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21/11/15

ISIS E TERRORISMO "Perché la sinistra non può sconfiggere l’Isis"


hollande
Roma, 20 nov – Soffiano venti di guerra da oltralpe. La Francia scossa dalle stragi di Parigi si dice pronta a sconfiggere militarmente il califfato nero dei fondamentalisti islamici. L’Europa, tramite la Mogherini, si dice pronta ad aiutare la République: ma quale sarà la strategia? Qual è il piano di attacco? Italia e Germania, ad esempio, non sembrano così convinte dell’opzione militare e, al momento un impiego delle nostre forze armate in Siria pare molto improbabile. Insomma, Hollande nella sua “crociata” ha, come unica alleata, la Russia di Putin, la sola potenza mondiale che senza indecisioni è intervenuta in maniera efficace contro i tagliagole di Raqqa. Tralasciando, però, gli schieramenti geopolitici e le strategie militari, siamo sicuri che le sinistre europee, oggi al comando in moltissimi stati dell’Unione, abbiano gli strumenti culturali per condurre una guerra lunga e faticosa, interna ed esterna, contro il fondamentalismo islamico? 

1) Confini
I confini non esistono o non dovrebbero esistere. Si tratta di una convinzione radicata nella sinistra italiana ed europea. Dal predetto principio discendono alcune importanti conseguenze: accoglienza indiscriminata di profughi, assistenzialismo nei confronti degli stranieri, ius soli etc. Ciò che la sinistra non comprende, e non è in grado di comprendere, è che i confini svolgono l’importante funzione, tra le altre, di emarginare il conflitto: il nemico si situa al di là di una linea, esso per giungere a colpirmi deve attraversarla e per farlo deve superare le forze poste a presidio di quella linea. L’assenza di confini, la realtà di fatto che tutti noi oggi viviamo, porta i conflitti nel cuore della nazione, sul pianerottolo di casa, nei bar, nei ristoranti e nelle sale concerti.
2) Antimilitarismo
La sinistra europea – si guardi il caso francese – quando governa è solita ridimensionare il budget messo a disposizione della difesa. L’esercito, d’altronde, è per loro un’anticaglia, un marmaglia di parafascisti violenti, che vivono in un mondo fatto di regole e gerarchie. L’avversione antropologica della sinistra verso i militari porta inevitabilmente a delle fratture nel fronte interno, quando per vincere una guerra serve la massima coesione da parte di tutta la nazione e l’incondizionata fiducia delle forze armate. Oggi, per sconfiggere il terrorismo, Hollande si affida proprio a quell’esercito che negli anni della sua presidenza ha sempre osteggiato e depotenziato.

3) Senso di colpa
Per la sinistra, in fondo, è soprattutto colpa dell’occidente se un gruppo di pazzi invasati decide di farsi esplodere nel mezzo della movida parigina. Infatti, questi poveri terroristi provengono dalle banlieu, luogo di ghettizzazione ed emarginazione sociale, dove vi è una disoccupazione, giovanile e non, diffusa. In pratica per evitare che qualcuno, magari perché senza lavoro, decida di ammazzare 129 persone, dovremmo dare lavoro a tutti gli stranieri, regalare loro la casa e riempirli di aiuti economici, mentre, ovviamente, gli autoctoni possono continuare a morire di fame, tanto “loro” (che saremmo noi!) non si fanno esplodere in aria. Altra causa del terrore andrebbe ricercata nel colonialismo. La sinistra ci ricorda che “noi li abbiamo invasi e quindi loro oggi rispondono come possono”. Ci dovrebbero spiegare, però, per quale motivo “loro”, gli africani, hanno il diritto di emigrare in Europa e “noi”, europei, non potevamo e non possiamo fare altrettanto. E, poi, perché gli algerini che tanto hanno combattuto contro la Francia per l’indipendenza, una volta che l’hanno ottenuta hanno deciso di emigrare in massa proprio nella odiata “madrepatria”? Non conveniva, a questo punto, che si tenessero il dominio francese, invece di dover “invadere” Parigi per poter vivere meglio? Il giustificazionismo della sinistra tradisce un insopportabile razzismo di stampo illuminista, in quanto si ritiene, in sostanza, che i musulmani non siano in grado di autodeterminarsi nella scelta delle opzioni culturali e politiche, che il loro centro del mondo sia il nostro ombelico e che tutto dipenda da “noi”, popoli del progressismo, della democrazia e dell’egualitarismo. Il senso di colpa della sinistra è un sentimento tipicamente moderno, frutto di una secolarizzazione di alcuni paradigmi cristiani che costituiscono il substrato ideologico dell’ideologia universale dell’egualitarismo. Mentre l’Europa è infarcita di “pensiero debole” e di (dis)valori moderni, il resto del mondo non ha sensi di colpa e … spara.

4) Islam ed egualitarismo
Se è vero che sinistra è meno attratta dall’ipotesi “scontro di civiltà”, più cara agli ambienti miopi della destra, è altrettanto vero, però, che la sinistra non è in grado di capire che l’Islam è strutturalmente incompatibile con lo spirito faustiano dell’Europa. Anche noi abbiamo subito l’imbastardimento dei valori cristiani, però in europa è sempre sopravvissuto un spirito storico, libero, conquistatore (non solo di spazio, ma anche e sopratutto di tempo), che non può confrontarsi con un dogmatismo esasperato ed uno stile di vita improntato alla sottomissione. A chi scrive – a scanso di equivoci – è perfettamente chiaro che l’Isis non è minimamente rappresentativo della umma islamica. Ciò non toglie, che solo chi non vuole vedere non si rende conto che un milione e 500 mila musulmani di origine straniera in Italia e 6 milioni in Francia rappresentano dei corpi estranei, portatori di valori e stili di vita incompatibili con il nostro. Non siamo tutti uguali e le stragi di Parigi ci ricordano, drammaticamente, che l’integrazione non funziona quando devi assimilare milioni e milioni di stranieri. Non puoi farlo perché il mondo non è uguale, ma diverso e pensare che siamo tutti adatti a vivere come “noi” crea, inevitabilmente, emarginazione, esclusione e … terrorismo. Va da se che un discorso analogo vale anche per i migliaia di africani cristiano-animisti che vivono nelle nostre città e che regolano i conti a colpi di machete e si abbandonano a stupri e violenze. Il problema, insomma, sta tutto nel pensare che i diritti astratti degli uomini siano effettivamente diritti universali, condivisi da tutti e che, quindi, il nostro stile di vita sia esportabile a tutti e che tutti lo debbano acquisire. Ovviamente non è così, lo sappiamo tutti, ma abbiamo paura di dirlo. A casa nostra, però, abbiamo tutto il “diritto” di decidere come si vive e, preso atto che non tutti possono integrarsi, decidere chi può vivere assieme a noi e chi è meglio che rimanga a casa sua.

5) L’ipocrisia della retorica anti-Assad
La Francia, l’Europa e gli Usa hanno pensato di utilizzare un branco di criminali (l’Isis) per rovesciare il presunto tiranno Assad. Il risultato sono 129 morti a Parigi. Che l’occidente abbia aiutato, foraggiato e sostenuto gli islamisti radicali in funzione antisiriana è un dato di fatto incontrovertibile. Secondo la vulgata diffusa a piene mani soprattutto dalla sinistra (Hollande e Renzi in testa) Assad sarebbe uno spietato dittatore, che gasa i suoi concittadini. Peccato però che in Siria ci siano libere elezioni (praticamente unico paese del mondo arabo), la sharia sia proibita, le minoranze etniche e religiose siano tutelate, non vi siano prove dell’utilizzo di armi chimiche, ma è certo che Assad abbia consegnato a Russia e Usa i propri arsenali – cosa mai avvenuta prima con nessun altro “stato canaglia”. Mentre Assad è un pericoloso dittatore, Renzi incontra amabilmente i membri della famiglia Saud, i monarchi assoluti e fondamentalisti dell’Arabia, facciamo affari con gli Emirati, il Qatar ed il Kuwait, tutte monarchie assolute e dispotiche dove le minoranze religiose sono perseguitate e le donne contano meno dei cavalli degli sceicchi. La sinistra non vincerà contro l’Isis perché non vuole cambiare il proprio atteggiamento nei confronti di Assad, quel socialismo panarabo profuso dal presidente siriano profuma troppo di “destra” e quindi, nel dubbio, sempre meglio abbattere il presunto dittatore che farselo alleato per eliminare i tagliagole.

6) Detenzione delle armi
Nessuno lo ha detto, ma gli attentati parigini negli Stati uniti o nella vicina Svizzera, con le modalità che abbiamo visto, non ci sarebbero stati. In Svizzera in un centro abitato i residenti invece di limitarsi a filmare l’orrore avrebbero avuto la possibilità di abbattere i terroristi. Negli Usa nei bar e nei ristoranti, sotto il bancone, pistole e fucili certamente non sarebbero mancati per mettere in fuga gli assalitori. La sinistra ci vuole, oltre che culturalmente, anche fisicamente disarmati. E’ normale che onesti cittadini, incensurati o con precedenti per reati bagatellari, non possano acquistare e detenere armi da fuoco? In passato si definivano uomini liberi quelli che potevano portare le armi. Oggi, sicuramente, la libertà per noi europei scarseggia.

Federico Depetris - 20 novembre 2015
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

20/11/15

Il Governo, i marò, le supercazzole interpretative: la sostenibile leggerezza dell'incoerenza.

Scrivere un articolo per raccontare quanto avvenuto lo scorso mercoledì, 11 novembre, durante la riunione delle Commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati intente a discutere il decreto legge sulle missioni di guerra che il nostro Paese conduce e combatte in quasi ogni parte del mondo, mi avrebbe fatto correre il rischio di omettere o interpretare in modo errato i fatti così come realmente accaduti. Per evitare ciò, e fugare ogni dubbio ho ritenuto opportuno riportare integralmente il testo della discussione avvenuta nella sede parlamentare con la consapevolezza di sottoporre l'incauto - ma sempre affezionato - lettore ad una lunga, se non estenuante e per certi versi noiosa, lettura che potrebbe anche fargli correre il rischio di cominciare a dubitare seriamente di alcuni aspetti della politica estera italiana e della coerenza di questa o quella parte politica su una particolare vicenda che da più di tre anni coinvolge due nostri militari: i marò.

Prima di passare al resoconto parlamentare mi concedo solo una piccola ma doverosa premessa per consentire all'amico lettore di comprendere meglio l'ennesima giravolta con genuflessione delle forze politiche di maggioranza ai dicktat del Governo.

La questione dei due fucilieri di marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che dal 15 febbraio del 2012 sono coinvolti nella tragica morte di due pescatori indiani ha visto alti e bassi. Tra le innumerevoli dichiarazioni politiche del tipo armiamoci e partite e le finte fughe in avanti, dai millantati avvii delle procedure davanti alle corti arbitrali internazionali agli "abbiamo deciso che", "abbiamo fatto", “abbiamo voluto dare un segnale fermo e deciso” fino ad arrivare ai vorrei ma non posso scritti tra le righe di ampollosi comunicati stampa di matrice governativa, la storia dei due militari, delle loro famiglie e dell'intero paese si trascina lenta e inesorabile da più di tre anni.

Il 17 aprile scorso, con l'articolo 13, comma 3, secondo periodo, del decreto-legge 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 43, in attuazione di un precedente ordine del giorno - ampiamente condiviso da tutti gli schieramenti politici e accolto dal Governo - sulla necessità di rivedere proprio la partecipazione dell'Italia alla missione europea antipirateria in caso la situazione dei due fucilieri non fosse cambiata, il Parlamento decide, finalmente, di decidere e approva una modifica alla norma con la quale stabilisce che conclusa la missione antipirateria in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del medesimo decreto e comunque non oltre la data del 30 settembre 2015, la partecipazione italiana dovrà essere decisa, sentite le competenti Commissioni parlamentari. Nel mese di ottobre il Governo ha presentato il suo decreto-legge sul rinnovo delle missioni senza, ovviamente, ascoltare le Commissioni sulla questione come invece è espressamente previsto dalla legge.

Salvatore Girone è tuttora in India, mentre Massimiliano Latorre è in Italia, cioè la situazione rispetto allo scorso anno è rimasta immutata. Per questo motivo il pentastellato Manlio Di Stefano ha presentato un emendamento per sospendere la partecipazione del personale militare all'operazione dell'Unione europea per il contrasto alla pirateria denominata Atalanta fino alla soluzione positiva della vicenda. Tale proposta ovviamente non va bene al Governo che prima di respingerla ai voti tenta di ottenerne il ritiro con l'aiuto di pontieri e mediatori d'occasione.

Un'altra brutta pagina sulla vicenda dei due fucilieri di marina è stata scritta ancora una volta proprio dal parlamento che, in perfetta incoerenza con le sue precedenti determinazioni, ha deciso, ancora una volta, di voltare le spalle alla realtà dei fatti che vede immutata la situazione dei due “marò”.

Nella discussione parlamentare - che preferisco riportare integralmente così come scritta nei resoconti della seduta delle Commissioni riunite Esteri e Difesa - non può sfuggire come il Governo, per voce dei suoi rappresentanti, sia stato capace di “interpretare” la legge secondo le proprie esigenze arrivando, per giustificarle, anche a sostenere che l'obbligo di sentire il parere delle Commissioni parlamentari, espressamente previsto dall'articolo 13, comma 3, del decreto-legge n. 7 del 2015, sarebbe stato comunque assolto dal Governo lo scorso 6 ottobre, durante le comunicazioni sullo stato delle missioni in corso e degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno di processi di pace e stabilizzazione rese dai ministri Pinotti e Gentiloni e che «la recente sentenza del Tribunale del mare di Amburgo ha prodotto uno sviluppo nel senso auspicato anche dal Parlamento».

Per fortuna, sul punto, è stato proprio il deputato del PD Giampiero Scanu ad osservare che la norma – che prevede che le Commissioni siano «sentite» – avrebbe dovuto essere interpretata, «per non mortificare il ruolo del Parlamento, nel senso che doveva essere chiesto alle Commissioni di pronunciarsi espressamente sul punto». Poi anche lui, come da copione, ha annunciato la condivisione del suo gruppo – il PD - dell'orientamento del Governo di proseguire la partecipazione dell'Italia alla missione Atalanta.

Cari Salvatore e Massimiliano fino a quando durerà il vostro silenzio la giostra dell'ipocrisia e dell'incoerenza continuerà a girare. Sta a voi decidere di fermarla.



Emendamento 3.6 presentato dai parlamentari del Movimento 5 Stelle (Di Stefano Manlio, Corda Emanuela, Rizzo Gianluca, Frusone Luca, Basilio Tatiana, Bernini Paolo, Scagliusi Emanuele, Tofalo Angelo, Del Grosso Daniele, Sibilia Carlo, Di Battista Alessandro, Spadoni Maria Edera, Grande Marta)

«Il comma 1 è sostituito dal seguente:

  1. In ottemperanza alle disposizioni di cui all'articolo 13, comma 3 del decreto-legge 1o febbraio 2015 n. 7, convertito in legge 17 aprile 2015 n. 43, non essendo stata modificata la condizione di restrizione della libertà dei due fucilieri di marina del Battaglione San Marco, la partecipazione del personale militare all'operazione dell'Unione europea per il contrasto alla pirateria denominata Atalanta è sospesa fino alla soluzione positiva della vicenda.» 



Estratto dal resoconto dal «BOLLETTINO DELLE GIUNTE E DELLE COMMISSIONI PARLAMENTARI - Commissioni Riunite (III e IV)» di Mercoledì 11 novembre 2015.

Manlio DI STEFANO (M5S), intervenendo sul suo emendamento 3.6, chiede ai colleghi commissari valutarlo attentamente. Ricordando, infatti, che il Movimento 5 Stelle non condivide moltissimi aspetti del provvedimento in titolo, richiama in particolare l'attenzione sulla questione dei fucilieri «marò». Nell'osservare che l'avvio dell'arbitrato internazionale non ha portato a sostanziali modifiche nella vicenda, che vede tuttora cristallizzata la condizione di restrizione della libertà dei due militari, e rammentando anche i tentativi di risoluzione precedentemente operati da Staffan de Mistura, chiarisce come la finalità della proposta emendativa in esame sia quella di sospendere la partecipazione del personale militare italiano all'operazione dell'Unione europea per il contrasto alla pirateria Atalanta finché non si pervenga ad una positiva soluzione della vicenda. Ribadisce come il Movimento 5 Stelle consideri del tutto illegale la richiamata condizione di restrizione di libertà dei due fucilieri. Nell'osservare come non si stia ottenendo nulla dall'India tramite lo strumento dell'arbitrato internazionale, chiede di prendere posizione al di là della dialettica diplomatica, rimarcando peraltro come la posizione del Movimento 5 Stelle si differenzi da quella di altri gruppi – quali, ad esempio Fratelli d'Italia, che domandano un semplice «ritorno a casa» dei fucilieri di Marina – essendo orientata al rigoroso rispetto del diritto internazionale.

Vincenzo AMENDOLA (PD), replicando alle osservazioni dell'onorevole Di Stefano, pur manifestando concordanza sul tema, rileva come la ricostruzione della vicenda da parte dello stesso onorevole Di Stefano non si possa considerare completa. Ricorda che fin dalla missione svolta nel gennaio del 2014, anche su stimolo dell'allora presidente della Commissione Difesa, onorevole Elio Vito, si è avviato un dibattito parlamentare che ha sistematicamente registrato l'unità di intenti delle forze politiche presenti in Parlamento sulla questione. Ricorda come l'allora ministra degli affari esteri e della cooperazione internazionale Federica Mogherini avviò il percorso dell'arbitrato internazionale, entrato nella sua fase attuativa con l'attuale ministro Gentiloni. Anche sulla scorta dell'atto di indirizzo condiviso da tutti i gruppi in occasione dell'esame del decreto-legge n. 109 del 2014, l'arbitrato ha portato significativi elementi per la risoluzione della questione, con particolare riferimento alla decisione sulla non prevalenza della giurisdizione indiana sulla controversia e sulla valutazione delle determinanti prove balistiche. Pertanto, nel valutare positivamente la scelta compiuta dal Governo circa l'arbitrato internazionale e ritenendo che non vi sia diversità di percezione o di vedute sulla vicenda tra i gruppi di maggioranza e di opposizione, giudica controproducente assumere in questa fase una linea di contraddittorio con la comunità internazionale e auspica, invece, un nuovo atto di indirizzo al Governo per un rapido rientro in Patria dei due fucilieri in libertà e onore.

Francesco Saverio GAROFANI, presidente e relatore per la IV Commissione, ricorda che, oltre all'ordine del giorno richiamato dal deputato Amendola, ci sono state le ultime comunicazioni periodiche del Governo sullo stato delle missioni in corso, svoltesi il 6 ottobre scorso, nel corso delle quali la ministra della difesa ha informato il Parlamento del fatto che il Governo riteneva che l'Italia dovesse proseguire la propria partecipazione alla missione Atalanta.

Manlio DI STEFANO (M5S), replicando a sua volta alle considerazioni dell'onorevole Amendola, ricorda come l'ordine del giorno e la norma inserita nel provvedimento nel 2014 fossero connessi ad un'interazione con l'India, da cui però non è mai pervenuta alcuna apertura. Ritiene che l'arbitrato internazionale in corso richiederebbe una collaborazione fattiva anche da parte indiana, collaborazione ad oggi non riscontrabile. Appare quindi opportuna pressione sulla comunità internazionale finalizzata alla positiva soluzione della vicenda, data la non evoluzione del rapporto diplomatico tra i due Paesi.

Gian Piero SCANU (PD), premesso di condividere l'intervento del deputato Amendola, esprime l'avviso che le Commissioni dovrebbero tuttavia evitare di dividersi su iniziative riguardanti la vicenda dei due marò, rispetto alla quale si è sempre mantenuta in passato l'unità di spirito e di intenti di tutte le forze politiche. Per questa ragione, invita il deputato Manlio Di Stefano a valutare la possibilità di ritirare il suo emendamento 3.6, per ragionare assieme agli altri gruppi in vista della presentazione in Assemblea di un ordine del giorno condiviso da tutti, auspicabilmente anche dal Governo, per chiedere all'Esecutivo quanto è necessario per una positiva conclusione della vicenda.

Massimo ARTINI (Misto-AL), premesso di condividere lo spirito dell'emendamento Manlio Di Stefano 3.6, invita i deputati presentatori dello stesso a valutare l'offerta di dialogo avanzata dal deputato Scanu, ricordando come l'Italia, anche se in ritardo, abbia ormai intrapreso la strada dell'arbitrato internazionale: strada che da più parti in Parlamento si è indicata fin dall'inizio come quella giusta.

Donatella DURANTI (SI-SEL) concorda con il deputato Scanu che sarebbe preferibile che le Commissioni non procedessero al voto dell'emendamento Manlio Di Stefano 3.6, con il rischio di dividersi sulla questione dei due marò, e che i gruppi lavorassero invece alla stesura di un ordine del giorno al Governo largamente condiviso.

Tatiana BASILIO (M5S) ricorda che l'articolo 13, comma 3, del precedente decreto-legge di proroga delle missioni internazionali (decreto-legge n. 7 del 2015) prevedeva che, entro il 30 settembre 2015, la prosecuzione della partecipazione dell'Italia all'operazione Atalanta sarebbe stata valutata in relazione agli sviluppi della vicenda dei due fucilieri della Marina militare, «sentite le competenti Commissioni parlamentari». Considerato che nel frattempo la situazione dei due fucilieri non è cambiata, dal momento che Salvatore Girone è tuttora in India, mentre Massimiliano Latorre è in Italia con un permesso temporaneo per ragioni di salute, ritiene che l'Italia debba a questo punto sospendere la propria partecipazione all'operazione e invita pertanto le Commissioni ad approvare l'emendamento Manlio Di Stefano 3.6. A parte questo, chiede al Governo di chiarire come mai, nonostante la disposizione citata prevedesse che il Governo dovesse sentire le Commissioni competenti, il decreto-legge in esame abbia stabilito che la partecipazione dell'Italia ad Atalanta sia finanziata ancora fino al 31 dicembre 2015.

Il sottosegretario Domenico ROSSI evidenzia che il Governo ha ottemperato all'obbligo di sentire le Commissioni parlamentari competenti il 6 ottobre scorso, in occasione delle ultime comunicazioni periodiche sullo stato delle missioni in corso e degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, già menzionate dal presidente. In quella sede, infatti, la ministra della difesa ha informato le Commissioni che per il Governo sussiste la «concreta necessità che l'Italia continui a operare efficacemente per contrastare la pirateria, soprattutto al largo del Corno d'Africa» e che «il Governo considera quindi coerente proseguire con la partecipazione dell'Italia alla missione dell'Unione europea denominata Atalanta, quale membro affidabile e responsabile della Comunità internazionale, che sa tenere fede ai suoi impegni»; e questo anche in considerazione del fatto che «la recente sentenza del Tribunale del mare di Amburgo ha prodotto uno sviluppo nel senso auspicato anche dal Parlamento» per quanto riguarda la vicenda dei due fucilieri di marina Latorre e Girone. Conclude osservando che, se le Commissioni avessero ritenuto di non condividere questo orientamento del Governo, avrebbero dovuto adottare atti di indirizzo conseguenti.

Il sottosegretario Mario GIRO osserva come in relazione alla vicenda dei due marò debbano svolgersi due riflessioni. In primo luogo, invita a considerare come l'adesione alla procedura dell'arbitrato internazionale abbia sollevato veementi proteste in India, rappresentando così un modello efficace di public diplomacy. In secondo luogo, richiama il fatto che l'Italia è già ricorsa all'utilizzo del diritto di veto verso lo Stato indiano, con particolare riferimento ad un accordo internazionale in materia militare cui l'India era particolarmente interessata. Rileva dunque come le due fattispecie costituiscano un indubbio strumento di pressione sulle autorità indiane, da non sottovalutare ai fini della soluzione della questione.

Tatiana BASILIO (M5S) prende atto che nell'interpretazione del Governo l'obbligo di «sentire» le Commissioni competenti può essere assolto nel modo descritto dal sottosegretario Rossi, e cioè, da una parte, senza che le Commissioni si pronuncino espressamente sul punto su cui devono essere sentite e, dall'altra parte, attraverso comunicazioni non aventi a oggetto specifico il tema sul quale le Commissioni dovrebbero essere sentite.

Gian Piero SCANU (PD) osserva che, a suo avviso, l'articolo 13, comma 3, del decreto-legge n. 7 del 2015 – che prevede che le Commissioni siano «sentite» – avrebbe dovuto essere interpretato, per non mortificare il ruolo del Parlamento, nel senso che doveva essere chiesto alle Commissioni di pronunciarsi espressamente sul punto. Ciò premesso, ribadisce che il suo gruppo condivide l'orientamento del Governo di proseguire la partecipazione dell'Italia ad Atalanta.

di Luca Marco Comellini  - 18 novembre 2015
fonte: http://notizie.tiscali.it

19/11/15

La Russia schiera contro lo Stato islamico i più potenti aerei sulla terra


I bombardieri russi spianano lo Stato islamico



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militari russi informavano Putin sull’ulteriore escalation delle operazioni aeree in Siria. Le nuove forze aeree schierate sono di una potenza mai vista prima. Operano dalle basi nella Russia. Non esiste apparentemente un piano per inviare altri aeromobili in Siria. La base aerea di Lataqia è al completo. Non c’è spazio per altri aeromobili. A quanto pare non ci sono piani per il momento per creare un’altra base in Siria. I russi continuano ad escludere l’invio di una forza di terra. Il piano è che aerei diretti in Siria dalla Russia condurranno gli attacchi a logistica e infrastrutture dei jihadisti l’obiettivo principale della forza d’attacco russo a Lataqia finora. Il gruppo d’attacco a Lataqia è ora libero di fornire supporto aereo ravvicinato all’Esercito arabo siriano che continua l’offensiva. Ciò suggerisce che il nuovo dispiegamento era pianificato da tempo. I nuovi aerei sono schierati in tre gruppi:
Bombardieri strategici Tu-160 e Tu-95 che volano da Engels, base aerea nei pressi di Saratov, nel sud della Russia
Bombardieri medi Tu-22M3 che volano da Mozdok, grande base aerea nel nord dell’Ossezia, nel Caucaso settentrionale
Caccia Su-27 e cacciabombardieri Su-34, che volano da una base aerea non identificata, forse Mozdok o più probabilmente Budjonnovsk, presso Stavropol, nel nord del Caucaso.
Tutti questi aeromobili hanno l’autonomia per raggiungere obiettivi in Siria dalle loro basi in Russia, anche se i Su-27 e Su-34 dovrebbero utilizzare serbatoi di carburante esterni e volare con carichi più leggeri. Il velivolo di gran lunga più vecchio è il Tu-95. Questo velivolo fu progettato ed entrò in servizio negli anni ’50. Era l’equivalente russo del bombardiere statunitense B-52 entrato in servizio nello stesso periodo. Il Tu-95 ha un carico di bombe più leggero del bombardiere B-52. Tuttavia la sua autonomia è probabilmente maggiore. Sembra antiquato perché utilizza giganteschi turboeliche controrotanti invece dei motori a reazione Ma tuttavia ciò è ingannevole. Il Tu-95 vola a velocità appena inferiori a quelli degli aviogetti subsonici. La sua straordinaria autonomia, il pesante carico di bombe e bassi costi operativi l’hanno mantenuto in servizio nell’Aeronautica russa dagli anni ’50. L’efficacia di questo aereo è dimostrato dal fatto che i russi ne hanno riavviato la produzione negli anni ’80. Tutti i B-52 in servizio nell’aviazione degli Stati Uniti sono stati costruiti prima del 1963. Tutti i Tu-95 in servizio nell’Aeronautica russa sono stati costruiti dopo il 1981. Sorprendentemente, anche se il Tu-95 è stato in servizio da quasi 60 anni, è la prima volta che entra in azione.

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L’altro bombardiere strategico Tu-160 è molto più moderno e molto più potente. Il Tu-160 è il bombardiere più pesante e più veloce del mondo. Può volare a velocità supersoniche e trasporta il maggiore carico di bombe (40000 kg) di qualsiasi bombardiere. I russi non hanno detto quanti Tu-95 e Tu-160 partecipavano alla campagna aerea in Siria. Tuttavia hanno confermato che questi aerei nel loro primo attacco non hanno lanciato bombe, ma hanno colpito bersagli ad Aleppo e Idlib con missili da crociera a lunga gittata. I missili utilizzati erano i missili da crociera Kh-65 nel caso dei Tu-95 e i molto avanzati missili da crociera Kh-101 nel caso dei Tu-160. Alcuni rapporti riferiscono che i missili lanciati dai Tu-95 erano Kh-55. Il Kh-55 è essenzialmente lo stesso missile Kh-65. Tuttavia a differenza del Kh-65 utilizza una testata nucleare. Questi missili da crociera sono completamente diversi dai missili da crociera navali Klub/Kalibr già utilizzati nel conflitto, lanciati da navi della Marina russa nel Mar Caspio. Sono stati progettati da team di progettazione completamente diversi. I missili Kh-65 e Kh-101 sono stati progettati dal Design Bureau Raduga. I missili Klub/Kalibr sono stati progettati dal Design Bureau Novator. Con gittate di 3000 km e 5000 km rispettivamente, i missili Kh-65 e Kh-101 hanno una gittata maggiore dei missili Klub/Kalibr lanciati dal Mar Caspio. Kh-65 e Kh-101 sono missili da crociera aerolanciati subsonici a lungo raggio. L’avanzatissimo Kh-101 è un missile altamente furtivo, praticamente invisibile alla maggior parte dei radar. Ha anche un sistema di puntamento più avanzato e più preciso del Kh-65. Il Tu-95 trasporterebbe 16 missili Kh-65, e il Tu-160 12 missili Kh-101. Secondo i russi 34 missili da crociera sono stati utilizzati nel primo attacco. Ciò potrebbe significare che il numero di Tu-95 e Tu-160 utilizzati nel primo attacco sarebbe stato soltanto di 3. Una buona ipotesi potrebbe essere 1 Tu-160 e 2 Tu-95. Dato che Kh-65 e Kh-101 sono missili a lungo raggio, è probabile che i Tu-95 e Tu-160 hanno lanciato i loro attacchi missilistici fuori dallo spazio aereo siriano, probabilmente mentre sorvolavano Iran o Iraq. I russi dicono che il numero totale di Tu-95, Tu-160 e Tu-22M3 che hanno bombardato i jihadisti in Siria era di 25. La maggior parte probabilmente Tu-22M3.

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Tu-22M3 è un potente bombardiere supersonico a medio raggio, entrato in servizio nel 1970. Tuttavia è stato aggiornato costantemente. Il Tu-22M3 non avrebbe difficoltà a raggiungere obiettivi in Siria dalla base di Mozdok a pieno carico. Possono trasportare 24000 kg di missili e bombe. Anche se in grado di lanciare missili da crociera, i rapporti russi suggeriscono che i Tu-22M3 hanno utilizzato nel primo attacco bombe, nei bombardamenti del primo mattino su Raqqah e Dayr al-Zur. Secondo i russi 12 Tu-22M3 vi hanno preso parte. L’impiego di aeromobili potenti con 24 tonnellate di bombe non è dovuto solo all’autonomia con cui possono raggiungere obiettivi in Siria dalla Russia. Possono trasportare le bombe più pesanti dell’arsenale russo, come le bombe FAB-9000 da 9500 kg ad alto esplosivo, la bomba più pesante del mondo, o le mostruose AVBP da 7000 kg (“la madre di tutte le bombe”), una bomba incendiaria; la bomba convenzionale più potente esistente, con un effetto esplosivo pari a 44000 kg di TNT. Una di queste bombe avrebbe un effetto assolutamente devastante sulle strutture dello Stato islamico. Possono facilmente distruggere anche i più pesantemente induriti bunker o rifugi. E al fine di utilizzare tali bombe che i Tu-22M3 sono stati probabilmente dispiegati. I rapporti affermano che, in risposta al crescente numero di incursioni aeree russe, lo Stato islamico cerca di seppellirsi. Lo schieramento di bombardieri pesanti con gigantesche bombe è la risposta della Russia.

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Perché 6 Su-27 e 8 Su-34 sono volati in Siria dalle basi in Russia? Il Su-27 è un aereo da caccia. La variante utilizzata è la Su-27SM. Diversamente dal Su-30, che ha pilota e navigatore, il Su-27SM è un caccia monoposto. È un velivolo molto più avanzato, con migliori radar e motori rispetto ai Su-27 originali degli anni ’80. Non ha tuttavia la super-manovrabilità del Su-30 schierato a Lataqia. Comunque è un aereo da caccia formidabile con un’autonomia maggiore del Su-30 e può trasportare gli stessi sofisticati missili aria-aria del Su-30. Il suo compito è fornire protezione aerea (“copertura”) ai Su-34 e Tu-22M3 che effettuano le missioni di bombardamento. I russi hanno diffuso video che mostrano i Su-27SM fare questo: scortare i Tu-22M3. Lo schieramento del Su-27SM, come del Su-30, dimostra che i russi considerano vari rischi. Anche se lo Stato Islamico non ha una forza aerea, i russi pensano chiaramente al rischio che altri aerei da combattimento tentino d’interferire nei loro bombardamenti. Questi altri aeromobili possono essere solo quelli di Stati Uniti, Turchia e Israele. Il dispiegamento di Su-27SM, come dei Su-30, riduce il rischio fornendo protezione, se le cose andassero male.
Sugli 8 nuovi Su-34, il loro scopo è effettuare attacchi di precisione su obiettivi più piccoli, dove l’uso dei grandi Tu-22M3 sarebbe eccessivo e non redditizio. I russi hanno detto che questi nuovi aerei raddoppieranno la forza d’urto della forza d’attacco a Lataqia. Non è vero. Il carico bellico massimo teorico di tutti gli aerei che formano il gruppo d’attacco a Lataqia, nell’insieme è di circa 200 tonnellate. Il carico di bombe massimo teorico di tutti gli aerei in volo ora in Siria dalla Russia è di circa 600 tonnellate. Ovviamente né i velivoli a Lataqia, né quelli in volo dalla Russia trasportano mai o di solito il totale carico bellico teorico. Tuttavia questo confronto dà un’idea della misura di quanto la forza che i russi utilizzano in Siria si sia moltiplicata. Non l’hanno raddoppiata come dicono, ma almeno quadruplicata. A ciò va aggiunto l’effetto moltiplicatore delle bombe gigantesche che i Tu-22M3 quasi certamente trasportano. I russi hanno diffuso video di tutti gli aeromobili presentati in questo articolo attivi nel primo attacco. Tu-95 e Tu-160 appaino lanciare i loro missili. Il video può essere visto qui.
Putin ha detto che l’operazione russa non è limitata nel tempo. I russi hanno confermato di avere almeno 10 satelliti che sorvegliano la Siria. L’intera operazione è controllata dal Centro operativo dello Stato Maggiore Generale russo a Mosca. Lo Stato islamico e gli altri gruppi jihadisti che combattono al fianco di esso in Siria ora subiscono bombardamenti del genere, mai conosciuti prima o che avessero probabilmente neanche immaginato.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

Daniel Fielding, Russia Insider - 19 novembre 2015
fonte: https://aurorasito.wordpress.com/


Se la Francia colpita al cuore mostra di non avere paura


I parigini coraggiosi resistono anche sotto assedio


La Francia vive lo stato d'assedio, decretato dal presidente della Repubblica dopo gli attacchi terroristici di venerdì 13, con palese serenità, se non addirittura con indifferenza.


Parigi è presidiata da militari in assetto di guerra, che passeggiano ovunque e sono guardati dai passanti come fossero in libera uscita, e da poliziotti armati fino ai denti che controllano i punti sensibili. Ma, malgrado la raccomandazione di non uscire di casa, se non in caso di urgente e assoluta necessità, i parigini si sono riversati nelle strade senza apparente paura e, contravvenendo un'altra raccomandazione, si sono radunati in piazza della Repubblica a manifestare il proprio orgoglio di appartenere alla Nation in questo momento difficile - e davanti al Bataclan - la sala concerti dove i terroristi hanno ucciso numerosi giovani - nonché al ristorante dove gli avventori che stavano cenando all'aperto sono stati a loro volta falciati, a manifestare la loro solidarietà alle vittime e alle loro famiglie. Un magnifico esempio, di civiltà. Forse molti parigini hanno paura, ma non lo danno a vedere, confermando la sensazione che gli attacchi abbiano prodotto un risultato imprevisto. Di fronte a un attacco che ha colpito la gente comune è scattata una reazione che i terroristi avevano probabilmente sottovalutato. Oggi, i terroristi possono dedurre che attaccare gente comune è stato un errore psicologico grave che, non solo ha compattato il Paese, ma ha prodotto un risultato opposto a quello che si proponevano: ha indotto la gente comune a mostrare di non avere paura e di voler affrontare gli eventuali rischi di altri attacchi con palese serenità, se non con coraggio. Se gli attacchi si proponevano di creare e diffondere la paura, si può ben dire che hanno fallito il loro scopo.Il terrorismo non è stato sconfitto militarmente ma pacificamente. Chi è andato a piazza della Repubblica e davanti al Bataclan ha sconfitto il terrorismo e la propria paura nel solo modo che era possibile in questo momento: disattendendo la raccomandazione di non uscire di casa e di non creare assembramenti. Le decine di morti e di feriti hanno creato uno stato emotivo forte che sarebbe sciocco sottovalutare, ma non il risultato che gli stessi terroristi avevano probabilmente preventivato.La Francia non ha paura e, ammesso che ce l'abbia, non mostra di averla, rivelando d'esse un Paese forte che nelle circostanze più tragiche e difficili tira fuori tutto il suo carattere. Se uno scontro di civiltà, o di modi d'essere, è quello che sta vivendo il Paese, a uscirne sconfitto è l'estremismo islamico e vittorioso è il laicismo repubblicano. Sono patetici e persino ridicoli, quegli italiani che continuano ad attribuire all'Occidente democratico-liberale e capitalista la responsabilità indiretta degli attacchi terroristici. Avrebbe fatto loro bene vedere come i francesi hanno reagito alla tragedia.Ho casa nel quartiere dove sono avvenuti gli attacchi, ma non ho avvertito, da parte di nessuno dei vicini, la benché minima reazione di paura. Ho finito con non averne manco io e sono uscito tranquillamente di casa per andare a colazione in centro. Se la paura rischia di essere contagiosa, evidentemente lo è stata anche la serenità, il coraggio dai quali mi sono sentito circondato. La Francia è davvero un grande Paese. Viva la repubblica, viva la Francia!

Putin smaschera Arabia Saudita, Qatar, Emirati e Turchia. Da loro arrivano i soldi all’Isis



Al G20 il presidente russo ha distribuito un rapporto americano che analizza i flussi di denaro provenienti dai cittadini di questi Stati. «Sono molti i ricchi arabi che giocano sporco.




Sono gli «angeli investitori» i cui fondi «sono semi da cui germogliano i gruppi jihadisti» ed arrivano da «Arabia Saudita, Qatar ed Emirati». Oggi sulla Stampa c’è una interessante corrispondenza di Maurizio Molinari da Antalya (Turchia) dove si è svolto il G20.
Molinari racconta la mossa a sorpresa del presidente russo Vladimir Putin che, al termine del summit, è stato molto esplicito nello spiegare che «l’Isis è finanziato da individui di 40 Paesi, inclusi alcuni membri del G20». E giusto per avvalorare le sue parole ha fatto distribuire ai presenti un dossier americano preparato a Washington dalla Brookings Institution in cui si analizzano dati raccolti nel 2013 e pubblicati nel 2014 che raccontano chi sono coloro che, attraverso donazioni private, foraggiano i terroristi. Follow the money, si diceva una volta. E le piste portano a cittadini del Qatar e dell’Arabia Saudita che hanno aiutato l’Isis «attraverso il sistema bancario del Kuwait».
DONAZIONI PRIVATE. I governi degli Emirati, dell’Arabia Saudita e del Qatar, a parole, condannano i terroristi. Ma cosa fanno per bloccare gli «angeli investitori»? Molinari riporta le parole del rapporto:
Fuad Hussein, capo di gabinetto di Massoud Barzani leader del Kurdistan iracheno, ritiene che «molti Stati arabi del Golfo in passato hanno finanziato gruppi sunniti in Siria ed Iraq che sono confluiti in Isis o in Al Nusra consentendogli di acquistare armi e pagare stipendi». «Una delle ragioni per cui i Paesi del Golfo consentono tali donazioni private – aggiunge Mahmud Othman, ex deputato curdo a Baghdad – è per tenere questi terroristi lontani il più possibile da loro». David Phillips, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato Usa ora alla Columbia University di New York, assicura: «Sono molti i ricchi arabi che giocano sporco, i loro governi affermano di combattere Isis mentre loro lo finanziano». L’ammiraglio James Stavridis, ex comandante supremo della Nato, li chiama «angeli investitori» i cui fondi «sono semi da cui germogliano i gruppi jihadisti» ed arrivano da «Arabia Saudita, Qatar ed Emirati».
DOPPIOGIOCO TURCO. Putin non ha messo in imbarazzo solo chi governa gli Stati suddetti. Suo obiettivo polemico è stata anche la Turchia, paese in cui, secondo il Cremlino, abitano altri «angeli investitori».
Ankara assicura di aver rafforzato i controlli lungo la frontiera ma un alto ufficiale d’intelligence occidentale spiega che «la Turchia del Sud resta la maggior fonte di rifornimenti per Isis». «Ci sono oramai troppe persone coinvolte nel business nel sostegno agli estremisti in Turchia – conclude Jonathan Shanzer, ex analista di anti-terrorismo del Dipartimento del Tesoro Usa – e tornare completamente indietro è diventato assai difficile, esporrebbe Ankara a gravi rischi interni». Lo sgambetto di Putin è stato dunque anche a Recep Tayyp Erdogan, anfitrione del summit.
Foto Ansa

novembre 17, 2015 Redazione
fonte: http://www.tempi.it 

18/11/15

Siamo in guerra contro il Male e dobbiamo liberarcene


I nuovi attentati terroristici che hanno messo a ferro e fuoco Parigi dovrebbero far cadere le fette di salame dagli occhi di coloro che si ostinano a non vedere, non sentire e non capire. Cosa? Che siamo in guerra, cazzo! Una guerra che non è mai stata dichiarata formalmente, salvo considerare l’11 settembre 2001 l’inizio ufficiale delle ostilità. Una guerra senza quartiere e regole che ci coglie increduli e impreparati.
La guerra che il terrorismo islamico sta conducendo contro la civiltà occidentale è figlia di un disegno preciso, spietato. L’Islam vuole sottometterci, convertirci forzatamente oppure annientarci. Dopo avere visto le angoscianti immagini parigine, sento il bisogno di schierarmi apertamente dalla parte di coloro (Fallaci docet) che ci mettono in guardia contro il relativismo che obnubila la mente. Non esiste un Islam buono e uno cattivo. Non ci sono musulmani moderati e musulmani integralisti. Esistono i “muslim” e basta. E sono tutti colpevoli di ciò che sta accadendo, anche quelli che non fanno del male o fingono di deprecare il jihadmentre in cuore loro ne godono. Scusate la franchezza, ma non faccio differenze tra il fanatico che impugna il Kalashnikov e il clandestino sbarcato da un barcone che impugna solo il telefonino. Il primo è una minaccia palese, il secondo un pericolo latente. Tutti, senza eccezioni, credono in Maometto e nel Corano. Ebbene, basta leggerlo il Corano per rendersi conto che le sue pagine sono intrise di odio e intolleranza religiosa. Smettiamola di fare distinzioni ed eccezioni. Finiamola di essere servili e comprensivi, giustificare e invitare al dialogo, quasi sempre unilaterale. Non può esserci dialogo con chi ci odia e rifiuta ciò che ha reso luminosa la civiltà occidentale: la democrazia, la libertà, l’intelligenza laica, il cristianesimo. Non è possibile attuare l’integrazione di chi oltraggia le nostre leggi, sputa sulle nostre tradizioni, insulta i nostri valori. Peggio di costoro ci sono solo gli stronzi di casa, gli ipocriti e i falsi buonisti che ci ammorbano con la loro presunta superiorità morale, quelli che corrono in difesa di Caino e ci invitano a condividere il loro stile di vita, che in nome di un aberrante concetto chiamato politically correct ci impongono di togliere i crocefissi dalle scuole e abolire il Natale. In fondo, i musulmani li capisco. Imparano da piccoli che noi siamo il nemico perciò meritiamo solo disprezzo e odio. Capisco che le menti labili dei fondamentalisti islamici, a qualunque farneticante sigla appartengono, siano facilmente plasmate nelle madrase e nelle moschee. E capisco che nutrirsi quotidianamente del Corano avveleni la mente e il cuore. Quello che non capisco è l’imbecillità di chi li difende e protegge anche dopo un attentato terroristico, di chi tende loro la mano con la stessa incoscienza di chi offre il latte a un serpente. Cos’hanno nel cervello costoro, segatura? A questi paladini cerebrolesi che dimorano nei palazzi del potere, a questi traditori della patria che hanno aperto le porte al nemico, auguro di trovarsi nel mezzo di una strage attuata dal Califfato o dai Fratelli Musulmani, giusto per provare l’ebbrezza del caos e finire nell’elenco dei martiri coatti. 
È ora di dire basta e promuovere leggi speciali, chiudere le frontiere, setacciare le città e le moschee per stanare i sorci verdi. È il momento di reagire con forza e orgoglio, di colpire e punire in modo implacabile, di comportarsi come quando si è in pericolo, senza se e senza ma, perché siamo in guerra, altro che balle. Ed è una guerra sporca, subdola, ignobile. Una guerra condotta da una torma di scellerati, mentecatti che uccidono senza compassione anche donne e bambini. In questo momento così triste servono due cose all’Occidente. La prima, che auspico fortemente, è che la gente si decida a sfogliare qualche pagina del Corano. Se lo farà, capirà molte cose. Su tutte, che il libro che Maometto sostiene sia stato dettato da Dio è una feroce istigazione alla violenza, all’odio, al terrore e alla prevaricazione (compresa quella maschile sulla donna). I fatti accaduti a Parigi sono il frutto disgustoso dell’insegnamento del Coranoe stupirsi che avvengano significa ignorare ogni cosa del nemico, che non è sprovveduto ma agisce in maniera logica e prevedibile, convinto di essere nel giusto, di combattere una guerra santa. Ora, visto che la parole stanno a zero e in questo momento contano solo i fatti, voglio riproporre alcune “perle di saggezza” contenute nel Corano, giusto per favorire l’orientamento di chi, in queste ore, si sente un po’ smarrito. 
La prima sura che cito suggerisce: “Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti.” (2:191). La seconda promette:  “Instillerò il mio terrore nel cuore dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, recidete loro la punta delle falangi!” (8:12). La terza raccomanda: “Non obbedire ai miscredenti; lotta invece con essi vigorosamente.” (25:52). La quarta è esplicita: “Combattili fino a quando non ci sia più tumulto o oppressione, e prevalga la giustizia e la fede in Allah ovunque e dovunque.” (8:39). Ancora più inequivocabile è la quinta: “Ai miscredenti saranno tagliate vesti di fuoco e sulle loro teste verrà versata acqua bollente, che fonderà le loro viscere e la loro pelle. Subiranno mazze di ferro, e ogni volta che vorranno uscirne per la disperazione vi saranno ricacciati: Gustate il supplizio della Fornace“ (22:19-22). Ma ecco la sesta: “O voi che credete! Combattete i miscredenti che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi. Sappiate che Allah è con coloro che lo temono.” (9:123). Il profeta rinnova l’invito altrove: “Combattete coloro che non credono in Allah” (9:29) e afferma che “Il loro rifugio (dei miscredenti) sarà l’Inferno, qual triste rifugio!” (9:73). Insiste con questo tono:  “Combatteteli finché Allah li castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su di loro, guarisca i petti dei credenti.” (9:14) ed esplicita che “La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso.” (5:33). Infine: «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri» (47:4). In definitiva, Maometto tuona così: “Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce.” (8:60). Vi basta? Potrei continuare...
Poc’anzi ho sostenuto che servono due passi per consapevolizzare l’emergenza e ora vi chiederete qual è il secondo. Il secondo è risvegliarsi dal torpore in cui siamo caduti a causa del benessere, dell’apatia e delle cattive ideologie. Dobbiamo metterci in testa che non stiamo lottando contro esseri umani come noi ma contro il Male, di cui dobbiamo liberarci. Presto e a qualunque costo. La nostra inerzia, l’impotenza di cui abbiamo dato prova lo rafforza. Il mio auspicio è che la Comunità Internazionale si mostri unita e invii un segnale forte, contrattaccando, economicamente, socialmente e militarmente, per estirpare il male alle radici. Le guerre non si vincono porgendo l’altra guancia. E al Male non si pone fine con la retorica ma con le azioni inesorabili. Non possiamo permetterci di ignorare questa guerra globale e tanto più di essere sconfitti. 
 
 di Giuseppe Bresciani -14 novembre 2015
fonte:http://www.giuseppebresciani.com

17/11/15

Il Front National corre nei consensi E Hollande chiama la Le Pen


TERRORE ISLAMICO


Prima di oggi il partito di destra era sempre stato escluso dai vertici


Merkel receives Hollande in Berlin 
 
Nel terrificante caos civile e politico in cui è caduta la Francia, dopo il venerdì di sangue tra le strade della sua Capitale, c’è un dato che sembra certo per analisti e osservatori: l’ascesa del Front National a poche settimane dal voto per le Regionali. Accanto a questo proprio ieri è arrivata una novità assoluta e di rilievo: il partito fondato da Jean Marie Le Pen, da sempre escluso dai vertici, è entrato a pieno titolo nella dinamica della Republique. «Siamo d'accordo con questo stato d'emergenza a patto che si decida finalmente di andare a disarmare le banlieue», ha spiegato Marine Le Pen all’uscita dell’incontro con il presidente Francois Hollande che l’ha ricevuta nello stesso giorno di Nicolas Sarkozy. Una sorta di “prima assoluta”, questa, che arriva sì come risposta di unità della nazione all’emergenza del terrorismo ma che si innesta in un percorso governista che anche in queste ore il leader del Fn ha dimostrato di voler e saper percorrere.
A partire dalla reazione agli eventi. Marine Le Pen, appena emerse le prime notizie sugli attacchi, ha scelto infatti un atteggiamento da solidarietà nazionale ed evitato accuratamente ogni intervento a gamba tesa sulla vicenda, onde evitare accuse di speculazione sull’“effetto Parigi”. «La Francia e i francesi non sono più in sicurezza: è mio dovere dirvelo. Si impongono delle misure d’urgenza», così, dopo gli attacchi terroristici rivendicati dall’Isis, si è rivolta direttamente alla nazione in un intervento, in alcune parti, più vicino alla cifra dialettica di un uomo di Stato che di rappresentante dell’opposizione più intransigente. Prima di questo, nei minuti successivi alla strage, aveva annunciato la decisione di stoppare la propria campagna elettorale (e con lei anche la nipote Marion) per le Regionali a tempo indeterminato: un gesto valutato positivamente anche dalla stampa mainstream. Le Pen, nel suo intervento, ha parlato alla Francia indicando un percorso più che lanciando strali contro il governo: «I nemici della Francia sono quelli che intrattengono rapporti con l’Islam radicale – ha attaccato -. I suoi nemici sono anche quelli che hanno un atteggiamento ambiguo nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Tutti quegli Stati che invece combattono il terrorismo dobbiamo trattarli come alleati». Implicito il riferimento, per ciò che riguarda gli alleati, alla Russia di Putin. Certo, se il leader frontista ha abbassato i toni non ha annacquato di certo i concetti: «La Francia deve vietare le organizzazioni islamiste. Bisogna chiudere le moschee radicali ed espellere gli stranieri che predicano odio sul nostro territorio». E se ancora la precisa identità degli attentatori di Parigi non si conosce, Le Pen ha già messo in chiaro l’eventuale misura-shock per i francesi di seconda o terza generazione che dovessero subire il richiamo della “guerra santa”: «Per quanto riguarda i cittadini stranieri con doppia nazionalità che prendono parte a movimenti islamisti: dovranno essere privati della nazionalità francese e banditi dal territorio».
I sondaggi precedenti l'attentato, del resto, davano già il Fn come primo partito del paese, con il 52% degli intervistati che dichiarava di non vedere nulla di male nell'avere un presidente di regione frontista. Dopo i fatti di questo fine settimana, il bisogno di sicurezza e il fatto che – per la seconda volta in meno di un anno – la Francia si sia svegliata impaurita e frastornata da un attacco terroristico, sono da indicare come elementi di questo ulteriore riconoscimento alla Le Pen. Da parte sua madame Le Pen ha evitato – a differenza di ciò che accadde con la vicenda di Charlie Hebdo – ogni attacco diretto ad Hollande per non fornire assist al “cordone sanitario” anti-Fn sempre dietro l’angolo, e concordato con il presidente sulla necessità di chiudere le frontiere (Le Pen spera che ciò avvenga anche oltre l’emergenza). Uno scenario questo che segna, da un lato, un nuovo passaggio nella definizione di un profilo maturo del Front National che da ieri si può ritenere un partito pienamente legittimato; dall’altro che in un Paese che si sente sotto attacco anche i vecchi schemi e le esclusioni sono destinati a essere messi da parte.

Antonio Rapisarda- 16 nov 2015
fonte: http://www.iltempo.it

Corpo Militare della Croce Rossa Italiana. Non è il momento di chiuderlo



Il clima teso a livello internazionale e la maggiore attenzione che anche il governo italiano sta riservando ai problemi di sicurezza interna del Paese impongono scelte radicali sia dal punto di vista operativo che da quello qualitativo delle forze da mettere in campo. Queste scelte, frutto di decisioni contingenti, possono però confliggere con orientamenti assunti soltanto qualche tempo addietro; faccio naturalmente riferimento al Corpo Militare della Croce Rossa Italiana.
Questa importante componente del sistema di difesa nazionale non deve essere valutata soltanto alla stregua di forza di completamento degli assetti sanitari delle nostre Forze Armate in ogni possibile teatro o scenario ma avendo maturato nel tempo un'elevatissima autonomia logistica ha oggi le qualità di interoperabilità dei sistemi, modularità e scalabilità della propria componente base e un'ampia capacità di proiezione che possono renderla protagonista in ogni possibile scenario d'impiego. Proprio per queste ragioni il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana è considerato, insieme al Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, tra gli attori principali di ogni pianificazione dei sistemi di Difesa Civile nazionale, prima delle stesse Forze Armate e di quelle di Polizia.
Nel tempo il proprio personale, per la gran parte riservista, ha acquisito elevata capacità di risposta NBCR e può contare su propri Nuclei di Decontaminazione campale in grado di attuare una importante tutela della popolazione in caso di eventi antropici gravi quali attacchi terroristici o incidenti industriali. Anche la struttura dei propri Nuclei Sanitari rende la risposta in caso di emergenza molto flessibile e rapida in quanto detti assetti sono già schierati secondo la dislocazione geografica dei quattordici Centri i Mobilitazione diffusi su tutto il territorio nazionale e le isole maggiori.
Tanta potenzialità deve ora fare i conti con un processo di riordino che, pur mutuando il termine dal titolo del decreto legislativo 178 del 2012 che ne ha sancito l'avvio, sta stravolgendo letteralmente struttura, compiti e finalità di un Ente pubblico nato tre secoli orsono. Il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana sta subendo, dopo i drastici tagli alle proprie spese di funzionamento tali da rendere difficile non solo l'addestramento del personale ma anche la corretta manutenzione dei propri beni strumentali, una procedura di mobilità che nei primi giorni del 2016, in pieno esercizio giubilare, avrà visto ridurre la forza del personale in servizio continuativo ad un quarto delle attuali disponibilità.
La forza del Corpo Militare della Cri sono però i riservisti, circa diecimila uomini contro i 1.300 effettivi attuali, che allo Stato non costano nulla, nemmeno quando vengono richiamati in servizio per addestramento o prestano la loro opera in teatri ad elevato rischio quali le missioni Triton o Resolute Support, in quanto a mente di quel provvedimento governativo non possono essere retribuiti. Ma a loro non importa, continueranno a fare il loro dovere con l'abnegazione e lo spirito di sempre, naturalmente con difficoltà crescenti perché dal prossimo gennaio verranno meno il contributo logistico e formativo dei loro colleghi inseriti nel quadro permanente e tutto si farà più difficile. Proprio mentre il paese e l'intero continente stanno affrontando una nuova minaccia concreta, proprio quando un ripensamento del governo nazionale su una strategia, nata come riordino e tradotta quale smobilitazione, potrebbe fare la differenza.

(foto dell'autore)

(di Cristiano Adolfo Degni)
16/11/15 
fonte: http://www.difesaonline.it

16/11/15

Marò e il castello di carte indiano - Annex 8 Scena del crimine: il sopraluogo.


Scene examination report No. B1-873/FSL/2012, 19 April 2012
In questo documento gli inquirenti indiani esaminano la scena del crimine:
  1. Salme
  2. Petroliera Enrica Lexie
  3. Peschereccio St. Antony
Ci interessa per le conclusioni a cui giunge:

ANNEX 8 Le conclusioni
ANNEX 8: Conclusioni finali
  1. I proiettili sono sparati da fucili cal. 5.56;
  2. La direzione della traiettoria è verso il basso.
Quindi ci troviamo di fronte a conclusioni precise, ma di cui dobbiamo trovare riscontri nel testo del documento.

Il documento

Si tratta di un documento in 5 pagine (cinque!) in cui si esaminano:
- Due salme di persone uccise con armi da fuoco
- Una petroliera da 50.000 tonnellate
- Il peschereccio
Al peschereccio sono dedicate 2 (due!) pagine in cui si rilevano gli impatti di tre proiettili che hanno colpito l'imbarcazione, che è fatta interamente in legno.
Il sopralluogo è fatto il 17 febbraio 2012, quindi 2 giorni dopo i fatti.
Queste le misure dei fori rilevati:
  1. Proiettile n. 1
  2. - ovale di 80,1x 13,5 mm
  3. - ovale 22,1x 9,7 mm
  4. - ovale 51,2x 16,7 mm
  5. - ovale 7x 5,6 mm
  6. Proiettile n. 2
  7. - ovale 5,5 x 2,2 mm
  8. - ovale 4,2x 3,6 mm
  9. - ovale 3 x 2,2 mm
  10. Proiettile n. 3
  11. - ovale  5,1 x 5,5 mm
  12. - ovale  5,3 x 5,7 mm
  13. - ovale  7,7 x 26,9 mm
  14. Regolatore
  15. - 6,1 x 6,5 mm
  16. - 6,4 x 4,8 mm
  17. - 5,5 x 7,1 mm
  18. - 4,8 x 4,7 mm

Discussione

proiettili sparati da fucili cal. 5.56

Si può affermare che sulla base dei dati rilevati le conclusioni a cui giunge il documento (proiettili cal. 5.56 mmsono assai stravaganti.

Anti Piracy AK Rifle
ANNEX 8: Fucili AK Impiegati nei servizi di Marine Security

Per chiarire il concetto possiamo citare l'esistenza documenta nell'area di fucili mitragliatori della serie "AK" di fabbricazione ex sovietica, cinese e di altri paesi, che possono essere in calibro 7.62x39mm (AK47) e dal 1974 in calibro 5.45x39mm (AK74).

Anti Piracy AK74 Rifle
ANNEX 8: Esercitazione anti-pirateria. Tutti gli operatori utilizzano AK74

Il calibro 5.45 mm è appena 11 centesimi di mm (11/100) più piccolo del 5.56mm e qui si vorrebbe che il funzionario indiano abbia potuto distinguere a occhio nudo una differenza di 11/100 di millimetro (0.004 inch) e quindi concludere che si tratta di fori di proiettili cal. 5.56mm;

5.56vs5.45
ANNEX 8: Comparazione calibri: 5.56 vs 5.45
Il tutto su fori fatti sul legno, senza considerare che in mare il legno si inumidisce, si gonfia etc... (è notorio che le parti in legno delle imbarcazioni se danneggiate o scheggiate vanno immediatamente protette con apposite vernici, altrimenti si infradicia tutto)
Anche in un video del 7 marzo 2012 relativo a un sopralluogo sul St. Antony che non risulta in atti giudiziari appare che queste analisi tecniche furono eseguite senza particolari dotazioni tecniche.
Video VENAD News del 7 marzo 2012

Traiettorie "downwards" (verso il basso)


Nel documento mancano del tutto fotografie, disegni,ricostruzioni in 3D che ormai sono alla portata di tutti ed essenziali per ricostruire la "scena del crimine".
Non sono state ricercate le tracce ematiche per stabilire dove sono cadute le vittime.
Non sono stati fatti prelievi per stabilire la presenza e la natura di residui di polvere da sparo (rilevabili a livello di molecole con lo spettrometro di massa).
E così via.

Classici elementi di un sopralluogo

Il sottoscritto analizzando la traiettoria sull'unico foro di proiettile di cui è possibile rilevare da immagini pubbliche sia il foro di entrata che quello di uscita è arrivato a conclusioni opposte riguardo alla direzione "alto verso basso".
Vedere il documento al link: seeninside.net/piracy/esposto2.pdf
La traiettoria esaminata è praticamente orizzontale, del tutto incompatibile con spari dall'altro dell'ala di plancia di destra (24 metri sul mare) della Enrica Lexie. Quindi il sottoscritto giudica che anche le traiettorie "downwards" siano come il calibro 5.56mm: campate in aria.

Aspetti di procedura penale

Il giorno 17/2/2012 i due militari italiani non erano ancora stati arrestati, ma successivamente, e purché questo sopralluogo non abbia eseguito atti non ripetibili, l'analisi tecnica del peschereccio andava rifatta alla presenza degli esperti nominati dalla difesa, secondo la normale metodologia e con strumenti tecnici adeguati.
Questo non è avvenuto, e ad aprile 2012 il St. Antony è stato riconsegnato al proprietario che lo ha affondato, pregiudicando qualsiasi ulteriore analisi.
Successivamente è stato tirato in secca e abbandonato alle intemperie, aperto a chiunque (ci sono video di troupe televisive salite a bordo per girare filmati)
Per cui ormai il relitto è inutilizzabile ai fini giudiziari.

Il St.Antony in abbandono a Neendakara


Conclusioni

Questo "sopralluogo" sulla scena è inconsistente nella metodologia e fuorviante nelle conclusioni.
Serve unicamente a creare un'altro documento dove si proclama la "colpevolezza italiana" senza la base di una evidenza non dico probatoria, ma nemmeno indiziaria.
Qui non si vuole sostenere che il funzionario di polizia (NISHA NG, che ritroveremo come firmatario della "Perizia Balistica") sia uno sprovveduto che misura i fori col metro a nastro e conclude coi centesimi di millimetro. Al contrario, trattandosi di persona con adeguate competenze professionali, sapeva benissimo cosa stava facendo.
 
Di Luigi Di Stefano 
Fonte: seeninside