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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

22/10/17

Renzi, il rottamatore che si autorottama



Renzi, il rottamatore che si autorottama

C’è una nuova chiave di lettura della vicenda Visco. Quella secondo cui il siluro lanciato da Matteo Renzi contro l’ipotesi della riconferma a via Nazionale del Governatore della Banca d’Italia sarebbe semplicemente l’ultimo capitolo del gigantesco libro della guerra intestina della sinistra italiana. Ad avallare questa chiave di lettura è stato lo stesso segretario del Partito Democratico, che ha di fatto accusato Ignazio Visco di aver coperto le vicende del Monte dei Paschi di Siena e della Banca 121, quelle che vengono addossate al vecchio gruppo dirigente del Pci-Pds-Pd e in particolare a Massimo D’Alema, e di non aver frenato la bagarre scoppiata su Banca Etruria, istituto minuscolo rispetto al colosso “rosso” di Siena.
Nessuno dubita che al fondo del caso Visco ci sia anche (e magari soprattutto) la voglia del rottamatore della vecchia guardia post-comunista di chiudere i conti con chi ha sostenuto e avallato il potere dei rottamati oggi ribelli riottosi e coriacei. Insomma è più che probabile che la testa dell’attuale Governatore della Banca d’Italia salti come effetto collaterale della guerra fratricida in atto all’interno della sinistra italiana. Ma Renzi s’illude se pensa che l’effetto collaterale della scelta di allargare la guerra al terreno bancario sia solo quello della liquidazione di Visco.
Per troppi anni la sinistra italiana prima ha cercato con ogni mezzo di conquistare il potere bancario italiano un tempo egemonizzato dal mondo cattolico e dalla finanza laica e, una volta marginalizzati cattolici e laici, ha talmente occupato il settore bancario e finanziario arrivando addirittura ad identificarsi con esso. Renzi pensa che facendo rotolare la testa di Visco, accusato di essere complice dei suoi nemici della vecchia guardia, il Pd possa affrancarsi dall’accusa di essere il partito delle banche e della finanza e tornare ad essere, nella prossima campagna elettorale, il partito degli interessi del popolo. Ma è facile prevedere che la sua azione sia destinata a far saltare l’identificazione tra sinistra e poteri forti con effetti liberatori nei confronti di questi ultimi e devastanti nei confronti della sinistra stessa.
Il rischio di Renzi, in sostanza, è che il rottamatore si autorottami senza neppure rendersene conto!

di Arturo Diaconale - 21 ottobre 2017

CANCELLARE TRACCE DI STORIA ITALIANA…? ANCHE NO!



Originariamente era conosciuta come la 7^ strada, poi questa via di #Chicago fu ribattezzata nel 1933 - con una risoluzione del Consiglio Comunale di Chicago - “Balbo Drive”, per onorare le imprese del Generale Italo #Balbo, in relazione alla celebre trasvolata transatlantica Italia-USA-Italia di un intero squadrone di 25 aerei, in volo dalla nostra penisola alla Chicago Century Progress World's Fair, per festeggiare il decennale della fondazione della #RegiaAeronautica, aerei dei quali uno andò tragicamente perso in un mortale incidente al largo delle Isole Azzorre. Quell'attraversamento transatlantico è stato giustamente riconosciuto come uno dei risultati più importanti realizzati nei cieli di quel tempo, avendo apportato un prezioso e pionieristico contributo alla futura realizzazione del viaggio aereo intercontinentale e al progresso tecnologico in generale. Balbo rappresenta inoltre una pagina importante della grande storia di visioni, coraggio e conquiste tecnologiche delle "nuove frontiere" che il sapere e la cultura italiani avevano conquistato nei primi anni '30 a livello mondiale. 
A seguito di alcune pruriginose prese di posizione oltreoceano, da parte di persone che vorrebbero rinominare quella via *cancellando* il riferimento a Balbo, una recente petizione lanciata on-line chiede: “Si può cancellare l'impresa di Balbo, o quella di #Marconi, cui pure è stata dedicata la Casa Italiana di #NewYork acquistata grazie a una sottoscrizione degli italoamericani per la sua visita in #America, o la miriade di altri radici che rinsaldano la democrazia americana, da #Garibaldi, a #Mazzini, sino a #Colombo…?”. Ebbene, la mia posizione di censura *non negoziabile* verso i crimini del nazi-fascismo – specie verso gli #ebrei, ma anche verso tutte le altre minoranza oppresse in quel periodo - è notissima: ma questa triste proposta di “revisione storica” si collega a quella di quanti vorrebbero cancellare le celebrazioni del #ColumbusDay in nome dell'"anti-colonialismo", quasi che tutti i valori positivi e gli straordinari progressi umani che pur si sono realizzati NONOSTANTE quei periodi, anche nei loro passaggi più bui - periodi durati per il colonialismo secoli e per il #fascismo vent'anni - dovessero essere radicalmente spazzati via dalla cultura dell'intero Occidente e dalla storia dell'umanità; stesso dicasi, per contro, riguardo a chi volesse cancellare dai libri di storia e dai simboli della memoria collettiva le affermazioni della scienza o della tecnologia spaziale #Sovietica solo perché realizzati durante la dittatura comunista, o condannare l'intero progresso scientifico e tecnologico americano perchè da esso è stato originato anche l'orrore – imperdonabile - delle atomiche contro il Giappone... L'#Italia fa della cultura un elemento *centrale* della propria politica estera a livello globale: la nostra forza identitaria nel rapporto con un partner essenziale come
l'America, e con le comunità italoamericane che trovano alimento e motivazione nella nostra capacità di affermarla e difenderla, dovrebbe convincere il Governo #Gentiloni e il #Parlamento a esprimersi *chiaramente* sulle deprecabili vicende che rischiano di offuscare la memoria di quanto gli italiani hanno saputo realizzare in America e nel mondo. Se vogliamo garantire una "rete di sicurezza" ai cittadini italiani all'estero, la consapevolezza che il valore di quanto essi rappresentano é un bene prezioso che viene difeso e sostenuto dalle Istituzioni italiane risulta a mio avviso *centrale*, e la storia di Italo Balbo e della sua Trasvolata atlantica dovrebbe quindi essere ricordata *a testa alta*, e senza timidezze: PERCHE’ INVECE LE NOSTRE ISTITUZIONI TACCIONO...? Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Originariamente era conosciuta come la 7^ strada, poi questa via di #Chicago fu ribattezzata nel 1933 - con una risoluzione del Consiglio Comunale di Chicago - “Balbo Drive”, per onorare le imprese del Generale Italo #Balbo, in relazione alla celebre trasvolata transatlantica Italia-USA-Italia di un intero squadrone di 25 aerei, in volo dalla nostra penisola alla Chicago Century Progress World's Fair, per festeggiare il decennale della fondazione della #RegiaAeronautica, aerei dei quali uno andò tragicamente perso in un mortale incidente al largo delle Isole Azzorre. Quell'attraversamento transatlantico è stato giustamente riconosciuto come uno dei risultati più importanti realizzati nei cieli di quel tempo, avendo apportato un prezioso e pionieristico contributo alla futura realizzazione del viaggio aereo intercontinentale e al progresso tecnologico in generale. Balbo rappresenta inoltre una pagina importante della grande storia di visioni, coraggio e conquiste tecnologiche delle "nuove frontiere" che il sapere e la cultura italiani avevano conquistato nei primi anni '30 a livello mondiale. A seguito di alcune pruriginose prese di posizione oltreoceano, da parte di persone che vorrebbero rinominare quella via *cancellando* il riferimento a Balbo, una recente petizione lanciata on-line chiede: “Si può cancellare l'impresa di Balbo, o quella di #Marconi, cui pure è stata dedicata la Casa Italiana di #NewYork acquistata grazie a una sottoscrizione degli italoamericani per la sua visita in #America, o la miriade di altri radici che rinsaldano la democrazia americana, da #Garibaldi, a #Mazzini, sino a #Colombo…?”. Ebbene, la mia posizione di censura *non negoziabile* verso i crimini del nazi-fascismo – specie verso gli #ebrei, ma anche verso tutte le altre minoranza oppresse in quel periodo - è notissima: ma questa triste proposta di “revisione storica” si collega a quella di quanti vorrebbero cancellare le celebrazioni del #ColumbusDay in nome dell'"anti-colonialismo", quasi che tutti i valori positivi e gli straordinari progressi umani che pur si sono realizzati NONOSTANTE quei periodi, anche nei loro passaggi più bui - periodi durati per il colonialismo secoli e per il #fascismo vent'anni - dovessero essere radicalmente spazzati via dalla cultura dell'intero Occidente e dalla storia dell'umanità; stesso dicasi, per contro, riguardo a chi volesse cancellare dai libri di storia e dai simboli della memoria collettiva le affermazioni della scienza o della tecnologia spaziale #Sovietica solo perché realizzati durante la dittatura comunista, o condannare l'intero progresso scientifico e tecnologico americano perchè da esso è stato originato anche l'orrore – imperdonabile - delle atomiche contro il Giappone... L'#Italia fa della cultura un elemento *centrale* della propria politica estera a livello globale: la nostra forza identitaria nel rapporto con un partner essenziale come l'America, e con le comunità italoamericane che trovano alimento e motivazione nella nostra capacità di affermarla e difenderla, dovrebbe convincere il Governo #Gentiloni e il #Parlamento a esprimersi *chiaramente* sulle deprecabili vicende che rischiano di offuscare la memoria di quanto gli italiani hanno saputo realizzare in America e nel mondo. Se vogliamo garantire una "rete di sicurezza" ai cittadini italiani all'estero, la consapevolezza che il valore di quanto essi rappresentano é un bene prezioso che viene difeso e sostenuto dalle Istituzioni italiane risulta a mio avviso *centrale*, e la storia di Italo Balbo e della sua Trasvolata atlantica dovrebbe quindi essere ricordata *a testa alta*, e senza timidezze: PERCHE’ INVECE LE NOSTRE ISTITUZIONI TACCIONO...?
Giulio Terzi - 20 ottobre 2017



21/10/17

Catalogna. Islamizza et impera

Così lo zelo antispagnolo ha spinto gli indipendentisti e la sinistra radicale a gonfiare l’enclave musulmana in Catalogna. Per di più corteggiando la gente sbagliata. Come dimostra la strage di Barcellona
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Secondo l’Ucide, Unione delle comunità islamiche di Spagna, alla fine del 2016 nel paese di re Felipe V vivevano 1.919.141 musulmani, pari al 4 per cento di tutta la popolazione. Di quei quasi due milioni di musulmani 515.482 risiedevano in Catalogna, regione dove vivono 7 milioni e 523 mila persone. Questo significa che in Catalogna i musulmani rappresentano il 6,4 per cento della popolazione, mentre nel resto della Spagna sono il 3,58 per cento: la densità dei musulmani in Catalogna è quasi il doppio di quella nel resto della Spagna. Secondo i dati più recenti, nel paese iberico esistono 1.264 luoghi di culto islamici (moschee e sale di preghiera), 109 dei quali possono essere indicati come aderenti alla tendenza salafita, cioè l’interpretazione fondamentalista dell’islam che in molti casi è risultata propedeutica all’adesione da parte di molti al jihadismo e alle organizzazioni del terrorismo islamista. Secondo dati incrociati della polizia spagnola e di quella catalana, delle 109 moschee di tendenza salafita censite su tutto il territorio spagnolo ben 79 sorgono in Catalogna, dove i luoghi di preghiera islamici sarebbero 256. Nella comunità autonoma governata dagli indipendentisti di Carles Puigdemont una moschea su tre sarebbe salafita, mentre nel resto della Spagna solo una su 30. Nel 2006 le moschee salafite in Catalogna erano 36: in dieci anni sono più che raddoppiate. E non abbiamo ancora detto tutto. Gli spagnoli convertiti all’islam risultano essere circa 70 mila, 20 mila dei quali si sono convertiti negli ultimi sei-sette anni. Di costoro, 7 mila sono catalani. Secondo l’Observatorio islamico de Perpignan, il 70 per cento dei 7 mila convertiti catalani proviene dalla sinistra radicale della Cup e dalla sinistra indipendentista storica dell’Erc, due dei tre principali partiti catalani che hanno promosso il referendum secessionista dell’1 ottobre (l’altro è il PdeCat di Puigdemont, erede del centrista CiU). Sommati insieme questi due partiti non raccolgono più del 20-25 per cento dei voti in una normale elezione catalana. La Guardia civil ritiene che il 40 per cento di questi 7 mila convertiti sia esposto a un processo di radicalizzazione, e che il 5 per cento di questi ultimi (cioè circa 140 persone) rappresenti una minaccia reale per la sicurezza dello Stato.

Un vuoto da riempire
La Catalogna è stata colpita dal terrorismo jihadista il 17 e 18 agosto scorsi, con gli attentati di Barcellona e di Cambrils che hanno causato 16 morti innocenti. Prima di allora erano stati sventati attacchi imminenti nell’aprile 2015, quando la polizia catalana aveva arrestato 11 terroristi (cinque dei quali spagnoli convertiti all’islam), nel 2008 quando furono bloccati undici jihadisti (nove dei quali pakistani) che volevano compiere attentati suicidi nella metropolitana di Barcellona, e nel 2006 quando l’operazione Sciacallo portò all’arresto di 20 jihadisti nei pressi di Tarragona, in seguito prosciolti a causa di errori di forma nell’inchiesta.
I dati di fatto di cui sopra, compreso il terreno fertile nel quale sono maturati attentati terroristici riusciti e sventati, sono il prodotto delle politiche dei partiti pro-indipendentisti che hanno governato la Catalogna negli ultimi vent’anni, e della militanza ideologica della sinistra antisistema che si raccoglie nella Cup. Gli uni e l’altra hanno favorito l’islamizzazione della Catalogna in funzione antispagnola, per di più corteggiando le persone sbagliate all’interno della comunità musulmana. Come ha scritto tempo fa Luis del Pino su Libertad Digital: «La politica di immersione educativa in catalano e la marginalizzazione del castigliano hanno agito da freno all’immigrazione proveniente dai paesi latinoamericani. Se sei peruviano e vuoi lavorare in Spagna, perché complicarti la vita andando in un posto dove obbligano te e i tuoi figli a imparare una nuova lingua? Meglio andare altrove. Questo fenomeno ha creato un vuoto in Catalogna e i posti di lavoro che non sono occupati da immigrati latinoamericani tendono ad essere coperti da immigrati di altri paesi, principalmente nordafricani e pakistani. E non solo gli immigrati latinoamericani si sono trovati dissuasi dall’andare in Catalogna, ma il governo regionale ha adottato una politica intenzionalmente orientata a premiare l’immigrazione proveniente dal Marocco». Esecutore esemplare di questa politica è stato Angel Colom, che nel 1996 lasciò Erc per approdare a CiU, il partito che ha quasi sempre governato la Catalogna. Di lì a poco fu nominato responsabile dell’immigrazione del Cdc (uno dei due partiti federati in CiU), presidente della Fondazione Nuovi Catalani e ambasciatore ufficioso della Generalitat in Marocco. In questa veste costui ha incoraggiato l’immigrazione marocchina in Catalogna, ha stretto rapporti con le comunità islamiche nella regione allo scopo di guadagnarle alla causa indipendentista, ha visitato un gran numero di moschee dove ha spiegato che nella Catalogna indipendente per gli immigrati sarebbe diventato più facile ottenere la piena cittadinanza. In un’occasione Colom ha dichiarato a El País nel 2012: «Non si può costruire uno stato catalano senza la partecipazione dei catalano-marocchini».
Nel 2014 il governo catalano ha approvato un Piano Marocco 2014-2017 col quale di fatto offriva al governo di Rabat il controllo dell’islam in Catalogna e prometteva di introdurre l’insegnamento dell’arabo e del tamazigh in orario scolastico e di far votare gli immigrati alle elezioni.
In occasione del referendum consultivo sull’indipendenza del 2014 i nazionalisti catalani hanno proposto ai musulmani di istituire seggi per il voto presso le moschee, e in alcuni casi hanno incontrato risposte positive. Alla vigilia del referendum del 1° ottobre scorso la Commissione islamica, massimo organo di rappresentanza dei musulmani in Spagna, ha diffidato le moschee catalane dall’ospitare iniziative filo-indipendentiste, consapevole delle conseguenze negative che avrebbe avuto per la presenza dell’islam in Spagna.

«Noi conquisteremo municipi»
Per portare avanti il loro programma gli indipendentisti si sono appoggiati a personaggi equivoci. Per un certo periodo braccio destro di Colom è stato l’imam Noureddin Ziani, presidente dell’Unione dei centri culturali islamici in Catalogna, organizzazione che aveva sede negli stessi locali della Fondazione Nuovi Catalani. Nel 2013 Ziani è stato espulso dalla Spagna su istanza dei servizi segreti, accusato di spionaggio e di complicità con l’islam radicale. Ziani era infatti molto legato a Mohamed Attaouil, fondatore di una moschea nei pressi di Girona nota come punto di riferimento dei salafiti radicali di tutta Europa, e di Abdelwahab Houizi, imam a Lerida noto per essere stato registrato mentre teneva il seguente discorso ai suoi correligionari a proposito degli indipendentisti: «Loro si appoggiano a noi per ottenere voti, ma non sanno che quando ci lasceranno votare voteremo tutti per i partiti islamici, perché noi non siamo né di destra né di sinistra. Noi conquisteremo municipi, e a partire da lì, grazie alle competenze dell’autonomia, cominceremo a impiantare l’islam». Il 15 novembre 2012 Houizi interveniva pubblicamente insieme a Noureddin Ziani e ad altri imam radicali, fra i quali Mohamed et-Takkal, responsabile della moschea Al Forkan di Villanueva y Geltrú, successivamente espulso dalla Spagna a causa del suo estremismo, a un evento promosso dalla Fondazione Nuovi Catalani a Barcellona. La moschea di Villanueva y Geltrù era ben conosciuta da Abdelbaki Es Satty, l’imam di Ripoll ucciso il 16 agosto scorso dalla esplosione delle bombole del gas con le quali stava preparando un attentato contro la Sagrada Familia. Es Satty utilizzava la moschea Al Forkan come base di reclutamento e di indottrinamento di combattenti che venivano inviati a combattere in Iraq al tempo dell’occupazione anglo-americana, e più recentemente in Siria e Iraq per conto dell’Isis e altri gruppi estremisti. Risiedeva, almeno fra il 2003 e il 2005, nello stesso appartamento dell’imam Mohamed Mrabet, poi arrestato nel contesto dell’operazione Sciacallo, e dove soggiornò anche Belgacem Bellil, l’algerino che nel novembre 2003 si lanciò con un camion carico di esplosivo contro la base dei carabinieri italiani a Nassiriya. I terroristi che gravitavano sulla moschea di Al Forkan sono inoltre coinvolti negli attentati di Madrid e Casablanca del 2003. Nonostante tutto ciò, ancora nel maggio di quest’anno l’Asamblea nacional catalana (Anc), un’importante organizzazione indipendentista, ha promosso un evento propagandistico rivolto ai musulmani proprio nella moschea di Al Forkan.

Perché diventare salafiti
Mrabet, arrestato nel 2006 e condannato nel 2009, è stato assolto in Cassazione insieme a cinque compagni nel 2011. Suo avvocato era Jaume Asens, vicesindaco di Barcellona e uno dei fondatori di Podemos, eletto nelle liste di Barcelona en Comù. Asens è stato anche un dirigente della Ong specializzata in problemi della casa creata da Ada Colau, sindaco di Barcellona. Altro esponente politico della sinistra radicale catalana specializzato nella difesa di musulmani accusati di terrorismo è Benet Salellas, che ha ottenuto l’assoluzione di un sodale di Mrabet ed è membro del parlamento catalano per conto della Cup.
Così spiega le conversioni di estremisti di sinistra catalani all’islam salafita lo studioso Vicente Salafranca: «La Spagna per loro è la patria del cattolicesimo, dei grandi eroi esaltati da alcuni storici, eroi che forgiarono la loro leggenda attraverso la fede in Cristo. Rinunciare al cattolicesimo per loro è un modo di rinunciare alla Spagna. Effettivamente molti di loro si sono fatti musulmani per odio verso le tradizioni spagnole».

Foto Shutterstock

ottobre 21, 2017 - Rodolfo Casadei
 

Di precariato si muore | da "Non è lavoro, è sfruttamento" (Marta Fana)




Dal sito dell'editore Laterza, l'introduzione del libro di Marta Fana "Non è lavoro, è sfruttamento"
«Io non ho tradito, io mi sento tradito» sono le parole di un ragazzo, appena trentenne, che decide di abbandonarsi al suicidio denunciando una condizione di precarietà, un sentimento di estrema frustrazione. Non è l’urlo di chi si ferma al primo ostacolo, di chi capricciosamente non vede riconosciuta la propria ‘specialità’. 
È l’urlo di chi è rimasto solo. Di precariato si muore.
Tutto questo ha a che fare con le trasformazioni della nostra società, a partire dai diritti universali, dal lavoro, dall’umanità e dalla solidarietà negate. Quelle cose che si è deciso di escludere dalle nostre vite, non potendogli dare un prezzo. C’è più di una generazione a cui avevano detto che sarebbe bastato il merito e l’impegno per essere felici. Quella di chi si è affacciato al mondo del lavoro cresciuto a pane e ipocrite promesse, e quella di chi si affaccia oggi, quando la promessa assume il volto di un’ipocrisia manifesta. Oggi ci si suicida perché derubati di possibilità, di diritti, di una vita libera e dignitosa. Qualcosa è andato storto e c’è chi continua a soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce.
Di precariato si muore. E non è un caso. Il precariato è la risposta feroce contro la classe lavoratrice, il tentativo più riuscito di distruzione di una comunità che aveva in sé un connotato, quello di classe, che si caratterizza per una comunanza di interessi in costante conflitto con gli interessi di chi ogni mattina si sveglia e coltiva il culto dell’insaziabilità, dell’avidità che si fa potere. Il potere di sfruttare, di dileggiare tutti quelli che contribuiscono a creare le fortune dei pochi che se le accaparrano.
 
Di precariato si muore quando al concetto di società si antepone quello di individuo.
Ed è esattamente ciò che è stato fatto dalla Thatcher e da Reagan in poi, quello che hanno fatto tutti i governi che hanno tradito i lavoratori, dalla fine degli anni Settanta fino alle più recenti riforme del mercato del lavoro. È stato un impegno quotidiano. Costanza e tenacia. Le hanno provate tutte e ci sono riusciti perché sono rimasti coerenti con la loro idea e ogni giorno e ogni notte hanno lottato per raggiungere quell’obiettivo. Uniti. Loro hanno vinto nel momento in cui sono rimasti uniti perseverando nel disaggregare i lavoratori in quanto corpo sociale. Per farlo hanno avuto bisogno di molta creatività, di imporre, con una buona dose di maquillage, un nuovo volto al lavoro: eliminando dall’immaginario i bassifondi, gli operai; escludendo dal racconto quotidiano la fatica dello sfruttamento; mascherando l’impoverimento dietro l’obbligo di un dress code.
Come scrive Owen Jones a proposito del ‘thatcherismo’: «L’obiettivo era quello di cancellare la classe operaia come forza politica ed economica della società, rimpiazzandola con una collezione di individui, o imprenditori, che competono gli uni contro gli altri per i propri interessi. [...] Tutti avrebbero aspirato a rimontare la scala [sociale] e coloro che non l’avessero fatto sarebbero stati responsabili del loro stesso fallimento».
Né sulla Manica né sul Tirreno è bastata la poesia a fermare questa deriva. Nostalgicamente ascoltiamo ancora De André, capace come pochi di riflettere su un’umanità che sembra persa, spiegarci che esiste «ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore».
 
Così, negli ultimi decenni, è andata diffondendosi sempre più la figura del giovane con la partita Iva: libero di solcare i contratti a progetto, le prestazioni occasionali, di non arrivare a fine mese e di non avere diritto al reddito nei periodi di non lavoro. Non vincolato da un contratto, libero di esser pagato quanto e quando vuole l’azienda e di non avere alcun potere negoziale. Nel frattempo, il giovane precario poteva consolarsi e crogiolarsi del racconto della sua specificità, di essere unico, di non essere uguale a ‘quegli altri’, quelli impiegati da più di vent’anni con gravi lacune nell’utilizzo di Microsoft Office o, peggio ancora, quelli vestiti male, un po’ sporchi di polvere, di grasso e vernice. Nei cinque minuti tra il parcheggio e la porta d’ingresso, o tra la caffettiera e la piccola scrivania, separate dal lungo corridoio di una casa in affitto, il giovane precario pensa di essere indispensabile. Pensa che tutto andrà meglio, che questo contratto è solo l’inizio, potrà rivendicarlo al prossimo colloquio, quello che non esiste, perché il curriculum lo mandi a un indirizzo di posta elettronica. Lui è solo e a volte pensa che in fondo è l’unico uomo al comando. Di cosa non gli è ben chiaro. Però i sindacati mai. 
E del resto, per molti anni, i sindacati non si sono accorti che questi avevano la partita Iva ma erano degli sfruttati e quando se ne sono accorti hanno procrastinato. Un circolo vizioso che ha portato alla sconfitta. Era in atto la trasformazione antropologica e culturale del lavoro subordinato, mascherato dalle collaborazioni. All’inizio degli anni Duemila chiunque poteva essere un lavoratore a termine. Una generazione in fin dei conti abituata dai tempi della scuola: le verifiche a crocette, i quiz ogni quindici giorni erano già l’emblema del ‘mordi e fuggi’. Al diavolo il diritto a una conoscenza lenta, approfondita, critica. Gratta e vinci. Usa e getta. Come quei gadget che, ora, soddisfano gli attacchi di consumismo bulimico, mentre un operaio muore sotto un camion durante un picchetto. È il momento in cui, controllando il codice a barre che traccia la spedizione, il giovane collaboratore inveisce contro Poste Italiane perché non ha consegnato il gadget in tempo. Ma Poste Italiane è stata privatizzata, i postini sono sempre meno e quelli che son rimasti lavorano dieci ore al giorno, le spedizioni sono state appaltate a un corriere esterno, gli sportelli chiudono perché i cittadini sono stati trasformati in clienti. E vanno su internet, le filiali non servono più.
Sono gli anni in cui molti più giovani potevano dirsi liberi dal lavoro subordinato, lo dicevano alla televisione, lo dicevano i giornali. Purtroppo continuano a dirlo. I costi del lavoro diminuiscono, le imprese non devono pagare i contributi, ma non devono pagare neppure la formazione ai propri collaboratori. E i giornali tornano a titolare che le imprese non trovano giovani adatti a ricoprire le mansioni cercate. La colpa della disoccupazione e della precarietà è stata accollata alla scuola, che non prepara al mercato del lavoro. Devono uscire precisi e perfetti per il prossimo annuncio. Ma guai a investire nella formazione: meglio pretendere che sia la scuola, e quindi lo Stato, a pagare, anche per far lavorare gratis nelle aziende i propri studenti.
 
È così che nasce l’alternanza scuola-lavoro, i cui protocolli d’intesa del Ministero del Lavoro e di quello dell’Istruzione e della Ricerca danno il diritto a grandi multinazionali di impiegare migliaia di studenti nei propri locali, per fare i commessi. Una velocità che lascia interdetti. È stato un attimo, dal susseguirsi di stage umilianti o inutili al dovere del lavoro gratuito. Sarà un’esperienza fantastica, recitavano le pubblicità dell’Expo 2015 a Milano. Vedrete cose, conoscerete gente, gratuitamente. Lavorerete gratis finché altri vorranno. Poi il nulla. Anzi no, poi Garanzia Giovani, il progetto europeo per l’inserimento lavorativo dei Neet (Not in Education, Employment, Training), cioè per coloro che non studiano, non lavorano e non sono coinvolti in programmi di formazione. Più di un milione di persone tra i 15 e i 29 anni si sono presentati ai centri per l’impiego o strutture convenzionate, con la speranza di trovare un lavoro. L’ha detto la pubblicità, il Ministero del Lavoro non fa che vantarsi di questo programma. E allora proviamoci, come in un reality, sia mai che ci dice bene. Altri ci sono arrivati celando l’umiliazione, mettendo da parte l’orgoglio della laurea, dei master da fuori sede. Tirocini come se non ci fosse un domani, per tutti!
Masse di lavoratori che la sera tornano a casa con le proprie storie personali, alcuni aprono un blog e si raccontano. Una questione privata. Nessuno ha inventato il sito di incontri per partite Iva, un mega raduno di chi ha partecipato al grande show di Garanzia Giovani. Lo sciopero generale dei tirocinanti. Ognuno a pregare che quella promessa di assunzione possa un giorno farsi realtà.
Loro, i potenti, gli avidi, gli sfruttatori, hanno vinto perché sono stati coerenti, uniti, perché sono stati più forti nel ‘tutti contro tutti’, dove i morti li abbiamo contati solo noi. Hanno vinto quando ci hanno chiamati «bamboccioni», imponendoci una partita Iva, e siamo stati educati, silenti, accondiscendenti. Hanno vinto quando ci hanno detto che eravamo «choosy» e abbiamo porto l’altra guancia. Hanno vinto quando abbiamo smesso di credere che, uniti, si vince anche noi.
Indagare sulle condizioni di lavoro e non lavoro in Italia è una vera e propria discesa agli inferi. Il dilagare del lavoro povero, spesso gratuito, la totale assenza di tutele e stabilità lavorativa sono fenomeni all’ordine del giorno, che si abbattono su più di una generazione, costretta a lavorare di più ma a guadagnare sempre di meno, nonostante viviamo in una società il cui potenziale produttivo già permetterebbe di ridurre e distribuire il tempo di lavoro mantenendo e/o raggiungendo un tenore di vita più che dignitoso. È la realtà contro cui si infrange la narrazione dominante sulla ‘generazione Erasmus’ e sui Millennials, la stessa che con facilità dichiara che coloro che sono nati negli anni Ottanta dovranno lavorare fino a 75 anni per avere una misera pensione. Come se fosse un fatto naturale, inevitabile, ma soprattutto irreversibile, e non invece il risultato di scelte politiche ben precise, che hanno precarizzato il lavoro, la possibilità di soddisfare bisogni che dovrebbero essere considerati universali, come l’istruzione, la sanità, la casa, il trasporto pubblico. Le stesse politiche che hanno provocato l’inasprirsi delle diseguaglianze sociali spostando reddito e ricchezza dai lavoratori, che li producono, alle imprese, che a loro volta hanno scelto di trasformarli in vere e proprie rendite. Il furto quotidiano operato a danno dei lavoratori, di oggi e domani, è stato sostenuto dall’ideologia del merito, imposta per mascherare un inevitabile conflitto tra chi sfrutta e chi è sfruttato. Ma soprattutto per negare la matrice collettiva dei rapporti di lavoro, dei rapporti di forza in gioco: è la retorica per cui ognuno è unico artefice del proprio destino.
 
Il risultato è l’avanzare di forme di sfruttamento sempre più rapaci che pervadono ogni settore economico, con labili differenze tra lavoro manuale e cognitivo: dai giornalisti pagati due euro ad articolo ai commessi con turni di dodici ore, dagli operai in somministrazione nelle fabbriche della Fca ai facchini di Amazon.
Sono questi gli argomenti trattati in questo libro in cui l’analisi delle trasformazioni economiche e sociali che hanno attraversato i diversi settori si intreccia con le storie di quanti vivono quei luoghi – e non luoghi – di lavoro. Per ragioni oggettive e soggettive, ho scelto di analizzare e descrivere solo alcuni settori economici e forme di lavoro, in particolare la logistica, la grande distribuzione e i servizi pubblici, ma anche i lavoretti dietro la gig economy, le forme di lavoro gratuito, il lavoro a chiamata e il sistema dei buoni lavoro (i voucher). È una scelta dettata da poche ragioni di fondo, tra loro collegate. Primo, essi costituiscono gli esempi più significativi della ristrutturazione del capitalismo, dove la frammentazione del lavoro segue la frammentazione del processo produttivo. Secondo, sono la più nitida rappresentazione di come la valorizzazione del capitale necessiti la creazione di vere e proprie avanguardie dello sfruttamento, che coinvolgono sia i lavoratori immigrati della logistica, sia quelli italiani della grande distribuzione o dei servizi pubblici. La matrice di classe che opera in questi settori è la medesima, nonostante la narrazione dominante tenda a separare e a diversificare una soggettività, quella del nuovo e trasversale proletariato, con espedienti retorici e di facciata. Terzo, il riemergere dei conflitti che popolano questi settori e le modalità con cui le lotte si affermano son spesso taciuti o relegati a meri fatti di cronaca locale quando, invece, sono espressione di un mondo affatto pacificato. D’altra parte, frontiere del precariato come il lavoro a chiamata e il lavoro gratuito si configurano non soltanto come forme di totale estrazione del valore prodotto dai lavoratori che ingrassa solo gli utili d’impresa, ma agiscono come strumenti di estremo ricatto: la promessa di un futuro migliore se si è disposti a farsi sfruttare senza mai alzare la testa.
20 ottobre 2017

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fonte: https://www.agoravox.it

Agrigento, l’allarme della procura: “Pericolo terroristi sulle barche fantasma dei migranti”





Agrigento, 18 set – Sulle barche dei migranti provenienti dalla Tunisia il “rischio di terroristi a bordo” è alto. A lanciare l’allarme è il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, che in un’intervista a La Stampa ha ben descritto quello che da molti è stato ribattezzato il fenomeno delle “barche fantasma”. Secondo Patronaggio si tratta di “un’immigrazione pericolosa” e il riferimento è proprio a quella che va avanti da inizio estate con appunto “gli sbarchi fantasma” che avvengono sulle spiagge delle isole siciliane di Lampedusa e di Linosa. Si tratta di migliaia di persone, quasi tutti tunisini, sulle quali il procuratore ha aperto diverse inchieste.
Di circa la metà di questi migranti si sono perse le tracce. “Sono quasi tutti tunisini, più qualche magrebino – ha detto il procuratore di Agrigento al quotidiano torinese – ma i motivi per cui arrivano in Italia potrebbero non essere solo legati a bisogni economici. Tra loro ci sono persone che non vogliono farsi identificare, gente già espulsa in passato dall’Italia o appena liberata con l’amnistia dalle carceri tunisine o magari che ha preso parte alle rivolte del 2011”. Ma come, non era un’immigrazione economica? Non scappavano tutti dalla fame, dalle carestie, dalle malattie, dalla guerra? Per il procuratore Patronaggio le cose non stanno propriamente così, anzi: “Tra loro potrebbero esserci anche persone legate al terrorismo internazionale. Per questo penso che siamo di fronte a un’immigrazione pericolosa”. Eccesso di allarmismo? Niente affatto, il procuratore di Agrigento spiega la sua preoccupazione citando anche un particolare emblematico: il 27 agosto scorso, in seguito ad uno dei tanti sbarchi avvenuto a Torre Sala, è stata rinvenuta una felpa con la scritta “haters Paris” e il disegno di una Torre Eiffel rovesciata.
“Riteniamo che i più scaltri (tra i migranti, ndr) abbiano qualcuno che li attende e li porta via; è possibile che ci siano dei basisti a terra”. L’ipotesi di Patronaggio è quindi che dietro agli sbarchi fantasma vi siano uomini in carne e ossa che agevolano il compito ai clandestini, permettendo loro di sparire nel nulla, ovvero di dileguarsi in Italia senza essere identificati dalle autorità. Ci ritroviamo quindi in casa migliaia di persone sconosciute alla polizia, che non risultano neppure presenti come immigrati. Ufficialmente soltanto degli spettri appunto, eppure reali e sempre più numerosi. E tra coloro che hanno usufruito dell’amnistia in Tunisia uscendo così dalle carceri (inevitabile pensare ad una sorta di piano tunisino per togliersi di mezzo soggetti pericolosi agevolandone l’emigrazione) e coloro che sono stati espulsi dall’Italia ma vi rientrano clandestinamente, temere un effettivo rischio terrorismo non è affatto peregrino, tutt’altro.

Eugenio Palazzini - 18 settembre 2017