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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

12/08/17

Un esposto contro la filiera dei negrieri



Sul tema dei migranti, dei rapporti con le Organizzazioni non governative e della missione dell’Italia sulle coste libiche tutto è così attuale quanto tragicamente confuso. È lo stesso centrosinistra ad aver perso la bussola, da una parte con la forte intenzione di fare ciò che da mesi chiediamo a gran voce, dall’altra con ministri e parlamentari del Partito Democratico sgomenti di fronte all’ipotesi di rompere il legame viscerale che lega tradizionalmente la sinistra alle cosiddette Organizzazioni non governative. Con addirittura il capo dello Stato Sergio Mattarella e il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini che scomodano incautamente Marcinelle e paragonano questi migranti agli emigrati italiani che in Belgio persero la vita nelle miniere.
La storia è nota da tempo. Le Ong partono, vanno nelle acque libiche, prelevano immigrati clandestini e li portano in Sicilia. Solo in Sicilia, perché il Governo Renzi offrì i nostri porti all’Europa in cambio di qualche sforamento nei parametri di spesa (Bonino docet).
Oggi la sinistra è spaventata dal fenomeno, propone un regolamento e non una legge per le Ong, e anche quando queste si rifiutano non smette di coccolarle. È il caso di Medici senza Frontiere, dove non capisco come possa sfuggire l’assurdità della vicenda. Non avendo siglato il protocollo, Msf non può attraccare nei porti italiani, e allora che si fa? Semplice, Msf va sempre in Libia, raccoglie centinaia di immigrati e li consegna alla Guardia costiera italiana. Una vera e propria presa in giro.
Soprattutto per chi nel centrodestra per primo va ripetendo un ritornello da anni, raccogliendo oggi le ragioni di una battaglia giusta per l’Italia e anche per la stessa Europa. Denunciando un lavoro in apparenza umanitario ma che alla fine nascondeva un progetto ideologico e, di fatto, un reato, quello di aver favorito l’immigrazione clandestina. Un contesto in cui il marcio, e soprattutto il vil danaro, sono apparsi fin da subito i veri protagonisti: arricchirsi sulle spalle degli immigrati, chiamandoli profughi, consegnandoli poi all’Italia che si occupava di sfamarli e ospitarli. Il tutto senza accorgersi che ad avere la meglio in questa triste filiera, oltre alle Ong, fossero proprio i tanto vituperati scafisti, delinquenti senza scrupolo che, a quanto pare, se la intendevano per bene con più di qualcuna di queste Ong.
Come Fratelli d’Italia, attraverso la nostra leader Giorgia Meloni, abbiamo fin dal primo minuto rivendicato una battaglia, fatta di contestazioni sui territori e di una proposta chiara: un blocco navale al largo delle coste libiche, la richiesta da parte del governo italiano di una missione europea per un blocco navale, il confronto con i governi libici, l’apertura degli hotspot in Africa e da lì una distribuzione equa, solo dei rifugiati, nei 27 Paesi della Ue.
Ma la vicenda, o meglio la battaglia, non è ancora finita. Dobbiamo capire quali siano le reali intenzioni di questa sinistra (venire incontro alle nostre proposte o a quelle di Giuliano Pisapia...) e quali siano le reali responsabilità di chi, da anni e intensamente, collabora con le Ong, anche arrivando a verificare a valle se la filiera che parte dagli scafisti sulle rive libiche non abbia poi conclusione nei tanti centri per rifugiati che si moltiplicano in giro per l’Italia. Vedere cioè se qualche Ong non abbia un chiaro interesse a portare immigrati in Italia perché c’è qualche sorella non governativa che ne raccoglie ulteriori frutti.
Su questo ho depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma. Qual è la notizia? Sta nel fatto che tutti ne parlano ma nessuno ha mai messo nero su bianco le ambiguità di questi rapporti, dando impulso ad indagini che garantiscano la giusta chiarezza ai tanti italiani, di tutti i colori politici, che vogliono vederci chiaro. Su cosa? Per esempio sui rapporti tra le Ong, operanti nei mari, e la Croce rossa italiana, affinché si accerti anche l’insussistenza di elementi riconducibili a rapporti di natura economica in via diretta tra le stesse e/o mediati da terzi privati.
A seguito infatti delle dichiarazioni del Procuratore Capo di Catania Carmelo Zuccaro, sarebbero emersi collegamenti tra alcune Ong, nello specifico la Moas (Migrant Offshore Aid Station) di Malta, e i trafficanti di uomini situati in Libia. Un articolo a firma di Maurizio Belpietro ipotizzava l’esistenza di un vero e proprio contratto in essere tra la Croce rossa italiana e la Ong Moas. Secondo detto contratto verrebbe riconosciuta alla Moas una somma di 300mila euro da parte della Croce rossa italiana - in rate da 50mila euro - a fronte della possibilità di imbarcare personale della stessa a bordo delle navi operanti a largo della Libia.
Come noto, la Cri ha da tempo iniziato ad utilizzare numerose strutture sparse nel territorio italiano quali veri e propri hub per l’accoglienza dei “cittadini stranieri richiedenti asilo politico” (a Roma sono noti gli hub di Ramazzini a Monteverde e di via Pietralata 190). Inoltre, la stessa Cri, nel corso degli ultimi anni, risulterebbe aver finalizzato la sua attività quasi esclusivamente nel settore dell’accoglienza degli immigrati, da cui ne deriverebbero i suoi principali introiti, così come rappresentato dalla gestione della tendopoli di Roma in via Bernardino Ramazzini, ottenuta attraverso una manifestazione di interesse, e la partecipazione alla procedura di affidamento dei servizi di accoglienza e dei servizi connessi per il periodo 1/1/2017- 31/12/2017 per un importo di più di 103 milioni di euro.
Insomma, la Cri stia tranquilla, è solo un esposto, potrebbe non significare nulla, ma proprio a tutela di chi fa vera assistenza e del cittadino contribuente, abbiamo chiesto alla Procura di poter indagare ed eliminare ogni dubbio in merito. Almeno in questo caso...
(*) Consigliere regionale del Lazio e membro dell’assemblea nazionale di Fratelli d’Italia

03/08/17

MIGRANTI E MALATTIE INFETTIVE



Da un po’ di tempo, in Germania, è tornata la paura per tutte quelle malattie che si ritenevano debellate, o a scarsissima diffusione in Occidente. Da quando, per esempio, è emerso il caso di un richiedente asilo dello Yemen, affidato ad una chiesa a Bünsdorf, nella Germania settentrionale, per evitarne l’espulsione, e che avrebbe contagiato almeno 50 bambini di tubercolosi, la malattia infettiva ha scalato nuovamente la classifica delle malattie a più alto rischio di contagio. Ma non capeggia certo da sola.

Lo stato di cose nella Germania della cancelliera Merkel è visibilmente critico, pericoloso. Nonostante quel che i giornaloni diano in pasto ai lettori ignari.  Il Robert Koch Institute (RKI), l’organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive che fa parte del Ministero federale della salute tedesco, di anno in anno pubblica rapporti sempre più funesti e che non fanno che confermare l’aumento globale delle malattie soprattutto dal 2015 – l’anno in cui la Merkel “ha aperto le porte” ad un numero senza precedenti di migranti. L’ultima relazione è stata pubblicata il 12 luglio 2017 e fornisce dati sullo stato di oltre 50 malattie infettive in Germania nel 2016. Dal botulismo all’echinococcosi, dalla sifilide alla tubercolosi. Il quadro è terso, eppure tetro.

L’incidenza di epatite B è aumentata del 300% negli ultimi tre anni, tra il 2014 e il 2015 quella di morbillo ha superato il 450%, mentre dal 2015 i migranti hanno contribuito al 40% di nuovi casi di AIDS. Per quel che riguarda la tubercolosi, invece, nel 2016 sono stati riscontrati 5.915 casi a fronte del 4.488 del 2014. Un medico intervistato da Focus ha voluto evidenziare il fatto che le autorità tedesche hanno perso le tracce di centinaia di migliaia di ‘migranti‘ che possono essere infetti. Ma, soprattutto, ha voluto enfatizzare quel 40% di tutti gli agenti patogeni della tubercolosi che si sta diffondendo e che risultano resistenti alle terapie. Dato comune per tutta l’Europa, Italia compresa: il micobatterio, in alcune situazioni, si è trasformato in modo da non essere sensibile agli antibiotici che cinquant’anni fa sembravano averlo debellato. Tra il 2013 e il 2016 il numero di persone a cui è stata diagnosticata la scabbia solo nella Renania Settentrionale-Vestfalia è aumentato di quasi il 3000%. Per non parlare, poi, del focolaio di morbillo diffuso in tutti i 16 stati federali tedeschi tranne uno – Mecklenburg-Vorpommern -, lo stato con la percentuale di immigrati più bassa.

Eppure i numeri forniti dal RKI rappresentano solo la punta dell’iceberg, e per qualcuno non coprono che una parte dei pericoli diffusi. Sono tanti i medici che ritengono che le percentuali reali dei casi di tubercolosi, per esempio, siano molto più elevate e accusano il RKI di ridimensionare la minaccia al fine controllare i sentimenti anti–immigrazione. E se in Germania le cose stanno così, in Italia non suona una sinfonia troppo diversa. L’unica differenza sta nel fatto che, da noi, solo una piccola percentuale di immigrati si trattiene. Semplicemente la nostra penisola è zona di transito, e pertanto il confronto non reggerebbe. Eppure il politicamente corretto dei dati ha colpito anche il Bel Paese. Ovviamente. Non sono reperibili tabelle ben stilate, e i cocktail party organizzati dalle fondazioni filantropiche si tengono a debita distanza, pur di non denunciare il pericolo. Né dati, né statistiche, insomma, il binomio immigrati-malattie non esiste e non deve esistere. Soprattutto in un momento storico dove il colpo di frusta del suddetto binomio non è proprio previsto.

A rendere un tantino paradossale il contesto, però, ci pensano come sempre i fatti, come il moltiplicarsi di seminari in contesti medico ospedalieri che cercano di monitorare la situazione perché “i migranti pongono una questione di sanità pubblica ineludibile” (Francesco Blasi presidente della Società italiana di pneumologia). Di tanto in tanto salta fuori qualche numero, come gli oltre duemila casi di scabbia e i 38 di tubercolosi che rientrano nel bilancio 2016 dei centri di accoglienza di Milano. Ma per il resto c’è mancanza di una metodologia sistematica per la raccolta dei dati che, dove disponibili, risultano stravecchi.  La questione della diffusione di malattie legate all’immigrazione è stata ormai liquidata dalla versione offerta dai vari pulpiti altisonanti e che coincide con un’unica sentenza: partono sani e se è vero che si ammalano, è colpa del clima insalubre italiano, o più in generale, occidentale, e delle condizioni di vita in cui si vengono a trovare.

Addirittura il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, ha dichiarato che gli immigrati che arrivano nel nostro Paese sono in generale “in buona salute” e sono “più vaccinati degli italiani”, sia perché in molti Paesi le coperture sono più elevate sia perché “li vacciniamo all’arrivo”.  Se le cose stessero così, perché partono? E perché ogni migrante ospitato nei campi viene vaccinato contro la difterite, il tetano e la poliomielite se, come gli antivax da una vita ci raccontano, queste malattie in Italia sono praticamente estinte da tempo? E invece non vengono vaccinati contro l’epatite B, siccome in gran parte dei Paesi di provenienza dei migranti è endemica.

Ci sono, poi, i giornaloni, sempre made in Italy, che raccontano l’altra storiella per cui, più che malati, gli immigrati, sono traumatizzati. E via a ruota libera sulla xenofobia, il razzismo e i dati che sono solo allarmismo e niente più. E’ più facile con il buonismo eludere la questione piuttosto che fotografare il momento storico con onestà intellettuale e denunciare i danni di una scellerata politica immigrazionista.

Lorenza Formicola

Sorgente: Migranti e malattie infettive, il legame c’è ma dirlo è tabù | l’Occidentale

31/07/17

ARDEA (RM) - Marina di Tor San Lorenzo


In un post del 5 giugno 2017, pubblicato su FB, si segnalava il malfunzionamento di un semaforo (Vd. foto) che metteva a rischio l'incolumità di pedoni ed automobilisti.
Il semaforo in questione fu installato alcuni anni  orsono sul Lungomare degli Ardeatini, più  precisamente a lato dell'ingresso dello stabilimento balneare Calypso e della fermata Cotral per i mezzi provenienti da Roma da un lato, ed allo sbocco di via Alessandria e della fermata Cotral per i mezzi provenienti da Anzio sull'altro ... un semaforo importante quindi, ed assolutamente necessario considerato il via vai dei bagnanti, elevato nel periodo estivo, e dei  cittadini in arrivo e partenza, utilizzatori della nota società di servizio pubblico.
Peccato però non abbia mai funzionato, e questo nonostante i ripetuti reclami indirizzati alle forze dell'ordine e agli organi preposti alla sicurezza, a nulla valse nemmeno un esposto siglato da numerosi cittadini, presentato e protocollato presso la casa comunale.
Ora  accade che nei primi mesi del 2017, complice forse l'approssimarsi dell'appuntamento elettorale, il semaforo viene reso operativo, in modalità  sempre verde per gli automobilisti, e con pulsante di prenotazione all'attraversamento per i pedoni, installato su ambedue i pali.
Indubbiamente un passo avanti per i pedoni, non altrettanto per gli automobilisti in uscita dal Calypso o da via Alessandria che nulla avevano a disposizione per prenotare l'immissione sul Lungomare degli Ardeatini, inconveniente che veniva comunque ben accettato .. l'incolumità dei pedoni, spesso mamme  con al seguito bambini e carrozzini, era assicurata.
A maggio uno dei pulsanti per la prenotazione del passaggio pedonale, quello lato mare, viene danneggiato, probabilmente da un auto in manovra. I villeggianti in uscita dal Calypso e i passeggeri dell'autobus che giunge da Roma non disponendo più del pulsante, hanno sempre il rosso mentre le automobili che sopraggiungono, quasi sempre a velocità sostenuta, hanno sempre il verde. Si creano quindi situazioni di estremo pericolo che mettono a rischio l'incolumità  dei pedoni per cui vengono
informati i carabinieri di Tor San Lorenzo e la Polizia Locale ... rispondono che segnaleranno.
Ma passano i giorni e nulla accade, fino al 6 luglio quando finalmente, grazie anche all'interessamento di alcuni amici, il semaforo diventa operativo.
Un sollievo per tutti che dura solo due giorni perché  inspiegabilmente il semaforo cambia spesso modalità di funzionamento  .. sempre lampeggiante; funzionamento manuale; automatico;  o sempre rosso per pedoni ed autovetture. Si scopre che la colonnina (Vd. foto) dove é alloggiato il quadro comandi (Vd. foto) é accessibile a tutti in quanto  non é chiusa a chiave e qualche cretino la apre e cambia le impostazioni.



In un paese normale il personale tecnico addetto avrebbe impostato la modalità ritenuta più idonea dall'ufficio comunale addetto alla sicurezza, e avrebbe chiuso per evitare ulteriori manomissioni o irreparabili danneggiamenti........... in un paese normale.
Invece viene tolta l'alimentazione, problema risolto, e da circa 20 giorni il semaforo è  completamente spento.
A questo punto nemmeno vale la pena di stare a commentare su quanto poco sembri valere per qualcuno la sicurezza e la vita dei cittadini .... solo un'amara considerazione, che spero il tempo dimostri errata:
Cambiano i colori, cambia la bandiera, ma il vento soffia sempre nella stessa direzione.

#Ardea #MarinadiTorSanLorenzo #LungomareDegliArdeatini
#mariosavarese
#marinadiardea

27 luglio 2017

21/06/17

Rifugiato a chi

ClLwVLKWYAQWpFtFa sorridere vedere persone celebrare la “Giornata Mondiale del Rifugiato” indetta dalle Nazioni Unite tramite la sua agenzia UNCHR. La tragedia del secolo si è trasformata in un inno alla gioia. In tv è tutta pubblicità progresso, sui social network è tutto un cambiare foto del profilo come vuole la grande traghettatrice con sede a Ginevra. Dovrebbe essere un pianto e invece si fa l’apologia dello sradicamento. Come se i migranti, i rifugiati, gli sconfitti dell’imperialismo americano, avessero scelto volontariamente di lasciare le propria terra. L’odissea degli ultimi improvvisamente diventa un viaggio in prima classe. 
Si scrive “sensibilizzazione” sebbene Luc Boltanski, sociologo francese e autore peraltro del “nuovo spirito del capitalismo”, chiamava questo scempio “lo spettacolo del dolore”: una sorta di marketing della miseria per raccogliere donazioni, un universalismo astratto per mascherare inerzia e individualismo, una politica della pietà per pulire la coscienza degli Stati occidentali,  uno spettacolo macabro sbattuto sulle prime pagine dei giornali e sui canali televisivi per coprire i veri colpevoli. Il confezionamento di questa celebrazione globale – che durerà fino al 19 settembre e i cui risultati saranno presentati all’Assemblea generale dell’ONU a New York – è organizzata ai minimi dettagli. C’è un intero star system che va da Ben Stiller fino ad Alessandro Gassmann passando per Angelina Jolie e George Clooney, che invita le persone a sostenere col sorriso (e con una donazione) questa campagna “epocale”. Tutti a raccontare le conseguenze della guerra (il già visto) ma le cause (il non detto) non vengono nemmeno menzionate.

41KSvP8-ovL._SX298_BO1,204,203,200_La realtà è che si fa la guerra invocando i “diritti umani” e si chiama in causa il fine umanitario per nascondere le conseguenze disastrose di quella guerra. Non a caso lo sponsor è più o meno sempre lo stesso: le Nazioni Unite. Sono le Nazioni Unite che finanziano l’UNCHR (agenzia per i rifugiati) e che allo stesso tempo benedicono tutte le risoluzioni che legittimano gli interventi militari (o non hanno mai fatto nulla per impedirle): dalla Serbia all’Afghanistan all’Iraq alla Libia passando per la Siria. Il catechismo umanitario è in realtà una chiamata alle armi. Voi che scrivete #WithRefugees dov’eravate quando in nome dell’esportazione della democrazia venivano violati i diritti dei popoli e creati nuovi sfollati in giro per il mondo? 

Engagez Vous il blog di Sebastiano Caputo

20 giugno 2017

Ius soli? 14volte no!



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Lo ‘ius soli’ ha il valore simbolico dello ‘ius primae noctis’, che sarà stato anche un falso storico, ma da entrambi ricaviamo la stessa percezione di una imposizione calata dall’alto; di una fregatura, insomma.
Non entro nel vivo delle questioni tecniche, nei meandri sempre paradossali e complessi della eventuale legge, dei commi e degli articoli. Resto alla premessa, alla strategia e alla visione d’insieme che è quanto di più antidemocratico si possa considerare in un momento storico come il nostro. Vale a dire, a come si sia arrivati a questo moderno ‘ius primae noctis’ senza un minimo di realismo ma strabordanti di falso ecumenismo che quel geniaccio di Giovanni Papini avrebbe definito ‘pecoreccio’. Perché l’idea nascosta, e perciò non detta, è che il futuro ci prospetti una società globale senza vincoli, limiti e identità, e quindi sia giusto ‘attrezzarci’ per tempo.
Aggiungerei, per onestà, che cosa buona e giusta sarebbe quella di ‘ritirare’ – se solo fosse possibile – la patente di italianità anche a tanti connazionali indegni, ma qui si aprirebbe un altro capitolo che ci porterebbe lontano e quindi restiamo al punto.
Nessuno si ostina a rifiutare il fatto che vi siano persone col pieno diritto di sentirsi ‘ufficialmente’ italiani ma allo stesso tempo bisogna anche accettare che non è solo questione di carte bollate e di timbri. E soprattutto che se vi sono politici che riducono una così complessa questione a slogan di nazionalismo spicciolo e anacronistico, ciò non significhi che le tesi di fondo siano errate e chi li condivida sia un reazionario becero.
E allora provo a confutare, una ad una, le premesse di una scelta che ritengo ideologica prima che politica.
  1. Leggo di paragoni con l’Impero Romano e mille altri regni o monarchie ed epoche della Storia che farebbero da pezze d’appoggio in tema di moderna inclusione e di integrazione più o meno coatta. Nulla di più sbagliato. Decisioni di questo tipo vanno calate nella realtà sociale di uno specifico contesto storico. Non c’è una legge che vale per tutti i tempi. Così come non c’è un governo o un regime adatto per ogni situazione.
  2. Che sia una questione ideologica è chiaro e palese a tutti. Il fatto che giornali e Tv intervistino bambini nati in Italia da genitori stranieri, cogliendo il lato umano e drammatico di quelle esperienze, è operazione volgare e indegna.
  3. Se da una parte c’è chi sostiene questa tesi facendosi vergognosamente scudo con le facce e le storie di bambini, c’è un ministro dell’Interno che ci intima di tenerci lontano dai cattivi maestri. Ora, con tutto il rispetto che si deve per un ministro così importante, va da sé che sentir parlare un ex comunista di cattivi maestri provoca risentimento e irritazione di non lieve entità. Chi sarebbero i ‘cattivi maestri’? Quelli che hanno una posizione diversa sui flussi migratori o sul concetto di cittadinanza? Se è così, si sbaglia caro Ministro; i Salvini e le Meloni di turno non c’entrano. Si tratta di un sacrosanto scontro dialettico che è sale della democrazia.
  4. Si finisca, una volta e per tutte, di portare come esempio gli altri Paesi. Solo qualche giorno fa, un deputato di Forza Italia ci invitava a dare uno sguardo alla legislazione di non so quale stato africano dove le regole di integrazione sarebbero più restrittive. Non so se sia una boutade o una ‘uscita’ fatta col proposito di provocare una discussione pubblica. Tuttavia, su questo tema vale lo stesso discorso fatto per le riforme costituzionali. Le leggi si fanno tenendo presente l’interesse primario dei cittadini e il contesto storico, economico e sociale. Giolitti diceva che un sarto, quando taglia un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito …e così doveva fare un politico. Ecco, lorsignori facciano il vestito tenendo conto della attuale situazione generale e perciò non annuncino la palingenesi della umanità. Non c’è riuscito Gesù Cristo, dovremmo credere ai sinistrorsi e ai democratici di turno?
  5. Non è assolutamente vero che il tema della identità non è connesso ai flussi migratori. A leggere i dati, per la quasi totalità, coloro che scappano dai propri paesi sono migranti economici. Sono cioè futura mano d’opera a basso costo che si prepara ad integrarsi nel nostro sistema economico e a rendere ancor più labile le certezze del diritto del lavoro grazie alla percezione reale di poter diventare in un breve-medio periodo cittadini.
  6. Tenuto conto di ciò, dal punto di vista simbolico, approvare lo ‘ius soli’ sarebbe un colpo micidiale (positivo) per coloro i quali ci ritengono ‘il paese del bengodi’. L’idea di partorire in Italia per ottenere una futura cittadinanza sarebbe un incentivo incredibile per i poveri e i diseredati dell’intero Mediterraneo.
  7. In tutti i Paesi del mondo cosiddetto civile, gli immigrati si adeguano alle leggi del paese ospitante. Da noi sta succedendo l’inverso. C’è timidezza e ritrosia nel segnalare questa verità lapalissiana quasi si offrisse la stura ad un nuovo razzismo. Tuttavia, di fronte a fenomeni enormi, invece di regolarli e stringere le maglie, abbassiamo ai minimi termini la soglia del lecito e del legittimo.
  8. Insieme allo ‘ius soli’ il Parlamento ha pensato di collegare una sorta di ‘ius culturae’, una cittadinanza data <<agli under 12 che abbiano frequentato almeno cinque anni di scuola>>. Ma davvero si ritiene che possa essere sufficiente ciò per una reale integrazione? Un riassunto fatto bene all’esame di quinta elementare, delle tabelline citate a memoria o le divisioni? E se anche fosse così, qualcuno ha pensato che se il bambino con regolare licenza elementare e successiva cittadinanza italiana continui a frequentare predicatori di odio, in famiglia, in moschea o da qualunque altra parte, sarà integrato solo formalmente?
  9. In Paesi come Francia e Belgio le maglie larghe della integrazione hanno chiaramente palesato un tragico fallimento. Tante migliaia di ‘seconde’ e ‘terze’ generazioni sono francesi o belgi solo sulla carta. Come i fatti dimostrano, restano invece legati ai paesi di provenienza dei loro familiari. E questo se da un lato non sarebbe un male perché tutti devono custodire le proprie antiche radici, dall’altro preoccupa perché in non rari casi si rifanno al radicalismo islamico e a fanatismi di vario tipo.
  10. Una volta che avranno compiuto qualche atto terroristico, non potremmo nemmeno espellerli. Sarebbero italiani e quindi dovrebbero restare nelle nostre carceri, il luogo in cui più si alimenta il fanatismo.
  11. Italiani-razzisti è un panzana di dimensioni ciclopiche. La tolleranza e la solidarietà dei nostri concittadini supera di gran lunga talune comprensibili liti e contrasti. Tuttavia, quando l’accoglienza è messa da parte e si pensa alla ‘sostituzione’ di un popolo con un altro e nelle periferie piccole e grandi arrivano in massa clandestini, senza nessun ordine, disciplina, legalità, ed anche armonia, il minimo che possa accadere sono le rivolte modello-banlieue.
  12. Il tema dell’identità non è secondario. Nonostante viviamo in una società magmatica, ‘liquida’ avrebbe detto il famoso sociologo, non significa che ogni riferimento alle proprie radici debba per forza essere azzerato. Ecco perché a me fa paura un paese come la Germania dove si parla di ‘’persone che vivono qui’’ e non più di tedeschi. Su questo concetto si era aperto un dibattito alcuni anni fa ma la situazione non sembra essere cambiata visto che la settimana scorsa la Cancelliera Merkel ha ancora una volta utilizzato lo stesso perfido concetto (‘’tutte le persone che vivono qui’’).
  13. Non è un dato secondario il fatto che il migrante economico sia essenzialmente lo scopo principale del capitalismo finanziario che vuole esseri apolidi, non legati ad alcuna identità e soprattutto precari nel lavoro e disponibili per mano d’opera a basso costo. Che voglia cioè dei cittadini riconoscibili solo dal loro esser consumatori, senza valori autoctoni di rifermento.
  14. Ed infine, la deriva tragica ed eterna della sinistra contemporanea che rinnega completamente le sue idee storiche per mettersi dalla parte dei ‘padroni’. Non capisce che è tutto connesso: cittadinanza, flussi migratori, diritto del lavoro, eccetera. Finge di non accorgersi di nulla e porta avanti stupide battaglie ecumeniche che andranno a penalizzare le fasce di popolazione più deboli, proprio quelle che un tempo erano il suo bacino elettorale di riferimento. Ma tant’è.
Stiamo dunque vivendo tempi bui. Aveva ragione Baudelaire: all’inferno si scende per piccoli passi. Ma ho l’impressione che i nostri passi siano grossi e veloci.

di Luigi Iannone

20/06/17

Il Festival della simulazione cattocomunista


  
Indipendentemente dal giudizio sullo “Ius soli” in discussione alle Camere, nel nostro Paese si conferma la preoccupante arroganza e prepotenza del cosiddetto pensiero radical chic e cattocomunista.
In questi giorni, ha preso piede, diventando virale, una sorta di spot sulla cittadinanza, partito dal quotidiano “la Repubblica”. Nell’immagine divulgata si vedono adolescenti di colore ai quali è posta la domanda: “Lo sai che non sei italiano?”, con chiaro riferimento alla legge in discussione sulla cittadinanza. A parte il gravissimo e subdolo fatto di mostrare per i primi giorni solo immagini di bambini neri, perché il problema semmai riguarda tutti i bambini a prescindere dal colore della pelle, c’è ben altro da segnalare.
La domanda, infatti, per come è presentata, può sottintendere un’altra e  più grave discriminazione e cioè che se non si è italiani si è persona di serie B. Come a dire, se sei di un qualsiasi altro Paese non sei uguale agli italiani, un modo implicito insomma, per sottintendere la esclusività della superiorità nostrana.
A questo punto la domanda sorge spontanea, cosa succederebbe se domani, su un qualunque importante giornale tedesco, francese, inglese, spagnolo e così via, apparisse la stessa domanda, magari rivolta a tre bambini uno nero, uno bianco e uno asiatico? “Lo sai che non sei tedesco?”, “lo sai che non sei francese?”, “lo sai che non sei spagnolo, o svizzero, che sia?”.
Bene, apriti cielo, in quel caso tutti i radical-chic del mondo tuonerebbero senza pietà contro quelle testate con l’accusa di razzismo e discriminazione xenofoba. Perché con certezza, i guru del buonismo fasullo e del possesso della verità assoluta, darebbero allo spot un’interpretazione vergognosamente identitaria.
Insomma, per farla breve interpreterebbero il messaggio nel senso cioè che solo i cittadini tedeschi, o francesi, o svizzeri sono cittadini di serie A. A questo punto delle due l’una, o indipendentemente dal colore della pelle, dalla provenienza, dalla fede, si è davvero tutti uguali, oppure la forzatura sullo “Ius soli” in Italia è subdola e capziosa. Oltretutto da noi una legge per la concessione della cittadinanza c’è già ed è piuttosto chiara ed equilibrata, dunque non siamo nella terra di nessuno.
Sia chiaro, tutto si può migliorare e aggiornare, ma su questi temi tanto particolari e delicati bisognerebbe procedere con oculatezza e con le maggioranze politiche più ampie possibili.
Ecco perché la fretta, la muscolarità parlamentare, l’arroganza politica con la quale si cerca  a sinistra di fare approvare subito lo “Ius soli”, puzza di bruciato.
La verità è tutt’altra, è che in Italia da anni per via di una politica dell’accoglienza scriteriata e sregolata, stiamo riempiendo il Paese di immigrati, per lo più sconosciuti, che non si fanno identificare e che non siamo in grado di identificare. Non siamo in grado di certificare chi siano e da dove provengano, tanto è vero che le espulsioni non funzionano proprio per questo, perché non conosciamo con certezza i Paesi d’origine e dunque non sappiamo dove rimandarli. Né d’altra parte la quasi totalità di queste persone fa nulla per essere identificata con chiarezza, visto che di documenti personali quando arrivano guarda caso nemmeno se ne parla.
Insomma, da anni accogliamo senza regole e senza limiti una marea di gente che si imbarca da sconosciuta e una volta  entrata in Italia resta tale. Oggi, con la scusa dell’accoglienza e dell’integrazione, questo è il vero problema, a colpi di maggiorana si pensa di risolvere tutto con la concessione facile della cittadinanza. In realtà è noto che non c’è e non può esserci alcun automatismo fra cittadinanza e integrazione, mentre l’unico automatismo vero è quello del voto, perché i cittadini votano, ecco il perché dell’insidia cattocomunista.
Tanto è vero che solo dai vertici della chiesa e dalle tribune della sinistra radical-chic, con l’ipocrisia di sempre, ci si straccia i capelli per sottolineare l’indispensabilità dello “Ius soli” e per accusare chi non è favorevole di populismo elettorale, roba da matti. Noi continuiamo ad accogliere senza limiti sapendo bene di non essere attrezzati sia per farlo come servirebbe e sia per offrire un percorso di integrazione adeguata e civile.
Infatti, non siamo in grado di far altro che sparpagliare per l’Italia un’enormità di disperati, sconosciuti, profughi che siano, abbandonandoli  poi al loro destino con i risultati che vediamo e conosciamo in termini di sicurezza, malaffare, convivenza e disagio sociale. Ecco perché pensare di risolvere un problema così grave in ogni senso con la semplice concessione automatica della cittadinanza attraverso lo “Ius soli”, è grave, rischioso, inutile. Serve attrezzarsi a integrare con mezzi, strutture, luoghi di formazione adeguati, serve di farlo per numeri possibili e non impossibili, serve infine, di farlo bene per preparare gli immigrati a una convivenza degna, decorosa, civile. Solo così potrà esserci futuro e cittadinanza, altrimenti l’ipocrisia e la simulazione cattocomunista ci spingeranno non solo verso lo sgretolamento dell’Italia, ma su un percorso rischioso per la democratica e civile convivenza.


19/06/17

Immigrati illegali: lezione dalla Libia all’Italia ambigua



CNN Libya cost Guard


da Il Mattino del 12 giugno 2017

Emarginata dall’Europa, che non ha nessuna intenzione di condividere i flussi di immigrati illegali che accogliamo in blocco dalla Libia, l’Italia viene ormai ridicolizzata quotidianamente anche dallo pseudo governo libico di Fayez al-Sarraj la cui debolissima Guardia Costiera con i suoi poveri e piccoli mezzi sta impartendo una lezione militare alle flotte italiane e Ue sul fronte del contrasto ai trafficanti.
Come giovedì scorso anche sabato la Guardia costiera libica ha riportato indietro 438 migranti illegali bloccati in mare dalle motovedette mentre lasciavano la Libia su due gommoni e due barconi. Lo ha segnalato il portavoce della Marina libica, l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem. L’intervento, verso le 7 di sabato mattina, è stato effettuato 8 miglia al largo di Mellitah, la località a ovest di Tripoli dove ha sede il terminal del gasdotto dell’ENI Greenstream.
I migranti illegali sono rappresentativi del campionario di nazionalità che da tempo raggiugono illegalmente l’Italia da Africa Occidentale e Bangladesh, per la quasi totalità migranti economici che non fuggono da guerre o persecuzioni e che non avrebbero diritto a nessun tipo di asilo per il diritto internazionale.
L’ammiraglio Ghasem ha precisato che le quattro imbarcazioni erano scortate da “un gruppo di protezione” dei trafficanti su due motoscafi Viper che sono stati attaccati dalle motovedette libiche con la distruzione di uno, la fuga dell’altro e l’arresto di cinque criminali libici armati di kalashnikov.

IFRONTEX“In presenza dell’Alto commissariato per i rifugiati” ha riferito ancora Ghasem all’Ansa, “i migranti sono stati consegnati al centro di accoglienza di al-Nasr mentre durante l’intervento “è stata rilevata la presenza di navi delle Ong internazionali” che sembravano attendere barconi e gommoni carichi di immigrati illegali per raccoglierli e portarli in Italia.
Nelle ultime settimane la Guardia costiera libica, in linea con accordi presi con l’Italia, ha condotto varie operazioni di blocco di migranti ingaggiando in almeno due occasioni scontri a fuoco con i trafficanti che scortano le imbarcazioni dei migranti verso il largo dove sono state rilevate le navi soccorso di diverse Ong.
Ma il governo italiano che fa oltre a coprire di ridicolo la residua credibilità e dignità nazionale?
Addestriamo gli equipaggi della Guardia Costiera libica a cui regaliamo vecchie motovedette poco e male armate ma poi li lasciamo soli ad affrontare i trafficanti?
Schieriamo una decina di navi militari nel Canale di Sicilia più altrettante navi europee, con aerei, elicotteri, droni e satelliti al costo di centinaia di milioni di euro annui e ce lo devono riferire i libici che le navi delle Ong si danno appuntamento con i trafficanti per imbarcare gli immigrati clandestini?

.facebook_1493790610650Già perché al di là del linguaggio politicamente corretto che impone l’uso di termini “inclusivi” (e ricorda la “neolingua” del regime Orwelliano di 1984) si tratta proprio di clandestini come dimostra il fatto che gli oltre mille scafisti catturati dall’ottobre 2013 a oggi dalle flotte militari e poi consegnati alle autorità italiane (per la gran parte subito liberati tranne quelli accusati di aver provocato tragici naufragi) vengono tutti incriminati per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Ciò significa che i loro clienti sono definibili “immigrati clandestini” almeno finchè non sbarcano in Italia e chiedono eventualmente asilo.
Meglio ricominciare a parlare chiaro su un tema tanto grave da destabilizzare la Ue e seminare il caos in Italia.
Possibile che a Roma nessuno sappia niente dei rapporti trafficanti-Ong denunciati dai libici? Oppure ci si tappa occhi e orecchie per non compromettere il business delle lobbies del soccorso e di quelle dell’accoglienza: solo queste ultime si divideranno quest’anno circa 5 miliardi di euro, poco meno dei 6 miliardi che secondo le stime di Europol incassano annualmente i trafficanti in Libia.
Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni e il ministro degli Interni, Marco Minniti, escano dall’ambiguità insita nell’affermazione “governare i flussi” per dirci chiaramente se hanno davvero la volontà di fermare un’immigrazione illegale inaccettabile per i suoi costi sociali, politici e legati alla sicurezza oppure se non ne hanno la volontà o la capacità a causa delle pressioni lobbistiche cui sono sottoposti.

2c7b0632-2be9-11e6-9053-0e7395a81fb7La differenza è sostanziale non solo per comprendere se l’Italia ha ancora un residuo di sovranità nazionale ma anche per renderci conto se l’attuale classe politica è in grado di risolvere problemi o si limita solo a ingigantirli per permettere a lobbies nazionali o straniere di trarne profitto. Aspetto non secondario, specie in vista di elezioni.
Se abbiamo ancora una sovranità cosa aspetta il governo a impedire l’accesso ai porti nazionali a tutte le navi straniere, civili e militari, che trasbordano migranti illegali?
Un’azione motivata dalle ambiguità e reticenze dimolte Ong, che peraltro hanno anche rifiutato in parte di fornire chiarimenti sul loro operato e i loro finanziatori davanti a una commissione parlamentare, ma giustificata anche dal diritto internazionale.
Di porti sicuri in cui sbarcare i “naufraghi” raccolti in mare, come stabilisce la Convenzione di Amburgo, ve ne sono diversi a Malta, in Tunisia e nella stessa Tripolitania libica, ben più vicini di quelli italiani, mentre le navi militari delle flotte europee sarebbero così costrette a sbarcare nei loro paesi di bandiera i migranti, come ha auspicato (ma dovrebbe ordinarlo) Minniti giorni fa.
Certo una simile iniziativa farebbe venire meno la già scarsa solidarietà dell’Europa che ci ha concesso il “contentino” delle flotte di Frontex e Operazione Sophia a cui nessuno Stato membro parteciperebbe con proprie navi e dovesse farsi carico dei migranti illegali soccorsi in mare.
Poco male perché le flotte europee (come quelle italiane) finora non hanno fatto nulla per contrastare i trafficanti mentre sul piano concreto fermare i flussi migratori dalla Libia sarebbe possibile in pochi giorni, specie ora che la Guardia Costiera libica sembra combattere davvero i trafficanti.

Libyan coast guards (R) escort migrants, who tried to flee to Europe, after the migrants were stopped by the coast guards and made to head to Tripoli September 29, 2015. The North African country has turned into a major hub for human traffickers smuggling African migrants by boat to Italy, with the Libyan coastguard under pressure from Europe to stem the flow. REUTERS/Ismail Zitouny - RTS283UBasta affiancare le loro motovedette con le nostre potenti flotte per fermare i barconi e i gommoni appena salpati, riportando i migranti in territorio libico in aree attrezzate dove l’Onu, dopo tante chiacchiere, potrebbe finalmente istituire campi profughi da cui rimpatriare i migranti illegali.
Sgombriamo il campo dagli equivoci: non stiamo effettuando nessun a missione umanitaria, non accogliamo popoli perseguitati o minacciati di genocidio (come yazidi e cristiani caldei massacrati dall’Isis) né popoli in fuga da regimi dispotici (come il migliaio di boat people vietnamiti che tre navi militari italiane raccolsero nel Pacifico nel 1979). Noi accogliamo solo chiunque abbia denaro per pagare lautamente trafficanti collusi col terrorismo jihadista, per oltre il 95% uomini cui non chiediamo neppure di dimostrare la propria reale identità.
Respingimenti assistiti e coordinati farebbero cessare le morti in mare (e nel deserto libico) ma anche i flussi poiché nessuno pagherebbe e rischierebbe la vita sapendo che non potrà raggiungere le coste italiane e l’Europa.

Pattugliatori italiani donati alla GC libicaRoma potrebbe chiedere anche la cooperazione di Tunisi (ci costerebbe meno di quanto spendiamo per l’accoglienza) che ha già campi dell’Onu per i migranti raccolti in mare e che nel 2011 permise il rimpatrio con un ponte aereo internazionale di un milione di lavoratori stranieri, asiatici e africani fuggiti dalla Libia durante la guerra contro Muammar Gheddafi.
Quanto ai trafficanti l’intelligence delle missioni navali italiana (Mare Sicuro) ed europea (Operazione Sophia), guidate da ammiragli italiani, hanno raccolto tutte le informazioni necessarie per individuare e neutralizzare le reti criminali che gestiscono i flussi, in modo autonomo e in cooperazione con le eventuali autorità libiche.
Basterebbe poco, se ci fosse la volontà, anche a impedire ai trafficanti di rifornirsi di gommoni, comprati in Cina e diretti ai porti libici via Turchia e Malta. Un “commercio legittimo” che le flotte militari non sono autorizzate a contrastare ma che probabilmente potrebbe venire compromesso esercitando le giuste e reiterate pressioni sul governo maltese che non soccorre né accoglie immigrati ma lucra sul business dei gommoni.
Insomma, è solo una questione di volontà e capacità politica. Se la priorità del governo italiano sono ancora gli interessi nazionali lo dimostri ora: in una settimana possiamo azzerare i flussi con gli stessi mezzi navali che abbiamo usato finora per arricchire i trafficanti e la lobby dell’accoglienza.

Foto: MOAS, Frontex, CNN, ANSA e Reuters
Vignetta di Krancic

13 giugno 2017 - di


15/06/17

Cara Boldrini…




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Cara Boldrini,
ho l’impressione che le sue ‘uscite’ stiano prendendo una deriva patologica; più martellanti di rintocchi di campane che non smettono di suonare.
Ma davvero crede che qualche giovanotto nerboruto o qualche ragazzina adusa al saluto romano siano in grado di minacciare dalle fondamenta questa già traballante e decrepita democrazia? Davvero vuole continuare a passare le sue giornate effondendo nell’aria un fastidioso e inverosimile buonismo? Veramente ritiene che il progresso tecnologico, lo smembramento del diritto del lavoro, la potenza globale delle multinazionali e mille altre questioni siano secondarie rispetto a minuti aneddoti di periferia che ci raccontano di fasci littori e robe del genere?
Alimenti la sua vena creativa. Respiri aria diversa. Frequenti le persone e i mercati rionali. E vedrà che i refrain degli anni settanta che lei utilizza con una certa ripetitività sono solo utile chincaglieria per uno svenevole politicamente corretto, e nulla più.
Non dia l’impressione di una gigantesca penuria di idee. Non ripeta sempre e solo il mantra del razzismo e della xenofobia anche quando inaugura una pista ciclabile. Non rimesti nel torbido passato. Non agiti continuamente fantasmi di cui nessuno di noi sente la necessità e non alimenti le tensioni.
Le sembrerà strano ma avere idee diverse su omosessuali, famiglia, immigrazione, sovranità e quant’altro non è lesa maestà. Trattasi di democrazia. Non c’è dunque nessun regime alle porte o deriva autoritaria se non quella già vigente e progressivamente imposta da una pervadente economia finanziaria che Lei, da comunista qual è, dovrebbe combattere tutti i santi giorni con comunicati stampa, convegni, azioni politiche e  dichiarazioni pubbliche invece che perdersi in un cicalio di basso profilo.
Comoda la sua posizione! Utilizza aggettivi indigesti e antichi, e prospetta futuribili regimi in camicia nera. Torna al passato e predice il futuro, ma non rischia sul presente.
Eppure Lei non detiene la Verità. Può esprimere solo una verità personale.
Non faccia come il suo sodale, ex sindaco di Roma, che aveva invitato i destristi a ‘tornare nelle fogne’ ma a cui i giudici hanno dato torto. E ancor prima dei giudici, gli italiani, con la loro noncuranza e con un assoluto disinteresse. E sa perché, oltre ad una comprensibile ma circoscritta indignazione, si è dato poco spazio a repliche puntute verso il signor Marino Ignazio? Perché nelle fogne si trova l’intero popolo italiano. E c’è poca voglia di soffermarsi sulla chincaglieria dei simboli che a voi piace tanto. Non c’è proprio tempo di sproloquiare su bandiere rosse, frustini e stivali. È roba da sadomasochisti.

di Luigi Iannone - 15 giugno 2017

14/06/17

TERRORISMO " Accettare il terrorismo islamico come la nuova normalità? "

  • Secondo questa dottrina [Targhib wal tarhib, "adescare e terrorizzare"] l'uso del terrore è un obbligo disciplinato dalla sharia." – Salman Al Awda, sceicco musulmano, nel programma televisivo "La sharia e la vita" di Al Jazeera.
  • Il tarhib o le azioni volte a "terrorizzare" auspica punizioni esemplari contro coloro che non adempiono ai dettami dell'Islam. Ecco perché paesi musulmani come l'Arabia Saudita e l'Iran, ed entità come l'Isis, eseguono volutamente decapitazioni, flagellazioni e amputazioni in piazza come fossero cerimonie.
  • Nei territori conquistati, il jihad islamico conta sul fatto che le popolazioni finiscono per arrendersi, rassegnarsi e accettare il terrorismo come parte della vita, come se fosse una catastrofe naturale simile a un terremoto o a un'alluvione.
Dopo gli attentati terroristici, spesso ci sentiamo dire dai media e dai politici occidentali che dobbiamo accettare gli attacchi terroristici come la "nuova normalità".
Per i cittadini occidentali, questa espressione è pericolosa.
La dottrina islamica del jihad, della conquista e della dawah (la propaganda islamica, il proselitismo) dipende fortemente dal terrore e dalla seduzione. Targhib wal tarhib è una dottrina islamica che significa "sedurre (adescare) e terrorizzare", come strumento della dawah per conquistare le nazioni e costringere le loro popolazioni a sottomettersi alla legge islamica della sharia. Il suo obiettivo è quello di manipolare le parti istintive del cervello esercitando pressioni contrarie che alternano piacere e dolore – ricompensa e poi punizione – al fine di indottrinare la gente al rispetto dell'Islam.
I musulmani normali in genere non sono a conoscenza di questa dottrina, ma sono stati scritti dei libri islamici su questo argomento. Predicatori di spicco come Salman Al Awda ne hanno discusso su Al Jazeera. In un programma dal titolo "La sharia e la vita", Al Awda ha raccomandato di ricorrere a misure estreme "per ingigantire (...) la ricompensa e la punizione, moralmente e materialmente (...) in entrambe le direzioni". "Secondo questa dottrina," egli ha detto, "l'uso del terrore è un obbligo disciplinato dalla sharia".
Gli occidentali credono che i jihadisti islamici perpetrino la violenza terroristica sui non musulmani e in genere è così. Ma il terrore è anche il mezzo per garantirne il rispetto in seno all'Islam. Secondo la legge islamica, i jihadisti che si sottraggono al jihad devono essere uccisi. Il terrore è pertanto la minaccia che induce i jihadisti a compiere le missioni e che costringe gli altri musulmani a rispettare la sharia.
Un corso online per reclutare jihadisti contiene questa descrizione:
"La Dawa individuale presuppone che si suscitino reazioni emotive nelle reclute (e che si costruisca un rapporto personale). L'approccio di Abu 'Amr illustra un concetto di reclutamento chiamato al-targhib wa'l-tarhib, che è la tecnica della carota e del bastone che esalta i meriti dell'azione, spiegando al contempo le terribili conseguenze della mancanza di azione. Il concetto è stato introdotto nel Corano ed è stato oggetto di discussioni da parte di numerosi pensatori islamici per stabilire quale fosse il modo migliore per far sì che la gente si avvicini all'Islam (molti studiosi hanno scritto libri dal titolo al-targhib wa'l-tarhib). Secondo Abu 'Amr, i reclutatori dovrebbero applicare il concetto durante il processo di reclutamento, sottolineando i benefici dell'azione nella fase iniziale del processo e le conseguenze della mancanza di azione nella fase successiva".
In altre parole, i reclutatori di jihadisti devono iniziare con l'evidenziare dapprima "le cose buone", "l'esca" – la gloria futura, la supremazia e l'appagamento di desideri lascivi, come le vergini in paradiso. Successivamente, essi devono minacciare le reclute, azionando le leve del "terrore" e della vergogna, come conseguenze della mancata partecipazione al jihad.
Il tarhib o le azioni volte a "terrorizzare" auspica punizioni esemplari contro coloro che non adempiono ai dettami dell'Islam. Ecco perché paesi musulmani come l'Arabia Saudita e l'Iran, ed entità come l'Isis, eseguono volutamente decapitazioni, flagellazioni e amputazioni in piazza come fossero cerimonie. Paesi come l'Egitto, la Giordania e la Turchia sono più discreti, ma tollerano e avallano i delitti d'onore; l'uccisione degli apostati, le violenze alle donne e ai bambini, le torture e gli omicidi nelle loro prigioni. La dottrina del targhib e tarhib è viva e vegeta, non solo nelle teocrazie islamiche, ma anche nei cosiddetti paesi musulmani "moderati".
L'Islam fin dagli albori ha utilizzato queste tecniche di lavaggio del cervello che alternano "piacere e dolore" e le punizioni pubbliche crudeli e spettacolari. Se la Bibbia – la tradizione giudaico-cristiana occidentale – è in armonia con la natura umana e nutre buoni sentimenti, l'Islam fa il contrario: utilizza gli istinti umani di autoconservazione e sopravvivenza per piegare la volontà della gente e indottrinarla all'obbedienza servile.
Quando vivevo in Egitto, non ero a conoscenza – come la maggioranza dei musulmani – di questa dottrina islamica. Ma ho avvertito l'impatto di questa dottrina nella mia vita, perché permea ogni aspetto della cultura islamica: la predicazione, le relazioni familiari, il funzionamento dei governi e il modo in cui le autorità trattano le loro popolazioni.
La dottrina islamica basata sulla "seduzione e il terrore" ha generato una cultura degli estremi tossici: la diffidenza e la paura, l'orgoglio e la vergogna, l'autorizzazione a mentire ("taqiyya") e il rifiuto di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Avendo vissuto gran parte della mia vita sotto un regime islamico, mi duole dire che coloro che l'Occidente chiama "musulmani moderati" sono spesso dei cittadini che hanno imparato a convivere con il terrorismo e ad accettarlo come normale. Per secoli, molti hanno giustificato il terrorismo, condannato le vittime del terrore, sono rimasti in silenzio o hanno mantenuto una posizione ambigua, e si sono perfino compromessi con i terroristi per sopravvivere. La cultura e la società islamica in cui ho vissuto facevano finta di non vedere quando le donne erano picchiate. Se le donne venivano assassinate in nome dell'onore, la domanda era "che cosa ha fatto?" e non "come è potuto accadere?" Quando i cristiani venivano uccisi e perseguitati dai musulmani, erano numerosi quelli che addossavano ai cristiani la colpa delle loro stesse persecuzioni ad opera dei musulmani. La normale risposta islamica al terrore è diventata: "Non sono fatti miei".
E adesso la dottrina islamica del Targhib wal Tarhib si è spostata in Occidente e mira a cambiare la cultura umanistica occidentale. Il rispetto dei diritti umani, la solidarietà verso gli altri, i valori della libertà e della pace devono essere rimpiazzati da altri valori come la schiavitù. il terrore, la tirannia e la paura.
Nei territori conquistati, il jihad islamico conta sul fatto che le popolazioni finiscono per arrendersi, rassegnarsi e accettare il terrorismo come parte della vita, come se fosse una catastrofe naturale simile a un terremoto o a un'alluvione.
La dottrina islamica del Targhib wal Tarhib non ci ha messo molto ad agire sulla psiche dei leader e dei media occidentali, che ora ci dicono di convivere con il terrorismo e accettarlo come un fatto di "nuova normalità". L'Islam conta di trasformare tutti in musulmani "moderati" che finiranno per fare finta di niente quando il terrorismo colpirà le persone che hanno accanto.



La nuova normalità? La polizia aiuta i sopravvissuti dell'attacco terroristico a London Bridge del 3 giugno 2017 (Foto di Carl Court/Getty Images)
Nonie Darwish, nata e cresciuta in Egitto, è l'autrice di "Wholly Different: Why I Chose Biblical Values over Islamic Values."

08/06/17

“SHARIA CONTROLLED ZONE”, ecco i mini Califfati dell'islamismo radicale in Europa



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Nel 2014, quando il “Califfo dei musulmani”, dal pulpito della moschea irachena di al Nuri, vagheggiava un ipotetico quanto sconfinato Califfato universale, destinato ad estendersi al di là delle porte d’Europa, nessuno lo prese troppo sul serio. Ma, in realtà, la colonizzazione era in atto da un pezzo.
Il Vecchio Continente brulicava già di piccole roccaforti sharitiche. Quartieri-ghetto, cittadine-enclaves dove, nel corso degli anni, un numero sempre crescente di musulmani si è radicato e radicalizzato preparando così il terreno europeo ad accogliere il seme dell’intolleranza. Francia e Gran Bretagna ma anche BelgioOlandaGermaniaSvezia e Danimarca. Queste sono alcune delle capitali europee dove paura, e Sharia, fanno novanta. Insomma, non solo il quartiere Molenbeek di Bruxelles, che lo scorso anno offrì protezione all’ex primula rossa del Bataclan, ma un vero e proprio network di satelliti del Califfato all’ombra dell’Unione. “Le società semi-autonome”, di cui parlava Douglas Murray, esperto inglese di immigrazione e direttore della Henry Jackson Society, l’indomani dell’arresto di Salah Abdeslam.
A partire proprio dalla Francia, teatro dell’assalto pionieristico alla redazione di Charlie Hedbo che, nel 2015, ha inaugurato una lunga stagione di sangue. Oltralpe vengono chiamate “Zus” (Zone urbane sensibili) e, secondo le autorità di Parigi, sono 751 in tutto il Paese ed ospitano almeno 5milione di musulmani. Una di queste è Sevran, banlieue di 50mila anime, nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, dove il 90 per cento degli abitanti sono di origine straniera.
Nel Regno Unito, invece, c’è il “Londonistan”. Un’area apparentemente unita che, a dispetto del nome, interessa tanto la metropoli inglese quanto altre zone. Una specie di confederazione nera che finisce col racchiudere quasi tutte le città del Regno Unito: da Liverpool e Manchester e Leeds, da Birmingham a Derby, e Bradford, oltre a Derby, Dewsbury, Leicester, Luton, Sheffield, per finire con Waltham Forest a nord di Londra e Tower Hamlets nella parte orientale della Capitale. Difficile non rendersi conto di dove comincia questo stato nello stato perché persino i manifesti sono lì a ricordare che “stai entrando in una zona controllata dalla Sharia”.
In Belgio, ormai, tutti conoscono Molenbeek. L’esempio più lampante della “segregazione autoimposta in grandi città” a cui fa riferimento Murray nell’intervista rilasciata a Il Foglio. Qui nessuno, anche se non islamico, è autorizzato a bere o mangiare in pubblico durante il Ramadan. Le donne sono rigorosamente velate ed è bandita ogni attività ritenuta “haram” dalla legge coranica che, progressivamente, si è andata a sostituire a quella dello Stato. Bere alcool ed ascoltare musica sono attività non gradite. Come, altrettanto sgradito, fu il blitz con cui l’antiterrorismo parigina mise finalmente le manette ai polsi di Salah Abdeslam. Ma che il quartiere offrisse protezione ai terroristi non lo si è certo scoperto in quell’occasione. In altri anni, Molenbeek, si era già distinta per aver ospitato il gotha del jihadismo internazionale. Stiamo parlando di personaggi del calibro di Abdessatar Dahmane, uno degli assassini di Ahmad Shah Massoud, ma anche Youssef e Mimoun Belhadj e Hassan el-Haski, le menti degli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.
In Olanda esistono 40 aree urbane off-limits, a partire dal distretto di Kolenkit, ad Amsterdam. Ma anche alcuni quartieri di Rotterdam come Pendrecht, Het Oude Noorden e Bloemhof . Utrecht deve fare i conti con la zona di Ondiep. Nella capitale, l’Aia, c’è il distretto di Schilderswijk, ex quartier generale del gruppo “Hofstadt”, che nel pianifico l’assassinio del regista Theo van Gogh.
Anche la Danimarca, così come gli altri Paesi scandinavi, deve fare i conti con il jihadismo diffuso. E, secondo le forze dell’ordine, il numero di persone vicine ad ambienti radicali ha subito un’impennata. Anche grazie a sobborghi enclavizzati come TingbjergNørrebro e Mjølnerparken, dove l’80 per cento dei residenti non ha origine danese bensì africana o mediorientale.
In Svezia , ancora convalescente dalla strage dello scorso aprile, la città più islamizzata è Malmo, dove il 30 per cento della popolazione è di fede musulmana. Lì si trova il Rosengaard, quartiere nato negli anni ‘60 ed abitato da soli migranti provenienti da Iraq, Afghanistan, Somalia e Balcani. In passato salì agli onori della cronaca, destando notevole scalpore, per via dell’apparizione di alcuni manifesti che minacciavano: “Nel 2030 prendiamo il controllo”.
La Germania ospita un gran numero di migranti e, nella Capitale, esiste Neukolln, uno dei più grande quartieri musulmani del Paese che, non a caso, è stato ribattezzato “la provincia ottomana”. In proposito, Franz Solms-Laubach, giornalista parlamentare del quotidiano Bild, ha scritto: “Anche se ci rifiutiamo ancora di crederlo, intere zone della Germania sono governate dalla legge islamica. Poligamia, matrimoni di minori, giudici della sharia. Da troppo tempo non si fa rispettare lo Stato di diritto. Ci credereste che a Berlino un terzo degli uomini musulmani che vivono nel quartiere di Neukölln abbia due o più mogli?”
In Spagna, invece, c’è una regione intera chiamata “Xarq al Andalus” (Il Levante Spagnolo). Si tratta della porzione di Penisola Iberica affacciata sulla costa mediterranea che, storicamente ottomanizzata, è rivendicata oggi come parte integrante del Califfato islamico. Ma, per i soggetti più radicalizzati, il richiamo non è solo storico ed ideale. SecondoSoeren Kern, analista europea per l’Istituto Gatestone a New York, infatti, le recenti misure antiterrorismo varate da Parigi avrebbero causato una specie di piccola diaspora islamica verso in Spagna.
Ultima, non certo per importanza, è l’Italia. La cui intelligence è recentemente finita al centro delle polemiche per non aver saputo neutralizzare Youssef Zaghba, il terrorista italo-marocchino che, assieme a due complici, ha fatto strage di pedoni sul London Bridge. La Capitale vanta un quartiere, quello di Torpignattara, che – in fatto di densità demografica dei credenti musulmani – non ha nulla da invidiare a Molenbeek. Ma il vero “rischio banlieue”, secondo uno studio uno studio della Fondazione Leone Moressa, riguarderebbe di più altre città italiane come, ad esempio, Bologna. Nella Capitale, infatti, le periferie non sono ancora dei ghetti e la componente multietnica dei quartieri sembra aver scongiurato, per ora, l’avanzata della radicalizzazione.
Di Elena Barlozzari
http://www.occhidellaguerra.it/ 
 
fonte: https://informazioneconsapevole.blogspot.it

IMMIGRAZIONE: "Contraddizioni italiane: meriti e colpe per salvataggio migranti"

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Dopo centinaia di migliaia di migranti salvati, la Marina Militare si ritrova al centro di una campagna di stampa volta a rimarcare le colpe -non ancora accertate dalla magistratura- di suoi uomini per la morte di 268 migranti avvenuta l’11 ottobre 2013, pochi giorni prima dell’avvio dell’Operazione Mare Nostrum.
Come già era avvenuto 20 anni fa con il caso della tragica collisione tra il Sibilla e la motovedetta albanese, la Marina sconta la sua eccessiva disponibilità a svolgere in mare funzioni non militari. Allora si trattò di eseguire la direttiva governativa di respingere (con il consenso del loro Governo) i migranti albanesi, ora si discute di presunte omissioni nei soccorsi a persone in difficoltà localizzate all’interno della zona di Search and Rescue (SAR) maltese, a 60 miglia a sud-est di Valletta.
In realtà, la Marina italiana è una delle poche Marine occidentali –se non l’unica assieme alla Francia- ad avere tradizioni, capacità ed attribuzioni normative nello svolgimento di “Funzioni Guardia costiera”. Vale a dire di attività concorsuali, in favore di altri Ministeri nel campo del SAR, ma anche, secondo quanto previsto dal Codice dell’Ordinamento Militare (COM), della tutela dell’ambiente marino, della protezione della pesca, oltre che degli interessi marittimi nazionali come di fatto si evidenzia nello svolgimento dell’Operazione Mare Sicuro (OMS) al largo della Libia così importante per la protezione dei nostri interessi energetici, ma non per questo ben conosciuta.
Insomma una Forza armata multi-tasking o, come si dice, dual use, attiva in settori marittimi interagenzia in cui le competenze primarie spettano al Corpo delle Capitanerie-Guardia costiera (Corpo della Marina militare che, per conto dei Trasporti, è l’Autorità nazionale SAR) ed al Corpo della Guardia di finanza (il D.Lgsl. 177/2016 ha attribuito alla Guardia di Finanza funzioni esclusive nell’ambito del comparto di specialità della “sicurezza del mare”, rendendo di fatto il Corpo l’unica Forza di Polizia operante in mare per l’ordine e la sicurezza pubblica la cui tutela è attribuita all’Interno).

Operazioni di salvataggio di migranti da parte di Nave Espero, nell'ambito dell'operazione Mare Nostrum, Mar Mediterraneo Meridionale, 29 Aprile 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMIIl problema, sta nella possibile sovrapposizione di compiti e nella poca chiarezza delle linee di comando e controllo in mare. Non ci sono decreti interministeriali che disciplinano i rapporti reciproci tra le Unità navali militari dei vari Corpi operanti in mare ed è rimasto inattuato la previsione della legge 124/2015 sulla riorganizzazione della P.A. che all’ art. 8,1,b) così dispone:
“con riferimento alle forze operanti in mare, fermi restando l’organizzazione, anche logistica, e lo svolgimento delle funzioni e dei compiti di polizia da parte delle Forze di polizia, eliminazione delle duplicazioni organizzative, logistiche e funzionali, nonchè ottimizzazione di mezzi e infrastrutture, anche mediante forme obbligatorie di gestione associata, con rafforzamento del coordinamento tra Corpo delle capitanerie di porto e Marina militare, nella prospettiva di un’eventuale maggiore integrazione”
Soltanto il DPR 662/1994 disciplina con precisione le relazioni che intercorrono tra il Corpo delle Capitanerie-Guardia costiera come Autorità nazionale SAR (MRCC-Roma, dall’acronimo inglese), che ha attribuzioni primarie nel coordinamento di tutte le operazioni di soccorso svolte da Unità mercantili (come appunto sono quelle Ong) e militari delle Forze “ancillari” di MM e GdF.
Questo decreto dovrebbe applicarsi principalmente alla Zona SAR italiana in prossimità alle nostre coste. Ma qui sta il punto: il tragico naufragio dell’11 ottobre 2013 è avvenuto nella zona SAR maltese dove la competenza ad intervenire è del Paese responsabile, secondo la Convenzione di Amburgo 1979, del servizio di soccorso, il quale avrebbe l’obbligo di coordinarsi con il Paese titolare della SAR confinante con un accordo dedicato.

9e94a8ac-ea18-4b97-8532-10b76c9f824cimage02MediumNon a caso, dopo un approfondito e per quanto riguarda le ONG inedito ciclo di audizioni, la Commissione Difesa del Senato così si è espressa:
“Altrettanto urgente è il tema della delimitazione delle aree SAR tra Italia e Malta. Molti degli auditi hanno riportato che, al sopraggiungere della crisi migratoria, Malta ha cessato di rispondere a chiamate di soccorso provenienti da imbarcazioni di migranti. L’Italia opera così in uno specchio di mare di oltre un milione di chilometri quadrati: occorre porre fine a una situazione evidentemente non sostenibile e pervenire quanto prima a un accordo, con piena assunzione di responsabilità da parte maltese per il mare di propria competenza”.
Dunque, al di là di eventuali responsabilità omissive dei militari italiani secondo la nostra legge penale, c’è però, sullo sfondo del naufragio, un problema di incertezza di attribuzioni internazionali nell’area SAR di riferimento. Tra l’altro sarebbe interessante sapere se anche Malta sta esercitando giurisdizione svolgendo indagini penali per disastro colposo.

15884786-a83f-4743-993a-a4ffe6531fe2image01MediumLa Marina cerca giustamente di difendere la sua onorabilità ma è tutto il Paese che deve farlo, dopo anni ed anni di convulse e rischiose attività di soccorso svolte in mare a centinaia di migliaia di persone in fuga accolte sempre a braccia aperte nel nostro Paese.
In ogni caso, è tempo di istituire una “cabina di regia” interministeriale presso la Presidenza del consiglio titolata a trattare tutte le questioni nazionali ed internazionali connesse al SAR ed al contrasto dei traffici che ruotano attorno ai migranti le quali, alla luce dell’esperienza, si sono rivelate non tecniche, ma di grande rilievo politico.
Magari lanciando un’iniziativa SAR mediterranea, cui associare intese per la scelta del luogo, differente dall’Italia, dove sbarcare i migranti salvati al di là delle acque territoriali libiche. E soprattutto emanando anche una Direttiva che stabilisca con precisione compiti e responsabilità delle varie Forze operanti in mare, ad evitare eccessi di capacità, sovrapposizioni, lacune e, soprattutto, duplicazioni di spese.

Foto Marina Militare e ANSA

7 giugno 2017 - di