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01/04/16

Caso Guidi – Boschi: l’ennesima prova che il potere economico si impone sulla democrazia.



Le dimissioni del Ministro Federica Guidi, a seguito della diffusione dell’intercettazione in cui si impegnava a cercare di far passare un emendamento per sbloccare la costruzione di un impianto in località Tempa Rossa, precisamente il Centro Olio della Total nell’area di Corleto Perticara (Potenza), hanno dimostrato per l’ennesima volta come la democrazia sia ormai completamente allo sbando, schiacciata dalla forza del potere economico, che impone le proprie decisioni in ogni campo. Dalla finanza alla banche, passando, come abbiamo visto, per l’energia. Tutti settori di primario interesse pubblico in cui la democrazia (ergo la sovranità popolare) dovrebbe sempre prevalere.
Specificatamente nell’intercettazione pubblicata, l’ormai ex Ministro, ha affermato in merito alla costruzione dell’impianto: “dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato, se è d’accordo anche Mariaelena, quell’emendamento”. Con tale frase si è coinvolta nello scandalo anche la Boschi, che ancora era nell’occhio del ciclone per la vicenda di Banca Etruria.
Francamente, e veniamo al nocciolo di questo articolo, non mi interessa gridare alla corruzione o allo scandalo. Mi da anzi fastidio chi la mette solo su questo piano. Non siamo di fronte ad una singola mela marcia o ad una serie di mele marce, all’interno di uno Stato di diritto. La verità è ben diversa e certamente più grave: l’intero sistema politico nazionale è asservito esclusivamente al potere economico, è una mera questione di rapporti di forza, la democrazia, prendendo spunto dal titolo del mio libro, è tramontata.
Le leggi nascono proprio in conseguenza di tali rapporti, ed oggi questa maledetta forza è tutta in mano ai detentori del potere economico poiché si è smesso di porre ad esso il necessario freno. Tale freno non può arrivare attraverso le indagini della Magistratura, che per definizione possono esistere solo dopo che i reati si sono verificati e certamente non colpire mai tutti coloro che lo meriterebbero, lasciando sacche d’impunità ampiamente maggioritarie in un sistema di malaffare necessariamente endemico poiché strutturale. Inoltre la Magistratura è inefficace anche perché oggi ignora costantemente, per chiara ignoranza funzionale, delitti molto più gravi della corruzione, quelli contro la personalità dello Stato (241 e ss. c.p.), ovvero quelle azioni volte a cedere la nostra sovranità, sempre in favore del potere economico (di cui l’UE è la rappresentante in Europa), che sono alla radice della fine della democrazia nel Paese.
Dunque il freno allo strapotere finanziario può arrivare solo dal ripristino di un ordinamento democratico, che faccia in modo che il potere economico non raggiunga mai più un peso politico tale da imporre la sua volontà su quei cittadini a cui invece la sovranità dovrebbe appartenere (art. 1 Cost.).
Oggi dunque suona tristemente paradossale che ci stupiamo del caso del Ministro Guidi e non ci accorgiamo che l’intero Governo, appoggiato da un Parlamento composto in violazione dei principi di rappresentatività democratica (cfr. Cass. 8878/2014), e dunque incapace di svolgere la sua funzione di indirizzo e direzione dell’esecutivo stesso, è addirittura stato scelto dai poteri economici e dunque ne fa gli interessi con ogni mezzo. 
Durante l’Assemblea Costituente, i nostri Padri Fondatori, gente a cui i Ministri odierni non sarebbero degni neppure di allacciare le scarpe, ci ammonivano sui pericoli della situazione che proprio oggi stiamo vivendo, rammentandoci anche che proprio il potere economico senza controlli fu la causa della guerra mondiale, furono le sofferenze economiche a generare i nazionalismi. Gustavo Ghidini ad esempio così si esprimeva nel 1947:
Se si lascia libero sfogo alla legge della libera concorrenza e alla libera iniziativa animata solo dal fine del profitto personale, si arriva pur sempre al super capitalismo e così a quelle conseguenze che lo stesso onorevole Maffioli depreca, fra le quali primeggia la guerra tremenda che fu la rovina di tanti popoli (omissis…).
È possibile parlare di un progetto social-comunista quando si afferma all’articolo 38 che la proprietà privata è assicurata e garantita e all’articolo 39 che l’iniziativa privata è libera? (n.d.a. – obiezione classica degli ignoranti funzionali quando ci si esprime così)
Non è dunque un progetto social-comunista. È vero che sono affermati vincoli e limiti al diritto di proprietà. Ci sono limiti, perché non si vuole che si formino delle grandi concentrazioni di proprietà che sottraggono all’iniziativa privata grandi strati di produttori e costituiscono a un tempo delle potenze economiche tali che, se anche potessero condurre ad un grado di produttività più elevato, portano altresì a quella potenza politica che, non avendo altro intento che il vantaggio patrimoniale privato, disconosce e travolge gli interessi materiali, morali e politici della collettività scatenando quelle conflagrazioni che ci hanno portato alla miseria attuale”.
E come non ricordare le parole, sempre del 1947, di Aldo Moro: è effettivamente insostenibile la concezione liberale in materia economica, in quanto vi è necessità di un controllo in funzione dell’ordinamento più completo dell’economia mondiale, anche e soprattutto per raggiungere il maggiore benessere possibile. Quando si dice controllo della economia, non si intende che lo Stato debba essere il gestore di tutte le attività economiche, ma ci si riferisce allo Stato nella complessità dei suoi poteri e quindi in gran parte allo Stato che non esclude le iniziative individuali, ma le coordina, le disciplina e le orienta”.

Tutto questo era stato trasfuso nel modello economico della nostra Costituzione e dunque negli artt. dal 41 al 47 (rapporti economici). Nella nostra Repubblica, l’iniziativa privata è in linea di principio libera, ma non può mai svolgersi in contrasto con l’interesse pubblico, altresì la proprietà privata è riconosciuta, ma parimenti è riconosciuto il suo fine sociale e l’obbligo di garantirla a tutti, mettendo così al bando quelle concentrazioni di capitale che oggi hanno messo fine alle democrazie e stanno portando il mondo rapidamente verso il baratro.
Ci si riempe la bocca con la parola “pace”, ma potrà mai esserci pace in un mondo dove l’1% della popolazione detiene il 99% della ricchezza? Il nostro destino, senza una presa di coscienza collettiva, è scritto, gli imperi crollano ed il sangue scorre a fiumi.
Ed allora il problema sono davvero la Boschi, la Guidi o l’inutile Renzi? No. Il problema è più ampio, come diceva Calamandrei, la Costituzione è solo un pezzo di Carta. Se i popoli smettono di difenderla essa diviene inutile.
Serve una maggioranza parlamentare che faccia l’opposto di ciò che Renzi e la sua banda compiono oggi in favore dei suoi mandanti. Lui deforma la Costituzione con intenti eversivi per consegnarci alla dittatura finanziaria, noi invece vorremo ripristinarne la concreta applicazione, stralciando altresì le modifiche già compiute (ad esempio il pareggio in bilancio) che la hanno allontanata per sempre dagli obiettivi di quello splendido testo che era stato promulgato nel 1948.

Avv. Marco Mori - 1 aprile 2016

31/03/16

Marò: Al via il processo all’Aia. Ci faremo umiliare ancora?

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L’Aia, 30 mar – Tra oggi e domani al Tribunale Arbitrale dell’Aia si svolgerà il dibattito pubblico sulla richiesta italiana di riportare i due Marò (tuttora sotto la giurisdizione penale indiana) in Italia, in attesa della decisione definitiva su a chi spetti, India o Italia, istruire e celebrare il processo relativo alle accuse di aver ucciso due pescatori il 15 febbraio 2012 al largo delle coste del Kerala. Alla richiesta italiana l’India ha già risposto con un documento scritto depositato il 26 febbraio scorso, documento che però sarà reso pubblico in questi giorni sulla pagina web dedicata al processo. A breve dunque sapremo se l’atteggiamento dell’India è mutato rispetto a quanto dichiarato il 6 agosto 2015 al Tribunale di Amburgo (colpevolezza che non può essere messa in discussione!) oppure se la pubblicazione dei documenti giudiziari indiani (opera mia, lo rivendico orgogliosamente), dove è evidente l’inconsistenza delle accuse, abbia mutato l’atteggiamento delle autorità indiane e stemperato la boria dei loro rappresentanti (l’Italia in questa vicenda “cerca compassione” – hanno scritto). Oppure se si insiste in una campagna mediatica di “colpevolezza” ormai oggettivamente fuorviante delle opinioni pubbliche.

Sentite le arringhe dei vari avvocati dovremo aspettare ancora alcune settimane prima di avere il verdetto dei Giudici dell’Aia, ma ci potremo fare subito un’idea delle “strategie processuali”. Dell’India abbiamo già detto, ma dell’Italia ancora non sappiamo se si limiterà ai “motivi umanitari” (la “compassione” irrisa dai rappresentanti indiani) o se comincerà a far pesare la marea di arbitri, incongruenze e pregiudizi emersi dalle carte indiane. Del resto nel caso del povero Giulio Regeni ucciso al Cairo l’Italia fa sentire pesantemente e pubblicamente la sua voce contro l’operato delle autorità egiziane, ad esempio denunciando che l’autopsia fu fatta senza la presenza di un esperto nominato dall’Italia. Ma anche l’autopsia dei due pescatori fu fatta senza la presenza del medico legale nominato dall’Italia. Per la precisione l’autopsia iniziò alle ore 15 del 16 febbraio 2012, quando la petroliera italiana Enrica Lexie era già stata fermata dal giorno prima, era già stato mandato un fax all’armatore, erano state avvertite sia le autorità politiche italiane e quelle diplomatiche dell’ambasciata. Ma nel caso dei due Marò nessuno dall’Italia ha tuonato come nel caso Regeni. La cosa si ripete dopo pochi giorni, il 29 febbraio 2012 quando per decisione del Tribunale di Kollam i due esperti di balistica italiani (due ufficiali dei Carabinieri) non sono stati ammessi alla Perizia Balistica. E anche in questo caso l’Italia non ha avuto niente da dire.

E adesso sappiamo perché non furono ammessi: dal documento originale indiano risulta che le pallottole in dotazione ai Marò erano “approssimativamente similari” a quelle repertate sulle vittime. A dire: non sono le loro! Perché in perizia balistica la corrispondenza dei proiettili si fa col microscopio comparatore, i centesimi di millimetro e lo spettrometro di massa. E così via cantando con le autorità indiane che per anni hanno fatto una campagna mediatica colpevolista basata sulla “confidenzialità” delle famose “prove” e da parte italiana non si è mai reagito, nemmeno quando il sottoscritto ha recuperato il video (giugno 2013) in cui il capitano del peschereccio dichiarava, appena sceso a terra, che gli avevano sparato alle 21:30, mentre l’incidente alla nave italiana era accaduto alle 16:30, cinque ore prima. Abbiamo dato atto a Matteo Renzi di aver voluto ricorrere al Tribunale Internazionale sollevandoci dall’umiliante “diplomazia dell’acquiescenza”, ma ci si augura che a partire da oggi non ci appelleremo alla “compassione”, ma cominceremo a chieder conto alle autorità indiane di quello che hanno combinato gli inquirenti del Kerala con una inchiesta basata sul pregiudizio, che non reggerebbe un’ora in qualsiasi Tribunale.

Proprio per evitare che l’efficacissima azione mediatica indiana potesse ancora avere effetto, magari su giudici e avvocati del Tribunale Internazionale, da agosto 2015 abbiamo fatto un enorme lavoro. Prima di analisi tecnica giudiziaria dei documenti indiani usciti dalla cassaforte di Amburgo, poi di traduzione in inglese, poi nell’allestimento di un sito web dedicato, e infine nella diffusione via web in tutto il mondo. A questa operazione hanno partecipato decine di volontari dei gruppi facebook “pro-Marò”, residenti in tutta Italia e qualcuno anche all’estero, portando a migliaia di soggetti web (compresa l’India!) la conoscenza dei fatti. http://www.italianmarines.net/ E naturalmente anche nel Tribunale Internazionale.
Quindi siamo fiduciosi nel lavoro fatto, dell’oggettività delle nostre tesi e nella buona fede dei giudici. 

Luigi Di Stefano - 30 marzo 2016
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

30/03/16

Immigrati clandestini: dalla Libia + 58 per cento nel 2016



ANSA – Chiusa la rotta balcanica si stariaprendo quella del Mediterraneo per chi fugge dalla guerra edalla povertà. Nella sola giornata di ieri sono stati oltre 1500 gli immigrati clandestini tratti in salvo dai mezzi schierati nel canale diSicilia: erano a bordo di gommoni alla deriva a largo della Libia, e tra di loro c’erano quasi 200 donne e oltre 30 bambini.Un fenomeno che sembra destinato ad aumentare conl’approssimarsi delle bella stagione e su cui non a caso ha richiamato l’attenzione il presidente del Consiglio Europeo,Donald Tusk, che ha messo in guardia l’Ue dal riacutizzarsidelle migrazione lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

 

“Chi ugge dalla guerra va accolto”, è stato invece il richiamo dellapresidente della Camera Laura Boldrini, perché “la sicurezza è un diritto di tutti anche per chi fugge dalla guerra e dallepersecuzioni”.
In tutto sono stati undici gli interventi di soccorsocompiuti: i gommoni alla deriva erano tra le 20 e le 30 miglia anord della Libia e a bordo c’erano complessivamente 1.569migranti. Il salvataggio più consistente lo ha fatto la Nave Diciotti della Guardia Costiera, che ha soccorso 4 gommoni e unbarcone, prendendo a bordo 774 migranti, tra cui 125 donne e 5bambini.
Sei invece i gommoni soccorsi dalle navi Borsini,Grecale e Aliseo della Marina Militare. La prima ha tratto insalvo 119 migranti, tutti uomini; la seconda 447 (tra cui 95 donne e 5 minori) la terza 124 (3 donne e 21 minori).

 

Mentre lanave Frankfurt, inserita nel dispositivo Eunavformed, ha soccorso 105 migranti (51 donne e 2 minori).
Intanto i dati del Viminale segnalano che già i primi tre mesi del 2016 hanno fatto registrare un incremento del 58% dei migranti sbarcati sulle nostre coste rispetto allo stessoperiodo del 2015.
Le persone arrivate in Italia quest’anno sono poco più di 16mila, 6mila in più rispetto a quelle giunte nel primo trimestre dell’anno scorso (10.165). Adoggi, nel sistema di accoglienza distribuito sul territorio sonoospitati circa 108mila migranti e circa 10mila minori.

Foto: EPA e Marina Militare

di Redazione 30 marzo 2016
fonte: http://www.analisidifesa.it

28/03/16

Attentati di Bruxelles: " Fraihi: la Cassandra di Molenbeek-St.Jean "







Chiamatela pure Cassandra se volete, ma questa giornalista belga di origini marocchine ha davvero qualcosa d’incredibile: aver letto con 10 anni di anticipo lo spettro del terrorismo nella capitale dell’Europa. Bruxelles in effetti e le sue morti, soprattutto, vengono da anni di allarmi e minacce. Sono i suoi quartieri periferici e multiculturali ad aver partorito jihadisti. È dalle ferite purulente dei suoi ghetti che sono venuti fuori i vermi del fanatismo. Morale: Salah Abdeslam e compagni potevano essere sconfitti molto prima degli attentati.
Cassandra è una figura della mitologia greca. È ricordata da diversi autori greci e romani. Da Omero a Apollodoro, passando per Virgilio e Igino. Gemella di Elena, figlia di Ecuba e di Priamo re di Troia, fu sacerdotessa nel tempio di Apollo da cui ebbe la facoltà della preveggenza, prevedeva terribili sventure ed era pertanto invisa a molti. La nostra Cassandra si chiama Hind Fraihi (nella foto) ed esattamente dieci anni fa, nel 2006, pubblica un saggio chiamato “Undercover in Little Morocco” in cui informa dell’emergenza che arriva dalla periferia bruxellese. Purtroppo non viene presa sul serio dalle autorità belghe. Si infiltra per 3 mesi tra la comunità musulmana nel sobborgo di Molenbeek, la stessa che ha visto crescere i terroristi del 13 novembre a Parigi. Per non parlare dei sanguinosi attacchi di pochi giorni fa. Un posto come tanti dove abitano 100mila persone, ma il tasso di disoccupazione è fisso al 25 per cento.
Si finge studentessa di sociologia. Dice agli uomini e alle donne di Molenbeek che l’accolgono che sta preparando una tesi su questo comune. “Vengo dal Marocco. Ho parlato con loro in arabo, mi sono guadagnata la loro fiducia”, dice. Dietro i cancelli, superate le porte dei garage, entra nelle sale nascoste dell’integralismo. Visita le stanze di preghiera e comunica con molti potenziali terroristi. Documenta tutto nel suo libro: “Ecco come a poco a poco la città è diventata un rifugio per jihadisti”. Quando pubblica il suo libro nessuno le crede. Anzi, viene accusata di mitomania e islamofobia. Dieci anni più tardi, qualcosa va storto e qualcuno decide di raccontare la sua storia. La verità è che la tragedia integralista poteva essere evitata. Dopo la strage, infatti, non si placa il dibattito su come aumentare le misure di sicurezza nel vecchio continente. Ci si chiede se fosse stato possibile evitare gli attacchi. E se si fa un semplice calcolo viene fuori un risultato preoccupante: appena 600 agenti di sicurezza sono dislocati nella capitale belga per controllare oltre 900 potenziali jihadisti. Un’intera generazione pronta a colpire. Stando a quanto scrive sul Financial Times, James Blitz, il problema vero è capire se i servizi segreti belgi abbiano o meno le risorse e le capacità necessarie per combattere la minaccia jihadista nel proprio Paese. Si parla di “gestione naif della sicurezza”. E Blitz scrive: “L’Europa ha una rete di intelligence sofisticata, in cui Gran Bretagna, Germania, Francia, Olanda e Italia giocano un ruolo da top players”. Bruxelles, in questo quadro, è l’anello debole. Lo scontro interno tra fiamminghi e valloni francofoni ha ormai raggiunto livelli da guerra civile. Ed è proprio in questo vespaio che l’integralismo islamico trova il suo habitat naturale. Non è insomma un caso che gran parte delle attività jihadiste oggi viene pianificata proprio in Belgio.
L’anno scorso 440 foreign fighters si sono spostati dal Belgio in Siria e Iraq. A conti fatti si tratta di 40 combattenti per milione di abitanti. Una cifra enorme più alta di ogni altro Stato europeo. È il quartiere di Molenbeek, la “capitale jihadista d’Europa” a preoccupare Blitz. Fraihi è riuscita ad arrivare alla fonte prima di tutti gli altri. Alla sorgente del jihadismo di seconda generazione. Al Dna dei foreign fighers. Ai libri di predicazione jihadista che vengono venduti in Belgio, ma stampati ad Amsterdam e scritti in Arabia Saudita.
I libri consigliano ai lettori insoddisfatti, mal integrati come vendicarsi dei miscredenti. E agli stessi lettori, spesso ragazzi “che passano troppo tempo a dormire”, si insegna a comunicare attraverso simboli e codici segreti. Una vera e propria scuola di terrorismo. “Alcune persone scompaiono dal radar occidentale per poi tornare come fantasmi” fa sapere Fraihi. Questa Cassandra degli anni duemila ci aveva avvertito, peccato non aver ascoltato la sua profezia.

di Michele Di Lollo (*) - 26 marzo 2016
(*) Articolo tratto da Rightnation 

fonte: http://www.opinione.it

27/03/16

Dai marò a Regeni la Realpolitik di Renzi è una vergogna


La forza di un governo si misura anche da quanto è ascoltato e rispettato sulla scena internazionale




E siccome uno Stato è un po' come un corpo umano, cioè non tutte le azioni che compie sono nobili, nei rapporti internazionali hanno inventato la realpolitik, detta anche «politica concreta», che esclude etica e principi, a volte anche le leggi. Se una cosa s'ha da fare la si fa, punto e basta. Deve vincere la «ragione di Stato», l'interesse prevalente. Per questo, al di là delle chiacchiere, non facciamo nulla contro l'India che ci tiene ingiustamente prigionieri due marò: rischieremmo di mandare in fumo accordi economici e commerciali per miliardi di euro.

Per questo non minacciamo l'Europa che adotta una politica sull'immigrazione che ci mette in seria crisi: perderemmo la sua complicità nel taroccare i nostri conti pubblici. Ma a tutto ci deve essere un limite, almeno la forma andrebbe salvata. Il limite l'ha superato l'Egitto, convinto che noi italiani siamo evidentemente dei beoti. Avete presente il caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore che studiava il mondo dell'opposizione al regime egiziano, ucciso due mesi fa al Cairo dopo essere stato rapito e torturato per giorni? Bene, dopo tante ricostruzioni false e molte reticenze, ieri alcuni giornali egiziani filogovernativi hanno annunciato - poi confermati dalle autorità locali - la soluzione del caso. Giulio Regeni sarebbe stato ucciso da due sequestratori di turisti guarda caso morti ieri l'altro durante uno scontro a fuoco con la polizia. Versione ridicola: non ha senso che dei sequestratori torturino per giorni il proprio ostaggio fino a farlo morire, non si capisce perché dovrebbero conservare in casa per mesi - lì li avrebbero trovati ieri - il suo passaporto, i suoi telefonini, i suoi soldi contanti.

La prima cosa che fa un bandito è infatti liberarsi delle prove che potrebbero incastrarlo. Capiamo che il governo egiziano debba allontanare da sé i sospetti, più che fondati, che a torturare e uccidere Giulio siano stati i suoi servizi segreti perché lo ritenevano una spia dell'opposizione. Capiamo che la realpolitik di cui sopra ci costringa a non mettere all'indice un dittatore, il leader egiziano Al Sisi, unico alleato arabo nella lotta all'Isis. Ma così è troppo. Se Renzi, dopo aver piegato la testa all'India e alla Merkel, prenderà per buone anche le parole di Al Sisi su Regeni, allora non è più realpolitik. È tradimento del mandato, abbandono di noi italiani.

 Alessandro Sallusti - 26/03/2016
fonte: http://www.ilgiornale.it 

I nemici dell’occidente


L’origine della guerra totale dell’islam politico a libertà, mercato e secolarizzazione


Dettaglio della raffigurazione sopra una porta della madrasa di Shir Dor a Samarcanda, nell’odierno Uzbekistan


Quelli pubblicati qui sono stralci del libro “L’Occidente e i suoi nemici”, uscito per Rubbettino, scritto da Luciano Pellicani, sociologo, professore emerito alla Luiss Guido Carli ed editorialista del Foglio. E’ da ora in tutte le librerie.
La fine della guerra ideologica scatenata dai movimenti rivoluzionari di massa contro la civiltà liberale ha indotto il politologo Francis Fukuyama a proclamare, in un saggio che suscitò un vivace dibattito internazionale, che eravamo alla vigilia dell’“avvento della supremazia dello Spirito ipotizzata da Hegel” e alla “fine della storia”. La civiltà occidentale aveva vinto su tutti i fronti. Le sue idee, i suoi valori, le sue istituzioni erano destinati a imporsi dappertutto. Il comunismo aveva perso in modo definitivo la sfida che, a partire dalla conquista del Palazzo d’Inverno, aveva lanciato alle società liberali. (…) Sicché davanti ai popoli della Terra non c’era che una prospettiva: affidarsi al liberalismo economico e politico. Pertanto – concludeva Fukuyama –, con il collasso dell’Impero sovietico e la conseguente uscita di scena del mito della rivoluzione proletaria, la previsione fatta da Daniel Bell negli anni Cinquanta – la “fine delle ideologie” – era stata massicciamente corroborata: il mondo aveva cessato di essere un’arena militare nella quale si scontravano modelli di società alternativi e reciprocamente incompatibili e i valori e le istituzioni dell’Occidente si avviavano a diventare i valori e le istituzioni della umanità tutta quanta.
Se Fukuyama si fosse limitato a constatare la bancarotta planetaria del comunismo, molto probabilmente non avrebbe suscitato alcuna reazione. (…) Ma non è affatto evidente che l’umanità tutta quanta si stia avviando verso l’american way of life. Al contrario, non pochi fenomeni di dimensioni macroscopiche costringono a ritenere che la pacificazione del pianeta Terra all’insegna dei valori e delle istituzioni della democrazia liberale e del capitalismo sia una prospettiva più simile a un wishful thinking che a una ragionata e ragionevole prognosi. Fra tali fenomeni, quello più vistoso è senz’altro il fondamentalismo islamico, il quale rappresentava, già prima dell’11 settembre 2001 – quando le Twin Towers di New York furono abbattute dai terroristi suicidi di Al Qaida –, la smentita più vistosa della tesi di Fukuyama. Esso, infatti, a partire dalla Rivoluzione iraniana (1979), si è presentato sulla scena come una dichiarazione di guerra contro la civiltà occidentale, di cui rifiuta ogni istituzione e ogni valore, dalla democrazia rappresentativa al mercato, dalla libertà individuale alla laicità dello Stato. Dopo aver proclamato la Sharia legge di Stato, l’ayatollah Khomeyni non si limitò a elevare una granitica barriera per impedire l’inquinamento spirituale della Umma (la comunità dei veri credenti); fece qualcosa di più radicale: elaborò l’ambizioso disegno di porre l’Islam alla testa di tutti i popoli diseredati della Terra, sostituendo in tale ruolo rivoluzionario il comunismo marxleninista. Questo grandioso programma fu espresso con la massima chiarezza nella lettera che egli, poco prima di morire, inviò a Gorbaciov. In essa, il carismatico leader della ierocrazia iraniana chiese al segretario del Pcus di riconoscere pubblicamente che il comunismo era ormai ridotto a un fossile storico, poiché, essendo privo di un principio spirituale, aveva lo stesso problema che stava trascinando nel nulla la materialistica società basata sull’adorazione del dio-denaro; e di riconoscere altresì che ormai sulla scena mondiale non restava che una sola forza in grado di perseguire l’obiettivo di liberare i popoli che si trovavano nella “prigione dell’Occidente e del Grande Satana”: l’Islam.
Un siffatto programma costituisce una vera e propria reazione zelota del Sacro contro il processo di secolarizzazione. Infatti, i valori e le istituzioni della Modernità sono rifiutati in quanto basati su una concezione della vita priva di ogni riferimento alla Trascendenza. Non sorprende, pertanto, constatare che la costruzione ideologica degli islamisti si basa sulla contrapposizione tra la storia post-coranica e quella pre-islamica. Essa utilizza il concetto di jahiliyya – l’oscura ed empia epoca precedente la Rivelazione del Rasul Allah – per connotare come “pagani” i prodotti culturali dell’Occidente secolarizzato. A giudizio degli ideologi del fondamentalismo islamico, la crisi morale in cui versa l’umanità è la conseguenza logica e inevitabile del laicismo e del materialismo. Rifiutando la Rivelazione, l’Occidente ha imboccato la “via del Nulla” caratterizzata dal culto idolatrico della ragione e della materia. Ma, mentre i tradizionalisti si limitano a chiedere che i popoli del Dar al-Islam siano rispettosi dei principi della sacra tradizione (la salafiyya) e non si facciano contaminare dagli “impuri” costumi dei popoli che vivono sotto la tirannia del Grande Satana, i fondamentalisti vanno oltre: dichiarano senza mezzi termini che l’Islam deve uscire dalla sua posizione difensiva e deve militarizzarsi per conquistare e distruggere dalle fondamenta la “società senza Dio”, premessa indispensabile per “ripristinare il senso di Gemeinschaft”. (…)
E’ evidente che ci troviamo di fronte a un grido di guerra lanciato contro la civiltà moderna, rea di aver voltato le spalle a Dio e alla Rivelazione profetica; ed è altrettanto evidente che tale grido di guerra altro non è che la riproposizione di quello che fu il programma dei Fratelli Musulmani – l’associazione fondata nel 1928 dall’egiziano Hasan al-Banna, madre di tutti i fondamentalismi del mondo islamico –, fissato dal loro massimo teorico, Sayyid Qutb, in questi termini: “L’Islam è costretto alla lotta dall’obiettivo che è suo proprio, vale a dire la guida del genere umano. La guerra è un obbligo individuale, contro gli ostacoli alla predicazione, ma sotto la forma collettiva di un gruppo ristretto, organizzato e profondamente cementato. Gli avversari sono anch’essi degli individui, raggruppati in classi, in Stati, in coalizioni. Il Jihad, in reazione, è dunque assolutamente necessario in tutta la sua ampiezza. E un Jihad mondiale, permanente. Così essere musulmano, significa essere un guerriero, una comunità di guerrieri sinceri in permanenza, pronti ad essere utilizzati o no da Dio, se lo vuole e quando lo vuole, poiché lui solo è il capo della battaglia”.
Pertanto, non è sufficiente dire che l’obiettivo dei fondamentalisti è la re-islamizzazione delle società e degli Stati del Dar al-Islam; occorre anche sottolineare che il loro programma è assai più ambizioso e inquietante. Essi vogliono scatenare una vera e propria guerra di religione per conquistare il mondo intero e instaurare il dominio della Sharia – la Legge Sacra, eterna e immutabile – su tutta quanta l’umanità. In altre parole, essi, oltre a esigere la restaurazione del Dar al-Adl – la Casa della Giustizia, così come essa fu proclamata dal Profeta –, vogliono annientare la fonte dell’inquinamento della Umma: l’Occidente pagano in quanto secolarizzato. Di qui il doppio fronte nel quale oggi sono impegnati i fondamentalisti: contro i governi “apostati” che, pur proclamandosi musulmani, di fatto sono “corrotti e corruttori” in quanto “non osservano la Legge divina”; e contro quello che Osama bin Laden ha bollato come il Grande Miscredente: l’America, massima potenza del sistema di dominio imperialistico che essi vogliono radere al suolo. Quindi, la loro guerra santa – il Jihad – è al tempo stesso una guerra intestina – vale a dire una guerra fra musulmani “che ha per posta la definizione dell’Islam”; più precisamente, una guerra scatenata dai religiosi per strappare il potere ai militari – e una guerra internazionale condotta con l’unica arma di cui i mujahiddin – i combattenti della guerra santa, dominati dall’ardente desiderio di diventare “martiri della fede” (shuhada) – dispongono – il terrorismo globale – e con il dichiarato obbiettivo di distruggere il perverso “mondo degli infedeli”, da cui promanano i miasmi materialistici che stanno avvelenando la Umma.
Stando così le cose, si capisce perché il fondamentalismo islamico è stato definito il comunismo del XXI secolo, così come, a suo tempo, il comunismo era stato definito l’Islam del XX secolo. Non diversamente dal marxleninismo, il fondamentalismo islamico si presenta sulla scena come un movimento rivoluzionario animato dalla certezza di possedere un messaggio di salvezza a carattere ecumenico; e, non diversamente dal marxleninismo, ritiene di avere il dirittodovere di condurre una spietata guerra permanente contro l’Occidente. E si tratta, naturalmente, di una guerra totale, che deve essere condotta con tutti i mezzi e in tutte le sedi, fino al trionfo della Verità rivelata e alla instaurazione del Governo di Dio.
Certo, l’insorgenza dei movimenti fondamentalisti non significa punto che l’Islam in quanto tale abbia dichiarato guerra all’Occidente. Il fondamentalismo è una particolare interpretazione del Corano, la cui legittimità è contestata dagli stessi musulmani. Sta di fatto, però, che la visione del mondo fondamentalista – cioè quell’ideologia politica che divide il mondo in in-groups dell’Islam e in out-groups degli altri, percepiti come nemici da combattere sino al loro annientamento – si è largamente diffusa in tutto l’universo islamico. Accade così che i jihadisti – gli attivisti del Partito di Allah, pronti a sacrificare la loro vita pur di colpire gli agenti e i simboli del Grande Satana – costituiscono – grazie soprattutto all’ascesa dello Stato islamico (Isis) – una temibile forza, non solo perché sono determinati a usare i mezzi più spietati e subdoli per conseguire i propri scopi, ma anche perché esprimono l’intenso risentimento dei musulmani di fronte all’arrogante e imperialistica civiltà occidentale. Un risentimento le cui radici risalgono al tempo in cui i popoli del Dar al-Islam – che per oltre mille anni erano vissuti nella narcisistica convinzione che la loro civiltà costituiva la migliore forma di organizzazione sociale mai apparsa sulla Terra – furono costretti a prendere atto che – a motivo del fatto che l’Occidente aveva conseguito una superiorit. Materiale al tempo stesso umiliante e pericolosa – il mondo era diventato “il paradiso degli infedeli e l’inferno dei credenti”. La natura della sfida di fronte alla quale vennero a trovarsi i popoli musulmani, a partire dal momento in cui le potenze europee incominciarono a estendere i loro tentacoli sul Dar al-Islam, risulterà chiara una volta che si tenga presente che ciò che caratterizza in maniera forte la moderna civiltà occidentale non è solo la sua formidabile attrezzatura tecnologica che impone alle civiltà-altre di imboccare la via dell’“aggiornamento imitativo” onde evitare di essere assoggettate; è anche e soprattutto la formidabile potenza radioattiva della sua cultura spirituale, la quale non conosce limiti di sorta. La Modernità è una civiltà costitutivamente imperialistica, la cui istituzione centrale è il mercato. Il mercato, ex definitione, non ha frontiere: è un’istituzione a vocazione planetaria, che tende a sottoporre agli imperativi impersonali della logica catallattica tutto ciò che trova sul suo cammino – interessi, valori, credenze, istituzioni, tradizioni, pratiche consolidate, ecc. – e che procede come una smisurata valanga culturale che cresce su se stessa. E, in effetti, ovunque il capitalismo è penetrato, ha prodotto cataclismatici mutamenti che non hanno risparmiato nulla e nessuno. A motivo della sua “distruttiva creatività” e del suo irrefrenabile dinamismo auto-propulsivo, tutti i popoli della Terra sono stati forzosamente inglobati in un unico destino storico. Il risultato è stato che la civiltà occidentale ha preso ad assediare le culture-altre e le ha poste di fronte a una sfida di immani proporzioni, il cui contenuto essenziale è così riassumibile: o trovare una “risposta” adeguata oppure essere degradate al rango di colonie del Centro capitalistico.Un fenomeno del genere è una novità storica assoluta. (…) E’ per questo che l’aggressione culturale permanente è ciò che caratterizza i rapporti fra l’Occidente e l’Oriente ormai da secoli. E’ vero che è uscito di scena il colonialismo nella sua forma politico-militare; ma non è uscito di scena il colonialismo culturale, talché i popoli orientali, pur avendo conquistato la loro indipendenza, sono rimasti alle prese con una tremenda “sfida”. Essi si trovano di fronte a una cultura allogena che tende a sommergerli con il suo impressionante flusso di tecniche, di merci, di messaggi, di simboli e di valori; e ciò non può non alterare profondamente il loro tradizionale modo di vita e l’immagine che essi hanno di se stessi. E’ accaduto così che l’invasione culturale occidentale non si è limitata a fare scempio delle istituzioni, degli usi, dei valori che ha trovato sulla sua strada; ha anche straziato gli uomini, privandoli del loro habitat ancestrale e condannandoli a vivere in un mondo che si è progressivamente trasformato in una realtà estranea o addirittura ostile. Il capitalismo, aggredendo le società poste al di fuori della sua area di sviluppo endogeno, ha sradicato milioni di esseri umani, trasformandoli in una gigantesca massa alienata e, per ciò stesso, risentita. Questi milioni di individui – sparsi in tutte le aree culturali laddove il sistema di mercato si è presentato come una aggressiva e distruttiva potenza esogena – costituiscono, ormai da generazioni, il “proletariato esterno” della civiltà occidentale.
Accade così che, ancora oggi, due cose caratterizzano in maniera forte la condizione esistenziale dei popoli musulmani alle prese con quello che essi chiamano sadmat al-hadatha (il trauma della Modernità): il loro immenso senso di collera e di frustrazione e il fatto che vivono l’Occidente come una presenza al tempo stesso oppressiva e invadente. Oppressiva, per la sua schiacciante superiorità materiale; invadente, perché la Modernità costituisce una permanente minaccia per le tradizionali forme di vita del Dar al-Islam. Queste, per i musulmani, sono di origine divina e, come tali, non possono essere oggetto di analisi critica, né, tanto meno, possono essere modificate. La Sharia è la “via” che Dio, tramite il suo Profeta, ha aperto davanti agli uomini, i quali non possono deviare da essa senza commettere un inescusabile peccato. Nell’Islam, diritto e religione sono indistinguibili, talché la scienza giudica, essendo lo studio e la conoscenza della Legge Divina, è una scienza teologica. Il che fa del diritto musulmano un diritto sacro, indissolubilmente legato alla tradizione religiosa. E questa non è una componente o una dimensione della vita, che regola alcune questioni e dalla quale altre faccende sono escluse: è un sistema di norme che avvolge e plasma l’intera esistenza. La sua giurisdizione è totale; al limite, persino totalitaria. Nella religione coranica “il binomio Chiesa-Stato” non ha senso. Non esistono – e non possono esistere – due realtà distinguibili. Autorità religiosa e autorità politica sono la stessa cosa. Di qui l’ostinata resistenza opposta dalle società musulmane alla Modernità. Modernità, infatti, vuol dire, prima di tutto e soprattutto, “vita senza valori sacri” o, quantomeno, rigorosa separazione fra il regno della politica e il regno della religione. In modo tipico, lo Stato moderno è uno stato laico, cio. a dire uno Stato che, da una parte, non s’identifica con un particolare credo religioso e, dall’altra, riconosce la legittimità di tutte le religioni. Esso, pertanto, è l’esatto contrario dello Stato così come esso è sempre stato concepito nel Dar al-Islam: una istituzione avente l’ineludibile funzione di garantire il dominio impersonale della Legge Divina, dunque come l’espressione politica della stessa religione. Di qui la sentenza di Khomeyni: “L’Islam è politico o non è”. Una sentenza perfettamente in linea con la tradizione islamica, per la quale religione e Stato – din wa dawlah – sono un’unica realtà, sicché ogni tentativo di separare il potere temporale dal potere spirituale non pu. non essere considerato un empio allontanamento dalla Legge Divina, eterna e immutabile. E significa altresì che esiste una incompatibilità di principio fra la Sharia e la Modernità. Questa è inscindibile dal processo di secolarizzazione, il quale ha posto fine al legame organico fra lo Stato e la religione e ha trasformato quest’ultima in una faccenda privata. Ma una religione ridotta a una faccenda privata è precisamente ci. che i musulmani rigoristi non possono accettare, poiché essa implica l’abbandono della Sharia quale legge di Stato.
Non può destare sorpresa, pertanto, constatare che – con la sola eccezione della Repubblica turca, fondata da Kemal Ataturk su un completo laicismo – nei paesi del Dar al-Islam l’intellighenzia secolarizzata . una esigua minoranza, incapace di incanalare le masse verso la Modernità. Tanto più che la Modernità ha fatto intrusione nella vita dei popoli musulmani non solo come civiltà secolarizzata, centrata sulla ragione illuministica e sulla libertà individuale, ma anche come una potenza imperialistica, animata da una smisurata volontà di dominio e di sfruttamento. Di qui il fatto che il trauma dell’aggressione culturale occidentale ha provocato nel mondo islamico uno stato di crisi endemica.
Il carattere imperialistico della Modernità negli ultimi decenni è stato potentemente intensificato dal fenomeno della globalizzazione, cioè dal dilagare – a motivo dell’enorme riduzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni e dell’abbattimento delle barriere artificiali che impedivano la libera circolazione internazionale di beni, servizi, capitali, conoscenze e lavoratori – della logica catallattica; il che ha reso ancora pi. penetrante e minacciosa la pressione culturale dell’Occidente sui popoli del Dar al-Islam. In realtà, il fenomeno della globalizzazione non costituisce, propriamente parlando, una novità storica. Il capitalismo ha sempre avuto una vocazione planetaria, nel senso che la sua oggettiva logica di sviluppo tende a trasformare il mondo intero in un unico, smisurato Weltmarkt retto dalla impersonale legge della domanda e dell’offerta il cui irresistibile dinamismo fa sì che “ogni cosa sacra viene sconsacrata” (K. Marx, F. Engels). Accade così che lo spirito borghese – questo “micidiale nemico del sacro” (Berdjaev) – prende a corrodere le tradizionali basi spirituali dell’ordine sociale. Esso, ovunque penetra, genera il “disincanto del mondo” e, conseguentemente, la religione cessa di essere il regolatore unico della vita umana (individuale e collettiva). Una prospettiva che non può non essere giudicata empia da coloro che vivono nella fede e della fede. Di qui il fatto che la Modernità appare loro come il Grande Satana: tentatore e subdolo nemico dell’uomo e di Dio. E se oggi gli ideologi e gli attivisti del fondamentalismo islamico vedono crescere di giorno in giorno l’uditorio al quale essi si rivolgono, ci. accade perché alle spalle dei popoli del Dar al-Islam non ci sono che fallimenti lungo la via che avrebbe dovuto portare alla cancellazione – o, quanto meno, alla riduzione – del gap scientifico, tecnologico ed economico che li separava dalle società industriali. In particolare, il “socialismo arabo” è miseramente naufragato, lasciando così il campo libero alla predicazione di coloro che indicano nell’Occidente imperialistico e ateo la causa della crescente frustrazione nella quale si dibattono i popoli musulmani e che – quale rimedio alla loro umiliante condizione di “proletariato esterno” – invocano la restaurazione della Sacra Immutabile Tradizione, il rifiuto di tutto ciò che è in qualche modo connesso alla invadente Modernità e la mobilitazione permanente contro l’Occidente. Breve: i fondamentalisti intendono risolvere la penosa crisi d’identità nella quale si trovano i popoli musulmani, scatenando una guerra santa globale avente come obiettivo l’annientamento di quelle potenze che hanno trasformato il “mondo dei veri credenti” in un inferno.

di Luciano Pellicani - 27 Marzo 2016  Foglio
fonte: http://www.simofin.com

Laviamo i piedi all’islam. Questa è cristianofobia!

Sabato Santo 2016 – a casa, in Occidente

1Resurrezione_-Luca-Giordano


E se il papa lava i piedi all’islam, cosa di buono ci vogliamo aspettare per le prossime settimane? Sbarchi, bombe, sbarchi, attentati, e ancora sbarchi e morte. E arrivi via terra e via aria. E patimenti della nostra gente. Arriveranno giovanottoni nerboruti, pronti a tutto, anche allo stupro e alla rapina. Agli attentati e alla loro guerra santa. Arriveranno donne gravide, infanti e bambinetti in età scolare. Per colonizzare con la faccia pietosa. Arriveranno e prenderanno casa. Letteralmente. Ce le sfileranno da sotto le chiappe. E saranno loro per sempre. Noi saremo prima derisi, raggirati, sfruttati, prosciugati d’energia, poi offesi, maltrattati, malmenati e, alla fine, cacciati via. O sgozzati.
Magari incarcerati, e condannati alle frustate, o al taglio della testa. Secondo la loro legge cristianofoba, che sarà Legge.
Migliaia di anni di Storia, Fede, Cultura, Civiltà, Democrazia, Libertà, Uguaglianza, Progresso, saranno buttati nel più lurido dei porcili. Quello del buonismo cristianofobo e della malapolitica cristianofoba. Dai più luridi fra noi, i cristianofobi. Quelli che stanno ingrassando con la falsa accoglienza e con i soldi dell’europa cristianofoba. (Cristianofobia: non smetterò di ripetere la parola fino a quando non avrà pareggiato quell’inutile islamofobia che tutti i falsoni dell’informazione e della politica biascicano ad ogni piè sospinto)
Stiamo facendo i buoni. Lo facciamo a gara. D’appalto. Mentre loro aspettano, freddi come scorpioni, di colpire col pungiglione avvelenato della loro legge. Che è fede e legge insieme. Ma è anche modo di vestire, cucinare, lavarsi i piedi, camminare per via, odiare, invadere e uccidere.
Tutto mi sarei aspettato, dopo le ultime drammatiche ore di Bruxelles, tranne che il papa rosso, finto santo e finto buono, si piegasse a fare da maddalena ai piedi di un plotone di irregolari. Quello, proprio no! Se lo poteva e ce lo poteva risparmiare. Vergognoso!
A mostrare un Occidente piagnone, cagasotto, ci aveva già pensato la ministressa italiana all’estero. Ma che il Vicario di Lui si forgi e CI forgi i chiodi della novella Croce non è concepibile. Perché di chiodi e di croci ne abbiamo già abbastanza. E questo mostrarci all’islam come dei vinti in attesa di pena capitale offende la nostra già grande miseria.
Se la smettessimo, almeno, di recitare questo grottesco ruolo di santi coglioni, martiri senza cervello. Se mostrassimo coraggio e voglia di combattere per la difesa della nostra Libertà e del nostro Dio. Se difendessimo non già il Sepolcro, ma il Raggio di Luce della Risurrezione.
Saremmo Veri, Buoni e Santi Cristiani.

1ghirl

Buona Pasqua
Fra me e me, soldato di Cristo.

di Nino Spirlì - 26 marzo 2016
fonte: http://blog.ilgiornale.it