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14/11/15

MARO' IN INDIA. IL CASO ENRICA LEXIE (LE RAGIONI DELL'INNOCENZA) ___" Enrica Lexie: Analisi Tecnica "__

Gli allegati ITLOS - Testata



Il giorno 15/2/2012, fra le ore 16 e le 17 locali, la petroliera italiana Enrica Lexie, che viaggiava a oltre 20 miglia dalla costa indiana dello Stato del Kerala, direzione 330°, velocità 14 nodi, veniva avvicinata da una imbarcazione con modalità giudicate "aggressive".

il rapporto Latorre

           Il testo del rapporto inviato dai militari italiani (da IL GIORNALE)


Detta imbarcazione veniva avvistata dal radar di bordo già a 2,8 NM (miglia nautiche) dalla Enrica Lexie, veniva dato l'allarme, si aumentava la velocità ma constatato che l'imbarcazione non desisteva dalla sua manovra di avvicinamento, interveniva il personale militare che sparando alcuni colpi in acqua (a 500 metri, 300 e 100 metri), dissuadeva le persone a bordo della piccola imbarcazione a proseguire l'avvicinamento.
L'imbarcazione si allontanava, e dalle testimonianze dei militari, che descrivevano il natante come di colore blu e lungo circa 12 metri, nessuno era stato colpito.


                                                             ====================



Indice

  1. Premessa
  2. ANNEX 1: Guardia Costiera, il Diario degli Eventi
  3. La Fuga
  4. La Caccia
  5. La Cattura
  6. Gli Effetti Speciali
  7. ANNEX 1 Conclusioni
  8. ANNEX 2: FIR, La Deposizione di Freddy
  9. L'Orario dell'Incidente
  10. Il Luogo dell'Incidente
  11. Le Modalità dell'Incidente
  12. La Mancata Identificazione
  13. L'Anomala Richiesta di Soccorso
  14. Il Sub-Inspector
  15. Evidenze
  16. ANNEX 2 Conclusioni
  17. ANNEX 4: Autopsia 'Sasikala'
  18. Valentine Jalestine
  19. Ajees Pinku
  20. ANNEX 4 Conclusioni
  21. ANNEX 48: Scena del Crimine: direzioni, velocita' e distanze
  22. Dichiarazioni Sulle Rispettive Direzioni
  23. Discussione
  24. Riscontri
  25. ANNEX 48 Conclusioni
  26. ANNEX 5: Ricerca delle Armi
  27. Cabina N.329
  28. Cabina N.405
  29. Discussione
  30. Attendibilità del documento
  31. La mitragliera cal. 7.62mm
  32. La "stranafirma"
  33. Considerazioni circa la ricerca delle armi
  34. ANNEX 5 Conclusioni

 

Analisi Tecnica:  http://www.seeninside.net/piracy /it-alle1.htm#c6

Il carabiniere si sfoga: "Lo Stato aiuta i ladri"... "non c'è tutela per il cittadino onesto" ......

"37 anni per la strada e tutte le volte che ho arrestato qualcuno il giorno dopo era già fuori". Sebastiano Leone è in pensione da un anno ma rivendica con orgoglio la sua vita al servizio dell’Arma



"37 anni per la strada e tutte le volte che ho arrestato qualcuno il giorno dopo era già fuori".





Sebastiano Leone è in pensione da un anno ma rivendica con orgoglio la sua vita al servizio dell’Arma. Al Giorno, il carabiniere che faceva parte del nucleo radiomobile della Toscana si confessa con una velo di amarezza: "Chi deve operare ha paura. Ormai le cose stanno così: uno si chiede se valga la pena oppure sia meglio arrivare a sirene spiegate che, intanto, quelli scappano. Vedo il ladro che scappa, lo rincorro, lo piglio con la refurtiva in mano e poi c’è chi mi viene a chiedere con tono accusatorio: ‘Ma perché l’hai arrestato?’. Vai in tribunale e sembra che l’imputato sia tu. Se uno fa resistenza e cerchi di bloccarlo finisci sotto accusa perché dice che l’hai picchiato. Il tuo operato si mette in dubbio".

E ancora: "Non mi ci sono mai abituato a ritrovarmi davanti persone spaventate, umiliate, in lacrime. Un uomo, non lo posso dimenticare, l’avevano fatto inginocchiare davanti alla moglie puntandogli un cacciavite alla gola". Scene di orrore puro... "Un altro, a Cerreto. L’avevano spaccato di legnate e poi, tutto nudo, l’avevano legato ad una sedia con il fil di ferro. Era massacrato e quando siamo arrivati abbiamo cominciato a levargli il fil di ferro dalla carne. E tutto questo per cento euro. Lui non faceva che raccontare: ‘Mi sono svegliato con una luce negli occhi e non ho capito più niente. Mi sono visto passare la vita davanti agli occhi’". I più feroci sono gli stranieri? "Sono cattivi, molto cattivi. Le organizzazioni dei georgiani, dei russi, dei romeni. Secondo me ci sono molti ex militari o paramilitari che adottano tecniche di guerra. Estremamente pericolosi. E quando entrano nelle case dove ci sono donne... Molte non denunciano per vergogna. Ma noi ci rendiamo conto, quando interveniamo, che ci sono state violenze che non vengono riferite. Non c’è tutela per il cittadino onesto". 

 Mario Valenza - 13/11/2015 - 09:55
fonte: http://www.ilgiornale.it/ 

Gli attentati a Parigi, ( e Bruxelles ) le serpi in seno ..... aveva ragione Oriana



Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia». Anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. Incominciai con La Rabbia e l’Orgoglio . Continuai con La Forza della Ragione . Proseguii con Oriana Fallaci intervista sé stessa e con L’Apocalisse . I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic «plebaglia-di-destra». E sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia.

Il nemico è in casa
Continua la fandonia dell’Islam «moderato», la commedia della tolleranza, la bugia dell’integrazione, la farsa del pluriculturalismo. E con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un’esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Be’, il nemico non è affatto un’esigua minoranza. E ce l’abbiamo in casa. Ed è un nemico che a colpo d’occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all’occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l’automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Un nemico che in nome dell’umanitarismo e dell’asilo politico accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della «necessità» (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l’Olimpo Costituzionale. «Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi». Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all’imam. Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l’Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l’esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca.

Il crocifisso sparirà
Un nemico che appena installato nelle nostre città o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l’alloggio gratuito o semi-gratuito nonché il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà. Un nemico che ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè «col liquore». E-attenta-a-non-ripeter-l’oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce «un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani». Un nemico che in Inghilterra s’imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioè pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d’un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino.

Dialogo tra civiltà
Apriti cielo se chiedi qual è l’altra civiltà, cosa c’è di civile in una civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà. Che per libertà, hurryya, intende «emancipazione dalla schiavitù». Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell’Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. Che dei Diritti dell’Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall’Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c’è di civile in una civiltà che tratta le donne come le tratta. L’Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. È incompatibile col concetto di civiltà.

Una strage in Italia?
La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ho mai avuto. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all’Africa cioè ai Paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi.

Multiculturalismo, che panzana
L’Eurabia ha costruito la panzana del pacifismo multiculturalista, ha sostituito il termine «migliore» col termine «diverso-differente», s’è messa a blaterare che non esistono civiltà migliori. Non esistono principii e valori migliori, esistono soltanto diversità e differenze di comportamento. Questo ha criminalizzato anzi criminalizza chi esprime giudizi, chi indica meriti e demeriti, chi distingue il Bene dal Male e chiama il Male col proprio nome. Che l’Europa vive nella paura e che il terrorismo islamico ha un obbiettivo molto preciso: distruggere l’Occidente ossia cancellare i nostri principii, i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. Ma il mio discorso è caduto nel vuoto. Perché? Perché nessuno o quasi nessuno l’ha raccolto. Perché anche per lui i vassalli della Destra stupida e della Sinistra bugiarda, gli intellettuali e i giornali e le tv insomma i tiranni del politically correct , hanno messo in atto la Congiura del Silenzio. Hanno fatto di quel tema un tabù.

Conquista demografica
Nell’Europa soggiogata il tema della fertilità islamica è un tabù che nessuno osa sfidare. Se ci provi, finisci dritto in tribunale per razzismo-xenofobia-blasfemia. Ma nessun processo liberticida potrà mai negare ciò di cui essi stessi si vantano. Ossia il fatto che nell’ultimo mezzo secolo i musulmani siano cresciuti del 235 per cento (i cristiani solo del 47 per cento). Che nel 1996 fossero un miliardo e 483 milioni. Nel 2001, un miliardo e 624 milioni. Nel 2002, un miliardo e 657 milioni. Nessun giudice liberticida potrà mai ignorare i dati, forniti dall’Onu, che ai musulmani attribuiscono un tasso di crescita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all’anno (i cristiani, solo 1’1 e 40 per cento). Nessuna legge liberticida potrà mai smentire che proprio grazie a quella travolgente fertilità negli anni Settanta e Ottanta gli sciiti abbiano potuto impossessarsi di Beirut, spodestare la maggioranza cristiano-maronita. Tantomeno potrà negare che nell’Unione Europea i neonati musulmani siano ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles raggiungano il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e che in varie città italiane la percentuale stia salendo drammaticamente sicché nel 2015 gli attuali cinquecentomila nipotini di Allah da noi saranno almeno un milione.

Addio Europa, c’è l’Eurabia
L’Europa non c’è più. C’è l’Eurabia. Che cosa intende per Europa? Una cosiddetta Unione Europea che nella sua ridicola e truffaldina Costituzione accantona quindi nega le nostre radici cristiane, la nostra essenza? L’Unione Europea è solo il club finanziario che dico io. Un club voluto dagli eterni padroni di questo continente cioè dalla Francia e dalla Germania. È una bugia per tenere in piedi il fottutissimo euro e sostenere l’antiamericanismo, l’odio per l’Occidente. È una scusa per pagare stipendi sfacciati ed esenti da tasse agli europarlamentari che come i funzionari della Commissione Europea se la spassano a Bruxelles. È un trucco per ficcare il naso nelle nostre tasche e introdurre cibi geneticamente modificati nel nostro organismo. Sicché oltre a crescere ignorando il sapore della Verità le nuove generazioni crescono senza conoscere il sapore del buon nutrimento. E insieme al cancro dell’anima si beccano il cancro del corpo.

Integrazione impossibile
La storia delle frittelle al marsala offre uno squarcio significativo sulla presunta integrazione con cui si cerca di far credere che esiste un Islam ben distinto dall’Islam del terrorismo. Un Islam mite, progredito, moderato, quindi pronto a capire la nostra cultura e a rispettare la nostra libertà. Virgilio infatti ha una sorellina che va alle elementari e una nonna che fa le frittelle di riso come si usa in Toscana. Cioè con un cucchiaio di marsala dentro l’impasto. Tempo addietro la sorellina se le portò a scuola, le offrì ai compagni di classe, e tra i compagni di classe c’è un bambino musulmano. Al bambino musulmano piacquero in modo particolare, così quel giorno tornò a casa strillando tutto contento: «Mamma, me le fai anche te le frittelle di riso al marsala? Le ho mangiate stamani a scuola e…». Apriti cielo. L’indomani il padre di detto bambino si presentò alla preside col Corano in pugno. Le disse che aver offerto le frittelle col liquore a suo figlio era stato un oltraggio ad Allah, e dopo aver preteso le scuse la diffidò dal lasciar portare quell’immondo cibo a scuola. Cosa per cui Virgilio mi rammenta che negli asili non si erige più il Presepe, che nelle aule si toglie dal muro il crocifisso, che nelle mense studentesche s’è abolito il maiale. Poi si pone il fatale interrogativo: «Ma chi deve integrarsi, noi o loro?».

L’islam moderato non esiste
Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione.

Ecco cos’è il Corano
Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli.

Oriana Fallaci 


Commento

Leggete queste righe come fossero un saggio scritto ieri, e avrete una valida analisi dei fatti di attualità degli ultimi giorni. Ma, com'è ovvio, le righe che seguono sono state scritte da Oriana Fallaci non in queste ore, ma all'indomani dell'11 settembre del 2001, dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Parole scritte con rabbia e con l'intensità di cui lei era capace, ma anche con coraggio. Un coraggio che dette fastidio a chi preferiva non intendere le sue ragioni. Abbiamo deciso di ripubblicare un estratto dei suoi scritti sul rapporto tra l'Islam e l'Occidente, che si possono leggere in versione integrale nei libri editi da Rizzoli:


Un atto di giustizia rileggerli oggi che il quadro è ancora più chiaro e molti, che le davano della pazza, sono costretti ad ammettere che invece ci aveva visto giusto.

da http://www.ilgiornale.it - 26/08/2014

13/11/15

Immigrati: i muri balcanici e il funerale dell’Europa



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Dopo aver informato i Paesi vicini delle proprie intenzioni, nella giornata di ieri Lubiana ha iniziato a sistemare la recinzione in filo spinato lunga 80km che servirà ad impedire che gli immigrati diretti verso nord possano attraversare in maniera incontrollata il fiume Sotla/Sutla, che separa Slovenia e Croazia.
La reazione di Zagabria non solo non si è fatta attendere, ma è stata anche molto decisa: nella città di confine di Harmica, infatti, sono stati inviati alcuni appartenenti ai reparti speciali della Polizia a cui è stato ordinato di eliminare una parte della barriera che, a detta delle autorità croate, era stata posizionata all’interno del suo territorio nazionale.
Come riportano il quotidiano zagabrese Jutarnji List e quello lubianese Delo, all’inizio delle operazioni di rimozione sono seguiti momenti di impasse, durante i quali i gli specijalci dei due Paesi sono rimasti in attesa che l’intervento dei rappresentanti civili risolvesse la questione, che in realtà resta tutt’ora aperta in assenza di un chiaro accordo politico.

 

Secondo le notizie riportate da alcuni media croati, inoltre, nella giornata di oggi la Slovenia avrebbe rafforzato la propria presenza nei pressi del valico oggetto del contendere, che attualmente sarebbe controllato da circa 20-30 effettivi delle forze speciali (armati e a volto coperto).
Al di là delle ovvie conseguenze che avrà tale vicissitudine, emerge chiaramente che la situazione “immigrazione” ha raggiunto un livello di guardia così alto che anche i Paesi che inizialmente criticavano la decisione ungherese di costruire un muro lungo il confine con la Serbia hanno deciso di imitare Orbán e, in certi casi, di “superarlo”, tanto che in Slovenia il Partito giovanile Mlada Slovenija ha chiesto di multare di 400 euro tutti i clandestini.
Oltre a ciò, risulta chiaro che piccole crisi come quella di cui sopra rischiano di capitare con sempre maggiore frequenza, perché al sangue freddo delle Forze dell’ordine, che regolarmente cercano di stemperare gli animi, si contrappone una certa superficialità degli esecutivi.

 

I vertici politici, infatti, pressati da ragioni di politica interna, prendono decisioni palesemente destinate a suscitare le reazioni dei vicini, senza considerare le conseguenze o gli incidenti che possono verificarsi. Tale comportamento, che perdura ormai da mesi, ha contribuito ad esacerbare relazioni già tese (come quelle fra Budapest e Zagabria) o a mettere a rischio quelle che invece sono tradizionalmente abbastanza buone, come dimostrano i fatti di Harmica.
Più in generale, colpisce l’atteggiamento passivo della UE, che al di là dei proclami ufficiali non ha svolto un ruolo significativo. L’Europa, infatti, non solo non ha fornito il supporto necessario affinché gli stati ex-jugoslavi e l’Ungheria possano affrontare in maniera congiunta la questione immigrazione, ma è stata anche percepita come un potere lontano che si palesa solo quando vuole imporre l’accoglienza di un certo numero di richiedenti asilo.

 

Secondo il quotidiano Politika, ad esempio, in questi giorni Bruxelles avrebbe chiesto a Skoplje di accettare circa 20mila richiedenti asilo, in gran parte afghani, una cifra che corrisponderebbe a circa l’1% della popolazione totale della Macedonia e che non tiene conto del fatto che il Governo si era dichiarato in grado di ospitarne massimo 2.000 e comunque per non più di 72 ore.
Indipendentemente dalle ragioni che hanno portato alla decisione di non immischiarsi in questi problemi, comunque, l’inazione dell’Unione Europea rischia di trasformarsi in un autogoal, poiché manda un chiaro messaggio agli Stati membri: ognuno è libero di affrontare a modo proprio l’emergenza, anche violando i principi base dell’integrazione europea, senza che vi siano conseguenze negative.
 

Oltre a ciò, l’assenza di un intervento deciso in un’area storicamente soggetta a scontri culturali e a una certa animosità nei rapporti bilaterali, fa sì che i Balcani si trovino nuovamente nell’occhio del ciclone, con il concreto rischio che la situazione possa complicarsi improvvisamente, come hanno dimostrato alcune recenti crisi diplomatiche.
Nei mesi successivi all’aumento dei flussi migratori lungo la direttrice Grecia-Austria, infatti, si è assistito a duri confronti politici, nei quali spesso è stata la Croazia ad avere un ruolo chiave, come confermano le liti con Serbia, Ungheria e, più recentemente, Slovenia.


 

Alla luce di ciò, ci dovrebbe essere una maggiore attenzione nei confronti della crescente tendenza alla costruzione di barriere lungo i confini dei paesi ex-jugoslavi poiché, al di là dell’ovvia considerazione secondo cui sia notevolmente più facile costruirli che abbatterli, i muri non sono la soluzione.
Si tratta, infatti, di un semplice palliativo che cerca di nascondere l’incapacità e la mancanza di volontà dell’Europa di risolvere alla radice il problema dell’immigrazione e che rischia di aprire nuove fratture in zone ancora più vicine al cuore del Vecchio continente.

Foto ANSA

di Luca Susic13 novembre 2015

fonte: http://www.analisidifesa.it


Così i secessionismi europei fanno il gioco di Bruxelles


secessione 
Se prima, a partire dalla Rivoluzione Francese, le centrali del potere erano a favore – in chiave anti-clericale e anti-imperiale – dei nazionalismi in Europa, oggi queste mirano alla distruzione della sovranità degli Stati per forgiare il “villaggio capitalistico globale”. Di conseguenza sorge questa domanda: per combattere l’ordine precostituito non diventa dunque necessario sostenere il concetto di “nazione” in quanto parametro filosofico-culturale di riferimento che non è l’unico possibile ma risulta quello strategicamente più pertinente?
Oggi i Veneti, domani i Triestini, i Lombardi, i Friulani, e poi ancora i Calabresi, i Siciliani, i Sardi.  L’Italia rischia di implodere per due motivi: da una parte esiste una protesta legittima su scala locale contro uno Stato parassitario, burocratico, esattore, privato, dall’altra invece sussiste una legislazione che garantisce ad alcune regioni (Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta), un’autonomia speciale mentre quelle ordinarie sono relativamente svincolate da un sistema che converge più verso il federalismo che al giacobinismo alla francese. La “balcanizzazione” dell’Italia è però solo il riflesso di quello che sta accadendo nel resto dell’Europa. Questo processo secessionistico è iniziato con la disintegrazione della Yugoslavia nel 1991 e rischia di diventare irreversibile per tutte le nazioni europee che possiedono all’interno movimenti e partiti indipendentisti o legislazioni flessibili. Si pensi alle rivendicazioni autonomiste in Spagna (baschi, catalani, ecc.), in Belgio (fiamminghi e valloni), in Francia (Corsica, Alsazia), o ancora al diritto dei “land” (potere esecutivo e legislativo) in Germania.
In realtà questi progetti, seppur idealmente identitari e autonomisti, non fanno altro che rinsaldare l’Unione Europea che a suo modo vede di buon occhio l’abolizione di ogni potere statale. Bruxelles infatti già promuove questa logica implosiva: da un lato ci sono i fondi strutturali (che non passano più nelle mani dei governi nazionali per poi essere ridistribuiti, ma si protraggano direttamente verso le regioni che li gestiscono a loro uso e consumo) dall’altro esistono alcune istituzioni riconosciute dal Trattato di Lisbona che hanno come obiettivo di mutare le frontiere attraverso una cooperazione locale e transfrontaliera (Alpen Adria, Assembly European Region, Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa). Le piccole patrie europee (dalla Repubblica di Venezia fino al Paese Basco passando per la Corsica e la Catalogna) hanno una storia millenaria, una forte identità e legittimamente custodiscono con gelosia la propria storia, ma è ancor più vero che questo ruolo di salvaguardia – ai tempi dell’ideologia europeista – deve perpetuarsi nel quadro nazionale. Secessione non fa sempre rima con sovranità. Niccolò Machiavelli affermava categoricamente che “uno Stato è libero e sovrano quando ha l’egemonia sulle armi e la moneta”. A cosa servirebbe invero conquistare l’indipendenza se poi l’economia gira intorno all’Euro e l’esercito viene subordinato al Comando militare della Nato?
di Sebastiano Caputo - 11 novembre 2015
fonte:http://blog.ilgiornale.it/sebastianocaputo

#VoxPopuli – Nassiriya, i Marò e i manifesti all’americana





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ROMA – Amo la Marina militare. Da ragazzotto – tra le tante altre fantasie che mi animavano – c’era quella di fare l’accademia per diventare ufficiale di Marina, confesso attratto anche dalla favolosa uniforme.
Oggi, portando i bambini dal medico, mi sono imbattuto in cartelli che invitano ad arruolarsi in Marina. All’inizio il messaggio non mi era chiaro, perché sui cartelloni sono ritratti dei Rambo dalle fattezze  occultate  dal  nerofumo  o  camuffate  in  varia  maniera.  Sembrava  il  cartellone  di  un 

ennesimo film americano di azione nella giungla. Un Rambo 33. Ma ho notato che c’era anche una confortevole bandiera con le insegne di quattro delle nostre cinque repubbliche marinare (la quinta, Ragusa la bella, oggi si chiama Dubrovnik e per non dare fastidio ai vicini croati abbiamo deciso di cancellarla addirittura dai libri di storia e dalle insegne militari), quindi mi sono detto che doveva essere roba nostra. Poi, l’ennesimo choc, quasi terminale: sotto il cartello una scritta angloamerica che strilla “Join the Navy”.
Join the navy? Ma a chi è rivolto il manifesto di reclutamento? Se fosse rivolto – che so – ai miei figli, ci sarebbe scritto un banale “arruolati in Marina”. Ma “join the navy”?
“Non è una canzone di quel gruppo gay che andava tanto negli anni Ottanta?” azzarda mia moglie che mi è seduta accanto. “I Village People?” butto lì. Effettivamente c’era una loro canzone che si intitolava “In the Navy” e nel video due dei baffuti membri del gruppo indossavano belle uniformi bianche. A risentirla bene anche quella canzone suonava come un bando di reclutamento…
Penso – e come non potrei? – alle fotografie di militari della marina alle quali ci hanno abituato ormai da più di tre anni. Quelle dei due marò che abbiamo consegnato in mani ostili e senza alcuna garanzia su richiesta delle autorità di uno Stato indiano. Sul come e perché uno Stato come il nostro, che in teoria ha un certo riconosciuto ruolo anche internazionale, abbia deciso di autoinfliggersi una tale pubblica umiliazione non è ancora chiaro. Anche sulle reali responsabilità della gestione quanto meno pecoreccia della vicenda ci sono stati in passato orrendi rimpalli e poi è caduta una cappa di omertà… il che fa pensare che le responsabilità siano diffuse e trasversali…
Non credo che il manifesto “Join the navy” potrà mai cancellare dagli occhi di un ragazzo italiano l’immagine fiera dei due sottufficiali sacrificati a non si sa quale Ragion di AntiStato. E temo che un ragazzo (o una ragazza) di buon senso possa cancellare il sospetto che non sarebbe così tanto tutelato se si imbarcasse in divisa su una nave italiana, visto il precedente.
Certo non con la facilità con cui in Italia si cancella il ricordo dei propri caduti o prigionieri, quando le cose non vanno per il meglio. Per 60 anni abbia cancellato dai nostri libri di scuola persino l’esistenza della pulizia etnica sofferta dopo la guerra dai nostri concittadini giuliano dalmati, migliaia dei quali sono stati infoibati.
Mentre scrivo leggo pochi e brevi annunci di celebrazioni locali dell’anniversario della strage di Nassiriya, accaduta 12 anni fa. Ricordo inevitabilmente un pessimo servizio di un Tg Rai alla camera ardente allestita per le vittime all’altare della Patria a Roma. Fuori del monumento c’era una fila interminabile di persone che aspettavano il loro turno solo per entrare e mettere un fiore, compostamente e in silenzio. Una giornalista andava da uno all’altro sbattendogli il microfono in faccia e chiedendogli “Lei perché è qui?”, con evidente fastidio. Infine si è lanciata su una ragazza, che avrà avuto forse 20 anni, vestita di scuro, che aveva poggiato sula spalla un piccolo tricolore. Alla domanda di rito la giornalista pensò bene di anticipare la risposta che aveva in mente e cioè “sei di destra?”, reputando evidentemente che chi stava lì doveva farlo per una motivazione in qualche modo “viziata” almeno dall’ideologia. La ragazza la guardò, giustamente, come si guarda una povera pazza che ti apostrofa per strada; e le rispose: “non lo so se sono di destra, ma sono italiana e chiunque muore sotto un tricolore è un morto che mi appartiene. E quindi gli rendo omaggio”. Mi fece commuovere. Invece la giornalista mi fece imbufalire, ma mi costrinse ad abbandonare il divano e il telecomando e fare quello che avrei dovuto fare sin dalla mattina: andarmi a mettere in fila anch’io. Perché la mia Italia era quella della ragazza con il vestito nero, non quella della giornalista pagata con i soldi pubblici per disprezzare chi dava ancora un minimo di valore a una bandiera che non fosse una bandiera di partito.

di Marcello De Angelis - 12 novembre 2013
fonte: http://www.lavocedelpopolo.net - redazione

12/11/15

CASO MARO': " Toni Capuozzo: "Così vi racconto come l'Italia abbandona i marò" "


Lo storico giornalista ed inviato di guerra presenta il nuovo libro dedicato al caso dei due fucilieri di Marina: "L'Italia sperava che finisse a tarallucci e vino e per questo non ha mai avuto il coraggio di proclamare la loro innocenza"


"Due persone sul cui capo pende un'accusa ma che in tre anni e mezzo non sono ancora state rinviate a giudizio: questi sono i marò. Due uomini a cui viene negato qualcosa che sarebbe scontato in qualsiasi Stato di diritto."



Toni Capuozzo parla con passione di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri di marina detenuti in India dal 2012 con l'accusa, infamante, di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati. Capuozzo ha conosciuto di persona Latorre, nel lontano 2006 e sul caso dei due marò ha scritto anche un libro, "Il segreto dei marò", che verrà presentato domani sera alle 21 al "Presidio" di piazza Aspromonte alla presenza degli ex ministri Mario Mauro e Ignazio Larussa, insieme a Matteo Carnieletto de ilGiornale.it.
Ieri Mattarella ha auspicato il rientro dei marò in Italia. Qual è lo stato attuale delle cose?
"È preoccupante. Sono appena stati nominati in giudici della Corte arbitrale internazionale dell'Aja, ma è difficile aspettarsi una decisione diversa da quella del Tribunale del Mare di Amburgo, che aveva pilatescamente sospeso ogni iter giudiziario."
Nel concreto che significa?

"Che Latorre e Girone restino sotto scacco della giustizia indiana per anni. Italia e India si confronteranno per decidere chi ha diritto a processarli. E loro continueranno a non aver diritto a un processo che attendono già da tre anni."
Come siamo arrivati a questa situazione?
"Nella diplomazia, come in ogni altro confronto, i rapporti di forza contano. Qui abbiamo una diplomazia indiana da sempre determinata all'offensiva e una diplomazia italiana sempre in ritirata e sempre in cerca di un accordo al ribasso. Lo stesso governo Renzi avviò un negoziato che era in buona sostanza un patteggiamento."
La responsabilità politica, dunque, di chi è?
"Dal 15 febbraio 2012, giorno dell'incidente, si sono succeduti cinque ministri degli Esteri e tre della Difesa. Non metto tutti sullo stesso piano, perché è evidente che quelli del governo Monti portano colpe maggiori, ma non posso negare che siano tutti compartecipi di un fallimento."
Tra i responsabili di questo disastro, qualcuno ha pagato per i propri errori?
"Nessuno. Corrado Passera, che si impegnò per farli tornare in India, continua a far politica e ha fondato un partito. L'ex Presidente Napolitano li ricevette al Quirinale per poi rimandarli a Dehli: non si riceve al Colle chi ha ucciso, sia pure per sbaglio, due pescatori inermi."
Come si esce da questo impasse?
"È il momento di una soluzione extragiudiziale, serve un'iniziativa politica. Roma e Dehli dovrebbero intrecciare un dialogo costruttivo: Modi avrebbe l'occasione di un gesto magnanimo, Renzi potrebbe risolvere un problema che si trascina da troppo tempo. Bisogna riportare il conflitto nell'alveo di un confronto giuridico serio. Solo quello."
In che senso?
"Lo scontro diplomatico ha coinvolto i rapporti tra i due Paesi ad ogni livello: l'India non ha partecipato ad Expo 2015, importanti aziende italiane vengono esclusi da appalti in India per centinaia di milioni di euro. Bisogna svelenire il clima, lo chiedono le comunità commerciali dei due Paesi."
E lo chiedono soprattutto i fucilieri di marina. Come convincere l'India a permettere loro di tornare in Italia, in attesa che venga celebrato il processo?
"Impegnandosi a presentarsi a Dehli il primo giorno della prima udienza, se il processo si terrà in India. Trattando i pescatori indiani morti come se fossero italiani, nel caso il processo dovesse celebrarsi a Roma. Del resto anche dovessero tornare in Italia non ci sarebbe pericolo di fuga, né di inquinamento delle prove, né di reiterazione del reato."
Da sempre convinto dell'innocenza dei marò, lei conosciuto personalmente Latorre, in Afghanistan, nel 2006: che tipo d'uomo é?
"Una persona perbene. A Kabul mi faceva da capo scorta: mai una sgommata, mai una spacconata. E se in Afghanistan uno vuole giocare a fare il Rambo ti assicuro che le occasioni non mancano."
Il suo libro si intitola "il segreto dei marò": qual è questo segreto?
"È un segreto di Pulcinella: quello sulla loro innocenza. Loro hanno sempre detto di non essere colpevoli, ma le Istituzioni italiani hanno sempre tenuto questo segreto nascosto."
Perché?
"Sostenere apertamente l'innocenza dei marò avrebbe causato un aspro braccio di ferro diplomatico, cosa che l'Italia non voleva fare, temendo per i propri affari. Eravamo convinti che si sarebbe risolto tutto a tarallucci e vino. E invece..."

 Giovanni Masini  - Gio, 12/11/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it/ 


CASO MARO' - " Quando il governo Monti disse: "Non li ridaremo all’India"


LE ULTIME PAROLE FAMOSE

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Le autorità italiane hanno più volte annunciato «svolte» e «cambi di passo», nella vicenda dei marò, ma ogni proclama, in questi tre anni e mezzo, si è rivelato solo uno spot.
 
«Tre punti di accordo»
22 febbraio 2012 - «Su tre punti siamo in accordo con il governo indiano», annuncia il sottosegretario agli Esteri del governo Monti Staffan De Mistura: «I due marinai indiani purtroppo sono morti, l’incidente è avvenuto in acque internazionali, tutti vogliamo la verità, perché solo la verità ci permetterà di trattare nel modo giusto questa vicenda ».
 
Il governo Monti paga
20 aprile 2012 - Dai giornali indiani: 290mila euro sono stati consegnati alle famiglie dei due pescatori uccisi al largo delle coste del Kerala il 15 febbraio scorso, vicenda nella quale sono implicati i marò Latorre e Girone. La notizia è stata confermata dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, e potrebbe portare ad una rapida soluzione il caso dei marò. Ma l’ammiraglio sottolinea che l’accordo «non ha nulla a che fare» con il procedimento giudiziario.
 
Licenza elettorale
23 febbraio 2013 - I due marò tornano in Italia. Questa volta per votare alle Elezioni Politiche e Regionali 2013. Il permesso, di quattro settimane concesso dalla Corte suprema di New Delhi arriva dopo quello natalizio. Il clima è disteso, la vicenda sembra quasi risolta .
 
«Restano in Italia»
11 marzo 2013 - Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non torneranno in India. Lo annuncia il ministero degli Esteri del governo Monti Giulio Terzi in una nota. «L’Italia ha informato il Governo indiano che, stante la formale instaurazione di una controversia internazionale tra i due Stati - si legge nel comunicato - i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non faranno rientro in India alla scadenza del permesso loro concesso». Poi il governo Monti si rimangia l’annuncio, i marò tornano in India, il ministro degli esteri Terzi si dimette.
 
«Devono tornare»
18 febbraio 2014 - Dopo l’ennesimo rinvio di una udienza da parte dei magistrati indiani il ministro degli Esteri Emma Bonino richiama l’ambasciatore e afferma: «Quello che sta accadendo ai due marò «non è più accettabile: non possono essere vittime di lungaggini e complessità, per non dire altro...». Non possiamo andarli a prendere «manu militari, ma devono tornare a casa».
 
«Non saranno processati»
26 marzo 2014 - «Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non andranno a processo»: a garantirlo, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, è Staffan de Mistura, l’inviato speciale del governo: « Al processo noi non andiamo, non presenteremo i nostri fucilieri, insistiamo per la giurisdizione internazionale della questione ». Entro un mese, assicura, si vedranno gli effetti dell’azione del governo. Nessun altro dettaglio, fa sapere de Mistura, «per non favorire eventuali contromosse di Delhi».
 
«Strategia condivisa»
24 aprile 2014 - Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha annunciato che per la soluzione del caso dei due marò «si apre la procedura internazionale». Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti: «il governo lavora unito sul tema, che è essenziale». Si tratta di una «precisa strategia condivisa con il Parlamento che poggia sull’internazionalizzazione della vicenda ». L’arbitrato internazionale sarà attivato solo il 26 giugno 2015, più di un anno dopo.
 
«A casa definitivamente»
23 dicembre 2014 - Dopo un incontro con il presidente Napolitano il premier Renzi: «Dobbiamo portare tutti in Italia» definitivamente. «Se c’era da fare un processo sono passati quasi tre anni», quindi «siamo al lavoro con il governo, in un clima di rispetto reciproco, ma chiediamo che si faccia rapidamente».
 
«Rapporti diretti»
14 aprile 2015 - Sulla questione dei marò «stiamo cercando di risolvere con rapporti diretti» con l’India: riferisce il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. «Ci stiamo lavorando, purtroppo non abbiamo ancora trovato una soluzione» malgrado i «canali politici con la nuova leadership indiana», precisa il titolare della Farnesina.
Oggi Salvatore Girone è agli arresti domiciliari nell’ambasciata italiana a New Delhi, mentre Latorre, colpito da un ictus il 31 agosto 2014, è in Italia per curarsi.

Antonio Angeli- 12 novembre 2915
fonte:http://www.iltempo.it

11/11/15

ALLARME SICUREZZA, così a ottobre 2012 : "Sempre meno uomini, cittadini indifesi" .... appelli inascoltati ?

 

Sempre meno uomini, cittadini indifesi

Sicurezza, il grido d'allarme del sindacato di polizia Sap
Scippi, rapine, borseggi, furti in casa e nei negozi: l’emergenza criminalità è sotto gli occhi di tutti. A fronteggiare la malavita però sempre di più ci sono forze dell’ordine con le armi spuntate. Organici quasi dimezzati rispetto alle piante organiche e agenti con un’età media - 45 anni - sempre più elevata e destinata a lievitare sempre di più. «Colpa delle politiche del governo che con continui tagli di risorse ed uomini stanno di fatto disarticolando uomini e mezzi delle forze dell’ordine».
Il grido di allarme è lanciato da Nicola Tanzi, segretario generale del Sap, il Sindacato Autonomo di Polizia, fra i più rappresentativi della categoria. Il leader sindacale ieri ha fatto tappa a Genova per denunciare i problemi del comparto sicurezza in un convegno tenuto allo Starhotel di Brignole dal titolo “Chi difende i difensori”, ormai uno slogan per il Sap, e annunciare la grande mobilitazione nazionale prevista per il 23 ottobre davanti a tutte le Regioni d’Italia: «La situazione in Liguria è drammatica è il panorama genovese non è da meno: rispetto al decreto ministeriale del 1989, l’organico della provincia è in deficit di circa 324 uomini, che in Liguria diventa 469, mentre il numero di agenti cinquantenni entro il 2013 arriverà a 300 unità».
Ottobre 2012 - http://www.corrieremercantile.it 

" Chi difende i difensori?" ,  al via a Genova la campagna nazionale SAP (ANSA, AGENPARL, LIBERO)

POLIZIA: SAP; CORPO IN GINOCCHIO, FRA 3 ANNI -20MILA AGENTI

'TAGLI GOVERNO CI MASSACRANO'. CAMPAGNA 'CHI DIFENDE DIFENSORI'
(ANSA) - GENOVA, 17 OTT - Carenze, difficolta' e tagli: la polizia italiana e' letteralmente a pezzi. In organico ad oggi mancano circa 11mila agenti ma se dovessero andare avanti le manovre previste dalla spending review il rischio e' di trovarsi fra tre anni con 20mila poliziotti in meno. A denunciarlo questa mattina e' stato il segretario nazionale generale del Sap Nicola Tanzi nell'ambito della presentazione in anteprima della compagna 'Chi difende i difensori'. Eloquente il manifesto e i messaggio che sara' lanciato dal sindacato autonomo di polizia e che vede un poliziotto del reparto mobile in ginocchio assalito da un manifestante con il volto travisato che tiene in mano un estintore.
''Le manovre governative - denuncia Tanzi - stanno mettendo in ginocchio la polizia. Se si dovesse continuare in questa direzione chiuderanno posti fissi, commissariati anche specialita': e' la sicurezza dei cittadini che e' messa a repentaglio''. Secondo il leader del Sap ci sono carenze incredibili: ''Mancano risorse per i mezzi, per gli straordinari, per la pulizia''.
Una crisi che riguarda anche Genova e la Liguria dove i buchi in organico sono di 270 e 500 agenti. Per questo il prossimo 23 ottobre i poliziotti manifesteranno in tutta Italia sotto le sedi delle presidenze delle Regioni: ''Per dare sicurezza ai cittadini - conclude Nicola Tanzi - non basta una passeggiata in citta' di qualche militare dell'Esercito''.

(ANSA) YL2 - 17-OTT-12 NNNN
fonte: http://www.sap-nazionale.org

POLIZIA: TANZI (SAP), PARTE LA CAMPAGNA NAZIONALE "CHI DIFENDE I DIFENSORI?"
 
(AGENPARL) - Genova, 17 ott - E' partita stamani la campagna nazionale "Chi difende i difensori?" organizzata dal Sindacato Autonomo di Polizia SAP. Il lancio e' avvenuto a Genova durante un'affollata assemblea di poliziotti svoltasi in un noto hotel cittadino alla quale ha partecipato il Segretario Generale Nicola Tanzi. Migliaia e migliaia di manifesti e volantini con l'immagine di un manifestante violento che lancia un estintore e di un poliziotto in tenuta da ordine pubblico accovacciato ai suoi piedi, con la scritta "Chi difende i difensori?", saranno presenti da oggi nelle principali citta' italiane.
" In questo momento in Italia - ha spiegato Tanzi - ogni problema sociale o di ordine pubblico viene 'scaricato' sulle forze di polizia che si trovano spesso e senza motivo sul banco degli imputati. Anche all'indomani degli ultimi fatti di cronaca i poliziotti chiedono maggiore tutela per lo svolgimento della propria professione e per garantire maggiore sicurezza ai cittadini. Il tema, forte, che rilanciamo proprio da Genova è quello delle cosiddette garanzie funzionali: non obbligatorieta' dell'iscrizio nel registro degli indagati degli operatori di polizia per fatti commessi in servizio, competenza del procuratore generale e non del pubblico ministero per azioni e comportamenti delle forze dell'ordine, responsabilità civile solo nei casi di dolo e non per colpa grave, introduzione di una sorta di 'daspo preventivo' per impedire ai soggetti violenti gia' noti agli archivi delle forze di polizia di partecipare alle manifestazioni, previsione del cosiddetto 'fermo differito' per assicurare alla giustizia gli autori di violenze e devastazioni"

com/cpi 17 OTT 12 NNNN
fonte:http://www.sap-nazionale.org

10/11/15

Pasqualino marajà




Dalla principale petromonarchia del Golfo, ai golfi italiani non più solo minacciati ma ormai compromessi, perché ieri il Ministero dello Sviluppo economico ha dato il via libera alle trivellazioni, contro gli interessi e le volontà delle popolazioni e degli enti locali. Stesso disprezzo per la democrazia. Ma è il tour operator del governo italiano.
Che ieri ha segnato la sua storica tappa import-export e innovazione con il viaggio di Renzi in Arabia saudita. Una puzza di petrolio e traffico di armi — quello criminale perfino per il papa. Una domanda. Ma la tanto vantata difesa dei diritti umani? Perché in Arabia saudita solo un mese fa è stata tagliata la mano a una donna di 55 anni, Kashturi Munirathinam che, immigrata dall’India, lavorava come domestica in una famiglia benestante saudita che la maltrattava in ogni modo, fino a negarle il cibo. Dopo mille sofferenze, ha tentato di fuggire: la «ribellione» è stata punita con il taglio della mano.
Sempre in Arabia saudita — dove dal 1985 al 2005 sono state eseguite 2.200 condanne a morte e da gennaio ad agosto 2015 ben 130 esecuzioni capitali — langue in carcere il blogger Raif Badawi condannato a dieci anni di carcere e a mille frustate — 50 già comminate davanti ad una folla plaudente — per avere fondato un forum online di dibattito. E cresce la protesta internazionale per il caso di Ali an-Nimr, il giovane di 21 anni condannato a morte per avere manifestato a favore di un imam sciita incarcerato.
Ma c’è la «ripresa» e bisogna battersi per il made in Italy. Se nel 2006 Gran Bretagna e Arabia Saudita hanno raggiunto un accordo da 19 miliardi di dollari per fornire alla flotta saudita 72 cacciabombardieri Eurofighter Typhoons, ecco che tra i costruttori dei caccia c’è anche l’italiana Finmeccanica.
Per Finmeccanica il valore della commessa è di circa 1,6 miliardi di euro: la quota della commessa che spetta al gruppo di piazza Monte Grappa è pari a circa il 20% del totale dell’ordine, che raggiunge gli 8 miliardi di euro.
Per la rivista di analisi IHS Jane’s, nel 2014 l’Arabia Saudita ha superato l’India divenendo il primo paese importatore di armamenti al mondo per 6,5 miliardi di dollari, con una crescita del 54% rispetto al 2013.
Nel 2014 il Ministero degli Esteri italiano ha autorizzato esportazioni militari verso Riyadh per 300 milioni di euro: in artiglieria, bombe, missili, razzi e velivoli, oltre ai residui di consegne per i caccia Eurofighter.
Intanto non passa giorno che i raid sauditi non massacrino civili in Yemen nel silenzio generale dei media occidentali. Senza dimenticare che proprio i Sauditi — ora passati alla «coalizione dei buoni» — sono stati i finanziatori delle milizie integraliste jihadiste, dall’Isis alla qaedista ad Al Nusra in guerra in Siria.
Un’Italia democratica e indipendente almeno protesterebbe.
E invece Matteo Renzi, novello «Pasqualino marajà» della canzone di Modugno, arriva allegro dal petromonarca a Riyadh a trafficare in petrolio e in armi.


Tommaso Di Francesco - 10 novembre 2015
fonte: http://ilmanifesto.info

09/11/15

Il caso Marò alla Corte Permanente Arbitrale dell' Aja. #freeitalianmarines



9 Novembre 2015, giorno di sequestro 1359.

La notizia è Ufficiale, un comunicato stampa della Corte Permanente Arbitrale dell' Aja informa che è stato avviato il procedimento frutto del contenzioso tra Italia e India :

"Arbitral Tribunal Constituted in Arbitration Concerning the “Enrica Lexie” Incident 

The constitution of the Arbitral Tribunal in an arbitration between the Italian Republic and the Republic of India under Annex VII to the 1982 United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS) has been completed. "

riassumiamo brevemente il contenuto del comunicato stampa :

La costituzione del Tribunale Arbitrale in un arbitrato tra la Repubblica italiana e la
Repubblica dell'India di cui all'allegato VII della convenzione del 1982 delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) è stata completata.
L' Italia ha nominato il Professore Francesco Francioni ( Italiano) il 26 Giugno 2015 come arbitro di parte. 
L' India ha nominato il giudice Patibandla Chandrasekhara Rao ( Indiano ) il 24 luglio 2015 come arbitro di parte.
Dopo aver consultato le parti durante una riunione ad Amburgo, il 30 settembre 2015, il Presidente del Tribunale internazionale per il diritto del mare ha nominato il giudice Jin-Hyun Paik ( Coreano ) e il giudice Patrick Robinson ( Giamaicano ) come arbitri, e il Giudice Vladimir Golitsyn ( Russo ), come arbitro e Presidente del Tribunale.

Il procedimento arbitrale è stata avviato dall' Italia il 26 giugno 2015, quando l'Italia ha notificato all' India l' intenzione di risolvere la controversia di cui all'articolo 287 e all'allegato VII, articolo 1 della convenzione di Montego Bay. 

Secondo l'Italia, la controversia riguarda "un incidente avvenuto a  circa 20,5 miglia nautiche al largo della costa dell'India che ha coinvolto la MV Enrica Lexie, una petroliera battente bandiera italiana, e il successivo esercizio dell'India di giurisdizione penale nei confronti di due Fucileri di Marina della Marina Militare Italiana "

Secondo l'India, l' "incidente" in questione riguarda l'uccisione di due pescatori indiani, a bordo di un battello indiano di nome St. Antony, presumibilmente da parte di due Fucilieri di marina  italiani di stanza sulla Enrica Lexie, e il successivo esercizio della giurisdizione da parte dell'India.

Il Tribunale intende ora fissare una prima riunione procedurale con le Parti per discutere la procedura, comprese le norme di procedura applicabili, e il calendario per presentare le memorie scritte e orali delle due parti.

Ulteriori informazioni sul procedimento saranno rese disponibili sul sito della PCA 
( Permanent Court of Arbitration ).

La PCA è un'organizzazione intergovernativa indipendente istituita sin dal 1899 con sede a L' Aia ( Olanda ) per convenzione Essa provvede alla risoluzione pacifica dei conflitti giuridici internazionali. 
Della PCA fanno parte 117 Stati membri, tra cui l'India e l'Italia. 
Con sede presso il Palazzo della Pace a L'Aia, nei Paesi Bassi, la PCA facilita l'arbitrato, la conciliazione, di natura istruttoria e altri procedimenti di risoluzione delle controversie tra
varie combinazioni di Stati, enti statali, organizzazioni intergovernative, e aziende private.


NDR :

Ci preme ricordare ai lettori che la Corte dell' Aja si esprimerà esclusivamente su quale degli stati avranno diritto di giurisdizione sulla controversia in oggetto, ovvero avranno diritto di giudicare il caso e non di esprimere verdetti di innocenza o colpevolezza, verdetti che in base agli annex ( allegati ) presentati dalla delegazione Indiana al Tribunale ITLOS  di Amburgo esprimono chiaramente prove da parte dell' accusa poco chiare o addirittura inquinate come riportato dalla analisi degli stessi annex espletata e disponibile sul sito http://www.seeninside.net/piracy ricordiamo altresi' che l' ora dell' allarme dato a bordo della Enrica Lexie e riportato dal sistema satellitare di allarme ( quindi non manipolabile )  unitamente alla posizione nautica della stessa Lexie colloca la nave oltre il limite delle acque territoriali ( circa 20,5 miglia nautiche ) e come ora locale le 16'30, mentre dalle dichiarazioni a caldo del capitano del peschereccio Saint Antony riportano le 21'30  ora locale oltre a non aver riscontro ufficiale sulla posizione dello stesso peschereccio, ovvero tempi e posizione ben distinti e separati tra i due accadimenti, tutto ciò è verificabile ascoltando le parole dette a una TV locale indiana appena il Saint Antony rientrò in porto e riportate in questo contenuto video







ci auguriamo quindi che la Corte Arbitrale alla luce di queste evidenze renda giustizia ai Fucilieri di Marina Italiani di cui uno, Salvatore Girone è ad oggi trattenuto come ostaggio in india nonostante il Tribunale di Amburgo abbia intimato alle parti di sospendere ogni procedimento in corso e nonostante la giustizia indiana non sia stata in grado dopo 1359 giorni di formulare una sola imputazione corredata da prove, che come possiamo vedere dalla lettura e dall' analisi degli allegati sono inesistenti. 
                                                       
                                                        #freeitalianmarines !


Antonio Milellahttp://italiavoxhonest.blogspot.it/

Perché la vittoria di Aung San Suu Kyi sconforta la Cina. Parla il prof. Sapelli


Perché la vittoria di Aung San Suu Kyi sconforta la Cina. Parla il prof. Sapelli
 
 
Conversazione di Formiche.net con lo storico ed economista Giulio Sapelli
Appuntamento con la Storia per il Myanmar. Dopo decenni di regime militare, le prime elezioni libere hanno decretato la vittoria della premio Nobel per la pace birmana Aung San Suu Kyi. Per formare un nuovo governo, la candidata ha bisogno del 67% dei voti, che a scrutinio in corso sembrano esserci. Se il dato fosse confermato, si avvierebbe così a diventare primo ministro.
Quali sono gli effetti principali del voto? Formiche.net l’ha chiesto Giulio Sapelli, storico ed economista, dal 1994 ricercatore emerito presso la Fondazione Eni Enrico Mattei e autore del pamphlet “Dove va il mondo” (edizione Guerini).
Professore, che cosa cambia sul piano domestico e internazionale con le elezioni in Myanmar?
Sul piano interno si assiste a un’affermazione storica, che, anche se non dovesse bastare alla formazione di un governo, riporta la luce nel Paese dopo un lungo buio. Rappresenta un fortissimo segnale democratico. Aung San Suu Kyi è stata prigioniera per anni e suo padre venne eliminato proprio durante il precedente colpo di Stato militare. Mentre il primo effetto internazionale è quello di un rafforzamento della posizione americana in Asia. Un aspetto rilevante, dopo le tensioni recenti con Pechino.
In che modo la vittoria di Aung San Suu Kyi rafforza Washington?
Il peso dei militari, che per decenni hanno governato il Paese e che hanno comunque diritto al 25% dei seggi, è ancora molto rilevante. Questi hanno sempre basato la loro politica estera nel rapporto con Cina e India. Ora l’affermazione di un premio Nobel per la pace, che incarna i valori americani ed è visto di buon occhio dalla Casa Bianca, può senza dubbio bilanciare gli equilibri interni. E anche creare nuovi rapporti tra la Birmania e i suoi vicini. Non è un caso che, dopo la notizia, Washington abbia già annunciato manovre militari congiunte e l’intensificazione dei rapporti economici con il Paese.
Qual è la strategia americana?
Gli Usa possono cominciare a creare una politica di contenimento di Pechino non solo sul piano commerciale, come con Tpp, o su quello militare, come con gli sforzi in cyber difesa o nei movimenti delle proprie portaerei nel Mar Cinese Meridionale. Ma anche sul piano politico, ampliando la loro zona d’influenza grazie al sostegno a leader vicini all’Occidente. Per Washington sarà anche un modo per riunire l’Occidente e rendere sordi alle sirene cinesi molti Stati amici. Di quest’ultimo fa parta anche la volontà di porre un freno alle relazioni sempre più strette tra Londra e Pechino, che preoccupano la Casa Bianca. E’ già accaduto in passato con Suez, ritorna oggi.
Come si porrà la Cina?
Non in modo aggressivo. Siamo di fronte a uno scenario molto diverso rispetto a quello che si è palesato nell’ex spazio sovietico. Paesi come l’Ucraina avevano con Mosca un rapporto intenso, che poi si è deteriorato. La Cina ha già rapporti tesi con tutti i suoi vicini, ad eccezione forse del Laos, di cui si sa poco e che comunque non ha rilevanza strategica. Barack Obama sta adottando i capisaldi di Theodore Roosevelt, che considerava il Pacifico il cuore strategico della politica americana. Questo approccio, per il momento, ha il ha pregio di non sollevare braci, ma di isolare Pechino e di creare élite nazionali fedeli agli Usa. Anche perché la Cina ha altri problemi a cui pensare.
Quali problemi ha Pechino?
La Cina ha enormi difficoltà interne sul piano economico e nel rapporto con i nuovi ricchi. E le ultime notizie ci dicono che anche alcune eccellenze decantate da Pechino, come i big tecnologici, sono in realtà giganti dai piedi d’argilla, che hanno bisogno di know how straniero per stare in business. La Repubblica Popolare deve sciogliere questi nodi, prima di pensare ad altro o rischia l’implosione. Certo, Xi Jinping non rinuncia a qualche colpo scenografico, di tanto in tanto. Ma se gli Usa sapranno dosare bastone e carota, senza provocare inutilmente, la Cina sarà nell’angolo ancora per molto.

Michele Pierri - 9 novembre 2015
fonte: http://formiche.net

Vicenda Marò - India. Nominato il Collegio Arbitrale







" la Corte permanente di Arbitrato (Cpa) dell’Aja che ospiterà il Tribunale che dovrà decidere sulla controversia tra Italia e India ha nominato gli arbitri del contenzioso: sono il coreano Jin-Hyun Paik, il giamaicano Patrick Robinson e il presidente del Tribunale, il russo Vladimir Golitsyn. Questi vanno ad aggiungersi all’arbitro italiano Francesco Francioni e a quello indiano P. Chandrasekhara Rao. "


Judge Patrick Lipton Robinson

Judge Patrick Lipton Robinson of Jamaica served as the Tribunal’s President between November 2008 and November 2011. He was first elected as a judge of the Tribunal by the UN General Assembly on 16 October 1998, and is currently presiding the Appeals Chamber in the Popović et al. case. Prior to his duties as President, Judge Robinson served in Trial Chamber III, where he presided over numerous cases, including those of Slobodan Milošević and Dragomir Milošević. He also presided the ICTY Appeals Chamber in the cases of Boškoski and Tarculovski, and of Haradinaj et al. In addition, he was assigned to sit on the Appeals Chamber in several cases, including the Appeals Chamber of the International Criminal Tribunal for Rwanda.
A graduate teacher of English from 1964 to 1966, Judge Robinson went on to begin a long and distinguished career in public service, working for the Jamaican government during three decades. From 1968 to 1971, he served as a Crown Counsel in the Office of the Director of the Public Prosecutions. Between 1972 and 1998, he served briefly as Legal Adviser to the Ministry of Foreign Affairs, and subsequently in the Attorney General’s Department as Crown Counsel, Senior Assistant Attorney-General, Director of the Division of International Law, and Deputy Solicitor-General.
Judge Robinson’s long-standing experience in UN affairs dates back to 1972, when he became Jamaica’s Representative to the Sixth (Legal) Committee of the United Nations General Assembly, a position that he held for 26 years. He played a leadership role on several items in the Committee, including the definition of aggression and the draft statute for an international criminal court. From 1981 to 1998, he led Jamaica’s delegations for the negotiation of treaties on several subjects, including extradition, mutual legal assistance, maritime delimitation and investment promotion and protection.
Judge Robinson has been a member of numerous international bodies. As a member of the Inter-American Commission on Human Rights from 1988 to 1995, and its Chairman in 1991, he contributed to the development of a corpus of human rights laws for the Inter-American System. As a member of the International Law Commission from 1991 to 1996, he served on the Working Group that elaborated the draft statute for an international criminal court. Judge Robinson also served as a member of the Haiti Truth and Justice Commission from 1995 to 1996, was a member of the International Bio-ethics Committee of UNESCO from 1996 to 2005, serving as its Vice-Chairman from 2002 to 2005, and represented Jamaica at the United Nations Commission on Transnational Corporations (UNCTAD), serving as its Chairman at its 12th Session in 1986. He represented Jamaica at all sessions of the Third United Nations Conference on the Law of the Sea and was accredited as an ambassador to that conference in 1982.
Judge Robinson is a Barrister of Law, Middle Temple, United Kingdom. He holds a B.A. in English, Latin, and Economics from University College of the West Indies (London), an LLB with honours from London University, and an LL.M. in International Law from King’s College, University of London, in the areas of the Law of the Sea, the Law of the Air, Treaties, and Armed Conflict. He also holds a Certificate of International Law from The Hague Academy of International Law.


Judge Jin-Hyun Paik 

ITLOS - Member of the Tribunal since 6 March 2009; re-elected as from 1 October 2014; Member of the Special Chamber formed to deal with the Dispute Concerning Delimitation of the Maritime Boundary between Ghana and Côte d'Ivoire in the Atlantic Ocean (Ghana/Côte d'Ivoire)
Born: Seoul, Republic of Korea, 1 February 1958.
Education: LL.B., Seoul National University (1980); LL.M., Columbia University School of Law (1983); Ph.D. (International Law), University of Cambridge (1989).
Professional Experience: Doctoral Scholarship Fellow (Bourse de Doctorat), Hague Academy of International Law (1985); Professor, Institute of Foreign Affairs and National Security, Ministry of Foreign Affairs, Republic of Korea (1990–1997); Legal Adviser to the Korean delegation to the negotiations for Mutual Legal Assistance Treaty/Extradition Treaty with Canada, United States, Brazil, Thailand, and Australia (1990–1993); Legal Adviser to the Korean delegation to the Preparatory Commission for the International Seabed Authority and International Tribunal for the Law of the Sea (8th-12th sessions) (1990–1994); Chairman, Research Committee, Sea Lanes of Communication Study Group, Republic of Korea (1990–2009); Chairman, Asian Group of the G-77, Preparatory Commission for the International Seabed Authority and International Tribunal for the Law of the Sea (1991–1992); Member, Korean delegation to United Nations Special Committee on Peacekeeping Operations (1992); Legal Adviser to the Korean delegation to the negotiations for Fishery Agreements with China, Japan, and for the Central Bering Sea (1992–1997); Legal Adviser to the Korean delegation to the United Nations Secretary-General’s informal consultations on the Law of the Sea (5th-8th sessions) (1993–1994); Member of the Korean delegation to the United Nations General Assembly (6th Committee; 48th-50th sessions) (1993–1995); Member, Maritime Cooperation Working Group, Council for Security Cooperation in the Asia-Pacific (1994–present); Member, Presidential Commission on Policy Planning, Republic of Korea (1994–1997); Legal Adviser to the Korean delegation to the Assembly of International Seabed Authority (1995); Professor of International Law, Graduate School of International Studies, Seoul National University (1997–present); Member, Advisory Committee to National Security Council, Republic of Korea (1999–2000); Visiting Fellow, RAND Corporation, USA (2000); Member, Advisory Committee to Ministry of Foreign Affairs and Trade, Republic of Korea (2000–2002); Associate Dean, Graduate School of International Studies, Seoul National University (2003, 2005–2007); Visiting Professor to Johns Hopkins University’s School of Advanced International Studies and Visiting Fellow to Stanford University’s Hoover Institution (2003–2004); Director, SNU-KIEP EU Center, Seoul National University (2006–2008); President, Haesung Institute for Ethics in International Affairs, Republic of Korea (2006–present); President, Korean Council on the United Nations System (2008–2011); Director, Institute of International Affairs, Seoul National University (2008–2010); Chairman, Sea Lanes of Communication (SLOCs) Study Group Korea (2010–present); Dean, Graduate School of International Studies, Seoul National University (2010–2012); Guest Scholar, Max Planck Institute for Comparative Public Law and International Law, Germany (2013).

Member: Attorney-at-law, New York Bar (1989–present); Editorial Committee, Korean Journal of International and Comparative Law (1991–2010); Managing Editor, Journal of International and Area Studies (formerly Asia Journal) (1997–2000); Editorial Board, International Studies Review (2001–present); Editor-in-chief, Journal of International and Area Studies (2008–2010); Executive Committee, Asian Society of International Law (2011–present); International Advisory Panel, Center for International Law, Singapore (2012–present); Executive Board, Korean Society of International Law; American Society of International Law; European Society of International Law.


President Vladimir Vladimirovich Golitsyn 

ITLOS - Member of the Tribunal since 1 October 2008; President of the Tribunal since 1 October 2014; President of the Seabed Disputes Chamber 2011-2014
Born: Moscow, Russian Federation, 27 February 1947.
Education: Red Diploma, International Affairs (with honours), Moscow State Institute of International Relations (1970); Candidate of Juridical Sciences, Moscow State Institute of International Relations (1975); Doctor of Juridical Sciences, Diplomatic Academy of the Ministry of Foreign Affairs (1988).
Professional Experience: Lecturer on international law, Law, Diplomatic and Economic Faculties, Moscow State Institute of Foreign Relations (1975–1981); Ministry of Foreign Affairs, former USSR: Legal Expert, Legal and Treaty Department (1975–1979), Member of the Inter-Agency Working Group of the Supreme Soviet responsible for the preparation of draft laws on territorial sea and fishery zone (1976–1980), Head, Division of Public International Law, Legal and Treaty Department (1979–1982), Member of the Inter-Agency Working Group of the Council of Ministers on the Arctic and Spitsbergen (1979–1982), leader or member of the USSR delegations at various conferences and meetings; United Nations, New York: Legal Officer, Office of the Legal Counsel (1982–1986), Acting Secretary of the Committee on Relations with the Host Country (1983), Secretary of the Committee on Applications for Review of the Administrative Tribunal Judgments (1985–1996), Senior Legal Officer, Office of the Legal Counsel (1986–1997), Secretary, Plenary of the Preparatory Commission for the International Seabed Authority and the International Tribunal for the Law of the Sea (1987–1994), Liaison officer at UNHQ for the International Court of Justice (1995–2004), Principal Legal Officer, Office of the Legal Counsel (1997–2003), Director, Division for Ocean Affairs and the Law of the Sea (2004–2007), representative of the United Nations at the 92nd and 97th sessions of the Council of IMO, at the 26th session of the Committee on Fisheries of FAO and at the Fourth Meeting of Regional Fisheries Organizations (Rome, March 2005); Chief Legal Counsel of the delegation of the Russian Federation in two prompt release cases before the International Tribunal for the Law of the Sea (2007); Professor (2007–2011) and Visiting Professor (2012) of International Law, Moscow State University of International Relations; lecturer, Rhodes Academy of Oceans Law and Policy (2009–present); lecturer, IFLOS Summer Academy (2009–present); Speaker: The Fifth Global Conference on Oceans, Coasts and Islands (Paris, May 2010), The Third Aspen Environment Forum (Aspen, USA, July 2010), The 74th Conference of the International Law Association (The Hague, August 2010), Law of the Sea Institute Conference “Institutions and Regions in Ocean Governance” (Hamburg, October 2010), International Conference in Memory of Professor Tunkin (Moscow, November 2010); International Conference on “Arctic Science, International Law and Climate Change” (Berlin, March 2011); 1st Conference on “The Use of the Oceans’ Energy Resources, Risk Management, and the Need for Regulation” (Hamburg, June 2011); International Symposium on “Safety, Security and Environmental Protection of Straits Used in International Navigation: Is International Law Meeting the Challenge?” (Istanbul, September 2011); UNITAR Training Course for young specialists from the Commonwealth of Independent States (Moscow, April 2012); Seventh Annual International Conference on “Securing the Oceans for the Next Generation” (Seoul, May 2012); Second EU-USA Conference Series on “Sustainable Oceans: Developing a new International Architecture for Maritime Policy” (New York, July 2012); Seminar on “International Cooperation in the Protection of Environment, Preservation and Rational Use of Biological Resources in the Arctic Ocean” (Moscow, September 2012); Round-Table Panel Discussion on “Current Issues Regarding the Delimitation of the Outer Continental Shelf” (Hamburg, September 2012); Presentation “The mandate and work of the Seabed Disputes Chamber”, 3rd International Symposium on Technical Aspects of the Extended Continental Shelf and the Area (Beijing, November 2012); Professor of International Law, Moscow State University (2012); Visiting Professor of International Law, Moscow State Institute of International Relations (MGIMO-University) (2012); Lectures on “Legal Regime of the Arctic and Antarctic – Environmental Aspects”, UNITAR Training Course for young specialists from the Commonwealth of Independent States (Moscow, April 2013); Presentation “How Effective is the United Nations Convention on the Law of the Sea? Gaps in Law and Gaps in Applying the Law”, EU-USA Conference Series on “Sustainable Oceans: Reconciling Economic Use and Protection of Environment” (Cascais, Portugal, June 2013); Presentation “Human Rights and Environmental Law”, Annual International Conference (Moscow, October 2013); Presentations “Role of the International Tribunal for the Law of the Sea in Settlement of International Disputes” and “Competence of the Seabed Disputes Chambers of the International Tribunal for the Law of the Sea and Its Role and Activities”, International Workshop on “Settlement of Disputes” (Doha, Qatar, April 2014); Presentations “Equitable Criteria in the Delimitation Methodology” and “Final and Binding Natures of the Outer Limits of the Continental Shelf, the Bay of Bengal Case”, Summer Academy on the Continental Shelf (Torshavn, the Faroe Islands, June 2014); Chair of the Panel on “Arctic Continental Shelf Petroleum”, 38th Annual Conference on the Law of the Sea, “Challenges of the Changing Arctic: Continental Shelf, Navigation and Fisheries” (Bergen, Norway, June 2014).

Member: Soviet Association of International Law (1975–1982); Soviet Association of Maritime Law (1975–1982); American Society of International Law (1991–2005); Canadian Council of International Law (1989–1991); Steering Committee of the Global Forum on Oceans (2004–present); Global Forum Working Group on Governance of Marine Areas beyond National Jurisdiction (2006–present); Russian Association of International Law (Russian branch of the International Law Association) (2007–present); Russian Association of International Maritime Law (2007–present, Vice-President 2009–present); Arctic Council of the World Economic Forum (2012); Global Ocean Commission (2013).

francioni

Francesco Francioni (nominato dall'Italia)

(Doctor of Laws, Florence, and LLM, Harvard) is Professor, emeritus, of international law at the European University Institute, Florence. He is a member (associate) of the Institut de droit international, a member of the Editorial Board of The International Spectator and the European Journal of International Law, and General editor of the Italian Yearbook of International Law. He has been visiting professor at the Columbia Law School, N.Y. (winter term 2013), Cornell Law School (1983-1986), Texas Law School (1987-2008) and Oxford University (1998-2003). He has been a member of the Italian delegation in numerous international negotiations and diplomatic conferences, and recently he has been appointed Judge ad hoc in the UN Tribunal of the Law of the Sea as well as Arbitrator in an interstate dispute between Italy and India. He has published extensively in the field of public international law. His recent publications include Access to Justice as a Human Rights (Oxford University Press, OUP 2009); The 1972 World Heritage Convention. A Commentary (OUP 2008); ‘Public and Private in the International Protection of Global Public Goods’, European J. Int. L. (2012); War by Contract (OUP 2011 with N. Ronzitti); ‘Diritto internazionale degli investimenti e tutela dei diritti umani: convergenza o conflitto? in La tutela dei diritti umani e il diritto iternazionale’, XVI Convegno Società Italiana di Diritto Internazionale (Napoli 2012); Enforcing International Cultural Heritage Law (OUP 2013 with J. Gordely); and The EU, the US and Global Environmental Governance (Ashgate 2014 with C. Bakker).


Judge P. Chandrasekhara Rao (nominato dall'India)

ITLOS - Member of the Tribunal since 1 October 1996; re-elected as from 1 October 1999 and 1 October 2008; President of the Tribunal 1999-2002; President of the Special Chamber formed to deal with the Case concerning the Conservation and Sustainable Exploitation of Swordfish Stocks in the South-Eastern Pacific Ocean 2000-2009
Born: India, 22 April 1936. 
Education: B.A., B.L., M.L., LL.D., University of Madras, India; LL.D. h.c., NALSAR University of Law, Hyderabad, India; Doctor of Letters h.c., Krishna University, India.
Professional Experience: Research Officer, Indian Society of International Law (1963–1967); Law Officer (1967–1971), Assistant Legal Adviser (1971–1976), Legal and Treaties Division, Ministry of External Affairs; Counsel for the Government of India in the case concerning the Appeal relating to the Jurisdiction of the International Civil Aviation Organization Council (India v. Pakistan) before the International Court of Justice (1972); Legal Adviser to the Permanent Mission of India to the UN, New York (1972–1976); Deputy Legislative Counsel, Additional Legal Adviser, Joint Secretary and Legal Adviser, Additional Secretary (1976–1988), Secretary (1988–1996), Union Ministry of Law; Sole Arbitrator in Government contracts (1979–1983); Secretary-General, International Center for Alternative Dispute Resolution, New Delhi (1995–1996); Visiting Professor: Osmania University, Hyderabad (1994–1995), Kakatiya University, Warangal (1994–1995), University of Madras (1995–1996). 
Member: Board of Editors, Indian Journal of International Law (1970–present); Indian Society of International Law (Vice-President 1994–2000); Indian delegation to: Legal Sub-Committee on the Peaceful Uses of Outer Space (1969–1973, 1975); International Legal Conference on Marine Pollution Damage, Brussels (1969); UNCTAD Working Group on International Shipping Legislation, Geneva (1969); UN Special Committee on Principles of International Law concerning Friendly Relations and Cooperation among States, Geneva (1970); UN Committee on the Peaceful Uses of the Seabed and the Ocean Floor beyond the Limits of National Jurisdiction (1971, 1973); Third UN Conference on the Law of the Sea (1973–1976); UN General Assembly (1972–1975); UNCITRAL (Head of delegation 1972, 1988–1994); Legal Committee of the ICAO (1973); Ad hoc Committee on International Terrorism (1973); Ad hoc Committee on the UN Charter (1975); Commonwealth Law Ministers Meetings held at Bridgetown (1980), Harare (1986), Christchurch (1990), Port Louis (1993), Kuala Lumpur (1996); Ministerial-level Meeting of GATT Contracting Parties, Punta del Este, Uruguay (1986); UN Conference on the Liability of Operators of Transport Terminals in International Trade, Vienna (Chairman of Drafting Committee 1990); Meeting of the International Seabed Authority, Kingston (1996), (Head of delegation); Meeting of States Parties to the UN Convention on the Law of the Sea, New York (1996), (Head of delegation); represented the International Tribunal for the Law of the Sea at the Fifty-fourth and Fifty-fifth Sessions of the United Nations General Assembly, the Twelfth, Thirteenth and Fourteenth Meetings of States Parties and the Asian-African Legal Consultative Organization (Abuja, July 2002; New Delhi, June–July 2008).