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26/04/14

CASO MARO' - LA VOCE DI UN ITALIANO






I due Marò: anche Napolitano sbaglia ?


Marco Lillo oggi pubblica su “Fatto quotidiano” un articolo che di fatto rinnega le tradizioni garantiste della corrente politica del giornale a cui il quotidiano fa riferimento, tracciando una disamina dei fatti che partono - in assenza di prove certe e di una sentenza - da affermazioni di colpevolezza e non di presunta innocenza come invece uno Stato di Diritto vorrebbe. (http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/non-rompete-maro-mentre-italia-napolitano-giu-76119.htm, Non rompete i Marò - mentre in Italia, da Napolitano in giù, tutti a fare retorica sui Fucilieri “trattenuti” o “Prigionieri” in India la fanno facile: hanno ammazzato due pescatori …..


L’autore trova spunto dalle parole del Presidente Napolitano che durante la celebrazione del 25 aprile ha coniugato momenti della Resistenza alla vicenda dei Marò, scrivendo “Poi ha salutato "i familiari dei 103 ufficiali del reggimento Regina trucidati nell'isola di Kos per non essersi piegati ai tedeschi". Infine ha virato sul giusto tributo alle missioni in Kosovo e Libano che "fanno onore all'Italia" ed è a questo punto che, legando idealmente la forza giusta di ieri (della Resistenza) alla forza giusta di oggi (le missioni di pace) ha ricordato i fucilieri. Così poco prima di "Viva la Resistenza, Viva le Forza Armate, Viva la Repubblica" ha scandito: "Desidero non far mancare una parola per come fanno onore all'Italia i nostri due marò a lungo ingiustamente trattenuti lontano dalle loro famiglie e dalla loro patria".

Meraviglia anche leggere “il richiamo di ieri all'onore dei fucilieri nel discorso della Liberazione è un grave errore storico, politico e diplomatico? Si può dire che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, anche se devono essere liberati perché erano in missione in acque internazionali, non c'entrano nulla con i 103 ufficiali di Kos?

Sicuramente dott. Lillo in democrazia si può dire di tutto ma a mio modesto parere è forzato il Suo invito al Presidente Napolitano “Prima di dire che i due fucilieri italiani fanno onore all'Italia, Napolitano dovrebbe provare a vedere la storia con gli occhi dell'India e della comunità internazionale. Tutti gli italiani dovrebbero provare a pensare alla reazione che può suscitare in India, un Paese che va alle elezioni a maggio, questo atteggiamento”.

Le chiedo e mi chiedo infatti perchè  il Capo delle Forze Armate e gli italiani dovrebbero preoccuparsi delle elezioni indiane nel rivendicare diritti contemplati dalle convenzioni internazionali.

Le farà, comunque, piacere di sapere che  io sono fra coloro che oltre ad informarsi su “Libero o Il Giornale” (spero che non ne abbia a male) lo fa anche leggendo il Corriere, Repubblica, Avvenire ed anche il Fatto Quotidiano. Forse proprio per questo vedo la vicenda di quanto avvenuto in India non solo  “con gli occhi di Latorre e Girone” ma anche “con quelli di Ajeesh Pink, un pescatore di 25 anni del villaggio di Eraiyumanthurai nel sud del Tamil Nadu. Suo padre, dopo un incidente che gli portò via due arti nel 2003, morì”.

Proprio per questo invoco il diritto degli uomini di essere giudicati dal loro giudice naturale e non da quello imposto da Delhi o dalle correnti politiche dominanti in Kerala, e lo faccio - mi permetta -  con la lucidità di pensiero comune a chi si informa su 360° non limitandosi a leggere racconti di parte.

Apprezzo il suo senso umano nel parlare dei morti e delle famiglia e ne condivido lo spirito, ma non posso apprezzare il suo approccio colpevolista che peraltro deriva dall’affermazione “Su quello che è accaduto il 15 febbraio del 2012 esistono due versioni. Per il Governo italiano: "Alle ore 12 la petroliera italiana Enrica Lexie veniva avvicinata da un'imbarcazione da pesca, con a bordo cinque persone armate con evidenti intenzioni di attacco. I militari del battaglione San Marco in accordo con le regole d'ingaggio in vigore, mettevano in atto graduali misure di dissuasione con segnali luminosi fino a sparare in acqua tre serie di colpi d'avvertimento, a seguito dei quali il natante cambiava rotta".

Secondo i pescatori indiani sul St Anthony dormivano tutti dopo una notte di pesca…….Il capitano Freddy Louis, ha raccontato di essere stato svegliato dal suono della sirena e di avere scoperto il timoniere Jelestine già morto. Poi un ‘fuoco continuo a distanza di circa 200 metri' avrebbe ucciso anche Ajesh”.

Proprio per questo dovremmo essere cauti nelle conclusioni anche in considerazione che la versione indiana come noto è confutata da controanalisi di esperti italiani (www.seeninside.net/piracy)  mentre gli investigatori indiani ancora devono produrre prove certe.

La inviterei anche ad approfondire le sue affermazioni quando scrive che le perizie indiane sono state fatte davanti ai nostri Carabinieri. Sarebbe opportuno, infatti che a tale riguardo ripercorra i fatti, perché agli esperti del RIS fu proibito di assistere alle analisi balistiche comparative .

Concludo pregandola di non ricorrere ad Einstein: "Il nazionalismo è una malattia infantile. È il morbillo dell'umanità", per contestare parole del Capo delle Forze Armate che da tempo invece in moltissimi ci aspettavamo. Personalmente sono immune, mi creda, dal “morbillo” a cui faceva cenno Einstein, ed a differenza di altri forse a Lei più simpatici, rigetto ogni forma di antimilitarismo ed il rinnegare preconcetto dei valori che hanno fatto grande il nostro Paese.

Lo affermo con la convinzione personale che il senso dello Stato e della Patria come terra che conserva le spoglie di chi ci ha preceduto e ne tramanda le tradizioni, non è una malattia infettiva, bensì la molla per continuare ad impegnarsi per la crescita della nostra Nazione.

Lo sottoscrivo in base all’esperienza che ho condiviso in passato con coloro che in Kosovo, in Bosnia, in Kuwait in Libano, in Afghanistan,  hanno fatto onore all’Italia garantendo  agli altri i diritti umani, senza paura di contrarre malattie contagiose.

DI Fernando Termentini, 26 aprile 2014 - 16,00

fonte:  http://fernandotermentini.blogspot.it

Marò:Italia schiava dei giochetti indiani?





 

 

 

Oltre ai Marò anche il nostro paese sembra ostaggio della politica indiana e dei continui magheggi che avvocati e politici stanno architettando sulle spalle di Salvatore e Massimiliano



Ormai è chiaro da tempo che i due fucilieri di marina Latorre e Girone, sono ostaggi se non “schiavi” della politica indiana, della sua lentezza e della voglia di utilizzarli come “merce” di scambio per chissà quale favore da chiedere in cambio della loro liberazione.
Un avvocato indiano ha presentato ieri alla Corte Suprema dell’India una richiesta formale di trasferimento del caso dei Marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone da New Delhi ad una speciale Corte del Kerala. La “Transfer Petition” è firmata da Freddy John Bosco, il proprietario del peschereccio St.Antony coinvolto nell’incidente del 15 febbraio 2012 in cui morirono due pescatori. L’avvocato Usha Nandini V. ha chiesto che in attesa della risposta della Corte sia sospeso l’iter in corso a Delhi.
Nella “Transfer petition“, di cui l’ANSA ha visionato una copia, si chiede di trasferire la causa in sospeso presso il Chief Metropolitan Magistrate di Patiala House e il giudice speciale della Session Court a New Delhi «alla Corte speciale II del magistrato speciale, Ufficio centrale di indagini, a Kochi in Kerala, o a qualsiasi altra corte competente del Kerala».


Nel documento si sostiene che, se pure la Corte Suprema ha stabilito che il Kerala non ha giurisdizione per intervenire nel caso mentre tale giurisdizione è dello Stato indiano, «è evidente che il Kerala è parte di questo Stato e che è naturale che il processo possa svolgersi in un luogo il più vicino possibile a dove è avvenuto l’incidente». Inoltre, si dice ancora, «la maggior parte dei testimoni sono keralesi e la lingua è il Malayam, per cui il processo dovrebbe essere condotto in questa stessa lingua.

 di Redazione - 26 aprile 2014

fonte: http://www.iljournal.it

Blair: «La minaccia dell’Islam radicale non è in diminuzione»




Blair: «La minaccia dell’Islam radicale non è in diminuzione»


 

Blair: «La minaccia dell’Islam radicale non è in diminuzione»

La sfida per l’ex primo ministro britannico è quella fra società che aspirano alla tutela delle minoranze e società che invece vorrebbero imporre un regime autoritario e sostanzialmente teocratico Why the Middle East matters, con un discorso incentrato soprattutto sui rapporti tra politica e religione nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa Tony Blair interviene suscitando approvazioni e polemiche su un tema che ha coltivato molto soprattutto negli ultimi anni. Blair accusa i paesi occidentali di miopia, di un atteggiamento “riluttante” nei confronti dell’espansione del fondamentalismo islamico in Medio Oriente ed in molte parti del mondo, Europa compresa: «La minaccia dell’Islam radicale non è in diminuzione. Sta crescendo. Si sta diffondendo in tutto il mondo. Sta destabilizzando intere comunità e intere nazioni. Sta minando la possibilità di coesistenza pacifica in un’epoca di globalizzazione».
La sfida per l’ex primo ministro britannico è quella fra società che aspirano alla tutela delle minoranze, al pluralismo religioso e ad economie aperte e società che invece ambiscono ad imporre un regime politico basato su regime autoritari e sostanzialmente teocratici. Ci sono quattro motivi principali secondo Blair per prestare particolare attenzione agli sviluppi politici che avvengono nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa: innanzitutto, nonostante la rivoluzione dello shale gas, è ancora in quei paesi che si trovano le principali fonti di approvvigionamento energetico; in secondo luogo stiamo parlando di paesi che sono alle porte dell’Europa ed eventualità instabilità andrebbero a colpire in primo luogo paesi europei come Spagna e Italia; in terzo luogo non possiamo dimenticarci della situazione di Israele che resta comunque una variabile importante nel contesto degli sviluppo politici di quei paesi e infine, sostiene Blair, è soprattutto in quei paesi che l’Islam deciderà che approccio vorrà adottare nei confronti della politica. Sostiene Blair che questi sviluppi ci riguardano perché in un mondo globale l’ideologia fondamentalista circola, i suoi attori e i suoi formati ideologici vengono esportati mettendo così a dura prova anche paesi di consolidate tradizioni democratiche che hanno fatto della tutela dei diritti civili uno dei principi fondamentali del proprio ordinamento.
In sintesi, per Blair «L’estremismo religioso è oggi una delle più gravi minacce allo sviluppo globale» e per questo motivo tale tema «deve essere messo in cima all’agenda delle discussioni». Chi segue Tony Blair non resterà sorpreso dalle affermazioni del discorso londinese, negli ultimi anni soprattutto mediante il lavoro della Tony Blair Faith Foundation, l’ex primo ministro britannico ha messo il tema della religione nella sua interazione con la politica al centro della sua attività. Ugualmente numerosi paesi, dagli Stati Uniti al Canada alla Francia fino ad arrivare ad alcune iniziative in sede Europa hanno individuato nel tema della protezione della libertà religiosa uno dei nodi cardine delle rispettive politiche estere.
Non sappiamo cosa faranno Matteo Renzi e il suo governo. Negli anni scorsi, con importanti difficoltà di merito e di metodo, anche il governo italiano aveva provato a costruire delle iniziative sul tema anche mediante la costituzione di un osservatorio per la libertà religiosa presso la Farnesina o provando ad interagire con Bruxelles, soprattutto con il servizio relazioni esterne (il nuovo servizio diplomatico) dell’Unione Europea. Ad oggi sembra tutto caduto nel dimenticatoio. Che si condivida o meno la sua analisi, quello che il discorso di Tony Blair ci fa capire è che impossibile afferrare (ed influenzare) quanto ci sta succedendo sotto i piedi senza una comprensione dei rapporti che passano tra religione e politica.



25/04/14

Maro’: Mogherini, per soluzione ci vorra’ tempo






ROMA – L’avvio delle procedure per l’arbitrato internazionale è una buona notizia, ma ci vorra’ tempo per risolvere la vicenda dei due marò trattenuti in India. Lo spiega in un’intervista al Tempo il ministro degli Esteri Federica Mogherini. Questo passaggio, afferma il ministro a proposito della nuova fase annunciata ieri nell’audizione al Senato, ”è necessario, ma non deve portare ad aspettative su una soluzione rapida. I marò e le loro famiglie sono i primi a saperlo. Il punto è approdare a un livello di discussione adeguato. C’è una divergenza sull’attribuzione della giurisdizione e queste controversie si risolvono attraverso gli strumenti del diritto internazionale”.
Una scelta dunque che dà speranza, “Li vogliamo in Italia. Ma non saranno tempi brevi”, ha detto Mogherini secondo cui la “fase nuova” si porta inevitabilmente appresso l’«esaurimento» del ruolo di Staffan de Mistura, inviato speciale del governo in India, il rientro a Delhi dell’ambasciatore italiano, Daniele Mancini, e l’internazionalizzazione del caso.
Ministro Mogherini, la vostra «svolta» mette la parole «fine» al ruolo di de Mistura.




«L’ho già detto in Parlamento e lo ribadisco: se siamo arrivati all’apertura di questa nuova fase è anche grazie al lavoro di de Mistura. Mercoledì sera abbiamo parlato a lungo, lui ha contribuito notevolmente all’avvio di questa nuova fase. Non solo il suo lavoro è apprezzato da me e dal governo, ma è con lui che abbiamo definito questo passaggio. Il suo ruolo di inviato speciale non ha più senso ma non perché è de Mistura, ma perché non è più il momento di avere un inviato speciale. Uno scenario diverso ha bisogno di ruoli e funzioni diverse. Il focus, dunque, non è tanto su de Mistura, che ha svolto ottimamente il suo ruolo, ma sul fatto che abbiamo avviato la fase dell’internazionalizzazione di cui avevamo già parlato e su cui il Parlamento si era espresso all’unanimità. Da questa nuova fase discende da un lato il rientro a Delhi dell’ambasciatore Mancini, che seguirà la conclusione delle elezioni e la formazione del nuovo governo indiano, dall’altra l’istituzione di un gruppo di esperti che accompagni la nuova fase da un punto di vista tecnico-giuridico».


L’apertura di una nuova fase significa che quella precedente era inadeguata?
«E stato il mio predecessore, Emma Bonino, a inviare la prima nota verbale che ha aperto la strada al nuovo percorso. Anche il governo precedente, dunque, a febbraio, aveva indicato questa via».
Il governo precedente, però, è stato lento e poco incisivo nell’intraprenderla.
«Di questo non parlo, né dei mesi né degli anni che hanno preceduto questo governo. Ne parleremo alla fine. Adesso occorre ragionare su quello che c’è da fare per provare a chiudere questa vicenda. È un momento in cui una lettura politica del caso non è utile. La faremo a vicenda conclusa».
Ci sono già dei nomi sul gruppo di esperti e sul coordinatore?
«Ci stiamo lavorando in questi giorni e in queste ore. Abbiamo preso l’impegno di fare un passaggio parlamentare per sottolineare che abbiamo lavorato benissimo con il Parlamento e le Commissioni di Camera e Senato. Una sinergia utilissima per mostrare agli interlocutori internazionali che l’Italia parla con una sola voce. Per correttezza istituzionale abbiamo voluto dare questa comunicazione al Parlamento prima che alla stampa e vorremmo continuare così. Ci saranno ulteriori aggiornamenti in Parlamento ma anche la massima trasparenza verso l’informazione, soprattutto con voi che su questa vicenda avete preso importanti iniziative».
Le autorità indiane hanno risposto alla nota del 18 aprile con la quale il governo italiano chiede uno «scambio di vedute?»
«No, non ancora. L’hanno ricevuta i1 21 aprile e siamo ancora in attesa della risposta».
Cosa le fa pensare che questa nuova strada possa portare al successo?
«Questo passaggio è necessario, ma non deve portare ad aspettative su una soluzione rapida. I marò e le loro famiglie sono i primi a saperlo. Il punto è approdare a un livello di discussione adeguato. C’è una divergenza sull’attribuzione della giurisdizione e queste controversie si risolvono attraverso gli strumenti del diritto internazionale. Ma la dinamica internazionale non sarà né breve né semplice. È giusto che sia chiaro per evitare aspettative d’immediatezza ed è giusto configurare il quadro nel modo più realistico possibile».
E se fallisce anche la fase dell’internazionalizzazione? «Lo vedremo a tempo debito. E’ una via complessa e lunga, l’abbiamo appena intrapresa. Ci diamo qualche possibilità di successo. La strada che abbiamo scelto ha diverse tappe. La prima è quella di un exchange of views. Se si esaurisce con successo, bene, se non si esaurisce con un dialogo, o perché non ha luogo o perché non porta a una soluzione soddisfacente in tempi rapidi, ci sono le tappe successive del ricorso agli strumenti giuridici internazionali».
Ha parlato con Latorre e Girone?
«Sì, mercoledì sera. Noi ci sentiamo spesso anche se non necessariamente ne diamo notizia».
Erano soddisfatti per la decisione del governo?




«Sì. È chiaro che loro vivono una situazione di preoccupazione, che condivido anch’io. Però sono soddisfatti del nuovo passaggio, che per loro non è una sorpresa perché ci siamo parlati in queste settimane e sapevano che stavamo andando in questa direzione».


fonte: http://www.onuitalia.com


MARO'.........E LA FARSA CONTINUA








 
Pensierino della notte ........ a domani !!
( leggi articoli - vedi video )

MARO’, LE PALLOTTOLE NON TORNANO: I PROIETTILI CHE HANNO UCCISO I DUE PESCATORI NON ERANO DEI DUE FUCILIERI, GLI ORARI SONO SBALLATI E LE MACCHINE DA SCRIVERE SONO DUE

....E NELL’AUDIZIONE ALLA COMMISSIONI ESTERI, DE MISTURA RIVELA: NEI CORPI TROVATE PALLOTTOLE CALIBRO 7, 62, I NOSTRI MARO’ AVEVANO SOLO CALIBRO 5.56

.......eppure questa farsa va avanti da 796 giorni !!!

http://www.destradipopolo.net/?p=14200 - 13 novembre 2013

http://www.youtube.com/watch?v=CEnSplRKtUI - 1 luglio 2013

http://www.sicurezzaegiustizia.com/index.php/caso-maro-una-questione-di-stato-di-diritto/



23/04/14

Abbordaggio pirati ancora Marò a bordo I contractor costano



Un attacco di pirati ad un mercantile italiano nel golfo di Aden sventato dai militari del Nucleo di protezione a bordo del cargo. Ancora Marò come Nucleo di Protezione Militare a bordo di un mercantile partito dal porto di Gibuti e diretto al porto di Mascate, in Oman. Marò e non contractor
L’annuncio da parte dello Stato maggiore della Marina, che ci racconta come ieri alle 11 ora italiana, i marò imbarcati come Nucleo di Protezione Militare hanno evitato un tentativo di attacco da alcuni pirati a bordo di 6 imbarcazioni veloci. Nome della nave sconosciuto, come quello dell’ ufficiale di Cincnav che la notte dell’incidente Enrica Lexie autorizzò il comandante e a fare rotta verso l’India consegnando i due marò alla detenzione. Comunque, per questa operazione solo applausi.


 La marina sottolinea che «non sono stati riportati danni al personale di bordo e al mercantile, e la nave è ora fuori pericolo». In seguito all’attacco e all’allarme lanciato dal marcantile minecciato, il pattugliatore d’altura della Marina “Comandante Cigala Fulgosi”, dotato di elicottero e già presente nell’area, si è diretto verso il mercantile italiano per fornire supporto. Le dinamiche dell’attacco non sono state resa note ma, evidentemente, contro un elicottero e una nave da guerra non c’era partita.

Sui Nuclei di Protezione Militare e contractor privati nulla è ancora oggi chiaro e trasparente mente i due fucilieri di marina sulla Lexie restano nelle mani di una burocrazia inefficiente e nazionalista. La questione Marò come ‘regalo’ con lo sconto agli armatori pesa sul vecchio governo Berlusconi, ministro La Russa, come un macigno. Molti hanno favorito e molti altri hanno mentito. Sui Contractor antipirateria e su chi si appresta a farne un affare si occuperà ancora RemoContro.

Un dubbio dal passato per assaggio verso il presente. La “bulk carrier” Montecristo della Dalmare sequestrata nell’ottobre 2011 al largo della Somalia. 23 persone di equipaggio compreso un nucleo di specialisti antipirateria, “Non armati”, si precisa e si fa finta di crederci. Asserragliati nella “Cittadella blindata”, resistono sino all’intervento liberatore di marines inglesi. C’è persino la favola di una bottiglia con messaggio di soccorso gettata a mare. La piaggeria sciocca esagera sempre.


 Per il momento ci accontentiamo di quella vecchia e indorata storia andando ad aggiungere che sulla Montecristo del gruppo D’Alessio di Livorno c’erano quattro “addetti alla sicurezza disarmati”, che non si capisce bene come potessero garantire la sicurezza stessa fornendo semplici consigli al comandante. Per fortuna sappiamo che tra loro c’era almeno un ex volontario dell’Esercito, forse un tenente, a giustificare un esborso armatoriale decisamente più alto che avere militari in prestito.

Ennio Remondino - 23 aprile 2014

fonte: http://www.remocontro.it

Afghanistan è fuga Finta ‘exit strategy’ Ora si salvi chi può

La presenza militare degli USA in Afghanistan diminuirà drasticamente dalla fine di quest’anno. Ma il governo di Kabul non sembra nelle condizioni di fermare da solo il ritorno dei talebani. Gli Usa vogliono ridurre a tutti i costi il contingente anche a rischio che tutto torni a prima del 2001
Politica della lesina a nascondere una voglia di andarsene via di corsa. Con molta probabilità le truppe americane che rimarranno in Afghanistan scenderanno di molte migliaia dai preannunciati 10-12 mila prospettato nei mesi passati. Si parla di una forza di appena 5mila militari, impegnati per lo più in operazioni di anti-terrorismo e di addestramento dei soldati e degli agenti locali e forse appena in grado di difendere loro stessi. Ne discutono Casa Bianca, Pentagono e Dipartimento di Stato dopo la prima fase delle elezioni presidenziali locali concluse con un’alta affluenza alle urne.

Meno soldati Usa per merito degli afghani capaci ormai di reggersi sulle proprie gambe o voglia di cancellare brutti ricordi e pessime scelte del recente passato? La decisione degli Stati Uniti -per Look Out- è in realtà guidata da tutt’altre motivazioni, tra le quali risalta la mancata convergenza con il governo di Kabul sull’Accordo per la Sicurezza Bilaterale che nelle intenzioni doveva fornire il quadro legale per la permanenza delle truppe straniere oltre la scadenza del 2014. La famosa non punibilità per ipotetici reati commessi dei militari ospiti che verrebbero giudicati solo in Patria.


  Washington ha avuto problemi col presidente uscente Hamid Karzai che non ha voluto firmare accordi prima per interessi elettorali e nonostante il parere favorevole della Loya Jirga, l’assemblea parlamentare delle tribù. Sulla decisione americana di ridurre il numero delle forze hanno influito anche considerazioni logistiche. Gestire 10mila o 5mila uomini all’ estero non è la stessa cosa sul piano organizzativo e dei costi. Poi, motivazioni di politica interna, con l’opinione pubblica sempre più stanca di sentir parlare di Afghanistan e di sborsare milioni di dollari per un sistema corrotto.

Il generale Joe Dunford, capo della Missione NATO in Afghanistan, mette in guardia il Congresso: un contingente troppo ridotto rischia di finire alla mercé dei talebani. La soglia indicata da Dunford è per l’appunto di 10mila unità, sotto la quale le forze saranno impegnate a difendere se stesse più che a fornire supporto alle forze di sicurezza afghane. Negli ambienti militari americani sono tutti convinti che le forze governative di Kabul non siano in grado da sole di reggere a lungo l’urto con le milizie talebane, che si sono già riorganizzate e adesso stanno aspettando solo il ritiro Usa-Nato.

Futuro senza illusioni per l’Afghanistan. Un Paese che sta per essere abbandonato a sé stesso.

Ennio Remondino - 23 aprile 2014

fonte: http://www.remocontro.it

Il fallimento di Roma ed il “salario accessorio”







 
Che i debiti del Comune di Roma abbiano raggiunto livelli spaventosi è cosa nota a tutti, che esistano sprechi è fuori di dubbio, ma quando si tenta di ridurre le spese immediatamente scoppiano le polemiche.
Tolgo qualsiasi dubbio, sono assolutamente d’accordo che Roma debba essere trattata come un caso a parte ed il suo bilancio non possa essere confrontato con quello di Milano o Napoli, solo per fare due esempi, troppe le peculiarità che ha una capitale.
Ma premesso questo non si può neppure accettare che il bilancio della città eterna sia un “buco nero” nel quale chiunque voglia addentrarsi finisca per perdersi e scomparire.
A mio parere è inammissibile che ogni volta che si parli di risparmi sulle spese venga subito ventilata l’ipotesi che in quella maniera non si possa garantire l’apertura degli asili o servizi di primaria necessità per la popolazione.
Tutto il bilancio della Capitale viene speso per garantire il funzionamento degli asili?
A sentire le mamme romane sembrerebbe di no!
Ed allora mi chiedo: ci saranno da qualche parte i famosi sprechi se il debito del Comune supera i 10 miliardi di euro e continua ad aumentare.
Come si può continuare a pagare lo stipendio a 62.000 (diconsi sessantaduemila) dipendenti, divisi in oltre 25.000 pagati direttamente dal Comune e oltre 37.000 che lavorano per le municipalizzate?
Ed ecco che se non si vuole “licenziare” nessuno, l’unica via è decurtare le buste paga. Vengono così inviati gli Ispettori del Ministero dell’Economia.
Gente preparatissima, super esperti in grado di rivoltare un bilancio come un calzino e scoprire tutte le voci che lo compongono, e capaci persino di leggere una busta paga.


E cosa hanno scoperto questi “super-ispettori”?
Una cosa che nessuno mai avrebbe potuto immaginare, e cioè che nella buste paga dei dipendenti comunali di Roma c’è una voce chiamata “salario accessorio”, che pesa per il 20/25% della retribuzione, che dovrebbe essere una specie di premio di produttività elargito (come tutti i premi) solo al raggiungimento di alcuni obiettivi prestabiliti.
Bene, mi direte, che c’è di nuovo? Praticamente tutte le società prevedono dei “bonus” al personale al raggiungimento di certi livelli di produttività, dove sta la particolarità?
E’ che il Comune di Roma questo “salario accessorio” lo riconosce a tutti i dipendenti, nessuno escluso, nemmeno il più fannullone di tutti.
Ma è una scoperta fantastica da parte degli 007 del Ministero dell’Economia, solo persone preparatissime sarebbero arrivate a tanto ed allora adesso cosa si fa?
Tanto i sindacati hanno già detto che indiranno uno sciopero, non se verrà toccato quel “salario accessorio” ma solo se se ne parlerà! Argomento tabù e basta! Per la Cgil, Cisl e Uil quella è retribuzione contrattuale e basta, hanno lottato tanto per averla e non se la lasceranno sfilare così.
Insomma per al Sindaco Marino non resta altro che andare a chiedere come sempre i soldi allo Stato, ci saranno i salva-Roma ter-quater-quinquies-sexies e così via, Roma si salva con … il latino.



Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

fonte: http://www.finanzainchiaro.it

Il Governo degli Stati Uniti promuove l’Islam nella Repubblica Ceca e in tutta Europa

islam



20 apr – Il governo ceco ha approvato un nuovo progetto volto a promuovere l’Islam nelle scuole pubbliche elementari e secondarie in tutto il paese.
Il progetto -Muslims in the Eyes of Czech Schoolchildren – è  guidato da un gruppo di pressione musulmano ed è finanziato dai contribuenti americani attraverso una sovvenzione da parte dell’ambasciata americana a Praga. (Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sta inoltre promuovendo l’Islam in altri paesi europei.)
Il gruppo dice che il  Ministero della Pubblica Istruzione ceco ha autorizzato l’organizzazione di conferenze e seminari volti a “istruire gli scolari cechi su credenze e le pratiche islamiche” e sulla “lotta contro gli stereotipi e pregiudizi sui musulmani”.
Ma i critici – e ce ne sono molti – dicono che l’obiettivo di fondo del progetto è quello di convertire i bambini non-musulmani all’Islam, portando messaggi di proselitismo nelle scuole pubbliche con il pretesto di promuovere il multiculturalismo e la lotta “islamofobia”.
Il sito web del gruppo dice che la prima fase del progetto prevede di “analizzare l’esattezza delle informazioni sull’Islam nei libri di testo cechi di storia, geografia e scienze sociali, e la mappatura del livello di insegnamento dell’Islam nelle scuole.
La seconda fase del progetto prevede la realizzazione di un programma a tre livelli, che comporta “far conoscere a studenti e insegnanti l’Islam e i musulmani” e aiutarli a sviluppare migliori “capacità critiche di accoglienza” quando si analizzano  informazioni presumibilmente islamofobe.
Secondo il sito web del gruppo: (http://muslimove.cz/nabidka-pro-skoly/)
“Il primo livello fa conoscere al lettore la storia dell’Islam, i concetti religiosi di base della tradizione e i problemi contemporanei come la Sharia ( legge islamica), la velatura delle donne e l’islamofobia”.
“Il secondo livello offre uno sguardo più approfondito e pone maggiormente l’accento sul coinvolgimento degli alunni …. Gli studenti saranno divisi in tre gruppi all’interno dei quali si studieranno i seguenti argomenti: la velatura delle donne, la copertura dei media dell’Islam e dei musulmani nella Repubblica ceca. Ogni gruppo sarà guidato da un tutor esperto, che farà conoscere agli studenti i problemi per mezzo di materiali preparati e un successivo dibattito “.
“Il terzo livello fornisce alle scuole progetti o discussioni con i musulmani ed i professionisti che si occupano di Islam artisticamente orientato. Attività artistiche comporterebbero fare un film o scattare fotografie con workshop e concorsi musulmani o opere d’arte incentrate sulla possibilità di integrazione dei musulmani nella società ceca. ”
Il gruppo organizza anche conferenze tematiche, workshop e dibattiti per le scuole o gruppi di studenti, molti dei quali si svolgono presso la Biblioteca Comunale di Praga – e che sono più apertamente orientati verso la conversione dei giovani cechi all’Islam.
Una  conferenza dal titolo “Percorsi delle giovani donne ceche verso l’islam” risponde a domande come: Perchè una giovane donna ceca vuole diventare musulmana? Il motivo principale è larelazione d’amore con un uomo musulmano o ci sono altri motivi? Come si fa a convertirsi all’Islam? Come possono le nuove musulmane confrontarsi con i parenti non musulmani?
Un’altra conferenza dal titolo “Corano, Sunna e Internet: Dove i musulmani possono ottenere  informazioni” risponde alle domande come: Dove si possono trovare informazioni sulla fede musulmana? È il Corano l’unica fonte di informazione sull’Islam o ci sono altre fonti? Dove si possono trovare informazioni che non vengono menzionate direttamente nel Corano? La conferenza è completata con il fornire agli studenti opportunità di lavorare con vari testi islamici, tra cui il Corano e gli hadith [detti del Profeta Maometto].
Gli studenti che vogliono partecipare alle lezioni, ma sono privi di precedente conoscenza dell’Islam, sono invitati a frequentare un corso introduttivo di 15 minuti che “rappresenta le caratteristiche dell’Islam e sostiene nel contesto del cristianesimo e giudaismo.” Le lezioni sono “adatte a ragazzi di circa 15 anni, anche se è possibile personalizzare il programma per gli alunni più giovani.”
“Una dichiarazione sul sito web del gruppo giustifica il progetto in questo modo: (http://muslimove.cz/)
“La comunità musulmana nella Repubblica ceca è piccola, ma solleva forti emozioni. Questioni relative ai musulmani o all’Islam appaiono quasi quotidianamente in telegiornali, giornali e dibattiti Internet. Ma l’argomento è discusso solo marginalmente in lezioni scolastiche regolari. Questa condizione porta al consolidamento di pregiudizi e stereotipi che sono supportati dalla latente islamofobia. Con questo progetto vorremno contribuire a migliorare la situazione. Forniamo informazioni precise sull’Islam e gli studenti avranno anche l’opportunità di incontrare i musulmani e  conoscerli prima di formulare un parere su di loro “.
“Uno dei co-fondatori del progetto, un ceco-palestinese di nome Sadi Shanaah, come dice  il  Prague Post , ha dichiarato che le “lezioni scolastiche non prestano sufficiente attenzione all’Islam. Gli studenti vogliono saperne di più.”
“Ma il gruppo ha recentemente divulgato un annuncio pubblicitario promettendo di pagare 250 corone ceche ($ 13 dollari) a tutti gli studenti di età compresa tra 15 a 18 anni che avrebbero accettato di assistere ad una presentazione di due ore sull’Islam.
L’annuncio – finanziato dall’ambasciata americana a Praga- afferma: “L’evento si svolgerà in una scuola di New Butovice (7 minuti a piedi dalla stazione della metropolitana).  Ci sarà una breve introduzione. Sarà possibile saperne di più sul velo delle donne musulmane, sulla copertura mediatica e sui musulmani nella Repubblica ceca. Avrete anche l’opportunità di incontrare Amirah, un musulmano malese che studia medicina a Praga, e chiedere tutto quello che si vuole sull’Islam o sulla vita musulmana nella Repubblica ceca. ”
La Repubblica ceca è sede di una piccola,  ma in rapida crescita, popolazione musulmana. Anche se non esistono dati attendibili, si stima che il numero di musulmani nel paese supera ora le 10.000 persone (alcuni dicono che la cifra è più vicina a 5.000, mentre altri dicono che supera i 15.000).
Usando 10.000 come cifra di riferimento, la popolazione musulmana comprende attualmente circa 0,1% della popolazione totale Repubblica che è di 10,4 milioni. Questa percentuale è di gran lunga inferiore rispetto alla maggior parte dei paesi europei, ma il tasso di crescita è quasi il 2.000% dal 1991, e del 170% dal 2001.
La maggior parte dei musulmani nella Repubblica Ceca sono immigrati provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Egitto, Iraq, Iran, Libia, Siria e Turchia. Uno studio realizzato per la Repubblica dal ministero dell’Interno nel 2007 (si stima che ci sono stati un totale di 11.235 musulmani nel Paese nel 2005) ha riscontrato che c’erano anche un gran numero di Cechi convertiti all’Islam.
Si stima che almeno 2.000 cechi si sono convertiti all’Islam dopo la fine del regime comunista nel 1989 . Molte sono le donne che hanno sposato musulmani , ma altrettanti sono i giovani maschi che stanno “guardando all’ Islam nella loro ricerca di spiritualità “, secondo  Radio Free Europe .
Il rapporto del ministero dell’Interno dice che la maggioranza dei musulmani nella Repubblica Ceca sono ben istruiti ed economicamente di successo. “I musulmani che appartengono al nucleo della comunità sono spesso persone con istruzione universitaria . Tra loro ci sono medici , architetti , insegnanti, economisti , imprenditori e altri”, dice il rapporto .
D’altra parte , come la popolazione musulmana cresce , così aumentano le tensioni con la popolazione in generale .
Nel novembre 2013, due donne musulmane hanno minacciato di presentare una querela per discriminazione nei confronti di una scuola per infermieri a Praga dopo che sono state invitate a rimuovere il hijab mentre erano in classe.
Più recentemente , i musulmani nella Repubblica Ceca hanno cercato di vietare un libro sull’Islam perchè considerato islamofobo .
Il libro , islam e islamismo , è stato scritto da Lukas Lhot’an , un ex musulmano che ora è un apostata dell’Islam . Uscito nel 2011, il libro descrive come alcuni musulmani stanno abusando dell’ideologia del multiculturalismo per infiltrarsi nelle scuole ceche.
Lhot’an , che ha trascorso 12 anni tra i musulmani a Brno , la seconda città più grande della Repubblica Ceca , dice che le istituzioni musulmane del Paese sono ora guidate da islamisti che dominano l’intera comunità islamica . Egli accusa gli estremisti islamici di dare lezioni volte a convertire e reclutare nuovi combattenti per la Jihad , e sostiene che le moschee ceche sono controllate dall’Arabia Saudita .
Il Centro Islamico di Praga ha presentato una  denuncia penale contro Lhot’an , accusandolo di promuovere l’odio , mentre il capo della comunità musulmana a Brno , Muneeb Hassan Alrawi ha detto su Lhot’an : “E ‘un idiota iperattivo , ma anche un uomo infelice . Egli vive facendo del male . L’indagine della polizia si limita a fornirgli pubblicità. Egli non desidera nient’altro che questo” .
Ma altri dicono che l’obiettivo della denuncia penale è evidente : il suo obiettivo è quello di impedire che Lhot’an possa diffondere la sua visione dell’Islam. Secondo Týden , il libro descrive le tendenze estremiste all’interno della comunità musulmana nella Repubblica ceca e cerca di evidenziare il loro disprezzo per la democrazia e i diritti delle donne e la loro giustificazione dei kamikaze .



fonte:  http://www.imolaoggi.it - aina

22/04/14

Oggi le comiche tra riflettori e scaricabarile


 

 

 

IL COMMENTO

Il Colosseo non si accende. Ritardi su ritardi, poi pressato dal nostro giornale, arriva il giorno sui Fori Imperiali

Ieri sera, alle ore 21, il Colosseo si sarebbe dovuto illuminare per solidarietà ai due marò. L’aveva stabilito una mozione in Campidoglio approvata dieci giorni fa. A una cert’ora, però, il Comune faceva trapelare l’indiscrezione che la Farnesina aveva detto no alle luci «per non alimentare polemiche con Nuova Delhi». Ma non era vero. Il ministro Mogherini, contattata da Il Tempo, cadeva dalle nuvole. «Ma che storia è?». Trascorrevano 5 minuti e in redazione richiamava trafelato l’ufficio stampa del sindaco. «No, il Colosseo non verrà illuminato ma il Campidoglio sì». Il Campidoglio? E che c’azzecca il Campidoglio? Le lancette correvamo veloci e pure il Campidoglio non s’accendeva. Arrivava di lì a poco un’altra, l’ennesima, telefonata. Ancora l’ufficio stampa del primo cittadino: «No, ehmmm... guardate, adesso accendiamo il Colosseo». Il Colosseo? Come il Colosseo? E il Campidoglio? Macché, niente da fare. Non s’accendeva il Colosseo, non s’accendeva il Campidoglio, lungo tutta via dei Fori Imperiali era buio pesto. Così abbiamo insistito. Richiamato. Protestato. Ci siamo intestarditi fino alle ore 22 quando finalmente il Colosseo s’è illuminato a giorno. Buonanotte sindaco. Quando si sveglia, cortesemente, se ci spiega perché.


Gian Marco Chiocci - 22/04/2014

fonte: i Tempo.it

MARO'- GIORNI DI SEQUESTRO : 7 9 3

GIORNI DI SEQUESTRO: 793
 
...Però SSsssssssssss !!!! Silenzio, non disturbate gli indiani,,devono votare.

VERITA' E GIUSTIZIA PER MASSIMILIANO E SALVATORE
.........................Per non dimenticare..........................
 
FONTE: vedi link

Sui marò l’ennesima gaffe di Marino


 

 

 

RIPORTIAMOLI A CASA

Il sindaco non accende il Colosseo e incolpa gli Esteri. Il ministro smentisce e il Campidoglio corre ai ripari

NATALE ROMA, MARINO "APRE" RICORRENZA CON CORONA A MILITE IGNOTO - FOTO 5

Cara Roma, sei su Scherzi a Parte . Perché un sindaco così, come Ignazio Marino, era davvero difficile andarlo a trovare. I romani ancora si chiedono dove lo sia andato a prendere il Pd e soprattutto perché. L’ultima performance del chirurgo marziano è una commedia dell’assurdo. E ad andarci di mezzo sono, di nuovo, i nostri due poveri marò. Sei mesi fa Marino fece rimuovere senza un apparente motivo le immagini in Campidoglio per chiederne la liberazione. Ora il sindaco rifila un nuovo ceffone ai nostri due militari trattenuti in India da oltre due anni.
Andiamo con ordine. Dieci giorni fa l’Assemblea Capitolina approva all’unanimità una mozione presentata dal consigliere comunale di FI Giordano Tredicine che impegna il sindaco ad accendere il Colosseo il 21 aprile, giorno del Natale di Roma, per sensibilizzare governo, opinione pubblica e comunità internazionale sulla vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Tutti i 35 consiglieri presenti votano a favore, compresi quelli dell’ultrasinistra e della pittoresca Lista Civica Marino.

Ore 20.10
Davanti al Colosseo si assiepano un centinaio di persone di tutte le età. In mezzo a loro c’è naturalmente lo stesso Tredicine. Ma il Colosseo, contrariamente a quanto tutti si attendevano e a quanto stabilito dalla mozione, non si accende. Un comunicato stampa dello stesso Tredicine attacca il sindaco rimproverandogli di non aver voluto accendere il Colosseo. In redazione scatta l’allarme. «Vuoi vedere che Marino ne ha combinata un’altra delle sue?», ci chiediamo. C’è un solo modo per saperlo: telefonare al diretto interessato. Così chiamiamo il capo ufficio stampa del Comune di Roma, Marco Girella, che spiega: «No, il Colosseo non lo accendiamo più. Il ministero degli Esteri ci ha chiesto di non farlo. Sapete, in India ci sono le elezioni... C’è il timore che un gesto del genere possa compromettere i rapporti con Nuova Delhi...».





Ore 21.05
Facciamo le nostre verifiche. Chiamiamo il ministro Federica Mogherini, chiedendo spiegazioni alla sua portavoce. Dopo un po’ ci richiama, spiazzandoci. «No, non abbiamo mai detto al sindaco di Roma di non accendere il Colosseo per i due marò. Anzi... Sapete quanto il ministro tenga a questa vicenda, a riportare a casa quei due ragazzi... Non abbiamo nulla in contrario a un’iniziativa del genere, anzi ne saremmo contenti».

Ore 21.20
La commedia dell’assurdo arriva a livelli impensabili. Girella ci manda un sms: «Tra venti minuti accendiamo il Campidoglio». Evidentemente, la Farnesina avrà richiamato all’ordine - usiamo un eufemismo - il sindaco. Però che c’entra il Campidoglio col Colosseo? Pensiamo a un lapsus. Invece no, al telefono Girella ci spiega che il Colosseo dipende dal Mibac e non lo possono accendere così seduta stante. Ma come? L’atto dell’Assemblea Capitolina è di dieci giorni fa e il sindaco non aveva provveduto a chiedere autorizzazione ai Beni Culturali? Soprassediamo: l’importante è che qualcosa si accenda. Chiamiamo il fotografo: «Fai la foto al Colosseo spento, poi vai in Campidoglio che accendono Palazzo Senatorio».




Ore 21.46
Nuovo contatto telefonico con Girella, che ci annuncia: «Accendiamo il Colosseo!». Contrordine compagni. Richiamiamo per la ventesima volta il fotografo: «Rivai al Colosseo, lo accendono. Fai la foto». E lui, il povero Pasquale, stremato psicologicamente: «Ma ragazzi, stiamo scherzando?». Purtroppo no.

Ore 22.07
Squilla il telefono. È ancora Girella: «Lo abbiamo acceso, eh!». Poco prima ci aveva chiamato il fotografo. Alla fine se qualcosa si è acceso a Roma per quei due poveri ragazzi è grazie a Il Tempo . La credibilità del Campidoglio è invece ridotta al lumicino...
Daniele Di Mario22 aprile 2014

fonte: il Tempo.it

Quell'inutile carrozzone chiamato Frontex

Bruxelles vieta all'Italia i respingimenti mentre Londra e Berlino preparano l'espulsione degli europei senza lavoro



Pagare per farsi ignorare. È la triste realtà dell'Italia sul fronte dell'immigrazione. Un'Italia ridotta a pedina irrilevante, costretta a farsi carico del salvataggio e del mantenimento degli immigrati illegali mentre Bruxelles non muove un dito.


Lo dimostrano i conti. Lo fanno notare, dimostrando l'irrilevanza del governo, persino i nostri ministri. Il primo ad ammetterlo è il ministro della Difesa Roberta Pinotti che sottolinea la disparità tra i fondi destinatici da Frontex, l'agenzia di Bruxelles per il controllo delle frontiere, e i soldi tutti italiani spesi per garantire le operazioni di soccorso ai migranti. «Frontex stanzia complessivamente 7 milioni e noi, solo in un mese - ammette la Pinotti - ne spendiamo 9 per Mare Nostrum». I 7 milioni citati dalla Pinotti sono in verità qualcosa di più. Frontex, dopo la tragedia di Lampedusa, destinò un trasferimento di 4,8 milioni per le operazioni da gennaio ad aprile a cui s'aggiunsero poi altri 7,4 milioni.
Tra i 12 milioni e rotti messi sul tavolo dall'Europa e i 54 spesi dall'Italia negli ultimi 6 mesi per garantire una missione da 300mila euro al giorno ballano però 42 milioni pagati di tasca nostra. Un disavanzo spropositato se si considera che l'Italia, terzo contribuente europeo, già paga ampie fette dei fondi di Frontex. La sproporzione tra il dare e l'avere diventa più devastante se si considera l'irrilevante ruolo politico riservatoci a livello europeo.





Pensiamo all'appello del 15 aprile alla Commissione Schengen del ministro dell'Interno Angelino Alfano che sollecita un «indispensabile ulteriore concorso dell'Europa» e ricorda i 20mila e 500 migranti accolti dall'Italia nei primi tre mesi e mezzo del 2014 a fronte dei 2.500 dello stesso periodo di un anno fa. Quei numeri provano, sottolinea Alfano, un'emergenza senza precedenti e hanno come unico precedente il 2011 quando primavere arabe e conflitto libico spinsero in Italia 62mila clandestini. L'attenzione degli «amici» europei emerge in tutta la sua indifferenza 48 ore più tardi quando l'Europarlamento ignora l'allarme del nostro ministro e vota invece la nuova legge che mette definitivamente fuori legge i respingimenti in alto mare. Grazie a quella legge nessuna guardia costiera europea potrà rimandare indietro le barche dei trafficanti di uomini, ma dovrà limitarsi ad «avvertire il natante e ordinargli di non entrare nelle acque territoriali di uno Stato membro».
Un voto scontato se si pensa alle critiche europee a una politica dei respingimenti incapace di distinguere tra clandestini e migranti con diritto d'asilo. Un voto paradossale se si pensa all'intesa tra Angela Merkel e David Cameron per rendere legale, come rivela il Daily Mail del 31 marzo, l'espulsione forzata dei cittadini europei rimasti senza lavoro per più di tre mesi. Un'intesa sollecitata da un premier inglese costretto a fare i conti, in vista del voto del prossimo anno, con la rabbia dei disoccupati britannici vittime del lavoro a basso costo arrivato dall'Est dell'Unione Europea. L'intesa gentilmente concessa dalla Merkel per evitare un addio inglese a Bruxelles, riguarderà però tutta la Ue. «Cameron - spiega il quotidiano inglese - lavorerà a un piano per deportare gli immigranti illegali.... ma i piani tedeschi andranno oltre dando agli Stati membri il diritto di buttare fuori chi non lavora. Le proposte provano come i principali leader europei si rendano conto della necessità d'imporre maggiori restrizioni alla libertà di movimento in Europa». Insomma mentre allontanare gli immigrati extracomunitari resta un tabù, Germania e Inghilterra si preparano a imporci la deportazione dei cittadini europei.


20/04/14

India meno ascetica Il dopo Ghandhi è nazionalismo hindu


Narendra Modi è un uomo decisamente di destra ed è il favorito alle elezioni indiane per il ruolo di premier. Con lui cresce il nazionalismo hindu che predicano l’orgoglio nazionale, ce l’ha con gli stranieri -vedi i Marò italiani- ed organizza a New Delhi centri giovanili sul modello ‘Balilla’
In Italia sarebbe stato il Min-Cul-Pop, cultura popolare, in India il nazionalismo fascisteggiante locale si accontenta, per il momento non avendo ancora il potere, di “Rashtriya swayamsevak sangh”, Rss, acronimo di Associazione nazionale dei volontari. Speriamo che quei 2 mila centri già sorti a New Delhi restino volontari e che Narendra Modi e il suo Partito popolare indiano, Bjp, quando il 12 maggio risulterà probabile vincitore delle infinite elezioni indiane, non si monti la testa.

Narendra Modi , probabile nuovo premier indiano
Narendra Modi , probabile nuovo premier indiano

Ma cos’è questo “Rashtriya swayamsevak sangh”, Rss? Un’organizzazione culturale ma soprattutto para-militare basata sull’ideologia dello hindutva, un movimento che esalta l’India, la sua cultura e i suoi abitanti in quanto hindu, e non supporta la presenza delle minoranze se non si assoggettano al volere della maggioranza. Il suo obiettivo è dunque creare uno Stato hindu. E il Rss è il mezzo tramite cui realizzarlo. Qualcosa di spiacevolmente vicino allo Jihadismo islamico o al fascismo.

Il Times of India, ripreso da Lettera 43, ha riportato le parole di Ravi Tiwari, un giovane 22enne di Lucknow da poco entrato nel Rss: «Credo nello hindutva, il Paese ha bisogno di riforme. Chi se non Modi può realizzarle? I giovani non aspettano altro. Hanno bisogno di maggiori responsabilità e la shakha (il centro dove si riuniscono i giovani del Rss, nda) è il miglior posto per imparare a farlo». Come Ravi, migliaia di altri ragazzi iscritti alla Rss non appena il Bjp ha candidato Modi a premier.

Rashtriya swayamsevak sangh, avanguardisti indiani
Rashtriya swayamsevak sangh, avanguardisti indiani

Lo stesso primo ministro ha frequentato -sin da bambino- uno Rss e oggi per molti è diventato un esempio di successo da seguire. Detto all’italiana, dai figli della lupa crescere per età: balilla, balilla moschettieri, avanguardisti sino ai 18 anni. Poi si era fascisti a basta. In India l’Rss che negli ultimi tempi non godeva di grandi attenzione, ha registrato un’incredibile crescita con l’apertura dei nuovi centri. «Dove formano il carattere, danno ideali in cui credere, disciplina e l’ Hindutva».

Sempre coi Balilla condividono la divisa e il mito della atleticità. La giornata dei volontari inizia presto, con un allenamento nelle akhara, le palestre usate dagli asceti guerrieri hindu dove insegna ai ragazzi l’uso del lathi, un bastone di legno che può essere utile negli scontri urbani, poiché tutti devono sapersi difendere e attaccare. I centri sono gestiti da pracharak – predicatori – che non lavorano e rimangono celibi per dedicare la loro vita alla missione di rigenerare la comunità hindu.

Rashtriya swayamsevak sangh, avanguardisti indiani in parata
Rashtriya swayamsevak sangh, avanguardisti indiani in parata

Queste figure istruiscono alla cultura hindu, basata sui testi tradizionali e sui libri scritti dagli appartenenti alla Rss, incentrati sull’orgoglio della nazione, sulla slealtà dei non-hindu e sulla futilità dei metodi gandhiani. Non va dimenticato che fu proprio un membro della Rss, Nathuram Godse, ad uccidere Gandhi il 30 gennaio 1948. Nel 1984 vi fu l’escalation con il braccio armato chiamato Bajrang Dal, a ‘protezione’ degli hindu’ per agire impuniti contro le minoranze musulmane

Anche il partito Bjp nasce dalle Rss: oltre a Modi, anche i suoi principali esponenti hanno vissuto l’adolescenza nei centri della Rss. L’ascesa del partito è avvenuta in parallelo con il movimento religioso-politico del Ramjanmabhumi, la campagna per liberare il luogo di nascita del dio Ram ad Ayodhya. Ed ecco perché il voto in India preoccupa non solo il Subcontinente. Se l’esplodere di tanti Rss è l’anticipazione di quello che si prepara, in India è in corso l’avanzata del ‘fascismo’ hindu.

di Ennio Remondino - 19 aprile 2014

fonte: http://www.remocontro.it

Stati generali prima della presa della Bastiglia






La situazione politica, economica, sociale e culturale del Paese non può essere risolta attraverso il patto scellerato del Nazareno e non saranno Renzi e Berlusconi a sciogliere i nodi strutturali che stanno soffocando l’Italia.
Stracciato il precario equilibrio dei tre poteri con il superamento dell’art.68 della Costituzione, assistiamo da troppo tempo allo strapotere della magistratura che, in taluni casi, ha assunto una funzione oggettivamente supplente del vuoto lasciato dalla politica e, in altri, un ruolo esorbitante in grado di esercitare interventi distorsivi del costituzionale potere primigenio che la costituzione attribuisce alla sovranità popolare.
Un Paese lacerato che si ritrova, infine, a dover fare i conti con quell’ircocervo dell’Unione Europea, formalmente rappresentato dal Parlamento ubiquitario tra Bruxelles e Strasburgo, e sostanzialmente esercitato dalla Commissione europea e dalle diverse magistrature sovranazionali e, giù per li rami, dalle complesse e articolate tecnostrutture comunitarie.
Se facciamo un confronto tra l’Italia del 1948, quella che poté esprimersi elettoralmente a Costituzione repubblicana approvata, e quella odierna, dovremo riconoscere lo stato di grave degenerazione sistemica cui siamo giunti.
Nel 1948, DC e PCI, i partiti che esprimevano le culture politiche prevalenti del Paese, erano espressione di quasi l’80% dell’intero corpo elettorale, con straordinaria capacità di rappresentanza degli interessi e dei valori delle classi, gruppi sociali e movimenti presenti nella società italiana. Oggi, PD e ciò che resta del Pdl, rappresentano meno di un terzo dell’intero corpo elettorale, considerata l’astensione dal voto di quasi il 50% degli elettori.
Anomalia delle anomalie: un terzo presidente del consiglio non eletto, è il segretario di un partito che rappresenta meno di un terzo dei voti espressi, ossia meno del 15% dell’intero corpo elettorale, e controlla, di fatto, l’intero potere di tutte le istituzioni pubbliche italiane.
Pensare che con il patto del Nazareno, da molti considerato scellerato, si possa procedere alle modifiche del sistema costituzionale, attraverso ripetuti colpi d’ariete con l’art.138, da un Parlamento delegittimato e da una maggioranza che è sostanziale minoranza nel Paese, è semplicemente delirante, frutto della semplificazione di quei due giganti fiorentini del pensiero politico: Matteo Renzi e Denis Verdini.
Da tempo sosteniamo che serve un cambiamento radicale di sistema che può essere fatto, tuttavia, o democraticamente, con un Parlamento costituente eletto a suffragio universale rappresentativo di tutte le componenti politiche, sociali e culturali del Paese; oppure ci si arriverà, ahimè, per strade violente e non compatibili con le regole di una democrazia funzionante.
Non saper leggere ciò che accade a livello sociale, economico e culturale nel Paese è il risultato di una pochezza politica delle attuali componenti in campo, ognuna delle quali sta vivendo un travaglio dolorosissimo, solo in parte reso esplicito, ma che, sin dalle prossime elezioni europee è destinato ad esplodere in forme ancora difficilmente prevedibili.
Facciamo nostra l’analisi di Aldo Canovari sulle tre Italie in cui oggi si ritrova l’assetto sociale del Paese:
- “La prima è quella costituita da una cupola di privilegiati (grosso modo, in base ai parametri di calcolo adottati, circa 500 mila – 1.000.000 di persone), che occupano posti elevati in organismi pubblici centrali o territoriali di natura politica, giudiziaria, amministrativa, posti super-retribuiti e per di più sicuri e garantiti. E’ quella stessa cupola che nel corso degli ultimi decenni ha realizzato sperperi e folli deficit.
- La seconda è costituita dal gran numero dei dipendenti pubblici di livello medio-basso, i quali sono pagati poco, costretti spesso, contro la loro volontà, a non essere produttivi, il cui privilegio (non trascurabile) è quello della sicurezza del posto, unita spesso alla gratificazione di poter esercitare un qualche potere sui cittadini privati.
- La terza è costituita da quei tanti cittadini che producono effettivamente ricchezza (piccoli e medi industriali, artigiani, commercianti, professionisti, chi svolge un’attività autonoma in genere e i milioni di individui che lavorano alle loro dipendenze).
Tutti costoro operano nelle condizioni di rischio tipiche di ogni attività privata medio-piccola: fallimento se imprenditori; perdita del lavoro-licenziamento se dipendenti. Li potremmo chiamare, ricorrendo a un’analogia non troppo forzata con la situazione dell’Ancien régime intorno agli anni 1760-1786, membri servili della società, soggetti alla cosiddetta taglia reale, in quanto sudditi di rango inferiore.”


Una teoria dei tre stati che trova il suo corrispettivo nello sgretolamento della rappresentanza sociale, culturale e politica degli interessi e dei valori di riferimento di quegli stessi attori sociali. Prima, i grandi partiti esprimevano le culture prevalenti esistenti in Italia e rappresentavano gli interessi di blocchi sociali omogenei e consistenti; oggi, rischiano di rappresentare solo la parte prevalente della prima classe, quelli della casta, una parte minoritaria della seconda, quella dei diversamente tutelati, mentre” il terzo stato” è ridotto ad astenersi o a farsi rappresentare, un tempo dalla Lega, e adesso dal Movimento Cinque Stelle.
Servirebbero i Voltaire, Diderot e D’Alambert dell’89, in grado di dare voce e autorevolezza a questo moderno “terzo stato”; si tenta, invece, di far passare la vulgata del Nazareno, e la prova del nove si avrà con le elezioni europee del 25 Maggio.
Credo che gli italiani non si faranno gabbare, avendo consapevolezza che, allo stato in cui siamo giunti, servirà, prima gli stati generali ( elezioni politiche senza i trucchi dell’Italicum) e poi, la riforma della Costituzione e dell’intero assetto dello Stato in una nuova Europa. Passaggi indispensabili se vogliamo evitare che, dopo gli stati generali, arrivi la Pallacorda e poi, la presa cruenta della Bastiglia…

Ettore Bonalberti - 19 aproile 2014

fonte: http://www.formiche.net/

Il signor capo della Polizia e i cretini




Signor Capo della Polizia
chi le scrive, prima di assumere la direzione de Il Tempo, ha trascorso gran parte della sua esistenza professionale facendo il cronista di strada e l’inviato speciale. In queste vesti ha provato a raccontare con obiettività i fatti che gli scorrevano davanti. Un bel giorno - si fa per dire – finisce catapultato nella bolgia di Genova, città assediata, impaurita, presidiata da elicotteri, blindati, robocop in uniforme e cavalli di frisia. Abituato, per sfida e per cultura a ritrovarsi spesso dalla parte sbagliata, pensai di procedere controcorrente rispetto alla totalità dei colleghi impegnati a celebrare i proclami di guerra dei cattivi maestri in tuta bianca: e così, dopo essermi beccato sul fianco una manganellata tirata alla cieca da un agente al primo contatto con gli antagonisti, un po’ prevenuto chiesi a quei poliziotti la possibilità di seguirli come un’ombra, di registrare le loro sensazioni, di raccontare l’altra faccia degli scontri che avrebbero fatto storia. Non mi dissero di sì, e nemmeno di no. Non lo sapevo ma erano gli uomini super addestrati del famoso (“famigerato”, direbbero i no global) Settimo Nucleo, il fiore all’occhiello di tutti i reparti mobili. Mi ritrovai così in mezzo a loro a vivere un’esperienza allucinante che cambierebbe a chiunque il modo di pensare e di vedere le cose.
Trascorsi le successive sette-otto ore nell’inferno di una violenza a senso unico - quella del Blocco Nero - che non credevo possibile. Non è retorica, e nemmeno piaggeria, ma per abusare di Blade Runner ho visto davvero cose che certi opinionisti e sinistri parrucconi non possono lontanamente immaginare. Ho visto ragazzi, i suoi ragazzi, signor capo della Polizia, piegarsi in due a colpi di pietre e bastonate. Ho visto i caschi della Celere frantumarsi al contatto con le biglie d’acciaio. Ho visto divise prendere fuoco insieme a chi le indossava. Li ho visti piangere dal dolore, soffocare nei loro stessi gas lacrimogeni, chiedere aiuto e soccorso ai compagni. Ma soprattutto li ho visti ogni volta risorgere, rialzarsi miracolosamente, ricompattarsi a mo’ di testuggine, battere sugli scudi per ritrovare coraggio, rincorrere ombre anche se azzoppati, ingaggiare nuovi scontri, rispondere alle offese senza mai infierire quando al loro posto - lo confesso - li avrei presi tutti gratuitamente a mazzate. Li ho visti andare al macello in settanta contro 500/600, mi sono detto ma chi glielo fa fare, ho pensato alle loro mogli e ai figli a casa, e più avanzavano malconci e fieri verso quel muro d’odio e più pensavo che a gente così bisognerebbe dargli cinquemila euro d’aumento, minimo. Al termine di quella giornata ho visto una città distrutta, bruciata, disorientata, avvolta dal fumo nero, stuprata da migliaia di animali. Quel che ho visto l’ho raccontato senza filtri e preconcetti. Ma l’indomani, leggendo i giornali, pensavo d’aver vissuto un incubo coi responsabili di quella guerra civile osannati e coccolati e i difensori dello Stato umiliati e maltrattati. Ci fu la Diaz, è vero, con lo schifo che alcuni poliziotti senza nome fecero all’interno. Ci fu la tragedia di Carlo Giuliani, ucciso per legittima difesa da un carabiniere terrorizzato dall’orda di barbari invasati sulla camionetta incastrata. Ci fu anche una gestione dell’ordine pubblico penosa. Ma le devastazioni, i danneggiamenti, i saccheggi, gli assalti, i pestaggi, i 20 milioni di euro di danni, i 170 poliziotti e carabinieri portati all’ospedale, che fine avevano fatto?


Ecco. La storia oggi si ripete, signor Capo della Polizia. Perché la storia, talvolta, non insegna niente e quando concede il bis si diverte a indurre in errore chi dovrebbe restarne immune. Dispiace che a commetterlo, stavolta, sia stato Lei, nella fretta di dare del «cretino» a un suo poliziotto che avrà anche sbagliato a calpestare un manifestante (sarà la magistratura a stabilire se l’ha fatto apposta) ma che - assieme agli altri suoi colleghi - per ore ha subìto di tutto, come ogni giorno subiscono all’inverosimibile sui monti della Tav o allo stadio, in un crescendo d’ansia e adrenalina senza eguali. La base del Corpo è in rivolta per le sue parole, i sindacati di polizia l’hanno criticata ferocemente, il prefetto di Roma ha detto cose ovvie e naturali che i suoi uomini si aspettavano da Lei, il ministro Alfano ieri ha difeso il Corpo con parole che da decenni non si sentivano al Viminale. Non faccia finta di non ascoltare quelle voci. Anche se nella sua lunga e brillante carriera ha combattuto (bene) il crimine organizzato senza occuparsi mai della piazza, dia presto un segnale a chi rifugge il pensiero unico della polizia cilena. Come scriveva Sun Tzu nell’Arte della guerra, un vero leader non comanda con la forza ma con l’esempio.

di Gian Marco Chioggi - 19 aprile 2014

fonte: http://www.iltempo.it