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15/10/16

Clinton, Isis e sauditi: una rivelazione clamorosa


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L’IPOCRISIA SVELATA
I governi di Qatar e Arabia Saudita stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione”.
A scriverlo è Hillary Clinton in una mail indirizzata nell’agosto del 2014 a John Podesta (da sempre uno dei più stretti collaboratori della famiglia Clinton ed oggi a capo della sua campagna elettorale).
La mail, rilasciata da Wikileaks, è clamorosa.
Se l’America fosse ancora una democrazia sana e non sottomessa ad un’élite tecnocratica e finanziaria che pilota crisi internazionali e guerre umanitarie (di cui la Clinton è la rappresentante), lo scandalo di questa mail costringerebbe la candidata Presidente al ritiro.
Il motivo è evidente: nonostante fosse a conoscenza dell’appoggio che i regimi del Golfo alleati degli Usa danno all’Isis, la Clinton ha continuato ad accettare milioni di dollari di finanziamento per la sua Fondazione proprio da questi regimi che lei stessa riconosce essere sponsor del terrorismo islamista.
Dell’imbarazzante finanziamento saudita alla signora abbiamo ampiamente parlato in questo articolo dell’agosto scorso che invito a rileggere per sopperire alle “distrazioni” del mainstream democratico.

UN LIBRO PAGA IMBARAZZANTE
In altre parole: la candidata alla Presidenza degli Stati Uniti riceve enormi quantità di denaro da  “stati canaglia” che lei stessa sa essere fiancheggiatori del terrorismo e ispiratori di coloro che poi in Usa e in Europa uccidono cittadini americani ed europei.
Basterebbe questo per capire l’ipocrisia che alimenta la retorica occidentale della “lotta al terrorismo” e della difesa delle democrazie dal pericolo di coloro che le vogliono distruggere. Difficile difendersi quando sei sul libro paga dall’amico del tuo nemico; e l’eventualità che su questo libro paga ci possa essere un futuro Presidente degli Stati Uniti rende oscuro il futuro  dell’America.
APOCALISSE CHIAMATA CLINTON
 
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In questa campagna elettorale per le Presidenziali, Trump, il rivale della Clinton, è stato ripetutamente attaccato per il suo atteggiamento non ostile nei confronti della Russia di Putin; è stato dipinto come una sorta di Manchurian Candidate manipolabile da potenze straniere.
Nell’ultimo dibattito televisivo, la Clinton è arrivata ad affermare: “non è mai successo prima che un avversario (Putin) si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni”.
Ma Putin non finanzia la campagna elettorale di Trump; e la Russia è impegnata a combattere l’Isis e il terrorismo islamista sia in Siria che in Asia centrale.
Al contrario, i sauditi amici della Clinton finanziano la sua Fondazione di famiglia con la stessa mano con cui finanziano l’Isis, Al Qaeda e diffondono l’integralismo islamico in Europa.
Questo cinismo, questa spregiudicatezza nell’uso di un potere senza regole, nella manipolazione dei media sui quali non troverete queste notizia, sommati ad una visione (da lei incarnata quando è stata Segretario di Stato) del ruolo degli Stati Uniti come gendarmi del mondo ed autorizzati a scatenare guerre umanitarie dietro pretesti inventati (come nel caso della Libia), ad orchestrare crisi nazionali e “colpi di Stato democratici” (come nel caso dell’Ucraina), rendono la Clinton un pericolo reale per l’America e per il mondo.

Nel suo appello agli elettori, la Clinton ha ammonito con tono profetico: “io sono l’ultima cosa tra voi e l’Apocalisse”. Sarà, ma per ora lei è la prima cosa tra i tiranni sauditi e i tagliagole dell’Isis; questo dovrebbe preoccupare l’America.

di Gianpalolo Rossi - 12 ottobre 2016
Su Twitter: @GiampaoloRossi

fonte: http://blog.ilgiornale.it 

13/10/16

La “supercazzola” di Tommaso Nannicini



 


Intervistato da “Avvenire”, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, ha estratto una scintillante “supercazzola”.
Rispondendo, in particolare, alle critiche mosse al Governo circa un eccesso di sensibilità elettorale nei confronti dei pensionati, in rapporto alla situazione catastrofica della condizione giovanile, si è ampiamente dimostrato all’altezza del suo capataz Matteo Renzi.
“L’idea è quella di unire al taglio del cuneo contributivo ed al rilancio della previdenza complementare anche una nuova pensione contributiva di garanzia. Sarà uno zoccolo duro, legato agli anni di contributi e all’età di uscita, per garantire che anche pensioni basse siano adeguate e per evitare che i giovani di oggi diventino i poveri di dopodomani”.
Così parlò questo novello Zarathustra di Montevarchi. Uno dei tanti saccentelli dell’Esecutivo dei miracoli che, evidentemente con qualche fondamento, ritiene di rivolgersi ad una platea di cittadini a dir poco sprovveduti e sicuramente piuttosto smemorati. Tanto smemorati da non ricordarsi che la citata previdenza complementare, il famoso terzo pilastro pensionistico, è stata letteralmente massacrata dai sodali di Nannicini, raddoppiando di fatto l’aliquota fiscale agevolata di cui essa ha goduto per anni.
E se questo cantastorie renziano sostiene a chiacchiere di operare affinché i giovani di oggi non diventino, per l’appunto, i poveri di dopodomani, nei fatti egli ha contribuito non poco a rendere questi ultimi immediatamente più poveri, aumentando il prelievo sulle pensioni private dall’11 al 20 per cento. Un vero e proprio saccheggio operato ai danni delle persone più virtuose e responsabili che ancora grida vendetta.
Ma il signor Nannicini, già consigliere economico del più grande venditore di fumo della storia repubblicana, dopo aver sottratto il malloppo ci spiega che in cima alle sue preoccupazioni c’è proprio il futuro previdenziale degli odierni lavoratori. Una volta le chiamavano facce di bronzo; adesso si userebbero espressioni più colorite che lascio alla fervida immaginazione del lettore.

di Claudio Romiti - 13 ottobre 2016

REFERENDUM E TV/ C'è un "bug" che mette in crisi Renzi





Renzi e il referendum: dalla personalizzazione spinta della primavera scorsa (se perdo mi dimetto) a oggi, potrebbe esser cambiato così tanto da non essere cambiato nulla. In mezzo ci sono stati gli avvertimenti molto preoccupati dell'ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano, le critiche della minoranza dem, i mea culpa; ma il presidente del Consiglio è sempre di più al centro della scena. Strategia deliberata o protagonismo inevitabile? Lo abbiamo chiesto a Sara Bentivegna, docente di comunicazione politica nell'Università La Sapienza di Roma.

Renzi è dappertutto, la personalizzazione sembra per lui una via obbligata.
Temo di sì. Siamo di fronte all'incarnazione più compiuta del governo del leader di cui parla Mauro Calise; il governo è Renzi, è lui che dà corpo a tutti i ministri, è lui la fonte della loro legittimazione politica. In queste condizioni non può che personalizzare, alternando momenti di tregua per far scendere la sovraesposizione. Ma siamo a ridosso del voto ed è un'impresa difficile.

A ridosso del voto? Si vota il 4 dicembre.
La politica è cambiata. Siamo in una campagna elettorale permanente, fatta di tappe: ora è il referendum costituzionale, ieri erano le amministrative. E' un percorso cominciato quando Renzi si è candidato a leader del centrosinistra nel 2012.

E Renzi che rischi corre?
Deve stare attento a non raggiungere il livello di saturazione. Oggi è una presenza continua e ossessiva sui media generalisti. Il rischio è il tormentone: prevedi la battuta perché sapendo dove vuole arrivare, sai già cosa sta per dire.

Insomma è il pericolo del rigetto?
Sì. Inizierà probabilmente a calmierare le presenze, a usare solo alcune occasioni. 

Il premier è passato dalla personalizzazione alle astuzie retoriche: definire "spassose" le discussioni su quanto cresce il Pil, accusare la "caccia all'uomo mediatica" contro il Sì, dire che la"cultura del no" impedisce il dibattito, eccetera. Qual è la matrice ideologica di questo storytelling?
E' un fenomeno che finora è stato estraneo alle nostre campagne elettorali, perché la politica era diversa e oggi Renzi è un perfetto interprete di quella nuova. Il metodo della boutade, della cosa vera e non vera, è una scelta strategica derivante anche dal fatto che la crisi di autorevolezza e legittimazione della politica coinvolge direttamente il sistema mediatico. Perché media e giornalisti non replicano prontamente mettendo alle strette l'interlocutore quando resta sul vago, vagliando ciò che dice, obbligandolo a chiarire? Se gli si lascia libertà di "narrare", il politico ha buon gioco nel dire tutto ciò che vuole.

Renzi viene accostato a Berlusconi. A ragione o a torto?
Entrambi hanno rappresentato una svolta nel contesto comunicativo: Berlusconi con la televisione commerciale, Renzi con l'uso dei social media e della tv inserita nel nuovo sistema mediale. Il resto lo fa il contesto mutato. Berlusconi personalizzava stagliandosi su uno sfondo più tradizionale, Renzi lo fa in un contesto in cui i partiti sono di fatto scomparsi.

 
fonte: http://www.ilsussidiario.net 

11/10/16

Libia: nuove verità su una guerra sporca


Italyphotopress - il presidente francese Nicolas Sarkozy - il presidente francese Nicolas Sarkozy stringe la mano a Muammar al Gheddafi ( leader capo di Stato libico ) 


MENZOGNE E BUONI PROPOSITI
Non abbiamo molto tempo. È una questione di giorni, forse di ore. Ogni ora e giorno che passano significano un ulteriore giro di vite e di repressione contro la popolazione civile che vuole la libertà; ogni ora e giorno che passano aumenta il peso della responsabilità sulle nostre spalle”.
Era il 17 marzo del 2011 quando davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel pieno della crisi libica, il Ministro degli Esteri francese Alain Juppè pronunciava queste parole con la determinazione ed il pathos tipici dell’uomo di governo quando mente.
La Comunità internazionale doveva decidere se accettare la Risoluzione 1973 voluta dalla Francia per imporre la no-fly zone alla Libia: di fatto autorizzare l’intervento militare occidentale al fianco dei ribelli anti-Gheddafi.
In Occidente la menzogna si motiva sempre di buoni propositi; e così mentre la Francia giurava solennemente a se stessa e al mondo che mai avrebbe abbandonato “le popolazioni civili e le vittime della brutale repressione, al loro destino” e mai avrebbe permesso “che lo stato di diritto e la morale internazionale venissero calpestati”, i dirigenti dei più importanti gruppi industriali francesi (Total, Eads e Thalys) si incontravano a Bengasi con i componenti del Consiglio Nazionale Libico, per spartirsi la preda; Consiglio composto da capi ribelli opportunamente selezionati ed istruiti da Parigi grazie all’attività frenetica di Bernard-Henry Levi il “filosofo” sodale di Sarkozy, esperto di manipolazioni mediatiche; giusto per capire quanto spontanea fu la “rivolta del popolo contro Gheddafi”.
UNA RELAZIONE SHOCK
 
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Che la guerra alla Libia sia stato tutto tranne un sussulto umanitario dell’Occidente, ormai è dominio comune (e non solo dei soliti complottisti che lo spiegavano già nel 2011). Gli ultimi ad ammetterlo sono gli inglesi in una relazione shock del Parlamento britannico che ovviamente invano cercherete sui media.
Nelle 46 pagine presentate dalla Commissione Affari Esteri si afferma che:
1) L’intervento britannico in Libia al seguito della Francia è avvenuto al buio senza le necessarie conoscenze di ciò che stava realmente accadendo in quel paese
2) La violazione dei diritti umani di massa da parte di Gheddafi (alla base dell’intervento) non è mai stata confermata; mentre è confermato che crimini (esecuzioni sommarie anche di civili e torture) furono compiuti da entrambe le parti, quindi anche dai ribelli che in Occidente venivano dipinti come pacifici e democratici
3) I Servizi d’intelligence britannici furono inadeguati a comprendere la misura della presenza islamista legata ad Al Qaeda all’interno dei famosi ribelli “moderati”
4) La risoluzione Onu prevedeva l’embargo della armi alle parti in guerra, ma molti paesi la violarono (dopo averla imposta) rifornendo di armi i ribelli anti-Gheddafi
5) La sconfitta militare del regime avvenne solo grazia alla “combinazione tra forza aerea della coalizione, fornitura di armi, di intelligence e di personale militare (anche da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) garantito ai ribelli”. In altre parole senza l’intervento straniero Gheddafi non sarebbe caduto.
6) Vi erano disponibili almeno due opzioni politiche “se il governo britannico avesse aderito allo spirito della risoluzione 1973; ma non furono mai percorse.
UMANITARISMO????
La relazione parlamentare inoltre dà credito alle rivelazioni di Sidney Blumenthal, consigliere personale di Hillary Clinton (allora Segretario di Stato), che, in una mail a Hillary, spiegò le vere ragioni dell’attivismo francese:
A) ottenere una maggiore quota di produzione di petrolio (soppiantando il ruolo dell’Eni aggiungiamo noi)
B) Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
C) Migliorare la sua situazione politica interna in Francia (in vista della scadenza elettorale)
D) Fornire ai militari francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo
E) Scongiurare il progetto di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona (attraverso la creazione una moneta panafricana che avrebbe sostituito il Franco Francese Africano)
Altro che umanitarismo e difesa del diritto internazionale!
La guerra alla Libia rimane una delle più disastrose (e vergognose) pagine dell’Occidente e una delle cause dell’attuale disastro mediorientale. La distruzione della Libia ha consentito l’espansione del terrorismo jihadista nel Mediterraneo (come previsto dallo stesso Gheddafi) e generato il dramma dei profughi in Europa.

Un grazie sentito a chi di dovere.

di Gianpaolo Rossi - 6 ott 2016
fonte: http://blog.ilgiornale.it