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17/12/16

L’“élite” golpista del 2016





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C’è il tentativo golpista dell'”élite” contro il neo-President Trump, orchestrato dalla gente di Hillary Clinton in collaborazione con la CIA e i neocon al Congresso. Il piano è usare l’idiozia della CIA “La Russia ha fatto vincere Trump” per mettergli contro il collegio elettorale. Il caso poi finirebbe al Congresso. I neocon guerrafondai repubblicani potrebbero quindi dare la presidenza a Clinton o, se non funziona, intronare il vice di Trump, Mike Pence. Il regolare belluismo bipartisan, che la presidenza Trump minaccia di por fine, potrebbe continuare. Se il colpo riuscisse violente insurrezioni potrebbero scaturire negli Stati Uniti, con conseguenze imprevedibili. Tale tesi è finora solo un’idea generale. Alcun piano è stato pubblicato, però è abbastanza evidente, ormai. Tuttavia, vi sono alcune speculazioni. L’obiettivo prioritario è negare a Trump la presidenza. E’ troppo indipendente ed un pericolo per diversi centri di potere nei circoli dominanti degli Stati Uniti. La scelta di Tillerson a segretario di Stato lo rafforzerebbe (previsione: Bolton non sarà suo vice). Tillerson è per una stabilità redditizia, non per avventurosi cambi di regime. Le istituzioni nemiche di Trump sono:
La CIA, diventata Central Intelligence Assassination con le amministrazioni Bush e Obama. parti enormi del suo bilancio dipendono dalla guerra alla Siria e dalle operazioni di omicidio via droni in Afghanistan, Pakistan e altrove. Le politiche isolazioniste di Trump porrebbero probabilmente fine a tali azioni riducendone il bilancio.
L’industria bellica perderebbe enormi affari con i principali clienti nel Golfo Persico, se Trump riducesse le interferenze in Medio Oriente e altrove.
I neoconservatori e il Likud che vogliono che gli Stati Uniti armino Israele facendolo il più forte del Medio Oriente a beneficio dei sionisti.
I guarrafondai militaristi e “interventisti umanitari” ai quali la riduzione del ruolo degli Stati Uniti prima potenza mondiale è un’eresia.
L’attuale direttore della CIA, Brennan, figura di spicco del programma di torture della CIA e consigliere di Obama, è della fazione Clinton/anti-Trump. Gli ex-capi della CIA Hayden e Panetta sono sostenitori di Clinton come il torturatore re ed ex-vicedirettore della CIA Michael Morell. Non stupisce quindi che la CIA attui la campagna russofoba, spacciando l’idea al pubblico degli Stati Uniti che l’intervento russo abbia distorto l’elezione di Trump. Lo scopo è delegittimarne la vittoria agli occhi di media e pubblico, ma ancor di più dei grandi elettori. La CIA ha fortemente supportato gli stessi media mainstream che sostenevano Clinton nelle elezioni. (Non a caso sono gli stessi media che sostenevano la campagna della CIA sulle “armi di distruzione di massa di Saddam”). I democratici e il professore di diritto di Harvard Lawrence Lessig istigano i grandi elettori offrendogli sostegno giuridico personale gratuito, dicendo che il voto del collegio elettorale è ormai vicino. I 37 elettori repubblicani, nominati dagli elettori dei loro Stati a votare Trump, verrebbero convinti ad astenersi o a votare qualcun altro, e Trump perderebbe i necessari 270 voti. L’elezione del presidente verrebbe rigettata dalla Camera dei Rappresentanti. Qualora gli elettori votino Trump c’è sempre la possibilità che Camera e Senato mettano in discussione ufficialmente il voto ritardandolo o sottoponendolo a indagini del Congresso. Qui i procedimenti generali, dettagliati e specifici per collegio elettorale, spiegato dal National Archives and Records Administration.
Anche se i neoconservatori non hanno alcun sostegno effettivo nell’elettorato, hanno una forte presa su parti significative del Congresso e dei media dominanti. Molti capi neocon guerrafondai come Robert Kagan, Max Boot e il comitato editoriale del Washington Post sostenevano Clinton durante la campagna, e Clinton ebbe anche il sostegno di luminari repubblicani del Congresso come Lindsay Graham, Sasse e Flake. Congresso e maggioranza del Senato potrebbero essere contro Trump al momento critico. Ma qualunque sia l’esito, sicuramente ci saranno intense sfide legali ed è possibile che il caso finisca alla Corte Suprema. In alternativa ai brogli legali, si potrebbe ritardare la nomina di Trump su ordine di Obama alla comunità di intelligence di visionare formalmente l’intervento russo nelle elezioni, entro il 20 gennaio, non a caso data ufficiale della nomina! I media: “Ordinando la “revisione completa” delle accuse sui russi nel processo elettorale del 2016, il presidente Barack Obama chiede in sostanza all’intelligence di formulare un giudizio analitico sulla validità delle elezioni che metteranno Trump nello Studio Ovale”. Un “compromesso” al Congresso permetterebbe di attendere l’analisi della Comunità d’Intelligence per poi discuterne prima di nominare Trump presidente; ma ciò che finirà nel nulla, dato che la affermazioni dell’intelligence sono notoriamente vaghe. Nel frattempo, il vicepresidente diverrebbe presidente facente funzione: “Se il neopresidente non viene approvato prima della nomina, la sezione 3 del 20° emendamento stabilisce che il neo-vicepresidente agirà da presidente fino al momento in cui un Presidente sia nominato”. Se il processo del Congresso o giuridico sull’elezione di Trump viene ritardato, lo sarà per molto tempo. Il governo del Washington Blob o Borg potrebbe benissimo convivere con un presidente Pence mentre Trump non avrebbe alcun ruolo nelle attività di governo. (Clinton potrebbe diventare vicepresidente o nuovo presidente?)
L’intervento dei media contro Trump è pesante. Ma prima si ricordi che non vi è alcuna prova, zero, che la Russia abbia effettivamente a che fare con DNC o Podestà o altre e-mail diffuse su media come Wikileaks. Craig Murray ci assicura che sa che non erano piratate, ma fughe privilegiate da uno che conosce. Infatti dice che i messaggi di posta elettronica gli furono consegnati mentre visitava Washington. Ex-funzionari dei servizi segreti, tra cui il noto tecnico ed ex-funzionario della NSA William Binney, concordano che la storia dell’hackeraggio sia falsa. Tutto ciò che si è sentito o visto finora sono dicerie e accuse senza prove. Secondo i professionisti dell’IT il caso è tecnicamente risibile, come Murray spiega. Se i pretesi pirataggi si sono verificati, nei presunti modi, sono stati così comuni che chiunque avrebbe potuto farlo. Non c’è alcun fatto tecnico che sia almeno accettabile come prova che “la Russia l’ha fatto”. Ma ancora il NYT spaccia articoloni per dire che “la Russia l’ha fatto”, secondo le voci della CIA e le affermazioni dei tecnici amatoriali di Crowdstrike, l’auto-promossa società di sicurezza assunta e pagata dalla DNC. Prima il Washington Post pubblicò altre anonime pretese sull’interferenza russa. NBC News ora dice che “funzionari dei servizi segreti” affermano che lo stesso Putin ha diretto l’hackeraggio. Gli autori di tale favola sono i pirati informatici Bill Arkin e Ken Dilanian, noti per far aggiustare le loro frottole dalla CIA prima di pubblicarle. La prossima fola dirà che Vladimir Valdimirovich era sulla tastiera. Molte agenzie ed editoriali vanno dietro a tali “contatti”.
Come funzioni il piano dei clintoniani è spiegato dall’ex-consulente per le ricerche dell’opposizione del Consiglio Nazionale Democratico, l’ucraina-statunitense Alexandra (Andrea) Chalupa, qui:
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1) Il collegio elettorale s’incontra il 19 dicembre. Se gli elettori ignorano lo #StatoD’Emergenza in cui ci troviamo, e Trump viene eletto, lo possiamo fermare il 6 gennaio al Congresso
2) Se obiezioni al voto del collegio elettorale vengono fatte, devono essere presentate per iscritto, firmata da almeno da un congressista e un Senatore
3) Se obiezioni sono presentate, Camera e Senato si riuniscono per considerare i meriti secondo le procedure stabilite dalla legge federale…
Editoriali ed editoriali dei principali giornali sostengono con forza tale piano. Un solo esempio, la colonna di AJ Dionne sul Washington Post: “la conclusione della CIA che la Russia intervenne attivamente nelle nostre elezioni eleggendo Trump è un ottimo motivo a che gli elettori considerino l’esercizio del loro potere in modo indipendente. Per lo meno, dovrebbero essere informati su ciò che la CIA sa, e in particolare sul fatto che vi sia qualche prova che Trump o suoi luogotenenti siano stati ingaggiati dalla Russia durante la campagna”. L’editoriale del New York Times si lamenta di Trump che ridicolizza le fiabe promosse dalla CIA. Molti che hanno votato Trump sarebbero disgustati e indignati se gli venisse negato l’incarico, sono armati e protesteranno. Le violenze sono sicure in caso di colpo di Stato. Trump ha scelto quattro ex-generali per i suoi gabinetto e staff. Se i problemi si aggravassero, si potrebbe avere lo scenario tracciato nel 1992 dal documento militare: Le origini del colpo di Stato militare negli USA del 2012 di Charles J. Dunlap.


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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora




16/12/16

Assad e Putin vincono ad Aleppo


Quattro combattenti fedeli ad Assad insieme a un bambino e due donne residenti nel quartiere Sheikh Saeed di Assad, prima sotto il controllo dei ribelli 
(STRINGER/AFP/Getty Images)

La battaglia di Aleppo è di fatto terminata con la netta vittoria delle forze governative siriane e dei loro alleati. Poco importa che i ribelli ancora in vita accettino di evacuare con i loro famigliari raggiungendo Idlib o altre zone controllate dagli insorti o che in parte decidano di combattere fino all’ultimo proiettile nei due chilometri quadrati che ancora controllano nei quartieri orientali.
L’esito della battaglia era ormai chiaro da almeno un mese quando le forze siriane con l’appoggio russo e, iraniano e degli hezbollah libanesi avevano sfondato le difese dei quartieri orientali nella città. Giorno dopo giorno il territorio in mano ai ribelli, dove si stima che all’inizio della fase finale della battaglia vi fossero tra gli 8mila e i 15 mila combattenti, si è rapidamente ridotto fino alla cessazione di ogni resistenza in cambio della possibilità di lasciare la città impunemente.

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Una soluzione già adottata in molti altre aree del territorio siriano in base ad accordi che garantiscono ai ribelli l’evacuazione insieme ai loro famigliari (in tutto pare 11 mila persone stiano lasciando Aleppo) verso l’area di Idlib sotto il controllo dei movimenti di insorti, per lo più jihadisti di ispirazione qaedista, salafita e dei fratelli musulmani.
Lo scambio degli assediati
Mosca ha confermato che l’intesa è stata sottoscritta dalla quasi totalità dei gruppi ribelli anche se poi alcuni gruppi l’hanno rifiutata e poi rinegoziata. Secondo fonti militari governative la mattina il 15 dicembre “951 persone, tra cui 200 miliziani e 108 feriti” sono salite a bordo del primo convoglio. Bus e ambulanze sono arrivati verso le 2.30 del pomeriggio (ora locale) nella parte sud di Aleppo, nelle mani dell’esercito siriano. L’evacuazione è stata segnata nella fase iniziale da colpi d’arma da fuoco che hanno ucciso una persona e ferite quattro tra i volontari. Ambulanze con malati e feriti, e pullman con civili, hanno attraversato il corridoio di Al Ramusa-Ameriya, a sud della città siriana.
Contemporaneamente le forze governative siriane sono entrate con i bulldozer nei quartieri assediati per rimuovere i sacchi di sabbia e ripulire l’area. Secondo la tv siriana, sono circa 4mila i combattenti con le loro famiglie e 9mila i civili coinvolti nei trasferimenti. Un secondo convoglio è partito nel tardo pomeriggio.
A bordo vi erano “i miliziani ribelli e i membri delle loro famiglie” e ad accompagnarlo, anche i rappresentanti della Croce Rossa Internazionale. In tutto sono state evacuate 1198 persone: 577 uomini, 320 dinne, 301 bambini, e 12 civili feriti. Parallelamente a queste operazioni è partita l’evacuazione di decine di feriti e civili anche da Fua e Kefraya, le due località a maggioranza sciita e assediate dai ribelli anti-Assad nella provincia di Idlib, nel nord-ovest del paese mediorentale devastata da cinque anni di guerra civile. Il numero delle persone evacuate sarebbe identico (15mila persone) a quello che uscirà da Aleppo. Finora ne sono uscite 1.500. Nella provincia di Idlib, a circa 50 km da Aleppo e in mano ai ribelli, affluiscono gli evacuati dalla seconda città della Siria.
L’evacuazione da Fua e Kefraya è parte dell’accordo è stata una condizione imposta dal regime di Damasco e i suoi alleati come parte dell’accordo di Aleppo. I ribelli anti-Assad assediano dal 2015 le due località. L’intero processo è gestito dai russi e dal governo siriano e secondo l’inviato dell’Onu in Siria, Staffan De Mistura, ad Aleppo Est “vi sono ancora tra 1.500 e 5.000 miliziani da evacuare a cui si devono aggiungere le loro famiglie”

La più grande vittoria di Assad
Questo tipo di accordi possono apparire contraddittori poiché permettono a ribelli già intrappolati di uscire dall’assedio e di tornare successivamente a combattere. Oltre a consentire uno scambio” di combattenti e civili assediati Le forze di Assad evitano così però di logorarsi in inutili battaglie all’ultimo sangue, casa per casa, che mieterebbero molte vittime tra i civili come tra i combattenti.
L’esercito di Assad soffre da tempo di una cronica carenza di truppe per l’usura dei reparti dopo cinque anni di guerra con circa 120 mila morti e forse il doppio di feriti.

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Il problema dei rimpiazzi è stato in parte risolto arruolando milizie scite locali e combattenti stranieri (libanesi, afghani, iraniani e iracheni e pachistani) inquadrati dalle forze dei pasdaran iraniani.
Assad non può quindi permettersi perdite troppo elevate e oggi la sopravvivenza del suo regime dipende direttamente dalle truppe alleate.
Il presidente siriano aveva bisogno di una vittoria eclatante e forse decisiva nei confronti dei miliziani sostenuti dalle monarchie sunnite del Golfo e da Usa ed Europa la cui richiesta di tregue umanitarie non è riuscita a nascondere il reale intento di consentire ai ribelli di ricevere aiuti e ricostituire linee difensive dopo lo sfondamento effettuato dalle truppe siriane. La vittoria di Assad e della Russia ad Aleppo è stata invece totale anche se “macchiata” dal contemporaneo successo dell’offensiva dell’Isis più a sud che ha permesso ai jihadisti di riconquistare Palmira.
Il successo nella seconda città del Paese renderà disponibili ingenti forze siriane e alleate necessarie a combattere ancora a Idlib e contro lo Stato Islamico a Palmira, Raqqah e Deir Ezzor.
In un’intervista rilasciata il 14 dicembre alla televisione Russia Today, Assad ha dichiarato che, dopo aver conquistato Aleppo, le autorità di Damasco, coordinandosi con Mosca e Teheran, escogiteranno un piano per cacciare i miliziani dagli altri territori siriani, inclusa Idlib. Ma ormai il capo del regime si sente più che mai sicuro della permanenza al potere, come ha fatto capire quando nella medesima intervista ha affrontato il tema della ricostruzione post-bellica. “La priorità – ha chiarito – verrà data ai paesi amici come la Russia, la Cina, l’Iran e altri”.

Vittime civili e propaganda
L’assenza di osservatori neutrali sul capo di battaglia rende difficile separare nettamente la realtà dalla propaganda che si spreca su entrambi i fronti. Come sempre accade nei conflitti contemporanei in cui i cosiddetti “danni collaterali” hanno una rilevanza strategica spropositata rispetto al passato, anche ad Aleppo il braccio di ferro tra le diplomazie internazionali è incentrato sulle vittime civili.

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L’Onu chiede di fermare la “carneficina”, Amnesty parla di “crimini di guerra” compiuti da russi e forze di Damasco, termini utilizzati anche da molti Paesi europei e dagli Stati Uniti che intimano a Damasco di tenere a freno i suoi soldati e garantire la protezione ai civili e alla Russia di moderare i bombardamenti aerei. L’Unicef ieri ha denunciato che decine di bambini, forse oltre cento, erano intrappolati in un edificio ad Aleppo est sotto il fuoco delle forze governative siriane.
Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha parlato di “sparizioni forzate e video scioccanti di cadaveri in fiamme nelle strade” mentre stime dell’opposizione parlano di 6.000 persone arrestate, tra loro soprattutto adolescenti.
L’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Al Hussein, ha riferito che molti civili che erano riusciti a fuggire sono “stati catturati e uccisi sul posto” riferendo di 82 civili uccisi lunedì dalle forze pro-governative in quattro diversi quartieri, tra cui 11 donne e 13 bambini. I soldati entrano nelle abitazioni e uccidono chiunque si trovi all’interno, anche donne e bambini”.
Al-Hussein è però un principe giordano che non è mai apparso imparziale nella guerra siriana e ieri gli ha fatto da contrappeso al Palazzo di Vetro l’ambasciatore russo Churkin che ha smentito le stragi di civili.
Del resto l’Onu stesso ammette che solo negli ultimi giorni oltre 100 mila persone sono fuggite dai quartieri in mano ai ribelli per rifugiarsi nelle aree controllate dai curdi o dalle forze di Damasco.
In una guerra combattuta senza risparmio anche e soprattutto sul fronte della propaganda va riconosciuto che il temuto bagno di sangue tra la popolazione non c’è stato. Nonostante Europa e Usa accusino Mosca e Damasco di crimini di guerra promettendo nuove sanzioni, l’Onu ha riferito che tra il 17 novembre (quando prese il via l’offensiva finale) e il 10 dicembre 413 civili erano morti ad Aleppo Est più altri 139 uccisi dal fuoco dei ribelli nei quartieri controllati dal governo.

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Anche aggiungendo un centinaio di ulteriori vittime relative ai massacri attribuiti lunedì scorso alle truppe siriane arriviamo a meno di 650 civili uccisi in un mese di battaglia che molti osservatori hanno paragonato a quella di Stalingrado. Se anche fossero il doppio si tratterebbe comunque di perdite certo dolorose ma tutto sommato limitate rispetto all’ampiezza e alla ferocia della battaglia.

La reazione dell’Europa
Con la liberazione di Aleppo i siriani “hanno scritto la storia”, ha detto il presidente della Siria, Bashar al-Assad, in un breve video su Facebook e il successo più rilevante del regime dall’inizio della guerra civile nel 2011 manda in soffitta le richieste di arabi e occidentali di un accordo per la transizione del potere in Siria.
Le reazioni, in un’Europa che appare sempre di più un’appendice della Lega Araba guidata dalle petromonarchie del Golfo, non si sono fatte attendere.

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Il ministero degli Esteri britannico ha convocato gli ambasciatori di Russia e Iran a Londra per esprimere “la profonda inquietudine” del governo del Regno Unito sulla situazione di Aleppo. E’ cruciale proteggere i civili e consentire agli aiuti umanitari di arrivare”, ha detto il capo della diplomazia britannica, Boris Johnson, lasciando intendere una sintonia con Parigi, che ha chiesto e ottenuto una riunione urgente e a porte chiuse del Consiglio di sicurezza dell’Onu. “In questi giorni bui per Aleppo è importante che lì giungano osservatori internazionali dell’Onu per monitorare quanto accade”, ha spiegato Francois Delattre, ambasciatore francese alle Nazioni Unite.
Fa sorridere e mostra la pochezza politica e militare dell’Europa osservare che Parigi e Berlino sottopongano al Consiglio Europeo la proposta di mettere in campo un’iniziativa umanitaria per Aleppo: non lo hanno fatto in 4 anni di feroci scontri e vogliono farlo ora che la battaglia è finita?
Il portavoce del governo francese, Stephane Le Fooll, ha spiegato che Hollande e Merkel chiederanno al resto dei leader europei di approvare questa iniziativa, che punta in primo luogo a creare “corridoi” perchè possano essere evacuate 120mila persone che vogliono andarsene dai quartieri di Aleppo circondati dalle forze del regime di Assad; e inoltre punta a portare aiuti umanitari in questa zona della città siriana.
Secondo Le Fooll, l’operazione deve essere condotta sotto la supervisione degli osservatori delle Nazioni Unite ma la proposta franco-tedesca arriva con patetico ritardo. Mentre Parigi e Berlino pianificano di proporre un piano alla Ue i corridoi sono già stati istituiti e i civili sono già stati evacuati dai quartieri orientali di Aleppo dalle forze governative siriane e soprattutto dai russi che hanno anche messo in campo (a differenza della Ue) una mole imponente di aiuti umanitari per gli sfollati.

Foto AFP e SANA

di Gianandrea Gaiani - 16 dicembre 2016

Cortocircuito finale?


Ultime 48ore …….

DESTRA
— Gianfranco Fini ammette di essere stato ”un coglione” sulla vicenda di Montecarlo ( … intanto la casa è stata venduta, e non è più tra le proprietà della ex AN).

SINISTRA
— Una ministra della Repubblica mente sul suo titolo di studio (… ma non gli accade nulla né da un punto di vista politico che penale);

— Poletti, ministro del lavoro, non vuole che i cittadini si esprimano sul Jobs act (… ma è un ministro che decide se un referendum debba tenersi oppure no?)

— Il Governatore della Campania indagato per voto di scambio

M5S
— La Muraro si dimette da assessore a Roma perché indagata (… da mesi lo ripetevano tutti, ma i Cinque Stelle erano i soli a non saperlo);

A fine giornata, tutti insieme, destra, sinistra e M5S esprimono solidarietà a Osvaldo Napoli simbolicamente ”arrestato” dai Forconi.




di Luigi Iannone - 15 dicembre 2016
fonte: http://blog.ilgiornale.it/iannone/2016/12/15/cortocircuito-finale/?repeat=w3tc

14/12/16

Francia: è in atto la disgregazione



 


A maggio 2017, la Francia eleggerà un nuovo presidente. I politici stanno già facendo propaganda elettorale e discutono di deficit, sussidi statali, crescita del Prodotto interno lordo e via dicendo, ma sembrano marionette scollegate dalla situazione reale del Paese.

Qual è la realtà odierna in Francia?
La violenza. Si sta diffondendo. Non solo attacchi terroristici, ma anche pura brutalità da parte delle gang. Violenza che infonde un senso crescente di insicurezza negli ospedali, nelle scuole, nelle strade, perfino nella polizia. I media non osano affermare che questa violenza è opera principalmente delle bande musulmane di “giovani”, come li chiamano i media francesi, per evitare di dire davvero chi sono. Tuttavia, un clima da guerra civile si sta diffondendo visibilmente nella polizia, nelle scuole, negli ospedali e in politica.

La polizia
La prova più strabiliante di questo malessere è stata vedere più di 500 poliziotti francesi manifestare la sera del 17 ottobre sugli Champs Elysées a Parigi con auto e moto della polizia, senza il sostegno dei sindacati e senza alcuna autorizzazione. Secondo il quotidiano “Le Figaro”, “il ministro dell’Interno era in preda al panico”, spaventato per un possibile colpo di Stato: “La polizia ha bloccato l’accesso ad Avenue Marigny, che fiancheggia il palazzo presidenziale e si affaccia su Place Beauvau”.
Il 18 ottobre, quando Jean-Marc Falcone, direttore generale della polizia nazionale, ha incontrato i leader della protesta, è stato circondato da centinaia di poliziotti che lo hanno invitato a dimettersi. La causa principale della loro rabbia sembra essere in primo luogo la violenza di cui spesso la polizia è vittima e gli attacchi terroristici. Per quanto concerne il terrorismo, due agenti di polizia sono stati accoltellati a morte a Magnanville, nel giugno del 2016, da Larossi Aballa, un estremista musulmano. Nella primavera del 2016, più di 300 poliziotti e gendarmes sono stati feriti dai manifestanti. A maggio, i sindacati di polizia hanno manifestato per le strade di Parigi per protestare contro “l’odio verso la polizia”.
Questo autunno un attacco contro una pattuglia della polizia nella banlieu parigina di Viry-Châtillon, è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quattro poliziotti sono stati feriti da un gruppo di 15 “giovani” (membri di una gang musulmana) che hanno accerchiato le auto della polizia, lanciando sassi e bombe incendiarie contro le vetture. Due agenti sono rimasti gravemente ustionati, uno di loro è stato indotto in coma farmacologico. Lo stesso scenario si è ripetuto qualche giorno dopo: una pattuglia della polizia ha subito un agguato in un’altra “no-go zone” della zona urbana “sensibile” di Val-Fourré. La polizia è stata inoltre lesa dal ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve, che ha definito gli aggressori “sauvageons” (“piccoli selvaggi”). La polizia e i politici dell’opposizione hanno replicato che gli aggressori non erano “piccoli selvaggi, ma criminali che hanno aggredito la polizia per ucciderla”.
“La polizia è vista come una forza di occupazione - ha dichiarato Patrice Ribeiro di Synergie Officiers, il sindacato di comando della polizia - Non sorprende affatto che la violenza sia oltre i limiti”.
Il 18 ottobre, “Le Figaro” ha lanciato un sondaggio on-line con una domanda: “Approvi la protesta dei poliziotti?” Il 90 per cento dei 50mila intervistati ha risposto “sì”.
Da allora, le manifestazioni di protesta della polizia si sono diffuse in altre città. A oltre un mese dall’inizio del malcontento, i poliziotti stanno ancora protestando in tutti i grandi centri urbani. Il 24 novembre, in duecento hanno manifestato a Parigi tra Place de la Concorde e l’Arc de Triomphe, per esprimere la loro “rabbia”. Gli agenti in borghese, qualcuno con una fascia arancio al braccio, qualcun altro nascosto sotto una sciarpa o un cappuccio, sostenuti dai cittadini, si sono riuniti in serata a Place de la Concorde, prima di sfilare lungo gli Champs Elysée fino all’Arc de Triomphe, dove hanno formato una catena umana intorno al monumento e cantato la Marsigliese. Questa rivolta da parte di un pilastro della società francese, la polizia, è stata la più impressionante manifestazione di protesta della Francia moderna. Eppure, i media mainstream l’hanno ignorata.

Le scuole
A Tremblay-en-France (Seine-Saint-Denis vicino a Parigi), la preside della scuola di formazione Hélène-Boucher è stata aggredita il 17 ottobre fuori dall’istituto da diversi individui. Alcuni “giovani” stavano attaccando l’edificio con bombe incendiarie e quando la preside ha cercato di calmare la situazione, uno dei “giovani” ha reagito prendendola a calci e pugni. Quindici persone non identificate hanno partecipato al pestaggio. Questo è stato il terzo episodio di violenza che si è verificato nella zona. Quattro giorni prima, due auto erano state date alle fiamme. Un mese dopo, il quotidiano Le Monde ha organizzato un incontro con gli studenti per cercare di capire la causa della violenza a Tremblay. Yacine, 21 anni, uno studente dell’Università di Parigi II, ha detto: “Questo è un avvertimento. Questi giovani non hanno assalito la scuola per caso: volevano lanciare un attacco alle istituzioni, allo Stato”.

Ad Argenteuil (una banlieu di Parigi, in Val d’Oise), un insegnante della scuola primaria Paul Langevin è stato picchiato in strada, il 17 ottobre, mentre riaccompagnava a scuola i bambini dai campi da tennis, situati a un chilometro dall’istituto. Dopo aver sentito l’insegnante alzare la voce a un bambino, due giovani hanno fermato la loro auto e hanno detto al maestro che era “razzista”, picchiandolo davanti ai piccoli. Secondo “Le Parisien”, uno degli aggressori ha giustificato le sue azioni accusando l’insegnante di “razzismo”. “Tu non sei il maestro - ha detto l’uomo - L’unico maestro è Allah”.

A Colomiers (Tolosa, nel sud della Francia), il 17 ottobre, un insegnante di educazione fisica è stato aggredito da uno studente perché aveva cercato di impedire al ragazzo di uscire da scuola attraverso una porta di sicurezza.

A Calais (Pas-de-Calais), secondo il quotidiano locale Nord-Littoral. il 14 ottobre, due studenti di una scuola professionale di Calais hanno aggredito un insegnante, e uno dei due gli ha fratturato la mandibola e rotto alcuni denti, solo perché il docente di ingegneria elettronica aveva chiesto a uno dei ragazzi di tornare a lavorare.

A Saint-Denis (una banlieu di Parigi nel distretto Seine-Saint-Denis), il 13 ottobre, un preside di una scuola e il suo vice sono stati picchiati da uno studente che era stato rimproverato per essere arrivato in ritardo alle lezioni.

A Strasburgo, il 17 ottobre, un docente di matematica è stato brutalmente aggredito nel liceo Orbelin. Il preside dell’istituto ha detto a France Bleu che un “giovane”, che non frequenta la scuola, aveva picchiato l’insegnante. Il “giovane” era già entrato nell’edificio altre volte. In precedenza, quando il docente lo aveva invitato a uscire dalla classe, il “giovane” aveva colpito in volto l’uomo prima di fuggire. Tutti questi aggressori non erano dei terroristi, ma come i terroristi islamici, il loro intento era quello di distruggere, “attaccare le istituzioni, per attaccare lo Stato”.

Gli ospedali
Secondo La Voix du Nord, il 16 ottobre, una quindicina di persone al seguito di un paziente hanno seminato il terrore nel pronto soccorso dell’ospedale Gustave Dron, a Tourcoing. Un medico è stato pestato a sangue, un altro è stato preso per i capelli. I sanitari hanno detto al quotidiano di essere ancora in stato di shock. Un’infermiera ha raccontato:
“Una decina di persone hanno fatto irruzione al pronto soccorso. I medici hanno chiesto loro di uscire. (...) Tornata la calma ho visto che il pronto soccorso era stato devastato. I pazienti erano terrorizzati e i loro parenti in lacrime”.
Gli aggressori erano tutti del quartiere di “La Bourgogne”, una zona prevalentemente abitata da immigrati nordafricani. Tre persone sono state arrestate. Il 4 ottobre, la zona de “La Bourgogne” è stata teatro di una rivolta. Sono state date alle fiamme 14 auto e 12 persone sono finite in manette. La rivolta, durata quattro notti, è scoppiata dopo l’arresto di un uomo alla guida di un’auto che non si era fermato a un posto di blocco della polizia.

La politica
Il 14 ottobre, Nadine Morano, deputata del partito opposizione Les Républicains, ha cercato di impedire fisicamente a Rachid Nekkaz, un imprenditore algerino, di entrare nel Centre des Finances Publiques di Toul, nella parte orientale della Francia. Nekkaz è famoso per pagare le multe alle donne musulmane arrestate per aver indossato il burqa in pubblico, vietato dalla legge dall’ottobre 2010. La polizia è intervenuta per tutelare il diritto di Nekkaz a pagare la multa. Un emendamento alla legge finanziaria è attualmente al vaglio per bloccare e punire gli espedienti, come quella di Nekkaz, che aggirano la legge.
Il presidente François Hollande è sotto attacco dopo la pubblicazione del libro Un président ça ne devrait pas dire ça... (Un presidente non dovrebbe dire questo...). in cui avrebbe affermato: “La Francia ha un problema con l’Islam” e “ci sono troppi migranti in Francia” – dichiarazioni che Hollande nega di aver espresso. Un’altra citazione contenuta nel libro che il presidente francese ha smentito è il seguente: “Non si può continuare ad avere migranti che arrivano senza controllo, nel contesto degli attentati. (...) La secessione dei territori (no-go zones)? Come si può evitare una scissione? Perché è comunque questo che sta per accadere”.
Il presidente Hollande passa il suo tempo a scusarsi per cose che non ha mai detto, ma che avrebbe dovuto dire perché sono vere.

La popolazione francese
I cinesi residenti in Francia vivono negli stessi quartieri abitati dai musulmani e vengono aggrediti e vessati, nell’indifferenza generale della polizia. A causa dell’aumento dei crimini commessi contro i membri della comunità, il 4 settembre, a Parigi, circa 50mila franco-cinesi sono scesi in piazza per protestare, dopo la morte in una rapina di un sarto cinese. I manifestanti, che indossavano delle t-shirt bianche con la scritta “Sicurezza per tutti” e sventolavano la bandiera francese, si sono radunati a Place de la République. Hanno organizzato da soli la manifestazione senza l’appoggio dei tradizionali gruppi per “i diritti umani” che preferiscono aiutare i migranti musulmani.

L’opinione pubblica: a gennaio 2016, Cevipof, un think tank dell’Institut de Sciences Politiques (Sciences Po), ha diffuso il suo settimo Baromètre Politique Français, un sondaggio pubblicato annualmente per misurare i valori della democrazia nel Paese e basato sulle interviste a 2074 persone:
Qual è il tuo attuale stato d’animo? Apatia 31 per cento; sconforto 29 per cento; sfiducia 28 per cento; paura 10 per cento.
Ti fidi del governo? Non molto 58 per cento, per niente 32 per cento.
Ti fidi dei legislatori? Non molto 39 per cento, affatto 16 per cento.
Ti fidi del presidente? Non molto 32 per cento, per niente 38 per cento.
I politici si preoccupano di quello che pensa la gente? Non molto 42 per cento, affatto 46 per cento.
Come funziona la democrazia in Francia? Non bene 43 per cento, per niente bene 24 per cento.
Ti fidi dei partiti politici? Non molto 47 per cento, affatto 40 per cento
Ti fidi dei media? Non molto 48 per cento, per niente 27 per cento.
Cosa pensi della politica? Diffidenza 39 per cento; disgusto 33 per cento; noia 8 per cento.
Cosa pensi dei politici? Delusione 54 per cento, disgusto 20 per cento.
La corruzione dei politici? Sì, 76 per cento.
Troppi migranti? Sì, 65 per cento.
L’Islam è una minaccia? Sì, lo pensa il 58 per cento.
Sei orgoglioso di essere francese? Sì, 79 per cento.
Questo sondaggio mostra che il divario fra la gente e i politici non è mai stato così grande.
Thibaud de Montbrial, avvocato ed esperto di terrorismo, ha dichiarato il 19 ottobre a Le Figaro: “Il termine ‘disgregazione’ della società francese mi sembra più appropriato. Le violenze contro le forze dell’ordine e gli ospedali; le aggressioni che si moltiplicano contro scuole e insegnanti (...) sono attacchi contro i pilastri dell’ordine costituito. In altre parole, tutto ciò che rappresenta le istituzioni statali (...) è ora oggetto di violenza che trova il proprio fondamento essenzialmente nelle derive comunitarie e talvolta etniche alimentate da un odio incredibile verso il nostro Paese. Dobbiamo essere ciechi o incoscienti per non preoccuparci della coesione nazionale”.

(**) Nella foto: quattro poliziotti sono stati di recente feriti (due gravemente ustionati) da una quindicina di “giovani” (membri di una gang musulmana) che hanno accerchiato le auto della polizia, lanciando sassi e bombe incendiarie contro le vetture, nel quartiere parigino di Viry-Châtillon (fonte dell’immagine: Line Press video screenshot)

Traduzione a cura di Angelita La Spada

di Yves Mamou (*) -  14 dicembre 2016

12/12/16

IL FALLIMENTO DELL’ARROGANTE




arrogante


Uno dei più grandi Padri della storia della Chiesa, Papa San Gregorio Magno, a proposito dell’arroganza così si espresse molti secoli fa: “L’insegnamento delle persone arroganti ha questo di particolare: che esse non sanno esporre con umiltà quello che insegnano, e anche le cose giuste che conoscono non riescono a comunicarle rettamente. Quando insegnano danno l’impressione di ritenersi molto in alto e di guardare di là assai in basso verso gli ascoltatori, ai quali sembrano far giungere non tanto dei consigli, quanto dei comandi imperiosi”.
Queste sagge parole, sempre attuali, possono riguardare chiunque non sappia mostrare con umiltà le proprie competenze adombrando addirittura le cose più belle e positive che ha da testimoniare. Chi sprofonda nell’arroganza è condannato a vivere accecato da alterigia e superbia. In questo senso l’immagine simbolica del “non vedente”, inconsapevole dei propri limiti, è quella più eloquente perché riflette il comportamento di quanti non si rendono conto dei rischi, anche gravi, che si può percorrere con la supponenza

L’arrogante, rivestito di ruoli dirigenziali o di responsabilità, può recare gravi danni alla società. L’atteggiamento di superiorità, fino alla “strafottenza”, che permea il suo vissuto, rischia di trascinare nel baratro coloro che sono a lui legati. Questo grave difetto, se presente in un individuo oppure in una realtà civile o religiosa, genererà soltanto l’avversione e il disappunto dei molti; le vendette, probabilmente, saranno la risposta di chi prima aveva subito e incassato silenziosamente i colpi.
Eppure il termine “arrogare”, proveniente dal latino, significava “chiedere”. In particolare, nel diritto romano, voleva dire “domandare al popolo”. Più precisamente l’adrogatio era un istituto del diritto familiare tramite il quale un cittadino poteva adottarne un altro che non fosse vincolato a un’altra potestà paterna. Le procedure di adrogatio erano controllate dai Pontefici, dai Comizi curiati e dal popolo. Forse furono proprio gli abusi e le frodi che vennero perpetrati con questa pratica a far assumere alla parola la valenza negativa che oggi le viene attribuita.
Il termine, infatti, ci richiama immediatamente a chi si pone con superiorità opponendosi a qualsiasi forma di dialettica o messa in discussione. L’arrogante è convinto di avere ragione mortificando chiunque abbia davanti; il disprezzo è la conseguenza di chi imposta la propria vita nella dinamica della prepotenza. Il crudele obiettivo dell’arrogante è sempre il solito: il raggiungimento e la conservazione del potere. La prepotenza e l’affermazione di sé a discapito degli altri sono come le più brutte malattie, quelle che contagiano e danneggiano la collettività.
Quando l’arroganza diventa cronica e virale non lascia scampo e può rovinare le persone più intelligenti, più capaci e addirittura anche le più spirituali. Gli unici “medicinali” che potrebbero attenuare una tale metastasi sono rappresentati da parole ormai quasi cadute in disuso: umiltà, ravvedimento e pentimento. I credenti – e non solo – dovrebbero far tesoro delle parole di Papa Francesco che, al n. 34 dell’enciclica Lumen Fidei, afferma: “Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”.

Purtroppo il nostro contesto socio-politico continua a mettere in luce il senso dell’arroganza, spesso mescolata a una scaltrezza più diabolica che evangelica; anche in questi giorni, in Italia, abbiamo assistito al fallimento di un tale “modus operandi”… ma, intendiamoci, ogni riferimento è puramente casuale.


11/12/16

Avete rotto le palle di giocare con le sorti degli italiani


Senza titolo-3 


Tutto cambia perché nulla cambi. Da Renzi alla pedina Gentiloni. Ecco la cronaca.
Parapiglia in area, il pallone rimane fermo per alcuni interminabili minuti, Gentiloni spunta da dietro e la butta dentro a porta vuota su assist di Renzi. Italia 0 – Prima Repubblica 1.
Assessore al Giubileo e al turismo nel 2000 con Rutelli, deputato dal 2001, nel 2005 presidente della Commissione di vigilanza Rai; tra i fondatori del Partito Democratico, poi Ministro delle Comunicazioni del Governo mortadellato Prodi. Gentiloni, nessuno c’avrebbe scommesso, forse. Dopo decine di partite scialbe e sottotono, nessuno avrebbe pensato addirittura al goal. Il nuovo presidente del Consiglio entra in campo dopo Monti, Letta e Renzi per formare il nuovo governo tecnico. Un traghetto fino al 2018.
Che schifo…ci sarà da rantolare nel fango, cari connazionali, fino al 2018.
Paolo Gentiloni, un altro assonnato – da qui si evince l’evidente sintonia col presidente Mattarella -, rutellian/renziano, senza arte né parte, in cerca d’autore nell’ennesimo governo nominato. Non oscillare la barca è la parola d’ordine del nuovo Governo. Non dondolare la barca. Limitarsi a mantenere, a riformare l’essenziale. Gentiloni che pure non è un fesso. Scrive sapientemente, biografando con incredibile arguzia, Luca Telese: “Gentiloni non è un fesso, anzi. Ha gestito è amministrato per anni il Potere, prima all’ombra di Francesco Rutelli come sua Eminenza Grigia in Campidoglio, poi come sua Eminenza Grigia nella Margherita, quindi come dispensatore di potere dentro il Pd, curando l’orticello cruciale della Comunicazione e dell’Emittenza, e la scienza sofisticata della spartizione dei poteri nella sontuosa accademia lottizzatoria della Rai dei partiti. La carriera di Gentiloni ha qualcosa di unico e di fenomenale: procede per salti di qualità asimmetrici: più perde, più viene promosso. Moderato fini quasi alla sonnolenza, del tutto incapace di discorsi politici meno che soporiferi…
Un altro governo nominato in quota PD. E pensare che gli italiani, quella strana razza mitologica – metà cittadini, metà kamikaze – avevano bocciato, quantomeno nelle intenzioni, simbolicamente un governo abusivo PD, gestito dal sindaco-parolaio Matteo Renzi, e ora ecco cicciarne un altro, sempre PD, sempre tecnico, sempre di passaggio. Ora siate Gentiloni, c’è da portare a casa il nuovo Nazareno, da trovare uno stipendio a Renzi, c’è da masturbare l’Europa – chi può dimenticare l’epico tweet del nuovo presidente del Consiglio? “dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica”, da garantire la stabilità politica, della maggioranza, e sti cavolii delle urne fino al 2018, con 17 milioni di poveri italiani, pressione fiscale da soffocamento, mondo del lavoro impantanato, iva al 145mila %, politica estera che versa in condizioni delicatissime, crescente insoddisfazione, ricostruzione delle zone terremotate, immigrazione incontrollata, coscienza nazionale al minimo storico, natalità, al minimo storico.
Moriremo di sovranità. Affogheremo democristiani, maledizione. Ma sarebbe ora che si iniziasse a rispettare gli italiani. Sì, sarebbe giunto il momento. Con una nuova legge elettorale o con l’attuale, modificata al Senato, sarebbe da avvicinare la data del voto, renderla accessibile, come visione nel deserto. E invece ecco un governo con pieni poteri. Basta! Non se ne può più. Non se ne può più di questo rigurgito di democristianeria, di questo viscidume da Prima Repubblica, di gobbi Andreotti che calpestano la residua dignità di questo Paese, che assecondano il progresso come forma di marcescenza: il nuovo che avanza e, a forza di avanzare, andrà a male, scadrà, sarà da buttare. Un’evoluzione che sa di immobilismo continuo, che puzza di burocratizzazione delle libertà popolari. Un’oligarchia di polistirolo, intercambiabile, inguardabile, senza neanche la virtù dei tiranni.
Non potevamo certamente saperlo, ma potevamo immaginarlo: è anche l’ora dell’autocritica, delle ferite che bruciano forte; è anche un po’ colpa nostra se il tumore di questa giovane democrazia non smette di crescere e rischia di uccidere l’Italia da dentro.
Gentiloni chieda la fiducia e dica chiaramente alle Camere quando andare al voto. Presto, possibilmente. Sia chiaro, si faccia la legge elettorale, con i suoi tempi tecnici, una volta fatta, si dimetta e porti il Paese al voto. Questo il traghetto giusto, politicamente accettabile. Per onestà…
Italiani! Attaccatevi alla sovranità in questo nuovo regno di centrosinistra che, a quanto pare, oltre a scaldare minestre per ancora un anno buono, ha una missione chiara: Parassitare (la) Democrazia. Non è demagogia, è paura.

di Emanuele Ricucci - 11 dicembre 2016

Il Colle e la speranza infranta delle urne


 


Esaurito l’effetto-choc delle dimissioni del Premier Matteo Renzi dopo la batosta referendaria, torna in auge la politica paludosa delle manovre di palazzo.
Benché le urne della scorsa domenica, certificando il fallimento renziano, abbiano indicato la strada delle elezioni anticipate, l’aria che tira è quella mortifera del: “Resistere, Resistere!” incollati alle poltrone. Avremmo dovuto capire da subito che non si potevano fare i conti senza l’oste e, soprattutto, che l’oste non fosse più il “rottamatore” di Rignano sull’Arno ma l’inquilino del Colle più alto. La palla, infatti, è passata al Presidente della Repubblica che la giocherà alla maniera dei vecchi democristiani, cioè evitando scossoni incontrollabili al quadro politico attuale. A Sergio Mattarella non sfugge che l’establishment, che sente sul collo il fiato di un montante populismo, non desideri un passaggio per le urne in tempi brevi.
Per il Quirinale, quindi, sarebbe preferibile una soluzione della crisi che consenta la regolare prosecuzione della legislatura fino alla scadenza naturale fissata agli inizi del 2018. È tuttavia improbabile che ciò avvenga posto che il Partito Democratico, da azionista di maggioranza del nuovo assetto governativo, dovrebbe farsi carico di affrontare un calvario lungo un anno con la certezza di soccombere sotto il fuoco delle opposizioni che avrebbero vita facile nello sparargli addosso quotidianamente. Mattarella, però, è aiutato da due fattori che potrebbero rivelarsi decisivi nella costruzione di un percorso almeno di medio respiro: la necessità di approvare una legge elettorale coerente per entrambe le Camere e la malcelata aspirazione dei cosiddetti “peones” che siedono tra i banchi parlamentari di superare la data del 17 settembre 2017, giorno in cui scatta per deputati e senatori della legislatura corrente il diritto a ricevere il vitalizio riservato agli “ex”.
Fatti due conti, la finestra temporale per andare alle urne si restringerebbe a un periodo compreso tra la fine della primavera e l’inizio dell’autunno del prossimo anno. Ciò che Renzi non vuole. Ma non sta a lui decidere. Il capo dello Stato al più gli concederà la possibilità di indicare un nome per la successione che non faccia velo ai suoi propositi di riscatto. Si tratta di un’offerta di quelle che non si possono rifiutare perché le conseguenze di un diniego sarebbero rovinose. Se Renzi dicesse di no a Mattarella scatterebbe il “piano B”, che consiste nello sfilargli il partito dalle mani. Per l’evenienza sono già mobilitate le truppe cammellate della corrente interna al Pd che fa capo a Dario Franceschini. Si tratta della componente maggioritaria che fa il bello e il cattivo tempo dentro il partito. Se Renzi perdesse il sostegno dei neo-dorotei del corpaccione franceschiniano dovrebbe dire addio ai sogni di gloria. È quindi prevedibile che il giovanotto si piegherà al cortese invito rivoltogli dal Quirinale di fare un nome potabile da mettere alla guida di un Esecutivo che provveda a fare la legge elettorale ed a rappresentare il Paese agli appuntamenti internazionali programmati per la prima metà del prossimo anno. Il nome dell’ex ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, potrebbe fare al caso: troppo esperto per commettere gaffes da principiante, troppo debole per diventare in prospettiva l’anti-Renzi. Esauriti i compiti assegnati entro il prossimo mese di maggio, il mite conte Gentiloni toglierebbe il disturbo per tornare alle sue amate racchette da tennis, a patto che i “peones” non lo costringano a tirarla per le lunghe nell’intento di scavallare il mitico “17 settembre”. Se così dovesse andare rassegniamoci a vivere un anno di campagna elettorale durante il quale chiacchiere e promesse da marinaio terranno banco al posto delle soluzioni concrete ai problemi della gente comune. Cambiano i musicanti, ma la musica resta la stessa. Allegria!

di Cristofaro Sola - 10 dicembre 2016