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26/09/15

Il coinvolgimento russo in Siria



 

Benché il Segretario di Stato americano, John Kerry, si affanni ad affermare che gli aerei russi schierati in Siria avrebbero solo una funzione di protezione della base aeronavale di Latakia, che si trova a pochi chilometri dalla linea di fuoco, il coinvolgimento diretto di forze militari russe a fianco del regime di Bachar Assad è ormai un dato di fatto. Lo stesso ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, con una telefonata di pochi giorni fa, avrebbe informato il segretario Kerry circa le mosse di Mosca in Siria, incluso il rafforzamento del dispositivo di sicurezza, e proposto di avviare una discussione a livello militare con gli Stati Uniti sulla drammatica situazione di quel paese .
Mosca intenderebbe riproporre una nuova alleanza con l'Iran, l'Iraq, la Siria e i loro alleati libanesi Hezbollah per combattere il Califfato e l’esercito islamico in tutte le sue componenti e più in generale per contrastare il terrorismo di matrice jihadista. Tutti i tentativi del Cremlino di coprire il coinvolgimento diretto di soldati russi in Siria sono stati smentiti dalle prove raccolte sul terreno nelle ultime settimane dalle intelligence occidentali, arabe e israeliane. Non si tratta più, infatti, semplicemente di forniture di armi nuove e sofisticate alle truppe di Assad, ma soldati delle forze speciali russe, appoggiati dai Mig dell’aviazione di Mosca, sarebbero entrati in azione a fianco dei soldati dell’alleato siriano in drammatica difficoltà.
Fonti israeliane parlano di oltre mille incursori russi operativi tra Tartous e Jable, alle spalle di Latakia. E insieme ai pasdaran iraniani del generale Suleiman, alti gradi dell’esercito russo avrebbero deciso di sostenere militarmente i peshmerga curdi schierati sul confine tra Siria, Iraq e Turchia, per contrastare una possibile offensiva dei jihadisti islamici, sostenuta dai turchi, nel nord della Siria. Nelle settimane scorse, oltre 90 mila soldati e marines russi sono stati impegnati in manovre militari al largo delle coste siriane che hanno coinvolto quasi tutte le unità della flotta russa del Mediterraneo. Alle esercitazioni ha partecipato anche un battaglione di paracadutisti.
La stabilità della Siria e del suo regime alawita è diventata una questione di interesse strategico per Mosca, anche perché sono oltre 2500 i russi, di religione musulmana, che hanno aderito al Califfato e che combattono in Siria tra le file jihadiste. Il Cremlino e i servizi di sicurezza russi temono che molti tra quei jihadisti d’esportazione possano rientrare a casa e costituire una grave minaccia interna, con attentati e azioni tragiche e spettacolari di cui la memoria russa è ancora viva. Sostenere la battaglia del regime di Assad contro il Califfato equivale per Mosca a proteggersi e tenere il più lontano possibile la minaccia terroristica di matrice islamista.
Da molti mesi la diplomazia russa, in Siria e nei paesi vicini, ha avviato un’iniziativa per favorire il dialogo tra il regime siriano e le forze dell’opposizione moderata; azione però che si è arenata per il fermo rifiuto di alcuni gruppi ribelli a trattare con Assad, del quale pretendono senza condizioni la rimozione. Intensissima è stata anche l’azione degli emissari di Mosca in Arabia Saudita, in Turchia, in Iraq e in Iran, paesi in qualche modo fortemente coinvolti nella guerra in Siria; a quelle capitali, i diplomatici russi hanno proposto un’intesa militare – diversa dalla coalizione internazionale a guida statunitense – per debellare le forze del Califfato e i movimenti terroristi islamici affiliati. Nelle settimane scorse, il vice erede al trono e ministro della difesa saudita, il principe Mohammed bin Selman, è stato invitato a Mosca da Putin e il capo della Sicurezza siriana, il generale Ali Mamlouk, insieme a diplomatici russi, ha visitato Jeddah, Il Cairo, Abu Dhabi e Mascate, dove ha incontrato i massimi vertici politici e militari.
Ma l’Arabia Saudita ha gelato le aspettative russe quando il ministro degli Esteri, Adel al-Jubayr, ha affermato, da Mosca, che la priorità per il regno wahabita rimane la partenza di Bachar Assad. Stessa posizione è stata assunta dal primo ministro turco, Erdogan, uno dei più acerrimi oppositori del regime di Damasco. Mosca ha così deciso di rafforzare i legami con l'Iran e con il governo iracheno, che invece condividono la necessità di impedire il rovesciamento del regime di Assad e consolidare le posizioni dell'esercito siriano. Da Teheran i Russi hanno ricevuto assicurazioni, a cominciare dall'ayatollah Ali Khamenei, che la conclusione dell'accordo sulla questione nucleare non ha modificato il quadro delle alleanze internazionali del regime.
I rapporti e l’amicizia con Mosca restano per gli iraniani strategici e prioritari; i due paesi condividono interessi in Medio Oriente e continueranno a lavorare insieme per la pace e la stabilità della regione. Vladimir Putin ha voluto anche assicurarsi la non interferenza di Israele sull’azione russa, ricevendo due giorni fa al Cremlino il primo ministro Benjamin Netanyahu per un incontro a porte chiuse sulla Siria e sulla lotta al terrorismo islamico. Netanyahu era accompagnato da tutti i responsabili militari e dell’intelligence del suo Governo: Putin gli avrebbe chiesto di non ostacolare le manovre delle forze russe in Siria e di non attaccare le postazioni di Damasco sulle alture del Golan, per non indebolire ulteriormente l’esercito di Assad impegnato contro i jihadisti. Sul fronte occidentale, la Casa Bianca e il Pentagono hanno dovuto riconoscere il fallimento dei programmi di addestramento delle forze moderate di opposizione a Bachar Assad e contro l’Esercito Islamico in Siria; dei migliaia di uomini addestrati dagli americani, solo pochi si sono impegnati contro i jihadisti e molti hanno addirittura aderito al Califfato.
Anche l’operazione "Tempesta del Sud", l’offensiva lanciata lo scorso luglio dall’Esercito siriano di liberazione – il fronte delle forze moderate anti Assad - da Daraa, la città nel sud est della Siria, alle frontiere con la Giordania, il Libano e Israele, con l’appoggio saudita e del Qatar, si è esaurita per le resistenze delle forze regolari di Damasco. Il quadro che risulta dal nuovo scenario siriano porta ad affermare che la Siria e attraverso di essa la regione è sull'orlo di una nuova fase; le potenze occidentali e arabe potrebbero ora accantonare il progetto di far cadere il regime siriano e il suo presidente, che era stato all’origine di una guerra civile che ha ucciso fino ad ora oltre duecento cinquanta mila persone, moltissimi innocenti, donne e bambini, distrutto un paese e portato all’esodo forzato milioni di disperati. Ma questo non significa che la guerra in Siria è finita.

di Paolo Dionisi - 24 settembre 2015

fonte: opinione.it

Che liberazione poterlo dire. Pure a Berlino sono furbetti. L’ondata antitedesca parte da lontano e ha radici profonde. Troppo alto il prezzo pagato alla locomotiva d’Europa




Diciamo la verità: la figuraccia mondiale dei tedeschi con l’ecotruffa su scala mondiale della Volkswagen ha riempito di soddisfazione tanti di noi. Non è bello né sportivo gioiere dei mali altrui, ma la Germania ci sta sullo stomaco da troppo tempo. Un sentimento che ha radici profonde. Oggi un po’ tutti si sentono un po’ più liberi di esternarlo. Ma questo giornale – per esempio – quasi tre anni fa apriva la prima pagina con un’inchiesta sulla criminalità nel Paese che negli anni 80 ci descriveva come “spaghetti e P38”. Pochi ne parlavano – e ne parlano – ma in fatto di cosche criminali in Germania non sono affatto inferiori alle “premiate ditte” delle nostre mafia e camorra. E non finisce qui. Tra i primi abbiamo raccontato come il sedicente buonismo della Merkel sui profughi “puzzava” di opportunismo. Capito che una qualche quota di immigrati l’avrebbero dovuta prendere pure loro, i tedeschi hanno avuto la pensata di spezzare il fronte delle frontiere bloccate e acchiapparsi così i migranti migliori, magari quei siriani scolarizzati che possono inserirsi meglio nella loro potente macchina produttiva.


RIGORE ECONOMICO
Oggi invece l’ondata antitedesca scuote il mondo e la Germania che torna a scherzare con i gas, questa volta per fortuna solo dei motori Volkswagen, è un bersaglio facile per tutti. L’inganno d’altra parte è imperdonabile, perché l’inquinamento è cosa seria e se saltasse fuori che il Governo di Berlino sapeva, i responsabili dovrebbero solo sparire da ogni scena pubblica. L’antipatia per i teutonici però ha radici più profonde, persino in un’Europa dove gli scambi culturali hanno avvicinato intere generazioni e la miss Italia di turno ha ormai solo un’idea confusa di quella che fu la seconda guerra mondiale. Radici che affondano nel rigore economico imposto a milioni di persone. Un vizio che la Merkel non può nascondere neppure con il buonismo dell’ultima ora sui migranti. E cosa c’è dietro questa “antipatia”? C’è essenzialemente quel ruolo di locomotiva dell’Europa che i tedeschi hanno saputo svolgere solo in parte, facendocela per altro costare cara. la vicenda del rigore sui conti pubblici e l’austerità hanno mandato sul lastrico milioni di persone. Berlino si è arricchita con i giochini dello spread, e tutti gli altri sono andati a gambe all’aria. Baste vedere la vicenda greca. I tedeschi hanno interpretato quel senso egoistico e interessato che l’Unione europea doveva arginare per far prevalere la solidarietà.


IL COSTO DEI FALCHI
Le cose però non sono andate così. La Banca centrale ci ha messo anni per immettere un po’ di liquidità monetaria e Berlino si è opposta fino all’ultimo con i suoi falchi del rigore. Il risultato è stato il progressivo impoverimento di Stati che prima di entrare nell’Euro erano sicuramente più ricchi e meno indebitati. L’Euro si dirà che ci ha salvato dalle tempeste monetarie. Non c’è dubbio. Ma saremmo stati più grati se il prezzo da pagere non fosse stata una sostanziale perdita della nostra sovranità. Operazioni come l’insediamento del premier mario Monti (ma anche dei due successivi) mostrano da lontano di essere state gradite (se non pilotate) dalla cancelleria di Berlino e dai mercati che le sono collegati. Di qui un’antipatia che ha radici oggi profonde. E che però la Germania non sembra voler fare molto per tagliare.

di Monica Tagliapietra - 25 settembre 2015
fonte: lanotiziagiornale.it/

25/09/15

Obama e Xi: prove di G2







(Foto: Reuters/Mike Theiler)


Martedì 22 settembre il presidente Xi Jinping ha inaugurato la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti. Dato il momento cruciale per i rapporti fra le prime due economie del mondo, oggi caratterizzati da contrasti sulla cyber security e sulle dispute territoriali nel Mar cinese meridionale, il viaggio è un’occasione per rassicurare il mondo imprenditoriale americano sulla tenuta dell’economia cinese dopo la crisi finanziaria estiva e sulla volontà del governo di Pechino di aprirsi sempre più ai mercati internazionali. Tuttavia, il senso politico dell’incontro con Barack Obama va ricercato nel tentativo di costruire una solida relazione fra Cina e Usa. Il consenso sulla lotta al cambiamento climatico potrebbe definire un nuovo modello per la gestione delle politiche internazionali. Dal dialogo tra Obama e Xi dipendono molte delle principali questioni internazionali: il ruolo della Russia, la partecipazione cinese alla governance politica ed economica globale, le politiche energetiche e finanziarie. Nonostante entrambi gli attori non parlino apertamente di G2, la costruzione di un “nuovo rapporto fra grandi potenze” passa inevitabilmente per un ruolo da protagonisti di Cina e Stati Uniti.

ISPI Dossier
25 Settembre 2015
 
fonte: http://www.ispionline.it

È stato tutto un bluff. Nei consigli provinciali si mangia come prima. La legge Delrio ha tolto gli stipendi. Ma coi gettoni di presenza si fa cassa







Siamo a Nuoro. Fabio Fancello era consigliere provinciale prima che l’ente venisse messo in liquidazione, come previsto dalla riforma di Graziano Delrio. Aveva ricevuto più soldi di quanto gli spettasse per un calcolo sbagliato degli uffici tecnici in merito al conteggio dei gettoni di presenza. Per l’esattezza 3.700 euro in più. Fancello, però, voleva restituire la somma indebitamente ricevuta. Ma non gli è stato possibile. Un caso paradossale, ma che racconta adeguatamente la realtà dell’Italia post-riforma Delrio.
IL TRUCCHETTO
La legge, però, parla chiaro: non sono previste indennità per le cariche provinciali. Peccato però che i vari consigli provinciali hanno pensato bene di dissanguare le già esigue casse, godendosi e collezionando gettoni di presenza. A Bergamo, per esempio, nel periodo gennaio-aprile 2014, c’è stata una corsa incredibile alle commissioni. Sedute su tutto per collezionare quante più presenze possibili, tanto che, alla fine, i consiglieri si sono divisi 85 mila euro, più i ben 10 mila per i viaggi istituzionali. Ma c’è anche chi ha fatto meglio di così. Siamo a Sassari, in Sardegna. Qui per ogni presenza in commissione o in aula, l’ente sgancia gettoni da 116 euro. Detta così, non sembra una gran somma. Ma, fatti i dovuti calcoli, ecco che in un mese non sono pochi coloro che riuscivano a portarsi a casa anche più di 4 mila euro. Non male per chi ha rinunciato allo stipendio in nome di un taglio ai costi della politica. Un andazzo, questo, che alla fine – deo gratias – si è deciso di tagliare, ponendo un tetto alla collezione di gettoni. Incasso massimo mensile: 1.518 euro. Che comunque, però, comporta una spesa potenziale di oltre 50 mila euro. Meglio ancora è stato fatto a Reggio Calabria: prima che l’ente a fine anno lasci il passo alla città metropolitana, si lavora a più non posso. Addirittura in agosto, mese nel quale le commissioni si sono riunite ben 18 volte, per una spesa totale di 22.610 euro, ripartiti tra 23 consiglieri. Ma il nostro viaggio tra i continui costi degli enti provinciali non finisce qui. Andiamo ora a Campobasso. Secondo i dati disponibili sulla sezione “amministrazione trasparente”, ecco che scopriamo che nel 2014 il presidente della provincia Rosario De Matteis ancora ha ricevuto indennità piena, più rimborsi vari, collezionando oltre 70 mila euro. Né sono stati da meno i quattro assessori e il vicepresidente che, insieme, sono costati altri 200 mila euro. Curioso il rimborso, poi, concesso all’assessore Alberto Tramontano a cui l’ente ha restituito la cifra supergalattica di 3,80 euro. Troppo per chiedere a Tramontano di pagare con i soldi suoi. Anzi nostri. Nonostante abbia collezionato 41 mila euro nel 2014.
UN ESERCITO
Per non parlare, ancora, della marea di consulenti e dipendenti che popolano gli uffici. Prendiamo la provincia di Isernia: 82 dipendenti e 81 collaboratori che costano oltre 4 milioni di euro. A Gorizia sono 186 dipendenti e 23 collaboratori (8 milioni) che costano, per ogni friuliano, oltre 500 euro. Una vera e propria tassa.
di Carmine Gazzanni - 25 settembre 2015
fonte: lanotiziagiornale.it

Migranti: è vero che l’Italia non conta nulla?


Migranti: sull’immigrazione “abbiamo fatto la figura del paese che non conta nulla” – ha detto Romano Prodi, in un’intervista al talk di La7 Piazza Pulita – “oggettivamente siamo stati lasciati soli, finché il problema era italiano non se n’è curato nessuno”. Le parole di Prodi confermano un dubbio: ma l’Italia, sul piano internazionale, conta ancora qualcosa?

Migranti: snobbati?

Non è un buon momento per parlare del ruolo internazionale dell’Italia. Solo ieri abbiamo incassato una cocente delusione: non siamo stati “invitati” al vertice di Parigi su Libia, Siria, immigrazione e nucleare iraniano che, invece, ha visto protagonisti i ministri degli Esteri francese Fabius, quello tedesco Steinmaier e il britannico Hammond, oltre a Federica Mogherini, capo della diplomazia Ue.
Nonostante il nostro paese sia uno dei maggiormente colpiti dall’ondata migratoria (l’argomento più caldo sul tavolo), pare che a Roma non siano stati neanche avvertiti “ufficialmente” dell’incontro. La Farnesina non ha commentato l’accaduto; da Bruxelles, d’altra parte, si è precisato che il colloquio era stato articolato esclusivamente in base alla partecipazione dei componenti europei del gruppo dei 5+1.

Migranti: chi è causa del suo mal…

Il risentimento che si può provare di fronte alla dura realtà è comprensibile. Tuttavia, si è chiesto giustamente qualcuno: anche se l’Italia fosse stata invitata, cosa avrebbe potuto dire? Come ha notato Alberto Negri, sul Corriere della Sera, per esempio, sulla Siria ci siamo sempre adeguati alla versione degli Usa e dei loro alleati mediorientali.
Vedendo, però, che Assad di andarsene non ne vuole sapere, proprio come l’Isis, abbiamo provato a correggere il tiro (Gentiloni, di recente, ha sposato la linea del negoziato, della “transizione” che eviti il “vuoto” politico). Troppo tardi; la scacchiera siriana è completa e non c’è più alcun posto da occupare: la guerra finirà quando Usa (monarchie del Golfo) e Russia (Iran) riusciranno ad accordarsi sul nuovo “balance of power” da istituire in Medioriente.

migranti renzi

Ma se c’è stato un momento in cui l’Italia ha (quasi) totalmente perso l’occasione di contare ancora qualcosa sullo scenario internazionale, quel momento risale al 2011, quando cominciarono i raid contro la Libia di Gheddafi. Nel 2010 avevamo firmato un “trattato per la cooperazione e la sicurezza” con Tripoli: appena un anno dopo non solo non siamo riusciti a impedire i bombardamenti, successivamente vi abbiamo anche partecipato.
L’Eni, però, in Libia, c’è rimasta e gli stessi libici avrebbero voluto una missione a guida italiana per ricostruire il paese: prima che si prendesse una decisione è arrivato l’Is, qualcuno su entrambe le sponde del Mediterraneo è convinto che, al momento, sia meglio così. Allora diciamo che almeno Mare Nostrum e Triton sono stati un “successo”? Diciamolo, ma continuiamo a nasconderci dietro un dito.
In realtà, tornando allo “smacco” parigino di ieri, “l’Italia è felice di non partecipare a questi vertici”: addirittura, nel 2004, nonostante l’Iran ci avesse chiaramente invitato al tavolo dei negoziati sul nucleare, insieme al gruppo dei 5+1, abbiamo rifiutato di partecipare senza farci troppo problemi, ricorda sempre Negri. In conclusione, forse perché ogni volta che usciamo fuori dal coro, forse perché talvolta ci “conviene”, siamo troppo “mainstream” e troppo poco indipendenti.
Ma allora perché siamo andati nei Balcani, in Kosovo, in Libano, in Afghanistan e in Iraq? Perché sostenere alti costi, anche in termini di vite umane, per cercare di avere un ruolo che nessuno ci riconosce?

Guglielmo Sano - 25 settembre 2015
fonte: http://www.termometropolitico.it

Il Paese vile e furbo che piace alla stampa



 

L’informazione è in malafede, diffonde boiate pazzesche e ci ricama pure sopra. La riprova viene fornita da due notizie (false e tendenziose) dei giorni passati, la storiella del responso positivo delle Borse alla volontà europea di accogliere tutti i migranti o, peggio, la storia che l’opinione pubblica sarebbe indignata per la presenza dei Casamonica negli studi di “Porta a Porta”.
La prima dimostra che le Borse sono totalmente scollegate dall’economia e dal lavoro. Influenzate da oscuri interessi di speculatori che, tramite certa stampa, perseguono il fine di plasmare l’opinione pubblica. La seconda porta con sé due domande: dov’era chi s’indigna per i Casamonica a Porta a Porta quando gli zingari usucapivano i terreni e poi vi costruivano i villoni condonati dai provvedimenti di almeno cinque o sei giunte capitoline? È evidente che il 95 per cento degli italiani non la pensi come i vari burattinai della casta dei giornalisti. La gente oggi non ha più una fetta di prosciutto sugli occhi: per fortuna, o causa crisi, il pregiato salume è già stato trangugiato e digerito. Così l’uomo della strada ha occhi aperti e piedi ben piantati per terra. Sa di avere tra familiari ed amici gente che è stata costretta a scappare dall’Italia e dall’Europa per motivi strettamente economici, che ha dovuto accettare un lavoro in Australia per l’equivalente dei nostri 700 euro mensili e per svolgere lavori bracciantili e da manovale: piccolo particolare, l’80 per cento dei giovani italiani che fugge in Australia è in possesso di una laurea, e tra loro molti sono più specializzati di quelli oggi accolti dalla Merkel. Come si può convincere l’uomo della strada che i migranti fanno volare le Borse e impennano il nostro Pil? Alcuni giornali e tivù ci stanno provando, a darne notizia sono giovani pennivendoli che mai hanno fatto gavetta poiché figli di gente influente: il defunto Indro avrebbe detto: “Assunti nei giornali perché figli scemi di gente importante”.
L’afasia è più che evidente. Come mai fino a qualche mese fa i proventi criminali delle popolazioni nomadi servivano a migliorare il rapporto deficit/Pil dell’Italia e di altri Paesi Ue? È utile ricordare ai signori Renzi e Marino che i vari Casamonica d’Italia sono serviti a far apparire più rosei i nostri conti economici. Anzi, la stessa Unione europea ha permesso che i Paesi membri inserissero nei Pil nazionali il reddito generato da truffe, spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, lavoro nero e mafiosate varie. Ad inserire queste “migliorie” nel Pil sono stati i governi di sinistra e centrosinistra. Ma oggi il vento è cambiato e la Merkel ha detto che necessita rimpatriare nei Balcani tra i 90 ed i 150mila slavi (per il 70 per cento zingari), e perché sarebbero non in linea con gli standard formativi dell’Ue. Il loro posto verrebbe colmato dalla nuova immigrazione che, a detta dei soliti pennivendoli, sarebbe “più specializzata degli stessi bamboccioni italiani con laurea”. Ecco che si torna ad augurare che i giovani laureati italiani disoccupati (troppi secondo certi osservatori) vadano a lavare i cessi, mentre ai nuovi arrivati si offrano posti di responsabilità. Perché secondo i soliti Soloni sarebbero “moralmente ed eticamente integri rispetto alla corrotta dirigenza italiana”. Speriamo che oltre a farci pulire i bagni non ci processino secondo le regole dei tribunali islamici.
Sembra che solo Vladimir Putin possa salvarci e svegliarci dall’ubriacatura buonista e lasciva di questa becera Europa. Sbronza che coinvolge gli Usa di Obama, attraversa la Germania della Merkel e travolge piccoli Paesi come Italia, Grecia e Spagna. Con l’Isis alle porte stiamo accogliendo indiscriminatamente e senza nemmeno chiedersi chi siano e che cosa portino negli zaini. Ci siamo calati le mutande con l’intero pianeta, incapaci di difendere nemmeno il più piccolo presidio: la vicenda dei marò in India è l’emblema del metodo lascivo. Per salvarci da questa narcolessia urge che Putin sconfigga il Califfato: dopo la Russia puntellerà il regime di Bashar al-Assad, dimostrando l’inutilità dell’Onu, assemblea ormai composta da furbissimi musulmani ed occidentali privi d’identità ma con tantissimi interessi sovranazionali. A servizio di questi ultimi c’è la stampa venduta al sistema: pelosamente buonista, che si scandalizza dei Casamonica in televisione o delle dichiarazioni di Salvini ma ignora i problemi esistenziali del proprio vicino di casa.

di Ruggiero Capone -11 settembre 2015

fonte: http://www.opinione.it

24/09/15

Arabia Saudita, la fogna mondiale dei diritti umani

  • Ali Mohammed al-Nimr, condannato alla crocifissione, è stato accusato di aver partecipato a manifestazioni di protesta vietate e di detenzione di armi da fuoco – nonostante ci sia una totale mancanza di prove riguardo a quest'ultima accusa, e gli è stata negata la possibilità di essere assistito da un avvocato. Inoltre, a quanto asserito dai gruppi per i diritti umani, Al-Nimr è stato torturato e poi costretto a firmare una confessione mentre si trovava in carcere.
  • Non solo le autorità saudite si preparano a crocefiggere– nel 2015 – qualcuno che hanno torturato per costringerlo a confessare, ma si preparano a crocefiggere qualcuno che era minorenne al momento dell'arresto.
  • Purtroppo, non passa settimana senza che l'Arabia Saudita dimostri al mondo perché gode della reputazione di essere una delle maggiori fogne dei diritti umani al mondo.
  • La crocefissione è una pena di morte che, a quanto pare, non è solo conforme alla sharia, ma anche a Ginevra.
Il Consiglio per i diritti umani della Nazioni Unite (UNHRC) a Ginevra è un'organizzazione contro cui si possono facilmente muovere critiche, ma che difficilmente può essere oggetto di satira. Se si dicesse a qualcuno che in Svizzera c'è un posto dove la concezione dei diritti umani da parte del Sudan, dell'Iran e delle altre peggiori dittature mondiali e di coloro che violano tali diritti viene accolta con rispetto e deferenza, si potrebbe pensare che il copione sia stato scritto dai Monty Python [un gruppo comico britannico, N.d.T.], dove a un certo punto farebbe la sua comparsa Idi Amin per condividere le sue idee su come migliorare la parità di trattamento fra uomini e donne sul luogo di lavoro. E potrebbe anche spuntare Pol Pot per castigare quei paesi in cui il tenore di vita non è stato debitamente alzato in conformità alle medie globali.
Su quanto accade a Ginevra non si può ironizzare. Ma la settimana scorsa anche gli standard delle Nazioni Unite si sono dimostrati vergognosi. È saltato fuori, grazie all'eccellente organizzazione UN Watch che l'Arabia Saudita è stata scelta per presiedere un importante gruppo dell'UNHRC. Questo panel seleziona gli alti funzionari che condividono gli standard internazionali in materia di diritti umani e hanno il compito di segnalare le violazioni dei diritti umani nel mondo. Il gruppo di 5 ambasciatori, guidato dall'Arabia Saudita, è conosciuto come Gruppo consultivo e ha il potere di scegliere i candidati che devono ricoprire più di 77 posizioni chiave in seno al Consiglio per i diritti umani. Sembra che la nomina dell'inviato saudita all'UNHRC, Faisal Trad, sia avvenuta prima dell'estate, ma che i diplomatici di Ginevra abbiano mantenuto il silenzio a riguardo.
Il fatto che si sia saputo della nomina a distanza di mesi, non esclude la possibilità che il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, contrariamente a quanto si pensi, di fatto, provi un senso di colpa. Se non fosse così, perché non gridare ai quattro venti che l'Arabia Saudita ha ottenuto questo incarico prestigioso? Perché non diffondere un comunicato stampa? Dopo tutto, l'Arabia Saudita – e per estensione l'UNHRC – non ha nulla di cui vergognarsi, vero?
Purtroppo, non passa settimana senza che l'Arabia Saudita dimostri al mondo perché gode della reputazione di essere una delle maggiori fogne dei diritti umani al mondo. Nel corso dell'ultimo anno, l'Arabia Saudita potrebbe aver decapitato più persone dell'Isis, ma solo raramente qualcuno di questi casi ha ottenuto più di un barlume di attenzione internazionale. Di tanto in tanto, un caso viene cavalcato dall'opinione pubblica, come quello del blogger Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustrate per aver "offeso l'Islam". La situazione difficile di Raif Badawi, che ha già ricevuto le prime 50 frustrate ed è ancora in prigione in attesa del resto, ha raccolto l'attenzione e ha ricevuto il biasimo di Riad. La reazione del Regno è stata quella di denunciare fermamente "la campagna mediatica sollevata intorno al caso".
Ma il clamore dell'opinione pubblica internazionale evidentemente disturba le autorità saudite – e di questo bisogna tenerne conto. E non si può dire che non abbiano nulla da nascondere. È di questa settimana la notizia di un altro caso che dovrebbe ottenere la stessa attenzione riservata alla vicenda di Raif Badawi.
Ali Mohammed al-Nimr aveva 17 anni quando venne arrestato dalle autorità saudite nel 2012, durante la repressione di una serie di proteste antigovernative, nella provincia sciita di Qatif. Il ragazzo fu accusato di aver partecipato a manifestazioni di protesta vietate e di detenzione di armi da fuoco – nonostante ci sia una totale mancanza di prove riguardo a quest'ultima accusa. Negatagli la possibilità di essere assistito da un avvocato, a quanto asserito dai gruppi per i diritti umani, Al-Nimr è stato torturato e poi costretto a firmare una confessione mentre si trovava in carcere. Secondo gli attivisti, pare che il giovane sia stato preso di mira dalle autorità perché nipote di Sheikh Nimr al-Nimr, il 53enne [religioso sciita, N.d.T.] oppositore del regime saudita. Anche lo sceicco è stato dichiarato colpevole e condannato a morte. Dopo la confessione e il "processo", il nipote è stato giudicato colpevole da un tribunale penale speciale e condannato a morte. Il processo non è riuscito a osservare in alcun modo gli standard internazionali. Al-Nimr si è appellato contro la sentenza, ma questa settimana la richiesta di appello è stata respinta. Ora, è quindi probabile che zio e nipote saranno giustiziati. Poiché le accuse mosse includono reati riguardanti il sovrano saudita e lo Stato stesso, sembra che entrambi saranno crocefissi.


I due dissidenti sauditi detenuti in carcere Raif Badawi (a sinistra) e Ali Mohammed al-Nimr (a destra).


Se questo causasse un briciolo di preoccupazione tra gli altri partecipanti alla farsa dell'UNHRC in corso a Ginevra, beh, essi avrebbero almeno una qualche consolazione. In Arabia Saudita, la crocefissione non è più come un tempo. Prima la vittima viene decapitata e successivamente crocefissa, per essere esposta al pubblico. Questa è una pena che, a quanto pare, non è solo conforme alla sharia, ma anche a Ginevra.
Naturalmente, Ali Mohammed al-Nimr era un ragazzo al momento dell'arresto, pertanto, non solo le autorità saudite si preparano a crocefiggere – nel 2015 – qualcuno che hanno torturato per costringerlo a confessare, ma si preparano a crocefiggere qualcuno che era minorenne quando è stato arrestato. Forse le autorità dell'UNHRC a Ginevra si vergognano di aver incaricato i funzionari sauditi di presiedere i gruppi del Consiglio Onu per i diritti umani. Ma questo non sembra influenzare la loro condotta. Proprio come le autorità saudite pensano che il problema sia "l'attenzione internazionale" e non la fustigazione a morte o la crocefissione inflitta dopo la decapitazione, così l'UNHRC sembra ritenere che il problema sia costituito dalla consapevolezza pubblica dei suoi incarichi grotteschi e non dalle stesse nomine.
L'attenzione internazionale per il caso di Raif Badawi non ha ancora permesso il suo rilascio, ma è riuscita a rinviare la prossima sessione di frustrate. Il che sta a indicare che le autorità saudite hanno la capacità di provare un po' di vergogna. Questo dovrebbe essere a sua volta motivo di speranza tra coloro che hanno a cuore i diritti umani. Dovrebbe anche ricordare a tutti di aumentare l'attenzione globale sul caso di Ali Mohammed al-Nimr e di altri come lui che soffrono a causa di un governo e di un sistema giudiziario che dovrebbero assolutamente fare vergognare il mondo al di fuori di Ginevra, se non possono farlo le Nazioni Unite.


I MARÒ, IL SILENZIO E LE NON RISPOSTE DEI "GOVERNANTI"

Oggi 24 settembre 2015 scadeva la richiesta fatta dal tribunale di Amburgo per inoltrare il nuovo rapporto. Così infatti è riportato dallo stesso Tribunale:
punto 2) - "Il tribunale decide che Italia e India sottopongano ognuna al tribunale il rapporto iniziale previsto nel paragrafo 138 non oltre il 24 settembre 2015 ed autorizzino il presidente, dopo quella data, a richiedere tale informazione alle parti, nel modo in cui lui possa ritenerlo appropriato".

Oggi pertanto siamo arrivati all'ultimo giorno utile perchè questo sia fatto. Ma al cittadino italiano non è dato tutt'ora sapere se ciò sia avvenuto o meno in quanto i "nostri dipendenti" piuttosto che informare stanno più muti dei pesci. Nessuna notizia trapela neppure dai media (ma questa non è una novità).

Mi chiedo e chiedo al Governo se abbia ottemperato a questa richiesta.

Non ho più alcuna fiducia in una risposta ne dalla Ministro Pinotti ne dal Ministro Gentiloni anche perchè pur avendo entrambi un profilo pubblico sia su Facebook che su Twitter seppur sollecitati non rispondono mai. Forse queste pagine servono solo per uso personale?

A tal proposito a titolo di esempio voglio inserire un mio commento postato recentemente proprio sulla pagina della Ministro e la sua risposta. In verità è una risposta che con il copia-incolla è stata data a tutti (o quasi) quelli che hanno commentato questo suo post.
Sono cosciente di essere con questo commento offtopic ma per poter cercare di avere un contatto con le Istituzioni non abbiamo altro modo.
 


 
Questo è stato il mio commento:
"Dopo anni in cui pochi o nessuno dei media nostrani sembrava essersi accorto della vicenda dei due Fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, tutto ad un tratto, dopo l'avvio dell'arbitrato internazionale, si è visto un'improvviso aumento di articoli e notizie (dove stavano prima questi signori?). In verità qualcuno di una certa parte politica aveva anche scritto ma gli articoli era incentrati principalmente sulla colpevolezza dei due marò a prescindere (le "divise", a certi, fanno venire l'orticaria)". http://tentor-maurizio.blogspot.it/2015/09/i-maro-e-quella-certa-stampa-che-non-si.html

Risposta:
"Il 26 Giugno scorso l’Italia ha citato in giudizio l’India davanti a un tribunale arbitrale internazionale per la vicenda che vede coinvolti Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Lo abbiamo fatto per i nostri soldati e per il nostro paese, perché rivendichiamo il diritto alla giurisdizione esclusiva italiana sul caso, nonché il riconoscimento dell’immunità funzionale dei nostri militari. Il Governo ha deciso di fare questo passo dopo la chiusura dimostrata dall’India su possibili soluzioni concordate della controversia, e ha deciso di agire con la massima determinazione per portare a casa definitivamente Massimiliano e Salvatore. Il 24 Agosto abbiamo avuto un primo risultato importate: il Tribunale per il Diritto del Mare ha ordinato in via cautelare all’India di bloccare immediatamente il processo penale a carico di Massimiliano e Salvatore, riconoscendo che la sua prosecuzione avrebbe danneggiato i diritti dell’Italia. È un primo passo, ma è lo sviluppo più importante e positivo che questa vicenda abbia registrato, anche per le prospettive future che apre all’Italia. Nei prossimi giorni, infatti, il Tribunale arbitrale che dovrà decidere definitivamente a chi spetti la giurisdizione, sarà costituito e i suoi giudici inizieranno a lavorare a pieno regime sul caso dei nostri fucilieri. I processi internazionali sono lunghi, ma noi non vogliamo attendere anni: non appena il Tribunale sarà in condizioni di funzionare, ci attiveremo per tutelare per via giudiziaria la posizione dei nostri soldati e quella dell’Italia, anche prima della decisione definitiva del caso."

La replica:
"Buona giornata ministro, la ringrazio per la sua risposta. Vede io, ma non sono il solo, stiamo seguendo questa vicenda dall'inizio (1310 giorni). Nessun "politico" in questo tempo ha mai preso seriamente le difese o dichiarato l'innocenza di quei due servitori dello Stato e mi chiedo il perchè, le prove non mancano. Nei cassetti romani ci sono "carte" mai prese in considerazione (quali a esempio gli esposti e le consulenze tecniche di Di Stefano, l’esposto del generale Termentini e firmato da 377 cittadini, ...), perchè? Ora entro il 24 settembre, se non erro, il tribunale aspetta gli incartamenti italiani e tra questi spero ci siano anche le perizie fatte dal Consulente Tecnico su riportato. Ma non mi voglio dilungare ulteriormente e spero solo di vedere finalmente un Governo che riesca, come prima cosa a portare in Italia e alla sua famiglia Salvatore, fare in modo che Massimiliano ci resti perchè nulla hanno a che fare con quella vicenda". https://www.youtube.com/watch?v=F76MJcV4_U4 
(A questo scritto ho messo anche altri due link che si trovano qui sotto come allegati).

Allegato 1 - Qui, ma forse già ne è a conoscenza, c'è tutta l'analisi tecnica: http://www.seeninside.net/piracy/

Allegato 2 - Altri commenti qui: https://www.facebook.com/pinottiroberta/photos/a.1029407213766341.1073741828.1028186917221704/1036060979767631/?type=1&theater

(Maurizio)

fonte: http://tentor-maurizio.blogspot.it

23/09/15

Libia: si complicano gli scenari in Cirenaica e Tripolitania

Mentre il generale Haftar annuncia una nuova operazione militare su Bengasi, a Tripoli si spacca Alba Libica, a sua volta in lotta con lo Stato Islamico. Solo l’ONU crede che la fine di questo dramma sia vicina

Libya Dawn fighters fire an artillery cannon at IS militants near Sirte

Mentre a Skhirat, in Marocco, tra giovedì 17 e domenica 20 settembre è andato in scena l’ultimo dei teatrini diplomatici tanto cari alla comunità internazionale – impegnata attraverso la missione ONU in Libia (UNSMIL) a formare un governo di unità nazionale – di tutt’altro tenore si è dimostrato il dramma vissuto in Tripolitania e Cirenaica, nelle stesse ore.

Cirenaica: la nuova operazione di Haftar

Il 19 settembre, il Generale Khalifa Haftar ha annunciato l’avvio di una nuova offensiva militare su Bengasi. L’operazione Hatf (dal nome di una delle potenti spade di Maometto) o Doom (come scrivono i media internazionali, dal significato non meno apocalittico) è volta a colpire tutte le milizie jihadiste presenti in città e prevede una più intensa collaborazione tra le forze di terra e di aria dell’esercito nazionale libico. Un annuncio foriero di nuove battaglie e distruzioni (stime UNHCR contano almeno centomila sfollati provenienti da Bengasi, sui quasi quattrocentomila totali) che stride con le dichiarazioni secondo cui un accordo tra Tripoli e Tobruk è “sempre più vicino”.
L’inviato ONU Bernardino Leon ha infatti congedato domenica, in chiusura dell’ultima sessione del Dialogo Nazionale, i delegati dei due parlamenti libici (rientrati a Tobruk e Tripoli per vagliare la proposta con i rispettivi deputati), con la promessa di annunciare l’accordo finale tra le parti entro le prossime 48 ore. In questo clima, l’operazione di Haftar è stata ovviamente denunciata dalla comunità internazionale come un dichiarato atto di ostilità all’iniziativa di riconciliazione.

Special Representative of Secretary-General for Libya and Head of UNSMIL Leon addresses news conference in GenevaIl mediatore ONU al tavolo di pace


Tripolitania: Stato islamico contro Alba Libica

A osteggiare il Dialogo Nazionale, tuttavia, sono giunti nei giorni scorsi chiari segnali anche da Tripoli: il 17 settembre, durante una seduta del Congresso Nazionale Generale volta a individuare consensi sulla lista di candidati da presentare a Leon, la sede del parlamento tripolino è stata presa d’assalto da uomini armati che hanno interrotto i lavori. Tra i possibili responsabili del sabotaggio, Libya Herald ha citato il fervente oppositore dell’iniziativa di riconciliazione, Salah Badi, già alla guida delle milizie denominate “Alba Libica 2” o “Fronte della Determinazione” (Sumud), nate da una spaccatura interna alle milizie islamiste riunite sotto il cappello di Alba Libica.

Altre fonti ipotizzano la presenza sempre più tangibile nella capitale di milizie legate allo Stato Islamico, che da Derna negli ultimi mesi hanno raggiunto Sirte, che dista 450 km da Tripoli. Il punto di forza della strategia dell’ISIS (che mina fortemente gli esiti del processo di riconciliazione nazionale) sta proprio nell’attrarre il malcontento popolare circa un intervento politico “straniero”, giudicato come un’ingerenza inaccettabile da molti libici. Al tempo stesso, l’organizzazione jihadista di Al-Baghdadi punta a raccogliere adesioni locali nella sua personalissima lotta agli “apostati” di Alba Libica – come vengono definite le milizie islamiste nell’ultimo numero del Dabiq, la rivista ufficiale dello Stato Islamico in lingua inglese – mentre la presenza di ISIS sul territorio libico viene ufficializzata da Abul Mughirah al Qahtani, presentato come responsabile dello Stato Islamico in Libia.

Il 19 settembre, a due giorni dall’attacco al Congresso, un commando armato ha attaccato una prigione che si trova presso l’aeroporto di Mitiga a Tripoli con l’intento di liberare alcuni detenuti. La prigione è gestita dal ministero dell’Interno del governo tripolino di Khalifa Al Ghweil, e controllata dalle milizie di Alba Libica. In questo caso, le fonti hanno parlato di miliziani legati allo Stato Islamico, sebbene non sia da escludere l’ipotesi della spaccatura interna tra le varie anime di Alba Libica, dopo che la formazione ha giurato fedeltà a Salah Badi.

Members of the Libyan army give protection to a demonstration in support of the Libyan army under the leadership of General Khalifa Haftar, in BenghaziL’esercito regolare a Bengasi

Il nuovo Fronte degli esiliati gheddafiani

Giunge intanto dal Cairo la notizia della formazione di un nuovo fronte politico denominato Nidal (“La Battaglia”), costituito principalmente da emigrati libici ed ex membri del regime di Muhammar Gheddafi. Ufficialmente, il gruppo è guidato dall’ex ambasciatore libico in Arabia Saudita, Mohamed Saeed Algashatt, sebbene sia da considerarsi più un prodotto del cugino di Gheddafi e suo fidato responsabile della Sicurezza, Ahmed Qaddaf Al-Dam, il quale oggi risiede nella capitale egiziana.

Nel comunicato programmatico della nuova formazione politica, il Comitato Centrale asserisce di voler costruire una nuova Libia inclusiva, sostenendo l’iniziativa di riconciliazione e suggerendo un’amnistia generale per tutte le conseguenze della guerra civile. Ma non esita a criticare i “traditori”, con chiare allusioni a Francia e Gran Bretagna, che hanno sostenuto la Rivoluzione e contribuito al crollo del Paese.

di Marta Pranzetti @BlogArabaFenice - 22 settembre 2015
fonte: http://www.lookoutnews.it

22/09/15

I clandestini arma della propaganda del Califfo




*La macchina della propaganda jihadista si è messa in moto anche sulla drammatica vicenda dei migranti. Prima la pubblicazione su Dabiq della famosa foto del piccolo Aylan Kurdi esanime su una spiaggia turca, accompagnata dalla scritta “The danger of abandoning Darul Al Islam” (Il pericolo di abbandonare la Casa dell’Islam); ora ecco un video-patchwork, fatto circolare nei canali legati all’ISIS e prodotto dalla nota Asawirtimedia.
Si rivolge “a tutti i profughi delle terre della coalizione cristiana” e descrive l’odissea di chi bussa alle porte d’Europa, mischiando le immagini dei migranti respinti e arrestati sul fronte balcanico della crisi a quelle dei salvataggi nel Mediterraneo.

 

Spunta anche un grande logo della Marina Militare italiana, nella parte del video in cui si propone, strumentalizzandolo, un servizio televisivo con le riprese di interventi di soccorso in acqua.
Il collage iniziale è accompagnato da una canzone con un testo carico di dolore e tristezza ed è seguito da alcune testimonianze. Una donna dice: “hanno picchiato mio marito. Per me lui per me é tutto, non voglio che lo picchino”.
Un ragazzo denuncia: “siamo qui da tre giorni sotto il sole senza cibo e acqua e non ci dicono niente.
Ci trattano da impuri”. Un altro racconta: “ci hanno maltrattato in Turchia, ci hanno maltrattato in Grecia e ci hanno maltrattato in Serbia, ma il maltrattamento peggiore é stato in Ungheria. Ci hanno mentito dicendo che se ci facevamo prendere le impronte digitali ci facevano andare a Budapest, invece siamo reclusi qui e non possiamo andare da nessuna parte, neanche in Germania”.

 

Dopo il terzo minuto interviene Abu Bakr Al Baghdadi in persona. E’ la sua voce , a rivolgersi ai migranti con toni accorati. “I nostri cuori – afferma – sono spezzati. Avete lasciato le vostre abitazioni e i vostri Paesi, ora siete profughi.
Tornate a casa e potrete contare su Dio e sullo Stato Islamico. Qui troverete il calore umano e la sicurezza. Voi siete le nostre famiglie, e noi difenderemo voi e i vostri beni. Vogliamo la vostra dignità, la vostra sicurezza e la vostra salvezza dall’inferno”.
Più avanti Al Baghdadi insiste: “i  musulmani da noi vivono con dignità, stanno bene economicamente e vivono la loro vita familiare e lavorativa sotto l’ombrello della Sharia, grazie a Dio. Dovete contare su Dio e sullo Stato Islamico”.

 

Analisti interpellati da WikiLao sottolineano un sottotesto del messaggio, che va pesato considerando che “chi anche lo volesse, avrebbe serie difficoltà a rimettersi in viaggio in tempi brevi, stavolta verso le zone controllate dall’ISIS”.
Il video è ritenuto “parte di una sofisticata operazione-simpatia” avviata dall’autoproclamato Califfato e che “rischia effettivamente di fare presa fra chi, sentendo tradite le aspettative del suo viaggio verso l’Europa, potrebbe raccogliere l’invito alla radicalizzazione”, anche rimanendo in quelle terre cristiane nelle quali, è comunque l’intendimento esplicitato nel filmato, si vuole comunque entrare. Col solo interrogativo, ripetuto due volte: “da quale porta?”.

Immagini tratte dal video dell’Isis

di Redazione -18 settembre 2015
fonte: analisidifesa.it

Trafficanti in festa: oggi in Italia altri 4.300 clandestini


Oggi le navi della Marina Militare Bergamini, Bettica e Vega, impegnate nel dispositivo Mare Sicuro, l’unità croata Mohorovicic della missione europea Triton (gestita dall’Agenzia Frontex), l’unità tedesca Schleswig-Holstein e la britannica Enterpreise appartenenti alla missione Eunavfor Med (che dovrebbe contrastare i trafficanti) e le navi civili Phoenix e Bourbon Argos appartenenti ad organizzazioni non governative hanno raccolto in mare 4.314 immigrati clandestini a bordo di 28 barconi e gommoni messi in mare dalle organizzazioni criminali basate in Libia. Verranno tutti sbarcati in Italia nelle prossime ore.


Anche oggi, con i soldi dei contribuenti italiani ed europei, è stato concesso l’ingresso in Italia e in Europa a persone che finanziano il crimine organizzato connesso col terrorismo islamico, che non hanno nessun visto né in molti casi documenti e che per la stragrande maggioranza non hanno titoli per chiedere asilo.
Meno di un quinto degli immigrati giunti illegalmente in Europa sono siriani. In Italia il direttore centrale per l’immigrazione e Polizia di frontiera Giovanni Pinto ha  detto a Sky TG 24 che “in realtà sono venuti meno sensibilmente i siriani, ridotti a poco più di 6 mila allo stato attuale, e anche gli eritrei stazionano più o meno allo stesso numero dell’anno scorso.
Questo significa che è cambiata completamente la natura del flusso: non ci sono più tanti candidati all’asilo, ma soprattutto, come si suole dire oggi migranti economici”.


Che però noi accogliamo ugualmente e che forse un giorno dovrebbero venire espulsi a spese della Ue (?) ma solo in accordo con i Paesi di provenienza.
Quindi resteranno qui. Lo ha detto, tra le righe, lo stesso sottosegretario all’Interno con delega all’immigrazione, Domenico Manzione intervenendo giovedì mattina ad Agorà su Rai 3. I migranti che non hanno diritto d’asilo non possono essere automaticamente rimpatriati. “Il percorso è complesso e va fatto insieme ai paesi d’origine”.
Valutando in 2.300 euro il costo del “biglietto” pagato da ogni immigrati illegale (compreso secondo le testimonianze tra i 1.500 e i 4.000 euro) ai trafficanti le organizzazioni criminali hanno incassato solo oggi grazie alle operazioni militari di Italia e Ue circa 10 milioni di euro.
Considerando che dall’inizio dell’anno ne sono sbarcati 130 mila da gennaio i criminali hanno incassato circa 300 milioni di euro, 400 l’anno scorso quando sbarcarono in Italia in 170 mila.
La vera emergenza riguarda la legalità.

di Gianandrea Gaiani - 19 settembre 2015
Foto TMNews/AP e Marina Militare, vignetta di Alberto Scafella

fonte: analisidifesa.it

La beffa al Fisco, miliardi di euro spariti in Cina con i money transfer


Un socio dell'agenzia di trasferimento di denaro durante un'intercettazione: "In quel money transfer stanno riciclando i soldi della mafia"


Un flusso di denaro che basterebbe per abolire Imu e Tasi. Oltre 4,5 miliardi di euro sottratti allo Stato e che sono spariti in Cina.




L'inchiesta, come riporta La Stampa, è partita nel 2008 da parte della Guardia di Finanza di Firenze. Le fiamme gialle, all'epoca notano che un operatore di money transfer di Bologna movimenta tanti soldi nell'area fiorentina.
Dopo un incrocio di dati, i conti non tornano: troppo denaro - milioni di euro - per troppo pochi clienti. Si scopre così che nella piccola agenzia bolognese, gestita anche da cittadini cinesi, si utlizza un semplice accorgimento per evitare il limite che farebbe scattare le segnalazioni automatiche per l'antiriciclaggio, fissato a 2mila euro: spezzettare il flusso di denaro in trasferimenti di 1999,99 euro.
A trasferire il denaro, cinesi morti, inesistenti o ignari. In pochi anni il fatturato della Money2Money passa da 85 milioni di euro a oltre 400.
Il giro di denaro porta a galla un nero proventiente da contraffazione, sfruttamento della prostituzione e gioco d'azzardo. Le indagini portano anche alla scoperta di un'evasione fiscale imponente da parte di molti commercianti cinesi: chi dichiara 17mila euro di reddito allo stato italiano e spedisce 1,89 milioni di euro in Cina o chi ne manda oltre 800mila euro e per il nostro fisco non esiste neanche.
La scorsa primavera c'è stata la richiesta di rinvio a giudizio per le oltre 297 persone fisiche e società coinvolte, mentre a marzo 2016 ci sarà l'udienza dal Gup. Nel frattempo, bisognerà tradurre in cinese un'infinità di carte processuali.
L'Erario al momento ha contestato appena 50 milioni di quella marea di denaro che basterebbe allo Stato per rendere migliore la vita degli italiani, con qualche tassa in meno da pagare.

- Lun, 21/09/2015  
fonte: ilgiornale.it

21/09/15

L'Europa sta perdendo il controllo del proprio destino?



  • La mossa dei burocrati di Bruxelles volta a costringere i paesi europei a spalancare le loro frontiere – chiedendogli di offrire ai migranti indumenti, cibo, alloggio e assistenza sanitaria per un periodo indefinito di tempo – non solo rappresenta un'audace usurpazione della sovranità nazionale, ma incoraggia altresì milioni di altri migranti provenienti dal mondo arabo a iniziare a dirigersi verso l'Europa.
  • "Stiamo affrontando una crisi di profughi, una crisi migratoria. (...) Non dimentichiamo che coloro che arrivano qui sono cresciuti con una religione diversa e hanno una cultura radicalmente differente. Quasi tutti non sono cristiani, ma musulmani. La questione è importante perché l'Europa e l'identità europea hanno radici cristiane. Non è già preoccupante in sé che il cristianesimo europeo non sia quasi più capace di mantenere l'Europa nel sistema dei valori cristiani? Se si perde di vista questo, l'idea dell'Europa potrebbe diventare di importanza secondaria nel suo stesso continente." – Il premier ungherese Viktor Orbán.
  • "Il continente sta vivendo massicci spostamenti di popolazione senza precedenti dal periodo successivo alla Seconda guerra mondiale. Ma in questo caso non sono gli europei a compiere questi spostamenti di massa. (...) Il controllo dei propri confini è una delle caratteristiche – e delle responsabilità – più importanti di uno Stato moderno. I paesi perdono il controllo del proprio destino e cessano di esistere quando non riescono a controllare chi arriva." – Arthur Chrenkoff, New York Obesrver
  • Le statistiche mostrano che delle 625.920 persone che hanno presentato domanda di asilo nell'Unione Europea, solo il 29,5 per cento arriva dalla Siria, dall'Afghanistan e dall'Iraq.
  • "Se qui non vi piace, andatevene." – Il presidente della Repubblica ceca Milos Zeman che commenta il fatto che nessuno ha invitato i migranti nel suo paese, ma una volta arrivati, essi devono rispettare le norme ceche altrimenti se ne possono andare.
  • "La lezione per gli Stati Uniti è che ridurre la nostra influenza globale non accresce la pace e la sicurezza internazionale. Proprio il contrario. Il ritiro di Obama dal Medio Oriente, il suo disinteresse per la continua avanzata dello Stato islamico o la sua resa al programma nucleare iraniano, fanno parte di un disegno più ampio." – Ambasciatore John R. Bolton, Fox News Opinion.
  • "Poiché la Slovacchia è un paese cristiano, non possiamo tollerare un afflusso di 300.000-400-000 immigrati musulmani che potrebbero cominciare a costruire moschee in tutto il nostro territorio e a cercare di cambiare la natura, la cultura e i valori dello Stato. (...) Se non si comincia a dire la verità sulla migrazione, non faremo passi avanti." – Il premier slovacco Robert Fico.
La Commissione europea, il potente braccio amministrativo dell'Unione Europea, ha presentato un piano controverso che obbligherebbe i paesi membri dell'UE ad accettare 160.000 migranti e profughi provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa.
La mossa dei burocrati di Bruxelles volta a costringere i paesi europei a spalancare le loro frontiere – chiedendogli di offrire ai migranti indumenti, cibo, alloggio e assistenza sanitaria per un periodo indefinito di tempo – non solo rappresenta un'audace usurpazione della sovranità nazionale, ma incoraggia altresì milioni di altri migranti provenienti dal mondo arabo a iniziare a dirigersi verso l'Europa.
La proposta sulla migrazione, annunciata il 9 settembre, "ricollocherebbe" 120.000 migranti attualmente presenti in Grecia, Ungheria e Italia in altri paesi dell'Unione Europea. Questa proposta si somma alla precedente proposta della Commissione del maggio scorso di ricollocare 40.000 migranti siriani ed eritrei dall'Italia e dalla Grecia.
La cancelliera tedesca Angela Merkel, la cui politica dell'immigrazione della "porta aperta" è ritenuta parzialmente responsabile di favorire l'afflusso dei migranti in Europa, ha già avvisato che il piano della Commissione europea è "solo un primo passo" e che l'Europa potrebbe dover accettare numeri sempre maggiori. Il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel ha detto che la Germania potrebbe accogliere 500.000 profughi all'anno per "diversi anni".


Benvenuti in Germania! A sinistra, il cancelliere tedesco Angela Merkel. A destra, alcune delle centinaia di migranti che sono arrivati a Monaco, il 12 settembre 2015.

Non è ancora chiaro quanti migranti che arrivano in Europa siano rifugiati in fuga dalle zone di guerra e quanti siano migranti economici in cerca di una vita migliore in Occidente. Le statistiche mostrano che delle 625.920 persone che hanno presentato domanda di asilo nell'Unione Europea, solo il 29,5 per cento arriva dalla Siria, dall'Afghanistan e dall'Iraq.
I funzionari tedeschi ammettono che il 40 per cento dei migranti giunti nel paese nel 2015 provengono da paesi balcanici come l'Albania, il Kosovo e la Serbia, il che significa che almeno la metà di coloro che sono entrati in Germania quest'anno sono migranti economici in fuga dalla povertà e non dalla guerra.
Gli osservatori critici descrivono in termini apocalittici il caos della migrazione che sta travolgendo l'Europa e parlano di "un'inarrestabile rivoluzione demografica", "uno scenario da Armageddon" e di "un esodo di proporzioni bibliche".
Quella che segue è una selezioni di citazioni e commenti espressi da una serie di capi politici e di opinion leader europei, e non solo, sulle conseguenze di un'immigrazione sfrenata dal mondo musulmano.
In Gran Bretagna, l'euroscettico Nigel Farage, leader del Partito per l'indipendenza del Regno Unito (Ukip), parlando dai microfoni del programma radiofonico Today della BBC Radio 4 ha detto:
"Il nostro problema è che abbiamo aperto la porta a un esodo di dimensioni bibliche di milioni e milioni di rifugiati. Abbiamo perso di vista che cosa significa essere un rifugiato. Quanti milioni ne vuole accettare l'Europa? Questo è l'interrogativo.
"I veri profughi tendono a essere gruppi di persone, gruppi etnici o religiosi vittime di persecuzioni, che fuggono per timore di perdere la vita. Il problema che abbiamo adesso è che se si guarda alla definizione della politica comune in materia di asilo dell'Unione Europea, essa include chiunque sia in fuga da un paese dilaniato dalla guerra, e annovera anche chi fugge da una situazione di povertà estrema".
L'eurodeputata britannica Janice Atkinson ha asserito:
"Nessuno ha votato per l'immigrazione illegale. Tantissime persone ci hanno messo qui per opporci a essa. Le centinaia di migliaia di immigranti clandestini che sommergono le nostre frontiere e le nostre capacità di far fronte alla situazione sono esattamente questo: illegali.
"Cerchiamo di essere chiari su un'altra cosa: nonostante ciò che ripetono l'industria dei diritti umani e il gran numero di lobby e di enti di beneficenza finanziati dai contribuenti, questa non è una crisi dei rifugiati, ma una massiccia crisi dell'immigrazione illegale che deve essere contrastata per quella che è".
Lo scrittore e giornalista Peter Hitchens, in un saggio dal titolo "Non salveremo i profughi distruggendo il nostro paese", ha scritto:
"In realtà, non possiamo fare quello che ci pare di questo paese. Lo abbiamo ereditato dai nostri genitori e nonni, e abbiamo il dovere di consegnarlo ai nostri figli e nipoti, preferibilmente migliorato e di certo non danneggiato. Questa è una delle responsabilità più pesanti che abbiamo mai avuto. Non possiamo darlo via d'impulso a dei perfetti sconosciuti, perché ci fa sentire bene con noi stessi... .
"Grazie a un migliaio di anni di pace ininterrotta, abbiamo sviluppato livelli sorprendenti di fiducia, sicurezza e libertà. (...) Sono stupito di come lo stiamo regalando senza la minima preoccupazione.
"I nostri vantaggi dipendono molto dal nostro passato comune, dalle tradizioni ereditate, dalle abitudini e dai ricordi. I nuovi arrivati possono imparare tutto questo, ma solo se arrivano in numero esiguo. L'immigrazione di massa implica che ci adattiamo a loro, quando dovrebbero essere loro ad adattarsi a noi... .
"Così ora, in base a uno spasmo emotivo, travestito da civiltà e generosità, diremo che abbandoniamo questa eredità e decliniamo il nostro obbligo di trasmetterla, come gli eredi spossati e buoni a nulla di una vecchia eredità, che lasciano che la grande casa e la tenuta vadano in rovina?
"Non riesco a capire il senso né la giustizia nel permettere che queste cose diventino un pretesto per un'inarrestabile rivoluzione demografica, in cui l'Europa (tra cui, ahimè, le nostre isole) mescola la propria cultura e l'economia al Nord Africa e al Medio Oriente. Se lasciamo che questo accada, l'Europa perderebbe quasi tutte le cose che inducono gli altri a voler vivere qui".
L'eurodeputato britannico Daniel Hannon ha avvertito che la politica tedesca dell'immigrazione della "porta aperta" avvicina sempre più i migranti al Vecchio Continente. Egli ha scritto:
"La convinzione che la Germania stia allentando la propria politica è destinata a portare a un livello di migrazione che supera qualsiasi cosa vista finora. I profughi e i migranti economici saranno messi rapidamente insieme. Alcuni saranno calpestati e qualche barcone verrà rovesciato. Ma molti altri raggiungeranno l'Italia e la Grecia. Alla fine, i paesi membri dell'UE che sono in prima linea smetteranno di cercare di far rispettare le regole e saluteranno con la mano i nuovi arrivi sul loro territorio, mentre altri cercheranno sempre più numerosi di tentare la traversata".
Il londinese Financial Times ha lamentato la mancanza di una risposta europea univoca alla crisi migratoria:
"Questa è stata una triste estate per gli ideali europei. Da un blocco basato sulla ricerca della pace sono emerse immagini terribili di profughi morti soffocati nelle piazzole di sosta delle autostrade, di squallidi campi di fortuna, di bambini morti annegati e trascinati a riva, di centri di accoglienza in fiamme, di numeri di registrazione scritti sugli avambracci, di poliziotti con le divise nere che spruzzano spray al peperoncino sulle famiglie in fuga dalla guerra. Il Vecchio Continente è sommerso da richiedenti asilo, ma mancano le funzioni centrali per far fronte a essi. L'Europa è divisa su cosa fare. Costruire muri più alti? Stendere tappetini di benvenuto? È un problema nazionale o dovrebbe essere un fardello da condividere?
Il politologo inglese Anthony Glees ha accusato il governo tedesco di totale ipocrisia per aver chiesto alla Grecia di agire conformemente alla legislazione dell'UE per ottenere un piano di salvataggio finanziario, ma quello stesso governo tedesco ha ignorato unilateralmente il diritto comunitario di aprire le frontiere europee alle centinaia di migliaia di migranti provenienti dal mondo musulmano. Egli ha detto:
"Le placche tettoniche dell'Europa si muoveranno se la Germania si comporta come uno Stato hippy, guidato solo dai sentimenti. Il premier David Cameron ha detto, a giusto titolo, che il Regno Unito deve agire non solo con il cuore, ma anche con la testa. E allora ci si chiede: 'Se Frau Merkel ora persegue questa politica, che è ben diversa da quella perseguita nei confronti della Grecia, dove andremo a finire?' Il Regno Unito già interviene militarmente nella lotta contro il cosiddetto Stato islamico. La Germania, però, mantiene le distanze da queste cose. Ma poi al contempo dice alla gente disperata proveniente dalla Siria e dall'Iraq di recarsi nella Repubblica federale tedesca, e questo per molti britannici è privo di senso. Questa situazione sembra non avere fine!
"Credo che ancora la Germania nutra dei sentimenti storici che sono completamente assenti in Gran Bretagna. Può darsi che nel 2015, si ricordi ancora cosa sia accaduto con i profughi prima della Seconda guerra mondiale (1938-1939). Ma nel Regno Unito, dove non solo stiamo combattendo il terrorismo, affrontando la questione dei migranti economici, ma stiamo anche fronteggiando il problema umanitario, l'approccio tedesco sembra superficiale e non accuratamente ponderato, soprattutto quando i tedeschi non rispetteranno le regole. A prescindere da cosa si pensi del governo ungherese, le regole sono regole, e se la Germania non le rispetterà, l'intera Unione Europea rischia di sgretolarsi.
A Bruxelles, l'autoproclamata capitale dell'Europa, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha insistito sul fatto che l'immigrazione dai paesi musulmani costituirebbe una soluzione al declino demografico del Vecchio Continente. Egli ha detto:
"Non dimentichiamo che siamo un continente che invecchia e affronta un declino demografico. Avremo bisogno di talenti. Col tempo, l'immigrazione deve essere trasformata da un problema a una risorsa ben gestita. A tal fine, la Commissione europea presenterà un pacchetto ben concepito sull'immigrazione legale entro l'inizio del 2016".
Nel suo discorso del 9 settembre sul cosiddetto Stato dell'Unione Europea, Juncker ha asserito che non esiste alcuna differenza tra migranti cristiani, ebrei e musulmani. Egli ha chiosato:
"L'Europa in passato ha commesso l'errore di distinguere tra ebrei, cristiani e musulmani. Non ci sono distinzioni di religione, credo o filosofia quando si è rifugiati".
Sebbene la disoccupazione sia dilagante in seno all'UE, soprattutto tra i giovani europei, Juncker ha detto:
"Sono fortemente favorevole a far lavorare i rifugiati ospitati nei Paesi europei e permettere loro di guadagnarsi da vivere. Il lavoro è dignità (...) pertanto, dobbiamo fare di tutto per cambiare la nostra legislazione nazionale al fine di permettere ai profughi, ai migranti, di lavorare sin dal primo giorno del loro arrivo in Europa".
Nella Repubblica ceca, il presidente Milos Zeman ha affermato che nessuno ha invitato i migranti nel suo paese, ma una volta arrivati, essi devono rispettare le norme ceche altrimenti se ne possono andare. Egli ha asserito:
"Se qui non vi piace, andatevene. Qualcuno potrebbe considerare queste parole come un appello agli istinti umani più biechi, ma questa è la stessa posizione condivisa dagli ungheresi che hanno costruito una recinzione lungo il confine con la Serbia, così come gli americani che hanno costruito una barriera di separazione al confine con il Messico".
In Danimarca, Andreas Kamm, il segretario generale del Danish Refugee Council (Dansk Flygtningehjælp), ha avvertito che l'attuale crisi dei rifugiati potrebbe portare al crollo totale della società europea. In un'intervista al quotidiano Jyllands-Posten, Kamm ha detto che l'Europa si trova di fronte a "uno scenario da Armageddon". E ha aggiunto:
"Stiamo assistendo a uno squilibrio storico tra le cifre molto elevate di profughi e migranti e la capacità globale di fornire loro protezione e assistenza. Stiamo correndo il rischio che i conflitti tra i migranti e le popolazioni autoctone sfuggano di mano e si intensifichino. La risposta non può essere che l'Europa importa popolazioni in eccesso. Non possiamo essere obbligati a distruggere la nostra società".
Il ministro delle Finanze danese Claus Hjort Frederiksen ha dichiarato: "Sono indignato per il fatto che i paesi arabi che sono pieni di soldi accolgono solo pochi rifugiati. Paesi come l'Arabia Saudita. È del tutto scandaloso".
In Germania, il ministro degli Interni Thomas de Maizière, in un'intervista a Die Zeit ha detto:
"La crisi della migrazione presenta una sfida formidabile. È più ampia di quanto avessimo pensato – socialmente, politicamente, economicamente, culturalmente. (...) Ora, avremo centinaia di migliaia di musulmani con un background arabo. Secondo quanto mi ha detto il mio collega francese, questa è una differenza significativa per quanto riguarda l'integrazione. (...) Mi è stato detto che tra il 15 e il 20 per cento dei migranti adulto è analfabeta.
"Dobbiamo abituarci all'idea che il nostro paese sta cambiando. Le scuole, la polizia, gli alloggi, i tribunali, l'assistenza sanitaria, ovunque! Abbiamo bisogno di un emendamento alla Costituzione. E tutto questo deve accadere molto rapidamente, nel giro di qualche settimana! Questo richiederà un enorme cambiamento nella nostra mentalità radicata".
In un'intervista a Politico, Josef Joffe, un intellettuale ebreo-tedesco in genere molto arguto che è editore e direttore del quotidiano Die Zelt, sembrava del tutto ignaro delle conseguenze a lungo termine dell'importazione di centinaia di migliaia di musulmani in Germania quando ha asserito:
"È un vero miracolo. La nostra figura emblematica di rifugiato è ora il medico siriano che combina il livello d'istruzione con l'obbligo morale, data l'indicibile crudeltà contro i civili nella guerra siriana. La Germania, come i paesi di colonizzazione inglese, si sta trasformando in un Einwanderungsland, un paese di immigrazione, che accetta differenti razze, religioni, e origini. Così la Germania si sta evolvendo in un una specie di America, dove non occorre essere nati americani, ma lo si può diventare. È una rivoluzione mentale ed emotiva.
In Ungheria, il premier Viktor Orbán ha messo in guardia dalle "conseguenze esplosive" di uno scontro culturale tra l'Europa e i migranti provenienti dal mondo musulmano. In un saggio pubblicato il 3 settembre dalla casa editrice Frankfurter Allgemeine Zeitung, Orbán ha scritto:
"Per capire ciò che dobbiamo fare, occorre cogliere la vera natura della situazione in cui ci troviamo. L'Europa non è nella morsa del 'problema dei profughi' o di 'una situazione di rifugiati', ma il continente europeo è minacciato da un'ondata crescente di migrazione dell'era moderna. La circolazione delle persone avviene su scala immensa, e da una prospettiva europea il numero dei potenziali immigrati futuri sembra illimitato.
"Ogni giorno che passa si vede che centinaia di migliaia di persone si presentano ai nostri confini, e altre milioni intendono partire per l'Europa, mosse da motivi economici...
"Dobbiamo riconoscere che la sconsiderata politica dell'UE in materia di immigrazione è responsabile di questa situazione. L'irresponsabilità è tipica di ogni politico europeo che promette una vita migliore agli immigrati e li incoraggia a lasciarsi ogni cosa alle spalle e a mettere a rischio la vita cercando di raggiungere l'Europa. Se il Vecchio Continente non fa ritorno al buon senso, si ritroverà stremato nella battaglia per il suo destino...
"Non dimentichiamo che coloro che arrivano qui sono cresciuti con una religione diversa e hanno una cultura radicalmente differente. Quasi tutti non sono cristiani, ma musulmani. La questione è importante perché l'Europa e l'identità europea hanno radici cristiane. Non è già preoccupante in sé che il cristianesimo europeo non sia quasi più capace di mantenere l'Europa nel sistema dei valori cristiani? Se si perde di vista questo, l'idea dell'Europa potrebbe diventare di importanza secondaria nel suo stesso continente".
Facendo riferimento all'occupazione dell'Ungheria da parte dell'Impero ottomano dal 1541 al 1699, Orbán ha detto:
"Penso che abbiamo il diritto di decidere se vogliamo o no un gran numero di musulmani nel nostro paese. Non ci piacciano le conseguenze di avere numerose comunità islamiche come in altri paesi e non vedo perché ci debbano costringere a creare modalità di convivenza su cui noi non siamo d'accordo. Questa è un'esperienza storica per noi".
Secondo Zoltán Kovács, un portavoce del governo ungherese di centro-destra, la risposta dell'Unione Europea alla crisi è un completo fallimento. Egli ha dichiarato:
"L'UE non distingue tra coloro che hanno reale bisogno di aiuto. I veri profughi vengono accostati ai migranti economici. Non siamo di fronte a una crisi di rifugiati, ma a una crisi della migrazione. La gente arriva qui da un centinaio di paesi di tutto il mondo. È del tutto inaccettabile che i mezzi illegali di movimento siano ora istituzionalizzati".
In Slovacchia, il premier Robert Fico ha detto che il 95 per cento dei cosiddetti profughi è costituito in realtà da migranti economici:
"Non assisteremo a questa follia con le braccia spalancate ripetendo che accetteremo tutti, indipendentemente dal fatto che siano immigrati economici o no. Se non si comincia a dire la verità sulla migrazione, non faremo passi avanti".
Fico ha anche lanciato un monito sulle conseguenze di una sfrenata immigrazione musulmana. Egli ha dichiarato:
"Poiché la Slovacchia è un paese cristiano, non possiamo tollerare un afflusso di 300.000-400-000 immigrati musulmani che potrebbero cominciare a costruire moschee in tutto il nostro territorio e a cercare di cambiare la natura, la cultura e i valori dello Stato".
Negli Stati Uniti, l'ambasciatore John Bolton ha fatto presente che la crisi migratoria europea è anche un problema dell'America. Egli ha scritto:
"Mentre gli americani possono credere che l'Europa, da tempo sprezzante del nostro acceso dibattito sui problemi dei controlli delle frontiere, sta avendo ciò che si merita, dobbiamo comunque concentrarci sulle potenziali minacce e le lezioni applicabili a noi.
"Una causa cruciale dell'aumento dell'immigrazione illegale in Europa è il crescente caos in tutto il Medio Oriente. Questa anarchia diffusa deriva, sostanzialmente, dalla deliberata politica di Barack Obama del 'leading from behind' volta a ridurre l'attenzione e il coinvolgimento degli Stati Uniti nella regione. Quando la presenza americana diminuisce ovunque nel mondo, qualunque ordine minimo e stabilità esistente possono rapidamente svanire...
"Da anni, la causa centrale degli spostamenti di massa in Europa è di natura economica: i nordafricani hanno attraversato lo Stretto di Gibilterra o si sono diretti verso Francia o Italia. I turchi e gli arabi sono entrati dalla Grecia e dall'Europa Orientale. Una volta giunti nell'Unione Europea, grazie all'accordo di Schengen, le barriere sono ora quasi inesistenti e, come negli Stati Uniti, i clandestini possono viaggiare liberamente...
"La diffusione del terrorismo, i conflitti armati e il crollo dell'autorità politica in Medio Oriente sono ormai potenti fattori causali che sono sullo stesso piano o superano le permanenti disparità economiche. L'Europa teme di essere sopraffatta dalle masse di gente in movimento, perdendo così il controllo sulle decisioni su chi accogliere e chi allontanare. Queste preoccupazioni sono legittime, ma ci sono anche rischi più profondi. Rispecchiando le preoccupazioni di Washington, c'è una grave e crescente minaccia posta dal terrorismo islamista che si nasconde nella marea di gente in cerca di rifugio.
"La lezione per gli Stati Uniti è che ridurre la nostra influenza globale non accresce la pace e la sicurezza internazionale. Proprio il contrario. Il ritiro di Obama dal Medio Oriente, il suo disinteresse per la continua avanzata dello Stato islamico o la sua resa al programma nucleare iraniano, fanno parte di un disegno più ampio. Il problema dell'immigrazione illegale in Europa è anche un nostro problema".
In un articolo apparso su New York Observer, Arthur Chrenkoff ha scritto:
"Mentre la torrida estate europea cede il passo all'autunno, il continente sta vivendo massicci spostamenti di popolazione senza precedenti dal periodo successivo alla Seconda guerra mondiale. Ma in questo caso non sono gli europei a compiere questi spostamenti di massa. Man mano che centinaia di migliaia di persone continuano ad arrivare alle porte dell'Europa e affollano le sue strade e le linee ferroviarie, molti commentatori conservatori ravvisano un parallelo storico più adatto e inquietante nel Völkerwanderung ovvero 'le peregrinazioni dei popoli' che preannunciarono la caduta dell'Impero romano circa sedici secoli fa. Gli europei hanno memorie storiche di lunga data...
"Mentre riflettiamo sulle vivide immagini diffuse dai media di imbarcazioni e treni traboccanti di esseri umani disperati, è importante tenere a mente due cose. Innanzitutto, la maggioranza dei 350.000-400.000 migranti che sono arrivati quest'anno in Europa (queste sono le cifre conosciute, ma non si sa quanti ne siano entrati furtivamente) non è siriana. Infatti, lo sono meno di un terzo, e il resto proviene dai paesi africani, mediorientali e sud-asiatici. In secondo luogo, la maggior parte sembra essere single, giovani uomini in apparente buona salute, che si sono spostati per motivi di ordine economico, e non per paura di essere uccisi o perseguitati.
"Quello che sta accadendo in Europa non è tanto, o almeno non è principalmente, una crisi dei rifugiati, ma una crisi delle politiche europee in materia di immigrazione".
Chrenkoff lo ha sintetizzato in questo modo:
"Il controllo dei propri confini è una delle caratteristiche – e delle responsabilità – più importanti di uno Stato moderno. I paesi perdono il controllo del proprio destino e cessano di esistere quando non riescono a controllare chi arriva."

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