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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

26/04/17

Migranti, terroristi, intolleranti, ignoranti



 


C’è un fenomeno della vita del Pianeta e dell’Europa in particolare, che incombe sull’Italia, che ne è uno dei punti di più alta criticità e che l’Europa non sembra voler considerare per quello che è, cioè il più rilevante, tragico e complesso che in Italia, più che altrove, viene affrontato (ma potremmo dire benissimo “non affrontato”) perché ci rifugiamo nelle astrattezze moraleggianti o nella vellicazione degli aspetti più epidermici, degli episodici in cui si presenta.
Siamo in prima linea di fronte all’ondata migratoria dei Paesi che chiamavamo il “Terzo Mondo” e che, volendo proprio ricorrere alla storia, dovremo dire ex coloniali. Siamo, finora, un Paese risparmiato dagli assalti terroristici; fenomeno, piaccia o non piaccia, connesso al primo. Un crocevia, assai probabilmente, del movimento dei terroristi in azione in Europa. Siamo la portineria “accogliente” di un’Europa che assai meno di noi è disposta ad affrontare la questione secondo le astrattezze e le prediche di soluzioni ideali.
Siamo, soprattutto, un Paese in cui le idee e gli atteggiamenti pratici relativi a tutto ciò restano aggrovigliati ed affrontati alla giornata, mentre sembra che a noi spetti il primato delle retoriche e dell’ignoranza imprevidente su ciò che tutto questo significa e comporta. Concetti come: accoglienza, società multietnica, diversità, terrorismo, guerra, integrazione, vengono facilmente usati a vanvera, con notazioni che variano a seconda delle fasi e delle occasioni, senza tenere mai conto delle connessioni che l’una cosa ha con le altre, così che ognuno di questi termini (e del modo di considerare i relativi problemi) ne risulti deformato e deviato.
Prendiamo il termine “accoglienza”, alla cui diffusione e assunzione a canone e dogma del “politicamente corretto” molta responsabilità è quella che ne porta il Papa Bergoglio. Nella sua astrattezza e mancanza di opportune precisazioni, limiti, condizioni, il termine equivale a quello del dovere di arrendersi anche di fronte a un’invasione, e, anzi, la fine del concetto stesso di appartenenza di un territorio a un popolo, se non dello stesso concetto di “popolo”, “nazione”, ecc..
L’“accoglienza” delle prediche del Papa populista è, del resto, nella sua astrattezza, non meno crudele della insensibilità totale di fronte a tragedie di certi popoli. E profondamente ingiusta moralmente. L’astrattezza, così concepita, ad esempio, comporta che il dovere relativo faccia carico su una parte dell’umanità, mentre la morale di Bergoglio comporta e presuppone che si tratta di un dovere di tutti gli uomini verso tutti gli altri. Mi spiego: se non si dà per scontata la necessità di porre limiti, filtri, difese contro il flusso migratorio, si arriva a concepire il “dovere dell’accoglienza” come condizionato solo dalla geografia.
I cosiddetti “migranti africani e medio-orientali” sbarcano in Italia e non in Giappone o in Argentina. Il dovere dell’accoglienza, comunque si voglia fondarlo, non può incombere sugli italiani più che sui giapponesi e sugli argentini. È chiaro che, pertanto, ogni astrattezza è ipocrita e pericolosa. Altra cosa, benché connessa, è quella della società multietnica e dell’integrazione (termini abbastanza evidentemente non solo non coincidenti, ma confliggenti). Una società “multietnica” non presuppone affatto l’“integrazione” delle varie etnie, e anzi, nella sua espressione più netta, la esclude.
Ma, soprattutto, se si vuole parlare di “integrazione” degli immigrati, in qualsiasi senso e a qualsiasi livello, occorre porsi il problema del limite dell’immigrazione, tanto più difficile (e inutile) essendo l’integrazione di frazioni troppo consistente di stranieri immigrati. Non solo: ma si pone e con carattere prioritario l’esigenza di una selezione (la chiamino pure “discriminazione”) tra etnie ed etnie non essendo concepibile una “integrazione generale”.
Analogo discorso vale per quel che riguarda la cosiddetta “accoglienza” e il terrorismo. Chi parla e sostiene l’“accoglienza”, in genere respinge una soluzione non formale ed ancor più il rimpatrio degli “accolti”, come pure l’eliminazione o anche la persecuzione dei clandestini. Tanto vale limitare la lotta al terrorismo al conflitto a fuoco dopo gli attentati, rinunciando a ogni generalizzata ed efficace prevenzione.
Se è del tutto evidente che il terrorismo non si combatte espellendo i musulmani e impedendo che ne arrivino altri, è altrettanto evidente che con una politica di “accoglienza” indiscriminata e di rinunzia anzitutto, alla repressione della presenza di clandestini, è assai difficile che possa essere imbastita un’efficace azione di contrasto, prevenzione e repressione del terrorismo. Che, non lo dimentichiamo, da un momento all’altro potrà estendere le sue sanguinose aggressioni qui tra noi in Italia.

di Mauro Mellini - 25 aprile 2017

25/04/17

Lotta alle fake news o censura per realizzare Eurabia?






Questi “tavoli” organizzati dalla Boldrini alla Camera, con la scusa di combattere le fake news – dice Armando Manocchia  non sono altro che la realizzazione di un insieme di provvedimenti presi già da tempo dalla U€ in accordo con la Lega Araba per creare Eurabia, mettendo in atto meccanismi di un sistema di condizionamento mentale di tutta la cultura europea sotto il controllo di una cellula con potere decisionale, la Fondazione Anna Lindh.
Alcuni degli invitati a tali imbarazzanti tavoli (ingenui, impreparati e un tantino megalomani) non sono consapevoli del meccanismo in cui sono stati incastrati, per cui si sentono anche orgogliosi (se ne vergogneranno in seguito); altri invece fanno regolarmente parte del sistema.
La Fondazione Anna Lindh – spiega Manocchia – è un organismo creato per programmare tutti gli aspetti delle relazioni fra i popoli del bacino del Mediterraneo con lo spirito e la politica del dialogo, in coordinamento strategico con l’OCI, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (56 paesi islamici) e la sua filiale, l’ISESCO, l’Organizzazione Islamica per l’Educazione, le Scienze e la Cultura è stata creata ad hoc gestire programmi e attività in tutti i settori, dal sociale alla cultura, dall’educazione ai mezzi d’informazione, dall’arte alla politica, sia a livello nazionale che internazionale e penetrare così le menti del tessuto sociale e assicurare una solidarietà forte e concreta non solo dei governi e delle Istituzioni, ma anche dei cittadini e dei popoli.
23 aprileMinistro della Cultura e Media saudita si incontra con gli ambasciatori dei paesi dell’UE. Nel corso della riunione sono state discusse forme di cooperazione nel campo della cultura e dei media nel Regno Unito e nei paesi UE.



La Fondazione Anna Lindh è un vero e proprio movimento, che attraverso il politicamente e l’islamicamente corretto promuove il multiculturalismo e l’internazionalismo (il cosiddetto mondialismo) di una popolazione europea destinata a trasformarsi (meticciato) e a sparire (sostituzione etnica) in virtù di Eurabia, cioè di una strategia politica, economica e sociale euro-araba con l’unione delle due sponde del Mediterraneo. E’ questa l’ottica che motiva le politiche suicide dell’U€ per la desovranizzazione degli Stati Membri e le sue politiche di opposizione alle nazionalità culturali e identitarie locali in Europa (nazionalismi e popoli identitari).
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Concentreremo tutto il nostro impegno nella battaglia contro le provocazioni, i discorsi di odio, contro la disinformazione del Mainstream e le bufale di regime e dei figli di Soros. È ormai evidente che si tratta di problemi da affrontare con il massimo impegno e la massima urgenza, tanto a livello nazionale che mondiale.
Lo scrive Armando Manocchia, direttore di ImolaOggi.it, parafrasando e rispondendo al post pubblicato su Facebook dall’incostituzionale presidente della Camera dei Deputati composta da: indagati, imputati, rinviati a giudizio, condannati e corrotti – e ovviamente incostituzionali.
Il presidente abusivo della Camera, in un post su Facebook riportato da ANSA fa un breve bilancio di fine anno sulla sua attività di presidente abusivo della Camera: “Dal canto mio, a Montecitorio, ho istituito una Commissione contro l’hate speech, dedicata a Jo Cox e composta da deputati ed esperti. Così come ho deciso di non soccombere e di denunciare pubblicamente la violenza e le bufale sui social network. Credo infatti, che debba essere rispettato il diritto di tutti i cittadini di essere informati correttamente – e non di essere disinformati – e che debba essere tutelata la dignità di chi utilizza la rete.”
Manocchia fa sapere al presidente abusivo della Camera e ai suoi sodali – anche se a loro non gliene frega una beata mazza – che nonostante abbiano cercato con tutti mezzi leciti e soprattutto illeciti di sovvertite lo Stato Democratico, in questo Paese vige tuttora la Costituzione Italiana e che un Referendum Costituzionale, tra l’altro da loro richiesto, ha avuto la conferma o meglio, l’approvazione, del 60% degli elettori.
La nostra Carta Costituzionale vigila, tutela e garantisce la libertà di parola e di stampa e secondo l’orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte: “L’intreccio del dovere del giornalista di informare e del diritto del cittadino di essere informato merita rilevanza e tutela costituzionale se ha come base e come finalità la verità e la sua diffusione. Se manca questa base di lancio, se non c’è verità, ma calcolata e calibrata sua alterazione, finalizzata a disinformare e a creare inesistenti responsabilità…il richiamo a nobili e intangibili principi di libertà è intrinsecamente offensivo per la collettività e storicamente derisorio (Cass. pen. 27.09.2012 n.41249).”
E fin qui non ci piove. Mentre per i casi contrari, il presidente – per ignoranza o per spregio – finge di non sapere che il nostro Ordinamento Giuridico (Ordinamento Giuridico le dice qualcosa?) prevede leggi ad hoc per condannare chi dice e scrive il falso, chi altera o disinforma (esattamente come fa il Mainstream di regime al vostro servizio lautamente pagato, insomma, quelli per cui Renzi voleva il ‘bollino viola’).
Sempre in tema di diffamazione a mezzo stampa, il presidente della Camera non sa o finge di non sapere che “La veridicità dei fatti riportati, la pertinenza della notizia e la continenza di questa costituiscono canoni comparativi che il giudice del merito deve utilizzare per l’accertamento intorno alla sussistenza del diritto di cronaca e di critica e, dunque, intorno alla liceità o meno dell’espressione giornalistica utilizzata (per tutte Cass. 18.10.2005 n.20140).”
Inoltre, il presidente non eletto non sa o finge di non sapere che: “I diritti di cronaca e di critica discendono direttamente dall’art.21 Costituzione (sempre Lei, sempre quella che vi impedisce di portare a termine i vostri progetti criminosi ndr) e non sono riservati solo ai giornalisti o a chi fa informazione professionalmente ma fanno riferimento all’individuo uti civis. Pertanto, chiunque e con qualsiasi mezzo (anche tramite internet), può riferire fatti e manifestare opinioni e chiunque – nei limiti dell’esercizio di tale diritto – può “produrre” critica e cronaca. Nella diffusione a mezzo internet, al fine di valutare il corretto esercizio del diritto di cronaca e critica, il giudice deve accertare il rispetto dei parametri elaborati in materia dalla giurisprudenza, vale dire se l’argomento sia di rilevanza sociale, se sia stata fornita una informazione rispondente alla verità obiettiva e se siano state usate espressioni corrette (Cass. Pen. 25.07.2008 n.31392)
Infine, il presidente abusivo della Camera, non sa o finge di non sapere che la giurisprudenza della Cassazione ha stabilito che, ad integrare gli estremi del reato di diffamazione, basta anche un addebito espresso in forma tale da suscitare il semplice dubbio sulla condotta disonorevole, per esempio un’espressione meramente insinuante (per tutte Cass. 144484/79 e 144485/79); in ulteriori altre sentenze la Cassazione ha asserito che anche i mezzi indiretti e le subdole allusioni possono rappresentare un mezzo idoneo al raggiungimento dell’intento diffamatorio, e per ciò stesso suscettibile di repressione penale (Cass. V Sez. 187192/91).
Quanto sopra, presidente abusivo, è per ribadire che il suo ‘lavoro’, oltre che essere sempre più provocatorio della violenza verbale e della diffamazione, istiga all’odio, e quindi non solo è inutile, ma dannoso. Dannoso come creare l’ennesima Commissione per arrogarsi il diritto di giudicare ciò che è halal o haram (il presidente abusivo, capisce meglio queste parolacce che le nostre).
Armando Manocchia
direttore di ImolaOggi.it, non un giornale, ma una spina nel fianco della casta, dei poteri criminali sovranazionali e dell’islamizzazione dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente a cui il presidente abusivo della Camera con spirito di sacrificio, rende servizio h24.


24/04/17

MA CHI E' MACRON ? - "L’apolide mondialista: Macron e la nuova sinistra"

macronTECNOCRATE AFFASCINANTE
Emmanuel Macron è il nuovo volto della sinistra francese e il più recente prodotto dell’élite globalista i cui sogni di dominio sono turbati dall’incubo Le Pen.
Perché dopo la Brexit e dopo Trump, l’oligarchia del denaro che governa l’Europa e l’Occidente, non può permettersi la vittoria del Front National in Francia che darebbe un colpo mortale alla sopravvivenza dell’Ue, della zona Euro e del sistema di potere tecno-finanziario.
Sia chiaro, Macron non è un tecnocrate alla Mario Monti: triste, grigio, anziano, con il culto della sobrietà polverosa. Macron è colto, bello, ricco, elegante, ammaliante nei modi e affascinante nella retorica; è il candidato ideale che piace alla gente che si piace (e sopratutto che conta).
Ha una storia personale viva, una moglie di 25 anni più grande incorniciata da classe e raffinatezza; l’ideale per i tabloid patinati e per i giornali di tendenza; un modellino di narrazione radical-chic.
Ha frequentato le scuole migliori: diploma al Lycée Henri-IV (uno degli Istituti più prestigiosi di Francia); laurea alla Nanterre di Parigi (l’Università che ha sfornato Presidenti, Primi Ministri, banchieri); specializzazione all’ENA.
Ha iniziato a lavorare nell’Ispettorato Generale delle Finanze uno dei sette “Grand Corps” dello Stato, i centri di potere della tecnocrazia.
Poi nel 2008 è entrato alla corte dei Rotschild come banchiere d’affari. Qui ha fatto il colpo grosso mettendo in piedi l’operazione di acquisizione da parte della Nestlé, del colosso farmaceutico americano Pfizer; Peter Babreck, il patron della Nestlé, di lui dirà: “è un giovane saggio che sa padroneggiare la tecnica e gli esseri umani”.
E così, tra un’operazione finanziaria e l’altra, Macron ha accumulato una fortuna e ha maturato la voglia di scendere in politica; ovviamente nel Partito Socialista, perché il cuore dei banchieri e dei tecnocrati batte sempre a sinistra.
Nel 2012 è diventato Vice Segretario Generale dell’Eliseo e nel 2014 Ministro dell’Economia nel primo Governo Valls. Nel 2015 fonda il suo movimento “En Marche!” con cui lancia la candidatura alle presidenziali e giorno dopo giorno, porta con sé pezzi dell’ormai agonizzante Partito Socialista.
Una carriera sfolgorante ed incredibilmente veloce; anche troppo per i tempi della politica francese. La sua ascesa fulminea ha destato sospetto anche oltre Manica, tanto che The Spectator ha cercato di indagare sui potenti amici che lo sostengono da dietro le quinte con l’obiettivo non solo di “dividere i socialisti ma di sostituirli”.
Oggi Macron sembra essere l’unico in grado di contendere l’Eliseo alla Le Pen. Il rivale che poteva insidiargli pezzi di elettorato era il gollista Fillon, fatto fuori da una puntuale quanto provvidenziale inchiesta giudiziaria.

macron2UN REPLICANTE DI SOROS?
Ma sopratutto Macron è il perfetto prodotto di laboratorio dell’ideologia dominante: un tecnocrate, banchiere di sinistra, con idee più illuminate che illuministe, progressista, multiculturale, ecologista ma a favore della globalizzazione; pro-immigrazione, vuole più Europa, più “integrazione” cioè più potere a Bruxelles e in politica estera condivide le posizioni guerrafondaie sulla Siria ed è ostile alla Russia di Putin in perfetta sintonia con l’agenda atlantista.
Le sue idee politiche sembrano prese direttamente dai documenti dell’Open Society di George Soros; come il nome del suo Movimento (En March!) così incredibilmente uguale a Move.On, l’organizzazione di cui Soros è il principale finanziatore e che appoggia le politiche liberal dei candidati democratici negli Stati Uniti.
Attorno a Macron si è raccolto il gotha del potere finanziario, mediatico e industriale francese: in primis Pierre Bergé il grande industriale miliardario e filantropo definito non a caso il Soros di Francia; ma a torto perché Bergé è uno dei più straordinari interpreti del nostro tempo; l’uomo che ha amato Yves Saint Laurent trasformando il suo genio in industria.
Bergé, omosessuale e laicista estremo che vuole l’abolizione di tutte le festività cristiane in Francia, filantropo in prima linea per le battaglie progressiste, è anche l’azionista di maggioranza di Le Monde (di cui detiene il 64% delle quote insieme a Pigasse l’altro banchiere enfant prodige della sinistra francese) e Nouvelle Observateur.
Nel team di Macron, ha un ruolo guida Bernard Mourad, l’uomo di Morgan Stanley in Francia e poi a capo del comparto media del colosso olandese Altice/Sfr che gestisce oltre 60 testate (quotidiani e periodici) tra cui Liberation, Le Figaro, L’Express, radio e tv come RMC e BFM; ruolo da cui si è dimesso per gestire la campagna elettorale.

Macron3LA FRANCIA E’ SOLO UNO SPAZIO
“Non esiste una cultura francese; esiste una cultura in Francia… ed è molteplice”, così Macron si è espresso in un comizio a Lione.
Alain Finkielkraut, filosofo conservatore, uno dei più lucidi pensatori del nostro tempo, commentando la frase ha scritto: “tra «francese» e «in Francia» vi è la distanza che separa una nazione da una società multiculturale” perché per coloro “che sono sotto la bandiera progressista, la Francia non è una storia e non è neppure un Paese, è solo uno spazio”. E così la Francia-spazio di Macron è un luogo neutro dove le culture si ritrovano per caso; una chiesa cristiana o una moschea non fanno differenza perché appunto, “non esiste una cultura francese”.
Macron incarna perfettamente l’ideale dell’apolide mondialista per il quale cultura, tradizioni, lingua, nazioni, sono incidenti della storia rispetto all’unico valore universale: quello dell’homo oeconomicus. Per lui, il conflitto con l’Islam in Europa è colpa di un modello sociale sbagliato e il terrorismo islamista “è solo frutto di mancanza di opportunità economiche”.
Macron è chiaro in questo: non possiamo finire “agli arresti domiciliari dell’identità”. Secondo il perfetto Verbo mondialista, l’identità di una nazione è una costrizione, una forma di reclusione da cui evadere; una sovrastruttura complessa da eliminare per dare libero sfogo al sogno dell’uomo universale perfetto ingranaggio del sistema economico dominante; l’uomo senza radici che può essere tutto e niente. Per questo Macron è a favore dell’immigrazione e della Francia multiculturale.
Nelle elezioni francesi si rinnova il nuovo grande conflitto di idee e visioni che dilania l’Occidente: quello tra chi auspica una società abitata dall’uomo mutante (entità interscambiabile) contro chi difende una nazione abitata dall’uomo reale (soggetto consapevole di memoria storica e identità); in pratica la lotta tra “astrazione mondialista” di chi non è nulla e può diventare ciò che il potere gli consente, e “dirittto sovrano” ad essere ciò che si è per diventare solo ciò che si vuole.

dal blog L'ANARCA di Giampaolo Rossi - 14 marzo 2017

21/04/17

“Vi faccio vedere come muore un italiano”, il nostro paese ha bisogno di eroi come Fabrizio Quattrocchi


Chiedimi chi era Fabrizio Quattrocchi. Il 13 aprile del 2004, l’addetto alla sicurezza privata si trovava in Iraq e venne rapito insieme ai colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. L’Italia quel giorno trattenne il respiro. I quattro furono catturati da un sedicente gruppo denominato Falangi verdi di Maometto. Mentre gli ultimi tre vennero liberati il catanese, che da molti anni si era trasferito in Liguria, andò incontro alla morte. Pronunciando una frase assoluta. Capace di riecheggiare nella mia mente ancora oggi. “Adesso, vi faccio vedere come muore un italiano”. Era il 14 aprile 2004. I sadici terroristi ripresero l’esecuzione. Brutale, violenta, macabra ed insensata. Ma davanti a quella parole, davanti a quella frase tutto si fermò. Solo le pallottole squarciarono un istante lungo l’avvenire. Il 13 marzo 2006, “su proposta del Ministero dell’Interno Giuseppe Pisanu, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì a Fabrizio Quattrocchi la medaglia d’oro al valor civile. ‘Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese'”. Basta affidarsi a Wikipedia per immergersi nelle motivazioni, sacrosante e legittime, di un’onorificenza che dona vita eterna.
Non tutti si sono dimenticati di questo martire. I comuni di Milano, Assisi (PG) e Castellabate (SA) gli hanno dedicato una via. Brugnato (SP) invece ha deciso di intitolargli un ponte. Addirittura Oriana Fallaci, nel volume La forza della ragione, consacrò l’opera a Quattrocchi ed agli “italiani ammazzati dal Dio-Misericordioso-e-Iracondo”. Eppure le nostre memorie sono messe a dura prova. Pochi attimi ed il ricordo vola via, quei colpi di pistola pronti a cancellare un gesto, pronti a cancellare il sangue, pronti ad annebbiarci la vista. Occhio non vede, cuore non duole. E le nostre capacità di sopportazioni cardiache sono ai minimi storici. Eppure dobbiamo sfidare la realtà ammantandoci con il mantello dei servitori dello Stato. Di chi, davanti al boia islamico, ha tentato di strapparsi la kefiah che gli foderava il volto per uscire, un’ultima volta, “a riveder le stelle”. Livio Ghisi, dirigente provinciale genovese di FdI-An, ha pubblicato una lettera in cui lancia un accorato appello: “Dimenticato dalle istituzioni e da una parte dell’Italia politica anche nella sua terra in cui viveva e lavorava non è mai stato ben ricordato, forse per il lavoro che svolgeva o forse per le ideologie troppo patriottiche che ha onorato fino alla fatale esecuzione davanti a vigliacchi aguzzini”. La memoria non è mai troppa, bisogna lottare affinché non si spenga. Per questo Ghisi ha chiesto che a Tigullio di Chiavari, Rapallo e Zoagli venga dedicata una strada a Quattrocchi.
Dalle colonne de Il Giornale d’Italia, Francesco Storace, lancia il suo grido di rabbia: “Quanti giovani, di 14-15 anni, conoscono quel sacrificio? Quanti italiani se lo ricordano? E’ un Paese che non ha memoria. Ci si commuove, per alcuni anche giustamente, se un agnellino sta sulle nostre tavole a Pasqua, e poi questo Paese fatica a ricordare Fabrizio con una scuola o una strada. Anche se tutti, noi no: Fabrizio Quattrocchi presente”. Anche se tutti, noi no. Jack London, ne Il vagabondo delle stelle, vergò questa frase: “Se riuscire a dimenticare è segno di sanità mentale, il ricordare senza posa è ossessione e follia”. Allora ossessioniamoci, viviamo ricordando, ma senza torcicollo, senza spasmi. Con la volontà di chi vuole tornare grande, abbracciare il destino conoscendo il proprio passato, riconoscendo gli esempi fieri di italianità. Totem, in contrasto con la società liquida di Zygmunt Bauman, capaci di non farci perdere la bussola nella tempesta più sfrenata. Serve marmo contro la palude di quest’epoca, possiamo esserlo? Dobbiamo, altrimenti periremo senza lasciare alcuna traccia della nostra storia millenaria.
La situazione di questo Paese è raffigurata nella foto, che in questi giorni sta impazzando sulla rete, in cui viene ritratta un’autovettura dei Carabinieri schiacciata da un ponte nel cuneese. Ogni punto di riferimento scacciato, allontanato, mandato in pasto alla bontà di un nazione che pensa solo al futuro dei rifugiati, ma quali rifugiati poi, dimenticandosi del domani degli italiani. Per questo dobbiamo ricordare Quattrocchi, per portare il suo ardore in ogni città. Davanti alla tasse che ci uccidono, davanti all’immigrazione illimitata, che diventerà inesauribile in questi giorni di primavera che ci conducono all’estate, davanti alla burocrazia abbiamo il dovere di non inginocchiarci. Eroi siamo ed eroi saremo, ce lo chiede l’Italia. Come ho avuto modo di scrivere sulla mia pagina di Facebook: “Ci vorrebbero più italiani con gli attributi, che iniziassero a lottare tutti insieme per la propria libertà, per la propria dignità, per la propria Patria e sopratutto per garantire ai propri figli un presente e sopratutto un futuro da uomini liberi”. Svincoliamoci da queste catene, facciamolo con rabbia e con amore. Cercheranno sempre, e per sempre, di metterci i bastoni tra le ruote, di farci cadere togliendoci l’entusiasmo, facendo perire l’estro tricolore. Ma ci troveranno a cantare davanti alla sorte avversa, portando una croce che non ci grava più sulle spalle. Lo faremo per le Forze dell’Ordine costrette a sacrificarsi per un pezzo di pane. Lo faremo per gli operai licenziati. Lo faremo per i padri separati. Lo faremo per le madri perseguitate. Lo faremo per gli italiani, mentre i poteri forti ci vogliono a capo chino, porteremo in cielo la nostra indipendenza. “Libertà che ho nelle vene, libertà che mi appartiene, libertà che è libertà”, esattamente come cantava Franco Califano.


Di Andrea Pasini - 20 aprile 2017
fonte: http://blog.ilgiornale.it

20/04/17

IMMIGRAZIONE “Una regia dietro gli sbarchi di immigrati”. E il governo scoprì l’acqua calda




ong immigrati business scafisti

 
 
Roma, 20 apr – All’inizio erano solo i populisti cattivi a denunciare l’azione criminale delle Ong al largo della Libia. Poi è arrivato il video di Luca Donadel che tracciava le rotte del business dell’immigrazione. Il polverone mediatico ha condotto alle audizioni in Senato per Frontex e alcune Ong, che hanno confermato le connessioni tra scafisti, Ong, barconi di immigrati e Guardia Costiera. E così alla fine, dopo che nel fine settimana pasquale ci siamo ritrovati con 8500 immigrati sbarcati sulle nostre coste in appena tre giorni, adesso si è “svegliato” anche il governo che, con incommensurabile (e colpevole) ritardo, è arrivato a capire che dietro l’ondata di barconi che hanno preso il largo in precisa direzione delle navi umanitarie delle Ong, c’è una “regia”. “Un’azione logistica fuori dal comune, quasi di stampo militare”, sarebbe stato il commento di chi ha visionato il dossier nelle stanze di Palazzo Chigi, secondo quanto riportato dalla Stampa.
 Sarà per le elezioni sempre più vicine o per il fatto che gli 8500 sbarchi di Pasqua hanno messo in ginocchio il nostro sistema di accoglienza, ma sembra che solo adesso Gentiloni e Minniti si siano decisi quantomeno ad indagare sulle rotte dei barconi, porti di partenza e punti di incontro con le navi delle Ong, al fine di scoprire le “eventuali connessioni” tra i diversi attori. Ovvero scoprire l’acqua calda, quello che tutti sanno e che in pochi fino ad alcune settimane fa avevano il coraggio di dire. Come scrive la Stampa l’azione più decisa del governo sarebbe dovuta agli sbarchi di Pasqua individuati come “punto di svolta”: una balla bella e buona, e l’aumento di oltre il 40% degli sbarchi registrato solo nella prima parte del 2017 testimoniano che la regia e l’azione di “stampo militare” dietro i flussi migratori del Mediterraneo siano un fatto noto e precedente. Dietro l’aumento dei flussi potrebbero celarsi anche la grande criminalità organizzata della Libia e le fazioni ostili a Sarraj, che con l’Italia si era impegnato a limitare le partenze e ad arginare gli scafisti.
Ma l’attenzione è concentrata soprattutto sul ruolo delle Ong, vere protagoniste dell’aumento degli sbarchi sulle nostre coste. Basti pensare che nel 2016 la sola Ong spagnola Opena Arms ha trasportato circa 70 mila “migranti” in Italia, ovvero più di un terzo del totale. Senza un accordo con gli scafisti e una connessione diretta con i barconi, è difficile pensare di realizzare certi numeri. Il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, in audizione al Senato la settimana scorsa aveva confermato che gli scafisti dotano di telefonini e numeri delle imbarcazioni delle Ong gli immigrati in partenza sui barconi. Le indagini puntano su queste connessioni, ma anche sul capire chi siano i finanziatori di queste Ong che sono dotate di imbarcazioni tecnologiche, elicotterei, droni etc, attrezzatura piuttosto costosa. Nelle audizioni al Senato viene citato molto spesso il caso della Ong Moas, con base a Malta e fondata dal filantropo statunitense Chris Catrambone nel 2014, che può contare su una barca di 40 metri, un aereo e sull’affitto di due droni per pattugliare il mare, il cui costo ammonta a 400 mila euro al mese. Moas dichiara di aver salvato 33 mila “migranti”.

Anche Renzi, con le elezioni in avvicinamento, ha pensato di fare la voce grossa sulla faccenda: “Noi siamo accoglienti e salviamo vite umane, ma non possiamo essere presi in giro da nessuno, né in Europa, né da Ong che non rispettano le regole. Non è possibile che l’Europa abbia 20 navi che prendono e portano solo in Sicilia“. L’ex premier loda anche il lavoro della Commissione parlamentare che sta conducendo l’indagine: “Si sta gettando una luce sulla vicenda”. Eppure quando il business dell’immigrazione nel Mediterraneo era già ampiamente in piedi lui era Primo Ministro. Ovviamente non ha mosso questo tipo di accuse, né intrapreso alcuna azione come governo. Ma all’ex sindaco di Firenze la faccia di bronzo non è mai mancata. Il problema è per chi ancora lo vota.


Davide Romano -  20 aprile 2017

fonte: http://www.ilprimatonazionale.it