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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

19/05/18

La mafia dei funzionari Onu che assistono i profughi





Il Sudan ospita 1,2 milioni di rifugiati e richiedenti asilo provenienti quasi tutti da altri stati africani, dalla Siria e dallo Yemen. Molti aspirano a trasferirsi altrove, per lo più in un paese occidentale. Ma sono pochi ogni anno quelli che ottengono l’autorizzazione a partire. Per accelerare le procedure di registrazione e riallocazione molti sono disposti a pagare e nello staff dell’Acnur c’è chi ne approfitta. I profughi a Khartum dicono che accelerare la pratica costa circa 15.000 dollari a persona. Riallocare un’intera famiglia costa da 35.000 a 40.000 dollari, denaro che di solito viene fornito da parenti residenti in Europa o altrove. La mazzetta va a una organizzazione che comprende mediatori e personale Acnur. “La chiamiamo mafia – dicono i profughi – quei dipendenti dell’Acnur dovrebbero prendersi cura di noi e invece pensano solo a se stessi”. Soprattutto dovrebbero essere imparziali e invece favoriscono chi è disposto a pagare a scapito di chi non ne ha i mezzi. Non succede solo in Sudan. L’Ispettorato generale dell’Acnur nel 2017 ha ricevuto complessivamente quasi 400 denunce di frodi, oltre che di abusi e sfruttamento sessuale, che nella metà dei casi sono risultate fondate. Tuttavia molte delle persone accusate di corruzione in Sudan risultavano ancora dipendenti dell’Acnur nel febbraio del 2018. Il fenomeno non è neanche recente. Analoghe accuse di corruzione ricorrono nel tempo. In Kenya, ad esempio, nel 2001 era stato scoperto un racket che estorceva denaro ai profughi e guadagnava milioni di dollari: dai 25 dollari per entrare in un campo Acnur locale fino a una cifra che andava da 1.000 a 4.000 dollari per la pratica di riallocazione. Secondo un ispettore Acnur, Frank Montil, tutti sanno di queste pratiche, ma nessuno ne parla.

17/05/18

Ue a gamba tesa sul negoziato di governo





Ue a gamba tesa sul negoziato di governo E poi dicono che gli “eurocrati” dell’Unione europea non diano una mano ai governi nazionali degli Stati membri. Nascenti o in carica che siano. È accaduto ieri che, nel pieno di una crisi da impasse della trattativa Lega-Cinque Stelle sul “contratto di governo”, quando sembrava che tutto dovesse naufragare in nulla di fatto, giunge da Bruxelles l’impulso provvidenziale a infondere il giusto entusiasmo nei diretti interessati nostrani affinché intensifichino il confronto in vista di una soluzione positiva alla crisi.
È bastato che, quasi all’unisono, ben tre Commissari europei dicessero la loro sulla situazione italiana, con tanto di toni ammonitori e moralistici, che sia Matteo Salvini sia Luigi Di Maio, ricordassero a se stessi perché sono lì e chi ce li ha messi. E per fare cosa. Nell’ordine, da Bruxelles hanno parlato: Valdis Dombrovskis, vice presidente della Commissione Ue, l’altro vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen e, infine, Dimitris Avramopoulos, commissario europeo per gli Affari interni, Migrazioni, e Cittadinanza. Un lettone, un finlandese e un greco. Come l’incipit di una barzelletta: la sai quella del...? Il trio però non scherzava ma era laconicamente serio quando in perfetta sequenza ha dichiarato, il primo, che l’approccio del nuovo Esecutivo italiano deve riguardare la riduzione del debito; il secondo, che le regole del patto di stabilità e crescita si applicano a tutti gli Stati membri dell’Ue e non risulta che vi siano richieste di modifiche della normativa vigente; il terzo, che col nuovo governo da Roma non vi siano cambiamenti sulla linea della politica migratoria. Una tripletta di diktat che non poteva non mandare su tutte le furie i leader impegnati nella trattativa e, con loro, un’ampia parte di italiani i quali si saranno sentiti ancor più confortati nella scelta fatta di votare partiti che mostrino di non voler calare le brache davanti alle intromissioni indebite degli “eurocrati”.
Servivano le loro considerazioni inappropriate per dare una scossa politica e psicologica al clima stagnante che si era generato dopo la brusca frenata di Salvini di ieri l’altro. Non c’è nulla da fare: per quanti sforzi si facciano in patria di rappresentare al meglio il volto positivo di questa Europa che tanti problemi ha creato agli italiani, c’è sempre qualcuno a Bruxelles, che sia un greco, un lettone o un finlandese, pronto a straparlare per fare incazzare non questo o quel personaggio della politica, ma una nazione intera. Lo dimostra il fatto che anche le altre forze politiche, che si preparavano a sparare a palle incatenate sull’impasse del duo Salvini-Di Maio, sono state costrette a una momentanea tregua per stigmatizzare l’indebita intromissione dei commissari europei. Segno che a Bruxelles proprio non ce la fanno a comprendere un concetto peraltro semplice: oltre ai numeri e ai conti esiste una cosa che si chiama dignità. È pur vero che sette anni di governi tecnici e del centrosinistra, con la loro naturale attitudine a piegare la testa verso i poteri sovraordinati, a sentirsi a proprio agio nel ruolo di fanalino di coda di una comunità di Stati, ci avevano fatto dimenticare cosa fosse la dignità di un popolo. Ma oggi, e dovrebbero farsene una ragione anche a Bruxelles e nelle cancelliere europee che contano, la musica è cambiata. Sarà colpa anche di quell’eccentrico di un Donald Trump e del suo motto “America first” che pure dalle nostre parti si è cominciato a pensare che “Prima gli italiani” potesse essere una buona sintesi per un programma di governo.
Ora non sappiamo se, alla fine, leghisti e pentastellati ce la faranno a trovare la quadra sul “contratto”, troppo grandi continuano a essere le distanze tra i due partiti. Tuttavia, se il tentativo andrà in porto lo si dovrà anche all’uscita infelicissima del trio dei commissari.
Se un governo giallo-verde vedrà la luce a Roma, a Bruxelles vi saranno fiori e cioccolatini per un lettone, un finlandese e un greco. Un biglietto accompagnerà i cadeau. E conterrà il seguente messaggio: “Cari Valdis, Jyrki e Dimitris, grazie infinite per il vostro intervento, carico di spocchia e supponenza, negli affari interni del nostro Paese. Senza di voi non ce l’avremmo fatta a trovare l’intesa per stare insieme. Senza di voi avremmo corso il rischio di sottovalutare le ragioni per le quali è necessario venire a Bruxelles non a battere, semplicemente e inutilmente, i pugni sul tavolo, ma a rovesciarvelo addosso quel maledetto tavolo che avete trasformato in cattedra dalla quale impartirci lezioncine morali su come ci si deve comportare per stare al mondo. A presto ricambiare il piacere che, forse inconsapevolmente non importa, ci avete reso. Con simpatia tra poco vostri, Matteo e Luigi”.

15/05/18

Gambe corte e naso lungo





Gambe corte e naso lungoEsattamente ciò che si sospettava, la smania di potere, di superiorità su tutti, l’incoerenza e la tanta, troppa demagogia hanno fatto il loro corso. Del resto cosa poteva nascere dall’incontro forzato fra due politiche alternative che si sono sempre combattute senza sottrazione di critiche e che oggi fanno finta di niente pur di unirsi per governare.
Il contratto tra Lega e Movimento Cinque Stelle, infatti, è un’altra eresia perché la strada di un Esecutivo durante la legislatura è talmente piena di variabili che contrattualizzare i temi, con vincoli e penali, francamente suscita il sorriso.
Oltretutto l’Italia non è la Germania e i pentastellati farebbero bene a studiarsi la costituzione e l’architettura istituzionale di quel Paese prima di parlare a vanvera sulle similitudini. Come se non bastasse, sta uscendo fuori un programma finale di governo che non è né carne né pesce; insomma è una poltiglia miscelata che sa di poco o niente, che costerà un botto e costituirà problemi e difficoltà. Per farla breve un pataracchio, così come un pataracchio è stato tutto ciò che è accaduto dal 4 marzo in poi, un crescendo di errori da una parte e dall’altra da far impallidire il teatro della satira.
Con tutto il rispetto possibile e dovuto, persino il capo dello Stato si è lasciato trascinare perché l’unica via maestra avrebbe dovuto essere quella dell’incarico immediato alla coalizione vittoriosa e arrivata prima alle urne, il centrodestra, per consentire la verifica di una piena maggioranza parlamentare. Ecco perché citare Einaudi serve solo a rendere più plastiche e marcate le differenze fra tutto e tutti di ora con allora.
Adesso resta la speranza e l’auspicio che seppure a dispetto dei Santi, perché l’unione fra Lega e Cinque Stelle farebbe il paio con quella fra Zichichi e Odifreddi, l’esperimento funzioni. In fondo c’è sempre un’eccezione che conferma la regola e l’Italia e gli italiani se la meriterebbero eccome. Chi vivrà vedrà.

13/05/18

Fatevene una ragione: Salvini non è la Le Pen e Di Maio non è un comunista. Lasciateli lavorare


imageNo, caro Attali, Matteo Salvini non è Marine Le Pen e Luigi Di Maio non è Jean-Luc Melenchon. E soprattutto l’Italia non è la Francia. Riepiloghiamo a beneficio del lettore: Jacques Attali è uno degli uomini più potenti di Francia (è colui, tanto ler intenderci, che si vanta pubblicamente di aver creato dal nulla Macron) ed è uno dei massimi rappresentanti dell’establishment globalista. Ieri era al Salone di Torino, intervistato, ça va sans dire, dal direttore di Repubblica Mario Calabresi e, ça va sans dire, ha criticato il (spero) nascente governo Lega-5 Stelle, ricorrendo a due classici dello spin, la demonizzazione personale e l’appello a imprecisati valori condivisi onde evitare lo spettro di una nuova guerra sul Vecchio Continente.
Secondo l’illustre ospite francese la possibile alleanza Salvini-Di Maio, “in Francia e in Europa fa lo stesso effetto di un governo Le Pen-Melanchon a Parigi. Per questo l’Italia deve rapidamente rassicurare l’Europa sui programmi di governo. Per evitare di diventare il luogo in cui si scaricano le preoccupazioni del continente“, ha affermato, aggiungendo che “Siamo tornati al clima che si respirava in Europa nel 1913. Quando le innovazioni tecnologiche sembravano aprire un orizzonte positivo per l’umanità. Vinsero invece i particolarismi e un anno dopo scoppiò la guerra mondiale”.
Jacques Attali
Ma queste tecniche non funzionano più. Vede, caro Attali, oggi in Italia nessuno, a parte forse i lettori di Repubblica, vede Salvini come la Le Pen, bensì come un leader maturo, dalle idee chiare ma non estremiste, che non indossa più la felpa ma l’abito intero e che per questo è diventato rapidamente il leader di tutto il centrodestra; forte ma rassicurante. E Di Maio non ha proprio nulla in comune con Melenchon, non è un estremista di sinistra, ma il capo di un movimento che è diverso rispetto alle origini (secondo alcuni addirittura fin troppo) e che ha saputo occupare lo spazio lasciato gentilmente vuoto dal Partito democratico.
Jacques AttaliE in Italia nessuno pensa che la difesa degli interessi nazionali rappresenti il prodromo di un nascente nazionalismo imperialista. Siamo seri: oggi né l’Italia né la Francia hanno ambizioni egemoniche e militari, che appartengono a un’altra epoca; nutrono, invece, l’ambizione, anzi la necessità, di costruire un futuro davvero migliore, di ritrovare stabilità economica, di ridare speranza alle nuove generazioni, di smettere di essere soffocati da un’imposizione fiscale stratosferica che negli ultimi 15 anni non solo non è servita a ridurre il debito pubblico, ma ha reso sempre più povero il Paese fino a provocare la deflazione salariale.
Siccome l’Unione europea non ha saputo, né voluto, dare ascolto al crescente malessere delle masse, queste oggi cercano legittimamente nuove risposte.
Io non so come andranno a finire le trattative, però anche in queste ore Lega e 5 Stelle stanno dando dimostrazione che è possibile una nuova politica. Quando mai si sono visti due partiti che, nella massima trasparenza, trascorrono ore seduti a un tavolo negoziale, non per spartirsi prioritariamente le poltrome, ma innazitutto per trovare concretamente e pragmaticamente soluzioni attuabili, di ragionevole compromesso?
Che differenza rispetto a riti criptici come i Patti del Nazareno o alle regole opacissime della gestione del potere a Bruxelles, tanto care ad Attali, che proprio non capisce.
Gli italiani guardano alla Lega e al Movimento 5 Stelle proprio perché questa Europa e i leader italiani che l’hanno rappresentata, finora sono stati ciechi, sordi, esasperatamente autorefenziali, come capita da sempre quando le élite al potere smarriscono il senso della realtà.
Salvini e Di Maio piacciono non perché sono due pericolosi estremisti ma perché sanno offrire una parola sconosciuta all’establishment: la speranza, la voglia di sevire davvero il proprio Paese, di offrire soluzioni davvero alternative rispetto a quelle retoriche e inefficienti reiterate in questi anni.
 
di Marcello Foa - 13 maggio 2018
 

12/05/18

E a Pd e Forza Italia viene da ridere...


E a Pd e Forza Italia viene da ridere...Negli “ambienti beninformati” sorridono sul “passo di lato” di Silvio Berlusconi, mentre l’uomo della strada non ha la benché minima idea su questo “va avanti tu che a me viene da ridere”. Secondo alcuni, il governo avrebbe comunque vita breve, e in tanti si chiedono se sia Forza Italia che il Partito Democratico si possano essere accordati tra loro e con Sergio Mattarella (che avrebbe fatto finta di non sentire né vedere) per far giocare Luigi Di Maio e Matteo Salvini con la governabilità. È evidente che i partiti tradizionali puntino sul fatto che leghisti e pentastellati possano bruciarsi entro l’autunno, screditandosi agli occhi di un elettorato che tornerebbe così a votare per gli sconfitti nelle urne dello scorso 4 marzo.
Del resto da una lettura del recente voto amministrativo (roba di qualche giorno fa) emerge, e per la prima volta dal periodo post-voto di marzo, una flessione del Movimento 5 Stelle. “Flessione” minima che, secondo gli addetti ai lavori, sarebbe imputabile al fatto che ancora oggi non c’è un governo, che l’elettorato ha percepito un misto d’impotenza e incapacità politica da parte dei 5 Stelle. A questo va aggiunto che obiettivo di Silvio Berlusconi è far calare il consenso verso Salvini e Di Maio evitando comunque che a gestire d’Italia ci vada un tecnico gradito ai “poteri forti europei” (nemici giurati del Cavaliere).
L’operazione di Berlusconi ha una sua logica. Infatti, se al posto d’un governo politico (Di Maio-Salvini) salisse al potere un Esecutivo tecnico, la prima operazione sarebbe di tipo economico-finanziario e tutta sulle spalle dell’ormai moribondo ceto medio. Ovvero, il tecnico risponderebbe ai desiderata del Fondo monetario internazionale e dei “poteri forti europei”, portando entro settembre l’Iva oltre il 25 per cento, introducendo sugli immobili sia la patrimoniale nazionale che quella regionale (come nei desiderata di Fmi e Ue) che si sommerebbero a Tasi, Imu e tassazione sui redditi (ben cinque tasse sulla casa); verrebbe reintrodotta l’Imu sulla prima casa e, dulcis in fundo, a metà agosto si consumerebbe il prelievo forzoso e retroattivo sui conti correnti (per l’ammontare di un 10 per cento sul deposito effettivo della valuta).
Tutti questi aspetti sono stati saggiamente considerati da Silvio Berlusconi, che ha ribadito d’amare l’Italia e la genialità italiana e che non vorrebbe mai la gente venisse fiscalmente colpita da un ennesimo governo tecnico. Poi Di Maio s’è accorto di aver perso terreno, e perché dal 4 marzo sono passati più di due mesi, e il Movimento 5 Stelle è passato dal 33 al 32,7 per cento: fenomeno se vogliamo naturale, gli statistici lo appellano “bandwagon” (flessione post-voto). Mentre Salvini ha registrato un netto balzo in avanti, passando dal 21,4 al 22,4 per cento. Tra la coalizione di centrodestra e i 5 Stelle ci sono oggi quasi sei punti e mezzo di differenza. È il momento buono per far abbassare le penne a Lega e 5 Stelle, mettendoli entrambi a governare: questo certamente avranno pensato i vertici del Pd e Silvio Berlusconi.
Non è dato sapere con certezza se il presidente Mattarella si sia accordato con Berlusconi e Pd per bruciare Lega e 5 Stelle. Ma è a dir poco strano che il presidente della Repubblica non sappia di essere andato oltre il proprio ruolo. Infatti Mattarella potrebbe dire la sua sul gradimento del premier, ma non è compito suo suggerire i ministri a Di Maio e Salvini: anche perché il capo dello Stato non è un monarca e l’Italia non è ancora una repubblica presidenziale.