Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via email all'indirizzo edomed94@gmail.com Saranno immediatamente rimossi. L'autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.


Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

19/04/14

Farnesina politica, una Nato aggressiva non serve a nulla con Putin




Conversazione su tutto: Iran, Siria, Israele, spese per la Difesa, Marò. No tecnicismi, intesa Roma -Berlino "Non ci sono buoni e cattivi"
In Europa servono soluzioni politiche, non grandi coalizioni. Iran e Siria: pragmatismo, realismo
Roma. Bonino chi? Sono le sedici e trenta quando FedericaMogheriniarriva nel suo ufficio al primo piano della Farnesina per incontrare i cronisti del Foglio e per provare a spiegare attraverso una lunga chiacchierata con il nostro giornale quella che, con un sorriso, il ministro degli Esteri accetta di definire la dottrina Leopolda. La dottrina Leopolda è un insieme in cuiMogheriniinserisce come in un grande shaker la posizione del governo italiano sul realismo politico, il dossier ucraino, il rapporto con Putin, sul futuro della Siria, l' interventismo dell' America, la sintonia con la Germania, il destino dell' Iraq, la dittatura della trasparenza, le conseguenze dei fenomeni alla Snowden. Un complesso di cose in relazione alle quali il ministro spiega la posizione del governo sul pasticcio ucraino ("non si può ragionare solo parlando di buoni e cattivi"), sulla possibile soluzione del caos siriano ("bisogna coinvolgere ufficialmente l' Iran").Mogheriniaccetta di tracciare anche dal punto di vista ideologico la discontinuità che divide questo governo da quello precedente in politica estera. Sintesi: ieri la Farnesina si muoveva con un passo tecnico, oggi alla Farnesina ci si muove con un passo politico."Nella storia del nostro paese - dice il ministroMogherini- c' è sempre stato un grado consistente di continuità in politica estera e questo è naturale, perché la politica estera non è frutto solo delle decisioni del governo ma anche espressione del paese nel suo complesso. E nonostante quello che si pensa, l' Italia e gli italiani hanno una forte proiezione internazionale.Questo non significa che la politica estera è neutra, c' è e ci può essere tanta politica nelle scelte. Nei singoli dossier mi sento in continuità con Emma Bonino. Cosa è cambiato rispetto al passato? Per le caratteristiche che aveva il precedente governo, l' ex ministro degli Esteri non poteva che muoversi come se fosse un ministro tecnico. Oggi l' approccio è diverso. Qui, come per il resto del governo, mi piacerebbe portare un tasso di politicità maggiore rispetto al passato. E questo tasso di politicità non è secondario, ci consente di costruire strategie comuni con i partner europei e non solo. E vediamo bene come sia importante costruire strategie comuni anche in questi giorni di difficili trattative".Le trattative, già. Non ci sono buoni e cattivi, nel mondo diMogherini, ci sono tante situazioni complesse da affrontare "con lungimiranza e con un atteggiamento cooperativo". Il ministro è convinto che per risolvere le crisi sia necessario investire "sull' interesse comune" degli interlocutori coinvolti: così si creano "win-win situation", tutti ottengono qualcosa e le crisi rientrano.Alla conferenza di Ginevra sull' Ucraina (il primo incontro a quattro, tra europei, americani, russi e ucraini) è andata come voleva - sperava -Mogherini: ci si è accordati per evitare violenze, intimidazioni, provocazioni, e c' è stato un appello al disarmo di tutti i gruppi illegali. Alla vigilia del vertice, il ministro si augurava che "si uscisse almeno con un' altra data, con un altro incontro, con una road map", con quella "deescalation" che è la parola usata anche dal ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e dall' americano John Kerry. L' approccio dell' Italia alla crisi ucraina è allineato a quello della Germania - citato spesso il collega socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier - e ha come obiettivo abbassare i toni bellicosi, "una soluzione politica della crisi": "Non è la Nato il terreno più utile per risolvere la crisi, anche per non farla sembrare antagonista". Si punta piuttosto sulle istituzioni internazionali, con gli osservatori dell' Osce "che sono già dislocati sul territorio ucraino e preparano il terreno per le elezioni del 25 maggio", con le Nazioni Unite sempre all' erta e con i vertici del G7/G8 studiati apposta per soppesare decisioni e cambiamenti.


La storia di queste istituzioni non è strettamente legata al concetto di efficacia, però è diplomaticamente rassicurante contare sul fatto che gli uomini delle istituzioni internazionali, che quando arrivarono in Crimea furono chiusi dentro dei bar e poi invitati a levarsi di torno, ora possano riportare l'Ucraina sulla via della pace. La Russia non va combattuta, va convinta al "dialogo, al coinvolgimento", bisogna sempre chiedersi dove si vuole arrivare. "Qual è la soluzione, una guerra nucleare? Non la vuole nessuno, allora cerchiamo strade per i negoziati", dice Mogherini, che considera ogni strategia punitiva - comprese le sanzioni, "se utilizzate come unico strumento" - un passo indietro, non in avanti.
La belligeranza della Russia, che schiera truppe al confine e che ingloba un pezzetto di Ucraina, non va alimentata, va contenuta e resa reversibile. In realtà l'annessione della Crimea alla Russia crea qualche dubbio: Mogherini ricorda che c'è stato un coro unito dell'occidente nel condannare quel referendum come "illegale e illegittimo", "abbiamo tutti usato le stesse parole ed è stato un messaggio chiaro, ma è la dimostrazione del fatto che non bastano messaggi, neanche i più duri, per trovare soluzioni", ricorda. E poi? Poi niente, l'integrità territoriale dell'Ucraina, sbandierata come principio inviolabile, è scivolata via, come molte altre linee rosse e ultimatum che sono stati lanciati dall' occidente.
Mogherini è preoccupata, dice che "non è soltanto la modifica dei confini di un paese sulla base di un atto non riconosciuto a essere pericoloso, lo è anche e soprattutto il fatto che questi confini siano stati ridefiniti sulla base di ragioni etnico -linguistiche". Un precedente grave, "che tutti nel mondo hanno interesse a contrastare", che però va messo in prospettiva, perché la logica è quella della lungimiranza (e anche dell' anticipare quel che può andare storto, "che la situazione in Ucraina stesse precipitando era piuttosto evidente, quando è fallita la negoziazione con l' Unione europea", dice il ministro).Bzz. Rumore in ufficio. Mogherini si ferma un attimo. Osserva con sguardo perplesso i suoi interlocutori. Si alza di scatto dalla poltrona. Si avvicina al tavolo. Impugna un telecomando. Lo indirizza verso un climatizzatore che si era improvvisamente acceso e preme il tasto off. Il riscaldamento.
Mogherini fa un sorriso e capisce che la nostra conversazione non può che virare verso un argomento preciso: il gas. "Ok, chiedetemelo, dài...". Il Foglio fa notare al ministro che sul dossier russo c'è qualcosa che non torna. Da un lato c'è Renzi che dice che l'Italia non ha paura delle ripercussioni energetiche generate dalle sanzioni e dall' altro lato c'è l' ex numero uno dell' Eni, Paolo Scaroni, che dice che l' Europa, importando il trenta per cento del gas da Gazprom, non è in condizioni di imporre sanzioni. Dov'è la verità? "La verità ha tre facce. La prima ci dice che l'Italia ha una sua indiscutibile autonomia energetica e in fondo abbiamo una dipendenza dal gas russo che si trova nella media rispetto agli altri paesi europei. La seconda ci dice che la Russia ha fatto capire in ogni modo che non interromperà il suo flusso perché non le conviene economicamente. La terza ci dice che l’Europa farà di tutto per evitare che le prossime eventuali sanzioni possano produrre un contraccolpo a livello energetico, e per una ragione precisa: perché il primo paese che subirebbe un contraccolpo fatale è il paese che vorremmo aiutare con le sanzioni, ovvero l' Ucraina".Pausa. Telefonata. Sorrisi. Giro di caffè.
Mogherini poi riprende il ragionamento sull'Ucraina per sottolineare una triangolazione cruciale per gli attuali assetti geopolitici e quella triangolazione riguarda la Germania, paese con il quale il ministro degli Esteri si sente di certificare "un asse tra Roma e Berlino". "Ho detto asse tra Roma e Berlino? No, via, diciamo un'intesa perfetta, un'identità di vedute, una comune lettura delle crisi, dài...". Mogherini sposta il fuoco dell'inquadratura dall'Italia al resto dell' Europa e sostiene che l'identità di vedute sul caso Ucraino-Russo tra il governo italiano e quello tedesco ha avuto un effetto importante: ammorbidire l' approccio muscolare che alcuni paesi, come per esempio la Polonia e la Francia, avevano suggerito."La mia, la nostra convinzione è che su dossier delicati come questi è necessaria una rottura rispetto al passato. Non mi piace il termine 'regime change', ma laddove ci sono dittature, violazione dei diritti umani o dei princìpi internazionali è chiaro che si deve trovare il modo di intervenire.
Con la politica. E' chiaro anche che l'opzione militare resta sempre possibile, ma come ultimo strumento, e non è detto che risolva i problemi, a volte li aggrava. La storia recente ce lo insegna: un intervento militare può essere valutato necessario o meno, ma in ogni caso la vera soluzione passa sempre per la politica. E' per questo che noi e la Germania, in Ucraina, cerchiamo di evitare che la parola 'Nato' sia utilizzata per spaventare qualcuno. Sarebbe controproducente. Il nostro approccio è questo". Il discorso, dice ancora il ministro, vale tanto per l'Ucraina quanto per la Siria.
La Siria, ecco. Non ci sono buoni e cattivi, d'accordo, ma in Siria? "C'è una guerra da tre anni, c'è un disastro umanitario - spiega Mogherini - e l' ultimo round di negoziati, Ginevra 2, non ha prodotto veri risultati". In Siria c'è stato un altro precedente pericoloso, quello della linea rossa sull'utilizzo delle armi chimiche violata, ma anche quello è scivolato via, mentre il rais di Damasco, Bashar el Assad, organizza per inizio estate una tornata elettorale nei pezzi di Siria che ancora gli sono fedeli (gli altri continua a bombardarli nella speranza che s'arrendano).
"Non sono considerate elezioni legittime dalla comunità internazionale", precisa Mogherini, "si lavora al piano di transizione", lo stesso di cui si parla da tre anni e che gli assadisti non hanno mai preso in considerazione. "E' uno stallo", ammette il ministro, ma poi cerca, come è sua consuetudine, di guardare ai lati positivi - "Il Libano, per esempio, è miracolosamente ancora in piedi dopo tre anni di guerra in Siria" - e pensa a un piano d'azione di lungo periodo. Un piano - ci dice Mogherini offrendoci una notizia - che coinvolge l'Iran: "Bisogna cercare di responsabilizzarlo, perché è suo interesse la stabilità della regione. E coinvolgerlo anche ufficialmente nella soluzione della guerra in Siria potrebbe essere l'unico modo per sbloccare la situazione. Soprattutto ora che il percorso sul negoziato nucleare sta andando bene, potrebbe essere l'occasione per farlo".
Viene da dire che l'Iran è già abbastanza responsabilizzato, in Siria, addestra le forze speciali dell'esercito di Assad, ha ufficiali delle Guardie della rivoluzione sul campo, coordina e dirige le mosse dei miliziani di Hezbollah - sta determinando, assieme ai russi, la sopravvivenza del regime di Damasco. Ma queste sono tragiche contingenze, un processo di coinvolgimento - lo stesso che si applica alla Russia di Putin, perché "i leader passano, ma i paesi e i popoli restano, su quelli bisogna lavorare" - è garanzia di stabilità.
E' qui che si delinea quel che vorremmo definire una dottrina. Interdipendenza e responsabilizzazione sono le parole chiave: "Così si crea la stabilità, lavorando assieme per trovare un interesse comune". Mogherini - la cui impostazione non ideologica in politica estera la porta a essere laica, così dice lei, anche rispetto a Israele ("è un errore essere con o contro Israele a prescindere, bisogna valutare le dinamiche interne, le leadership, le singole decisioni. Ho l'impressione che sul processo di pace pesi non tanto la difficoltà del trovare una soluzione quanto la volontà politica di dialogare") - sottolinea anche che "l' immutabilità non è un principio", i paesi non restano sempre uguali, cambiano leader, cambiano politiche, cambiano anche aspirazioni. "La Russia non è soltanto Vladimir Putin, così come l'Iran di Hassan Rohani non è quello di Mahmoud Ahmadinejad". Ci sono sfaccettature, ed evoluzioni che possono portare a grandi cambiamenti, "basti pensare a come stanno andando bene i negoziati con Teheran sul nucleare iraniano", in corso adesso per trovare un accordo definitivo dopo quello temporaneo raggiunto alla fine dello scorso anno.
Si sente l'eco della strategia obamiana, al netto di quell'idealismo liberale che ogni tanto, soprattutto in occasione dei grandi discorsi e soprattutto quando viene in visita sul continente europeo, Barack Obama lascia intravedere nel suo approccio realista e pragmatico al mondo - non è un caso che anche Mogherini usi queste parole, realista e pragmatico, quando parla della sua dottrina. L'obamismo, che ha contorni ancora fumosi, visto che lo stesso presidente americano evita di farsi incastrare da troppe etichette, costituisce una svolta nella storia della politica estera americana - e di conseguenza anche di quella europea e italiana. "Dalla caduta del Muro di Berlino in poi si sono susseguite diverse visioni del mondo: il cosiddetto progetto del nuovo ordine mondiale, poi dopo l'undici settembre lo scontro di civiltà e infine con l'arrivo di Obama sono diventati prioritari il dialogo, la responsabilizzazione di alleati e non alleati, e la cooperazione". Si sente vicina a questa visione del mondo, Mogherini, e non soltanto perché quando parla di Obama e di quando l'ha incontrato all'Aia, alla fine di marzo, ancora prima di venire in visita in Italia, le si illuminano gli occhi come in nessun' altra occasione. E' una visione che prende le distanze da quello che era stato l'interventismo liberal degli anni Novanta, il blairismo e il clintonismo, con l'appoggio anche dell'Italia di Massimo D' Alema nella guerra nei Balcani, perché la protezione di popoli vessati con mezzi militari non è la soluzione. Il mondo è cambiato, dice.
"Quanto all'"esportazione della democrazia', è stata di tutt' altro segno: non si trattava di proteggere la popolazione, ma di imporre un modello di civiltà, per poi lasciare nella maggior parte dei casi problemi aperti e irrisolti: pensiamo all' Iraq" - con buona pace della "freedom agenda" e dell'idealismo della difesa dei diritti umani. Era necessaria una "cesura", ed è arrivata con Obama. Gli effetti sono ancora tutti da verificare, perché le strategie politiche, e ancor più quelle di politica estera, hanno bisogno di tempi lunghi per realizzarsi, e per essere valutate. "Sono anche accadute tante cose inedite, ci sono state crisi che non erano immaginabili", dice Mogherini. Sarà forse che responsabilizzare russi e iraniani non è la via per la stabilità?
No. "E' che la dottrina non è ancora del tutto implementata", dice con un sorriso il ministro, che è anche il sorriso del suo realismo ottimista, una commistione strana, perché il realismo è spesso associato al cinismo, e allo status quo, e anche un po' ai musi lunghi. Invece l'ottimismo qui conta, assieme al cambiamento, non sarebbe obamismo altrimenti, ed è illuminato dai quadri nuovi che Mogherini ha fatto mettere nell'ufficio (deve ancora occuparsi dell' arazzo che incombe dietro la sua scrivania, scrivania ordinatissima tra l' altro), un mese e mezzo alla Farnesina e c' è un dipinto che già un po' la rappresenta: è grande, sul giallo e sull' arancione, s' intitola "Solare".
Il Foglio interrompe ancora il ministro, riavvolge il nastro e tenta di provocarlo su un nome che a suo modo è stato protagonista due giorni fa durante la conferenza stampa convocata da Vladimir Putin: Edward Snowden. Chiediamo a Mogherini: lei pensa che il modello Snowden, il modello Assange, il modello della dittatura della trasparenza siano da prendere come esempio? Mogherini accenna a un sorriso e la mette così. "Sul caso Snowden mi viene piuttosto da interrogarmi sui criteri utilizzati dalle autorità americane per selezionare il proprio personale. Sulla dittatura della trasparenza, come dite voi, ci sono due piani da considerare. Da una parte penso che sia giusto rendere trasparenti le spese, la rendicontazione e gli aspetti retributivi legati a un' istituzione pubblica. Dall'altra, sul piano della diplomazia ci sono casi in cui la trasparenza può fare male: la diplomazia, una buona diplomazia, non può che vivere anche di ovvi livelli di riservatezza. E' un principio sacrosanto, purché il segreto di stato non venga utilizzato per nascondere, o magari per coprire, le responsabilità personali".



 Mogherini fa un'altra pausa, risponde alla telefonata di un noto senatore dalemiano e infine conclude la nostra conversazione affrontando tre temi delicati: Marò, F-35, grande coalizione in Europa. Il Foglio chiede al ministro se, dopo la sentenza con cui la Corte Costituzionale indiana ha ritenuto ammissibile il ricorso dei Marò per evitare che nei loro confronti vengano utilizzate le pratiche previste per i reati di terrorismo, l' Italia sia davvero a un passo dall' ottenere un risultato importante nella nota vicenda dei due fucilieri. Mogherini si fa seria e risponde con tono imperativo: "L' unica cosa che è utile riaffermare è che non riconosciamo la giurisdizione indiana sulla vicenda. Ma questo è il classico caso in cui i livelli di riservatezza di cui parlavo prima sono indispensabili".
Sul dossier F-35, Mogherini racconta di essere al lavoro con il ministro della Difesa Roberta Pinotti. Ieri Renzi ha detto alla fine del Consiglio dei ministri che il governo intende risparmiare circa 150 milioni sul capitolo F-35 (400 milioni sul comparto Difesa) e Mogherini ci consegna questa riflessione. "Su questo tema credo sia sbagliato utilizzare la parola tagli: per quanto riguarda il comparto militare e della difesa è necessario parlare di razionalizzazione e maggiore efficienza. Dunque, non quanto spendiamo ma come possiamo far funzionare meglio la macchina. Stiamo lavorando su questo capitolo e lo stiamo facendo esattamente come lo stanno facendo i grandi paesi dell' occidente, America compresa. Ovvio che puntiamo a qualche risparmio ma lo faremo seguendo criteri politici non tagli lineari".
La conversazione si chiude su quello che rischia di essere lo scenario che si presenterà a Strasburgo e a Bruxelles all'indomani delle elezioni europee: una nuova grande coalizione. Mogherini ammette il pericolo, è consapevole che i movimenti alla Grillo raccoglieranno in Europa un discreto consenso elettorale ("anche se sinceramente da ministro degli Esteri faccio fatica a intravedere una politica estera di Grillo e del Movimento cinque stelle: semplicemente non esiste, non c'è") ma considera un rischio per l'Europa uno scenario di grande coalizione simile a quello registrato oggi in Italia, in Germania e in molti paesi dell' Eurozona. "La possibilità esiste ma non sarebbe un elemento positivo. L'Europa ha bisogno di essere cambiata e ha la necessità di avere una maggioranza che abbia un tratto politico. Una grande coalizione europea complicherebbe tutto, porterebbe alla conservazione dello status quo e sarebbe per tutti, e non solo per noi progressisti, un modo, diciamo così, per evitare di far cambiare verso al nostro continente".

Roma 19 Aprile 2014
fonte:http://www.esteri.it/MAE/IT - Il Foglio
Claudio Cerasa e Paola Peduzzi

18/04/14

India: Modi e l'ascesa del nazionalismo hindu







Predicano l'orgoglio nazionale. Contro gli stranieri. E stanno conquistando le giovani generazioni. Boom dei centri di 'balilla' a New Delhi.
Il Bjp: «Sonia Gandhi fascista».

Narendra Modi e il Partito popolare indiano (Bjp) ancora non hanno vinto le elezioni in India (si concludono il 12 maggio), ma le conseguenze della campagna elettorale hanno già portato a un risultato significativo. In tre mesi sono sorti circa 2 mila centri del Rashtriya swayamsevak sangh (Rss), l'Associazione nazionale dei volontari.
Si tratta di un’organizzazione culturale e para-militare basata sull’ideologia dello hindutva: in pratica si tratta di un movimento che esalta l’India, la sua cultura e i suoi abitanti in quanto hindu, e non supporta la presenza delle minoranze se non si assoggettano al volere della maggioranza. Il suo obiettivo è dunque creare uno Stato hindu. E il Rss è il mezzo tramite cui realizzarlo.
IL FASCINO SUI GIOVANI. Il Times of India ha riportato le parole di Ravi Tiwari, un giovane 22enne di Lucknow da poco entrato nel Rss: «Credo nello hindutva, il Paese ha bisogno di riforme. Chi se non Modi può realizzarle? I giovani non aspettano altro. Hanno bisogno di assumersi maggiori responsabilità e la shakha (il centro dove si riuniscono i giovani del Rss, nda) è il miglior posto per imparare a farlo».
Come Ravi, migliaia di altri ragazzi hanno deciso di iscriversi alla Rss non appena il Bjp ha candidato Modi alla carica di premier.
MODI ARRIVA DAGLI RSS. Lo stesso primo ministro ha frequentato - sin da bambino - uno Rss e oggi per molti è diventato un esempio di successo da seguire.
Così l’organizzazione, che negli ultimi tempi non godeva di grandi attenzione, ha registrato un’incredibile crescita con l’apertura dei nuovi centri.

Gli Rss come l'Opera nazionale balilla del fascismo

Ma cosa attrae degli Rss? Atul Singh, responsabile di un nuovo centro a Lucknow, intervistato dal Times of India, ha spiegato che «i centri formano il carattere, danno ideali in cui credere, disciplina e ovviamente lo Hindutva».
Se volessimo fare un paragone, il Rss ricorda molto l’Opera nazionale balilla del periodo fascista.
Infatti, indossata la divisa (camicia bianca e pantaloncini cachi in questo caso) la giornata dei volontari inizia presto, con un allenamento nelle akhara, 'palestre' usate dagli asceti guerrieri hindu. Qui si insegna ai ragazzi l’uso del lathi (tipico bastone di legno), della spada e di tutte quelle armi che possono essere utili negli scontri urbani, poiché secondo l’organizzazione tutti devono sapersi difendere e attaccare.
ORGOGLIO DELLA NAZIONE. I centri sono gestiti dai pracharak - predicatori - che non lavorano e rimangono generalmente celibi per dedicare la loro vita alla missione di rigenerare la comunità hindu.
Queste figure istruiscono alla cultura hindu, basata sui testi tradizionali e sui libri scritti dagli appartenenti alla Rss, incentrati sull’orgoglio della nazione, sulla slealtà dei non-hindu e sulla futilità dei metodi gandhiani.
CLIMA DI TERRORE. Non si deve dimenticare che fu proprio un membro della Rss, Nathuram Godse, ad uccidere Gandhi il 30 gennaio 1948. La morte del Mahatma non è che un esempio delle violenze orchestrate dalla Rss.
Nel 1984, inoltre, l’organizzazione si è dotata di un ulteriore braccio armato chiamato Bajrang Dal, a 'protezione' degli hindu. La 'protezione' però si è rivelata molto spesso una scusa per agire liberamente - e con il sostegno della polizia - contro le minoranze musulmane, soprattutto durante momenti politici caldi.
L'ASCEDA DEL BJP. Anche il Bjp nasce dalle Rss: oltre a Modi, anche i suoi principali esponenti, come Lal Krishna Advani, hanno vissuto l’adolescenza nei centri della Rss. E l'ascesa del partito è avvenuta alla fine degli Anni 80, in concomitanza con il movimento religioso-politico del Ramjanmabhumi (campagna per liberare il luogo di nascita del dio Ram - ad Ayodhya, Uttar Pradesh - dalla moschea Babri costruita durante l'epoca Moghul), il cui epilogo ha visto l’aumento dirompente degli scontri comunitari.
Ecco perché il voto in India preoccupa, non solo il Subcontinente. Se la nascita di nuovi Rss è l'anticipazione di quello che può succedere nel Paese, è comprensibile come New Delhi tema l'avanzata del 'fascismo' hindu.

di Daniela Bevilacqua - Venerdì, 18 Aprile 2014
fonte: http://www.lettera43.it

" I MARO' ABBANDONATI E LA CAMPAGNA PER LE EUROPEE "





Avviso per il Cav che, presentando ieri le liste per le elezioni europee, ha sensatamente ricordato che “L'Europa non è un'unione politica e rispetto alla crisi in Ucraina fa la figura di un'Europa ignava, senza politica estera e senza strategie": c’erano due militari italiani in India detenuti illegalmente, ci sono ancora, ne faccia, per la serie meglio tardi che mai, materia scottante di campagna elettorale. Sappia se non lo hanno adeguatamente informato che qui nessuno fa niente, tantomeno il Renzi degli annunci ad effetto a cui non seguono azioni, che si è giocato il giorno dell’insediamento la telefonata spot a Delhi e poi è finita lì, ha riconfermato contro ogni logica l’incapace incaricato Staffan De Mistura, tiene in Italia da due mesi, forse in vacanza, l’ambasciatore italiano in India; tantomeno fa qualcosa il ministro degli Esteri, che va alle riunioni degli affari esteri a Bruxelles e non ne parla, fornendo così un alibi perfetto agli ignavi senza strategie, e neppure il ministro della Difesa, che qualche giorno fa, ricevendo i rappresentanti del Cocer, ha scoperto un impegno urgente e si è dileguata non appena l’argomento è arrivato ai due marò.
A chiacchiere questo governo non lo batte nessuno, e anche se i due precedenti avevano la faccia tosta di fingere che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non fossero un problema e che il processo illegale in India fosse una procedura normale, se il governo Monti glieli ha proprio consegnati come gentile cadeaux costringendo un ottimo ministro degli Esteri, Giulio Terzi, a dimissioni, e quello Letta li ha trattati da presunti colpevoli; anche se il peggio sembrava non raggiungibile, ecco che ci siamo, tanto è vero che dal 18 febbraio l’ambasciata italiana a Delhi è priva del capo missione, per poco brillante che si sia dimostrato, ma del ritiro di fatto di Mancini noi italiani, il Parlamento, non abbiamo notizia né informazione. 


Al Ministero degli Esteri mi dicono che l’ambasciatore dovrebbe, sic, essere in Italia; da Delhi confermano, non è una notizia segreta che Mancini sia in Italia già da qualche tempo, richiamato per consultazioni quando ancora a fare il ministro c’era Emma Bonino.
 Ora, se io non sono completamente disinformata, lasciare una sede priva del capo missione, sia pur dimostratosi pesantemente inadeguato, per un tempo così lungo, è una scelta inusitata anche in situazione di rapporti diplomatici bilaterali idilliaci, figuratevi che cosa significa se la sede è quella di Delhi, se i due marò vivono all’interno dell’ambasciata, se è in corso una campagna elettorale furibonda per le prossime elezioni politiche della quale campagna Latorre e Girone sono di fatto ostaggi, se infine ogni giorno questo o quel candidato di opposizione nazionalista o di governo dell’ex italiana Sonia Ghandi, tirano fuori la polemica sulla prigione dorata dei due, sull’esigenza di arrestarli.
 


L’ambasciatore dovrebbe stare in sede come garanzia dell’inviolabilità della sede, e dovrebbe girare come una trottola per le varie occasioni di incontri elettorali dei candidati a ripetere come un mantra che il comportamento loro è illegale, che l’Italia sta facendo anche se in ritardo ricorso all’arbitrato internazionale obbligatorio, al tribunale del mare, a tutte le istituzioni che si occupano e si preoccupano delle missioni contro la pirateria, che non è un problema solo italiano.
Se invece la sede è priva del capo missione perché il governo italiano intende così protestare per l’ignobile e illegale comportamento di quella nazione, allora, sempre se io non sono disinformata del tutto ma anche il buon senso è sufficiente, si tratta di una decisione grave, di una pre rottura delle relazioni diplomatiche, che deve riguardare anche l’ambasciatore indiano che sta in Italia, le relazioni commerciali e culturali, soprattutto una scelta che va resa pubblica, ufficiale, qui, all’Unione Europea, agli alleati, alle Nazioni Unite.
Che risponde il governo dei giovani e carini? Sono in grado di gestire una crisi così seria della sovranità nazionale? Forse si occupano anche loro solo degli affari, magari si accontentato di promesse e aspettative di affari, in questo l’India si è già dimostrata un campione. D’altra parte l’ambasciatore Mancini era caro al ministro Corrado Passera quando fu nominato, e quel ministro resta il primo responsabile della riconsegna all’India di Latorre e Girone in nome del business.
Siamo in attesa di risposte, qualcuno ricordi ai partiti in campagna elettorale che la vicenda non è più così indifferente e sconosciuta ai più. Ieri intervenendo a una trasmissione Rai, Uno mattina, l’ammiraglio Guglielmo Nardini, presidente del Gruppo Nazionale Leone di San Marco, gia' comandante del Reggimento San Marco,ha detto che i militari sono delusi e stanchi,li ha invitati a disertare il voto del 25 maggio. Dagli torto, semmai è troppo poco e troppo tardi.


MARIA GIOVANNA MAGLIE - 18 aprile 2014

Stop a spie ed hacker. Proteggi il tuo Android.





Continuiamo la nostra argomentazione, il nostro viaggio nella sicurezza.
Android è vittima degli hacker come qualsiasi sistema operativo per qualsiasi apparecchio informatico. Per difenderlo abbiamo le applicazioni giuste anche per Android.
Da una ricerca di G-Data, rispetto al 2012, nel 2013 i malware per Android sono aumentati del 460% e la maggior parte di questi sono destinati al furto di informazioni, quindi la maggior parte degli attacchi dei malware si concentrano su Android. Aggiunto che, per Edward Snowden, le applicazioni per Android possono trasmettere i dati anche senza autorizzazione la indifesa è completa.
In esordio ho anche detto che abbiamo le applicazione giuste per rendere  Android in un sistema più sicuro e compatibile con la maggior parte delle applicazioni. Un esempio è PrivatOS, il sistema operativo Android utilizzato da Blackphone, modificato per proteggere la privacy e comprende dei programmi per le comunicazioni con la crittografia dei testi.
Su questo modello si possono proteggere i nostri smartphone con applicazioni gratuite e il tempo per installarle correttamente.
La prima porta di ingresso è il browser per la navigazione. Escludiamo Chrome che non conservano la cronologia né condividono le informazioni.
InBrowser naviga sempre in modalità incognita e non salva dati; mentre OrWeb si connette attraverso la rete anonima Tor e garantisce il massimo anonimato durante la navigazione.
Anche i browser più famosi come Opera e Firefox assicurano un livello accettabile di riservatezza e sicurezza.
Un altro veicolo è la posta e WhatsApp non è un’applicazione molto sicura. Con l’acquisizione di Facebook ci sono, addirittura, dei dubbi sul futuro dei dati degli iscritti. Io ho prevenuto e perché non prevenite anche voi?
Ho già descritto Telegram, il sostituto ideale. Questa è un’applicazione che ha resistito agli attacchi di esperti informatici a livello mondiale.
Installa un firewall per evitare le fughe di dati.
Per evitare l’intercettazione per intrusione dei nostri dati la soluzione è utilizzare un firewall.  Ora sapete di che si tratta perché lo avete appreso da precedenti articoli su questo argomento. Esso agisce come una guardia che controlla e che consente di definire quali programmi possano inviare informazioni e quali invece dovrebbero rimanere isolati.


Io suggerisco Mobiwol che controlla quali programmi inviano e ricevono dati tramite WiFi e 3G. È molto facile da usare e consente di disattivare la connessione delle applicazioni quando non sono in primo piano.
Ancora, si può installare un antifurto indipendente sullo smartphone in aggiunta ad Android Device Manager di Google.
I più diffusi e i più testati vedono molto graditi Cerberus e Prey. Essiconsentono di localizzare il telefono, cancellare i dati da remoto o visualizzare un messaggio sullo schermo.
Il controllo può avvenire anche per mezzo di un gestore di contatti e di chiamate e per Android lo trovo essenziale siccome le applicazioni possono accedere alla lista dei contatti e delle chiamate se viene dato loro il permesso. Per eliminare il problema alla radice, va installata un’alternativa quale RedPhone, ancora  Silent Phone che troviamo nei Blackphone.
Molti dei programmi che potrebbero inficiare la nostra privacy si trovano sugli app Maket famosi come quello di Google quindi meglio avere un App Market ‘diverso’ dai soliti.
Quelli più sicuri sono riconosciuti in Amazon Appstore, F-Droid, Apptoide o Softonic.
Proprio Adblock Plus consente di bloccare la pubblicità e che Google rimossa da Play Store (Fonte Softonic).
Ottimo è anche Hotspot Shield VPN che attiva una connessione sicura anti intercettazioni (Fonte Softonic).
Si può anche strabiliare quelli più esperti dicendo loro che si è cambiata la ROM e così abbattuto il pericolo di ingresso da una porta secondaria nel sistema. Per ovviare a questo si installa una versione più sicura di Android e molti suggeriscono che è CyanogenMod.
Di certo aggiunge sicurezza alla gestione dettagliata delle autorizzazioni alle applicazioni, alle connessioni cifrate,  ancora SMS codificati di default con TextSecure.
Adesso potete davvero difendere il vostro apparecchio mobile. La sicurezza è primaria e questo ci potrebbe tutelare da intrusioni.



Scontri a Roma - “Davvero vogliamo riflettere sull’ordine pubblico facendo un taglia e incolla di immagini? Perché non ci chiediamo cosa è accaduto prima di quella carica?”



Il “caso” del poliziotto che ha calpestato il corpo di una ragazza manifestante - Il poliziotto “colpevole”: “Pensavo di aver calpestato uno zainetto, non ho visto la persona”. ha fatto molto discutere. La gente, comodamente, da casa ha giudicato il comportamento dell’uomo in divisa senza aspettare l’esito di un regolare e giusto processo.
Anche il Capo della Polizia di Stato, Alessandro Pansa si è espresso usando il termine “cretino” per quell’agente. Noi a differenza degli altri aspettiamo di conoscere la verità dei fatti ed una sentenza di un magistrato. Se il Poliziotto verrà reputato colpevole è giusto che paghi il proprio errore ma non condividiamo processi di piazza, sia anche solo virtuale.
Siamo un Paese “strano” dove la gente non si indigna per le aggressioni ingiustificate ed ingiustificabili che gli uomini della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri devono subire nell’adempimento del proprio servizio ma si impegna in processi sommari, con pochi elementi a disposizione, quando il presunto colpevole è un uomo in divisa.


A difesa del poliziotto, già colpevole per l’opinione pubblica, è intervenuto il Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro nell’intervista pubblicata da Repubblica.it a firma di Carlo Bonini Il prefetto di Roma: “Ora basta, sono i poliziotti le vere vittime” dal quale abbiamo stralciato alcune dichiarazioni.
“Se qualcuno avesse avuto l’onestà intellettuale di raccontarlo, avrebbe notato che di fronte al lancio di bombe carta e di poliziotti feriti, si sono evitate le cosiddette cariche profonde in punti che avrebbero messo a repentaglio l’incolumità di migliaia di manifestanti.”
«Siamo seri. Davvero vogliamo giudicare quello che è accaduto in piazza da quei fotogrammi? Davvero vogliamo riflettere sull’ordine pubblico facendo un taglia e incolla di immagini? Perché non ci chiediamo cosa è accaduto prima di quella carica? O perché quell’artificiere si abbandoni a un uso abnorne della forza?».
«Io direi che il comportamento di quell’artificiere è apparentemente inspiegabile ».
«Al contrario. Io credo che se ci interroghiamo sul perché quell’artificiere era dove non doveva stare e ha fatto quel che le immagini mostrano e che non doveva fare, magari ci avviciniamo a una possibile soluzione».


17/04/14

Le opzioni russe nell’escalation militare in Ucraina


Mosca sembra voler ripetere il “copione Crimea” nelle regioni orientali ucraine facendo leva sulla popolazione filo-russa di quelle regioni e impiegando forze paramilitari irregolari, in uniforme ma senza distintivi di grado o nazionalità, che non possono venire ufficialmente definite russe. Potrebbe trattarsi di forze speciali, paracadutisti agli ordini dei servizi segreti militari (GRU) oppure di contractors privati di società di sicurezza a quanto pare già impiegati in Crimea. A confermare questa ipotesi contribuirebbe anche l’equipaggiamento ed armamento datato adottato da quei paramilitari, meno moderno di quello in dotazione ai reparti militari.



Il “copione Crimea” potrebbe quindi rivelarsi pagante per Mosca anche a Donetsk e in altre aree dell’Ucraina meridionale e orientale o per strapparle al controllo di Kiev o anche solo per indurre l’Ucraina ad accettare di negoziare una Costituzione federale che rispetti la vicinanza alla Russia delle regioni sud orientali. La presenza dei contractors o in ogni caso di forze irregolari consente a Mosca di attribuire alla popolazione russa o russofona la costituzione di milizie di autodifesa mentre l’intervento diretto delle truppe russe schierate ai confini potrebbe venire legittimato dalla violenta repressione attuata contro gli autonomisti a Donetsk o Kharkhiv dalle forze militari di Kiev e dalla necessità di garantire l’incolumità della popolazione civile. Lo si evince anche dalle dichiarazioni rese martedì dal rappresentante russo permanente presso l’Onu Vitaly Churkin.



“La nostra idea generale è quella di adottare misure energiche, evitando mosse avventate delle autorità ucraine: queste mosse possono avere conseguenze tragiche per l’Ucraina”, ha detto Churkin ai giornalisti a New York definendo un’operazione delle forze armate ucraine nel sud-est “un passo verso un’escalation del conflitto”.
Gli analisti militari concordano nel ritenere che le forze di Mosca a ridosso del confine ucraino non sarebbero sufficienti a invadere l’intera Ucraina. Si tratta di circa 40 mila militari (più 25 mila in Crimea secondo fonti britanniche) della 20a e 49a armata con mezzi blindati, carri armati, artiglieria, 300 elicotteri da trasporto e combattimento e altrettanti cacciabombardieri più due  brigate di paracadutisti e forze speciali.



Unità idonee però a effettuare rapide puntate offensive tese a conseguire obiettivi territoriali limitati come la conquista delle aree di Kharkhiv, penetrando dal vicino confine nei pressi di Beogorod, e della fascia meridionale che da Lugansk si estende fino a Kershon (con penetrazioni in territorio ucraino dal settore di Rostov e dalla Penisola di Crimea. Di fatto si tratterebbe di un blitz facilitato sul terreno dalle scarse capacità militari di quel che resta dell’esercito ucraino (in parte passato con i russi o i filo russi) mentre sul piano strategico Mosca potrebbe avvantaggiarsi dall’assenza di forze terrestri della Nato nelle immediate vicinanze dell’area delle operazioni. Certo la NATO ha schierato aerei in Bulgaria, Romania, Polonia e Repubbliche Baltiche oltre ad alcune navi nel Mar Nero ma non ha truppe in territorio ucraino consentendo così ai russi di effettuare una rapida puntata offensiva e creare énclaves russe in Ucraina di prossima annessione alla Federazione Russa senza doversi confrontare sul campo con reparti dell’Alleanza Atlantica.



L’impressione è che in Occidente si tenda a considerare improbabile un’iniziativa militare russa su vasta scala in territorio ucraino, specie dopo le tensioni politiche e le sanzioni economiche  di Usa e Ue determinate dall’annessione della Crimea. Tuttavia è sufficiente esaminare la dottrina strategica russa per comprendere come Mosca consideri una concreta minaccia l’allargamento a est della NATO e ritenga vitale per la sua sopravvivenza militare il controllo del Mar Nero e dell’area ucraina. Una regione vitale più per i russi che per gli europei e proprio questa diversa percezione potrebbe “fare la differenza” lasciando a Mosca un margine di manovra sufficiente a imporre la sua presenza militare in una vasta area territoriale destinata a diventare una sorta di nuova “cortina di ferro”.



Un’ulteriore asse di penetrazione militare russa potrebbe avvenire dal Mar Nero mare nella regione di Odessa con l’obiettivo di garantire uno sbocco costiero alla Transnistria, la repubblica staccatasi dalla Moldova e riconosciuta solo da Mosca rimasta isolata tra il territorio ucraino e della Moldova dopo la “rivoluzione” di Kiev. I russi schierano in quella regione 1.500 militari ma non hanno collegamenti territoriali diretti con la madrepatria.
Gli sviluppi militari determinati dalla debole offensiva di Kiev “contro i terroristi” (video), condotta per ora in un solo settore e con poche centinaia di uomini,  e dalla defezione di alcuni reparti ucraini schieratisi con i russi potrebbe indicare uno scenario in cui l’intervento diretto  di Mosca potrebbe addirittura non risultare necessario. Se le forze ucraine fallissero nel tentativo di riconquistare con le armi le province orientali e meridionali ribelli la loro secessione dal resto del Paese risulterebbe un fatto compiuto senza troppi spargimenti di sangue.

di Gianandrea Gaiani16 aprile 2014,
(con fonte Il Sole 24 Ore)
Foto Reuters
Mappe:  Swedish Defence Research Agency e Yandex

fonte: http://www.analisidifesa.it

Le prossime elezioni europee saranno una batosta per chi parla a vanvera di populismo


 

 

 









Marine Le Pen intervistata da Lilly Gruber a “8 e mezzo”, spiega con linguaggio semplice la sua posizione nei confronti dell’Euro e dell’immigrazione clandestina che sta minacciando l’equilibrio sociale di alcuni paesi europei, Italia in prima fila. L’avanzata del suo partito in Francia, che secondo le previsioni potrebbe risultare primo alle prossime elezioni, è sintomatica della crescente ondata popolare di dissenso verso questa UE sempre più schierata in difesa dei potentati finanziari speculativi e contro le attese legittime dei cittadini.
I rappresentanti istituzionali che insistono nell’ubbidire alla linea politica della Troika, accusando di “populismo” tutti coloro che usano il buon senso e la ragione, si scontreranno con la volontà espressa dalle persone libere da vincoli e condizionamenti ideologici, il cui reale interesse è quello di mantenere il proprio potere personale ed i propri privilegi.



fonte: http://www.lanuovaitalia.eu

Ebola e Tbc sbarcano con gli immigrati


La carenza di controlli sulle navi mette a rischio contagio i militari. Ma la Marina rassicura: "Siamo preparati"


Roma - Tre circolari del ministero della Salute in quindici giorni. L'ultima, martedì. Tutte con lo stesso argomento in oggetto: «Misure di sorveglianza per contrastare la diffusione dell'Ebola».

 
Personale medico assiste sospetti malati di ebola a Conakry, Guinea
E in tutte i toni sono piuttosto allarmati.
Da un punto di vista ufficiale, tali misure sono concentrate sui «punti internazionali d'ingresso»: porti, aeroporti, frontiere. Ma l'operazione Mare Nostrum ha - nella sostanza - esteso questi «punti internazionali d'ingresso» a tutto il Mediterraneo. E in prima linea ci sono gli uomini della Marina militare e delle Capitanerie. Sono loro che accolgono, recuperano, salvano i migranti che a frotte arrivano nella Penisola.
Le loro uniche protezioni sono guanti in lattice e mascherina. Bastano a fermare l'Ebola? Un ufficiale di rango preferisce non scendere in dettagli. «Ci hanno spiegato - dice - che i migranti che soccorriamo non possono essere infetti da Ebola. La malattia ha un'incubazione di 21 giorni. Quindi, quelli che imbarchiamo sui nostri mezzi al centro del Mediterraneo non possono averla. Chi l'ha contratta nei paesi in cui è stata segnalata l'epidemia è già morto prima di imbarcarsi dalle coste libiche».
E se un contagiato l'avesse trasmessa durante il periodo in attesa dell'imbarco, prima di morire? La domanda cade nel vuoto. «Il contagio è improbabile», ripete. «Comunque - aggiunge - il migrante che segnala febbre alta e astenia viene messo subito in isolamento».
Il ministero della Salute, comunque, in chiave anti-ebola chiede alla Marina militare ed alle Capitanerie di imbarcare sulle proprie navi «barelle di alto bio-contenimento»: «Il cui impiego potrebbe essere necessario per il trasporto di pazienti all'interno del territorio nazionale, sui vettori aerei ad ala fissa o rotante».
Ma il problema più serio per gli uomini della Marina non sono i migranti a bordo dei barconi, sono quelli che vengono portati a terra dai mercantili. L'alto numero (in tre giorni ne sono arrivati 6mila) e la mancanza di controlli preventivi operati a bordo delle navi militari, fa di questi migranti un evidente rischio epidemiologico. Insomma, il rischio che qualche migrante possa sfuggire al calcolo probabilistico legato ai tempi d'incubazione dell'Ebola c'è eccome.


Tant'è che il ministero invita l'Enac a informare le compagnie aeree delle «procedure nazionali per l'evacuazione medica ed il trasporto in alto bio-contenimento di persone affette, o sospette di essere affette, da malattie infettive contagiose». Evacuazione medica - precisa la circolare della Salute - che deve essere effettuata anche senza ricorrere ai velivoli dell'Aeronautica militare.
E proprio all'Aeronautica, il ministero della Salute chiede di verificare la possibilità di caricare sui propri mezzi «ambulanze ad alto isolamento in dotazione all'Istituto per le Malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”».
Ma a preoccupare non è solo l'Ebola, che potrebbe non arrivare (sempre per il famoso calcolo probabilistico), ma anche la tubercolosi. Negli ultimi anni la diffusione della Tbc è aumentata di quasi il 50 per cento: da 4 a 6mila casi all'anno. Era stata praticamente debellata negli anni Ottanta, per poi tornare a crescere.
La causa della diffusione è la crescente immigrazione da paesi ad alta endemia. Non solo. La terapia seguita (massicce dosi di antibiotici) sta selezionando ceppi batterici che diventano sempre più resistenti alle cure. E anche questi malati vengono accolti da marinai dotati solamente di guanti in lattice e mascherine.

Pierfrancesco Borgia - Gio, 17/04/2014 - 08:17

fonte: http://www.ilgiornale.it 

IMMIGRATI: CIAMBETTI (VENETO), REGIONI PREOCCUPATE PER SBARCHI








Venezia, 17 apr. (Adnkronos) - ''La Conferenza delle Regioni ha
ben compreso che il governo italiano sta affrontando l'emergenza degli
sbarchi di immigrati in maniera decisamente inadeguata o, come e'
stato detto da un presidente di Regione, in un modo assolutamente
artigianale, con il massimo rispetto per gli artigiani s'intende.
Sottolineo la massima comprensione per gli uomini e donne che in
Sicilia quotidianamente e non senza sacrifici e rischi fanno
l'impossibile per arginare una situazione veramente drammatica che non
per colpa loro sta trasformandosi in tragedia umanitaria''.
L'assessore regionale del Veneto, Roberto Ciambetti, che ha
partecipato al confronto tra la Conferenza unificata Stato-Regioni e
il ministro per gli Affari regionali sul tema dell'immigrazione, non
nasconde tutta la sua ''viva preoccupazione per la maniera
disarticolata con cui il governo sta affrontando un problema che
meriterebbe ben altra organizzazione''.
''Come Regioni - ha detto Ciambetti - avevamo proposto
l'adozione di un provvedimento di emergenza, scartato dal governo il
quale evidentemente non vuole ammettere di trovarsi in aperta
difficolta' davanti a scenari sempre piu' complessi''.
L'assessore veneto svela poi un retroscena indicativo del quadro
in cui si sta operando: ''La difficolta' dell'esecutivo e' emersa in
tutta la sua evidenza quando il Ministero dell'Economia e delle
Finanze ha dichiaratodi non aver ancora analizzato il provvedimento
che il Viminale ci aveva presentato e con il quale andava a finanziare
i Centri di primo soccorso e accoglienza per immigrati: Non potendo
assicurare la copertura dell'atto, il finanziamento ai Cpsa veniva nei
fatti bloccato, ma capirete che colpisce vedere la dicotomia tra due
ministeri chiave su un tema di questo tipo: un ministero dice una cosa
ed e' subito smentito dall'altro. Improvvisazione? Dilettantismo? Non
lo so. Questo e' solo uno degli esempi degli intoppi che segnano la
catena di comando, intoppi che Veneto e Lombardia hanno sottolineato
in tutta la loro gravita'''. (segue)

 (Red-Dac/Col/Adnkronos)
17-APR-14 17:22






IMMIGRATI: CIAMBETTI (VENETO), REGIONI PREOCCUPATE PER SBARCHI (2) =
(Adnkronos) - L'assessore e' stato protagonista anche nei giorni
scorsi della protesta per lo smistamento nel territorio di piccoli
nuclei di immigrati avvenuto senza alcuna informativa alle istituzioni
locali, creando disagi e acuendo tensioni: ''Il problema dell'ordine
pubblico non e' di competenza delle Regioni come non lo e' la gestione
dell'emergenza. Personalmente penso che il Ministero degli Interni
dovrebbe comunque avere molta piu' attenzione verso le esigenze e i
problemi dei Comuni''.
''Non si puo' spedire in un piccolo centro dei contingenti di
immigrati alla chetichella, coinvolgendo associazioni e onlus ma non i
sindaci - ha concluso Ciambetti - Noi, come Regioni, chiediamo di
essere coinvolti per la parte medico-sanitaria: le preoccupazioni su
questo fronte sono molte, perche' le analisi e visite mediche, e su
questo spero siamo tutti d'accordo, vanno effettuate da strutture
adeguate e specializzate. Occorrono sicuramente risorse adeguate anche
da un punto di vista finanziario e la situazione va governata. Come
Regioni, per gli aspetti di nostra competenza, appunto la sanita', non
ci tiriamo di certo indietro. Niente allarmismi, ma l'improvvisazione
con cui si sta affrontando questa situazione non puo' non
preoccupare''.
(Red-Dac/Col/Adnkronos)
17-APR-14 17:22
fonte: http://www.regioni.it

Magistrati contro tagli dei loro stipendi: “iniziativa grave e mortificante”








Roma, 17 apr. – L’Associazione nazionale magistrati, a fronte degli annunciati tagli degli stipendi nei riguardi di alcune categorie del settore pubblico, denuncia “la gravita’ di una eventuale iniziativa unilaterale del governo che, senza alcun confronto con le categorie interessate e in via d’urgenza, procedesse a una riduzione strutturale delle retribuzioni”.
La magistratura, “consapevole delle forti difficolta’ che investono vasti strati della popolazione, non vuole sottrarsi all’impegno di solidarieta’” ma “la redistribuzione delle risorse deve avvenire in modo equo, a parita’ di capacita’ contributiva, e dunque con strumenti di natura fiscale, e non con soluzioni inaccettabili, che incidono unicamente su una parte del pubblico impiego, senza colpire gli evasori, le grandi rendite e le retribuzioni del settore privato”.
I ventilati tagli degli stipendi di alcune categorie del settore pubblico rappresentano “una penalizzazione economica” che “finirebbe col colpire anche retribuzioni medie, onnicomprensive e assai distanti dai livelli sui quali spesso insistono i mezzi di informazione, determinando una mortificazione della categoria, tale da dequalificare in prospettiva la magistratura, non piu’ in grado di attrarre le migliori professionalita’”, dice l’Associazione nazionale magistrati.
L’Associazione, “nel ricordare i principi costituzionali che assistono la retribuzione dei magistrati come garanzia dell’autonomia e indipendenza della giurisdizione, rileva che il taglio delle retribuzioni sarebbe addirittura uno dei primi interventi del nuovo esecutivo nel settore della giustizia, che vede i magistrati sottoposti a un gravissimo e crescente carico di lavoro e di responsabilita’, a causa dell’insostenibile carenza di risorse materiali e di personale amministrativo, dell’inadeguatezza degli strumenti processuali e della conseguente lunghezza delle cause civili e penali”. (AGI) .



I piani renziani su Finmeccanica





I piani renziani su Finmeccanica




Gli auspici di Burlando, le intenzioni di un nuovo membro del cda in quota Renzi e le ricostruzioni giornalistiche delineano un cambiamento di strategia sul settore dei trasporti da parte del governo per il gruppo partecipato dal Tesoro
Proseguire o fermare la vendita delle controllate nei trasporti del gruppo Finmeccanica che produce il 91% dei ricavi nell’aerospazio civile e militare?
Questa è la domanda principale sul nuovo capo azienda di Finmeccanica, Mauro Moretti, nominato dal governo Renzi al posto di Alessandro Pansa.
CHE COSA PENSA IL PD
Per conoscere la risposta occorre capire le intenzioni del Pd. Qualche informazione si può rintracciare dalla direzione del Pd del 13 febbraio, quando il Pd decretò la defenestrazione di Enrico Letta da Palazzo Chigi issando il neo segretario Matteo Renzi alla presidenza del Consiglio. Ecco quanto scrisse Formiche.net dopo aver seguito la direzione del Pd: “Un intervento trascurato dai media è stato quello del governatore della Liguria, Claudio Burlando, già ministro dei Trasporti. Burlando, ora renziano doc, non ha parlato di riforme istituzionali e di legge elettorale per giustificare la defenestrazione di Letta. No, ha parlato di questioni e dossier di cui nei talk show non si discute e sui quotidiani di carta meritano qualche box nelle pagine di economia. Ha parlato tra l’altro – come esempio della stasi da superare – di come trovare sinergie tra Eni, Enel e Ansaldo Energia, per dare una prospettiva alla società che è passata dal controllo di Finmeccanica a quello della Cdp in attesa di un futuro ancora indefinito: Finmeccanica aveva una intesa con i coreani di Doosan, la Cdp non esclude di portarla in Borsa o comunque di cercare altri partner. Non solo: Burlando ha anche accennato a un altro dossier a lui caro, il futuro di un’altra società pubblica, Ansaldo Breda, che Finmeccanica intende dismettere”.
L’ARTICOLO DI REPUBBLICA
“Non ci sarà più l’addio al settore trasporti, così come previsto dal Piano industriale dell’amministratore delegato uscente Alessandro Pansa, ma il possibile rilancio di un polo nazionale del settore”, scrive oggi il quotidiano la Repubblica in un articolo di Massimo Minella e Luca Pagni. Dunque, niente uscita dal business ferroviario, con la cessione di Ansaldo Breda e Ansaldo Sts, ma il loro recupero industriale attraverso un partner internazionale. Guardando, con tutta probabilità alla Cina: “Tornerebbe in auge – aggiunge Repubblica – la proposta avanzata nel febbraio scorso dai due colossi dei trasporti cinesi, China Cnr e Insigma, a quanto pare disponibili a salvaguardare gli stabilimenti”.
LE PAROLE DEL RENZIANO LANDI
Fabrizio Landi, uno dei nuovi membri del cda del gruppo Finmeccanica nonché uno dei consiglieri più ascoltati del presidente del Consiglio, ha le idee chiare e le ha esternate: “Chiederò a Moretti di rivedere la questione della vendita di Ansaldo Breda alla luce di una verifica approfondita che nessuno meglio di lui può fare”, ha detto al quotidiano locale Corriere Fiorentino. Fiorentino come Renzi, Landi ha lavorato a lungo per la divisione biomedicale di Ansaldo a Genova.
LE ASPETTATIVE DELLA TOSCANA
Toscana, del resto, è il cuore di tutta la vicenda, ricorda Repubblica. Ansaldo Breda, specializzata nella fabbricazioni di treni e locomotori e fornitore del Frecciarossa, da anni con i conti in perdita, ha la sua sede a Pistoia. Ed è la principale fonte di sostentamento economica della città: “Tanto è vero che contro la vendita si è schierato il Pd, partito che in questi anni ha sempre sostenuto Moretti. Un fronte che ha un esponente di peso nel governo, come il ministro della Difesa Roberta Pinotti”, scrivono Luca Pagni e Massimo Minella.
GUIDI E PADOAN IN RETROMARCIA?
Eppure nel piano dell’ad uscente di Finmeccanica, Alessandro Pansa, e dei manager della prima linea presentato alla comunità finanziaria un mese fa la strada maestra era tracciata ed era stata approvata dai ministri dello Sviluppo, Federica Guidi, e dell’Economia, Pier Carlo Padoan, i quali, lo stesso giorno, hanno firmato un comunicato congiunto. Nella nota i due ministri hanno “condiviso” la strategia di concentrazione nei settori aerospazio, difesa e sicurezza affermando che “il deconsolidamento delle attività nei trasporti deciso da Finmeccanica rappresenta un elemento essenziale per il successo di tale piano”.
Guidi e Padoan hanno cambiato idea?

 Michele Arnese - 17 aprile 2014

fonte: http://www.formiche.net

Video rivela il più grande e pericoloso raduno di Al Qaeda da anni: «Dobbiamo eliminare la croce»



 
al-qaeda-video-usa-cristiani2 



Nel video diffuso su internet, e sconosciuto a Cia e Pentagono, il numero due di Al Qaeda dichiara: «Il portatore della croce è l’America»

 Un video circolato su diversi siti jihadisti nei giorni scorsi ha rivelato che in Yemen ha avuto luogo di recente il più grande e pericoloso raduno di membri di Al Qaeda da anni a questa parte. La Cnn ha riportato ieri che, «stranamente», né la Cia né il Pentagono ne erano informati e ora stanno studiando il video per ottenere più informazioni.
«ELIMINARE LA CROCE». Nel filmato il numero due dell’organizzazione terroristica, Nasir Al Wuhayshi, saluta più di 100 terroristi e li ringrazia «per i rischi che avete affrontato per essere qui». Parlando al gruppo, afferma che «dobbiamo eliminare la croce e il portatore della croce è l’America».
Secondo la Cnn si tratta di «un video straordinario: l’intelligence statunitense dovrebbe rimanere sorpresa dal fatto che un così grande gruppo di Al Qaeda, inclusi i suoi leader, è in grado di riunirsi senza che lo vengano a sapere».

al-qaeda-video-usa-cristiani 

OCCIDENTE E CRISTIANITÀ. Le parole del leader di Al Qaeda, inoltre, confermano una concezione che collega Stati Uniti e Occidente alla cristianità, considerando i primi rappresentanti della seconda e viceversa e mettendo così in serio pericolo i cristiani di tutto il mondo. Spesso in nome della guerra santa chiese e gruppi cristiani vengono attaccati dai terroristi in tutto il mondo con lo scopo di colpire l’Occidente.
Quando i talebani hanno ucciso con un attentato kamikaze circa 100 cristiani fuori dalla chiesa di Tutti i santi di Peshawar, in Pakistan, rivendicando l’attacco hanno dichiarato che «se gli Stati Uniti non smetteranno di attaccare con i droni, continueremo a vendicarci sui cristiani e sulle chiese in Pakistan».

aprile 17, 2014 Leone Grotti
fonte: http://www.tempi.it 


Ucraina sull'orlo di una guerra civile, anche la Nato in allerta







 

 

I filorussi "prendono" Donetsk, Kiev invia le truppe. Domani colloqui a Ginevra


Si fa sempre più tesa la situazione in Ucraina e cominciano a spirare più forte i venti di una guerra civile nel paese. Le truppe di Kiev sono entrate nella città orientale di Kramatorsk il giorno dopo l’inizio dell’operazione lanciata per riconquistare le aree occupate dai separatisti anti-governativi. I militari sarebbero però stati bloccati dai civili e, secondo alcune informazioni, si sarebbero rifiutati di sparare contro “il proprio popolo”. Nella città di Donetsk, nel frattempo, uomini armati filo-russi prendevano il controllo dell’ufficio del sindaco. Intanto la Nato ha annunciato l’intenzione di rafforzare le difese dei suoi membri orientali. In qualità di ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Koval si è diretto verso l’est del paese per monitorare l’andamento della “operazione antiterrorismo” annunciata martedì dal presidente in carica, Olexander Turchynov. Il primo ministro ad interim, Arseniy Yatsenyuk, ha inoltre invitato la Russia a “smettere di sostenere i terroristi in Ucraina”. La crisi nel paese ha subìto una decisa impennata questo mese dopo che i ribelli filo-russi hanno sequestrato edifici in circa dieci città, chiedendo maggiore autonomia o un referendum sulla secessione. Decine di migliaia di soldati russi sono ammassati ai confini dell’Ucraina da quando la Russia ha preso il controllo della Crimea il mese scorso, a seguito di un controverso referendum.

A Bruxelles, il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha promesso “più aerei in aria, più navi in acqua e più esercito sulla terra”, e ha invitato la Russia a mettere in chiaro che non ha intenzione di “sostenere azioni violente delle milizie armate o dei separatisti filo-russi in Ucraina orientale”. Giovedì a Ginevra si terrà un atteso incontro tra diplomatici russi, Unione europea, Stati Uniti e Ucraina. Gli Stati Uniti hanno anche annunciato di stare “pensando seriamente” di aggiungere ulteriori sanzioni a quelle già inflitte dopo l’annessione della Crimea.




Intanto il presidente russo, Vladimir Putin, punta l’indice contro Kiev e accusa il governo di portare il paese sull’orlo di una “guerra civile”. Nel corso di una conversazione telefonica con la Cancelliera tedesca Angela Merkel, i due leader hanno parlato del “percorso anticostituzionale di reprimere con la forza le proteste” in atto nella zona orientale del paese. Il riferimento è all’offensiva lanciata da Kiev nella regione di Donetsk per recuperare le posizioni di controllo acquisite dai separatisti filo-russi. E l’arrivo di truppe dell’esercito ucraino a Kramatorsk, città strategica non lontana da Donetsk, sta provocando un ulteriore innalzamento della tensione. Anche perché, spiegano i media russi, a difesa dei separatisti e contro le operazioni del governo ucraino si starebbe schierando parte della cittadinanza. Gli equipaggi di sei blindati ucraini, riferisce la Ria Novosti, avrebbero dismesso l’uniforme nazionale per sposare la causa dell’adesione a Mosca. A sua volta, il primo ministro Yatsenyuk, nel corso di una riunione di governo, avrebbe accusato Mosca di voler erigere un “nuovo muro di Berlino” riportando così il mondo all’epoca della “guerra fredda”. 


- 16 aprile 2014  
 
 fonte ilVelino/AGV NEWS Roma

16/04/14

Allarme sicurezza, lettera shock di un albergatore: "Situazione nel baratro, perdiamo clienti"










SOLO A PISA ????


Il titolare dell'Hotel La Pace, situato in zona stazione a Pisa, ha scritto una lunga lettera alle autorità cittadine in cui descrive una giornata tipo, tra risse, spaccio, ubriachi, urina e rifiuti




Una lunga lettera recapitata al sindaco, al questore, al prefetto, al comandante dei Carabinieri, a quello della Polizia Municipale e per conoscenza anche all'Asl. Il tema, come si legge nell'oggetto, è 'Emergenza sicurezza e igiene Viale Gramsci Galleria B'. A scriverla è Andrea Romanelli, titolare dell'Hotel La Pace collocato proprio in zona stazione, un'area al centro di polemiche per la situazione di degrado che è presente.
La riportiamo integralmente perchè solo una lettura completa rende l'idea dello stato d'animo con cui questo albergatore si è deciso a scrivere alle autorità cittadine per chiedere una inversione di rotta.
"Illustrissimi signori,
sono Andrea Romanelli, titolare dell’Hotel La Pace situato nella Galleria B di Viale Gramsci; la mia famiglia gestisce questo Hotel da 4 generazioni, ma mai come adesso la situazione è diventata insostenibile e fortemente preoccupante. Molte volte, unitamente agli altri commercianti e abitanti della nostra zona, abbiamo scritto esposti, inviato segnalazioni ai giornali etc … per accendere i riflettori sui disagi della nostra zona (Spaccio, degrado, sporcizia, delinquenza, accattonaggio etc …), riconosco che talvolta sono anche state prese delle contromisure pattugliando la zona con più frequenza e con più risorse, cosa della quale non abbiamo mai mancato di essere riconoscenti scrivendo anche sui giornali; purtroppo però questi maggiori controlli sono sempre durati solo pochi giorni e la situazione è sempre precipitata nuovamente nel baratro.

La presenza, quasi continua, di una pattuglia della Polizia su Piazza della Stazione non ci ha portato nessun beneficio, talvolta per la loro presenza solo di mattina, orario nel quale né spacciatori, né vagabondi ubriaconi sono in giro e, talvolta, perché se gli agenti rimangono nei dintorni dell’auto, nei vicoli adiacenti si continua tranquillamente a delinquere.
Non voglio assolutamente discutere l’operato degli agenti di PS o dei Carabinieri, ai quali telefono personalmente quasi tutti i giorni più volte il giorno, in quanto gli operatori, nei limiti del possibile, sono sempre molto gentili e inviano la pattuglia per un controllo quasi sempre, peccato che dopo il controllo la situazione torni come prima se non peggio.

Non so se la situazione Vi sia chiara e provo a descrivere una giornata “tipo della galleria”: intorno alle ore 9:00 aprono i minimarket davanti all’hotel, quello situato davanti alla stazione, quello su Via Mascagni ed il phone center sempre in galleria B, già dalle ore 10:00, tutti i giorni, e fino alle ore 14, arrivano i primi zingari che si riforniscono di cibo e birra al minimarket davanti all’hotel, si siedono in terra davanti al nostro ingresso e davanti alle porte dei nostri uffici ed iniziano a bere, mangiare, fumare, urlare, talvolta picchiare le loro donne e, ovviamente, lasciano tutti i rifiuti (bottiglie avanzi di cibo, tappi, mozziconi di sigaretta, cartacce etc …) davanti a noi; io stesso, oppure i miei collaboratori, siamo costretti ad uscire più volte al giorno per avere al nostro ingresso un senso di minimo decoro e pulizia. Per non parlare di quando adesso, a inizio stagione, arrivano i nuovi zingari e quotidianamente nel tratto compreso tra la stazione e la nostra galleria, borseggiano i turisti venendo sotto la galleria a gettare portafogli vuoti, ricettare quanto rubato etc… Spesso abbiamo denunciato l’ingresso direttamente in hotel, seguendo i turisti, per derubarli e, una volta che abbiamo chiuso le porte con le zingare dentro che avevano appena rubato un portafoglio ad un nostro
cliente, ci è stato ordinato di riaprire subito per evitare una denuncia di sequestro di persona, scatenando l’ira, nonché sorrisi di scherno, da parte dei turisti increduli.
Continuando con quello che accade quotidianamente, poco dopo gli zingari, arrivano gli spacciatori tunisini, ai quali vanno aggiunti i nuovi di colore, che ricevono i loro clienti proprio davanti al nostro albergo o all’ingresso della galleria su Via Mascagni, e spacciano droghe di tutti i generi fino a sera, senza farsi mancare litri di birra e, ovviamente, lasciando lo sporco in terra, tanto sanno che ci siamo noi a pulire.
Non è difficile, durante le ore diurne, vedere spacciatori che sniffano davanti a noi, giovani tunisini che si preparano spinelli entrando con tutto il necessario in mano dentro il phone center o dentro il minimarket, per poi fumare tranquillamente appoggiati sempre alle vetrine del phone center fino, quasi, a far credere che tutto ciò sia diventato legale; peccato che tutto ciò che sto descrivendo, ampiamente dimostrabile con foto e video, accada davanti agli occhi atterriti dei pochi clienti che ancora riusciamo ad avere i quali, una volta entrati, spesso ci chiedono se la zona sia sicura oppure si rifiutano di uscire per paura di essere aggrediti.

Non più tardi di 2 giorni fa, mentre ero personalmente di turno alla reception, sono arrivati 2 turisti di nazionalità americana che avevano prenotato una camera matrimoniale per 6 notti, posso giurare che non sono voluti neanche salire in camera ma, molto gentilmente, mi hanno chiesto quanto era per il disturbo e mi hanno chiaramente detto di voler cambiare albergo in quanto non avrebbero passato un momento di più in una zona così sporca, degradata e rischiosa; secondo voi cosa dovevo rispondere? In termini economici per noi è stata una perdita pari a € 540,00 che nessuno mi ridarà e, posso garantirvi che di queste scene ne
accade almeno una a settimana se non di più.

Se volete avere un riscontro, vi invito a leggere le recensioni del nostro hotel su tripadvisor, così come quelle degli altri hotel della zona, potrete rendervi conto di quante brutte cose i turisti scrivono sulla nostra zona, dalla paura ad uscire, all’odore di orina, alle brutte facce che frequentano la galleria, alle situazioni di spaccio viste con i propri occhi e molto altro; danneggiando così, oltre che la nostra città, la reputazione delle nostre aziende ed essendo che oggi oltre il 70% dei turisti prima di prenotare legge le recensioni, lascio a voi trarre le conclusioni.
Nel mio caso particolare posso dirvi che negli ultimi 2 anni abbiamo avuto un calo drastico di presenze e fatturato, dal 2013 ad oggi sono stato costretto a ridurre il personale dipendente di 5 unità, in quanto non avevo più le risorse per garantire loro uno stipendio; siamo costretti, soprattutto in bassa stagione, a vendere a prezzi simili agli ostelli pur di vendere qualche camera e se a tutto questo aggiungiamo anche la cattiva reputazione che si sta generando online, il tracollo o peggio la chiusura della struttura, saranno inevitabili.



Tornando ai problemi che viviamo quotidianamente, Vi segnalo nuovamente la signora senegalese che ogni giorno intorno all’ora di pranzo arriva su Via Mascagni, con la sua fiat “Tipo”, e dalla bauliera apre un grande contenitore in plastica cominciando a servire porzioni di cous cous a pagamento, ma senza ricevuta, a tutti i tunisini, senegalesi e altri che vagano nei dintorni; state tranquilli che tocca sempre a noi ripulire i contenitori di alluminio e le posate in plastica che dopo aver mangiato vengono abbandonate per terra o dentro la galleria.
Ma dopo aver mangiato e bevuto cosa manca? Ovviamente i bisogni fisiologici, oramai via Mascagni e Via Catalani, sono dei vespasiani a cielo aperto, si vedono persone con i pantaloni calati tranquilli fare i loro bisogni tra le macchine parcheggiate oppure al nostro ingresso posteriore, situato su Via Mascagni, da dove in teoria dovrei far entrare le merci destinate all’hotel tra cui le scorte di prodotti alimentari; se mai vi capitasse di passarci davanti vi prego di notare che l’alluminio delle porte è stato corroso dall’urina ed il cattivo odore si estende fin dentro il nostro albergo. Siamo messi così male che facciamo pena anche agli operatori ecologici della cooperativa AVR, i quali, quando possono, ordinano una vera e propria disinfezione del nostro ingresso posteriore, peccato che dopo un’ora si possono già notare i nuovi bisogni di questi cari signori.
Infine segnalo le risse che avvengono ogni giorno tra ubriachi, barboni, tossicodipendenti, tunisini anche brandendo coltelli che fanno sbucare da ogni dove o rompendo le bottiglie che trovano abbandonate per terra; di questo ci sono varie denunce effettuate anche dal sottoscritto.

Io mi rimetto a voi, illustrissimi signori, voglio solo essere messo in condizione di poter lavorare, così come i pochi commercianti italiani rimasti in zona, vorrei rivedere la serenità degli abitanti della galleria, vorrei riveder passare le famiglie come una volta ma soprattutto vorrei riavere qualche cliente felice di essere stato da noi, poter vedere apprezzamenti sulla nostra location per la vicinanza ai trasporti ed al centro e non sempre e solamente lamentele.
Vi invito tutti a prendere un caffè nel nostro albergo per poter vedere con i vostri occhi quello che noi viviamo ogni giorno.
Leggo spesso sui quotidiani che i minimarket non potrebbero somministrare bevande e sono pronto a garantirvi che, almeno quello situato davanti a noi, vende esclusivamente birre, ma qualora fosse regolare tutto ciò, non trovo comunque regolare che le bottiglie vengano abbandonate davanti al nostro ingresso o tantomeno doverle rimuovere io personalmente; per la civile convivenza anche i titolari di queste attività dovrebbero rispettare qualche regola; chiedo l’aiuto e l’intervento dei vigili urbani, affinché quando passano dalla galleria e rilevano situazioni di questo genere, possano intervenire e provare a debellare questo
degrado che oramai contraddistingue la nostra galleria.

Per opportuna conoscenza allego alcune immagini scattate dal mio ufficio e mi auguro che vogliate darmi un rapido riscontro al fine di far ritrovare la serenità a tutti noi, commercianti, residenti e soprattutto ai turisti che portano risorse e benessere nella nostra città.
A Vostra disposizione per qualsiasi confronto o chiarimento in merito alla questione, l’occasione mi è gradita per porgere i miei ben distinti saluti".

16 aprile 2014

fonte : http://www.pisatoday.it

Artico, le pretese russe aprono a una nuova guerra «fredda»





La Russia è il piú vasto Paese del mondo. I suoi interessi geopolitici si dipanano s’uno spazio che va dalle coste del mar Baltico a quelle del Pacifico, dai ghiacci del polo nord alle steppe dell’Asia centrale. Una tale ampiezza impone a Mosca di pensare e agire su piú fronti contemporaneamente. Cosí, mentre il resto del mondo è concentrato su quanto avviene in Crimea, il gigante eurasiatico, in totale silenzio, muove alcuni significativi passi verso un altro terreno di conquista: l’Artico. Sul finire del 2013, balzava agli onori della cronaca la vicenda dell’Arctic Sunrise, l’imbarcazione di Greenpeace che il 19 settembre 2013 ha portato 30 attivisti (tra cui un italiano, Christian D’Alessandro) a protestare di fronte a una piattaforma di Gazprom contro i danni all’ambiente provocati dalle trivellazioni petrolifere nelle gelide acque del profondo Nord. Per le modalità dell’azione, quella degli «Arctic 30» non è stata diversa dai tanti blitz che negli anni hanno caratterizzato l’attività di Greenpeace. Di diverso, stavolta, c’era l’obiettivo: quella gigantesca piattaforma, fissata al fondale del mar di Barents, non era semplicemente una piattaforma energetica qualunque, bensí il simbolo d’una guerra non dichiarata per la conquista dell’Artico.

La militarizzazione crescente

Dacché, nel 2011, Putin ha annunciato che «la Russia espanderà la propria presenza nell’Artico» e difenderà «con forza e con decisione» i propri interessi, perché «da un punto di vista geopolitico i [suoi] interessi nazionali piú vitali sono legati all’Artico», le notizie in merito a un progressivo rafforzamento della presenza militare russa nell’estremo Nord si sono susseguite a cadenza quasi mensile.
Se guardiamo solo gli ultimi sei mesi, notiamo che nel settembre 2013 i russi hanno riaperto una vecchia base sovietica sulla maggiore delle isole della Nuova Siberia. In ottobre, alcune unità di ricognizione russe hanno effettuato una serie di missioni di formazione sulla penisola di Kola, nel quadro d’un programma sperimentale che simula il combattimento in terreno montagnoso delle regioni polari. In dicembre, è stato riattivato un aerodromo situato sull’isola Kotel’nyj, la piú grande presente nel mare della Siberia orientale. Nel febbraio di quest’anno, la Russia ha annunciato la prossima creazione d’un distretto militare ad hoc per la tutela degl’interessi nazionali russi nell’Artico. E pochi giorni fa, infine, le autorità militari di Mosca hanno diffuso la notizia che quattro bombardieri strategici Tupolev Tu-95MS pattuglieranno «H24» i cieli della regione.

Le rivendicazioni della Russia

La ragione di tanto attivismo da parte russa sta in un semplice fatto. Alla fine dell’anno, i Paesi membri del Consiglio artico dovranno presentare un dossier alle Nazioni Unite in merito alle proprie rivendicazioni sulle gelide acque polari. In attesa di presentarne uno proprio per il 2015, il Cremlino sta dislocando in zona un nutrito numero d’armi e soldati, e coll’approssimarsi della scadenza s’accelerano anche le operazioni di dispiegamento. Questo perché le pretese dei vari Stati andrebbero tutte a scapito proprio della Russia, che dell’Artico aspira alla fetta piú grande.
Le rivendicazioni avanzate dai russi sull’Artico si basano sull’argomento che le dorsali di Lomonosov e Mendeleev, due giganteschi crinali che corrono sotto l’oceano Artico, costituirebbero l’estensione della piattaforma continentale della Siberia. Inoltre, Mosca si spinge con le proprie pretese fino al polo nord. Ora, secondo la Convenzione internazionale del mare del 1982 — che considera l’Artico come un’area su cui nessun Paese può vantare pretese territoriali — la sovranità e i diritti di sfruttamento sono estesi fin dove si dimostra che il fondale marino rappresenta un’estensione geologica ininterrotta rispetto alla costa.
Queste dorsali, tuttavia, s’estendono troppo lontano dalla piattaforma continentale per giustificare la rivendicazione russa al di là delle 200 miglia della sua Zona economica esclusiva, mentre anche altri Paesi (in particolare Norvegia e Canada) rivendicano il controllo della stessa zona. L’obiettivo dei russi è perciò di dimostrare la continuità delle due dorsali con la propria piattaforma continentale, cosí da legittimare di fronte alle Nazioni Unite il proprio diritto di sfruttamento sull’Artico. Numerose spedizioni scientifiche russe negli ultimi anni hanno cercato di determinare con certezza questo dato. Memorabile, poi, l’operazione con cui, nel 2007, i sommergibili russi piantarono una bandiera sui fondali del polo. I media ne parlarono nei toni d’un’impresa goliardica, ma di fatto l’iniziativa di Mosca creò una nuova fonte di tensione internazionale, in modo apparentemente improvviso.

7 aprile 2014

fonte: http://thefielder.net