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21/10/16

REFERENDUM "Poveri e licenziati: ecco l'Italia del "Sì" a Renzi"

 
Il rapporto su precariato dell'INPS


inps lavoro


Più poveri come dice la Caritas, con meno lavoro o licenziati come sancisce INPS. E' l'Italia un po' obamiana del "Jobs Act", che affonda prima della cena di gala a Washington. Anche il Jobs Act, come le altre promesse renziane, si sta rivelando una bufala. Le assunzioni calano drasticamente. Il saldo tra assunzioni, trasformazioni di rapporti lavorativi e cessazioni, segna un +53mila contratti stabili in più, con un tonfo di quasi il novanta per cento (88,6%) rispetto allo stesso periodo del 2015. Peggio del 2015, ma anche del 2014. E con un boom di licenziamenti. Ritratto impietoso quello che arriva dal report mensile sul precariato redatto da INPS.
Complessivamente le assunzioni nel privato, nei primi otto mesi del 2016, sono state l'8,5 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. INPS rileva che la frenata, in particolare per i contratti a tempo indeterminato (-32,9%), è collegata alla fine degli sgravi contributivi, quando le aziende potevano beneficiare dell'abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni. Nel 2015, l'incidenza di quel provvedimento (assunzioni e trasformazioni agevolate, con abbattimento totale dei contributi) sul totale delle assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato, era stata pari al 60,8%. Oggi, la doccia fredda.
Per chi guarda al bicchiere mezzo pieno, salgono i contratti a tempo determinato e di apprendistato, ma si riducono quelli degli stagionali, e calano anche le retribuzioni mensili: per le assunzioni a tempo indeterminato si registra una riduzione della quota di retribuzioni sotto i 1.750 euro rispetto al 2015. Continua, infine, il boom dei "voucher", i buoni-lavoro, +35,9 rispetto ai primi otto mesi del 2015. Riassumendo: lo stop agli sgravi che ha determinato il capitombolo delle assunzioni è stata una delle tipiche promesse renziane, che durano lo spazio di una elezione, il tempo di accumulare qualche voto.

E' accaduto, e accade, per il bonus cultura ai 18enni. Per gli 80 euro dati e tolti a chi li aveva ricevuti (ma altri se ne preparano). Adesso tocca anche al Jobs Act, ultimo baluardo della "obanomics" che ancora resisteva nella propaganda governativa sull'Italia che riparte. Non c'è da rallegrarsi per i numeri negativi dell'economia, solo da chiedersi quanto altro tempo durerà la farsa, questa politica fondata sul binomio funesto debito-deficit, su una serie di veloci "mancette" a questo o a quel blocco elettorale per farsi rieleggere o magari vincere il referendum. L'impressione è che la presa in giro durerà ancora poco.

Gli italiani stanno capendo che tutto ciò che veniva promesso, e che solo in parte è stato dato, ora gli viene tolto. E non abboccano più neanche a storielle come quella della chiusura di Equitalia. Quando e che cosa ci sarà al posto di Equitalia? Dove sono le coperture? Mentre ci si gingilla sulla "rottamazione" della cartelle, i contribuenti sanno solo di dover continuare a pagare, e che, se saltano l'ottava rata, Equitalia gli toglie pure la dilazione dei pagamenti.

diBernardino Ferrero  -  18 Ottobre 2016
fonte: https://www.loccidentale.it

19/10/16

Ardea – Aggressione all’Ufficio Tecnico Comunale

ARDEA (www.lavocediardea.altervista.org) – Aggredito ad Ardea sul posto di lavoro il più valente dei geometri dell’ufficio tecnico comunale.

Ardea - demolizione - Foto di repertorio 

Non si sono ancora spenti i riflettori sugli attentati incendiari i cui autori sono ancora ignoti, che dopo un anno una nuova aggressione   avvenuta negli uffici del settore urbanistica nel primo pomeriggio al rientro dalla pausa pranzo. Secondo i racconti dei colleghi, l’aggressore, nell’ufficio urbanistica comunale di Ardea ha chiesto all’usciere se era presente il tecnico (che successivamente sarebbe divenuto vittima dell’aggressione) perché doveva parlargli, senza neppure attendere una risposta ha strattonato l’usciere e si è diretto all’interno dell’ufficio, con tono e fare minaccioso, l’uomo alto e robusto definito successivamente un “armadio” ha fatto uscire due tecnici che stavano parlando con la futura vittima, ha chiuso la porta a chiave e sembra anche il lucchetto che blocca dall’interno l’uscita di sicurezza, forze per non dare modo alla vittima di tentare una fuga. Intanto alcuni colleghi hanno aperto dall’esterno la porta e cercato di far desistere l’aggressore, ma questi di tutta risposta ha strattonato un altro tecnico accorso in difesa del collega sbattendolo letteralmente fuori dalla porta. Subito nella stanza in soccorso dell’aggredito è intervenuto un giovane architetto che   ha strillato all’aggressore “fermo guarda come lo hai ridotto” questi di tutta risposta aggredisce anche lui con una testata e lo sbatte fuori. Intanto accorre altro personale che chiedono di chiamare i carabinieri. Fatto questo che ha innervosito ancora di più l’aggressore che uscendo dopo aver compiuto la “missione” lasciando in una pozza di sangue il tecnico comunale ha gridato ai presenti: “chi è che vuole chiamare i carabinieri? fatevi i cazzi vostri” e con fare spavaldo come hanno raccontato i colleghi, ha guadagnato l’uscita per allontanarsi da prima a piedi e successivamente con un’autovettura, di cui sembrano discordanti il modello. Sul posto rapidamente giunta una pattuglia dell’Arma al comando  del M/llo Ciprioti, vice comandante la locale Tenenza di Ardea che ha subito messo in atto tutti i protocolli per giungere alla cattura dell’aggressore.  A seguito della attività investigativa messa in atto dal vice comandante, sarebbe stato portato in caserma un presunto complice se non addirittura l’aggressore di quella che sembrerebbe più una spedizione punitiva. Il fermato avrebbe dato due versioni discordanti una quella di essere stanco di attendere   il rilascio di una pratica. Successivamente un’altra versione legata all’attività di responsabile unico del procedimento per l’abbattimento delle costruzioni abusive da effettuarsi a seguito di sentenza passata ingiudicato o di ordinanza dirigenziale sempre dovuta ad abusivismo edilizio (fatto di cui la vittima non può esimersi). Alla vittima veniva imputato dall’aggressore che questa sua attività portava la gente “in mezzo ad una strada” in quanto a suo dire, buttava la gente fuori da casa. (ultimo abbattimento risale a due anni fa) Sul posto è successivamente  giunta una autoambulanza del 118 che ha trasportato il geometra all’ospedale di Aprilia (dove si è recato a trovarlo subito insieme al sindaco il geom. Luigi Centore) dove la diagnosi è stata di rottura del setto nasale, con due punti di sutura, ematomi vari guaribili con dieci giorni di assoluto riposto. Al tecnico è giunta la solidarietà di tutti i colleghi interni ed esterni, ma soprattutto quella del geometra Luigi Centore che proprio per l’attività  di direttore dei lavori e C.S.E. per l’abbattimento dei manufatti abusive, in passato per incarico professionale esterno, ha collaborato  strettamente con il tecnico subendo ben cinque attentati incendiari di autovetture, i cui autori sono ancora ignoti. Sentito telefonicamente il geometra Centore questi ha detto: “sono certo che questa volta l’autore del vile gesto non resterà ignoto come l’autore/i degli attentati alle mie autovetture, alle autovetture del sindaco, di assessori, consiglieri comunali, incendi di serrande delle attività commerciali di consiglieri, o dell’autovettura dell’ex comandante la stazione carabinieri di Tor San Lorenzo. Come per tutti i casi di reati commessi in danno di persone legate ad attività comunali le indagini proseguono a 360 gradi. Oltre agli aggrediti,anche il sindaco presenterà denuncia per quanto accaduto, mentre la segretaria generale denuncerò il fatto all’INAIL come infortunio sul lavoro, vittima del dovere.

redazione 19 ottobre 2016
fonte: http://lavocediardea.altervista.org

Obama usa Renzi contro la Merkel. E contro Putin


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Ma perché Obama improvvisamente “ama” Renzi? Ricordatevi che fino a qualche tempo fa il nostro premier non godeva di grande considerazione a Washington. La ragione a mio giudizio è da ricercare nelle alchimie del potere in Europa, considerando due fattori, uno di fondo e uno di merito.
Vediamo quello legato al contesto: L’establishment internazionale si è spaccato dopo il Brexit e non c’è concordanza sulla strategia da seguire per far fronte all’uscita della Gran Bretagna e ai rischi di implosione dell’eurozona. Alcuni sintomi sono evidenti: Mario Monti e il Financial Times si schierano per il no al referendum, mentre la Casa Bianca appoggia il sì; alcuni commentatori come Larry Summers invitano a riconsiderare i nazionalismi e le ragioni dei populismi, altri spingono nella direzione opposta dunque verso l’imposizione degli Stati Uniti d’Europa.
Nel merito: la Germania si è ribellata agli Stati Uniti, bocciando il TTIP e mostrando crescenti dubbi sule sanzioni alla Russia. Fino ad oggi Washington ha lasciato che l’egemonia tedesca sul Vecchio Continente fosse incontrastata, ma lo scatto d’orgoglio del governo tedesco ha vanificato o comunque reso più complicato un progetto a cui la Casa Bianca teneva molto. Lo sgarbo in termini diplomatici non è stato indolore. L’impressione è che l’America ora sia molto meno comprensiva nei confronti di Berlino con cui ha un conto aperto.
E allora la grande apertura di Obama a Renzi va letta soprattutto in quest’ottica. Il premier italiano viene rivalutato non per meriti particolari ma perché con una Gran Bretagna in uscita dalla Ue, una Spagna senza governo, una Francia che si avvia a un’elezione presidenziale dall’esito incerto, l’Italia rappresenta l’unico grande Paese europeo in grado di opporsi o perlomeno di dar fastidio alla Merkel. E il suo premier può riuscirci solo se viene percepito come più importante e più credibile di quanto sia stato sin d’ora.

da Il  Cuore del Mondo_Il Blog di Marcello Foa
fonte: http://blog.ilgiornale.it - 19 ottobre 2016

18/10/16

Italiani sfrattati e immigrati viziati


Gli italiani che chiedono aiuto alla Caritas si sono moltiplicati. Soprattutto al Sud. E’ quanto emerge dal rapporto annuale della povertà redatto proprio dall’istituto cattolico. Il numero degli italiani costretti a fare la fila per ore davanti ai centri  Caritas pur di mangiare una minestra calda supera il numero degli immigrati. La cosa non sorprende. Affatto. Basta sfogliare un giornale, accendere la tv, navigare sui social per capire in che situazione drammatica ci troviamo. Gli italiani sono alla fame. 


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Decine, centinaia le storie dei nostri connazionali in grave difficoltà. Tanti, con umiltà e imbarazzo, sono costretti ad andare nelle trasmissioni televisive per chiedere aiuto. Per sperare che qualcuno ascolti la loro voce. I soldi della pensione, per chi è fortunato ad averla, sono pochi, e  non bastano per sopravvivere. La maggior parte dei  giovani non ha un lavoro. E’ difficile da trovare. Particolarmente al Sud. E i cittadini sono incazzati. Tanto incazzati. “Noi italiani siamo stati abbandonati dallo Stato, nessuno ci aiuta! Gli immigrati, invece, vengono persino coccolati. A loro non manca nulla. A noi tutto.” ci dice Letizia, un’anziana signora in gravi difficoltà economiche.
Come dargli torto? Molti di loro, gli immigrati, vengono viziati. Ospitati in comode e lussuose strutture alberghiere. Come a Gambarie, in Calabria, dove circa 100 immigrati vivono in un hotel a 3 stelle e la signora che lo gestisce si preoccupa di cucinargli piatti deliziosi ogni giorno. Tutto a spese dello Stato. O meglio, degli Italiani. GUARDA IL REPORTAGE
“Se potessi andrei ogni giorno in quell’hotel a mangiare con loro. E, invece, sono costretta a fare la spesa con parsimonia, altrimenti non arrivo a fine mese.” ci dice la signora Letizia.
Ma tutto questo agli immigrati non basta. Vogliono di più. Vogliono più diritti. Come quelli rivendicati qualche ora fa ad Archi, quartiere a nord di Reggio Calabria, dove i circa  300 ospiti del centro di accoglienza di fortuna (una ex struttura universitaria) hanno protestato per chiedere un sacrosanto diritto: il Wi-fi.
E mentre i figli di questa Patria martoriata patiscono la povertà il Governo “ganzo” rassicura. L’Italia è in ripresa. Quale, ci chiediamo?

Michel Dessi 18 ottobre 2016

Libia, una poltrona per tre

Il leader islamista Ghwell cerca il sostegno di Tobruk per destituire il premier Serraj. Pensare di unificare la Libia senza il generale Haftar è stato un errore dell’ONU e l’Italia


libia



Nonostante il sostegno della comunità internazionale, il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al Serraj che dallo scorso mese di marzo tenta di riportare un minimo di ordine nel caos libico appare sempre più in crisi, inadeguato e debole. Dopo il colpo di stato del 15 ottobre, le milizie islamiste fedeli a quello che potremmo definire il “governo autonomo” di Tripoli retto da Khalifa Ghwell, fomentate dalla massima autorità religiosa libica ossia il gran Mufti della Capitale, hanno preso il controllo del Rixos Hotel, sede dell’esecutivo Serraj, e di altri palazzi governativi. Da allora, la situazione in Libia, per quanto riguarda le prospettive di pacificazione del Paese, è tornata in alto mare.

Durante il golpe il premier Serraj si trovava a Tunisi, dove si era riunito con i suoi più stretti collaboratori per tentare di elaborare una proposta politica in grado di consentirgli di formare un esecutivo e di riportare un minimo di stabilità nel Paese. Stando a quanto scrive Libya Herald, il premier del Governo di Accordo Nazionale è rientrato a Tripoli solo oggi, martedì 18 ottobre, poiché fino a ieri le condizioni di sicurezza nella capitale non gli avevano permesso nemmeno di accedere alla base navale di Abu Sitta, bombardata con razzi dalle milizie islamiste fedeli al cosiddetto parlamento di Tripoli e allo stesso Ghwell, che ora si proclama capo del “Governo di Salvezza Nazionale”.

La proposta di Ghwell

Nelle ore successive all’assalto degli edifici istituzionali, Ghwell ha dichiarato che “Il Consiglio Presidenziale (quello che Serraj chiama “Governo di Accordo Nazionale”, ndr) ha avuto molte possibilità di formare un governo, ma ha fallito trasformandosi in un esecutivo illegale”. Il leader golpista ha ora intenzione di mettere in piedi una nuova amministrazione, formata da rappresentanti del suo esecutivo e da esponenti del parlamento di Tobruk (fino ad ora rivale del parlamento di Tripoli) e ha dichiarato di aver già preso contatti con il suo “collega” di Tobruk, l’altro primo ministro Abdullah Al Thinni.

Ghwell(Khalifa Ghwell)

Si tratta di una mossa molto scaltra in quanto il parlamento di Tobruk è schierato con il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica le cui truppe hanno assunto il controllo delle principali installazioni petrolifere libiche nelle ultime settimane e godono dell’aperto sostegno egiziano nonché del supporto militare francese. È stata proprio l’incapacità del premier Serraj di raggiungere un accordo con Al Thinni e con Haftar, infatti, ad allontanare le prospettive della formazione di un governo unitario e credibile. Così, la mossa di Ghwell scompiglia tutte le carte in tavola e rende la posizione di Serraj ancora più precaria, nonostante il sostegno ricevuto sinora dalle Nazioni Unite.

L’imbarazzo delle Nazioni Unite

L’inviato speciale in Libia per l’ONU, Martin Kobler, si è affrettato a condannare il golpe del 15 ottobre affermando che “quest’azione è destinata a essere fonte di ulteriore disordine e insicurezza e deve finire per garantire la salvezza del popolo libico”. Disordine e insicurezza regnano però sovrani in Libia, mentre Al Serraj dal suo esilio a Tunisi si è appellato alle milizie che ancora gli restano fedeli affinché “mettano in carcere tutti quelli che hanno cospirato per il golpe e tutti coloro che tramano per costituire un governo parallelo”. Un appello che ha scatenato alcuni isolati scontri nelle strade della capitale ma che è sostanzialmente destinato a cadere nel vuoto, visto che le milizie fedeli al suo governo non ricevono la paga da sei mesi e sembrano voler restare alla finestra, per sfruttare eventualmente la nuova situazione e possibilmente cambiare bandiera.

 Gentiloni_Kerry_Kobler(Roma, conferenza sulla Libia del 13 dicembre 2015: da sinistra Kerry, Gentiloni e Kobler)


La posizione dell’Italia

L’Italia, che finora ha sostenuto il governo di Serraj e che con la cosiddetta “Operazione Ippocrate” ha inviato un contingente di medici, infermieri e soldati in Libia, com’era prevedibile (e come era stato previsto da Lookout News) si trova ora in una posizione estremamente delicata. Perché un conto è inviare aiuti umanitari a un governo stabile e legittimo, un altro è schierarsi con una delle fazioni che si affrontano in un conflitto civile. Roma ha puntato molto, forse troppo, su Fayez Al Serraj, così ora ci troviamo alleati di un esecutivo che rischia di trasformarsi rapidamente in un governo in esilio in Tunisia.

Intanto, l’ISIS è ancora presente a Sirte, dove i jet americani hanno compiuto negli ultimi tre giorni 36 incursioni a sostegno delle milizie di Misurata che da mesi tentano di espellere le forze del Califfato dalla loro ultima roccaforte libica. Anche di fronte a ciò, Tripoli e Tobruk intrecciano manovre politico-militari miranti a eliminare il governo evanescente che l’Italia sostiene.

Sirte(Un’area di Sirte liberata dai miliziani di ISIS, 14 ottobre 2016)

Forse è giunto il momento per il governo italiano di riflettere sul nostro impegno in Libia con più realismo e pragmatismo, evitando che nostri contingenti si trovino d’ora in avanti al centro di un ginepraio incontrollabile e siano considerati non più come un sostegno per tutto il popolo libico (com’era nelle intenzioni che hanno portato all’avvio della “Operazione Ippocrate”), ma sostenitori di una delle parti in causa. Con le conseguenze che purtroppo è facile immaginare, nel ricordo di quanto è successo ai nostri soldati in Libano negli anni Ottanta, e in Somalia negli anni Novanta.

di Alfredo Mantici - 18 ottobre 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE "La 'manovra elettorale' di Matteo Renzi"

La 'manovra elettorale' di Matteo Renzi

Assunzioni a valanga nel pubblico, l’accordo con i sindacati sulle pensioni, la testa di ariete dell’inutile abolizione di Equitalia. Ecco la finanziaria che dovrebbe consentire a Renzi di vincere il referendum. Dovrebbe. L'opinione


Che la legge finanziaria di Matteo Renzi fosse finalizzata non alla saggia ricostruzione di un’economia provata da una lunga crisi di cui non si riesce a predire con certezza la fine ma alla brutale costruzione del consenso in vista del referendum del 4 dicembre, non si potevano avere dubbi.

La vocazione cinica e utilitaristica del premier non si è smentita nemmeno questa volta. Nè poteva accadere dal momento che la sopravvivenza di Renzi alla guida di palazzo Chigi, per quanto il diretto interessato possa affermare il contrario, dipende proprio dall’esito del voto sulla riforma della costituzione.

Un voto che di giorno in giorno diventa sempre più incerto. Il quadro complessivo si va sempre più negativo per il segretario del Pd tanto che i ‘No’, secondo gli ultimi sondaggi, avrebbero superato i ’Sì’.

Se questo fosse il risultato definitivo, tale da essere ratificato ad urne chiuse, per Renzi non ci potrebbe essere altra strada se non quella di rassegnare le dimissioni da capo del governo.

Un passaggio indispensabile per un premier che non è stato eletto dai cittadini e che è stato imposto dalle trame di potere che ha impeccabilmente orchestrato l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano.

Non si spiega in nessun altro modo l’infornata di assunzioni che riguardano il settore pubblico: 25mila nella scuola, 10mila nelle forze armate e nella sanità. Nè si spiega altrimenti l’abolizione di Equitalia che non modifica di una virgola il carico fiscale su famiglie e imprese. Si tratta infatti di una semplice modifica in merito al ‘come’ vengono salassati gli italiani e non in merito al ‘quanto’ sono costretti a pagare per tenere in piedi la baracca di uno Stato iniquo e inefficiente.

La manovra, in tutto, cuba 27 miliardi. Secondo i calcoli del ministro dell’Economia Padoan porterà il rapporto deficit-Pil al 2,3% e un livello di crescita del Pil pari all’1%.

Un rialzo netto quello del deficit-Pil che certamente non piacerà alla Commissione europea che ora dovrà pronunciarsi sul Def e che era disposta a tollerare quotazioni inferiori di almeno tre punti. Il dato licenziato dalla legge di bilancio ha il difetto plateale di non arginare minimamente l’entità del debito pubblico. Sulle stime di crescita del Pil, invece, si è già espresso con una secca bocciatura l’Ufficio di bilancio del parlamento giudicando poco realistici i programmi del governo.

Sul versante delle tasse la diminuzione dell’Ires, il canone Rai a 90 euro e il taglio dell’Irpef che viene rinviato al 2018 appaiono una magra cosa rispetto agli annunci trionfalistici di Renzi. Anzi, c’è grande preoccupazione per gli aumenti sul fronte di Iva, evasione, giochi. E in ogni caso, come sempre accade con i conti pubblici, tanto si elargisce e tanto si toglie. L’abbassamento dell’Ires dal 27.5% al 24%, per esempio, è compensato da una sensibile contrazione dell’Ace, l’aiuto alle crescita delle imprese, che finora era pari alla deduzione del 4,75% sul reddito per gli utili reinvestiti.

All’interno di una disponibilità che annovera misure per sostenere la competitività delle imprese in merito a ricerca, sviluppo e innovazione ci sono provvedimenti ridicoli come i 500 milioni di euro per l’Africa e l’una tantum da 500 euro a migrante da destinare ai comuni per le spese sostenute nella fase dell’accoglienza. I 600 milioni che dovrebbero andare a vantaggio della famiglia si rilevano macroscopicamente inadeguati davanti all’urgenza di dare fiato ai nuclei con genitori e figli che vivono ormai in gravi difficoltà e che, ancora una volta, sono stati dimenticati.

L’accordo con i sindacati, che mira a ricompattare il fronte della sinistre in vista della prova titanica del referendum, ha fruttato 7 miliardi per l’Ape, la misura rivolta ai lavoratori con 30 anni di contributi, e la quattordicesima ai pensionati che percepiscono un assegno mensile di 752 euro.

Renzi, a commento della finanziaria, ha detto che «l’Italia non sta ancora bene, ma va meglio di due anni fa», utilizzando una strategia retorica che rivela più cautela e un’inversione di tendenza rispetto ai messaggi lunari e propagandistici che ha lanciato in modo martellante nell’ultimo anno.

Messaggi che, offendendo l’intelligenza degli italiani, dichiaravano una realtà fatta di miracoli quali le centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro creati grazie al Jobs Act e una ripresa già rigogliosa.

Ma i dubbi sulla risposta dell’Europa davanti agli sforamento del Def e la necessità di trovare le coperture per portare a compimento il piano delle assunzioni di massa indeboliscono ulteriormente l’impianto di una finanziaria che ha spinto l’acceleratore sulla spesa. Obbiettivo che viene perseguito senza dotarsi delle necessarie certezze di far quadrare i conti tanto che, solo dall'incognita della voluntary disclosure, il governo spera di recuperare due miliardi di euro sanando l'evasione di attività non dichiarate all’estero. Ma si tratta di mere previsioni che potrebbero anche non avverarsi.

Renzi, inoltre, ha fatto tabula rasa della spending review ormai relegata ad elemento assolutamente marginale.

La sua è manovra tutta proiettata verso le assunzioni nel pubblico e che punta a persuadere l’opinione pubblica con furbizie demagogiche quali l’abolizione di Equitalia.

La legge di bilancio ha come scopo prioritario la creazione di sacche tangibili di consenso per consentire al premier e al Pd di non rimanere falcidiati dalla trappola elettorale del referendum. E’ questa la ragione che l’ha vista nascere e questo ne è il criterio dominante che, agli occhi di chi ha concepito la manovra, è da interpretare come il vero punto di forza dell'intera operazione.

La strategia è chiara: un po’ di mance alle imprese e ad una addomesticata Confindustria, iniezioni di denaro fresco nel pubblico impiego per ammorbidire i target elettorali della sinistra, una soluzione di forte impatto comunicativo come l’annullamento degli odiati riscossori di Equitalia.

Ma in politica le cose non sempre vanno come dovrebbero andare. E molto spesso accade che ciò che viene interpretato all’inizio come un elemento di vantaggio si trasformi, e anche in tempi piuttosto rapidi, nel suo esatto contrario.

La finanziaria elettorale di Matteo Renzi potrebbe rivelarsi, alla fine, del tutto sterile ai fini della durata di un’esperienza di governo minata dal ricatto del referendum. 


(Roberto Bettinelli) 17 ottobre 2016
fonte: http://www.inviatoquotidiano.it

17/10/16

Strike in Siria: l’Opzione Hillary e la Guerra tra Usa e Russia




Ora è più di una teoria accademica, ora uno Strike americano contro obiettivi militari in Siria è una opzione concreta presentata al presidente americano: l’abbiamo chiamata Opzione Hillary.
Il nome che abbiamo dato a questa opzione militare deriva dal fatto che la candidata democratica alla Casa Bianca ha più volte rivendicato la proposta di una azione militare diretta in Siria, da parte degli Stati Uniti. Hillary Clinton ha affermato, anche nell’ultimo dibattito presidenziale con Donald Trump, che lei è a favore di uno Strike aereo in Siria e che, anche ai tempi del suo incarico come Segretario di Stato, lei stessa aveva proposto una “Safe Zone” terrestre e una “No Fly Zone” nel Nord della Siria.
Oggi alla Casa Bianca, secondo fonti dell’agenzia Reuters, si svolgerà una riunione ad altissimo livello per decidere una possibile linea di intervento in Siria.
Riteniamo che alla base dell’Opzione Hillary esista un obiettivo strategico al quale gli Stati Uniti non possono rinunciare: la città di Aleppo.
Con Aleppo nelle mani dei governativi di Al Assad, decine di migliaia di soldati dell’esercito regolare, miliziani dell’Hezbollah libanese, delle Guardie della Rivoluzione Iraniane, delle milizie sciite dell’Irak e delle milizie locali, potrebbero essere liberate dal loro impegno di combattimento nella seconda città della Siria, e essere disponibili per schiacciare la ribellione in tutta la parte occidentale del paese.
L’Opzione Hillary inoltre è indipendente dal risultato delle elezioni americane, in quanto potrebbe essere messa in atto direttamente dall’attuale amministrazione americana, in un periodo di tempo compreso tra il 9 novembre 2016 (giorno successivo alle elezioni presidenziali Usa) e il 20 gennaio 2017 (giorno dell’insediamento del nuovo presidente americano). L’arco temporale da noi proposto in questo scenario fa riferimento ad una ipotesi primaria: Aleppo est, in assenza di uno Strike Usa, cadrà prima dell’insediamento del nuovo presidente.
L’Opzione Hillary dovrebbe prevedere, come da noi ipotizzato in questo precedente post, l’utilizzo di decine, forse centinaia, di missili da crociera per distruggere aerei, aeroporti e centri di comando e controllo dell’aviazione siriana, e forse potrebbe comprendere un attacco contro le strutture governative di Damasco. Inoltre le forze armate americane potrebbero disporre nel mediterraneo, a partire dai primi giorni di novembre, di una portaerei nucleare classe Nimitz, la USS Washington, cruciale sia per supportare lo strike, sia per difendere la flotta che opera nel Mediterraneo.
L’opzione Hillary però ha un problema di fondo non risolvibile: attaccare gli aeroporti siriani, i centri di comando e controllo, e ancora di più i palazzi del potere di Damasco, per non parlare delle basi utilizzate da Russi e Siriani contemporaneamente, fa sì che il rischio di coinvolgere uomini e sistemi d’arma di Mosca non sua una possibilità,ma una certezza.
L’ipotesi Hillary, in sintesi, richiede di muovere guerra non solo alla Siria ma anche alla Russia, sebbene su di un terreno terzo. Il tempo degli ultimatum e delle linee rosse era due anni fa, ora colpire in Siria porterà alla Guerra, non lo diciamo solo noi, ma lo afferma anche il Generale Dunford capo di stato maggiore delle Forze Armate Americane, del quel vi offriamo l’audizione al Congresso Americano. (al minuto 3:25 in particolare)

Video: No-fly zone would require war with Syria and Russia - top US general

https://www.youtube.com/watch?v=8mNgElVy7eQ


Dai primi giorni di novembre, dovrebbe operare in Mediterraneo la portaerei russa Adm. Kuznestov, con il suo gruppo di supporto forte di 8 unità navali; in Siria saranno operativi numerosi sistemi A2/AD (Anti-Access/Area Denial) russi, dispositivo rafforzato dal possibile arrivo in queste settimane di numerosi sistemi antiaerei a medio e corto raggio, ad integrazione dei sistemi a lungo raggio già operativi oggi.
Il Mediterraneo Orientale sarà un luogo estremamente affollato, e le unità presenti potrebbero avere regole di ingaggio molto più flessibili e lasche rispetto a quanto osservato nella “Guerra Fredda”, ancora una volta dimostriamo, purtroppo, che oggi non viviamo una seconda guerra fredda ma un conflitto attivo seppur ancora combattuto non direttamente tra Russi e Americani da noi chiamato già due anni fa “Guerra Fantasma”
“This is a conflict, there should be no doubt,” said Matthew Rojansky, director of the Kennan Institute at the Wilson Center, on the US-Russia confrontation.

14 pttpbre 2016
fonte: http://www.geopoliticalcenter.com