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03/04/15

150 studenti cristiani decapitati e massacrati in Kenya. Basta con il terrorismo islamico!


Editoriale

Buongiorno amici. Ieri in Kenya si è consumata una nuova atroce strage di cristiani nel campus universitario di Garissa, frequentato prevalentemente da ragazze. Almeno 147 studentesse e studenti cristiani, dopo essere stati separati dai musulmani, sono stati decapitati e massacrati. La strage è stata rivendicata dai terroristi islamici somali di al-Shabaab, che per l'ennesima volta hanno sconfinato dalla Somalia per massacrare i cristiani.
Una taglia di quasi 200 mila euro è stata messa sulla testa della mente della strage, identificato come Muhammad "Dulyadeyn" Kuno, ex-preside fino al 2007 di una scuola islamica proprio a Garissa, prima di arruolarsi con i terroristi di al-Shabaab.
Il ministro dell’Interno del Kenya ha annunciato l’uccisione di quattro terroristi e l’imposizione del coprifuoco in quattro regioni al confine con la Somalia.
Nell’attesa che il Papa condanni la nuova strage di cristiani, nell’attesa che le Nazioni Unite denuncino un vero e proprio genocidio contro i cristiani, da parte nostra assumiamo la consapevolezza che questi crimini sono legittimati da Allah nel Corano e dai detti e dai fatti di Maometto.
«Getterò il terrore nel cuore dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo
(…) Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi» (8, 12-17).
«Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue» (47, 4).
«La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi (...)» (5, 33).
«[gli ipocriti e i miscredenti] Maledetti! Ovunque li si troverà saranno presi e messi a morte.» (33, 61).
«Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo e siano soggiogati». (9,29)
«Vorrebbero che foste miscredenti come lo sono loro e allora sareste tutti
uguali. Non sceglietevi amici tra loro, finché non emigrano per la causa di
Allah. Ma se vi volgono le spalle, allora afferrateli e uccideteli ovunque li
troviate. Non sceglietevi tra loro né amici né alleati». (4, 89).
Cari amici, è ora di dire basta al terrorismo islamico. È ora di dire basta al genocidio dei cristiani. È ora di dire basta al silenzio, all’ignavia e alla collusione ideologica di tutti coloro che pur di legittimare l’islam continuano a ripeterci che i terroristi islamici non hanno nulla a che fare con l’islam. O noi avremo la capacità intellettuale e il coraggio umano di guardare in faccia alla realtà di Allah che s’invera nel Corano e di Maometto che ha combattuto, ucciso e massacrato nel nome di Allah, oppure saremo inesorabilmente destinati a soccombere e finiremo per essere sottomessi all’islam. Ora basta! Andiamo avanti. Insieme ce la faremo!

fonte: http://www.ioamolitalia.it

Sala Consilina: “Marò, comunisti e forni crematori”. Non luogo a procedere per Michele Santoriello Il GUP del Tribunale di Lagonegro ha respinto la richiesta di rinvio a giudizio


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Non luogo a procedere perchè il fatto non costituisce reato“. Con questa motivazione il GUP del Tribunale di Lagonegro ha scritto la parola fine sulla vicenda che ha visto coinvolto Michele Santoriello, attuale consigliere comunale di Sala Consilina, finito sotto inchiesta per “Incitamento all’odio razziale”.
Questa l’ipotesi di reato per la quale era stato chiesto a maggio dello scorso anno il rinvio a giudizio. Michele Santoriello, assessore comunale all’epoca dei fatti, nel mese di marzo del 2013 aveva scritto sul suo profilo Facebook un post contro la giornalista Giuliana Sgrena e contro i “comunisti”. “Ecco 14294621592_ec0bba154b 

perchè i comunisti devono essere sterminati tutti… alla Hitler maniera. Ai tempi della guerra in Iraq, fosse stato per me, l’avrei fatta marcire a Bagdad. Si tratta di una ignobile miserabile”. Questa la frase finita sotto accusa.
Parole che avevano scatenato una serie di reazioni indignate da parte di tante persone ed esponenti di tutti gli schieramenti politici. La frase incriminata faceva parte di un commento dell’assessore Santoriello relativamente alla vicenda dei due marò accusati di omicidio in India.

articolo correlato: http://www.italia2tv.it/tag/sgrena-calipari-santoriello-maro/

Erminio Cioffi - 3 aprile 2015
fonte:   http://www.ondanews.it


Basta cinguettare sugli 80 euro. Sono elemosina, e le tasse aumentano

 


L’esercito di cheerleaders di Matteo, che sono la cosa più stucchevole e fastidiosa (come sempre lo è la stupidità umana) del renzismo, si è scatenato sui social network a difendere il proprio leader Matteo Renzi messo in crisi dai dati reali sull’economia italiani forniti dall’Istat. Una doccia fredda evidente, perchè quei dati dicono che con Renzi ancora una volta la pressione fiscale in Italia è salita, e nell’ultimo trimestre 2014 è arrivata addirittura al 50,3%. Ma come è possibile, hanno cinguettato subito le e gli cheerleaders renziani, noi abbiamo dato 80 euro al mese agli italiani!

Achille-Lauro 

Il ritornello sugli 80 euro non è particolarmente nuovo, ma quando i dati reali ti mettono spalle al muro fa sempre comodo fischiettarlo. Certo che Renzi ha dato 80 euro ad alcuni italiani (a circa uno su cinque). Ma quel gesto non è una riduzione di tasse. E’ una regalìa, una sovvenzione sociale per altro nemmeno data  a chi ne aveva più bisogno. E’ stata inventata prima delle elezioni europee come la famosa scarpa di Achille Lauro data ai napoletani prima del voto, con la promessa dell’altra solo una volta fosse stato eletto. Renzi ha fatto più o meno così: ha promesso che quella regalìa sarebbe divenuta permanente e sarebbe stata allargata ad altre categorie. Si è preso i voti alle europee, e dopo ha mantenuto solo parzialmente le promesse: la scarpa è arrivata per fae il paio solo a una parte di quelli che erano stati abbindolati prima dell’urna.

Matteo-Renzi- 

Gli 80 euro di Renzi sono sotto il profilo economico più sostanziosi, ma identici alla social card inventata nel 2008 da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti e tanto criticata anche dagli attuali cheerleaders di regime. Con la social card andavano 40 euro al mese solo ai poverissimi: la cifra era la metà di quella di Renzi, e la platea molto più ristretta. Però erano quelli che avevano più bisogno, e la filosofia era la stessa: una sovvenzione di Stato, un contributo sociale. Non uno sconto fiscale: gli 80 euro non sono tasse tolte, ma un contributo dato dal governo solo a qualcuno per i suoi buoni motivi.

Gli-scaglioni-Irpef1 

Il sistema fiscale italiano è progressivo, e questa caratteristica è sempre stata una bandiera della sinistra. Tanto è che le attuali cinque aliquote Irpef portano la firma di Vincenzo Visco e dell’ultimo governo di Romano Prodi. L’unico modo possibile per ridurre la pressione fiscale è toccare quelle aliquote verso il basso. Se lo si fa però il beneficio tocca tutti i contribuenti. Ad esempio se si porta dal 22 al 20% l’aliquota più bassa, sui redditi fino a 15 mila euro, dai 330 euro a tutti i contribuenti italiani. Una somma che peserà di più su chi ha redditi bassi e non conterà molto su chi guadagna ad esempio 240 mila euro. Ma il beneficio deve riguardare tutti, altrimenti non è uno sconto fiscale. Il sistema progressivo è stato pensato dalla sinistra per tassare i ricchi più dei poveri. Va bene quando le tasse le devi mettere, non quando le devi togliere. Se tu tocchi le aliquote più basse, ne godranno anche quelli che guadagnano di più. Viceversa se tocchi le aliquote alte, il beneficio va solo ai ricchi. La vocazione della sinistra è sempre stata quella di mettere tasse “che sono bellissime”. Non quella di toglierle: non avevano mai pensato a una possibilità simile. Così anche Renzi è stato messo spalle al muro: con lui gli italiani pagano più tasse e un quinto di loro riceve in compensazione un sussidio mensile da 80 euro. Risultato: l’Italia allarga la spesa pubblica mettendosi in cattiva luce con le regole Ue, e le tasse aumentano. Con buona pace dei o delle cheerleaders…

3 aprile 2015
fonte: http://limbeccata.it

CASO MARO' - FINMECCANICA ''Orsi (ex-Finmeccanica) rilancia le accuse all’India per i marò''


giuseppe orsi

 

Riflettori nuovamente puntati sui tormentati rapporti tra Italia e India: accesissimi quelli sul prossimo rientro di Massimiliano Latorre a Nuova Delhi dopo la degenza in Italia; più deboli, quasi spenti quelli riguardanti la storia di Giuseppe Orsi, ex ad e presidente di Finmeccanica, coinvolto nelle inchieste sulle tangenti indiane e quelle sui soldi alla Lega alla fine concluse con un nulla di fatto.

Mancano pochi giorni alla scadenza della licenza per malattia di Massimiliano Latorre: poi il fuciliere di Marina tornerà a Nuova Delhi. Le “trattative riservate” non hanno portato alcuna sostanziale novità nei rapporti diplomatici tra Italia e India dopo i tre anni di detenzione dei marò. L’intervista rilasciata al Giornale da Orsi  è passata quasi sotto silenzio eppure di clamore ne avrebbe dovuto suscitare parecchio. Oltre al suo nobile ruolo che attualmente ricopre nel ristorante Ruben, dedicato a sfamare i più bisognosi, Orsi ha chiarito alcuni punti su una vicenda che in altri paesi sarebbe stata gestita molto diversamente.
“Come la Gran Bretagna, dove il Paese fa quadrato intorno alle sue industrie strategicamente rilevanti”. Da noi, invece, nulla di tutto questo, anzi: un colosso come Finemccanica, con le aziende collegate come Agusta Westland e Alenia, è stato abbandonato al suo destino. Un inquietante silenzio era arrivato dall’allora governo in carica, guidato da Mario Monti.
Il primo, quello di Monti, di una serie di governi tecnici – non democraticamente eletti – che la vicenda Finmeccanica-Orsi contribuisce a considerare come imposto da qualcuno proprio per avviare un processo di depotenziamento delle risorse italiane.
Le contestazioni a Orsi furono due: tangente alla Lega (secondo il gip di Busto Arsizio, “l’ipotesi di un finanziamento illecito non ha trovato alcun riscontro investigativo) e tangente, nel 2005, al capo di stato maggiore dell’Indian Air Force, Sashi Tyagi, per piazzare 12 elicotteri AW 101 (assolto anche qui). Tutto partì da Napoli, con Woodcock, poi indagine trasferita a Busto: dopo mesi arrivò l’arresto di Orsi, senza neanche averlo interrogato.
Legami con la questione dei due marò? Un collegamento diretto, secondo Orsi, non c’è: l’India però si è sentita sotto pressione su due fronti, con una perfetta sovrapposizione temporale: da un lato i giornali scrivevano che l’Italia accusava l’India di essere un Paese di ladri; dall’altra, gli stessi giornali, sostenevano che noi andiamo a sparare contro i loro marinai.
Un mix esplosivo, dunque, che ha portato al massacro di una delle aziende italiane più potenti al mondo (“Vada lei a spiegare al Pentagono o all’amministratore delegato della Boeing che la tangente non c’era, che Finmeccanica si è comportata bene, che il suo ad non è un bandito” ha osservato Orsi) e all’inasprimento dei rapporti diplomatici con l’India. A farne le spese Salvatore Girone, Massimiliano Latorre e la rispettabilità di un Paese chiamato Italia.


02/04/15

LA GENTE PER BENE IN PIAZZA CONTRO I ROM


IL GIUBILEO DEI ROM

Sale la rabbia in ogni quartiere. Storica manifestazione il 24 maggio. Tutti e 52 i comitati di quartiere chiedono la chiusura dei campi nomadi.

Rom

Si faranno sentire il 24 maggio quando scenderanno in piazza per dire basta una volta per tutte ai campi rom. Ci sarà tutta Roma, dal centro alla periferia, al maxi corteo di 52 territori sulla via Collatina. «Chiudete i campi rom o lo facciamo noi», grideranno padri e madri con i figli dietro, nonni con i nipoti per mano, giovani coppie che hanno comprato casa nei nuovi quartieri e si sono ritrovati con il «vicinato di degrado imposto». Faranno il giro partendo da Ponte di Nona, e imboccando viale Caltagirone, di fatto faranno andare in tilt lo shopping della domenica mattina davanti al centro commerciale Roma Est creando caos anche sulla Prenestina.

L’ALTOLÀ. La gente perbene lancerà l’ultimatum alle istituzioni. «Sarà una manifestazione pacifica ma dobbiamo dare un messaggio forte» lo ha ribadito anche ieri mattina in Questura dove Franco Pirina, presidente del Caop Ponte di Nona è andato per «fermare» la data della manifestazione «c’è l’ok» dice. «Questi campi devono essere chiusi, senza ma, e senza se, altrimenti se non lo faranno ci saranno dei problemi seri di ordine pubblico. L’ho scritto anche al capo della Digos Diego Parente. Un domani che bruceranno i campi rom potranno dire che il Caop ci aveva visto giusto» profetizza Pirina, che a maggio trascinerà in strada la gente esasperata dai campi nomadi da terzo mondo che ci costano 24 milioni di euro l’anno, dopo la marcia dall’Esquilino al Campidoglio di novembre.

IL PERCORSO. Il corteo stavolta muoverà da Ponte di Nona, Il nuovo mondo di case acquistate da giovani coppie tasformato in terzo mondo dai campi rom di via Salone e dalla vicinanza di via Salviati. Si parte da piazza Attilio Muggia, poi via Giorgio Grappelli, il tratto della Collatina che porta al centro commerciale Roma Est, via Capetti, via Raul Chiodelli, viale Caltagirone e ritorno a piazza Muggia per le arringhe.

CHI C’È. Sarà presente tutto il quadrante Est, e tutti i territori romani. «I cittadini che porteranno altri cittadini» dice "il trascinatore". Poi anche i comitati di quartiere e i movimenti sotto la spinta dell’esasperazione: La Rustica con Tonino D’Alessandro; Corcolle, Emilio Tora, e Alessandra Scozzi; per Settecamini, Domenico Corsale, Giuseppe Geraldi, Silvestro Sabatini; da Castelverde Fabio Giustini, Giuseppe Cavaliere; da Colle degli Abeti Gabriele Sisti, Marco Estasio; e Prato Fiorito che si sta muovendo con le ronde. Torneranno in piazza Tor Sapienza e l’Eur con Danilo Cipressi. In prima fila Emanuele Mancini presidente del comitato Appio Tuscolano, il quartiere che sopporta da troppo tempo la convivenza con l’ex Cartiera di via Assisi rioccupata ad ogni sgombero. Si mobilitano anche i professionisti: avvocati, imprenditori e ingegneri che ruotano attorno al movimento Italia Nazione, presidente Franco Aicardi; e poi il comitato di Torre Angela con Giancarlo Marinelli, e Monica Selva, l’"Angelina" di Tor Pignattara odierna Magnani nei tratti e nel piglio; e ancora, il Coordinamento cittadino di ribellione di Augusto Caratelli; e ogni sezione diDifendiamo Roma, primi fra tutti, Emiliano Corsi.

RONDE E POSTI DI BLOCCO. Pirina ha fatto scuola a Colle degli Abeti. Tutte le notti i residenti sono in giro con le macchine privata, due, tre auto, con la loro benzina, a supporto del Caop. «Piano piano compariranno anche le sigle Caop». La notte tra martedì e mercoledì una sorta di "posto di blocco" all’incrocio di via Corti. «Ci siamo appostati all’incrocio per individuare eventuali macchine sospette» confermano Gabriele Sisti e Marco Estasio. A Corcolle hanno iniziato una settimana fa a girare con le macchine. «Per continuare così bisogna chiamare Franco (Pirina, ndr.) e creare un’associazione» dicono Emilio Tora e Alessandra Scozzi. Martedì sera un centinaio di residenti si sono riuniti nella sala parrocchiale della chiesa di San Michele Arcangelo. «Volevano costituire un’associazione uguale alla mia per fare le ronde di notte - spiega Pirina - Gli ho dato dei consigli su come muoversi e per non uscire mai fuori dalla legalità».

Grazia Maria Coletti - 2 aprile 2015
fonte: http://www.iltempo.it

Toh, ora i compagni scoprono il fetore delle intercettazioni

Le parole rubate al telefono hanno fatto comodo finché i derubati erano avversari da esporre alla berlina, da emarginare e, infine, escludere dall'arena


Fin dagli anni Cinquanta la sinistra si dà tante arie e suole dividere l'umanità in buoni e cattivi, mettendosi dalla parte dei primi che essa definisce non a caso progressisti. 


Già. Talmente progressisti da arrivare ultimi in ogni circostanza. Lo abbiamo constatato anche stavolta a proposito delle intercettazioni, da decenni al centro di polemiche, oggetto di numerose proposte di legge dibattute all'infinito eppure rimaste lettera morta poiché prive del nullaosta indovinate di chi? Degli ex o postcomunisti, decida il lettore come chiamarli; tanto, comunisti erano e la loro mentalità settaria è ancora intatta dai tempi che furono.
Il problema è semplice. Ai politici col birignao e sedicenti colti in quanto militanti o simpatizzanti di sinistra, le parole rubate al telefono (contenenti millanterie e forzature di ogni genere sul cui significato occorrerebbe detrarre la tara) hanno fatto comodo finché i derubati erano avversari da esporre alla berlina, da emarginare e, infine, escludere dall'arena. Un gioco facile facile. Le Procure inserivano negli atti processuali le registrazioni di colloqui malandrini, compresi quelli penalmente irrilevanti ma giornalisticamente interessanti, piccanti, e a divulgarle provvedeva solerte la stampa, suscitando la curiosità morbosa dell'opinione pubblica.
Gli sventurati, vittime delle incursioni nella loro vita privata, venivano infilzati con soddisfazione da chi se ne avvantaggiava. Questo tipo di falli erano e sono impuniti: manca una legge apposita che li sanzioni. Clemente Mastella, quando era guardasigilli, predispose una normativa per arginare il traffico delle intercettazioni (poco giudiziarie e molto gossippare), però la maggioranza progressista che all'epoca reggeva il governo lo mandò al diavolo, creando i presupposti per eliminarlo dalla scena.


È chiaro a chiunque che le intercettazioni violano il segreto delle conversazioni private, ma poiché di solito riguardano la gente comune (della quale non importa nulla a nessuno nel Palazzo) oppure «nemici» di partito da sputtanare, ogni iniziativa tesa a disciplinare la materia è stata sistematicamente bocciata. Per lustri il personale politico di destra e centrodestra ne ha fatto le spese, mentre quello di sinistra ne ha tratto dei benefici sotto il profilo elettorale, essendo scontato che dai faldoni dei tribunali non uscisse nemmeno un sospiro delle loro telefonate innocenti o no. Una pacchia per i progressisti durata fin troppo. Infatti la musica sta cambiando.
Qualche spiffero velenoso comincia ad ammorbare le sacre stanze degli «intelligenti per antonomasia», i quali, sfiorati dal fetore delle intercettazioni, sono sul punto di cambiare idea; anzi, l'hanno cambiata, tanto è vero che si stanno attrezzando per impedire la fuga di notizie frutto di «furti» negli uffici dei magistrati. Come? Sbattendo in galera i giornalisti «ricettatori» del materiale scottante. Se la stampa aiuta la sinistra, i progressisti predicano in favore del diritto alla libertà della medesima; se, invece, essa si concede un attacco antigauche, allora meditano d'ingabbiare i ficcanaso delle redazioni. Sinché erano i berlusconiani a essere massacrati dai quotidiani con paginate e paginate di chiacchierate intime, non c'era anima bella che suggerisse di porre fine alle gratuite diffamazioni. Al contrario, adesso i progressisti, colpiti dalle indiscrezioni, invocano la Costituzione affinché agli scribi sia tolta la licenza di ferire con la penna riportando il contenuto di nastri registrati su ordine delle Procure.
Questa è la storia delle intercettazioni che attendono ancora - per poco, suppongo - una regolamentazione: non per vietarne l'impiego a scopo investigativo (ci mancherebbe), bensì perché si pubblichino soltanto quelle relative all'accertamento di reati. Ci si domanda come sia possibile procedere in questo senso. Visto che siamo tanto cretini da non recuperare in proprio una soluzione che salvi la capra (la dignità delle persone) e i cavoli (giudiziari), sarebbe opportuno dare un'occhiata alle legislazioni di altri Paesi e copiare la migliore. Non è un'operazione complicata, basta alzare i glutei dalla sedia ministeriale e recarsi, per esempio, negli Stati Uniti a verificare come agiscano le autorità americane. Chi avrà l'energia per affrontare la trasferta scoprirà che negli Usa non sfugge una parola dei discorsi intercettati. Motivo? I magistrati statunitensi non mollano ai giornalisti neppure uno spiffero. Sarà perché ignorano l'esistenza di Pulcinella, per loro il segreto è una cosa seria.


Intercettazioni, commissione Gratteri: "Punire la pubblicazione arbitraria"



Ora che la pubblicazione delle intercettazioni coinvolge una certa ala politica succede il finimodo, e oltre alla politica interviene anche il vicepresidente del Csm, e anche  il presidente della Commissione per la revisione della normativa antimafia Nicola Gratteri. 
Hanno solo lo scopo di "promuovere delle campagne diffamatorie" e, fare una "riforma degli ascolti", assicura Federica Chiavaroli (NCD), con il caso Lupi ancora caldo, "è una battaglia di civilta'".......... evvai !!!!!  Bentornati sulla Terra.

E non é un pesce d'aprile.
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L'ex procuratore di Reggio Calabria presiede l'organismo che deve rivedere la normativa antimafia. L'annuncio arriva dopo le polemiche scatenate sul caso D'Alema 

"Pubblicazione arbitraria di intercettazioni", un nuovo reato da introdursi all'art. 595-bis c.p.: è una delle proposte della commissione per la revisione della normativa antimafia tra quelle "volte a colmare macroscopiche lacune emerse nella prassi in ottica 'effettivita' del diritto di difesa e riservatezza delle comunicazioni". La commissione è presieduta dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri.

Intercettazioni, commissione Gratteri: "Punire la pubblicazione arbitraria"

La politica torna a chiedere una riforma delle intercettazioni. Prima lo faceva FI per proteggere Berlusconi. Poi è stato il turno di Ncd dopo il coinvolgimento dell'ex ministro Maurizio Lupi nell'inchiesta grandi appalti. Ora è la volta del centrosinistra che definisce, come fa Massimo D'Alema, il cui nome spunta nelle indagini sulle tangenti di Ischia, "scandalosa e offensiva" la diffusione di conversazioni "che non hanno alcuna" rilevanza penale. Ma il governo, nonostante l'appello sempre più assordante a intervenire, non sembra intenzionato a forzare la mano.

"C'è un testo alla Camera", la riforma del processo penale depositato dal governo in commissione Giustizia, "si lavorerà su quello", avverte il Guardasigilli Andrea Orlando, secondo il quale "non c'è alcuna esigenza di fare un decreto", nè "di accelerare".

Eppure, oltre alla politica, stavolta scende in campo anche il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, che reputa "opportuno" un intervento del legislatore, non per "limitare l'intervento della magistratura" nè per "mettere il bavaglio alla stampa", ma per tutelare "l'onorabilità e la riservatezza delle persone non indagate". E interviene anche il presidente della Commissione per la revisione della normativa antimafia Nicola Gratteri che propone di "vietare l'inserimento del testo integrale delle intercettazioni nei provvedimenti dell'autorità giudiziaria ad eccezione delle sentenze, a meno che la riproduzione testuale non sia rilevante a fini di prova".

Ma l'intervento legislativo, invocato dalla politica, potrebbe tardare un bel po' visto che la riforma del processo penale, che contiene la delega sulle intercettazioni, è un provvedimento ampio e complesso. E' vero che la delega punta a tutelare soprattutto la "riservatezza" degli ascolti "attraverso prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni". In particolar modo se non sono penalmente rilevanti. Ma i tempi si annunciano lunghi.

Sul tema comunque impazza la polemica visto che il testo anticorruzione appena licenziato dal Senato prevede che in caso di falso in bilancio si possano intercettare solo le società quotate e non quelle normali. "Sul falso in bilancio il Pd dichiara il falso e gioca alle tre carte", commentano i senatori M5S Maurizio Buccarella ed Enrico Cappelletti, perché così facendo "non si potranno effettuare intercettazioni nè per le cooperative rosse e bianche ne' per le fondazioni politiche che fanno girare milioni di euro".

Ma è sulla pubblicabilità o meno che imperversa la battaglia. Far finire sui giornali anche le conversazioni che nulla hanno a che fare con l'inchiesta in corso, aggiunge D'Alema che condivide l'appello di Legnini, ha solo lo scopo di "promuovere delle campagne diffamatorie". Ed Ncd, che prende le parti, oltre che di Lupi, anche della sottosegretaria Simona Vicari coinvolta nell'inchiesta sulle tangenti di Ischia, rincara la dose. Fare una "riforma degli ascolti, assicura Federica Chiavaroli, "è una battaglia di civilta'". Aspra, invece, la reazione di FI che con Maurizio Gasparri bolla come "patetico l'atteggiamento della sinistra". "Le autodifese sono ridicole - aggiunge riferendosi a D'Alema - e ancor di più lo sono le richieste di non pubblicare intercettazioni quando per anni si e' vergognosamente speculato su fatti privati e dati in pasto alla stampa solo perche' riguardavano il Cav".

1 aprile 2015
fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it

01/04/15

Da omosessuale ai gay: avete rotto le scatole!



Martedì 31 marzo 2015 – San Beniamino m. – Redazione SUD, canale 656 dt – Area industriale Porto Gioia Tauro 

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Grazie a D*o, sono nato. Ed è già un regalo. Grazie a D*o, ho due genitori magnifici. Ed è il secondo regalo. Una Famiglia invidiabile. Ancora un dono. E potrei essere soddisfatto così. Ma ho il privilegio di avere gli amati Amici. Umani e non. E, soprattutto la Fede in D*o. Quel meraviglioso filo d’oro trasparente che mi lega al resto del Creato e mi fa sentire costantemente in compagnia.
Detto questo, come ogni umano ho le mie simpatie, le antipatie (che cerco di mitigare con la vicinanza alla fede), qualche virtù, più di una sregolatezza. Ho un carattere duttile con la povera gente e con gli umili, ma d’acciaio con gli arroganti e i prepotenti. Mi reputo coraggioso, ma sono pronto a gettare le armi se serve a salvare un’anima.
Non amo le regole imposte, né le categorizzazioni. Mi definisco libero, sperando di esserlo o di poterlo diventare. Vivo la vita e non temo la morte. Arriva per tutti, prima o poi. Non mi fa paura neanche la sofferenza: l’ho imparato da mio Padre, che se n’è andato patendo. Con dignità. Per me, Lui è stato il mio personale Gesù Cristo.

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Mi sono sentito omosessuale, per la prima volta, dopo i vent’anni. Onestamente, mi sono turbato, poi ne ho parlato proprio con mio Padre. Mi chiese “Sei felice? Se lo sei, noi siamo felici per te!” Non si pose il problema: mi amava troppo. Continuò a spedirmi i pacchi pieni di leccornie calabresi con i pullman di linea. Roma profumava di pomodori secchi e pane cotto a legna. Ha accolto i miei compagni con lo stesso amore e rispetto che riservava a noi figli.
Alla Sua morte, mi sentii solo. Ma si fece subito sentire, per tranquillizzarmi. E mi sta ancora a fianco, Lui, Padre eterosessuale, a me, figlio omosessuale.
Lo stesso fa mia Madre, Mamma eterosessuale, con me, figlio omosessuale. Mi chiamo Nino, con la O finale e non faccio caso, vestendomi, se indosso una sciallessa o un giubbotto. Uso, alternando, profumi da donna o da uomo. Amo gli anelli. Tanti. Ma non consento a nessuno di sindacalizzarmi (*significato Treccani), né di catalogarmi. Mi chiamo Nino con la O finale e non sculetto (almeno non volutamente), non cinguetto quando parlo e non ho la Esse sibilante tipica della “categoria”.
Mi sono un po’ rotto, quello sì, di tutto questo parlare dei e sui gay. Mi sono scocciato di queste pretese INNATURALI di forzare la famiglia verso canoni che non le appartengono. Ho i maroni pieni di tutta questa campagna violenta e volgare contro chi non si piega alle nuove teorie (che tali restano) sui nuovi generi.
Ancora una volta, l’uomo si sta facendo infinocchiare da un qualche misterioso presunto profeta che, oggi e non ieri, predica l’appiattimento della magnificenza del Creato, la desertificazione dei sentimenti, la solitudine dell’anima e dei corpi. Mai la Libertà, e la coscienza di essa, arrivò a tale abominio. 

Nino by Antonuccio

Io resto come sono, semplice come un fiore di campo, complesso come il mistero della nascita, devoto come un bambino alla Fonte. Non mi chiedo perché: la risposta la so. Sono come servo. Alla Natura, all’equilibrio delle cose, a me e agli altri.  E mi auguro sia così per tutti. Forse, così potrebbero finire le guerre. Io parto da me.

Considerazione intima di un signore di 53 anni, casualmente anche omosessuale. Ma non solamente tale.

fonte: http://blog.ilgiornale.it/spirli

CASO MARO' - '' ALLARME! ALLARME! ALLARME! Marò: stanno combinando qualcosa di indecente ''






L’Italia ha presentato fin dal 18 dicembre una proposta riguardante una soluzione consensuale della questione dei due malcapitati Fucilieri di Marina in ostaggio degli Indiani.
Chi lo ha detto? Il Governo ne ha informato il Parlamento? E’ stata data risposta ad interrogazioni parlamentari? 
Nossignori. Parlamento, Stampa italiana, Cittadini Italiani (oltre naturalmente quei due insignificanti personaggi…) non meritano tanto. 
Si è saputo dalla Controparte, che, a questo punto non sa più bene quale sia, forte essendo il sospetto che la “controparte” dei due Marò e di chi si batte per loro sia a Nuova Delhi, non a Roma (e dintorni).
Dal diciotto dicembre ad oggi voci allarmanti sono circolate. Da parte della “controparte” italiana (si fa per dire) solo generiche espressioni che, da altre provenienti, si sarebbero dovute considerare tranquillizzanti. Nessun cenno alla proposta, che ora (cioè da tre mesi, un bel po’ anche secondo gli andazzi Indiani) “è allo studio” degli esperti Indiani. Dio ci salvi! Non dalle contromosse dei più o meno esperti (ma finora sono stati espertissimi nello spillarci quattrini, coprire responsabilità di loro connazionali e prenderci, poco diplomaticamente, per i fondelli).  Ci salvi dalla nostra “proposta”.
Una proposta riservatissima, segreta. Perché? Per non dispiacere agli Indiani? Ma via! Se sono stati loro a “rivelarne l’esistenza!”.
Riservata, segreta per l’Italia, gli Italiani, il Parlamento etc. Perché? La risposta è una sola: E’ UNA PROPOSTA INDECENTE, inconfessabile alla Nazione Italiana.
E’ da sperare che, almeno ora, quanti si sono messi a posto con la propria coscienza proclamando pappagallescarmente lo slogan “riportiamo a casa i nostri Marò”, si sveglino e cerchino, se ci riescono, di ragionare. E di non lasciar prendere, per loro tramite per i fondelli, già molto provati, il Popolo Italiano.

31/03/15

COOP ROSSE - '' Non solo Ischia. Tav, Molfetta e Mafia Capitale: tutti i guai delle coop rosse ''



Non solo Ischia. Tav, Molfetta e Mafia Capitale: tutti i guai delle coop rosse
 
Giustizia & Impunità
 

Non c'è solo l'inchiesta sul gas a Ischia: negli ultimi anni le cooperative emiliane, vanto e marchio storico della sinistra, sono state al centro di diverse indagini della magistratura: da quella sul passante dell'Alta Velocità di Firenze fino allo scandalo sugli appalti che ha portato al commissariamento del Pd capitolino
Non c’è inchiesta penale sulle grandi opere dal nord al sud dell’Italia che non veda coinvolta a vario titolo qualche grande cooperativa rossa emiliana. Ben prima dell’inchiesta sul gas a Ischia che ha portato in carcere il numero uno della Cpl Concordia, Roberto Casari, già da qualche anno le aziende, vanto e marchio storico della sinistra, assieme ai loro fatturati hanno infatti visto crescere il numero degli indagati nei consigli di amministrazione. Qui di seguito eccone solo alcune tra le più importanti vicende di questi anni.

L’inchiesta sul passante Tav di Firenze. Nell’autunno 2013 la procura della Repubblica di Firenze manda agli arresti domiciliari Maria Rita Lorenzetti, manager a capo della controllata Fs Italferr, in precedenza presidente Ds e Pd della Regione Umbria e vicinissima a personaggi politici del calibro di Anna Finocchiaro. L’accusa per Lorenzetti è quella di appartenere a una vera e propria associazione a delinquere in cui l’ex governatrice avrebbe messo a disposizioni le proprie conoscenze politiche in cambio di favori per lei e per i suoi famigliari. Nella stessa inchiesta finiscono sotto indagine alcuni dipendenti di Coopsette, un colosso dell’edilizia ‘rossa’ della provincia di Reggio Emilia. Ai domiciliari finisce anche il numero uno del consorzio Nodavia, nato per la costruzione del passante sotterraneo della Tav a Firenze e partecipato al 70% da Coopsette. Per quell’inchiesta la Procura ha recentemente chiesto per tutti gli imputati (32 in tutto) il rinvio a giudizio. Tra loro c’è anche Ercole Incalza.

Lo stesso Incalza che poche settimane fa è invece finito agli arresti nell’ambito dell’Inchiesta Sistema. Ancora una volta la procura di Firenze svela quello che, a parere dei pm Giulio Monferini e Gianni Tei, è un vero e proprio sistema corruttivo che influenza le più grandi opere italiane. Tra gli indagati non ci sono questa volta manager di coop rosse. Tuttavia nelle carte dei magistrati il riferimento al mondo della cooperazione torna sotto il nome della Cmc, la Cooperativa muratori e cementisti di Ravenna, la stessa che oggi sta scavando il tunnel per la Tav Torino-Lione in Val di Susa. La Cmc infatti faceva parte del consorzio Cavet, che anni fa ha portato a termine lo scavo nell’appennino per fare la tratta Tav Bologna Firenze. Secondo i magistrati la stessa Cmc aveva corrisposto a Incalza, capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, compensi per 500 mila euro tra il 1999 e il 2008.

Il porto di Molfetta il senatore Ncd Azzollini. È ancora la Cmc un anno e mezzo fa a finire sotto i riflettori delle cronache giudiziarie, questa volta per la vicenda del Porto di Molfetta. Il Gip di Trani nell’ottobre 2013 infatti ordina i domiciliari per un dirigente comunale e per il procuratore speciale della Cmc, Giorgio Calderoni. Tra gli indagati spunta il nome del presidente della commissione bilancio al Senato, Antonio Azzollini, che per anni è stato sindaco di Molfetta e che i lavori per il porto (ora fermi) li aveva voluti. Secondo quanto ricostruiscono i pm, i costi sarebbero lievitati dai 70 milioni iniziali a quasi 150 milioni e gran parte di questi sarebbero andati a finanziare altre spese del comune (retto allora da Azzollini) che niente avevano a che fare con il porto. Nell’ottobre 2014 il Pd è stato determinante per respingere la richiesta della Procura di Trani di utilizzare alcune intercettazioni telefoniche – sempre relative all’inchiesta sul porto – in cui compariva il parlamentare.

Levorato e la Manutencoop. Parlare di Manutencoop significa parlare di chi in Italia, e forse in Europa, ha inventato il facility management: pulizie di uffici, ospedali, aeroporti, stazioni,manutenzione di impianti elettrici, idraulici, d’illuminazione, giardinaggio. Manutencoop fa un miliardo di fatturato l’anno. Intanto il suo numero uno Claudio Levorato è già finito indagato in diverse grandi inchieste. L’ultima in questione, a maggio 2014, è quella della procura di Milano sull’Expo. Levorato è indagato per rivelazione e utilizzo di segreti d’ufficio e turbativa d’asta in concorso. A trascinare Manutencoop e Levorato nell’inchiesta milanese è la gara per la Città della Salute di Sesto San Giovanni, un affare da 323 milioni di euro. Secondo la procura la gara sarebbe stata influenzata per finire poi in mano alla associazione temporanea d’imprese che Levorato e l’imprenditore Enrico Maltauro avevano costituito per l’occasione. Levorato è finito sotto indagine anche a Brindisi. Il manager e altri due uomini di Manutencoop nel maggio 2014 hanno infatti ricevuto un avviso di fine indagine. I sospetti riguardano una gara da quasi 10 milioni di euro per dei lavori all’ospedale Perrino della città pugliese. Secondo l’accusa le buste della gara d’appalto sarebbero state manomesse.

Tutte le inchieste del Ccc. E poi c’è il Ccc, il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna. Un altro gigante coinvolto in tutte le grandi opere d’Italia degli ultimi 10 anni. Ma anche nei più grandi scandali giudiziari. Il Consorzio, 20 mila dipendenti e decine di cooperative affiliate, finisce implicato nel cosiddetto Sistema Sesto, lo scandalo che porta alla rovina politica di Filippo Penati, ex braccio destro di Pierluigi Bersani. I pm ipotizzano un giro di mazzette per ottenere concessioni edilizie sulle ex aree Falck di Sesto San Giovanni, tramite pagamenti ai Ds a livello locale. I reati contestati sono corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. A essere indagato per il Ccc è il numero due, Omer Degli Esposti che risponde di concorso in concussione. Ma tutti i reati cadono in prescrizione va in prescrizione e l’inchiesta non arriva neppure a processo.
Il Ccc però balza agli onori delle cronache anche per due vicende di casa sua. Due grandi opere bolognesi mai entrate in funzione ma che si sono portate dietro grossi strascichi giudiziari. Per l’appalto del Civis, un curioso e mai entrato in funzione tram su gomma a guida vincolata, è indagato dalla procura di Bologna il numero uno di Ccc, Piero Collina, accusato di corruzione, frode e inadempimento di contratti in pubbliche forniture. Per quanto riguarda il People mover, la monorotaia che dovrebbe unire stazione e aeroporto, lo stesso Collina è invece imputato per i reati di turbativa d’asta e abuso d’ufficio: secondo i pm ci furono accordi occulti illeciti perché l’appalto venisse cucito addosso proprio al Ccc. Il 9 aprile partirà il processo.
Infine c’è Roma, dove l’inchiesta Mafia Capitale scoperchia un sistema in cui, secondo i pm capitolini, una banda criminale con a capo l’ex Nar Massimo Carminati, controllava molti appalti pubblici, molti dei quali comunali. Numero due di quella che è stata definita una vera e propria organizzazione mafiosa è Salvatore Buzzi, uomo di sinistra e capo della coop rossa 29 giugno, aderente a Legacoop. Una realtà nata dietro le sbarre a Rebibbia come sbocco per i detenuti che volevano rifarsi una vita con il lavoro. Ma finita inevitabilmente nella bufera dopo l’arresto del suo presidente.

di | 31 marzo 2015
fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Perché i media non hanno compreso le elezioni in Francia?


Perché i media non hanno compreso le elezioni in Francia?


di D. Emone (The Fielder)*
Domenica 22 marzo si sono svolte in Francia le elezioni per i dipartimenti, corrispondenti alle nostre province, ma là sono ancora eletti direttamente. Fin dalla sera, sui media italiani, non si sono sprecati i commenti e le analisi prêt-à-porter a risultati ancora per nulla chiari. A risultati definitivi, ora, si possono analizzare le elezioni d’oltralpe e si può facilmente capire come l’informazione italiana abbia preso un ennesimo granchio nell’urlare alla sconfitta del Fronte Nazionale e al trionfo dell’ex presidente Sarkozy.
Iniziamo dai dati, quelli del Ministero dell’Interno, e non degli exit poll. L’alleanza tra la destra repubblicana dell’UMP e i centristi liberaldemocratici dell’UDI ha ottenuto il 28,8% dei voti, seguito dal partito di Marine Le Pen, in solitario al 25,2%, e dai socialisti insieme agli alleati, al 21,8%. La sinistra estrema nelle sue varie articolazioni si ferma al 6%, i verdi crollano al 2%, mentre vari candidati di «destra diversa» e «sinistra diversa» ottengono rispettivamente il 6,8% e il 6,7%. Queste due etichette comprendono candidati che a livello locale si schierano in un campo politico ma senza l’appoggio dei partiti, oppure con l’appoggio ma non ufficiale, mantenendo una denominazione formalmente distinta da quella dei grandi partiti nazionali. Mutatis mutandis, come certe liste civiche a livello locale che si trovano sparse per l’Italia.
Si può parlare, allora, di sconfitta del Fronte Nazionale? A parere di chi scrive, e di molti analisti francesi, no, per vari motivi. L’equivoco s’è generato poiché i sondaggi avevano previsto l’FN in testa col 30%, e invece è arrivato secondo con cinque punti in meno. Inoltre, alle elezioni europee dello scorso maggio, l’FN — peraltro con mezzo punto in meno — arrivò effettivamente al primo posto. Certo, oggi il partito dell’estrema destra non è più la prima forza politica francese, ma resta il primo partito, perché il centrodestra è riuscito a superarlo solo grazie all’alleanza tra centro dell’UDI e destra dell’UMP. Inoltre, bisogna considerare che partiva dal 15% delle corrispondenti elezioni del 2011, con un solo consigliere, e oggi ne ottiene già 6 al primo turno, oltre a qualificarsi al secondo turno in oltre 1.000 cantoni (le circoscrizioni che eleggono, ognuna, due consiglieri dipartimentali in ticket). Ma, al di là dei numeri, già di per sé eloquenti, la prova per il Fronte non era semplice, perché si tratta d’elezioni locali, in cui entrano in gioco dinamiche anche non sovrapponibili a quelle nazionali, con un sistema elettorale maggioritario che storicamente lo sfavorisce, e in un contesto senza praticamente consiglieri uscenti su cui poter contare.
Manca l’exploit del 30%, ma conferma (aumentando anche in termini di voti assoluti) le progressioni degli ultimi anni e continua il processo di radicamento territoriale nelle istituzioni locali, dopo l’elezione dei primi sindaci frontisti un anno fa. Ci si può chiedere se il 25% sia una barriera non oltrepassabile, un limite fisiologico per questo partito «antisistema», e se reggerà in contesti in cui l’affluenza non si attesta sul 50% (era prevista inferiore), ma al 75% almeno, come alle presidenziali.
In seconda battuta, ha davvero vinto Sarkozy? A prima vista, l’alleanza della destra e del centro è al primo posto, e si direbbe di sì, ma la realtà è più complessa. Parlando sempre di numeri, le liste dell’UMP e dei centristi alle europee dello scorso maggio (quando l’ex presidente non era ancora tornato in campo) si presentarono separate, ottenendo rispettivamente il 20% e il 10% circa: sommate, superarono il 28,8% di questa tornata. Paragone da prender con le pinze1 ma che rende l’idea del motivo per cui parlare di trionfo è ingiustificato. Certo la destra ha vinto le elezioni, e sarà ancor più evidente dopo il secondo turno, ma il merito non pare da attribuire a Sarkozy. La sua elezione alla guida dell’UMP, con le votazioni di fine novembre ristrette agli iscritti, non fu un trionfo: di fronte ad avversari di scarsa rilevanza, ottenne solo il 64%. Questo anche perché all’interno del suo stesso movimento restano parecchie divisioni, e l’idea di una sua ricandidatura alla presidenza della Repubblica nel 2017 è fortemente avversata da molti esponenti di spicco, tra cui gli ex premier Juppé e Fillon, pronti ad avversarlo alle primarie.
Come s’è detto, decisivo è stato l’apporto dei centristi per arrivare in prima posizione, e proprio il rapporto col centro è un tema di polemica ricorrente tra Sarkozy e Juppé. Il secondo vorrebbe un’alleanza larga comprendente anche il MoDem di Bayrou; il primo li vorrebbe escludere per vendicare l’appoggio dato da questo a Hollande nel secondo turno delle elezioni presidenziali del 2012. In secondo luogo, l’onda di vittorie del centrodestra a livello locale non inizia certo oggi, ma già subito dopo i primi mesi del mandato d’Hollande, e prosegue con la netta vittoria delle comunali del 2014. In sintesi, è sicuramente un buon risultato, figlio anche della grave difficoltà in cui versa la sinistra in Francia, ma è lungi dall’essere un biglietto di sola andata direzione Eliseo per Sarkozy. Egli ha sicuramente avuto il merito di portare un po’ di chiarezza in un partito che aveva visto, dopo la sua uscita di scena, lotte fratricide, elezioni interne contestate, e l’assenza di un leader. Tuttavia, la sua popolarità non è quella di un tempo, e i francesi sono ancora delusi dal suo quinquennato. La strategia di tornare presidente solo grazie alla paura per l’avversario (Le Pen) o all’essere considerato semplicemente «meno peggio» (Hollande) si rivela pericolosa ed esposta a rischi: il 2017 è ancora lontano.
E, in tutto ciò, i socialisti? Chiaramente è una dura sconfitta, ma non una catastrofe. Come si suol dire, una volta toccato il fondo (14% alle scorse europee), scendere ancora è impossibile. Grazie a un recupero di partecipazione al voto, ad alleanze a macchia di leopardo con gli altri partiti di sinistra, allo storico radicamento (anche clientelare, in alcuni casi) e al crollo degli ecologisti, il 20% viene superato. Sarà però il secondo turno a rendere più negativo il risultato: le previsioni dicono che, dei 60 (su 100) dipartimenti che erano governati dal PS, meno di 40 vedranno confermata l’amministrazione socialista. L’impopolarità d’Hollande non è stata nemmeno significativamente scalfita dal clima d’«unità repubblicana» che ha seguìto i terribili fatti di Parigi. L’economia non dà segni importanti di crescita, i disagi sociali restano elevati, e questo non può che nuocere al risultato del partito di governo. Tuttavia, con la nomina di Manuel Valls a primo ministro e, soprattutto, d’Emmanuel Macron a ministro dell’Economia, il presidente ha dato una svolta «socio-liberale» alla sua politica, e il governo ha portato avanti alcune riforme per liberalizzare l’economia, facendo d’altro canto sollevare la sinistra del partito, che s’è più volte espressa in dissenso in parlamento. Questo il difficile compito dei socialisti per tentare di risalir la china: aprire al centro senza lasciare autostrade a sinistra. Ma, soprattutto, cercare di rimettere in moto l’economia.
Proprio sull’economia si giocherà, infatti, buona parte delle chance di tutti i pretendenti alla vittoria tra due anni, e queste elezioni non sono che un piccolo indice. Ma attenzione a dare per morta Marine Le Pen e per risorto Nicolas Sarkozy: la partita è ancora tutta da giocare. Checché ne dicano i media italiani, sempre alla ricerca di nuovi fenomeni all’estero e sempre pronti a cadere dalle nuvole quando non si accorgono dei processi in atto.
1 Innanzitutto perché in questa tornata d’elezioni dipartimentali non si sono espressi gli elettori delle città di Parigi e Lione, che in base alla riforma territoriale hanno uno statuto particolare. Inoltre, perché il fenomeno delle liste di «destra diversa», tipico delle elezioni locali, non si presentò alle europee. Infine, giova ricordare che la differenza dei sistemi elettorali (maggioritario «binominale» a doppio turno per le dipartimentali, proporzionale con sbarramento al 4% per le europee) influenza le scelte degli elettori.

25 Marzo 2015

Fonte: The Fielder http://thefielder.net/25/03/2015/perche-i-media-non-hanno-compreso-le-elezioni-in-francia/

tramite: http://www.lanuovaitalia.eu

Camorra e servizi, incroci pericolosi su D'Alema



Nell'inchiesta che ha portato all'arresto del sindaco di Ischia spunta il nome dell'ex premier
Massimo D'Alema/Andreas Solaro/Getty Images

Massimo D'Alema/Andreas Solaro/Getty Images

 

INDICE ARTICOLO

  1. Vini e servizi segreti
  2. A caccia di voti
  3. I bonificia di Cpl alla Fondazione di d‘Alema
  4. L'ombra della camorra su Cpl-Concordia

Massimo D’Alema, ex presidente del Consiglio, ex ministro degli Esteri, già segretario dei Ds, detto baffino, presidente della Fondazioni Italiani Europei, ora esponente di spicco della minoranza piddina che si oppone a Matteo Renzi, finisce  tra le carte dell’inchiesta sulle presunte tangenti per le opere di metanizzazione nell’isola d’Ischia. Ci finisce con «le mani nella merda» citando un’intercettazione di Francesco Simone - il responsabile delle relazioni esterne della cooperativa rossa Cpl Concordia arrestato per associazione a delinquere, corruzione e riciclaggio - che chiama in causa la necessita' di "investire negli Italiani Europei dove D'Alema sta per diventare Commissario Europeo" in quanto “...D'Alema mette le mani nella merda come ha già fatto con noi ci ha dato delle cose”.

D’Alema viene tirato in ballo più volte, non solo per la presentazione del suo libro o del vino della cantina Falesco, tra gli olivi umbri di Montecchio 
L’ex premier non è indagato, ma nel capitolo che i magistrati partenopei gli dedicano ci sono degli omissis per necessità investigative, segno che le indagini continuano. Del resto, «la merda» è molta tra le carte dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere anche il sindaco ischitano Giuseppe Ferrandino, Nicola Verrini, della Concordia e Massimiliano D’Errico, imprenditore con interessi a San Marino e Tunisia, per i medesimi reati. D’Alema viene tirato in ballo più volte, non solo per la presentazione del suo libro o del vino della cantina Falesco, tra gli olivi umbri di Montecchio. C’è l’ombra deli casalesi, ma c’è pure la richiesta di favori per far entrare un carabiniere amico nei servizi segreti: D’Alema è stato presidente del Copasir nella precedente legislatura e Marco Minniti, sottosegretario con delega ai servizi, è un dalemiano di lungo corso. Si fa cenno a imprenditori che lavorano in Vaticano, come alla cricca di Diego Anemone e Angelo Balducci, collegata all’ultima inchiesta sulle Grandi Opere di Ercole Incalza. Ci sono pure alleanze inusuali con Antonio Di Pietro, ex pm di Mani Pulite ora in pista per candidarsi a sindaco di Milano. La Cpl, la più antica cooperativa rossa, a detta di Simone, poteva arrivare ovunque.

A proposito dei rapporti con D'Alema, scrivono i magistrati “appare significativa la vicenda dell'acquisto da parte della Cpl di alcune centinaia di copie dell'ultimo libro del politico nonchè di alcune migliaia di bottiglie del vino prodotto da un'azienda agricola riconducibile allo stesso d'Alema”. È lo stesso Simone, nell'interrogatorio del 6 novembre 2014 a spiegarlo: “Confermo che la CPL ha acquistato 2.000 bottiglie di vino prodotte dall’azienda della moglie di D’Alema, tuttavia posso rappresentarvi che fu Massimo D’Alema in persona, in occasione di un incontro casuale tra me, lui, il suo autista e il presidente Casari, a proporre t’acquisto dei suoi vini”.
D'Alema: «una forma di persecuzione contro una persona che non ha fatto nulla e non ha alcuna responsabilità pubblica»
L'ex presidente del consiglio dal canto suo commenta sottolineando che dalla vendita dei vini non si configura «nessun illecito o beneficio personale», per quella che considera «una forma di persecuzione contro una persona che non ha fatto nulla e non ha alcuna responsabilità pubblica. Tra l'altro non sono indiziato di nessun reato e vorrei essere lasciato in pace. Questa indagine - spiega ancora D'Alema - dura da diversi anni. Se io avessi compiuto dei reati e visto che queste persone sono state sentite dai magistrati, credo proprio che i magistrati mi avrebbero mandato un avviso di garanzia. Se nessuno ha ritenuto di dovermi indagare, allora vuol dire che non sono sospettato di aver compiuto alcun illecito»
E poi ci sono le richieste di favori per entrare nei servizi segreti. E’ sempre Simone a parlare in un’intercettazione di un suo amico che si è appena laureato Carabiniere a Vicenza e vorrebbe andare a lavorare nei servizi

cpl-intercettazioni

Gli inquirenti lo scrivono nero su bianco: «Francesco Simone profonde ogni sforzo per procacciare voti al Sindaco di Ischia in vista delle imminenti elezioni europee», e per farlo tira in ballo anche l’avvocato Rosaria La Grotta (non indagata), una che in Puglia «vale cinquemila voti», e che, dice ancora Simone intercettato «era la punta di diamante elettorale del compagno Massimo D’Alema».

interrogatorio-simone-dalema 

Punta di diamante che in passato è stata candidata dall’Italia dei Valori in quel di Taranto nel 2008 e consigliera dell’allora ministro delle Infrastrutture e Trasporti Antonio di Pietro. Insomma, un cavallo di razza conterranea dello stesso “compagno” D’Alema, che nel 2015 frequenta ancora, come si legge tra le righe dell’inchiesta, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. La Grotta vale voti, nel 2008 però non viene eletta (così come risulto prima dei non eletti alle provinciali del 1999, alle Politiche del 2001 e alle Regionali del 2005), evidentemente però i buoni uffici al ministero che fu dell’ex pm sono rimasti.
In un'altra inchiesta a Roberto Casari della DDA di Napoli, ex presidente di Cpl, contestato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dei lavori di metanizzazione compiuti tra il 1999 e il 2003 nel casertano
Pur di rastrellare voti ci si rivolge anche a comunità ben precise: è sempre Francesco Simone, Responsabile delle relazioni esterne della  Cpl a muoversi per cercare di rastrellare voti in favore di Ferrandino. Si rivolge così all’ambasciatore albanese andando sul discorso dei cittadini albanesi con cittadinanza italiana. Per Simone l’intermediazione dell’ambasciatore albanese potrebbe portare nell’urna in favore del sindaco di Ischia almeno «10mila voti».

Gli uomini della cooperativa intanto si muovono a livello politico e in politica un ruolo fondamentale lo giocano le varie associazioni e fondazioni che fanno capo alle correnti dei partiti. Così arrivano i finanziamenti alla fondazione di Massimo D’Alema, Italiani Europei. Nel corso di una perquisizione effettuata il 20 novembre del 2014 presso la sede della Cpl Concordia gli investigatori hanno sequestrato tre dispositivi di bonifici in favore della stessa fondazione per una cifra complessiva di 20mila euro.

Per Cpl però i grattacapi non si fermano con gli arresti di oggi: un mese fa infatti c’è stata l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex presidente Roberto Casari, sempre da parte della procura di Napoli, che gli contesta il reato di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dei lavori di metanizzazione compiuti tra il 1999 e il 2003 nel casertano. Secondo la direzione direzione distrettuale antimafia di Napoli i subappalti sarebbero finite a ditte riconducibili ai boss locali e anche i lavori avrebbero presentato anomalie tra cui la collocazione delle tubature a 30 centimetri dal suolo anziché a 60 come previsto dalla normativa per la sicurezza dei cittadini. Anche qui, nel momento in cui gli arrestati parlano intercettati dell’argomento i pm fanno ricorso ad “omissis” perché oggetto di altra inchiesta.



Caso Marò: ci avviamo verso l’ennesima sconfitta…

manifesto salviamo i nostri marò 


Fra 12 giorni Massimiliano Latorre dovrebbe rientrare in India mentre Salvatore Girone continua la sua lunga solitudine preparandosi a trascorrere anche la Pasqua a Delhi.
Fino ad oggi solo silenzio assordante iniziato dopo le ultime parole del Premier Renzi che invitava a non parlare, seguite da quelle del Ministro Gentiloni che informava che si stava discutendo con l’India una proposta italiana, impegnando anche i nostri Servizi di Intelligence, nemmeno si stessero barattando ostaggi rapiti da terroristi.
Parole quelle del Ministro degli Esteri confermate improvvisamente dal suo equivalente indiano  e che ricordavano a chi ha seguito fin dall’inizio la vicenda,  un’ipotesi vergognosa per la visibilità internazionale dell’Italia: quella di accettare che l’India “punisse” i due Fucilieri di Marina con una modesta condanna, rimandandoli poi in Italia in base all’accordo bilaterale sullo scambio di prigionieri dell’11 agosto 2012.
Ieri, improvvisamente,  un’ANSA rompe il tacere istituzionale ed  informa che una delegazione della commissione Difesa della Camera dei Deputati si era recata a Taranto in visita al convalescente Latorre, proponendoci dichiarazioni del Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati che inducono, almeno in chi scrive, un dubbio. Forse da Delhi stanno arrivando notizie non rassicuranti per la soluzione della vicenda ed avvicinandosi la scadenza del 12 aprile dopo tanto silenzio era opportuno un segnale “politico”.
Scarne parole di circostanza quelle dell’Onorevole  Elio Vito “Massimiliano è un uomo forte, ma allo stesso tempo è provato e segnato da questa esperienza”. Un umano segnale di vicinanza alla persona sofferente, ma che non ci dicono nulla su quello che lo Stato sta facendo per risolvere il problema.
Il dubbio aumenta continuando a leggere la dichiarazione del Presidente.   ”Siamo venuti qui per esprimere alla vigilia della scadenza del rientro in India una diversa consapevolezza ……. Noi pensiamo che non dobbiamo discutere in questi giorni se Massimiliano Latorre deve o meno tornare in India, ma dobbiamo discutere di come Salvatore Girone deve tornare in Italia”.
Affermazioni che inducono un unico pensiero : il tempo del confronto dovrebbe essere finito ed invece si continua a brancolare nel buio. Siamo ancora lontanissimi da una soluzione della vicenda che non sia fondata su compromessi, anche se l’Onorevole Vito conclude riaffermando “la necessità di ricorrere alle autorità internazionali per la risoluzione del caso” e sollecita che le Istituzioni ringrazino i nostri militari impegnati in operazioni rischiose, delicate, nell’interesse del  Paese.
Parole che abbiamo già sentito varie volte in questi tre anni, ripetute in ogni circostanza ufficiale ed anche “ritagli” di discorsi ufficiali ai massimi livelli Istituzionali. Sempre eguali nei contenuti e nella terminologia, riproposte senza nemmeno tentare di rinnovarne la forma ricorrendo alle diverse opzioni lessicali che la lingua italiana mette a disposizione.
Anche questa volta viene rispettata una tradizione tutta italiana mai mutata nel tempo. Parole molte, fatti pochi. Espressioni di intenti istituzionali che mi tornano alla mente a distanza di qualche decennio. Parole che in un certo senso offendono l’intelligenza e l’etica dei militari che operano nel mondo per garantire sicurezza, in particolare per coloro (morti, feriti ed invalidi)  che hanno donato la loro vita allo Stato per affermare i valori dell’Onore e della lealtà.
Testimonio, per averlo vissuto in prima persona molti anni orsono,  che le abitudini non sono mutuate nel tempo, le parole di oggi sono  pressoché analoghe a quelle  che udivo ogni volta che partivo o rientravo da una missione all’estero a partire dagli anni ’80.


Fernando Termentini - 31 marzo 2015
fonte: http://www.liberoreporter.it/



Chi è il Generale Termentini?

gen-termentini 

Ho frequentato l’Accademia Militare e lavorato come Ufficiale dell’Arma del Genio per 40 anni. Ho partecipato a missioni di Peace Keeping in Somalia, Bosnia, Mozanbico e quale esperto nel settore della bonifica dei campi minati e degli ordigni esplosivi in Kuwait, Bosnia, Pakistan per l’Afghanistan in occasione della Operation Salam. Una volta congedato ho fornito consulenza nel settore della bonifica ad ONG ed alle Nazioni Unite.

Marò: e ora Latorre deve tornare in India

Nessuna novità dalle "trattative riservate" e tra pochi giorni scade la licenza per malattia


Maro, Bonino, Ue in pressing

 
A dodici giorni dalla fine del permesso per cure mediche, «Massimiliano è un uomo forte, ma allo stesso tempo è provato e segnato da questa esperienza». È questo l'amaro commento di Elio Vito, presidente della Commissione Difesa della Camera, dopo l'incontro a Taranto con Massimiliano Latorre, alle prese con le conseguenze dell'ictus e dell'operazione al cuore a cui si è sottoposto a Milano. Sul tavolo del governo indiano c'è la proposta di soluzione avanzata dall'esecutivo italiano e anche per questo Vito ha «una diversa consapevolezza».
«Naturalmente non spetta a noi prendere le decisioni - ha spiegato a margine della visita a casa Latorre con i colleghi della commissione - ma pensiamo che non dobbiamo discutere in questi giorni se Latorre deve o meno tornare in India, ma dobbiamo pensare a come Salvatore Girone deve tornare in Italia». La prospettiva prioritaria individuata, quindi, è quella di riavere entrambi i fucilieri in Patria. Le condizioni fisiche di Latorre (costretto ad una quotidianità angosciosa tra cure sanitarie in ospedale e la spada di Damocle della fine del permesso), infatti, allontanerebbero l'eventualità di un rientro a Nuova Delhi: «La salute del fuciliere tarantino non giustifica - ha aggiunto Vito - il suo rientro in India. Il viaggio potrebbe aggravare la situazione». Ogni risoluzione si dovrà basare su «una strategia che restituisca l'onore e la dignità» ai due marò, che sino a prova contraria, «hanno diritto a essere considerati innocenti, tenendo inoltre presente che hanno già espiato, pur essendo innocenti, una pena assai grave: oltre tre anni di detenzione».
La visita a Taranto della commissione Difesa della Camera evidenzia l'attenzione del Parlamento per la crisi internazionale con l'India, un segnale di vicinanza ai fucilieri e alle loro famiglie: «I due marò - ha specificato Vito - non devono essere lasciati soli perché la loro vicenda riguarda tutto il nostro Paese. Questa commissione si è occupata costantemente della loro condizione».
Sullo sfondo c'è la scelta di disimpegno dalle missioni internazionali antipirateria, in attesa di una risoluzione positiva della vicenda dei militari pugliesi, i quali, ha puntualizzato Vito, «hanno diritto a vedere riconosciuta la cosiddetta immunità funzionale nelle loro attività; hanno diritto che, per qualsiasi incidente dovesse accadere, prevalga il diritto internazionale e siano sottoposti alla nostra giurisdizione». Di contro ci sono gli effetti virtuosi della presenza dei militari in una zona nella quale gli endemici attacchi dei pirati stavano mettendo a rischio la sicurezza di tanti mercatili (anche italiani): «Nei giorni scorsi in Parlamento, si è deciso di porre termine a questa esperienza della presenza di nostri militari su navi mercantili privati, ma vanno ringraziati i fucilieri Latorre e Girone e tutti i nostri militari perché gli attacchi dei pirati sono diminuiti, al punto di arrivare allo zero». «I nostri militari - ha concluso Vito - vanno ringraziati perché hanno svolto operazioni rischiose, delicate, nell'interesse della nostra comunità, del nostro Paese, delle nostre navi, del nostro personale».
La visita dei parlamentari ha rincuorato Massimiliano Latorre: «È una vicenda - ha commentato la compagna Paola Moschetti - che dura da troppo tempo, ma questo non è stato un elemento che ci ha fatto perdere la speranza. La Commissione Difesa si è sempre interessata del caso con iniziative e visite, compresa quella a Nuova Delhi dello scorso anno e di questo ringraziamo tutti i componenti».

Michele De Feudis - 31 marzo 2015
fonte: http://www.iltempo.it

30/03/15

Marò, M5S al Governo: «Più fatti, meno parole»


marò
Marò, M5S al Governo: «Più fatti, meno parole»

Emanuele Scagliusi, membro della commissione Affari Esteri, critica la scelta di partecipare a missioni antipirateria con i due fucilieri ancora sotto processo

Il deputato del M5S, Emanuele Scagliusi, attacca il Governo: «Sui marò, da Renzi solo promesse da marinaio».
Il componente della commissione Affari Esteri bolla come incoerente il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, dopo le recenti dichiarazioni di quest’ultima sul disegno di legge in materia di antiterrorismo che farebbero pensare ad una retromarcia rispetto all’iniziale volontà di via XX settembre di non partecipare a missioni antipirateria in India se non prima del rilascio dei due fucilieri accusati dell’omicidio di due pescatori indiani.
«Siamo di fronte all’ennesima beffa da parte del Governo Renzi – denuncia Scagliusi – che come al solito agli annunci fa seguire il nulla. Al momento di discutere gli emendamenti del M5S, è arrivato il parere negativo di Governo e maggioranza. Quindi in pratica non cambia niente e anche con questo decreto si proroga la partecipazione dell’Italia alle missioni antipirateria».
«Unica concessione del Governo al M5S – ribadisce l’esponente pentastellato – è l’inserimento anche in questo decreto della promessa che “conclusa la missione in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e comunque non oltre la data del 30 settembre 2015, la partecipazione dell’Italia alla predetta operazione sarà valutata, sentite le competenti commissioni parlamentari, in relazione agli sviluppi della vicenda dei due fucilieri della Marina militare attualmente trattenuti in India”».
Una riformulazione che, però, Scagliusi considera «una presa in giro» in quanto «il Governo non riesce a prendere una posizione ferma e quando si tratta di mettere nero su bianco sugli atti, le sedi istituzionali sono sempre latitanti. Mi sento preso in giro da pugliese prima ancora che da membro della commissione esteri. Insieme ai miei colleghi del M5S, continuo nella battaglia diplomatica in tutte le sedi istituzionali per riportare Massimiliano e Salvatore a casa».

30 marzo 2015
fonte: http://www.corriereditaranto.it

La famiglia, fulcro centrale della vita dell'uomo - un articolo dell'aprile 2003.



 

Riflessioni su un tema di capitale importanza - (Famiglia e Società)

La ripresa non può che avvenire esaltando il ruolo educativo e formativo della famiglia, facendo sì che le scelte, quelle più importanti, trovino in essa il sostegno adeguato.
La famiglia italiana, secondo i dati forniti dall'ultimo rapporto ISTAT, diventa sempre più piccola, con un numero medio di componenti di 2,7. Le modifiche che la interessano direttamente non riguardano solo l'aspetto quantitativo, ma anche l'aspetto qualitativo, ossia il tipo di aggregazione che si instaura. Nella società del nostro tempo, alla famiglia plurinucleare o allargata si sostituisce rapidamente la famiglia ristretta o mononucleare.
Aumentano i "single", le coppie con un solo figlio e le coppie di fatto senza prole.
Dati questi che evidenziano una profonda crisi della famiglia, segno tangibile che attraverso le inevitabili evoluzioni della società si generano profonde conseguenze sul modo di vivere dei singoli, dei gruppi sociali e, inevitabilmente, della famiglia.
Anche la nostra società ha perso le proprie difese con la destrutturazione della propria cultura di riferimento, che ha sempre considerato la famiglia come realtà che sta alla base della formazione dell'uomo e della società: la famiglia intesa come "seminarium rei publicae", cioè realtà che dà vita alla società stessa e nella quale si alimentano preziosi processi di umanizzazione e socializzazione dell'uomo.
La famiglia, da sempre, si configura come l'istituzione sostanzialmente più stabile della convivenza umana, conservando pressochè intatta, pur nel mutare dei tempi e delle condizioni storiche, la sua natura fondamentale, costituita da rapporti, vincoli, sentimenti esclusivi e privilegiati.
E' inutile negare che la vera famiglia, quella nella quale non si riscontrano futili divisioni, consente di perseguire contemporaneamente importanti conquiste, peraltro con il minimo sforzo: invero è la famiglia che rende l'uomo consapevole della propria dignità personale, lo arricchisce di profondità umana, lo inserisce gradatamente nel tessuto della società, lo fa uscire dall'anonimato, dandogli consapevolezza dell'unicità e irripetibilità dell'esistenza umana.
Il momento di difficoltà che l’ "istituzione" famiglia attraversa, è la conferma di una crisi involutiva che investe l'intera civiltà e che provoca condizioni esistenziali di degrado, oltre che di allarmismo.
Insicurezza e ricerca di punti di riferimento alternativi alla figura del padre, l'incapacità di instaurare rapporti stabili e la disponibilità verso suggestioni violente e di gruppo sono i frutti della destabilizzazione della famiglia.
Cosa fare allora? Quale strada intraprendere per uscire dall'impasse che sembra arrestare sul nascere ogni esigua e flebile speranza di ripresa e rinnovo? Quale terapia adoperare per avviare il tanto atteso "rilancio" delle nostre coscienze?
"Siamo oppressi, non schiacciati", ha dichiarato Giovanni Paolo II, durante l'Angelus di domenica 19 gennaio 2003: oppressi dalle tragedie della vita che spesso sconvolgono la pacata quotidianità di intere famiglie, oppressi dall'incertezza del futuro, oppressi dalle violenze dei conflitti (armati e non).
In un contesto così negativo e allarmante, tuttavia, vi sono le risorse e le potenzialità per riprendere il controllo della nostra esistenza, evitando, così, di essere schiacciati definitivamente dal lassismo cronico.
E la ripresa non può che avvenire esaltando il ruolo educativo e formativo della famiglia, facendo sì che le scelte, quelle più importanti, trovino in essa il sostegno adeguato. Chiaramente questo discorso va riferito principalmente ai giovani, che molto spesso vagano nel buio alla ricerca di falsi miti e di false illusioni, dimenticando che la famiglia costituisce la più solida ancora di salvezza e rappresenta quel faro che, incessante, illumina i percorsi della vita quotidiana.
Peraltro, la tendenza dei giovani a non costituire una propria famiglia non è imputabile esclusivamente ad atteggiamenti infantili o irresponsabili.
Le nuove generazioni tendono a valutare con maggiore consapevolezza i tempi e le condizioni per affrontare un "passo" decisivo come quello del matrimonio.
Per i giovani il vincolo familiare deve essere giustificato da una reale corrispondenza di affetti, di stima, di comprensione: si tende sempre più a cercare di costituire una famiglia vera, non puramente formale o di convenienza - come spesso accadeva per il passato -, che sia costruita su basi economiche salde o, almeno, non precarie. Questa acuta coscienza dei reali problemi spinge i giovani, quindi, a rimandare a tempi più favorevoli l'assunzione di un vincolo sacro, che trova il suo giusto compimento nella formazione di una famiglia.
Non si dimentichi, tuttavia, che sono i rapporti familiari interni che danno la forza per affrontare qualunque ostacolo, qualunque delusione, qualunque incertezza la vita ci riserva.
Se la famiglia riacquisterà quella posizione di centralità, che le spetta di diritto all’interno della nostra società, valorizzando sensibilmente il dialogo interno (momento educativo di crescita e maturazione) e promulgherà principi sani e valori forti, sicuramente si creeranno le precondizioni per avviare il tanto decantato processo di rinnovo spirituale, morale, sociale e civile.