vecchia Tangentopoli si rivolta nella tomba a ritrovare tanti nomi un tempo noti e ingiustamente dimenticati.

L’inchiesta riguarda i travagliati lavori per Expo 2015. Le accuse sono di associazione a delinquere, turbativa d’asta e corruzione. Primo Greganti – il quasi simpatico Compagno G – ”proteggeva le cooperative”, dicono in Procura. Ed ecco la ”saldatura” tra Greganti e Gianstefano Frigerio, ex parlamentare Dc: ”proteggevano le imprese riconducibili a tutti gli schieramenti politici”. Gran Commis della corruzione di Stato. Nelle carte dell’inchiesta compaiono anche altri nomi, ad sempio quelli di Silvio Berlusconi, Cesare Previti e Gianni Letta, che però -precisano alla Procura- non risultano indagati.

Dopo di che uno scappa dalla politica e si rifugia nella passione sportiva. Col calcio, dopo Napoli-Fiorentina a Roma, meglio evitare. Uno sceglie il meno violento e corrotto basket. Siamo sicuri? Arrestati all’alba -come Scajola- 4 super dirigenti del basket nazionale. Domiciliari a presidente e general manager della ‘Mens Sana’ Ferdinando Minucci, neo presidente della Lega Basket, che doveva entrare in carica il primo luglio. Il basket carcerario attende. Accusa: fatture false e fondi nascosti al fisco per pagare ingaggi in nero ed altro ancora. Finiti a canestro contro il fisco circa 60 milioni di euro.

Ultimo spunto nella fitta pagina della ‘Nera di Palazzo’ -nuova branca del giornalismo di cronaca- il si della Giunta per le autorizzazioni della Camera all’arresto per il deputato del Pd Francantonio Genovese. Voto a favore di Pd, M5S e Sel. A Genovese sono contestati i reati di associazione per delinquere, riciclaggio, peculato e truffa. Biografia del Genovese solo di nome e messinese di fatto. Figlio del senatore Luigi Genovese e nipote del più volte ministro Nino Gullotti, entrambi esponenti della Democrazia Cristiana. Vocazione precoce, origini e gran finale comuni con Scajola e Frigerio.

fonte: Ennio Remondino - 8 maggio 2014       / http://www.remocontro.it

Federica Mogherini: un fantasma alla Farnesina


Alla Farnesina c’era una volta un ministro donna. Ma si chiamava Emma Bonino. Dopo di lei il nulla. O meglio un fantasma. Un’invisibile creatura conosciuta con il nome di Federica Mogherini di cui a tre mesi dall’insediamento restano ignote attività e iniziative. Per capire l’irrilevanza internazionale dell’ectoplasma accomodatosi agli Esteri basta seguire la rotta di David Cohen, il sottosegretario al Tesoro statunitense spedito in Europa per discutere le nuove sanzioni anti-russe. L’Italia è oggi il secondo partner commerciale di Mosca dopo la Germania, ma il signor Cohen, responsabile delle operazioni d’intelligence finanziaria americana, non conta di fermarsi a Roma. La sua agenda prevede solo tappe a Londra, Parigi e Berlino. Un programma non proprio di ottimo auspicio per noi italiani.
La trasferta serve infatti a mettere a punto misure accettabili per un’Europa assai restia a sanzionare le interferenze russe in Ucraina. A Londra Cohen se la vedrà con un David Cameron e un ministro degli Esteri William Hague decisi a rifiutare qualsiasi misura che minacci gli investimenti russi nella City o metta rischio le quotazioni d’una British Petroleum proprietaria del 20 per cento di Rosneft, il gigante del petrolio moscovita. A Parigi Cohen affronterà un ministro degli Esteri francese Laurent Fabius pronto a difendere il contratto da 1 miliardo e 200 milioni di euro per la consegna di due navi anfibie alla marina militare russa. A Berlino Cohen non potrà ignorare le rimostranze di Frank-Walter Steinmeier, il ministro degli Esteri social democratico pronto a sottoporgli una via germanica alle sanzioni in grado di garantire gli 80 miliardi di fatturato realizzati dalle aziende tedesche e difendere gli interessi della Ostausschuss, la potente lobby delle aziende attive in Russia.
Così mentre i nostri concorrenti trattano con l’America provvedimenti in linea con i propri interessi l’Italia rischia, grazie all’inerzia del suo ministro degli Esteri, di dover rinunciare a quelle esportazioni per 14,6 miliardi (dati 2013) che fanno della Russia il nostro quinto partner commerciale. Un’inerzia doppiamente colpevole visto che l’Italia vanta anche il ruolo di quinto cliente mondiale della Russia grazie ad acquisti di gas e altre materie prime per oltre 39, 9 miliardi. Così mentre l’attivismo delle aziende ci garantisce un ruolo economico forse più rilevante di quello di Londra, Parigi e Berlino, l’Italia sconta l’apatia di un ministro degli Esteri inesperto, privo di contatti e incapace fin qui di qualsiasi iniziativa politica.
Un’apatia ben rappresentata dal caso Libia, l’ex colonia che gli Stati Uniti avevano deciso di affidare al monitoraggio e alle competenze dell’alleato italiano. Non a caso Emma Bonino, ultimo ministro degli Esteri a ricoprire con efficacia quel ruolo, aveva organizzato a Roma una conferenza internazionale in cui decidere le linee guida per garantire la governabilità di un ex colonia caduta nel caos dopo l’eliminazione di Gheddafi. Una conferenza trasformatasi in un «non evento» dopo il cambio di guardia alla Farnesina. Per non parlare della vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i nostri due marò condannati a probabilmente a passare molti altri mesi, se non anni, in India dopo la decisione sottoscritta da Federica Mogherini di affidare le loro sorti ad una procedura di arbitrato internazionale. Una procedura a tutt’oggi mai avviata a fronte di un processo indiano che continua implacabile il suo corso.

di Gianni Micalessin - 8 maggio 2014
fonte: http://www.destra.it

08/05/14

BLOCCATI IN INDIA - Il nuovo corso dei marò: ora rischiano di tornare in bocca ai loro aguzzini








Richiesta dallo Stato del Kerala per riportarli in prigione a Kochi. Dovrà decidere la Corte Suprema di Delhi. Ma solo dopo il 29 giugno



Sono bloccati in un inferno giudiziario da 808 giorni e ora, proprio quando il governo italiano annuncia un «nuovo corso», rischiano di finire dalla proverbiale padella nella proverbiale brace. Quella dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sembra essere una storia infinita. Attualmente si consumano in una interminabile attesa nell’ambasciata italiana di Nuova Delhi, ma proprio mentre a Roma i parenti e Il Tempo preparano una mega-manifestazione per riportarli a casa, dallo Stato del Kerala, dove sono stati arrestati con l’inganno e messi in prigione, cercano in tutti i modi di riprenderseli.
È stato formalmente registrato presso la Corte Suprema indiana, alcuni giorni fa, l’esposto che richiede il ri-trasferimento nello Stato del Kerala del processo contro i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il Kerala è uno Stato dell’India meridionale, che occupa una stretta striscia della costa sud-occidentale. Al largo delle sue coste, in acque internazionali, è avvenuto lo scontro a fuoco nel quale hanno tragicamente perso la vita due pescatori indiani il 15 febbraio del 2012. Della morte di quei due pescatori, senza ancora un atto formale di incriminazione, sono accusati Latorre e Girone. I due militari arrivarono nel Kerala, nel porto di Kochi, a bordo della petroliera italiana Enrica Lexie, dove si trovavano in missione internazionale di pace antipirateria. Furono attirati con la scusa di dover collaborare ad un riconoscimento e poi arrestati. Il governo di Delhi li portò via da quello Stato che non aveva e non ha alcun diritto di giudicarli, ma ora è ufficialmente arrivato sui tavoli dei giudici di Delhi l’esposto di Freddy John Bosco, proprietario del peschereccio St. Antony, sul quale si trovavano i due pescatori uccisi. Secondo Usha Nandini, l’avvocato che ne ha seguito l’iter, questa petizione «mira a portare la causa nel suo luogo naturale, il Kerala». Se pure la Corte Suprema ha stabilito che il Kerala non ha giurisdizione per intervenire nel caso, mentre tale giurisdizione è dello Stato indiano, «è evidente che il Kerala è parte di questo Stato e che è naturale che il processo possa svolgersi in un luogo il più vicino possibile a dove è avvenuto l’incidente».

Nello Stato natale dei due pescatori uccisi tutta la vicenda è stata utilizzata per fini chiaramente elettorali (in India le elezioni politiche sono attualmente in corso) e proprio qui, nel Kerala, i due fucilieri di marina hanno subito la detenzione nel carcere ordinario, assieme ai criminali comuni. Il ricorso è stato messo agli atti, ma ha poche possibilità di essere esaminato prima dell’inizio, il 12 maggio, delle vacanze estive del massimo tribunale indiano. Come ha confermato Usha Nandini non è escluso che la Corte Suprema indiana si pronunci immediatamente sul ricorso, ma i tempi sono molto stretti e la cosa più probabile è che tutto scivoli dopo la fine delle vacanze giudiziarie prevista per il 29 giugno. I tempi si allungano, e intanto i nostri militari che, ancora, dopo due anni, non sono stati formalmente accusati di nulla, restano nell’ambasciata italiana di Delhi.

Antonio Angeli- 7 maggio 2014

fonte: http://www.iltempo.it/esteri

PRONI A TUTTO





Le truppe italiane resteranno in Afghanistan, Libano, Balcani e in un’altra dozzina di Paesi, vanno in Repubblica Centrafricana e il governo vorrebbe mandarli pure in Ucraina. Ma non c’erano i tagli alla Difesa, i bilanci militari da ridurre, gli organici da sfoltire, i jet da dimezzare? Una priorità talmente prioritaria che a quanto pare sulla riduzione  degli F-35 stanno litigando in queste ore governo e PD, che molti pensavano fossero la stessa cosa. In attesa che a fine anno il mitico e misterioso Libro Bianco (chi lo redigerà?) ci dica cosa serve davvero alla nostra Difesa l’ipotesi che sembra farsi largo è che il governo possa procedere a un “mezzo annuncio” di tagli al programma del jet americano, utile al PD a guadagnare (o non perdere) voti alle prossime elezioni europee e amministrative che  assumono però un ampio valore politico nazionale. Un annuncio scritto con parole misurate che consentano eventualmente di tornare indietro se il Libro Bianco dirà che ci servono assolutamente 90 F-35 o se Washington dovesse arrabbiarsi troppo considerato che, come ha ammesso il generale Christopher Bogdan che guida il programma Joint Strike Fighter, ogni riduzione dei jet venduti all’estero obbliga il contribuente americano a pagare i suoi f-35 il 3% in più.



A Roma l’incertezza sembra regnare sovrana ma la pressione della spending review sui bilanci militari pare così forte che il Ministero della Difesa non ci ha ancora detto cosa compreremo con i pochi fondi di quest’anno anche se già sappiamo che gli ultimi tagli colpiscono non solo gli investimenti ma anche l’esercizio, cioè le voce di spesa che finanzia addestramento, manutenzioni e infrastrutture e che da anni è ai minimi termini. Già ora mancano carburante e ricambi mentre molti reggimenti effettuano solo addestramento fisico, zaino in spalla e marciare, per mancanza di fondi per addestramenti più specialistici. Molti reparti sembrano tornati ai tempi della naja, mancano le munizioni e quelle disponibili sono assegnate per lo più ai contingenti oltremare che potrebbero averne davvero bisogno. In questo quadro apocalittico il governo ha però trovato 5 milioni di euro da buttare al vento per inviare fino a dicembre 50 genieri con ruspe e mezzi tecnici in Repubblica Centrafricana a dare una mano ai francesi nell’ambito di una missione Ue anche se Parigi e Bruxelles ben si guardano dal darci una mano a gestire l’emergenza immigrati e la questione libica.



Non c’è una lira ma spendiamo soldi per missioni che nulla hanno a che fare con gli interessi nazionali. Non potevamo tirarci indietro, ha detto il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti “per un imperativo di natura morale”.  Considerato che “l’Italia propugna un ruolo sempre più forte dell’Europa in termini di difesa comune, sarebbe incomprensibile non partecipare a questa missione europea”.
Del resto, anche dove gli interessi nazionali sono in ballo, Roma è riuscita a impiegare al peggio le forze armate e i soldi dei contribuenti  spalancando i confini nazionali non a chiunque ne abbia necessità ma solo a chi paga le organizzazioni criminali per oltrepassarli. Niente male quanto a “imperativi morali” e un bel salto di qualità rispetto a quando i militari difendevano i “sacri” confini della Patria. Una considerazione ancor più amara nella ricorrenza dei 100 anni dall’inizio della Grande Guerra.



Invece di difendere confini e interessi nazionali Roma butta soldi e truppe  per favorire la UE, la Francia o gli Stati Uniti ai quali abbiamo garantito che nei prossimi tre anni manterremo quasi mille uomini in Afghanistan. Nonostante l’austerity il governo Renzi è persino pronto a inviare truppe italiane in Ucraina. La notizia shock l’ha resa nota il ministro Pinotti in un’intervista a Repubblica. “Se dovesse servire l’Italia è disponibile anche ad inviare un contingente di peacekeeper” ha detto il ministro forse dimenticando il miliardo di euro di tagli annui (per almeno tre anni) cui verrà sottoposta la Difesa. Il governo taglierà mezzi e manterrà ancora a lungo il blocco degli stipendi a militari e altri dipendenti pubblici ma troverà i soldi per mandare un nuovo ARMIR in Ucraina? A fare cosa? Come ha ammesso la stessa Pinotti “nessuno ha avanzato questa richiesta ma se dovesse servire dobbiamo essere disponibili anche a questo”. Difficile interpretare il senso di queste dichiarazioni sia perché non ci sono iniziative per l’invio di caschi blu in Ucraina sia perché nessuno dei contendenti ha chiesto un intervento militare internazionale. E anche se ci fosse sarebbe consigliabile che una forza d’interposizione in Ucraina non fosse composta da militari russi o della Nato perché fin troppo schierati dall’una o dall’altra parte.  “Non e’ prevista alcuna ipotesi di missione di peacekeeping sotto egida Onu” in Ucraina ha detto oggi il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, in un ‘question time’ alla Camera, aggiungendo che “tantomeno sono in discussione iniziative della Nato in questo senso: nessun tipo di operazione di questo genere e’ in discussione a livello internazionale”.



Solitamente quando prende il via una missione militare internazionale ogni singolo Stato valuta il contesto geopolitico in cui questa missione si inserisce, il mandato politico dell’organismo internazionale che la guida e gli interessi nazionali in gioco prima di aderirvi. Questo ovviamente vale per i Paesi che hanno una politica estera. Non è il caso dell’Italia le cui leadership in 20 anni sono passate dal considerare i militari uno degli strumenti della politica estera a ritenere che inviare contingenti militari qua e là costituisca un’alternativa all’avere una politica estera. Che non abbiamo, come dimostra in questi giorni, proprio sulla crisi ucraina, l’assoluta indifferenza dei nostri “alleati” nei confronti degli interessi economici e commerciali italiani in Russia. Il sottosegretario al Tesoro statunitense David Cohen sta cercando di convincere gli europei ad aderire a più dure sanzioni nei confronti della Russia e per riuscirvi va in visita a Londra, Parigi e Berlino ma ignora Roma. Eppure l’Italia è il secondo partner commerciale di Mosca e per noi la Russia è il quinto partner con un export di made in Italy di quasi 15 miliardi euro l’anno scorso. Forse il parere dell’Italia dovrebbe avere un certo peso, proporzionale ai nostri interessi in gioco ma ai nostri “alleati” non sembra interessare, consapevoli come sono che obbediremo comunque agli ordini che vorranno darci. Come sempre rapidissimi a sacrificare i nostri interessi e a inviare truppe dove gli altri ci dicono. Ancora una volta “proni a tutto”.

Foto: Ministero Difesa, Marina Militare, Lockheed Martin, RIA Novosti, napaki livejournal.com

di Gianandrea Gaiani - 7 maggio 2014
fonte: http://www.analisidifesa.it

07/05/14

Marò : ancora misteri








Credo che allo stato dei fatti non é esagerato né azzardato definire la vicenda dei due Fucilieri di Marina una sciarada senza fine ed indecifrabile. Un enigma che ogni giorno che passa si infittisce di misteri difficilmente interpretabili. Punti oscuri che qualcuno deve chiarire e non possono rimanere tali  tramandandosi da un Governo all’altro.
Prima il Governo Monti che il 22 marzo 2013 decise di restituire all’India i due Marò delegando  a Delhi l’attività giudiziaria nei loro confronti nel nome di non meglio definiti interessi economici. Poi quello presieduto da Letta perfettamente in linea  con il precedente per quanto attiene alla vicenda specifica confermando la comunanza fra i due di una medesima linea politica e pragmatica. Un’affinità che portò l’Onorevole Letta ad inviare al Senatore Monti il famoso “pizzino” il giorno dell’insediamento in Parlamento da cui era possibile ricavare un messaggio di amicizia  inequivocabile oltre alla disponibilità di un “concorso esterno” nello gestire la “res” pubblica” nel momento che scrisse “Mario, quando vuoi dimmi forme e modi in cui posso esserti utile dall’esterno….”. Infine il governo Renzi, apparentemente in improvvisa fibrillazione  per la vicenda dei Marò ma di fatto, almeno fino ad ora, solo aritmie legate alla campagna elettorale in corso.

Enigmi che hanno origine lontana. La segretazione delle Regole di Ingaggio nemmeno che la loro conoscenza andasse ad incidere sula sicurezza nazionale. L’accettazione  della Marina Militare di imbarcare proprio personale armato su una nave civile senza pretendere che fosse definita un’inequivocabile linea di Comando all’emergenza. Il consenso dato dalla Difesa perché la nave rientrasse sul porto di Koci ed il ruolo avuto da Cincinav in tutta questa delicata e nodale fase della vicenda. Un mistero rimasto tale ma che forse poteva  essere immediatamente chiarito considerando che la sera del 15 febbraio 2012 il Comandante di Cincinav era l’attuale Capo di SM della Difesa, lo stesso che poco dopo la sua nomina in occasione di una cerimonia militare chiese pubblicamente ai politici maggior chiarezza sulla vicenda.


Cincinav avrebbe potuto imporsi all’Armatore ordinando di non invertire rotta verso Kochi, ma evidentemente chi era di servizio quella sera ha deciso di non opporsi e non ha informato i suoi superiori con più elevato potere decisionale. Perché quindi non è stata seguita una procedura normale per qualsiasi struttura gerarchico funzionale come un Comando militare o, invece,  se qualcuno fosse stato informato perché non ci dicono chi è e perché ha deciso di dare un OK forse azzardato? Il Capo Ufficio Operazioni ? Il Capo di SM di Cincinav o lo stesso Comandante ? Nessuno lo ha mai detto il 800 giorni e quello che lascia ancora più perplessi è che nessuno in Parlamento lo abbia mai chiesto ai tre Ministri della Difesa che si sono succeduti nel tempo. Un segreto di Stato anche questo ?
Ma se di mistero vogliamo parlare l’aspetto più strano è il perché la Marina Militare pur in carenza di risorse come l’intero comparto della Difesa si sia fatta carico e continui a farlo, di fornire i Nuclei Armati di Protezione al naviglio commerciale. Per far risparmiare Confitarma a cui un militare costa al massimo 600 Euro al giorno a fronte dei 3000 di un comune Contractors ? Per agevolare i rapporti mondo civile / Difesa ? Altro mistero a cui nessuno da risposta.

Dove sono finite le registrazioni delle telecamere di bordo della Enrica Lexie a meno che la sera degli eventi l’impianto di sicurezza passiva della nave fosse disattivo ? Chi ha autorizzato il Ministro della Difesa Di Paola a procedere sicuramente oltre alle sue attribuzioni istituzionali concedendo un indennizzo economico agli indiani coinvolti nei fatti. I fondi relativi su quale capitolo di spesa del bilancio dello Stato sono stati imputati e chi ne ha autorizzato la spesa ?

Questi alcuni dei  principali punti oscuri intorno ai quali nel tempo la vicenda si è sempre di più complicata con nuovi enigmi che si sono aggiunti ai vecchi, in un clima di assoluta disinformazione,  quasi si trattasse di difendere ancora una volta il più importante segreto di Stato della nostra storia nazionale.



Ora, improvvisamente un altro punto di domanda si aggiunge agli altri. Ieri l’ANSA comunica da Delhi di essere venuta a conoscenza che fin da aprile  è stata depositata dal proprietario del peschereccio indiano Sant Antony una “transfer petition” delle competenze giudiziarie allo Stato del Kerala, ma nessuno ne ha mai parlato a livello istituzionale anche in occasioni di recenti audizioni parlamentari.

Carenza di informazione da parte di chi invece dovrebbe sapere o sottovalutazione di un punto di estrema importanza in quanto se la richiesta avesse successo andrebbe ad inficiare tutti gli sforzi diplomatici dell’ex Ministro Terzi che, dopo un anno,  era riuscito ad ottenere che il 18 gennaio 2013 la Corte Suprema indiana si pronunciasse sulla non competenza giudiziaria del Kerala.

Infatti se la “transfer petition” venisse accolta  comprometterebbe pericolosamente il futuro dei due militari e precluderebbe all’Italia la possibilità dell’internazionalizzazione del caso in quanto lo Stato giudicante non avrebbe sovranità internazionale ma solo federale.

Sorprende quindi la totale assenza di reazioni ufficiali alla notizia di un tentato trasferimento delle attribuzioni al Kerala, inaccettabile come è inaccettabile qualsiasi processo in qualsiasi giurisdizione dell’India.

Invece come riferisce oggi l’Italpress  “Renzi chiede il silenzio stampa sui maro’ ma continua a immaginarli come due piccoli trofei elettorali. La verità e’ che al momento sta riuscendo persino a fare peggio del governo Monti. Provi, fin quanto può, a salvare la faccia. E li riporti a casa per il voto come è accaduto nel febbraio 2013″. Lo affermano i deputati M5S delle Commissioni Esteri e Difesa, a poche ore dal question time in cui “chiederemo al governo di spendersi proprio per il rientro dei nostri due maro’ in occasione delle elezioni europee”. Ed ancora “Il 25 maggio – concludono i parlamentari M5S – vogliamo riaverli in Italia, altrimenti qualcuno, a cominciare dal Ministro degli Esteri, dovrà cominciare a fare un passo indietro, per amor del popolo”.

Altro mistero, quindi, l’invocato silenzio stampa su una vicenda che si intende internazionalizzare, un’incongruenza dell’ultima ora che la dice lunga su come si intenda affrontare e gestire la più brutta pagina della storia italiana.

Dovrebbero invece essere inondati i canali informativi perché tutto il mondo dei media concorra a destare l’interesse internazionale sulla vicenda e dare immediatamente avvioall’Arbitrato se non altro per “conquistare” posizioni sul piano giuridico e precludere contromosse indiane come la richiesta della “transfer petition”.

Un’altra incongruenza  che si aggiunge alle tante altre che si sono succedute in questi 800 giorni,  ma che conferma la nostra convinzione che il 22 marzo 2013 i due Fucilieri di Marina furono svenduti per trenta denari e queste ne sono le logiche conseguenze.

Fernando Termentini

redazione:

La “endless story” dei Marò: ora il Kerala li rivuole indietro per processarli




Marò


Quando il 18 gennaio del 2013 la Corte Suprema indiana si espresse a New Delhi in merito al ricorso di parte italiana per ottenere l’annullamento del procedimento giudiziario contro Latorre e Girone tirammo un sospiro di sollievo. Perchè se è vero che in quella occasione la CS respinse la richiesta italiana, è anche vero che essa pose almeno dei punti fermi che definivano un perimetro di accettabilità giuridica relativamente ad un procedimento sul quale l’India alla luce delle norme, delle leggi e delle convenzioni internazionali non potrebbe rivendicare nessuna giurisdizione. In altri termini, nessun processo dovrebbe essere celebrato in India, ma se proprio non si riesce a togliere i due Marò dalle sgrinfie degli indiani, che almeno si ottengano garanzie in merito all’imparzialità ed alla trasparenza del giudizio, con piena facoltà di controdeduzione della difesa, tutte cose che nel Kerala sarebbe stato impossibile ottenere ed inimmaginabile persino prospettare.
La sentenza del 18 gennaio 2013 contiene alcune decisioni prese da due alti ed autorevolissimi magistrati della Corte Suprema che da quelle parti chiamano Apex Court o solo Apex, ovvero Altamas Kabir e J.J Chelameswar, con il primo che aveva addirittura rivestito la carica di presidente della Corte stessa qualche anno fa. Quindi una delibera attendibile e fondata, cui tutti in India avrebbero dovuto attenersi. In quella sentenza si stabilivano alcuni punti fermi: il primo, come accennato, era che il procedimento giudiziario dovesse proseguire e che l’opposizione allo stesso dei Marò era respinta. Ma subito di seguito si precisava letteralmente che :
“Kerala government had no jurisdiction to prosecute the foreigners over the alleged crime arising from the February 15, 2012 incident, claimed by Italy to have occurred on the high seas”. Cioè, che “lo Stato del Kerala non aveva competenza giuridica per perseguire gli stranieri per il presunto reato scaturito dall’incidente del 15 febbraio del 2012 che l’Italia dichiara essersi verificato in alto mare (si intende in acque extraterritoriali dell’India, ndr). Inoltre, si precisava a maggior ragione che :” only Indian federal government could persecute the alleged offenders, cioè che “solo il governo federale dell’India può perseguire i presunti colpevoli “. Infine, e non ci pare cosa da poco, si fissavano i criteri per condurre il processo, che avrebbe dovuto essere affidato ad un “tribunale ad hoc creato in consultazione con il Chief of Justice (il presidente della Corte Suprema che, come riportato in un precedente articolo da Qelsi, attualmente è il giudice Rajendra Mal Lodha, il costituzionalista che aveva sempre criticato e denunciato come “al di fuori delle regole” il trattamento giudiziario riservato ai Marò nel Kerala). In particolare, si indicava come tale processo “dovesse essere condotto nell’ambito della legislazione indiana con l’applicazione del Codice Criminale indiano, e della Convenzione dell’ONU Unclos del 1982. Infine, veniva stabilito che alla luce di queste determinazioni, il fascicolo relativo ai Marò fosse trasferito dal tribunale di Kollam a quello ad hoc appena questo fosse costituito.
In realtà, quel documento contiene anche una considerazione introdotta e sottolineata da parte dell’Italia, ma che la Corte Suprema di New Delhi non critica, nè mette in discussione facendola così indirettamente propria e ponendola alla base delle sue decisioni sopra riportate, laddove si riferisce che “the two men, who belonged to the country’s armed forces, were acting bona fide when they fired, believing the fishermen to be pirates, cioè che “i due uomini, che appartengono alle forze armate del Paese, agirono in buona fede ritenendo che i pescatori fossero dei pirati”. Non per nulla, di lì in poi la dicitura sul frontespizio del fascicolo dei Marò divenne : “Procedimento contro due marines italiani accusati di aver causato la morte di due pescatori scambiati per pirati”. Con questa formulazione, la Corte intendeva anche porre qualche cautela per il fatto che si prospettava il rinvio a giudizio di due militari di un Paese amico, appartenenti ad un esercito alleato nella lotta internazionale al terrorismo, “catturati” in modo a dir poco discutibile nell’esercizio delle loro funzioni, e fatti oggetto di trattamento illegale, al punto di essere ancora oggi trattenuti senza che alcuna precisa accusa sia stata mai formulata nei loro confronti.
Tutto chiaro, quindi, almeno all’apparenza, circa quelli che erano gli intendimenti del massimo organo giuridico dell’India in merito alla tortuosa vicenda umana e giuridica dei nostri due fucilieri. Ed invece pare proprio che non sia così. Sappiamo tutti come il tribunale ad hoc istituito dal governo fosse in realtà quello preposto a perseguire gravi fatti di terrorismo, manipolato dall’agenzia federale NIA in combutta con forze colpevoliste annidate nel governo e nelle istituzioni del Kerala, autorizzato per statuto istitutivo a comminare solo pene capitali, ignorando a bella posta la chiara indicazione circa l’applicabilità solo del Codice Criminale indiano e della Unclos 1982 al caso Marò. Ora che questa pericolosa china è stata risalita disinnescando una situazione pericolosissima e foriera di estreme conseguenze, ecco che si fanno apparire nel cielo dei nostri militari altre nuvole nerissime e minacciose. Lo Stato del Kerala non si è mai rassegnato ad accettare quella sentenza dell’Apex Court. Il primo ministro del locale governo, il famigerato Oomen Chandi, sostenuto da New Delhi dal keralese A.K. Antony, attuale ministro della difesa del governo centrale dell’India, tirato in ballo quest’ultimo dai suoi ricattati intermediatori nel processo di Busto Arsizio, presto replicato in India, per quella fornitura dei 12 superelicotteri AgustaWestland, per la quale è indagato per la mega-tangente da 51 milioni di dollari che volteggiava attorno a quell’affare, hanno continuato per mesi a tramare nell’ombra ed a tessere la tela del ragno per “recuperare” i Marò e poterli processare a modo loro nel Kerala.

Si era anche saputo che l’Alta Corte di Giustizia del Kerala, su pressione dei corrotti politici locali e della potente associazione dei pescatori, che conta oltre 3 milioni di iscritti in un bacino di 30 milioni di potenziali elettori, intendesse tornare alla carica per ottenere da New Delhi la “restituzione” del fascicolo dei Marò e poterli processare con una sentenza già scritta e resa di pubblico dominio da mesi: colpevoli e condannati a 10 anni di carcere duro. Ma a queste notizie non davamo peso, forti della sentenza del 18 gennaio 2013: come avrebbe potuto la Corte Suprema ritornare su quelle chiare e motivate decisioni? Poi ci siamo ricordati che in India il diritto è un optional, come dimostra il fatto stesso che un caso giudiziario sia gestito dalla politica su mandato del massimo organo giuridico del Paese. Ed allora, se a valere è la politica e non il diritto, tutto diviene opinabile e modificabile, tutto diviene possibile, persino l’incredibile e l’inimmaginabile. E la preoccupazione cresce ora che è stato reso ufficiale dalla cancelleria della Corte Suprema l’iscrizione a ruolo di un ricorso dell’Alta Corte keralese su istanza a firma di Freddy John Bosco, il comandante-proprietario del peschereccio St Antony, sul quale sarebbe avvenuto il fattaccio attribuito ai Marò. L’intento è chiaro: ottenere la condanna di Latorre e Girone per poter poi intentare una causa civile per danni. Cosa non si farebbe per i soldi ? E chi se ne frega se i due fucilieri sono completamente estranei agli eventi loro contestati. Del resto al Bosco l’idea gliel’ha data Mario Monti, cha da quel freddo ragioniere che è, per mettere a tacere la faccenda regalò 300mila euro alle famiglie delle due vittime, senza neanche peritarsi di cercare di capire come stessero le cose, comportandosi in modo equivoco e tale da destare il sospetto che i Marò fossero veramente colpevoli e che quella scellerata dazione fosse il prezzo da pagare per mettere tutto a tacere.
L’avvocato Usha Nandini, che assiste nel ricorso Freddy Bosco, ha affermato che “questa petizione mira a portare la causa nel suo luogo naturale, il Kerala, perchè se pure la Corte Suprema abbia stabilito che il Kerala non ha giurisdizione per intervenire nel caso, mentre tale giurisdizione è dello Stato centrale dell’India, è evidente che il Kerala è parte di questo Stato e che è naturale che il processo possa svolgersi in un luogo il più vicino possibile a dove è avvenuto l’incidente”. Siamo al delirio. Provate a sottrarre all’FBI un caso che è di competenza federale con la giustificazione che così a giudicare sarebbero magistrati geograficamente più vicini al luogo in cui è avvenuto il fatto. Noi contiamo molto sul fatto che Mal Lodha è un fustigatore dei vezzi più odiosi, come quello di permettere agli avvocati di trasferire cause nei distretti dove possono farsi forti dell’appoggio di togati amici o parenti. E anche sul fatto che lui abbia più volte affermato che nulla permette di incriminare i Marò, tutt’al più rubricabili come persone informate sui fatti. Speriamo che il ricorso sia respinto a fine giugno, quando alla fine delle vacanze giudiziarie il ricorso dovrebbe essere esaminato. Appare impossibile che la stessa corte che ha stabilito la non competenza del Kerala sul caso possa ora affermare il contrario. Ma con gli indiani non si sa mai e nei panni di Renzi ci preoccuperemmo e cercheremmo di dedicare più tempo alla vicenda dei Marò, che non ad avallare ricostruzioni improponibili e contraddette dai fatti circa la tormentata finale di Coppa italia.


 di Rosengarten - 7 maggio 2014 - replica
fonte: http://www.qelsi.it

06/05/14

I Talebani d’Africa assassini integralisti e le ragazze schiave






nigeria-carta-geo sito 800 colorI GIUSTI

«Ho rapito le ragazze e le venderemo al mercato in nome di Allah». Il leader dei Boko Haram, il folle Abubakar Shekau, attraverso un video di 57 minuti rivendica il rapimento delle oltre 223 adolescenti sequestrate il 14 aprile scorso dalla scuola Chibok high school del Borno, in Nigeria.
“Le venderemo come schiave”. Nel filmato di quasi un’ora il leader dei Boko Haram rivendica il sequestro delle oltre 200 ragazze e rivela il destino ad esse riservato. Alcune sarebbero già in Ciad e Camerun, acquistate per 12 euro ciascuna. “Nel nome di Allah”.

Accade a Chibok, nello Stato di Borno nel Nord-Est della Nigeria. Le giovani sequestrate, tutte fra i 12 e i 17 anni, avrebbero dovuto sostenere nei giorni seguenti gli esami annuali per il diploma Waec, comune ai Paesi africani anglofili.
In previsione di questo appuntamento il Governo centrale di Abuja aveva dispiegato rinforzi militari che erano stati uccisi dagli assalitori.
L’episodio, oltre allo sdegno internazionale, sta provocando un’ondata di manifestazioni contro la formazione islamica jihadista ma anche contro l’inadeguatezza del Governo Federale, ostaggio da oltre cinque anni del gruppo proveniente dal Nord del Paese a stragrande maggioranza musulmana.
Il Presidente Jonathan Goodluck non dà certo prova di grande impegno facendo trascorrere ben dieci giorni dall’evento prima di convocare e presiedere un Vertice di Sicurezza Nazionale dei 36 stati nigeriani, compresi i 12 del Nord a guida islamica.

Maggiore sorpresa viene dall’accordo raggiunto all’unanimità dai presenti al vertice, ‘statisti’ secondo i quali non si tratta di una guerra di religione ma di un attacco a tutti i nigeriani e che come tale deve essere trattata.
Cioè i lavori si chiudono concordando il nulla dopo 5 anni di vuoto.
Come se fra il sequestro di oltre 300 giovani studentesse e il Vertice di sicurezza -nel giro di pochi giorni- i Boko Haram non avessero eseguito anche un duplice attentato con auto-bombe al terminal degli autobus a Nyahiya, alla periferia della capitale Abuja, provocando 70 morti e decine di feriti.
La follia criminale dei Boko Haram e l’inconsistenza di un governo quasi altrettanto colpevole.
Non un impegno concreto, non una proposta per una campagna non solo militare ma anche politica per depotenziare quel bacino di malessere sociale da cui i Boko Haram attingono i militanti provenienti non a caso dagli Stati del Nord-Est del Borno, dello Yobe e dell’Adamawa, fra i più poveri fra quelli islamici.

Prevale lo scontro politico per l’autoconservazione dei benefici derivanti dalla posizione e dal ruolo acquisito fra il People’s Democratic Party al potere e i leader dell’opposizione dell’All Progressive Congress.
Collusione politica e inerzia degli apparati di sicurezza.
Utile a capire la fotografa del Paese che ne fa il World Economic Forum.
La Nigeria ha le potenzialità per essere una delle prossime economie emergenti indicate come MINT, acronimo di Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia.
Con una crescita economica trainata dal petrolio, Abuja è il primo produttore del Continente e contemporaneamente è uno dei tre Paesi più poveri al mondo con una disuguaglianza economica fra il Nord musulmano, povero e altamente instabile, e la zona meridionale cristiano-animista ricchissima di petrolio e gas.
Secondo la Banca Mondiale la corruzione assorbe l’80% delle entrate energetiche e solo l’1% va alla popolazione il cui 61% vive con meno di 1 dollaro al giorno.
La metà della popolazione è priva di energia elettrica, infrastrutture e servizi sono sottosviluppati e la disoccupazione è al 24% con punte del 47% fra i giovani al di sotto dei 30 anni.

Ora, grazie anche alla provocazione video del pazzo criminale che dedica la vendita delle ragazze come schiave alle gloria di Allah, qualcosa deve accadere.
Dagli Stati Uniti si attivano campagne di solidarietà sui social network e persino della Casa Bianca con lo slogan Bring Back Our Girls.
Lo stesso Segretario di Stato John Kerry si impegna a fornire un tangibile sostegno come fatto negli anni 2007 – 2008 nel contrasto al Movement of the Emancipation of the Niger Delta, responsabile di decine di sequestri in danno di lavoratori e responsabili di Aziende straniere impegnate nel settore energetico.
Sostegno che consentì lo smantellamento militare del MEND e dell’area di supporto logistico.

Ultimo elemento su cui riflettere, la possibilità che il sequestro delle giovani alunne sia parte di una campagna islamista di aggressione all’istruzione femminile a livello internazionale.
I segnali ci sono. I Taleban pakistani sparano alla testa la quindicenne Malala Yousefzai perché promuove l’istruzione femminile.
In Afghanistan e alcune aree dell’India molte alunne sono state aggredite con l’acido in faccia.
In Nigeria nel solo 2013 i Boko Haram hanno distrutto oltre 50 scuole.
Delegittimazione di genere frutto di una visione integralista fuori dal tempo e dalla ragione.

Aldo Madia- 6 maggio 2014

fonte: http://www.remocontro.it

Lo scioglimento del ghiaccio in Antartide sta rivelando delle piramidi!

In Antartide sono state scoperte, da un team di scienziati statunitensi ed europei, tre antiche piramidi. Due sono state scoperte a circa 16 chilometri verso l’interno, mentre la terza si trova molto vicino alla costa.

Le prime relazioni, riguardo queste piramidi, sono apparse sui media occidentali lo scorso anno. Alcune immagini sono state pubblicate su alcuni siti web, descrivendo queste strane strutture come prova che, il continente coperto di ghiaccio, una volta era abbastanza caldo da aver ospitato una vecchia civiltà antica.

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Sopra: Immagine aerea scattata attraverso il ghiaccio del Polo Sud che mostra due, o forse tre, piramidi in linea in una formazione simile alle piramidi di Giza.

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Finora si sa molto poco circa le piramidi e la squadra di ricercatori continua a mantenere il silenzio sulla scoperta. Le uniche informazioni affidabili, fornite dagli scienziati, sono che stavano progettando una spedizione per approfondire e determinare con certezza se le strutture sono di origine artificiale o naturale. Non sono stati offerti dettagli sulla tempistica della spedizione.
Se i ricercatori saranno in grado di dimostrare che le piramidi sono strutture artificiali, la scoperta potrebbe eseguire la revisione della storia dell’umanità come non è mai stato fatto.

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Sopra: I membri della spedizione cercano di avvicinarsi alla piramide. clicca per lo zoom.

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Sopra: L’immagine mostra una struttura piramidale circondata dal ghiaccio ma molto vicina alla costa.
Nel frattempo, di recente, sono state fatte una serie di scoperte strane ma interessanti, in Antartide. Nel 2009 gli scienziati del clima hanno trovato particelle di polline al polo sud e questo dato rivela l’esistenza di palme che una volta crescevano in Antartide e temperature estive che raggiungono i 21C.
Tre anni dopo, nel 2012, gli scienziati del Desert Research Institute, in Nevada, hanno identificato 32 specie di batteri in campioni di acqua del Lago di Vida situato nell’est dell’Antartide.
Una possibile civiltà di cui la storia ufficiale non tiene conto
E’ possibile che l’Antartide, un tempo nel recente passato, fosse stata abbastanza calda da poter ospitare un’avanzata civiltà antica che vi abitava?
Ancora più sorprendente è la questione se tale cultura avanzata abbia costruito queste strutture e altre che sono ancora sepolte sotto il ghiaccio?

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Gli studiosi hanno a lungo sospettato che la Sfinge sia molto più vecchia del previsto, forse ha più di 10.000 anni.
Gli scienziati hanno scoperto che le prove di erosione dell’acqua sull’antica statua, la più grande del mondo, mettono in evidenza una storia di cambiamenti climatici che vanno da quello tropicale a quello desertico, avvenuti in poche migliaia di anni.
Se il clima in Egitto è cambiato così rapidamente, è anche possibile che il clima antartico sia cambiato così radicalmente nello stesso tempo?
Secondo la teoria di correlazione di Robert Bauval e Adrian Gilbert, la costruzione delle piramidi di Giza ha avuto luogo in un periodo precedente al 12,500 anni aC, motivando tale retroattività attraverso la correlazione tra la posizione delle tre principali piramidi della necropoli di Giza con le tre stelle della costellazione di Orione e che tale correlazione è stata intenzionalmente seguita dalle persone per costruire le piramidi.

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Sopra: Le Piramidi di Giza e le tre stelle della costellazione di Orione.

Il riferimento alla data di 12.500 anni fa, è significativa per Hancock, dal momento che la posizione delle piramidi mostra il momento preciso in cui, una precedente civiltà avanzata, ha visto il suo declino a causa di un cataclisma globale.
Nel suo libro intitolato “Impronte degli Dei” (che troverete in versione digitale e completa alla fine di questo articolo), Graham Hancock ha trovato delle tracce che conducono tutti ad un punto preciso.
Secondo Hancock, le piramidi sono state costruite in tutte le culture del mondo e questi monumenti contengono, più o meno, simili ed evidenti configurazioni astronomiche.

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Attraverso il confronto tra gli antichi documenti di grandi popolazioni – la Grande Sfinge d’Egitto, i misteriosi templi di Tiahuanaco, le gigantesche linee di Nazca in Perù, le enormi piramidi del Sole e della Luna in Messico – con i miti e le leggende universali, con lo studio di mappe risalenti a tempi antichi, lo studioso suggerisce l’esistenza di una civiltà con intelligenza superiore, tecnologie sofisticate, conoscenza scientifica dettagliata, la cui “impronta”, è stata spazzata via completamente da un disastro globale di enormi proporzioni.
Ogni cultura ha adorato i loro re come divinità. Le loro religioni erano tutte rivolte alla ricerca dell’immortalità dell’anima e i suoi sacerdoti erano gli astronomi, con una conoscenza preventiva dei movimenti celesti. Il serpente-rettile è una figura simbolica presente in tutte le culture ed è considerato sacro.
Questa grande unità culturale suggerisce che la civiltà umana non nasce improvvisamente dal nulla, ma è stata “aiutata” da qualcuno con conoscenze tecnologiche e culturali avanzate. La prova principale a sostegno di questa teoria, è l’espansione dell’agricoltura.

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Si è scoperto che l’agricoltura è nata contemporaneamente in almeno sei aree del mondo senza alcuna relazione apparente tra di loro: Centro e Sud America, la Mezzaluna Fertile, Africa centrale, Cina orientale e Sud Est Asiatico.
Ad oggi non siamo ancora riusciti a ricreare le grandi piramidi. Semplicemente, non abbiamo la tecnologia. Quindi la domanda è chi, o che cosa, ha edificato le piramidi in Antartide?
on   tramite http://donnemanagerdinapoli.com

MARO' - Le vacanze del tribunale indiano ritarderanno ancora il processo. La testimonianza del C.te del Saint Antony e la richiesta del trasferimento del processo nel Kerala ........ E L'ITALIA ???????

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.........e la farsa continua


Adesso ci si mettono anche le vacanze dei giudici ad intralciare l'iter giudiziario dei nostri due fucilieri di Marina in India. Non se ne può davvero più





La speciale “petition” mirante a trasferire in Kerala il processo in corso nei confronti dei Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone è stata formalmente registrata presso la Corte Suprema indiana, ma ha poche possibilità di essere esaminata prima dell’inizio, il 12 maggio, delle vacanze estive del massimo tribunale indiano.
Lo ha appreso oggi l’ANSA a New Delhi. La “Transfer Petition” è stata firmata da Freddy John Bosco, proprietario dei peschereccio St. Antony coinvolto nell’incidente in cui il 15 febbraio 2012 morirono due pescatori, e secondo l’avvocato che la patrocina, Usha Nandini V., «mira a portare la causa nel suo luogo naturale, il Kerala».
Il ricorso è stato registrato il 25 aprile 2014 con il n.14241/14 e con il titolo «Freddy vs U.O.I. & ORS». «Non abbiamo perso ancora tutte le speranze che la nostra ‘petition’ sia esaminata prima delle vacanze – ha detto il legale – ma certo i tempi sono stretti ed è probabile che se ne debba riparlare a luglio», dopo la fine delle vacanze giudiziarie previsto per il 29 giugno.

REDAZIONE - 6 giugno 2014

fonte: http://www.iljournal.it
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...a proposito di Freddy John Bosco, proprietario dei peschereccio St. Antony :






L'attacco alla Enrica Lexie viene respinto dai Fucilieri del San Marco alle ore 16.30, come risulta dal rapporto immediatamente inviato.
Nel video di seguito allegato ( min.3 e 25 sec. ) la testimonianza del C.te del Saint Antony, Freddy Bosco, al suo arrivo in porto, il quale dichiara ai media, alla presenza delle locali forze di polizia, che l'incidente nel quale hanno perso la vita i due pescatori è avvenuto alle 21.30. In seguito cambierà più volte versione in linea con la vergognosa e non contestata manipolazione dei fatti da parte della polizia del Kerala.

https://www.youtube.com/watch?v=A_NPoY7RduY&feature=share




05/05/14

Scuola libera? «Qui in America esiste perché vige il principio di responsabilità. Non comandano sindacati e burocrati»



Charles Glenn, esperto mondiale di sistemi educativi: «Per arginare lo Stato serve un modello come le charter school statunitensi. I cattolici? Prima di combattere la secolarizzazione dovrebbero riflettere su cosa insegnano»
liberiamo la scuola

Si fa presto a dire libertà di educazione, principio a tal punto intoccabile quando ci si muove nello spazio senza gravità delle pure idee che anche la burocrazia sopranazionale non manca di ammetterlo nella Dichiarazione universale dei diritti umani, nella Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali e in decine di incartamenti belli e fumosi. Si fanno più complicate le cose quando il principio deve tradursi nella pratica terragna delle decisioni politiche, degli ordinamenti, quando tocca contemperare diritti che confliggono, trovare compromessi e far precipitare concetti chiari e distinti come “autonomia”, “merito”, “responsabilità” e “qualità” nel complicato reame delle cose perfettibili. Per tacere poi dei delicatissimi rapporti fra Stato, società civile e mercato quando si tratta di educazione. Come dev’essere la scuola? Pubblica, privata, parificata, charter, mista, unica, plurale, religiosa, secolare, obbligatoria, for profit, sindacalizzata? Bisogna virare verso l’homeschooling, dividere i maschi dalle femmine, abolire i voti, imporre il grembiule?
Su queste traduzioni del concetto di libertà di educazione il consenso diventa irrimediabile divisione, ma anche potenziale propulsore di soluzioni alternative. Liberiamo la scuola, il recente pamphlet in cui Andrea Ichino e Guido Tabellini propongono di affidare le scuole pubbliche alla gestione di soggetti della società civile, sottraendole all’inefficiente Stato centrale – sul modello delle charter school americane –, ha attirato molti complimenti teorici e molto silenzio pratico. Perché fra sindacati, graduatorie, reclutamento centralizzato degli inseganti, burocrazia diffusa e l’immancabile retaggio moderno dello Stato che eroga servizi in modo esclusivo e con rigoroso spirito egalitario (e pazienza per la liberté), riformare l’immobile sistema scolastico, in Italia, è un’impresa che fa sembrare la soglia del 3 per cento nel rapporto fra deficit e Pil un obiettivo facilmente abbordabile.

Bill de Blasio 

Quando il privato è pubblico
Le idee ragionevoli e moderate di Ichino e Tabellini mettono il dito in una delle ruote principali del gigantesco ingranaggio scolastico, quella che riguarda i soggetti titolati a offrire un servizio educativo finanziato dal contribuente. Se nessuno è profeta in patria, i profeti bisogna cercarseli all’estero, e il modello delle charter school americane e delle grant maintained inglesi offre un’ipotesi esportabile, almeno a livello teorico.
Funziona così: un soggetto privato, di solito un’associazione di genitori, ma anche soggetti del terzo settore creati ad hoc, s’incarica della gestione di una scuola, dalla selezione degli insegnanti alla creazione dei programmi fino alla gestione tecnico-amministrativa. Non lo fanno però in un vuoto spazio di autonomia, ma attenendosi a rigorose linee guida fissate dallo Stato, il quale non esce di scena, ma gioca la sua funzione fondamentale nel ruolo di giudice e garante di questi istituti a gestione mista. Se una scuola supera gli standard statali riceve i finanziamenti pubblici che la tengono in vita, se non li supera chiude. L’autorità statale si occupa della concessione dello status di charter e della valutazione del servizio, ma non entra nel merito della proposta educativa né s’infila nella struttura organizzativa del singolo istituto.

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Prendiamo ad esempio New York. Quando Michael Bloomberg è diventato sindaco, nel 2002, c’erano duemila studenti iscritti alle charter school della città, ora gli studenti sono 70 mila, con risultati di rendimento superiori alla media, specialmente nei quartieri più poveri, dove le charter non sono soltanto erogatori di conoscenze ma anche propulsori della valorizzazione di aree urbane difficili. Bloomberg probabilmente verrà ricordato più per i metodi spicci della sua polizia e per le paturnie paternaliste per salvaguardare la salute pubblica, ma il punto del programma su cui ha investito più tempo ed energie è quello scolastico, entrando in una guerra di logoramento con i sindacati degli insegnanti in una città che viene messa in ginocchio anche soltanto da un’agitazione sindacale dei guidatori di school bus.
Ora il suo successore, Bill de Blasio, animato da un senso dello Stato onnipresente e livellatore che non sfigurerebbe nell’Europa novecentesca, la guerra la sta facendo proprio alle charter school, che fra i benefici concessi dall’amministrazione cittadina avevano quello, nient’affatto secondario, specialmente a New York, dell’affitto gratuito dei locali. I sindacati gongolano, assai meno le famiglie che vedono nelle charter la possibilità di trovare un’offerta formativa adeguata alla loro visione del mondo, e ancora meno i gestori di un servizio cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni.

GLENN

Chi vede nelle charter un modello positivo è Charles Glenn, professore di “Educational Leadership” alla Boston University, uno dei massimi esperti mondiali di sistemi educativi. Per vent’anni ha lavorato come funzionario scolastico nel Massachusetts, stato modello per il sistema scolastico, e ha condotto ricerche a livello internazionale sulla storia dell’educazione, la competizione fra modelli scolastici, il rapporto fra educazione e religione, la sociologia educativa e la giustizia sociale legata allo sviluppo del settore formativo.
La confidenza con certi termini della burocrazia scolastica italiana testimonia una profonda conoscenza del nostro sistema «messo in ginocchio dal modo rigido con cui vengono reclutati gli insegnanti». Con il libro Il mito della scuola unica (Marietti, 2004) ha smontato l’idea della scuola centralizzata e “one size fits all”, come dicono gli americani. In un recente articolo apparso sulla rivista Vita e Pensiero spiega che la libertà di educazione, per essere veramente tale, deve contemplare due diritti fondamentali, anche se non assoluti: il diritto dei genitori di scegliere «la forma di educazione che essi ritengono possa contribuire meglio alla crescita dei figli come esseri umani» e quello degli insegnanti di «lavorare in una scuola che riflette le loro convinzioni personali e professionali relative all’educazione».
In un’intervista con Tempi, Glenn spiega innanzitutto che le «scuole che funzionano sono come le famiglie che funzionano: non le puoi creare a tavolino, c’è un aspetto che sfugge al controllo dei politici, degli insegnanti e degli esperti di educazione» e contemporaneamente osserva che «l’Occidente sta vivendo una fase di creatività educativa».

Manifestazione studenti e lavoratori della scuola contro il Governo Monti 

Creatività? Dice sul serio?
Certo. Ci sono molte situazioni in cui chi è incaricato di scrivere le politiche scolastiche deve rispondere a genitori sempre più insoddisfatti dell’educazione dei propri figli. I dati Ocse testimoniano la generale debolezza dei sistemi educativi, e questo spinge verso il cambiamento, che non necessariamente coincide con un miglioramento, ma trovo che sperimentare forme diverse sia un bene, specialmente nei sistemi molto centralizzati.
In Italia tutta questa sperimentazione non si vede. Chi propone moderate interazioni fra pubblico e privato si trova, quando va bene, isolato dal dibattito.
Uno dei grandi problemi dell’Italia è che per qualche motivo le Regioni non si sono assunte le responsabilità della gestione del sistema scolastico, come previsto dalla Costituzione. Questo fa sì che le questioni fondamentali vengano decise a Roma, soprattutto per quanto riguarda il reclutamento degli insegnanti. Questo ha due conseguenze immediate: ostacola la crescita di scuole alternative a quelle statali, e fa un enorme favore ai sindacati, che non sto qui a ripetere quanto siano potenti. Trovo che questo vincolo centrale, che ha origini culturali antiche, costituisca la grande differenza fra il sistema italiano e quello anglosassone.

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Quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato nella scuola?
Voglio fare una precisazione: non sono un libertario, lo Stato non è il mio idolo polemico. Ho lavorato nel settore pubblico per vent’anni e credo fermamente che lo Stato abbia un ruolo importante e positivo. Ma deve essere un ruolo chiaramente circoscritto. Prendiamo l’esempio delle charter school: in quel caso lo Stato risponde al modello “tight-loose” (stretto-lasco, ndr), cioè è stretto nella valutazione ma lasco nella selezione del personale, dei programmi, dei metodi di gestione. In quel caso lo Stato trova il suo giusto posto, quello di garante e guardiano dell’efficienza di un istituto. Se una scuola non funziona deve chiudere, ma se funziona deve poter procedere in autonomia. Solo introducendo l’idea della responsabilità si possono ottenere questi risultati, e questo implica, ad esempio, un sistema pubblico che giudichi davvero le scuole.
Perché è così difficile esportare questo modello?
Due ragioni: una è quella sindacale cui accennavo prima. Gli insegnanti delle charter in America non sono obbligati a iscriversi a un sindacato, quindi si tratta di una minaccia per le Unions. E chiaramente i sindacati americani sono molto meno potenti di quelli europei. La seconda ragione è ideologica. Molti burocrati e politici sono contrari alla scelta fra varie alternative scolastiche, perché intacca il pensiero dominante, quindi ogni volta che si parla di rapporto fra pubblico e privato gridano alla svolta mercatista, alla mercificazione dell’educazione, al capitalismo selvaggio e ad altri spauracchi assai radicati fuori dal mondo anglosassone.

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In America si parla molto di Common Core, i programmi scolastici standardizzati. Qualcuno trova questo modello, in cui un gruppo di tecnici decidono le linee guida, potenzialmente rischioso per la libertà di educazione. Cosa ne pensa?
Sono un sostenitore del Common Core, il che non significa che sia il migliore dei modelli possibili, ma dobbiamo renderci conto che ci muoviamo nell’ambito dei compromessi. La relazione fra gli standard e la libertà è il grande tema di riflessione in questo momento, e io trovo innanzitutto che avere linee guida uguali per tutti sia importante per chi è povero e per le scuole più disastrate, sarebbe un miglioramento decisivo per chi è ai margini. L’impatto sociale di una riforma non è mai trascurabile. Quello su cui insisto è che esista sempre la possibilità per le scuole di avere curriculum diversi ma equiparati allo standard, creando un sistema di eccezioni motivate, uno standard flessibile, che è praticamente un paradosso ma può funzionare.
Una schiera di professori cattolici vede annidarsi nel Common Core una certa idea dell’uomo e del mondo contraria a quella cristiana, secondo uno schema di “neutralizzazione” dell’educazione già visto altrove, dalla Francia della laïcité alla zapateriana “Educación para la Ciudadanía”. Le pare una preoccupazione reale e condivisibile?
L’ideologia può annidarsi ovunque, non c’è dubbio su questo. Ma l’idea, secondo me, è che i cattolici e tutti i gruppi religiosi, dovrebbero insegnare questi standard in un modo che riflette la loro “worldview”, hanno tutti gli strumenti per discernere e giudicare. Si può insegnare l’evoluzionismo senza aderire allo scientismo darwinista, come la legge olandese prevede con un escamotage che, secondo me, è un buon esempio di compromesso. In questo periodo sto studiano il modo in cui le scuole islamiche americane spiegano il concetto di cittadinanza, che è una grande sfida. Ma io non credo che il modo di risolverla sia eliminare la questione della cittadinanza dai programmi per non entrare in conflitto con l’identità religiosa della scuola. Le posso dire qual è la vera difficoltà delle scuole cattoliche, almeno in America?
Prego.
Uno studio importante, il Cardus Study, ha osservato che le scuole cattoliche hanno un enorme successo a livello accademico. L’incidenza degli studenti che una volta diplomati accedono alle università più importanti è altissima, così come il placement nel mondo del lavoro. Non dico che iscriversi a una scuola cattolica sia garanzia di successo, ma quasi. Il problema è che non hanno successo nell’educazione alla fede. Gli studenti tendono ad abbandonare la Chiesa in modo massiccio. Per gli evangelici è vero il contrario: le loro scuole sono peggiori, ma gli studenti rimangono legati alla Chiesa. Questo per dire che i cattolici devono fare un enorme lavoro sul contenuto della loro proposta educativa, sull’idea antropologica che comunicano. Sono pure d’accordo sulla battaglia contro la secolarizzazione forzata e i dettami del laicismo, ma forse bisognerebbe prima riflettere sul tipo di educazione che viene impartita negli spazi di libertà di cui attualmente le scuole cattoliche godono.

maggio 5, 2014 Mattia Ferraresi
 
fonte: http://www.tempi.it