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28/02/15

Storia di un Paese che crolla sui cittadini


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Pronto e crollato. Aveva fatto scalpore, nel periodo delle vacanze natalizie, la vicenda di un’opera stradale inaugurata il 23 dicembre e chiusa per crollo il giorno 30 dello stesso mese. Era accaduto in Sicilia sull’asfalto dei viadotti Scorciavacche (che in siciliano significa «scuoia-vacche») sulla Palermo-Agrigento. La procura di Termini Imerese aprì subito un’inchiesta, mentre l’ANAS fece sapere che avrebbe avviato un’indagine interna e fatto ricorso ad azioni legali nei confronti dell’impresa costruttrice.
Ma il tempo non è stato galantuomo. A poco più di un mese di distanza, l’opera ha concesso un per nulla richiesto bis. Come ha fatto sapere l’ANAS: «Nel tratto di strada chiuso al traffico il 30 dicembre negli ultimi giorni si è sviluppato un nuovo fenomeno progressivo di deformazione del rilevato d’accesso al viadotto Scorciavacche 2, sulla variante alla SS 121 Catanese, nell’area sottoposta a sequestro probatorio dalla Procura di Termini Imerese». Sempre l’ANAS ha spiegato che «il fenomeno, che ha provocato il cedimento del piano viabile a una distanza di circa 150 metri dal viadotto Scorciavacche, in direzione Palermo, è da attribuire alle stesse cause che hanno determinato il precedente dissesto, che ha a sua volta contribuito a ingenerare il nuovo evento».

L’accaduto si fa beffe di molti personaggi illustri. A partire dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, che lo scorso dicembre aveva commentato la notizia (rigorosamente sui social network) assicurando che fosse «finito il tempo degli errori che non hanno mai un padre». A quanto pare, mentre si cercano i padri, le madri degli errori continuano a farsi ingravidare e a partorire. Ma il nuovo crollo si prende gioco anche del presidente dell’ANAS Pietro Ciucci, che il giorno dell’inaugurazione dell’opera aveva sottolineato con orgoglio l’apertura in anticipo di tre mesi del tratto, aggiungendo che quello aperto era «uno dei più impegnativi dal punto di vista della realizzazione». Anche con lui il tempo non è stato galantuomo.
L’ANAS ha fatto sapere che, non appena l’area sarà dissequestrata, «il contraente generale dovrà ripristinare l’intero rilevato, con costi dell’intervento interamente a suo carico», e che «sulla base delle responsabilità, così come saranno accertate anche dalle commissioni d’esperti nominate da ANAS e Ministero delle Infrastrutture, saranno avviate le azioni legali per il recupero del danno subito, compreso quello d’immagine». Ironia a parte, non possiamo che augurarci che a queste parole seguano i fatti, poiché il costo del tratto interessato al duplice crollo ammonterebbe a circa 13 milioni d’euro. Ma soprattutto perché rientra in un piano d’opere più ampio iniziato a giugno 2013 e che dovrebbe concludersi entro il 2016, per un costo totale di quasi 300 milioni d’euro.

Sarebbe facile ergere il viadotto Scorciavacche a simbolo di un’Italia che crolla sotto il peso dei propri paradossi e delle proprie inefficienze. Sarebbe scontato, banale e forse anche inutile. Di fronte a vicende come queste, è facile che l’opinione pubblica si scandalizzi e faccia sentire la propria voce. È più difficile che avvenga per situazioni altrettanto scandalose ma meno appariscenti di un viadotto consegnato e crollato due volte in poco più di un mese.
Poche settimane addietro, è stato presentato il ventisettesimo Rapporto Italia dell’Eurispes, che ha dipinto uno Stivale decisamente a tinte fosche, zavorrato dalla mancanza di crescita economica e dal peso della disoccupazione (in particolar modo giovanile). E mentre la crisi continua a mordere — ha spiegato il presidente d’Eurispes Gian Maria Fara nel corso della presentazione del Rapporto — «lo Stato sopravvive nutrendosi dei propri cittadini e delle proprie imprese, cioè della società che lo esprime. Con evidente miopia: che cosa accadrà quando non ci sarà più nulla di cui nutrirsi?». Di fronte a questa situazione, ad esempio, è molto più difficile che l’opinione pubblica si scandalizzi, perché dietro al «nutrimento dello Stato» c’è la retorica delle buone intenzioni e un groviglio d’interessi particolari difficile da sciogliere.
«Mentre l’economia va a rotoli e la società vive un pericoloso processo di disarticolazione», ha aggiunto il presidente d’Eurispes, «assistiamo al trionfo di un apparato burocratico onnipotente e pervasivo, in grado di controllare ogni momento e ogni passaggio della nostra vita. Con l’incredibile incremento della produzione legislativa necessaria a regolare la nuova complessità sociale ed economica, la burocrazia da esecutore si è trasformata prima in attore, poi in protagonista, poi ancora in casta e, infine, in vero e proprio potere al pari, se non al di sopra, di quello politico, economico, giudiziario, legislativo, esecutivo, dell’informazione».

La vera battaglia è spiegare che il grande scandalo dell’Italia è l’organizzazione inefficiente della vita socioeconomica attuata dalla burocrazia e dalla politica. Una battaglia tutt’altro che semplice da vincere, perché, sebbene un po’ tutti a parole si lamentino dell’invadenza e insensatezza degli apparati pubblici, poi è difficile passare dalle parole ai fatti. Vuoi perché si ha la compagna, il fratello, lo zio o l’amico che lavorano all’interno di quei totem che andrebbero abbattuti. Vuoi perché una certa retorica populista impedisce d’intervenire con decisione su alcuni settori (pubblica istruzione, sistema pensionistico) che hanno dimostrato di non riuscire a raggiungere gli obiettivi che ne stanno alla base, e che scaricano il peso del loro fallimento sui più deboli (perlopiù i giovani).
La sfida è portare l’opinione pubblica a scandalizzarsi di fronte al continuo e costoso cedimento della macchina politico-burocratica. Una volta vinta quella sfida, avremo molte meno Scorciavacche di cui parlare e indignarci. Perché, e sarebbe bene farlo sapere a Renzi, i «padri» del tempo degli errori si trovano quasi tutti tra i politici e tra i burocrati. O al più tra i loro amici.

di S. Scarfone - 25 febbraio 2015

fonte:http://thefielder.net


Marò: basta rinvii! Nuova iniziativa web per la liberazione dei due fucilieri di Marina, Latore e Girone.


Marò: basta rinvii! Nuova iniziativa web per la liberazione dei due fucilieri di Marina, Latore e Girone.

Avvenimenti Iblei Magazine aderisce all’iniziativa  #iostoconimarò – Basta rinvii a sostegno dei fucilieri di Marina, Massimiliano Latore e Salvatore Girone, ingiustamente detenuti in India.
I nostri Marò sono innocenti!!
'' Egregio Ministro, 15 feb. 2012 – 28 Feb. 2015,
questo è l’arco temporale nel quale sono cambiati tre Governi a fronte di un’unica continuità: l’irrisolto caso dei nostri Fucilieri di Marina, illegalmente e con decisione unilaterale di New Delhi sottoposti alla giurisdizione indiana.
Azioni dei Governi che si sono succeduti: non pervenute! A distanza di oltre tre anni dalla vergognosa consegna alla Polizia indiana (di questo si è trattato, caro Ministro) del capo di 1ª classe Massimiliano Latorre, il secondo capo Salvatore Girone e della successiva riconsegna del marzo 2012 ad opera del Governo Monti, non si ha a tutt’oggi notizia di concrete iniziative dei Ministeri competenti per sottrarre i nostri Fucilieri alla Magistratura indiana.
I ripetuti rinvii, l’ultimo al 12 Marzo p.v., da parte di questa (comprensibili stante l’impossibilità di presentare un credibile capo di accusa e di stabilire se il caso sia di competenza dell’antiterrorismo-NIA) sono sonori schiaffi inferti all’Italia e, mi permetto di aggiungere, alla nostra classe politica di cui Ella fa parte.
I Gruppi di solidarietà con i nostri Fucilieri e le loro famiglie, con le decine di migliaia di membri che sin dall’inizio della vicenda, ripeto, vergognosa, si battono per la causa di Latorre e Girone, vogliono guardare avanti. Niente polemiche sugli errori e sulle inadempienze del passato da parte di chi avrebbe dovuto tutelare due militari di questo Stato comandati in una importante missione quale l’antipirateria.
Chiediamo però un cambio di passo e che il Governo ponga in essere in concreto tutte le possibili azioni sul piano internazionale, ricorso al Tribunale internazionale del Diritto del mare in primo luogo, andando oltre gli ormai stantii e ripetuti annunci di imminenti, decisive iniziative. Lo dovete ai nostri Fucilieri, ai loro familiari e agli Italiani che si sentono mortificati quali cittadini di un Paese incapace di pretendere il dovuto rispetto e soprattutto di imporre all’India, paese amico, il rispetto del Diritto internazionale. In verità, il silenzio dei media sull’argomento non aiuta a spronare all’azione chi di competenza e a sensibilizzare l’opinione pubblica. Non vogliamo credere che la mancanza di critiche e reazioni da parte dei nostri connazionali possa indurre chi ha responsabilità di Governo a ritenere che la soluzione della vicenda non sia fra le priorità più sentite dagli Italiani e pertanto la sua mancata soluzione non rappresenti un danno in termini elettorali. Non lo crediamo, non vogliamo crederlo, ma la smentita a questo eventuale dubbio non può che essere una immediata, urgente iniziativa a dimostrazione dell’effettivo interesse del Governo e della politica tutta a chiudere la vicenda e a riportare in Italia, con onore!!, i nostri Fucilieri. Perché una urgente iniziativa? Il 12 aprile p.v. scadrà la proroga per la permanenza in Italia del Capo di 1^ classe Latorre a seguito della malattia che l’ha colpito nell’agosto scorso. In mancanza di una soluzione definitiva della vicenda potrebbe ripetersi quanto accaduto nel marzo 2013? Anche questo non vogliamo crederlo!
Distinti saluti. ''


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http://www.avvenimentiiblei.com

Pirateria dell'Isis, potremmo tornare ai tempi dei mori



Propaganda Isis, minacce all'Italia

“Se farete cadere Gheddafi la Libia diventerà un’altra Somalia”. Il monito espresso dall’Unione Africana nella primavera del 2011, purtroppo inascoltato da Nato e Occidente, suona oggi come una profezia e non solo per le similitudini tra una Somalia tribalizzata e una Libia ormai Stato fallito in preda a oltre 200 milizie.
Il parallelo tra i due Paesi potrebbe estendersi anche alla minaccia della pirateria che pare in procinto di tornare a manifestarsi sulla sponda meridionale del Mediterraneo con l’affermarsi dello Stato Islamico in Libia e il consolidarsi dei trafficanti di esseri umani legati ai jihadisti. Il rischio pirateria sembra sia stato analizzato e definito molto credibile da un rapporto dell’intelligence militare italiano citato dal quotidiano britannico Daily Express, secondo cui il Mediterraneo si potrebbe "somalizzare" e lo Stato Islamico potrebbe puntare sull’attacco e il sequestro di yacht e mercantili per finanziarsi e colpire gli interessi dei “crociati”.
Nel documento si fa riferimento al fatto che l’IS ha preso il controllo di porti e imbarcazioni in Libia facendo presagire "la possibilità che si possa ripetere lo scenario che ha visto protagonista la regione marittima tra la Somalia e Aden negli ultimi dieci anni". E ancora: "barche veloci potrebbero attaccare pescherecci, navi da crociera piccoli mercantili e imbarcazioni delle guardie costiere". Quest’ultima ipotesi si è già concretizzata due settimane or sono quando scafisti armati di kalashnikov hanno imposto con le armi a una motovedetta della Guardia Costiera italiana di imbarcare gli immigrati clandestini lasciando loro il gommone con cui sono rientrati (impuniti) in Libia.
Un episodio che potrebbe anticipare un vero e proprio abbordaggio a unità navali italiane di piccole dimensioni, con equipaggio ridotto e prive di armamento impegnate a salvare immigrati.  L'obiettivo di azioni piratesche sarebbe "catturare prigionieri da esibire in tute arancioni" e chiedere riscatti per il loro rilascio o fare pressioni sui governi dell'area, secondo il rapporto.
Rispetto alla pirateria in Somalia, ridotta ai minimi termini grazie a un massiccio impiego di flotte militari internazionali e alla capillare presenza di guardie armate sui mercantili, la pirateria dalle coste della Libia potrebbe godere di maggiori vantaggi quali un traffico commerciale e turistico ben più intenso di quello dell’Oceano Indiano, acque più calme in grado di garantire scorribande tutto l’anno e la possibilità di utilizzare gli immigrati clandestini come scudi umani.
Secondo l'ammiraglio britannico Chris Parry "i nuovi pirati" sono maggiormente armati rispetto ai loro "colleghi somali". Hanno missili terra-aria, pericolosi per gli elicotteri, e armi che rendono più complessi gli interventi. Inoltre nel Mediterraneo transita il 15% dell’intero traffico marittimo globale: sarebbe quindi impossibile proteggere tutte le imbarcazioni e, anche grazie ai tagli ai bilanci della Difesa degli ultimi anni, sarebbe difficile (oltre che costosissimo) disporre a tempo pieno di un numero di navi da guerra sufficiente a controllare e bloccare le coste libiche.
Parry già nel 2006 aveva evidenziato in un rapporto il rischio che “entro dieci anni i pirati nordafricani avrebbero avuto i mezzi per attaccare imbarcazioni e spiagge nel Mediterraneo”. Una minaccia che ci riporta indietro di secoli, all’epoca delle incursioni dei mori sulle coste italiane e del sud Europa anche se in realtà gli ultimi abbordaggi pirateschi nel Mediterraneo vennero attuati da ciurme albanesi che nel 1997 attaccavano le imbarcazioni turistiche durette a Corfù dal porto di Saranda, a sud di Valona.
Anche l’ammiraglio statunitense James Stavridis, ex comandante supremo della Nato, considera l’Italia particolarmente esposta alla minaccia e, intervistato dal Sunday Times, ha ribadito la possibilità già più volte ventilata che i jihadisti “possano infiltrarsi tra i migranti clandestini o semplicemente decidere di sbarcare sulle coste italiane per conto proprio”. Stavridis ricorda che nelle attuali condizioni l'Italia potrebbe richiedere in base all'articolo 4 del Trattato Nato una consultazione con gli alleati per ottenere garanzie per la propria integrità territoriale. Minacce all'Italia arrivano del resto direttamente da siti web vicini ai jihadisti. In un messaggio rinvenuto da Site un militante mette in guardia l'Italia dall'entrare in guerra contro l'Isis per evitare che il Mediterraneo sia “arrossato dal sangue dei suoi cittadini”.
Un pericolo che sembra preoccupare il turismo marittimo di lusso come conferma il Consorzio "Rete Porti Sardegna" che accusa però l’articolo del Sunday Times di spaventare i turisti.
"Diversi affezionati clienti internazionali - spiega il Consorzio - ci hanno segnalato preoccupati un articolo apparso sul Sunday Times del 22 febbraio. Considerato che la Sardegna e la Corsica rappresentano la prima destinazione mondiale estiva per i più grandi e lussuosi yacht esistenti appare evidente che questo allarme può dirottare questo importantissimo target per il turismo nautico della Sardegna verso altri bacini”. L'auspicio è che si faccia chiarezza al più presto. Prima dell'estate. "Ci si augura - spiega il Consorzio - che le istituzioni militari e di pubblica sicurezza italiane, europee e della Nato, possano replicare rapidamente ed efficacemente alle affermazioni rilanciate dal giornale assicurando che, perlomeno nella sponda europea del Mediterraneo, la sicurezza della navigazione è assolutamente garantita, con un dispositivo militare, sia al traffico commerciale che a quello diportistico".
In assenza di un intervento militare internazionale sul suolo libico l’unico modo per contrastare eventuali attacchi dei pirati è attuare una sorta di blocco navale delle coste e dei porti. Finora gli unici a porsi il problema sono gli egiziani che stanno effettuando con la loro Marina un controllo molto intenso delle acque fino al porto di Bengasi soprattutto per impedire l’afflusso di armi ai miliziani jihadisti.
In Italia la presenza della Marina Militare a ridosso delle coste libiche potrebbe consentire di tenere sotto stretto controllo ogni imbarcazione in uscita dai porti libici bloccando i traffici di immigrati come eventuali imbarcazioni pirata. Come ha più volte sottolineato la NBQ, la nostra Marina Militare dispone di mezzi e personale in grado di sostenere questa missione a cui potrebbero affiancarsi  anche forze alleate interessate a garantire la sicurezza dei traffici marittimi e a impedire ai jihadisti di continuare ad arricchirsi.
Uno sforzo a cui potrebbe unirsi pure la flotta russa, che schiera una squadra navale nel porto siriano di Tartus e ha ottenuto l’uso dei porti ciprioti per le navi  "che partecipano alle operazioni di lotta al terrorismo e alla pirateria internazionale" come ha detto Vladimir Putin incontrando ieri il a Mosca il presidente cipriota Nicos Anastasiades.

di Gianandrea Gaiani  26-02-2015
fonte: http://www.lanuovabq.it



27/02/15

VICENDA MARO' - ''L’India di Modi e dei Marò non solo giustizia negata''



Se la giustizia dorme l'economia corre. La crescita indiana ormai minaccia addirittura il primato cinese

 

 

L’India non è solo l’assurdo dei due Marò in attesa di capo di imputazione da tre anni. Marsonet, da studioso, ci ricorda che l’India è la seconda nazione più popolosa al mondo dopo la Cina, è potenza nucleare, terzo Paese al mondo per popolazione musulmana pervasa assieme da nazionalismo indù.
Quando nel nostro Paese si parla di India a tutti vengono in mente i due marò del San Marco, prigionieri nella grande nazione asiatica da più di tre anni (anche se Massimiliano Latorre è rientrato per curarsi dall’ischemia che lo aveva colto). Il caso ha suscitato scalpore pure a livello internazionale, ma l’intervento dell’Unione Europea è stato – almeno finora – del tutto inefficace.
Le autorità governative di New Delhi hanno sempre rifiutato di attribuire alla vicenda una colorazione, per così dire, “politica”, ribadendo più volte che se ne sta occupando la magistratura locale senza alcuna interferenza esterna.

Il premier indiano Narendra Modi il diversi atteggiamenti
Il premier indiano Narendra Modi il diversi atteggiamenti

Il problema è che i tempi dei giudici indiani paiono essere biblici, al punto che i nostri – non certo noti per la loro rapidità nello sbrigare le cause – al confronto paiono dei fulmini di guerra. Tuttavia alleggia da tempo il sospetto (per molti una certezza) che quello giuridico sia soltanto un paravento, dietro il quale si celano ben altre motivazioni.
Quali siano – o possano essere – è presto detto. L’India, un vero e proprio subcontinente e seconda nazione più popolosa al mondo dopo la Cina, è diventata a tutti gli effetti una grande potenza. Fa parte del gruppo dei Brics dove ha un ruolo di rilievo, e la sua crescita economica ha conosciuto ritmi prima inimmaginabili, tanto che l’aumento costante del PIL minaccia ormai il primato cinese.

E’ pure una potenza atomica che spende somme rilevanti per le forze armate, e viene corteggiata da più parti per attirarla in questa o quella sfera d’influenza. Regge ancora il rapporto privilegiato con la Russia in funzione anti-cinese, ma negli ultimi tempi Pechino e New Delhi parlano sempre più spesso, coscienti che a entrambi giova migliorare le relazioni bilaterali.
L’ascesa al governo di Narendra Modi, capo di un Partito del Popolo assai nazionalista, ha incrementato ancor più gli atteggiamenti da grande potenza e, soprattutto, l’esaltazione dell’identità culturale indù, che il Partito del Congresso di Sonia Gandhi cercava invece di frenare. Non si dimentichi, tra l’altro, che l’Unione Indiana è il terzo Paese al mondo per consistenza della popolazione musulmana, dopo Indonesia e Pakistan.

Recentemente il celebre economista e filosofo indiano Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998, ha denunciato il crescente nazionalismo nel suo Paese dimettendosi dalla carica di “chancellor” della Nalanda University. Sen ha fatto capire chiaramente che l’attuale governo di New Delhi non vede di buon occhio l’influenza di culture “straniere” in ambito accademico (e non solo).
La suddetta esaltazione del fattore identitario è destinata a pesare parecchio sul futuro indiano. E mette pure conto notare che, spesso in contrapposizione evidente con la diffusione del fondamentalismo islamico, non è neppure un caso isolato. I cinesi stanno tornando alle radici della loro cultura rivalutando in particolare, e in grande stile, la filosofia confuciana. Nelle nazioni in cui prevale il buddhismo, cultura e filosofia che dovrebbero per definizione essere pacifiche, il rafforzamento dell’identità locale ha condotto a campagne costellate da episodi di violenza, per esempio in Birmania (o Myanmar che dir si voglia) e in Thailandia.


Il premier Modi con presidente americano nella sua visita in India
Il premier Modi con presidente americano nella sua visita in India

Nel contesto indiano alcuni settori del partito nazionalista di Modi non si son fatti scrupolo di tessere le lodi del fanatico indù che nel 1948 assassinò il Mahatma Gandhi colpevole, secondo la fazione radicale cui apparteneva il killer, di favorire troppo il dialogo con i musulmani.
I marò si sono quindi trovati in due situazioni diverse. In un primo tempo la leadership dell’italiana Sonia Gandhi, vedova di Rajiv, destava il sospetto di favoritismi nei confronti dei nostri militari. Il successivo avvento di Modi ha fatto sì che il vento del nazionalismo soffiasse sempre più forte, con l’evidente intento di dimostrare al mondo che l’India non si fa intimidire da nessuno. Latorre e Girone scontano ancora la leggerezza con cui il governo italiano di allora gestì il caso.

*Michele Marsonet - 26 febbraio 2015

fonte: http://www.remocontro.it

*Michele Marsonet, Prorettore alle Relazioni Internazionali dell'Università di Genova, docente di Filosofia della scienza e Metodologia delle scienze umane. 
 
 

MARO' - IL PROBLEMA SIAMO NOI, NON GLI INDIANI




Caro Giordano, tempo fa, davanti all'ingresso dell'Accademia Navale di Livorno, si è svolta una manifestazione per la liberazione dei marò.
Dopo alcuni minuti è stato chiuso il cancello di ingresso e «a protezione dell'Accademia» è arrivata un'auto dei carabinieri. Sempre in Accademia Navale, con recenti disposizioni, è stato vietato ai parenti dei decorati al valor militare della Seconda guerra mondiale di fregiarsi delle medaglie. In questi giorni, dopo tre anni dalla incarcerazione dei due marinai, qualche buon italiano ha messo alcune coccarde gialle sui lampioni e sui portoni all'interno dell'Accademia, non sono state gradite e sono state rimosse. Il problema sono gli italiani, non gli indiani.
Alessandro Orsini - Livorno


Sì, lo penso anch'io, caro Orsini. Lei crede che gli Statì Uniti avrebbero mai accettato questo supplizio infinito, con rinvii e controrinvii dei processi? Pensa che avrebbero lasciato per tre anni due loro soldati in terra straniera? Pensa che non avrebbero organizzato un'azione di recupero, un volo spettacolare degli Apache o una missione di Navy Seals per riportarli a casa? E pensa che, se fossero tornati dalle loro famiglie per il Natale, glieli avrebbero poi rispediti indietro come un pacco non desiderato? Ha ragione: U problema non sono gli indiani. Il problema sono gli italiani. Il problema è il nostro rapporto, mai risolto, con le forze armate. Non siamo capaci di difendere i nostri marò per lo stesso motivo per cui gli ammiragli della nostra Marina vanno in giro a parlare come se fossero i capi dell'organizzazione del Buon Samaritano e poi mandano i loro militari disarmati nelle braccia dei terroristi (caso della motovedetta). Questo Paese è stato intontito a suon di falso pacifismo, antimilitarismo, buonismo d'accatto. Per anni chi diceva di stare dalla parte dell'esercito era sospettato di filo-golpismo, tendenza colonnelli della Grecia. Parlare di patria era vietato. La difesa dei confini era affidata alle marce della pace con la bandiera arcobaleno e guai a dire che se un nemico ti attacca, tu puoi essere il più buono del mondo, ma hai solo due possibilità: o rispondere a modo o soccombere. Non l'hanno mai capita, non la vogliono capire. E dunque ora paghiamo il conto di questa prolungata follia culturale. Diciamolo chiaramente: non abbiamo mai difeso i marò come avremmo dovuto perché, in fondo, una parte rilevante di questo Paese si vergogna di chi veste una divisa e rischia la vita per difenderci. È difficile da ammettere, ma è così. 


Posta prioritaria - di Mario Giordano - Venerdì 27 febbraio 2015

fonte: http://www.ilbenecomunenewsletter.it

Terrorismo. Pansa, davanti a una verità risponde con una bugia



Terrorismo, il Coisp dopo l’audizione di Pansa alla Camera:  “Ha detto che il nostro Paese è più esposto del passato ma che noi siamo pronti ad affrontare l’Isis… A una verità, risponde con una bugia!”

alessandro-pansa-polizia

Italia. “Terrorismo che avanza e Italia pronta alla sfida? Ma niente affatto. Organici di Polizia sottodimensionati, impegni che proliferano, concorsi fermi ed assunzioni bloccate per i prossimi due anni, intelligence in grave sofferenza soprattutto per la carenza di circa 24.000 Ufficiali di Polizia giudiziaria, uffici strategici per l’attività di prevenzione del terrorismo che viaggiano verso la chiusura, ed una scarsità di mezzi come non se ne vedeva da anni. No. Non siamo affatto pronti ad affrontare l’Isis. Per farlo servirà ben altro delle parole al vento di Autorità che si preoccupano più di fare bella figura agli occhi degli altri che dell’incolumità dei propri Uomini. E servirà molto altro rispetto a Decreti che dovrebbero fronteggiare l’emergenza con immediatezza, quando invece il problema è strutturale e richiede risposte che adeguino l’intero Sistema Sicurezza agli standard internazionali rispetto ai quali appariamo quasi ridicoli soprattutto in tema di terrorismo”.
Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, dopo le dichiarazioni del Capo della Polizia, Alessandro Pansa, il quale ieri in un’audizione alle Commissioni parlamentari  riunite Giustizia e Difesa alla Camera sul decreto legge di contrasto al terrorismo che dev’essere convertito in legge ha affermato che c’è un “fattore di rischio molto più accentuato” per l’Italia “rispetto al passato”   per quanto riguarda il terrorismo internazionale. Secondo Pansa infatti il nostro Paese è oggi “più esposto” perché “i teatri di guerra sono molto più vicini a noi” e c’è una forte “complessità dello scenario degli attori coinvolti”. “Il fenomeno terrorismo ha evidenziato figure nuove come combattenti all’estero o lupi solitari” sui quali, ha sottolineato Pansa, “abbiamo richiesto al Governo, che ha raccolto le nostre istanze,      strumenti per contrastare al meglio queste nuove fenomenologie”. Tra questi strumenti la possibilità di sanzionare chi si arruola ed anche chi si addestra da solo, magari accedendo a documenti su internet;la realizzazione di black list di siti internet; le misure di prevenzione come il ritiro del passaporto.  Solo tre giorni fa i media avevano riportato un’altra importante dichiarazione del Capo della Polizia che aveva affermato come il Sistema, a suo dire, sia pronto ad affrontare la sfida posta dall’Isis.
“La verità pronunciata ieri – insiste Maccari –  rende ancor più evidente e ancor più grave la bugia   detta in precedenza. In Italia, grazie alla confusione che regna sovrana in ogni dove, abbiamo Reparti  che operano senza gli strumenti operativi minimi; abbiamo una legislazione che non ci consente di fronteggiare con la dovuta fermezza situazioni di rischio; abbiamo immigrati che si rifiutano di farsi fotosegnalare             che se ne vanno allegramente in giro per il Paese; abbiamo centinaia di migliaia di siti altamente sensibili da proteggere con un numero di uomini insufficiente persino per i più banali turni di servizio; abbiamo colleghi che non sono equipaggiati né addestrati secondo precisi protocolli operativi neppure per fronteggiare  gli impegni di casa nostra figuriamoci i terroristi! E potremmo continuare a lungo… Ora, la domanda è del tuto retorica: veramente si può pensare che siamo pronti a fronteggiare il terrorismo internazionale così?”.
“La verità è una e una sola – conclude Maccari -, per garantire ad un Paese di farsi trovare pronto di fronte a tali nuovi pericoli bisogna investire soldi, soldi e soldi. Se le chiacchiere servissero a combattere il terrorismo saremmo in una botte di ferro… ma purtroppo non è così. Servono soldi, come ci hanno dimostrato  gli altri Paesi che pur dovendo fronteggiare la crisi proprio come noi, hanno scelto senza se e senza ma   di non sacrificare la sicurezza pubblica, facendoci sfigurare una volta di più per le nostre manovre tutta aria fritta ma praticamente inutili in concreto”.

27 febbraio 2015
fonte: http://www.liberoreporter.it

INCHIESTA DEL TELEGRAPH SUI PALAZZI DI BRUXELLES: ''BUROCRATI CORROTTI, LADRI, MOLESTATORI SESSUALI, PORNOGRAFI'' (BOOM!)


Il britannico "Telegraph" pubblica un articolo-inchiesta devastante che scoperchia il verminaio dentro i palazzi di Bruxelles dell'Unione europea. Leggiamo:
"Dentro agli edifici luccicanti che costeggiano Rue de la Loi a Bruxelles, i comportamenti indecorosi vengono spesso puniti con poco più che una bacchettata sulle dita. Funzionari della Commissione Europea hanno gonfiato la nota spese, molestato sessualmente le colleghe e guardato centinaia di ore di pornografia in ufficio – ciononostante mantengono il loro posto di lavoro.
I registri disciplinari ottenuti dal Sunday Telegraph mostrano che dozzine di alti funzionari della Commissione Europea accusati di gravi mancanze disciplinari se la sono cavata con poco più che una bacchettata sulle dita. Si parla anche di funzionari che hanno presentato fatture false e cercato di assegnare gli appalti che avevano in gestione a membri della propria famiglia.
In due anni, l’Ufficio Investigativo e Disciplinare della Commissione (IDOC) ha svolto indagini su 84 casi sospetti di comportamenti scorretti da parte dei funzionari. Di questi, 43 sono stati sanzionati, e sei licenziati. La vita alla Commissione è spesso ben ricompensata. Uno su cinque dei membri dello staff porta a casa più soldi di David Cameron, che riceve 142.000 sterline (oltre 190.000 euro) all’anno, grazie a generose indennità e a un’aliquota fiscale speciale del 13 percento.
Eppure alcuni impiegati la considerano una gabbia dorata, con il personale che non ha niente da fare e si annoia, e tuttavia non riesce a trovare una retribuzione paragonabile da nessun’altra parte. Tra quelli beccati a violare le regole, e che tuttavia hanno mantenuto il loro posto di lavoro, ci sono quattro funzionari che hanno omesso di dichiarare gli assegni familiari che ricevevano dai paesi di provenienza mentre lavoravano per la commissione – il che significa che hanno ricevuto da parte della Commissione più assegni di quelli che sarebbero loro spettati.
Questo atto di “negligenza grave” ha comportato una “significativa perdita finanziaria” ed è stato scoperto solo per caso. I funzionari sono stati retrocessi di grado, due solo temporaneamente. In un altro caso, un funzionario ha mentito sulla propria nazionalità durante il procedimento di assunzione, “ed ha presentato dei documenti falsificati“. È stato retrocesso per un anno.
Un altro funzionario, che ha mentito sulla propria nazionalità per ricevere una maggiore indennità di dislocazione, è stato retrocesso. Si trattava di una seconda violazione, ma al funzionario è stato permesso di restare al suo posto dopo aver manifestato “pentimento“. In un altro caso, un “alto funzionario” della Commissione che aveva irregolarmente ricevuto per molti anni delle “consistenti” somme come indennità di locazione, ha avuto la pensione sospesa per tre anni.
Un altro burocrate ha ricevuto per quattro anni delle indennità familiari, per istruzione e spese mediche per il figlio, con una truffa “persistente e deliberata” – perché il giovane in realtà lavorava. Il funzionario ha avuto la pensione sospesa per tre anni a seguito di una condanna penale.
Un funzionario è stato ammonito per aver presentato all’amministrazione dei certificati medici “falsificati“,  dopo che il suo medico si era rifiutato di fargli una diagnosi. In un altro caso un funzionario ha richiesto un periodo di aspettativa “per motivi personali“, mentre “allo stesso tempo, senza avere richiesto preventiva autorizzazione, offriva servizi alla Commissione come consulente esterno remunerato“. Ha subito un richiamo verbale.
Il registro mostra che un funzionario è stato licenziato per “appropriazione indebita” – mentre altri, accusati di aver cercato di procurare posti di lavoro e appalti a membri della propria famiglia, hanno mantenuto il proprio posto.
“Un membro del personale che ha raccomandato persone di sua conoscenza, inclusa la cognata, all’ufficio della Commissione  competente per l’assegnazione degli appalti, al fine di far loro ottenere un impiego, ha subito un richiamo. Dato che è anche il responsabile per l’esecuzione degli appalti, si è messo in una situazione di conflitto di interessi che potrebbe avere degli effetti negativi sulla reputazione dell’Istituzione“, riporta il registro.
In un altro caso: “È stato ammonito un membro del personale che ha chiesto una fattura falsa per un membro della propria famiglia, durante l’esecuzione di un appalto di cui era responsabile. La natura isolata dell’incidente è stata presa in considerazione, per cui non è stato aperto il procedimento disciplinare“.
Un altro funzionario è stato ammonito dopo “aver fatto uso di un veicolo di proprietà di un appaltatore della Commissione allo scopo di trasportare i suoi effetti personali. Sebbene egli fosse responsabile dell’esecuzione dell’appalto con la parte in questione, la natura limitata del servizo e la natura isolata dell’incidente hanno fatto sì che in questo caso l’apertura del procedimento disciplinare non sia stata ritenuta giustificata“.
Il registro rivela diversi casi di comportamenti violenti e lascivi all’interno degli uffici della Commissione Europea a Bruxelles. In un caso: “Un membro del personale è risultato responsabile di aver scaricato 100GB (equivalenti a 200-300 ore di video online) di materiale pornografico da più di 100 siti web; è stato retrocesso. Il fatto che si trattasse di una seconda infrazione ha rappresentato un’aggravante“. Un altro è stato sanzionato per uso “frequente e intensivo” di siti pornografici.
Un altro dipendente ha ricevuto un rimprovero “per comportamenti di natura esplicitamente sessuale verso due colleghe sul posto di lavoro“, mentre un altro è stato punito per “aggressione fisica e affermazioni ingiuriose verso un collega, le quali non possono essere giustificate da stato di stanchezza provocato da intenso lavoro“.
Un altro funzionario che ha usato la propria posizione per accedere ai dati personali di un collega “per fini personali“, è stato ammonito. Tra i funzionari licenziati c’è un appaltatore che ha presentato un diploma contraffatto durante il procedimento di assunzione, e un funzionario che “per diversi anni” si è rifiutato di svolgere il proprio lavoro, che egli “considerava essere al di sotto del livello della propria formazione accademica“.
Peter Bone, parlamentare conservatore di Wellingborough, dice: “Sembra che i burocrati dell’UE vivano in mondo separato, con regole proprie, totalmente diverso da quello dei normali governi. Se queste cose fossero state fatte da dei pubblici ufficiali britannici, sarebbero stati licenziati.” “Questi fatti dimostrano che l’UE non è nell’interesse dei cittadini europei, ma nell’interesse dell’élite di Bruxelles“.
Un portavoce della Commissione Europea ha affermato: “La Commissione è una della istituzioni più trasparenti per quanto riguarda le questioni relative al suo personale. Ha un approccio equo, imparziale ed efficace verso le questioni disciplinari e non esita a imporre gravi sanzioni quanto trova evidenza di illeciti, incluse retrocessioni e licenziamenti“.
Ovviamente, mentiva.

Autore dell'articolo: Matthew Holehouse per The Telegraph.
link: www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/eu/11427479/Sex-pest-cases-fraud-or-porn-but-Eurocrats-keep-their-jobs.html 

Traduzione a cura di Vici dall'Estero - che ringraziamo.

INCHIESTA DEL TELEGRAPH SUI PALAZZI DI BRUXELLES: ''BUROCRATI CORROTTI, LADRI, MOLESTATORI SESSUALI, PORNOGRAFI'' (BOOM!)


24 febbraio 2015

fonte: http://www.ilnord.it

Repubblica parlamentare! Ma davvero?



'' ..da quando, un anno fa, ha ottenuto il voto di fiducia Renzi ne ha chiesti un’altra quarantina per far approvare, senza discussioni o quasi, leggi e decreti che non al governo ma al parlamento spetterebbe fare.. ''







Nella polemica con Matteo Renzi il segretario della Fiom, Maurizio Landini,  tra tanti argomenti  giusti e pienamente condivisibili, ne ha usato uno improprio: “Non è stato eletto” alla carica che ricopre. È lo stesso argomento adoperato frequentemente anche da esponenti dell’opposizione, che Renzi non ha mai rintuzzato ma che questa volta, a un uomo di sinistra, non ha lasciato passare liscio. E ha replicato: “Ricordo che l'Italia è una Repubblica parlamentare e che è il Parlamento ad assicurare la fiducia al governo".
Renzi ha ragione di richiamarsi alla Costituzione. Nella quale è scritto, infatti, che il presidente della Repubblica affida a un cittadino che ne abbia i requisiti (ma non necessariamente eletto dai cittadini) l’incarico di presidente del Consiglio con il mandato di proporgli una lista di ministri per la formazione di un governo che potrà entrare in funzione solo dopo aver  ricevuto l’investitura dal voto di fiducia delle due Camere. 
Ma è facile rinfacciargli che da quando, un anno fa, ha ottenuto il voto di fiducia Renzi ne ha chiesti un’altra quarantina per far approvare, senza discussioni o quasi, leggi e decreti che non al governo ma al parlamento spetterebbe fare. E la presidente Boldrini si è preso qualche insulto per averlo ricordato, sia pur con molto (troppo) garbo.
Insomma, che l’Italia è una repubblica parlamentare, Renzi se ne ricorda solo quando gli fa comodo. Per il resto considera le Camere un intralcio, come Berlusconi. E non gli basta eliminarne (o quasi) una: vuole che anche quella che rimane sia composta in maggioranza da nominati da lui. Il guaio è che nemmeno la sinistra del suo partito fa ciò che dovrebbe per ricordarglielo.


di Ennio Simeone 25 Febbraio 2015
fonte: http://www.altroquotidiano.it

L’ennesima follia sinistra. La tassa sul contante per cifre sopra i 200 euro



La no­ti­zia è ab­ba­stan­za nota. Il Go­ver­no Renzi ha de­ci­so di im­por­re una tassa sul­l’u­so del con­tan­te sopra i 200 euro. Un’im­po­sta di bollo pro­por­zio­na­le ai ver­sa­men­ti gior­na­lie­ri sopra que­sta cifra. Di fatto, ne­go­zian­ti e pro­fes­sio­ni­sti, per evi­tar­la de­vo­no usare POS e bo­ni­fi­ci.

Eb­be­ne, non posso non dire che stia­mo ra­sen­tan­do la fol­lia fi­sca­le con que­sta lotta al con­tan­te, sul pre­sup­po­sto che chi si fa pa­ga­re in con­tan­ti evada. La ve­ri­tà è che que­sta fol­lia ha in­ve­ro lu­ci­de mo­ti­va­zio­ni più pro­fon­de che poco hanno a che ve­de­re con l’e­va­sio­ne fi­sca­le, e ri­guar­da­no la so­vra­ni­tà mo­ne­ta­ria ed eco­no­mi­ca sta­ta­le.

D’al­tra parte, mi chie­do sin­ce­ra­men­te chi è che abbia dif­fu­so e so­ste­nu­to la di­scu­ti­bi­le teo­ria se­con­do la quale bloc­can­do l’uso del con­tan­te, viene li­mi­ta­ta l’e­va­sio­ne. Beh, la ri­spo­sta è ovvia: chi av­ver­sa, al­me­no sulla carta, la li­be­ra im­pre­sa. Il vero è che l’uso mi­ni­mo del con­tan­te non li­mi­ta af­fat­to l’e­va­sio­ne, ma la rende sem­pli­ce­men­te più scal­tra. Anche per­ché la vera eva­sio­ne non si oc­cu­pa di spic­cio­li, ma di gros­se cifre e lo fa at­tra­ver­so i me­to­di del­l’e­lu­sio­ne, quel­la forma di eva­sio­ne che non in­fran­ge la legge, ma la ag­gi­ra, sfrut­tan­do­ne le ma­glie lar­ghe e i vuoi nor­ma­ti­vi. Oltre che un certo grado di in­ci­vil­tà fi­sca­le.

Ciò detto, è da ri­le­va­re co­mun­que che que­sta “ri­for­ma” del Go­ver­no Renzi avreb­be si­cu­ra­men­te as­sun­to tut­t’al­tro te­no­re e si­gni­fi­ca­to, nel mo­men­to in cui fosse stata ac­com­pa­gna­ta dalla fon­da­men­ta­le esi­gen­za di se­pa­ra­re le ban­che d’in­ve­sti­men­to da quel­le com­mer­cia­li (uti­liz­za­te per la­vo­ro). Ma sul punto, il go­ver­no di si­ni­stra ese­gue solo il pro­gram­ma de­fi­ni­to nei trat­ta­ti eu­ro­pei, che non con­tem­pla­no certo que­sta fon­da­men­ta­le se­pa­ra­zio­ne.

Quel­lo che mi sento di dire, dun­que, è che tutto ciò non deve af­fat­to me­ra­vi­glia­re. Era già tutto pre­vi­sto dai tempi della ca­du­ta del­l’ul­ti­mo go­ver­no Ber­lu­sco­ni e l’av­ven­to del go­ver­no Monti. L’I­ta­lia ha perso la sua so­vra­ni­tà eco­no­mi­ca e mo­ne­ta­ria, en­tran­do nel­l’eu­ro. E uno dei ca­pi­sal­di della de­so­vra­niz­za­zio­ne, è la per­di­ta del­l’u­so del con­tan­te e la vir­tua­liz­za­zio­ne dei pa­ga­men­ti, af­fi­da­ta al cir­cui­to ban­ca­rio. Poi, con­ti­nuia­mo pure a rac­con­tar­ci la fa­vo­la che li­mi­ta­re l’uso del con­tan­te com­bat­te l’e­va­sio­ne…

Pubblicato da Davide Mura il 17 febbraio 2015
fonte: http://www.criticalibera.it

26/02/15

Italiani “unfit” per la guerra?



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Le “gaffee” dei ministri Gentiloni e Pinotti sul supposto e poi smentito intervento militare in Libia hanno riacceso i riflettori sulle reali capacità dell’Italia di combattere una guerra. Una “vera” guerra, di quelle non mascherabili da “missioni di pace”.
Quando Renzi ha dichiarato che “non è il momento per un intervento militare”, smentendo così le affermazioni bellicose di Paolo Gentiloni (“l’Italia è pronta a combattere”) e di Roberta Pinotti che aveva ipotizzato l’invio in Libia di 5 mila militari, da più parti anche presso i nostri partner e alleati, hanno ripreso vigore osservazioni e battute umoristiche sull’incapacità dell’Italia di combattere.

 

Valutazioni probabilmente accettabili se parliamo della consolidata difficoltà della nostra classe politica, indipendentemente dal colore dei governi, di concepire le forze armate come uno strumento che deve mantenere un elevato tasso di efficienza operativa per tutelare gli interessi e la sicurezza nazionali.
Sul campo però i militari italiani hanno sempre combattuto con determinazione e successo in tante battaglie che nulla avevano a che fare con lo stereotipo della “missione di pace” e per questo sono state tenute spesso nascoste all’opinione pubblica.
Secondo stime non ufficiali nel corso di centinaia di scontri in Somalia nostri militari hanno ucciso non meno di 4 mila miliziani nel 1993/4. Almeno altrettanti i talebani uccisi in battaglia in Afghanistan dal nostro contingente.

 

Nel 2004 le nostre truppe in Iraq hanno ucciso centinaia di miliziani nel corso di tre battaglie per i ponti di Nassiryah che probabilmente i guerriglieri sciiti non avrebbero mai cominciato se al nostro contingente fossero stati assegnati subito i carri armati Ariete e gli elicotteri da attacco Mangusta.
Armi che, inviate d’urgenza in Iraq, hanno poi scoraggiato ogni altro tentativo degli insorti di prendere il controllo della città.
La politica continua a vedere i militari come uno strumento utile, anche in termini mediatici, a compensare le carenze di altri enti e corpi dello Stato (spalano la neve, pattugliano le strade, rimuovono persino i rifiuti) ma nelle missioni all’estero sono considerati non un supporto alla politica estera ma il sostituto di una politica estera inesistente o inadeguata.

 

L’attuale governo non fa eccezione, basti pensare che Renzi non si è mai recato in visita a nessun contingente schierato oltremare.
Anni di missioni spesso sanguinose in Iraq, Libano, Balcani e Afghanistan non ci hanno garantito nessuna penetrazione o sfera d’influenza politica, economica o strategica in quelle regioni.
Le missioni vengono concepite dalla politica italiana come il necessario obolo da pagare agli alleati, di solito agli Stati Uniti, più recentemente e in misura minore all’Unione Europea.
L’anno scorso il Consiglio Supremo di Difesa esortò a mantenere, nonostante i tagli al bilancio, la capacità di partecipare alle operazioni “richieste dalla comunità internazionale”, non quelle imposte dagli interessi nazionali.

 

Per questo le forze armate italiane sono caratterizzate dall’imbarazzante paradosso di poter sopravvivere in termini di efficienza solo in presenza di missioni oltremare che garantiscono con i fondi ad hoc (1.,6 miliardi nel 2011, meno di un miliardo nel 2014 e 542 milioni per i primi 9 mesi di quest’anno) la possibilità di addestrare i reparti e mantenere operativi i mezzi necessari anche per combattere.
Da sempre sotto-finanziato, l’apparato militare italiano ha subito negli ultimi 15 anni tagli ai bilanci pari al 23 per cento in termini reali. Quest’anno quasi il 70,7 per cento dei 13,8 miliardi assegnati alle forze armate alla voce “funzione difesa” sono assorbiti dagli stipendi, il 20,7 viene stanziato per acquisire nuovi equipaggiamenti (voce rinforzata da altri 2 miliardi circa forniti dal Ministero dello sviluppo economico)  mentre appena l’8,5% (conto la media del 25% di gran parte dei  nostri alleati) è assegnato all’esercizio, voce che copre addestramento, carburante e manutenzione di mezzi e infrastrutture.

 

Una tendenza consolidata da molti anni che ha portato ormai alla paralisi l’apparato militare. Il Ministero della Difesa non rivela dati ufficiali ma gira voce che meno del 30 per cento dei velivoli sia operativo a causa di carenze di ricambi e carburante, percentuale che scende al 15% per gli elicotteri dell’Esercito.
I piloti volano sempre di meno e interi reggimenti non hanno i fondi per l’addestramento al combattimento.
Negli ultimi anni preparazione adeguata e mezzi efficienti sono stati garantiti solo ai reparti destinati a operare all’estero grazie ai fiondi per le missioni che con il ritiro dall’Afghanistan sono in vertiginoso calo, come il numero di reparti in grado di combattere.
L’Italia sarebbe oggi in grado di schierare in Libia i 5 mila militari indicati dal ministro Pinotti mobilitando le forze di pronto impiego (parà della Folgore, fucilieri di Marina, forze speciali e qualche unità specialistica) ma dopo sei mesi avremmo difficoltà a trovare reparti altrettanto “combat ready” con cui avvicendarli. Rovesciando la celebre frase di Georges Clemenceau verrebbe da dire che in Italia la “guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai politici”.


Gianandrea Gaiani

Gianandrea Gaiani

Giornalista nato nel 1963 a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Attualmente collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Corriere del Ticino e con il settimanale Panorama sul sito del quale cura il blog “War Games”. Dal febbraio 2000 è direttore responsabile di Analisi Difesa. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.
 
 
da Il Foglio del 18 febbraio
 
di Gianandrea Gaiani -25 febbraio 2015,  
fonte: http://www.analisidifesa.it

Ardea, il Comune incontra l’Agenzia del Demanio per l’area delle Salzare.






Il Comune di Ardea invierà a breve all’Agenzia del Demanio una mappatura definitiva dell’area con un censimento e uno studio delle mappe dell’area delle Salzare. E’ quanto è emerso nel corso di un incontro organizzato dal sindaco Luca Di Fiori e dalla stessa Agenzia del Demanio per la questione dell’uso civico delle Salzare. “Oggi abbiamo tracciato una strada. L’impegno è stato preso e andiamo verso un’unica direzione. Siamo disponibilissimi a collaborare per la risoluzione del problema. Abbiamo fatto procedure complesse in aree un po’ difficili, come per esempio in un ex campo di volo occupato in Calabria. Lì abbiamo portato la nave in porto e vogliamo fare lo stesso ad Ardea”, hanno spiegato dall’Agenzia del Demanio. Il riaggiornamento del tavolo di lavoro è ora tra un mese, non appena saranno fatte le azioni da parte del Comune e da parte dell’Agenzia. “Facciamo un passo in avanti importante per la definizione di un problema annoso che si trascina ormai da quasi un secolo – ha spiegato il sindaco Luca Di Fiori – C’è una comunione di intenti per risolvere e definire la questione e c’è una grande volontà di voler farlo nel più breve tempo possibile”.

di Direttore - 25 febbraio 2015
fonte: http://www.ilcorrieredellacitta.com

25/02/15

RENZI - Corte dei Conti: "Renzi incapace di percepire l'illegittimità del suo operato"se quattro funzionari senza titolo alla Provincia a Firenze, ma è stato assolto. Le motivazioni: "Non è un addetto ai lavori. Non poteva capire"

Per alcuni  le leggi si applicano. per altri si interpretano

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Arrivano le motivazioni della sentenza della Corte dei Conti che ha assolto in appello Matteo Renzi, precedentemente condannato a pagare 14mila euro per le presunte assunzioni illegittime quand'era presidente della Provincia di Firenze




 
E con esse arriva anche qualche imbarazzo di troppo per il premier, che si era subito detto sollevato dalla decisione: "la verità viene finalmente ristabilità", aveva tuonato su Twitter. Secondo quanto spiegano i giudici, Renzi è stato assolto perchè il "Collegio ritiene di poter rilevare l’assenza dell’elemento psicologico sufficiente a incardinare la responsabilità amministrativa, in un procedimento amministrativo assistito da garanzie i cui eventuali vizi appaiono di difficile percezione da parte di un ‘non addetto ai lavori’”. In pratica, in quanto "non addetto ai lavori" non sarebbe stato in grado di percepire l'illegittimità del suo operato, che, quindi, rimane illegittimo.
La vicenda risale all'epoca in cui Renzi era il presidente della Provincia di Firenze. Secondo il procuratore contabile aveva inquadrato nel suo staff quattro persone esterne all’amministrazione come funzionari. Una qualifica, questa, che richiede la laurea, ma i quattro non la possedevano. A dare il via alle indagini una denuncia anonima sull’assunzione di Marco Carrai, renzista convinto, all’epoca 29enne, assunto nella segreteria del presidente nonostante fosse privo del titolo necessario. Così per un quinquennio, i quattro avrebbero beneficiato di uno stipendio maggiorato. Una violazione che avrebbe prodotto un danno per l’amministrazione stimato in oltre 2 milioni di euro, ridotto dai giudici di primo grado a un risarcimento di 50mila, di cui circa 14mila euro sono stati posti a carico del presidente. Nel processso era infatti coinvolta una ventina di persone.
Secondo alcuni giuristi, il problema ora diventa anche un altro: il principio rischia di spalancare le porte a un sistema diffuso di elusione della responsabilità erariale. E potrebbe servire, secondo alcuni, anche a mandare assolti nei giudizi di responsabilità i politici di vertice i quali, essendo “non addetti ai lavori” non possono essere ritenuti responsabili degli atti da loro adottati.

 
Anita Sciarra - Mer, 25/02/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it 

Clandestini - "Sbarchi, incredibile questionario di sicurezza “Scusi lei è dell’Isis? No? Allora si accomodi”"



jihad-questionario



Scusi, lei è dell’Isis? No? E lei è un terrorista? No? Nemmeno lei? Allora avanti, potete entrare. Ascoltate: c’è qualcuno qui, su questo barcone, che ha sgozzato un ostaggio americano? Un volontario inglese? Un cristiano copto? No? Davvero? Siete sicuri? Non avete mai decapitato nessuno? Lapidato donne? Crocefisso preti? Bruciato almeno un pilota giordano dentro la gabbia? No? Niente? Bene, allora siete a posto, accomodatevi in Italia e disperdetevi liberamente per le nostre contrade. Mi scusi, lei laggiù in fondo, che sta facendo? Nasconde per caso un missile Scud sotto la giacca? Un kalashnikov? Qualche chilo di tritolo? No, davvero? Lo giura? Giurin giurello sono santo sono bello? Giur giuretta non ho nemmeno una bombetta? Non è che sta tenendo le dita incrociate? Parola di giovane marmotta islamica? Allora prego, faccia come se fosse a casa sua. L’Italia le dà il benvenuto.
E poi dicono che non sappiamo difenderci. I soliti gufi. I soliti sfasciacarrozze. I soliti criticoni. In realtà il nostro Paese, grazie all’intensa attività di intelligence, ha messo a punto un sistema di difesa impenetrabile: il questionario all’immigrato.
Funziona così: quando arriva un clandestino gli si chiede se è militante dell’Isis. Se lui dice di no, possiamo stare tranquilli. Dormiamo fra due guanciali.
Ma siccome gli efficientissimi sistemi di sicurezza non si accontentano, hanno escogitato anche una seconda prova, davvero definitiva. Consiste nel mostrare al clandestino la bandiera nera dell’esercito islamico. Se quello dice: l’ho appena fatta sventolare sulla capoccia di un decapitato, ecco, allora i sistemi di sicurezza intervengono immediatamente per fermare il pericoloso terrorista. Se invece lui dice: non so cosa sia. Oppure: la conosco, ma non mi piace, abbiamo la prova certa che non si tratta di un terrorista.
Voi pensate che io stia scherzando? Macché. Lo ha rivelato, papale papale, Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale per la migrazione al Messaggero, che non a caso ha titolato il servizio: «Lampedusa, la grande paura: ai profughi il test sul Califfato». E il test consiste in questo (cito testualmente): «A ogni disperato che varca il cancello del centro d’accoglienza mostrano una bandiera dell’Isis per sapere se la riconosce». E il risultato qual è? «Negano, negano sempre…», come racconta lo stesso portavoce dell’Organizzazione. Pensa un po’ che strano, eh? Nemmeno uno che dica: ma sì, ce l’ho nella mia cameretta. Oppure: come no?, mi divertivo un sacco a sventolarla mentre stupravamo le ragazze cattoliche. Oppure: il Califfo mi ha appena detto di andarla a piantare in piazza del Vaticano. Niente. Tutti che negano di amare quella bandiera. Dunque, è evidente, l’intelligence ha la prova certa: non possono essere tagliagole.
Il sistema è indubbiamente efficiente: in questo modo, infatti, pare che si riescano a eliminare i terroristi in un batter d’occhio. Tu sei terrorista? No. Tu? Neppure. E tu? Meno che mai. Ottimo: nessuno si dichiara terrorista, dunque lo vedete che i terroristi non ci sono?
L’idea è così geniale che, secondo alcune indiscrezioni, il ministero dell’Interno starebbe pensando di adottarlo sistematicamente, e non solo per fermare l’Isis. Già un primo esempio si è avuto a Roma con gli hooligans olandesi: scusi, lei vuole sfasciare piazza di Spagna? No. E lei? No. Ecco fatto: gli hooligans non esistono. Lo stesso si potrebbe fare con stupratori (scusi, lei vuole per caso violentare una ragazza?), con i ladri (scusi, lei ha intenzione di rubare?) o con gli assassini (scusi, lei sta per uccidere qualcuno?). Quando si trova una procedura così efficiente perché non estenderla all’intero scibile del crimine? Abbiamo buona ragione di credere che tutta la difesa del nostro Paese sarà interamente affidata all’autodichiarazione responsabile. E se tutti negano, meglio ancora, vuol dire che non ci saranno più delinquenti, non ci saranno criminali e, soprattutto, non ci saranno più terroristi. Il problema è risolto: diventeremo il Paese più sicuro del mondo. Ci aspetta solo la pace. Peccato che sarà eterna.

Mario Giordano  per Libero
25 febbraio 2015

http://www.imolaoggi.it

La guerra in Libia uccide le aziende italiane


I cantieri chiusi e gli imprenditori che restano in trincea. Danni per centinaia di milioni di euro

(Marwan Naamani/AFP/Getty Images)



L’avanzata dell’Isis in mezzo alla guerra civile. Gli aeroporti chiusi e i villaggi fuori controllo. La Libia è sospesa tra ipotesi di interventi militari e soluzioni politiche. Intanto nell’ex regno di Gheddafi si consuma una via crucis afona e dolorosa, quella delle aziende italiane. Costrette a chiudere i cantieri, a sospendere le commesse, rientrare in patria o, in alcuni casi, a continuare il lavoro mantenendo un basso profilo. Sarebbero alcune decine i nostri imprenditori ancora “in trincea” nel paese nordafricano. Con un miliardo di euro di crediti pubblici non riscossi. Un film già visto nel 2011 e ricominciato da mesi, che brucia soldi e speranze. «Il danno è difficilmente quantificabile ma parliamo di centinaia di milioni di euro persi solo in questi giorni». Gian Franco Damiano è il presidente della Camera di Commercio italo-libica. Anni di viaggi e relazioni, oggi sottolinea il paradosso: «Le richieste di mercato sono aumentate, le aziende vorrebbero tornare il prima possibile anche perché in Libia c'è il desiderio di rinnovare le infrastrutture e fare partnership internazionali».
Il Belpaese è il primo partner commerciale della Libia. Petrolio e gas ma non solo. Il legame ha retto nonostante mille turbolenze, con un interscambio complessivo di quasi 11 miliardi di euro (calato del 50% dal 2008) e 1.569 aziende italiane coinvolte in operazioni commerciali. Amore e odio post coloniale. Durante la dittatura del Colonnello e dopo la sua caduta gli italiani sono stati i benvenuti. «Ai tempi di Gheddafi - racconta un manager di lungo corso - un nostro cliente, un ente pubblico, ci mostrò una lettera in cui il Raìs chiedeva di affidare i lavori dando la priorità alle aziende italiane». È la storia di imprese che in Libia hanno delocalizzato o aperto rami d’azienda. Qui hanno fatto affari e amicizie. All’ultima Fiera delle costruzioni e dell’edilizia “Libya build” c’erano 55 imprese tricolori. Eventi internazionali e incontri di business anche al lussuoso hotel Corinthia di Tripoli, assaltato dai terroristi a fine gennaio. Oggi il ponte d’oro scricchiola: nei primi sei mesi del 2014 l’export dell’Italia verso la Libia è stato pari a 1,732 miliardi (-15,4%) e l’import a 3,054 miliardi (-58,6%). Complice la guerra interna, sempre più imprenditori sono stati costretti a fare i bagagli per problemi legati a sicurezza, pagamenti e approvvigionamento materiali. Adesso domina il pessimismo. Chiusa l’ambasciata a Tripoli e organizzato il rimpatrio dei connazionali a febbraio, la Farnesina rimarca «l’imprescindibilità per gli operatori economici di guardare al mercato libico con un approccio cauto e oggettivo». 

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L’attentato all’hotel Corinthia (Mahmud Turkia/AFP/Getty Images)

Sul campo, oltre all’eroica testimonianza del vicario apostolico di Tripoli Giovanni Innocenzo Martinelli, restano progetti ambiziosi e infrastrutture sospese. Dall’accordo Berlusconi-Gheddafi che valeva cinque miliardi ai piani di ricostruzione post-dittatura. Le aziende temono per il futuro e affrontano i crucci del presente. Chi deve riportare i macchinari in patria e chi prova a coordinare i dipendenti a distanza. La guerra ostacola la logistica, i movimenti diventano sempre più difficili. Riccardo Zago è il vicepresidente della Ferretti International, impresa di costruzioni bergamasca. «Nel 2008 - racconta a Linkiesta - avevamo un portafoglio di 100 milioni di euro di progetti da realizzare in Libia, abbiamo portato lì macchine e attrezzature per 10-12 milioni che ora sono chiuse nei cantieri, coi lavori fermi perché è impossibile continuare in queste condizioni». La Ferretti ha una filiale a Misurata dove operano un direttore libico e alcuni dipendenti, mentre i supervisori italiani sono stati evacuati. «Il futuro? Sono molto scettico, vorremmo ultimare i progetti che già subirono una battuta d'arresto con la rivoluzione del 2011. Ma stavolta ho avvertito grande timore anche da parte dei nostri partner libici».
Il dopo-Gheddafi sembrava schiudere una nuova stagione economica di ricostruzione e investimenti. Ma la guerra civile è tornata a paralizzare gli operatori. Vuoti di potere, tribù in lotta, rapimenti e logistica incerta. A marzo 2014 l’Istituto per il Commercio Estero censiva 133 imprese italiane stabilizzate in terra libica. Colossi come Unicredit, Iveco ed Eni ma soprattutto decine di pmi. Realtà attive in manutenzione, impiantistica, infrastrutture, infissi, food. «Abbiamo 300 aziende associate - spiega il presidente Damiano - alcune hanno chiuso o alleggerito la loro presenza in Italia e si sono riconvertite in Libia. Le nostre pmi rappresentano il meglio sul mercato». In molti casi incarnano una seconda vita per imprenditori che, ostacolati dall’asfissia del mercato italiano, hanno trovato lavoro e guadagni al di là del Mediterraneo.

ristorante
Il ristorante italiano a Tripoli (foto Tripadvisor)

«Mai mi sarei sognato che un Paese ricco come il nostro obbligasse i suoi cittadini ad andare all’estero». Chi parla è Giuseppe Cirina, un imprenditore immobiliare veneto. Con la crisi decise di trasferirsi in Libia e nel 2012 apriva un ristorante italiano nel centro di Tripoli, subito diventato il punto di riferimento per connazionali e uomini d’affari. «Organizzavamo feste, incontri di business, cene tra branch manager e operai». Nel suo locale, primo classificato su Tripadvisor, si attovagliavano delegazioni ONU, ministri e compagnie petrolifere. «Poi la situazione si è fatta pesante, era come stare in carcere, rapimenti e spari, in città c'era l’anarchia ed è cominciata la grande fuga degli occidentali». Tentennano anche gli ospiti istituzionali del ristorante: «Anticipavano la cena alle 18 per motivi di sicurezza». E nell’agosto del 2014, complici gli avvisi dell'ambasciata, Cirina decide di tornare in Italia.
Oggi tutto è fermo, o quasi. Dopo la ritirata della Farnesina, in data 15 febbraio, «sono rimasti alcuni imprenditori italiani nei pressi di aree estrattive e altri nei settori di manutenzione e servizi». Il presidente della Camera di Commercio fa sapere che i nostri connazionali in Libia «sono più di quelli ufficialmente censiti, oltre sessanta, mantengono un profilo basso ma continuano a lavorare». Un contesto non facile per le pmi, cui si aggiunge il nodo dei crediti vantati nei confronti delle istituzioni libiche. Circa un miliardo di euro. Soldi che hanno fatto fallire alcune imprese e che ne tengono altre con l’acqua alla gola. Tutto senza il potere di lobbying che possono esibire le grandi multinazionali. «La situazione - fanno sapere - è congelata per gli attuali conflitti ma speriamo di riaprire il tavolo quanto prima».

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L’ambasciata d’Italia a Tripoli (Mahmud Turkia/AFP/Getty Images)

Con la chiusura di ambasciata e consolato la Camera di Commercio rimane uno dei pochi punti di riferimento per gli italiani in Libia. L’ufficio di Tripoli è aperto, segnala «paura» per l’imprevedibilità delle mosse dei miliziani. Oltre ai jihadisti ci sono i «delinquenti puri» tornati in libertà grazie all’apertura delle galere del 2011. Ma il mercato non vorrebbe fermarsi. «In Libia - racconta Damiano - sono abituati a vivere situazioni critiche, hanno un modo “arabo” di concepire la realtà, con meno preoccupazioni di noi. Capita che rimangano senza corrente elettrica, in questo periodo scarseggiano i carburanti». Oggi le aziende italiane «non aspettano altro che tornare in Libia, sanno che ci sono enormi potenzialità». In questi giorni schivano gli inviti in tv, aspettano in silenzio. L’orizzonte resta il Mediterraneo. D’altronde, ripetono gli imprenditori, coi libici hanno instaurato un rapporto privilegiato. Relazioni salde, conoscenze ramificate. «Nessuna corsa all’oro, siamo arrivati con umiltà e rispetto ma soprattutto con la voglia di stare in Libia» chiosa il restaurant man Giuseppe Cirina, che laggiù conserva amici e progetti. Le parole d’ordine per gli italiani in trasferta? Fiducia e affari, anche durante i tumulti. «Negli scontri del 2011 - ricordano alla Ferretti International - il personale libico portò al sicuro i nostri connazionali, ci hanno sempre salvaguardato». Non è un caso che l’ambasciata d'Italia a Tripoli sia stata l’ultima struttura occidentale a chiudere, a febbraio 2015. «Non è mai stata attaccata - sottolinea Gian Franco Damiano - nè ha subito violenze, questo significa qualcosa».
Nicolò Casassa è area manager di Libia, Malta e Sudan per la Safet, azienda torinese presente in Libia dal 1969. «Avere una sede in loco è un fattore decisivo - spiega a Linkiesta - puoi avere il prodotto migliore del mondo, ma laggù servono conoscenze e “vita sociale” per aumentare le possibilità di business». La Safet ha creato una società di diritto libico con sede a Janzour, attualmente “congelata” per la situazione del Paese. Lì Casassa si fermava almeno una settimana ogni mese, firmava contratti importanti. «Ma siamo pronti a tornare appena possibile, è un mercato ottimo e i libici amano gli italiani, ti accolgono come fossi uno di loro, corrono ad aiutarti se ti si ferma l’auto in tangenziale». Nel 2014 la Safet ha effettuato due forniture in Libia giunte al porto di Tripoli, che è tuttora operativo. «Prima della rivoluzione del 2011 era uno degli scali più attivi al mondo, con piani di espansione molto importanti». Poi la situazione è precipitata. Cosa vuol dire, per un’azienda, lavorare nell’instabilità della guerra? «Oltre ai problemi di sicurezza e incolumità - prosegue Casassa - significa rischiare di trovare il porto chiuso, il cliente impaurito che si tira indietro, le spedizioni che saltano e i pagamenti che vengono bloccati».

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La parata delle forze di sicurezza a Tripoli (Mahmud Turkia/AFP/Getty Images)

C'è il “peccato originale” della guerra a trazione francese del 2011, disconosciuta da molti uomini d'affari italiani. Gli addetti ai lavori masticano amaro anche davanti all’escalation post-Gheddafi. La vedono come una gigantesca occasione persa dal nostro Paese, che aveva la chance di giocare un ruolo chiave nella transizione libica. A partire dalla leadership economica, «mai sfruttata pienamente». Pace e stabilità interna erano le parole d’ordine per rilanciare il mercato. Piovono accuse di «dilettantismo» nei confronti di scelte politiche rivolte ad altri scenari, lontani dal paradiso nordafricano che oggi ha le sembianze dell’inferno. «Noi Italia avevamo tutte le carte in regola, relazioni eccellenti e canali aperti, ma siamo stati fermi». Qualche conferenza internazionale, nulla di fatto. «Una politica estera inconsistente». Le elezioni del giugno 2014 hanno sancito una Libia spaccata, la stessa che avrebbe chiesto un coinvolgimento diretto di Romano Prodi come intermediario nella trattativa interna allo Stato africano. Silenzi e immobilismo fino a queste ultime settimane in cui alcuni ministri sono arrivati a paventare l’intervento militare. «Pensare di andare giù con gli scarponi dei soldati è una spinta suicida - chiosa Damiano - significa non conoscere la storia, il territorio e le persone». Secondo il presidente della Camera di Commercio «serve una soluzione politica che contempli un tavolo tra Tripoli e Bengasi e il dialogo tra le tribù, sono una decina quelle che contano». 
Ma il problema non è solo in Africa. «Da parte dei paesi occidentali c’è spesso un’asimmetria culturale ed economica. Non emerge nessuna strategia nè comprensione nei confronti di realtà come la Libia, che non interessano per partnership ma solo per energia e petrolio, quasi in un’ottica neocolonialista». In questi giorni l’ONU prova a far ripartire i negoziati tra i due Parlamenti di Tobruk e Tripoli. Le milizie di Misurata e Zintan siglano una tregua, dalla Francia si avvicina la portaerei Charles De Gaulle e a Tripoli un’attivista anti-Califfato è stata uccisa a colpi di pistola. Intanto le aziende italiane restano in apnea, con un prezioso capitale di relazioni e lavori che ora traballano. Il presidente Damiano si dice «pessimista con la ragione perché ottimista nella volontà». Lo scenario libico, spiega, è diverso da quello di Siria e Iraq. «La Libia ha un reddito pro capite alto e un’ottima redditività dal petrolio, i libici hanno tutto da perdere. Ma in questo momento io sono preoccupato per l’atteggiamento dell’Occidente».

Marco Fattorini - 25 febbraio 2015
fonte: http://www.linkiesta.it

24/02/15

Eurolandia, perché i dati dei Centri Studi leggono la realtà con occhi (e numeri) diversi


euro moneta

E’ possibile che due noti istituti di ricerca ed elaborazione dati esaminino la medesima situazione sociale ed economica estrapolando conclusioni contrastanti? La risposta è sì, e questo offre l’assist all’oratoria politica di usarli a proprio vantaggio o contro l’interlocutore nelle varie platee televisive, spesso confondendo le idee del pubblico.
Prendiamo il report del Centro studi di Confindustria: espone una visione ottimistica grazie alla svalutazione dell’euro, alla caduta del prezzo del petrolio e in ultimo al QE lanciato dalla BCE (1100 miliardi in 18 mesi). Tutto questo secondo il centro studi di Confindustria è ossigeno puro per il PIL italiano che dovrebbe crescere del 2.1% già quest’anno, e del 2.5% per il prossimo (stime prudenziali ovviamente).
Messa in questi termini tutto va benissimo, tuttavia il Centro studi di Confindustria commette un errore, quello di elaborare i dati senza tenere conto della reale situazione del Paese. L’errore è l’approccio lineare degli indicatori, mentre nella realtà l’andamento economico non è né lineare né stabile.
Per esempio il petrolio: la discesa del prezzo del petrolio manifesta l’azzeramento dei profitti delle aziende produttrici di oro nero. Ci si dovrebbe aspettare un trasferimento di ricchezza, e invece nonostante alcune aziende petrolifere (specie in USA) chiudono, il consumo di petrolio cala a velocità mostruosa (siamo ai livelli della metà degli anni settanta).
Il consumo è contagiato dalla crisi non dal prezzo; e per rispondere a chi è pronto con l’obiezione che si sono sviluppate energie alternative, rispondiamo che questo (seppur vero) allora determinerebbe un impatto non sufficiente ad annunciare un aumento così importante del PIL nazionale. A questo, poi, aggiungiamo che meno benzina si vende meno lo Stato guadagna (due terzi del prezzo reale alla pompa è composto di accise).
Stesso discorso vale per la svalutazione dell’Euro che favorisce sicuramente le esportazioni, ma non incide per niente sui consumi interni. Se poi vogliamo anche parlare del QE, servirà principalmente a sistemare i bilanci delle banche e un recupero di utili per quest’ultime attraverso operazioni speculative, niente a che vedere con l’economia reale.
Ora guardiamo il rapporto Italia 2015 di Eurispes: l’81.8 degli italiani conferma un peggioramento della situazione economica del Paese, il 50% è convinto che seguiterà a peggiorare ben oltre i prossimi dodici mesi. Il 47.2% delle famiglie fatica ad arrivare alla quarta settimana, il 62.8% utilizza le disponibilità accantonate per quadrare i conti mensili, il 70% della popolazione ha totale sfiducia nelle istituzioni. Questa fotografia del mondo reale, sovrapposta a quella dello scorso anno, fa risaltare subito una differenza preoccupante: dodici mesi fa il 25% degli italiani auspicava l’uscita dalla moneta unica, oggi la percentuale sfiduciata è arrivata al 40%.
Quello che in teoria qualche anno fa era solamente un sospetto, cioè che la moneta unica era lo strumento per moltiplicare gli interessi di alcuni Paesi su altri, oggi si trasforma nella realtà dei fatti, e quindi il giudizio degli individui non è più solamente economico ma soprattutto morale. Per questo motivo gli oligarchi si sono dovuti affrettare a considerazioni violente come: “L’euro è irreversibile”.
L’irreversibilità è un concetto violento e lontanissimo da ogni principio democratico, l’Europa è in “testa-coda” a causa di procedure errate e avulse dall’impatto sociale prima ancora che economico. Con tutta questa sfiducia e scarsa considerazione dello spessore morale degli oligarchi è realisticamente complicato osservare una “spinta” emotiva necessaria per la crescita. Chi è disposto a credere nelle promesse future dopo che si sono consumati almeno sette anni di tradimenti e d’ingiustizie? Con quale entusiasmo (e denaro) un commerciante o un industriale sarebbe disposto ad avviare un’attività?
Confindustria ed Eurispes guardano lo stesso “mondo” con occhio diverso, il primo con animo ottimistico ma poco attinente alla realtà, il secondo fotografa la situazione visibile senza abbandonarsi a considerazioni. La realtà ha bisogno di rinnovamento, riforme radicali e sostanziosi colpi di “pialla” verso realtà che improduttivamente si sono arricchite smodatamente approfittando della situazione. Vedere i ristoranti pieni nascondendo l’impoverimento di chi è oggi destinato solo a schiacciare il naso sulle vetrine dei locali è stato uno scandalo difficile da digerire.
 
di Luca Lippi - 24 febbraio 2015
fonte: http://www.intelligonews.it