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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

01/06/16

CASO MARO' - “L’inchiesta non serve”. Così il governo insabbia le responsabilità politiche sul caso Marò.

 

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Roma, 1 giu – La Battaglia di Punta Stilo (9 Luglio 1940, subito dopo l’entrata in guerra) si risolse in alcune ore di inutili cannonate fra due poderose flotte, italiana e inglese (nessun colpo andò a segno), ma servì a testare la catena di comando italiana, dove i comandanti in mare dovevano obbedire agli ordini di Supermarina che guidava l’azione tattica via radio, da un palazzo a migliaia di km di distanza su Lungotevere Flaminio a Roma. La necessità di crittografare le comunicazioni radio rese subito evidente che gli ordini arrivavano al comandante in mare con anche qualche ora di ritardo. Inoltre la Battaglia di Punta Stilo, servì a testare il coordinamento fra le due armi, Marina e Aereonautica, ancora più farraginoso. E infatti i bombardieri italiani decollarono dalla Sicilia a battaglia finita e trovandosi di fronte la flotta italiana che rientrava la scambiarono per quella inglese bombardandola per oltre un’ora mentre le navi italiane “si difendevano”, fortunatamente senza che nessuno, Aereonautica e Marina italiane, mettere nessun colpo a segno. La guerra cominciava male.

Sono passati 76 anni, abbiamo le e-mail, i satelliti, la crittografia automatica, ma a quanto risulta da un servizio del Tg La7 sulla catena di comando che ordinò alla Enrica Lexie di rientrare nel porto indiano di Kochi, dove ebbe inizio la annosa vicenda dei due Marò, la lezione non è stata imparata. In questi quattro anni è rimasto infatti un mistero su chi abbia consentito alla Enrica Lexie di entrare nelle acque territoriali indiane, ma se stiamo al servizio del Tg La7 ora è tutto chiaro, e spiegano i vari tentativi di addossare questa responsabilità al comandante del team Massimiliano Latorre, e spiegano lo sfogo dell’altro accusato Salvatore Girone: “abbiamo obbedito agli ordini!”. Quali ordini? Di chi? Da quanto si apprende nel servizio del Tg La7 il Capitano della Enrica Lexie, Com. Vitelli, chiese all’armatore che acconsentì al rientro in India, ma non poteva decidere per il team militare. Quindi Latorre chiese al suo superiore diretto Cap. Baldari nella Caserma Santa Rosa di Roma, che a sua volta chiama l’Ammiraglio Marzano, che a sua volta interpella l’Ammiraglio Binelli Mantelli, e quindi a Latorre arriva l’ordine di far rotta su Kochi. E non basta, perché casualmente durante le quasi tre ore di contatti i big di Marina, Esercito e Aereonautica sono in videoconferenza: almeno trenta fra Colonnelli e Generali seguono l’evolversi dei fatti – dice il servizio di La7 – ma nessuno interviene per impedire che la nave entri in acque indiane.


Storture, superficialità e negligenze, ci dice il servizio, e si può condividere. Fortunatamente l’Aereonautica era fuori portata, altrimenti magari avrebbe avuto l’ordine di bombardare la Enrica Lexie e facevamo la fine di Punta Stilo. Prima di lasciarsi andare alla disperazione (è d’obbligo) dobbiamo freddamente analizzare il resto, l’autoassoluzione. “Nessuno sarà condannato per il lungo tormento”, riporta il servizio, e il ministro della Difesa Pinotti dichiara che una inchiesta “non serve”. E no! Dobbiamo sapere quale è stato il “ruolo politico” in questa stolta vicenda, se le “greche” abbiano fatto tutto da sole o se come più probabile sia stato interpellata l’autorità politica e se questa abbia partecipato alla decisione: chi, per nome e cognome. Abbiamo avuto quattro anni di sequestro in India di due militari in servizio, un contenzioso aperto in un Tribunale Internazionale, almeno due anni di “campagna colpevolista” dei media governativi (Caporetto 1917, le decimazioni dei “soldati vigliacchi” per coprire l’ordine alle artiglierie di sparare solo tre colpi l’ora per “risparmiare”, Badoglio, sempre lui).
A cui, come se non bastasse, dobbiamo aggiungere la incredibile leggerezza con cui viene gestita l’inchiesta giudiziaria e relative sentenze contro i vertici di Finmeccanica dell’epoca, che finora ci costa due miliardi di euro di commesse militari con l’India e un colpo devastante al nostro settore della Difesa, che nonostante sia uno dei più tecnologicamente  avanzati del pianeta poco può fare se poi con le sentenze si dichiarano “corrotti” quelli con cui firmi i contratti. Con l’India! Con la quale non abbiamo mai avuto contenziosi dal tempo dell’Antica Roma! Dovete sapere che quando Nerone per stimolare l’economia dell’Impero svalutò la moneta, i commercianti indiani si limitarono a rifiutare il Denario (d’argento) e pretesero di essere pagati con l’Aureo, d’oro. Era meglio Nerone. 

Luigi Di Stefano - 1 GIUGNO 2016
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

31/05/16

CASO MARO' - "Girone: bentornato nella grande Italia"





 
 
Allora, parliamoci chiaro. Non andremo a riesaminare la storia dei due fucilieri di Marina perché oramai la sappiamo a menadito. Aggiungiamo però che l’altro ieri la vicenda ha raggiunto un felice epilogo in quanto anche Salvatore Girone è riuscito ad atterrare sul suolo italiano. Ha salutato i suoi familiari, il ministro Pinotti, il ministro Gentiloni e rilasciato dichiarazioni sulla bellezza dell’Italia e sulla grandezza del suo popolo. Che ad una lettura superficiale potrebbero sembrare “di rito” ma, proprio perché ormai la storia la conosciamo tutti, ci accorgiamo che no, non lo sono affatto. Perché ci vuole del fegato e ci vuole un grande senso dello Stato per dire questo di una nazione che per il tramite dei suoi rappresentanti ha osservato una colpevole inerzia durata ben 3 governi. Ci vuole del fegato per dire questo a fronte delle dichiarazioni rese da Vinod Sahai all’ottimo Fausto Biloslavo nelle quali il signor Sahai (mai smentito a quanto ci risulta) avrebbe preparato tutto per il rientro, ma è stato fermato dal ministro Di Paola che si preoccupava del fatto che il Governo non se ne sarebbe potuto prendere i meriti. Perché evidentemente Di Paola ha subito dimenticato di quando era militare ed ha sposato subito il modus operandi che, ahimè, regna indisturbato in buona parte della Pubblica amministrazione secondo il quale chi è più efficiente di noi ci mette in cattiva luce e quindi va “arginato” prima che possa arrecarci danno. E dobbiamo dire che in fin dei conti (dal suo punto di vista) non ha tutti i torti in quanto, dai piani alti di Finmeccanica, questa vicenda deve apparire “piccola e misera” se confrontata agli affari in ballo con l’India.
Toni Capuozzo poi, che i marò li conosceva personalmente, più di una volta ha contribuito a dipanare la cortina di disinformazione che avvolge questa vicenda affermando che “sono in molti ad aver fatto carriera sulla pelle dei due marò”. Ma voi forse direte che la loro permanenza sia stata “dorata” all’interno di un’ambasciata dello stesso Paese che loro servono con onore. Avremmo dei dubbi in merito visto che l’ambasciatore ha mandato una nota spese alla Farnesina nella quale chiedeva un rimborso di 400 euro per aver provveduto a ridipingere la recinzione della sua dimora, rovinata dai fili usati dai marò per stendere la biancheria. E, a detta del Fatto Quotidiano, il signore in questione guadagnerebbe 20mila euro netti al mese.
A dire il vero ci ha provato Girone durante i collegamenti a dire quello che pensava. Cosa è successo dopo, quali effetti abbia sortito il messaggio, e quale fosse (se ci fosse) il significato recondito delle sue parole nessuno lo sa. Fatto sta che, se uniamo i puntini, emerge un quadro squallido fatto di incapaci e di carrieristi. E se questa è la classe dirigente non osiamo nemmeno immaginare cosa possa essere il popolo che per definizione è “bue”. E allora forse ci vuole coraggio, dopo quello che si è passato, a dire ancora che l’Italia è un grande Paese e che gli italiani siano un grande popolo, a stringere la mano o abbracciare, in preda ad una sorta di Sindrome di Stoccolma, chi ha risolto la questione usando un colpevole attendismo che guarda caso giunge al favorevole epilogo un minuto prima delle consultazioni elettorali. Come ci vuole coraggio a dire che gli italiani siano un grande popolo quando ancora oggi possiamo trovare sui social dichiarazioni di gente e di rappresentanti di piccole realtà comunali che li irridono o li scherniscono.

di Vito Massimano - 31 maggio 2016

fonte: http://www.opinione.it

CASO MARO' " Quale prezzo ha pagato l’ Italia per il ritorno a casa del fuciliere pugliese Salvatore Girone? "



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Nelle stesse ore in cui la Corte Suprema indiana accettava, suo malgrado, di rendere immediatamente esecutivo l’ordine del Tribunale arbitrale internazionale dell’Aja di far rientrare in Italia il fuciliere di Marina Salvatore Girone, il Ministero della Difesa indiano annullava un mega-contratto da 300 milioni di dollari con Finmeccanica ( Progetto Leonardo) per la fornitura di siluri per i sottomarini di Nuova Delhi.
La perfetta coincidenza temporale di questa decisione – ufficialmente motivata a causa dello scandalo delle tangenti- lascia pochi dubbi sul fatto che  il Governo indiano abbia nella circostanza  posto in essere una vera e propria ritorsione verso l’Italia: la cancellazione di una commessa di notevole rilevanza economica come prezzo da pagare per la restituzione definitiva dei marò all’Italia. Un sospetto reso ancor più concreto dal fatto che l’accordo per questa importante fornitura all’India – un centinaio di siluri pesanti Black Shark prodotti dalla Wass di Livorno, azienda del gruppo Finmeccanica – era stato raggiunto nel marzo 2013, nelle stesse ore in cui il governo Monti prendeva la clamorosa e contestata decisione di riconsegnare alle autorità indiane i due marò:  una decisione, quella di Monti, da più parti definita come un autentico quanto sconcertante voltafaccia anti nazionalistico di un Presidente a cui è sembrato stessero più a cuore le questioni economiche del Paese  (rimaste comunque irrisolte nel corso del suo mandato presidenziale) che la dignità, il rispetto dei diritti umani e la tutela giuridica dei due militari italiani ( nei cui confronto, peraltro, la stessa Nuova Delhi non è mai stata in grado di individuare l’esatto capo di imputazione e quando lo ha fatto è stata smentita dalle perizie balistiche e dai sopralluoghi effettuati in mare dai periti delle due nazioni)  tenuti letteralmente in ostaggio dal Governo Indiano, ed  arrivato solo pochi giorni dopo che il ministro degli Esteri Giulio Terzi aveva, invece, annunciato che i due militari non sarebbero più tornati in India ( rimediando ovviamente una figuraccia a dir poco planetaria che costringerà Terzi alle dimissioni). Marò che vanno, appalti che vengono.
In quei giorni, la perfetta coincidenza di tempi attirò sul governo il sospetto di aver barattato la libertà dei due fucilieri in nome degli interessi economici e commerciali del gruppo industriale di cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze è il principale azionista (30,2 per cento). La stessa perfetta coincidenza si ripete oggi, ma in senso inverso. Marò che vengono, appalti che vanno. Uno smacco per l’Italia, la quale, contrariamente all’India, ha sempre ritenuto prioritari gli affari legati alle forniture militari, rispetto alla vicenda dei marò. Come ricorda Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi (Opal) di Brescia – “qualsiasi altro Paese, al posto dell’Italia, avrebbe sospeso le forniture belliche. Invece i governi Monti, Letta e lo stesso governo Renzi non solo hanno continuato ad inviare all’India sistemi militari (per più di 328 milioni di euro) ma hanno addirittura autorizzato nuovi contratti (283 milioni): nei soli due anni del governo Renzi sono stati autorizzate esportazioni per quasi 145 milioni per forniture di armamenti di ogni sorta, aeromobili, navi da guerra, munizionamento e sistemi elettronici”-.
C’è da rimanere sbigottiti e sconcertati di fonte a tanta ipocrisia e demagogia soprattutto se rivediamo le immagini dell’arrivo in Italia del fuciliere Girone e di tutto  l’apparato messo in piedi per riceverlo con la presenza di Ministri che con il rientro a casa  di Girone non avevano nulla a che fare, con la presenza del Ministro Gentiloni che ha stretto così  calorosamente la mano di Girone, per quasi tre ore, con il rischio di procuragli una frattura e con la ministra Pinotti che se lo è stretto e coccolato come fosse il figliuol prodigo ritornato a casa sua sponte. Ipocrisia e demagogia  che aggravano la figuraccia rimediata dai  governi italiani che non sono riusciti  in ben  4 anni ad impostare una strategia diplomatica e legale seria e vincente per riportare a casa e restituire all’affetto dei propri cari i due militari;  dobbiamo ricordare che se Latorre è potuto restare in Italia non lo si deve alla inefficiente diplomazia Italiana ( Regeni docet) ma ad una grave  di infermità  che lo ha colpito nel corso di un breve rientro  e  per la quale ancora oggi è obbligato a sottoporsi a cure intense per evitare conseguenze invalidanti.
Il processo  dinanzi al tribunale internazionale arbitrale  dell’AIA dovrebbe concludersi non prima del 2018, ci auguriamo che in questo periodo ,lungo o breve che sia il Governo italiano ritrovi l’autorevolezza e la sensibilità per  far capite agli indiani che gli affari sono affari ma che il prestigio e l’onore di una grande nazione hanno carattere prioritario su tutto e  passano attraverso azioni improntate al rispetto  delle persone, della loro dignità ed atte ad assicurare il  benessere psico fisico dei suoi cittadini.

Giacomo Marcario - 31 maggio 2016

30/05/16

CASO MARO' - "La schiena dritta di Girone è un cazzotto in faccia a questa Italia schifosa"





L’Italia è bella, amo l’Italia, ringrazio tutti, siamo un bel popolo”. Le prime parole di Salvatore Girone, marò, di nuovo italiano. Un cazzotto in faccia alla Repubblica di Arlecchino, servitore di due padroni, pusillanime.
Divisa perfetta, saluto militare a chi ha le chiavi della patria in mano, a chi ne regge il trono ma non ne rappresenta l’anima.
La schiena dritta di Salvatore Girone ricorda quella strana, antica sensazione di (cosa significhi) essere italiani. Riporta ad una dignità superiore che un tempo abitava queste terre, non solo popolate da mafiosi e corrotti, da disonore e pessimi esempi, da paraculi, strozzini e raccomandati. Da vigliacchi.
Gli italiani la schiena dritta ce l’hanno sempre avuta. Ce lo siamo dimenticati, sicuro, perché abbiamo perso l’abitudine all’italianità, a ricordarci di noi e della nostra storia, dei suoi uomini, confusi nell’idolatria della Tecnica. Essa non conviene, evidenzia la pochezza dell’oggi, non produce denari e rinforza lo spirito nazionale, non si può fare.
La compostezza è una vittoria, di questi tempi. Poteva essere un Girone infernale di polemiche. L’abbandono, la pochezza diplomatica, la svogliatezza, le prese per il culo – contro i marò, un vero e proprio tormentone, dalle pagine Facebook, alle imitazioni tv, fino alle frasi scritte sui muri -, le accuse. Così non è stato. Non è da dare più nulla per scontato nell’Italia del Sacro Toscano Impero di Renzi, nulla, neanche quando sei ingiustamente detenuto in terra straniera, neanche quando non hai colpe, neanche quando sei fedele alla Repubblica, alla Costituzione, alla Bandiera. A meno che tu non sia Giuliana Sgrena, Vanessa e Greta, o un prodotto del progressismo, meno romantico, meno nostalgico, meno teatrale, secondo loro. L’odio, la frustrazione, avrebbero dovuto calcare la scena, come ignobilmente accade per ogni foglia che si muove al vento, da queste parti. Ma non c’è stata soddisfazione per i macellai mediatici, né per il regime del belpensare. Non offrirsi alla strumentalizzazione, non cadere nella sciatta superficialità, mantenendosi integro fino in fondo. Militare, fedele. Non nutrire la bestia italica.
Mantenere la schiena dritta, essere esempio. Non essere ospite di Barbara D’Urso.
Quando tutto non avrà più un senso, da Aosta a S.Maria di Leuca, ce ne ricorderemo. Per oggi, noi pochi altri, rimarremo cantori poveracci di un’anima che ci appartiene.
Nell’Italia di Falcone e Borsellino, dei martiri di Nassiriya, nelle parole estreme di Fabrizio Quattrocchi, nel richiamo all’ordine del comandante Gregorio De Falco, nei voli nello spazio di Samantha Cristoforetti, nella schiena dritta di Salvatore Girone, voglio vedere la generazione di un nuovo esempio, di uomini, che nutra le nuove leve di italiani e gli ricordi l’onore, l’umanità, la dignità nel caos di questa incredibile farsa spacciata per patria, in questi 2000 vuoto a perdere, in cui muoiono gli esempi collaudati, le certezze di un’identità, di un’epoca. Anni in cui comunque stiamo facendo la storia ma senza accorgercene come fosse un fatto estraneo al nostro tempo, a noi, come se la storia si fosse fatta solo nel passato o fosse solo l’ennesima notizia, l’ennesima breaking news. Estranei a noi stessi, perdiamo pezzi, costretti ad adorare il ricordo, ricordare la morte, ignorare il presente.

di Emanuele Ricucci - 29 maggio 2016
fonte: http://blog.ilgiornale.it/ricucci/

Marò: Luigi Di Stefano «Così ho smascherato le bugie».

 

   «Il rientro è ormai ufficiale, quindi il 2 giugno Girone ritorna e si apre una fase tutta nuova su questa vicenda che dovrà portare all’arbitrato internazionale. Ma quello che conta è che questo processo si faccia in Italia e si tenga conto di quelle che sono le carte processuali. È evidente che finora l’India non ha rispettato quel minimo di diritto della difesa che avrebbe reso valide le sue indagini. Hanno combinato un disastro dal punto di vista giuridico che chiaramente ha il suo peso determinante nella vicenda». A parlare è Luigi Di Stefano, il tecnico autore di una perizia che scagiona i due marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, dall’accusa di aver sparato e ucciso due pescatori indiani.


Quali sono i punti critici di questa vicenda a livello tecnico-giudiziario?
«Tutta l’indagine giudiziaria indiana è stata fatta dal punto di vista mediatico, mentre invece le analisi tecniche sono carenti in modo da poter concludere quello che si voleva. La perizia balistica conclude che i proiettili sono quelli dei nostri marò, a pagina 33 invece c’è scritto che i proiettili repertati nelle salme sono approssimativamente similari a quelli sequestrati ai militari italiani. Quindi è ovvio che non sono gli stessi proiettili. Non c’è modo di uscire fuori da questi dati di fatto, per cui nei 5 minuti di udienza che ho avuto per parlare davati alla commissione della Ue, è stato possibile sintetizzare tutta una serie di elementi che oggettivamente rendono tutta l’inchiesta indiana falsa».
Ci sono errori che hanno cagionato un danno ai due marò.
«Il punto è che non sono errori, ma si tratta di qualcosa o qualcuno, una forza, che ha agito all’interno di questa inchiesta per riuscire a tenere in piedi un’accusa specifica contro i militari italiani e creare il caso internazionale contro l’Italia. Perché non si può parlare di errori quando dall’autopsia emerge che i proiettili non sono quelli utilizzati dai nostri militari. Io l’ho detto chiaramente: è una montatura e tale rimane, che si è retta in tutti questi anni perché l’India ha tenuto secretati gli atti giudiziari che non sono stati consegnati né alla magistratura italiana, che ne ha fatto richiesta, né agli avvocati difensori. Quando il tribunale di Amburgo ha consegnato i documenti ufficiali indiani è venuta giù tutta l’impalcatura».
Lei parla di «una forza», qual è questa forza?
«Francamente non lo so. Posso però registrare che ieri, o l’altro ieri, è stata invalidata una gara vinta da Finmeccanica per la fornitura di siluri per sommergibili su una nuova classe di sottomarini indiani. Questa gara è stata invalidata dal ministero della Difesa indiano. Evidentemente per ritorsione contro una sentenza della magistratura italiana di aprile scorso, che riforma un’altra sentenza di ottobre 2014. Stiamo parlando della famosa vicenda degli elicotteri».
Continuerà a seguire questa vicenda?
«Certamente, perché ci sono due esigenze: Girone e Latorre devono avere giustizia e l’India dovrebbe fare un’inchiesta interna per stabilire come e chi ha montato questa vicenda».
Francesca Musacchio
fonte http://www.iltempo.it/cronache/2016/05/27/il-papa-del-capo-di-casapound-cosi-ho-smascherato-le-bugie-1.1543801
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