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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

26/04/17

Migranti, terroristi, intolleranti, ignoranti



 


C’è un fenomeno della vita del Pianeta e dell’Europa in particolare, che incombe sull’Italia, che ne è uno dei punti di più alta criticità e che l’Europa non sembra voler considerare per quello che è, cioè il più rilevante, tragico e complesso che in Italia, più che altrove, viene affrontato (ma potremmo dire benissimo “non affrontato”) perché ci rifugiamo nelle astrattezze moraleggianti o nella vellicazione degli aspetti più epidermici, degli episodici in cui si presenta.
Siamo in prima linea di fronte all’ondata migratoria dei Paesi che chiamavamo il “Terzo Mondo” e che, volendo proprio ricorrere alla storia, dovremo dire ex coloniali. Siamo, finora, un Paese risparmiato dagli assalti terroristici; fenomeno, piaccia o non piaccia, connesso al primo. Un crocevia, assai probabilmente, del movimento dei terroristi in azione in Europa. Siamo la portineria “accogliente” di un’Europa che assai meno di noi è disposta ad affrontare la questione secondo le astrattezze e le prediche di soluzioni ideali.
Siamo, soprattutto, un Paese in cui le idee e gli atteggiamenti pratici relativi a tutto ciò restano aggrovigliati ed affrontati alla giornata, mentre sembra che a noi spetti il primato delle retoriche e dell’ignoranza imprevidente su ciò che tutto questo significa e comporta. Concetti come: accoglienza, società multietnica, diversità, terrorismo, guerra, integrazione, vengono facilmente usati a vanvera, con notazioni che variano a seconda delle fasi e delle occasioni, senza tenere mai conto delle connessioni che l’una cosa ha con le altre, così che ognuno di questi termini (e del modo di considerare i relativi problemi) ne risulti deformato e deviato.
Prendiamo il termine “accoglienza”, alla cui diffusione e assunzione a canone e dogma del “politicamente corretto” molta responsabilità è quella che ne porta il Papa Bergoglio. Nella sua astrattezza e mancanza di opportune precisazioni, limiti, condizioni, il termine equivale a quello del dovere di arrendersi anche di fronte a un’invasione, e, anzi, la fine del concetto stesso di appartenenza di un territorio a un popolo, se non dello stesso concetto di “popolo”, “nazione”, ecc..
L’“accoglienza” delle prediche del Papa populista è, del resto, nella sua astrattezza, non meno crudele della insensibilità totale di fronte a tragedie di certi popoli. E profondamente ingiusta moralmente. L’astrattezza, così concepita, ad esempio, comporta che il dovere relativo faccia carico su una parte dell’umanità, mentre la morale di Bergoglio comporta e presuppone che si tratta di un dovere di tutti gli uomini verso tutti gli altri. Mi spiego: se non si dà per scontata la necessità di porre limiti, filtri, difese contro il flusso migratorio, si arriva a concepire il “dovere dell’accoglienza” come condizionato solo dalla geografia.
I cosiddetti “migranti africani e medio-orientali” sbarcano in Italia e non in Giappone o in Argentina. Il dovere dell’accoglienza, comunque si voglia fondarlo, non può incombere sugli italiani più che sui giapponesi e sugli argentini. È chiaro che, pertanto, ogni astrattezza è ipocrita e pericolosa. Altra cosa, benché connessa, è quella della società multietnica e dell’integrazione (termini abbastanza evidentemente non solo non coincidenti, ma confliggenti). Una società “multietnica” non presuppone affatto l’“integrazione” delle varie etnie, e anzi, nella sua espressione più netta, la esclude.
Ma, soprattutto, se si vuole parlare di “integrazione” degli immigrati, in qualsiasi senso e a qualsiasi livello, occorre porsi il problema del limite dell’immigrazione, tanto più difficile (e inutile) essendo l’integrazione di frazioni troppo consistente di stranieri immigrati. Non solo: ma si pone e con carattere prioritario l’esigenza di una selezione (la chiamino pure “discriminazione”) tra etnie ed etnie non essendo concepibile una “integrazione generale”.
Analogo discorso vale per quel che riguarda la cosiddetta “accoglienza” e il terrorismo. Chi parla e sostiene l’“accoglienza”, in genere respinge una soluzione non formale ed ancor più il rimpatrio degli “accolti”, come pure l’eliminazione o anche la persecuzione dei clandestini. Tanto vale limitare la lotta al terrorismo al conflitto a fuoco dopo gli attentati, rinunciando a ogni generalizzata ed efficace prevenzione.
Se è del tutto evidente che il terrorismo non si combatte espellendo i musulmani e impedendo che ne arrivino altri, è altrettanto evidente che con una politica di “accoglienza” indiscriminata e di rinunzia anzitutto, alla repressione della presenza di clandestini, è assai difficile che possa essere imbastita un’efficace azione di contrasto, prevenzione e repressione del terrorismo. Che, non lo dimentichiamo, da un momento all’altro potrà estendere le sue sanguinose aggressioni qui tra noi in Italia.

di Mauro Mellini - 25 aprile 2017

25/04/17

Lotta alle fake news o censura per realizzare Eurabia?






Questi “tavoli” organizzati dalla Boldrini alla Camera, con la scusa di combattere le fake news – dice Armando Manocchia  non sono altro che la realizzazione di un insieme di provvedimenti presi già da tempo dalla U€ in accordo con la Lega Araba per creare Eurabia, mettendo in atto meccanismi di un sistema di condizionamento mentale di tutta la cultura europea sotto il controllo di una cellula con potere decisionale, la Fondazione Anna Lindh.
Alcuni degli invitati a tali imbarazzanti tavoli (ingenui, impreparati e un tantino megalomani) non sono consapevoli del meccanismo in cui sono stati incastrati, per cui si sentono anche orgogliosi (se ne vergogneranno in seguito); altri invece fanno regolarmente parte del sistema.
La Fondazione Anna Lindh – spiega Manocchia – è un organismo creato per programmare tutti gli aspetti delle relazioni fra i popoli del bacino del Mediterraneo con lo spirito e la politica del dialogo, in coordinamento strategico con l’OCI, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (56 paesi islamici) e la sua filiale, l’ISESCO, l’Organizzazione Islamica per l’Educazione, le Scienze e la Cultura è stata creata ad hoc gestire programmi e attività in tutti i settori, dal sociale alla cultura, dall’educazione ai mezzi d’informazione, dall’arte alla politica, sia a livello nazionale che internazionale e penetrare così le menti del tessuto sociale e assicurare una solidarietà forte e concreta non solo dei governi e delle Istituzioni, ma anche dei cittadini e dei popoli.
23 aprileMinistro della Cultura e Media saudita si incontra con gli ambasciatori dei paesi dell’UE. Nel corso della riunione sono state discusse forme di cooperazione nel campo della cultura e dei media nel Regno Unito e nei paesi UE.



La Fondazione Anna Lindh è un vero e proprio movimento, che attraverso il politicamente e l’islamicamente corretto promuove il multiculturalismo e l’internazionalismo (il cosiddetto mondialismo) di una popolazione europea destinata a trasformarsi (meticciato) e a sparire (sostituzione etnica) in virtù di Eurabia, cioè di una strategia politica, economica e sociale euro-araba con l’unione delle due sponde del Mediterraneo. E’ questa l’ottica che motiva le politiche suicide dell’U€ per la desovranizzazione degli Stati Membri e le sue politiche di opposizione alle nazionalità culturali e identitarie locali in Europa (nazionalismi e popoli identitari).
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Concentreremo tutto il nostro impegno nella battaglia contro le provocazioni, i discorsi di odio, contro la disinformazione del Mainstream e le bufale di regime e dei figli di Soros. È ormai evidente che si tratta di problemi da affrontare con il massimo impegno e la massima urgenza, tanto a livello nazionale che mondiale.
Lo scrive Armando Manocchia, direttore di ImolaOggi.it, parafrasando e rispondendo al post pubblicato su Facebook dall’incostituzionale presidente della Camera dei Deputati composta da: indagati, imputati, rinviati a giudizio, condannati e corrotti – e ovviamente incostituzionali.
Il presidente abusivo della Camera, in un post su Facebook riportato da ANSA fa un breve bilancio di fine anno sulla sua attività di presidente abusivo della Camera: “Dal canto mio, a Montecitorio, ho istituito una Commissione contro l’hate speech, dedicata a Jo Cox e composta da deputati ed esperti. Così come ho deciso di non soccombere e di denunciare pubblicamente la violenza e le bufale sui social network. Credo infatti, che debba essere rispettato il diritto di tutti i cittadini di essere informati correttamente – e non di essere disinformati – e che debba essere tutelata la dignità di chi utilizza la rete.”
Manocchia fa sapere al presidente abusivo della Camera e ai suoi sodali – anche se a loro non gliene frega una beata mazza – che nonostante abbiano cercato con tutti mezzi leciti e soprattutto illeciti di sovvertite lo Stato Democratico, in questo Paese vige tuttora la Costituzione Italiana e che un Referendum Costituzionale, tra l’altro da loro richiesto, ha avuto la conferma o meglio, l’approvazione, del 60% degli elettori.
La nostra Carta Costituzionale vigila, tutela e garantisce la libertà di parola e di stampa e secondo l’orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte: “L’intreccio del dovere del giornalista di informare e del diritto del cittadino di essere informato merita rilevanza e tutela costituzionale se ha come base e come finalità la verità e la sua diffusione. Se manca questa base di lancio, se non c’è verità, ma calcolata e calibrata sua alterazione, finalizzata a disinformare e a creare inesistenti responsabilità…il richiamo a nobili e intangibili principi di libertà è intrinsecamente offensivo per la collettività e storicamente derisorio (Cass. pen. 27.09.2012 n.41249).”
E fin qui non ci piove. Mentre per i casi contrari, il presidente – per ignoranza o per spregio – finge di non sapere che il nostro Ordinamento Giuridico (Ordinamento Giuridico le dice qualcosa?) prevede leggi ad hoc per condannare chi dice e scrive il falso, chi altera o disinforma (esattamente come fa il Mainstream di regime al vostro servizio lautamente pagato, insomma, quelli per cui Renzi voleva il ‘bollino viola’).
Sempre in tema di diffamazione a mezzo stampa, il presidente della Camera non sa o finge di non sapere che “La veridicità dei fatti riportati, la pertinenza della notizia e la continenza di questa costituiscono canoni comparativi che il giudice del merito deve utilizzare per l’accertamento intorno alla sussistenza del diritto di cronaca e di critica e, dunque, intorno alla liceità o meno dell’espressione giornalistica utilizzata (per tutte Cass. 18.10.2005 n.20140).”
Inoltre, il presidente non eletto non sa o finge di non sapere che: “I diritti di cronaca e di critica discendono direttamente dall’art.21 Costituzione (sempre Lei, sempre quella che vi impedisce di portare a termine i vostri progetti criminosi ndr) e non sono riservati solo ai giornalisti o a chi fa informazione professionalmente ma fanno riferimento all’individuo uti civis. Pertanto, chiunque e con qualsiasi mezzo (anche tramite internet), può riferire fatti e manifestare opinioni e chiunque – nei limiti dell’esercizio di tale diritto – può “produrre” critica e cronaca. Nella diffusione a mezzo internet, al fine di valutare il corretto esercizio del diritto di cronaca e critica, il giudice deve accertare il rispetto dei parametri elaborati in materia dalla giurisprudenza, vale dire se l’argomento sia di rilevanza sociale, se sia stata fornita una informazione rispondente alla verità obiettiva e se siano state usate espressioni corrette (Cass. Pen. 25.07.2008 n.31392)
Infine, il presidente abusivo della Camera, non sa o finge di non sapere che la giurisprudenza della Cassazione ha stabilito che, ad integrare gli estremi del reato di diffamazione, basta anche un addebito espresso in forma tale da suscitare il semplice dubbio sulla condotta disonorevole, per esempio un’espressione meramente insinuante (per tutte Cass. 144484/79 e 144485/79); in ulteriori altre sentenze la Cassazione ha asserito che anche i mezzi indiretti e le subdole allusioni possono rappresentare un mezzo idoneo al raggiungimento dell’intento diffamatorio, e per ciò stesso suscettibile di repressione penale (Cass. V Sez. 187192/91).
Quanto sopra, presidente abusivo, è per ribadire che il suo ‘lavoro’, oltre che essere sempre più provocatorio della violenza verbale e della diffamazione, istiga all’odio, e quindi non solo è inutile, ma dannoso. Dannoso come creare l’ennesima Commissione per arrogarsi il diritto di giudicare ciò che è halal o haram (il presidente abusivo, capisce meglio queste parolacce che le nostre).
Armando Manocchia
direttore di ImolaOggi.it, non un giornale, ma una spina nel fianco della casta, dei poteri criminali sovranazionali e dell’islamizzazione dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente a cui il presidente abusivo della Camera con spirito di sacrificio, rende servizio h24.


24/04/17

MA CHI E' MACRON ? - "L’apolide mondialista: Macron e la nuova sinistra"

macronTECNOCRATE AFFASCINANTE
Emmanuel Macron è il nuovo volto della sinistra francese e il più recente prodotto dell’élite globalista i cui sogni di dominio sono turbati dall’incubo Le Pen.
Perché dopo la Brexit e dopo Trump, l’oligarchia del denaro che governa l’Europa e l’Occidente, non può permettersi la vittoria del Front National in Francia che darebbe un colpo mortale alla sopravvivenza dell’Ue, della zona Euro e del sistema di potere tecno-finanziario.
Sia chiaro, Macron non è un tecnocrate alla Mario Monti: triste, grigio, anziano, con il culto della sobrietà polverosa. Macron è colto, bello, ricco, elegante, ammaliante nei modi e affascinante nella retorica; è il candidato ideale che piace alla gente che si piace (e sopratutto che conta).
Ha una storia personale viva, una moglie di 25 anni più grande incorniciata da classe e raffinatezza; l’ideale per i tabloid patinati e per i giornali di tendenza; un modellino di narrazione radical-chic.
Ha frequentato le scuole migliori: diploma al Lycée Henri-IV (uno degli Istituti più prestigiosi di Francia); laurea alla Nanterre di Parigi (l’Università che ha sfornato Presidenti, Primi Ministri, banchieri); specializzazione all’ENA.
Ha iniziato a lavorare nell’Ispettorato Generale delle Finanze uno dei sette “Grand Corps” dello Stato, i centri di potere della tecnocrazia.
Poi nel 2008 è entrato alla corte dei Rotschild come banchiere d’affari. Qui ha fatto il colpo grosso mettendo in piedi l’operazione di acquisizione da parte della Nestlé, del colosso farmaceutico americano Pfizer; Peter Babreck, il patron della Nestlé, di lui dirà: “è un giovane saggio che sa padroneggiare la tecnica e gli esseri umani”.
E così, tra un’operazione finanziaria e l’altra, Macron ha accumulato una fortuna e ha maturato la voglia di scendere in politica; ovviamente nel Partito Socialista, perché il cuore dei banchieri e dei tecnocrati batte sempre a sinistra.
Nel 2012 è diventato Vice Segretario Generale dell’Eliseo e nel 2014 Ministro dell’Economia nel primo Governo Valls. Nel 2015 fonda il suo movimento “En Marche!” con cui lancia la candidatura alle presidenziali e giorno dopo giorno, porta con sé pezzi dell’ormai agonizzante Partito Socialista.
Una carriera sfolgorante ed incredibilmente veloce; anche troppo per i tempi della politica francese. La sua ascesa fulminea ha destato sospetto anche oltre Manica, tanto che The Spectator ha cercato di indagare sui potenti amici che lo sostengono da dietro le quinte con l’obiettivo non solo di “dividere i socialisti ma di sostituirli”.
Oggi Macron sembra essere l’unico in grado di contendere l’Eliseo alla Le Pen. Il rivale che poteva insidiargli pezzi di elettorato era il gollista Fillon, fatto fuori da una puntuale quanto provvidenziale inchiesta giudiziaria.

macron2UN REPLICANTE DI SOROS?
Ma sopratutto Macron è il perfetto prodotto di laboratorio dell’ideologia dominante: un tecnocrate, banchiere di sinistra, con idee più illuminate che illuministe, progressista, multiculturale, ecologista ma a favore della globalizzazione; pro-immigrazione, vuole più Europa, più “integrazione” cioè più potere a Bruxelles e in politica estera condivide le posizioni guerrafondaie sulla Siria ed è ostile alla Russia di Putin in perfetta sintonia con l’agenda atlantista.
Le sue idee politiche sembrano prese direttamente dai documenti dell’Open Society di George Soros; come il nome del suo Movimento (En March!) così incredibilmente uguale a Move.On, l’organizzazione di cui Soros è il principale finanziatore e che appoggia le politiche liberal dei candidati democratici negli Stati Uniti.
Attorno a Macron si è raccolto il gotha del potere finanziario, mediatico e industriale francese: in primis Pierre Bergé il grande industriale miliardario e filantropo definito non a caso il Soros di Francia; ma a torto perché Bergé è uno dei più straordinari interpreti del nostro tempo; l’uomo che ha amato Yves Saint Laurent trasformando il suo genio in industria.
Bergé, omosessuale e laicista estremo che vuole l’abolizione di tutte le festività cristiane in Francia, filantropo in prima linea per le battaglie progressiste, è anche l’azionista di maggioranza di Le Monde (di cui detiene il 64% delle quote insieme a Pigasse l’altro banchiere enfant prodige della sinistra francese) e Nouvelle Observateur.
Nel team di Macron, ha un ruolo guida Bernard Mourad, l’uomo di Morgan Stanley in Francia e poi a capo del comparto media del colosso olandese Altice/Sfr che gestisce oltre 60 testate (quotidiani e periodici) tra cui Liberation, Le Figaro, L’Express, radio e tv come RMC e BFM; ruolo da cui si è dimesso per gestire la campagna elettorale.

Macron3LA FRANCIA E’ SOLO UNO SPAZIO
“Non esiste una cultura francese; esiste una cultura in Francia… ed è molteplice”, così Macron si è espresso in un comizio a Lione.
Alain Finkielkraut, filosofo conservatore, uno dei più lucidi pensatori del nostro tempo, commentando la frase ha scritto: “tra «francese» e «in Francia» vi è la distanza che separa una nazione da una società multiculturale” perché per coloro “che sono sotto la bandiera progressista, la Francia non è una storia e non è neppure un Paese, è solo uno spazio”. E così la Francia-spazio di Macron è un luogo neutro dove le culture si ritrovano per caso; una chiesa cristiana o una moschea non fanno differenza perché appunto, “non esiste una cultura francese”.
Macron incarna perfettamente l’ideale dell’apolide mondialista per il quale cultura, tradizioni, lingua, nazioni, sono incidenti della storia rispetto all’unico valore universale: quello dell’homo oeconomicus. Per lui, il conflitto con l’Islam in Europa è colpa di un modello sociale sbagliato e il terrorismo islamista “è solo frutto di mancanza di opportunità economiche”.
Macron è chiaro in questo: non possiamo finire “agli arresti domiciliari dell’identità”. Secondo il perfetto Verbo mondialista, l’identità di una nazione è una costrizione, una forma di reclusione da cui evadere; una sovrastruttura complessa da eliminare per dare libero sfogo al sogno dell’uomo universale perfetto ingranaggio del sistema economico dominante; l’uomo senza radici che può essere tutto e niente. Per questo Macron è a favore dell’immigrazione e della Francia multiculturale.
Nelle elezioni francesi si rinnova il nuovo grande conflitto di idee e visioni che dilania l’Occidente: quello tra chi auspica una società abitata dall’uomo mutante (entità interscambiabile) contro chi difende una nazione abitata dall’uomo reale (soggetto consapevole di memoria storica e identità); in pratica la lotta tra “astrazione mondialista” di chi non è nulla e può diventare ciò che il potere gli consente, e “dirittto sovrano” ad essere ciò che si è per diventare solo ciò che si vuole.

dal blog L'ANARCA di Giampaolo Rossi - 14 marzo 2017

21/04/17

“Vi faccio vedere come muore un italiano”, il nostro paese ha bisogno di eroi come Fabrizio Quattrocchi


Chiedimi chi era Fabrizio Quattrocchi. Il 13 aprile del 2004, l’addetto alla sicurezza privata si trovava in Iraq e venne rapito insieme ai colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. L’Italia quel giorno trattenne il respiro. I quattro furono catturati da un sedicente gruppo denominato Falangi verdi di Maometto. Mentre gli ultimi tre vennero liberati il catanese, che da molti anni si era trasferito in Liguria, andò incontro alla morte. Pronunciando una frase assoluta. Capace di riecheggiare nella mia mente ancora oggi. “Adesso, vi faccio vedere come muore un italiano”. Era il 14 aprile 2004. I sadici terroristi ripresero l’esecuzione. Brutale, violenta, macabra ed insensata. Ma davanti a quella parole, davanti a quella frase tutto si fermò. Solo le pallottole squarciarono un istante lungo l’avvenire. Il 13 marzo 2006, “su proposta del Ministero dell’Interno Giuseppe Pisanu, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì a Fabrizio Quattrocchi la medaglia d’oro al valor civile. ‘Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese'”. Basta affidarsi a Wikipedia per immergersi nelle motivazioni, sacrosante e legittime, di un’onorificenza che dona vita eterna.
Non tutti si sono dimenticati di questo martire. I comuni di Milano, Assisi (PG) e Castellabate (SA) gli hanno dedicato una via. Brugnato (SP) invece ha deciso di intitolargli un ponte. Addirittura Oriana Fallaci, nel volume La forza della ragione, consacrò l’opera a Quattrocchi ed agli “italiani ammazzati dal Dio-Misericordioso-e-Iracondo”. Eppure le nostre memorie sono messe a dura prova. Pochi attimi ed il ricordo vola via, quei colpi di pistola pronti a cancellare un gesto, pronti a cancellare il sangue, pronti ad annebbiarci la vista. Occhio non vede, cuore non duole. E le nostre capacità di sopportazioni cardiache sono ai minimi storici. Eppure dobbiamo sfidare la realtà ammantandoci con il mantello dei servitori dello Stato. Di chi, davanti al boia islamico, ha tentato di strapparsi la kefiah che gli foderava il volto per uscire, un’ultima volta, “a riveder le stelle”. Livio Ghisi, dirigente provinciale genovese di FdI-An, ha pubblicato una lettera in cui lancia un accorato appello: “Dimenticato dalle istituzioni e da una parte dell’Italia politica anche nella sua terra in cui viveva e lavorava non è mai stato ben ricordato, forse per il lavoro che svolgeva o forse per le ideologie troppo patriottiche che ha onorato fino alla fatale esecuzione davanti a vigliacchi aguzzini”. La memoria non è mai troppa, bisogna lottare affinché non si spenga. Per questo Ghisi ha chiesto che a Tigullio di Chiavari, Rapallo e Zoagli venga dedicata una strada a Quattrocchi.
Dalle colonne de Il Giornale d’Italia, Francesco Storace, lancia il suo grido di rabbia: “Quanti giovani, di 14-15 anni, conoscono quel sacrificio? Quanti italiani se lo ricordano? E’ un Paese che non ha memoria. Ci si commuove, per alcuni anche giustamente, se un agnellino sta sulle nostre tavole a Pasqua, e poi questo Paese fatica a ricordare Fabrizio con una scuola o una strada. Anche se tutti, noi no: Fabrizio Quattrocchi presente”. Anche se tutti, noi no. Jack London, ne Il vagabondo delle stelle, vergò questa frase: “Se riuscire a dimenticare è segno di sanità mentale, il ricordare senza posa è ossessione e follia”. Allora ossessioniamoci, viviamo ricordando, ma senza torcicollo, senza spasmi. Con la volontà di chi vuole tornare grande, abbracciare il destino conoscendo il proprio passato, riconoscendo gli esempi fieri di italianità. Totem, in contrasto con la società liquida di Zygmunt Bauman, capaci di non farci perdere la bussola nella tempesta più sfrenata. Serve marmo contro la palude di quest’epoca, possiamo esserlo? Dobbiamo, altrimenti periremo senza lasciare alcuna traccia della nostra storia millenaria.
La situazione di questo Paese è raffigurata nella foto, che in questi giorni sta impazzando sulla rete, in cui viene ritratta un’autovettura dei Carabinieri schiacciata da un ponte nel cuneese. Ogni punto di riferimento scacciato, allontanato, mandato in pasto alla bontà di un nazione che pensa solo al futuro dei rifugiati, ma quali rifugiati poi, dimenticandosi del domani degli italiani. Per questo dobbiamo ricordare Quattrocchi, per portare il suo ardore in ogni città. Davanti alla tasse che ci uccidono, davanti all’immigrazione illimitata, che diventerà inesauribile in questi giorni di primavera che ci conducono all’estate, davanti alla burocrazia abbiamo il dovere di non inginocchiarci. Eroi siamo ed eroi saremo, ce lo chiede l’Italia. Come ho avuto modo di scrivere sulla mia pagina di Facebook: “Ci vorrebbero più italiani con gli attributi, che iniziassero a lottare tutti insieme per la propria libertà, per la propria dignità, per la propria Patria e sopratutto per garantire ai propri figli un presente e sopratutto un futuro da uomini liberi”. Svincoliamoci da queste catene, facciamolo con rabbia e con amore. Cercheranno sempre, e per sempre, di metterci i bastoni tra le ruote, di farci cadere togliendoci l’entusiasmo, facendo perire l’estro tricolore. Ma ci troveranno a cantare davanti alla sorte avversa, portando una croce che non ci grava più sulle spalle. Lo faremo per le Forze dell’Ordine costrette a sacrificarsi per un pezzo di pane. Lo faremo per gli operai licenziati. Lo faremo per i padri separati. Lo faremo per le madri perseguitate. Lo faremo per gli italiani, mentre i poteri forti ci vogliono a capo chino, porteremo in cielo la nostra indipendenza. “Libertà che ho nelle vene, libertà che mi appartiene, libertà che è libertà”, esattamente come cantava Franco Califano.


Di Andrea Pasini - 20 aprile 2017
fonte: http://blog.ilgiornale.it

20/04/17

IMMIGRAZIONE “Una regia dietro gli sbarchi di immigrati”. E il governo scoprì l’acqua calda




ong immigrati business scafisti

 
 
Roma, 20 apr – All’inizio erano solo i populisti cattivi a denunciare l’azione criminale delle Ong al largo della Libia. Poi è arrivato il video di Luca Donadel che tracciava le rotte del business dell’immigrazione. Il polverone mediatico ha condotto alle audizioni in Senato per Frontex e alcune Ong, che hanno confermato le connessioni tra scafisti, Ong, barconi di immigrati e Guardia Costiera. E così alla fine, dopo che nel fine settimana pasquale ci siamo ritrovati con 8500 immigrati sbarcati sulle nostre coste in appena tre giorni, adesso si è “svegliato” anche il governo che, con incommensurabile (e colpevole) ritardo, è arrivato a capire che dietro l’ondata di barconi che hanno preso il largo in precisa direzione delle navi umanitarie delle Ong, c’è una “regia”. “Un’azione logistica fuori dal comune, quasi di stampo militare”, sarebbe stato il commento di chi ha visionato il dossier nelle stanze di Palazzo Chigi, secondo quanto riportato dalla Stampa.
 Sarà per le elezioni sempre più vicine o per il fatto che gli 8500 sbarchi di Pasqua hanno messo in ginocchio il nostro sistema di accoglienza, ma sembra che solo adesso Gentiloni e Minniti si siano decisi quantomeno ad indagare sulle rotte dei barconi, porti di partenza e punti di incontro con le navi delle Ong, al fine di scoprire le “eventuali connessioni” tra i diversi attori. Ovvero scoprire l’acqua calda, quello che tutti sanno e che in pochi fino ad alcune settimane fa avevano il coraggio di dire. Come scrive la Stampa l’azione più decisa del governo sarebbe dovuta agli sbarchi di Pasqua individuati come “punto di svolta”: una balla bella e buona, e l’aumento di oltre il 40% degli sbarchi registrato solo nella prima parte del 2017 testimoniano che la regia e l’azione di “stampo militare” dietro i flussi migratori del Mediterraneo siano un fatto noto e precedente. Dietro l’aumento dei flussi potrebbero celarsi anche la grande criminalità organizzata della Libia e le fazioni ostili a Sarraj, che con l’Italia si era impegnato a limitare le partenze e ad arginare gli scafisti.
Ma l’attenzione è concentrata soprattutto sul ruolo delle Ong, vere protagoniste dell’aumento degli sbarchi sulle nostre coste. Basti pensare che nel 2016 la sola Ong spagnola Opena Arms ha trasportato circa 70 mila “migranti” in Italia, ovvero più di un terzo del totale. Senza un accordo con gli scafisti e una connessione diretta con i barconi, è difficile pensare di realizzare certi numeri. Il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, in audizione al Senato la settimana scorsa aveva confermato che gli scafisti dotano di telefonini e numeri delle imbarcazioni delle Ong gli immigrati in partenza sui barconi. Le indagini puntano su queste connessioni, ma anche sul capire chi siano i finanziatori di queste Ong che sono dotate di imbarcazioni tecnologiche, elicotterei, droni etc, attrezzatura piuttosto costosa. Nelle audizioni al Senato viene citato molto spesso il caso della Ong Moas, con base a Malta e fondata dal filantropo statunitense Chris Catrambone nel 2014, che può contare su una barca di 40 metri, un aereo e sull’affitto di due droni per pattugliare il mare, il cui costo ammonta a 400 mila euro al mese. Moas dichiara di aver salvato 33 mila “migranti”.

Anche Renzi, con le elezioni in avvicinamento, ha pensato di fare la voce grossa sulla faccenda: “Noi siamo accoglienti e salviamo vite umane, ma non possiamo essere presi in giro da nessuno, né in Europa, né da Ong che non rispettano le regole. Non è possibile che l’Europa abbia 20 navi che prendono e portano solo in Sicilia“. L’ex premier loda anche il lavoro della Commissione parlamentare che sta conducendo l’indagine: “Si sta gettando una luce sulla vicenda”. Eppure quando il business dell’immigrazione nel Mediterraneo era già ampiamente in piedi lui era Primo Ministro. Ovviamente non ha mosso questo tipo di accuse, né intrapreso alcuna azione come governo. Ma all’ex sindaco di Firenze la faccia di bronzo non è mai mancata. Il problema è per chi ancora lo vota.


Davide Romano -  20 aprile 2017

fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

18/04/17

Il grillismo è la nostra storica faciloneria


 

Sottoscrivo in toto la preoccupata analisi del nostro direttore sul Movimento Cinque Stelle, definito correttamente come allucinante paradigma di “Democrazia dei centri di salute mentale”. 


 E sebbene Arturo Diaconale coglie appieno la palese contraddizione di un meccanismo che pretende, con qualche migliaio di voti espressi in Rete, di decidere le scelte strategiche che riguardano l’intera collettività nazionale, nondimeno ciò non ha impedito a milioni di elettori di farsi rappresentare da una forza politica che manifesta parecchie anomalie, tanto per usare un eufemismo.
A mio avviso sono molteplici le ragioni che concorrono a veicolare nel non-partito di Beppe Grillo una crescente massa di consensi. Ragioni che sotto alcuni punti di vista vengono da molto lontano e appartengono a quella storica faciloneria che ha troppo spesso caratterizzato, dall’Unità nazionale in poi, un Paese raccogliticcio il quale, in tante sue componenti, ha sempre pensato in grande senza alcun senso delle proporzioni. Un Paese il quale, ritenendo che il mondo si organizzasse intorno ai nostri presunti talenti, ha spesso subìto il fascino di qualche abile demagogo pronto a dispensare miracolistiche ricette per riportare molto in alto le nostre sorti.
E, nel valutare l’impressionante armamentario di sciocche quanto pericolose illusioni partorite in questi ultimi anni dalla democrazia diretta a Cinque Stelle (il cui approdo, come scrive Diaconale, è quello di trasformare l’Italia “in una gigantesca Svizzera dove i cittadini non lavorano e si godono l’ozio latino in attesa dell’assegno di sopravvivenza dell’Inps”), mi viene in mente una cruda citazione di Ferdinando Martini, scrittore e politico che governò con grande abilità l’Eritrea dopo la colossale disfatta di Adua del 1896: “Chi dice che gli italiani non sanno quello che vogliono? Su certi punti, anzi, siamo irremovibili. Vogliamo la grandezza senza spese, le economie senza sacrifici e la guerra senza morti. Il disegno è stupendo: forse è difficile da effettuare”.
Ecco, malgrado sia passato molto tempo, non possiamo non leggere nel messaggio politico dei grillini un’analoga filosofia di fondo, che allo stato attuale si può sintetizzare con la contraddizione in termini di una decrescita felice che porti più benessere per tutti. Da questo punto di vista il disegno non ci appare né stupendo e né minimamente realizzabile.

di Claudio Romiti - 15 aprile 2017
fonte: http://www.opinione.it

Minori non accompagnati: i dati smentiscono la vulgata “ufficiale”


Tra gli immigrati giunti nel Belpaese, secondo dati governativi, i minori stranieri non accompagnati, al 31 dicembre 2016, sarebbero 17.373


È stato recentemente approvato alla Camera dei Deputati, dopo il via libera del Senato del 1° marzo, il Disegno di Legge n. 1658-B contenente le “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” che innoverebbe in maniera significativa il diritto dell’immigrazione in materia di minori, prevedendo il divieto di respingimento alla frontiera.

Usiamo il condizionale perché, in realtà, a dispetto del clamore mediatico, la legge sembra scoprire l’acqua calda. La normativa vigente infatti, de facto, non rende una situazione diversa da quella che siffatto disegno di legge appunto disegna. E quindi la domanda è: perché questa legge?

Proviamo a rispondere premettendo che, in tema di immigrazione il politicamente corretto è sempre più ostentato, ogni giorno che passa. Non parliamo poi dell’iper-intoccabilità di cui si ammanta il presepe ideologico costituito da “mamme e bambini sui barconi”, donne e minori che sono in realtà, in proporzione alla massa di immigrati maschili in età da moglie, davvero pochi. Nessun telegiornale, ovviamente, lo evidenzia. È più utile la narrazione lacrimosa della sacra famiglia in mare mosso, ma andiamo con ordine.

La più recente definizione di “minore non accompagnato” è contenuta nell’art. 2 della Direttiva Europea 2001/55EC3, secondo cui sono minori non accompagnati «i cittadini di paesi terzi o gli apolidi di età inferiore ai 18 anni che entrano nel territorio degli Stati membri senza essere accompagnati da una persona adulta responsabile per essi in base alla legge o agli usi, finché non ne assuma effettivamente la custodia una persona per essi responsabile, ovvero i minori che sono lasciati senza accompagnamento una volta entrati del territorio degli Stati membri».

Il Testo Unico sull’immigrazione (d.lgs. n. 286/1998) prevede che, quando ricorrano i presupposti per l’espulsione di un minore straniero, il provvedimento possa essere adottato, su richiesta del questore, dal tribunale per i minori «a condizione comunque che il provvedimento stesso non comporti un rischio di danni gravi per il minore».

L’espulsione è dunque ridotta a quei casi in cui non ci sarebbero pregiudizi di sorta per il minore nel momento in cui faccia ritorno nel paese d’origine. Quanti sono questi casi?

La geografia dei conflitti, o meglio, la narrazione della geografia dei conflitti ci mette dinanzi ad uno scenario “continentale” pan-bellico e dovunque ci sia una guerra, lì non si può tornare.

Gli stessi sostenitori dell’accoglienza tout court, quelli espertissimi nel cogliere le sottili differenze tra clandestino, rifugiato e profugo, sembrano tra l’altro essersi messi tutti d’accordo sulla bontà di un’unica definizione, quella di migrante, il portatore cioè di un diritto fondamentale a mettere radici dove voglia e sempre. Li imiteremo, limitandoci però, senza essere troppo originali, a chiamare chi entra nel nostro territorio ‘immigrato’.

Tra gli immigrati giunti nel Belpaese, secondo dati governativi, il numero di minori stranieri non accompagnati al 31 dicembre 2016 ammonterebbe a 17.373, il 45,7% in più rispetto al 31 dicembre 2015 e il 25,3% rispetto al 31 agosto 2016. Sono maschi il 93,3% del totale. Le bambine? Al 31 dicembre 2016, i minori non accompagnati presenti in Italia che risultano irreperibili – principalmente egiziani, eritrei, somali – sono 6.561. Dove sono? Bel problema, ma non il solo.

È preponderante la questione dell’età. Secondo l’Associazione Diritti e Frontiere la presunzione di maggiore età viene «applicata con larga discrezionalità dalle forze di polizia, senza le adeguate competenze professionali, con il risultato che spesso minorenni anche di sesso femminile e spesso vittime di tratta vengono dichiarate maggiorenni» e quindi espulsi. Allo stesso modo, siffatto meccanismo potrebbe però operare anche in difetto, portando a considerare erroneamente minori soggetti ultra-diciottenni.

Invero, secondo il Quadro di riferimento normativo e diritto all’identità del Ministero della Giustizia, che fa riferimento ad una Conferenza di servizi indetta dal Ministero degli Interni nel 2008, l’età dovrebbe essere accertata mediante un approccio multidisciplinare e multidimensionale consistente in esami medici da effettuarsi in strutture pubbliche e nell’ascolto del minore al fine di ricostruire la sua storia anagrafica. L’emergenza sembra avere reso ostica l’applicazione a tappetto di queste regole, le quali restano di per sé non adatte a “scovare” l’eccezione.

È stato poi il senatore Lucio Malan ad introdurre in Parlamento un tema nuovo, ossia la possibilità che l’età non faccia dei minori non accompagnati “dei santarellini”.

«Tra coloro che sono venuti in Italia come minori non accompagnati, argomenta il senatore spiegando gli emendamenti al ddl in questione, ci sono colpevoli accertati di 32 omicidi volontari solo nell’anno 2015: queste, probabilmente, non sono persone che venivano in Italia benintenzionate; credo che sarebbe stato meglio se fossero ritornati nei loro Paesi, anche se veramente avevano sedici o diciassette anni. Ci sono stati poi 54 tentati omicidi, che non sono andati a buon segno ma che verosimilmente hanno lasciato il segno sulle persone vittime di questi tentativi; 1.560 lesioni personali volontarie perpetrate da stranieri minorenni; 10.000 reati contro il patrimonio e l’incolumità pubblica e 268 violenze sessuali perpetrate da minori stranieri».

Ancora un aspetto. Nel 2003, il Comitato per i minori stranieri si trovò ad affrontare la questione se fossero da considerare ‘non accompagnati’ i minori abitanti con parenti entro il quarto grado, quindi “affidati di fatto”, ma non interessati da alcun provvedimento formale. Il Comitato optò per considerarli accompagnati e nessuno parlò in ogni caso degli abusi potenziali conseguenti alla difficoltà di documentare in modo chiaro la sussistenza reale del rapporto parentale, complici casi frequentissimi di omonimia e procedure identificative dei Paesi d’origine non sofisticatissime, diciamo così.
Infine proteggere i minori costa. Il Documento Programmatico di Bilancio 2016 inserisce la problematica dei minori non accompagnati nel novero delle spese per l’immigrazione, computando un costo pro capite medio oscillante tra i 35 e i 45 euro al giorno circa. I dati riportati non comprendono, come si legge nella dicitura di uno dei grafici riportati, «la spesa relativa all’emergenza del Nord Africa, aperta nel 2011».

Quanto spendiamo davvero? L’Italia è dell’Europa contribuente netto, versa ad essa cioè più di quanto riceve. A buon intenditor…
La legge che fa dei minori non accompagnati soggetti da accogliere sempre, non solo non rappresenta alcuna novità sostanziale in considerazione dei tanti escamotage più o meno percorribili per evitare il rimpatrio da parte degli stessi, ma può essere considerata una sorta di distrattore tematico, che affrontando demagogicamente e parzialmente il tema, finisce per offuscare gli aspetti che, nell’interesse in primis dei minori e della patria ospitante, dovrebbero invece affrontarsi, quelle priorità cioè ribadite dalle Convenzioni internazionali di difesa dei diritti dell’infanzia purtroppo sempre più spesso usate impropriamente, diciamo anche questo.

Questa legge sembra avere come unica funzione quella di tacitare ogni dubbio altro o ulteriore, placandolo a monte. Eppure, la sacrosanta protezione del debole, quale valore, mai dovrebbe passare per il disvalore della menzogna delle narrazioni a metà.

17/04/17

L'attacco con il gas a Idlib " Non è stato Assad "




craterIL PROF. POSTOL
Theodore Postol è uno scienziato del MIT di Boston.
In quella che è una delle più importanti Istituzioni di Ricerca del mondo, Postol insegna Tecnologia e Sicurezza Internazionale; ha lavorato per anni con il Pentagono, è stato consulente della Cia ed ha ricevuto innumerevoli premi scientifici per la sua attività di ricerca nel settore tecno-militare.
Già nel 2013, le sue analisi contribuirono a confutare la teoria dell’Amministrazione Obama secondo cui l’attacco chimico di Goutha alla periferia di Damasco, che produsse centinaia di morti, era stato causato dall’artiglieria siriana di Assad. Attacco che, ricordiamolo, aveva spinto Obama a dichiarare “superata la linea rossa” che apriva all’intervento militare Usa contro la Siria.
Ma proprio le contraddizioni delle informazioni e la non certezza dell’inchiesta, spinsero il Presidente americano a retrocedere e, con l’aiuto della Russia, limitarsi ad imporre al regime di Assad la distruzione del proprio arsenale chimico; distruzione completamente avvenuta, secondo il monitoraggio delle organizzazioni internazionali.
Ora il prof. Postol interviene a confutare nuovamente la Casa Bianca, sul “presunto” attacco chimico a Khan Shaykun, nel nord della Siria nella provincia di Idlib.
Facciamo un passo indietro.

Schermata 2017-04-14 alle 08.56.08IL REPORT DELLA CASA BIANCA
Tre giorni fa l’amministrazione Trump ha reso pubblico un documento di quattro pagine “declassificato” con le “valutazioni inequivocabili” dell’intelligence Usa, secondo cui sarebbe stata l’aviazione siriana ad usare le armi chimiche che hanno causato circa 80 morti e centinaia di feriti. Le immagini dei bambini morti o agonizzanti colpiti dal gas Sarin, hanno scosso l’opinione pubblica mondiale e spinto gli Usa ad attaccare Assad senza alcuna autorizzazione internazionale.
In realtà il documento americano, riportato con enfasi impressionante da tutti i media occidentali, non prova minimamente che l’attacco chimico è stato opera del regime siriano. Lo dice, ma non lo prova.
Nei giorni scorsi persino a noi che non siamo tecnici, quelle quattro pagine sono apparse quantomeno superficiali e dubbie.
Le prove raccolte dagli americani si basano su fotografie satellitari ed intercettazioni (che però non sono mostrate), più una serie di (testuale): “report di social media pro-opposizione” e video open-source”, cioè praticamente filmati presi da internet e materiale fotografico, prodotti ovviamente da chi era sul terreno e aveva agibilità nella zona colpita dal bombardamento.
Bisogna ricordare che la zona interessata non è sotto il controllo di romantici “ribelli moderati”, ma sotto le formazioni mercenarie di Al Qaeda; sono loro ad aver girato i video e fatto circolare immagini che la Cia e i media occidentali hanno preso come base di conclusione.
E noi stessi, avevamo sollevato il dubbio che forse, nessuna Commissione d’Inchiesta internazionale avrebbe preso il documento americano come prova per confermare l’accusa al regime siriano e legittimare un intervento armato.
Ed è esattamente quello che scrive Postol: il documento non fornisce la benché minima prova che il governo siriano sia stata la fonte dell’attacco chimico in Khan Shaykhun. L’unico fatto indiscutibile riportato nel dossier della Casa Bianca è l’affermazione che un attacco chimico di gas nervino si è verificato”.
Postol è categorico: il rapporto della Casa Bianca “non contiene assolutamente alcuna prova che possa indicare chi è stato l’autore di questa atrocità”.
Non solo, ma lo scienziato del MIT va ben oltre e analizza l’immagine che gli americani hanno individuato come prova del bombardamento chimico da parte di un aereo siriano: il famoso “cratere nella strada a nord di Khan Shaykun” con all’interno il presunto resto di bomba che avrebbe rilasciato il Sarin.
Questa immagine riprodotta più volte sulla rete e ripresa sul mainstream, sarebbe per l’intelligence Usa la pistola fumante che inchioda Assad e il suo regime al crimine.
Secondo il documento Usa, “i resti di munizione osservati presso il cratere e la colorazione attorno al punto di impatto sono coerenti con una munizione che si è attivata, ma le strutture più vicine al cratere non hanno subito danni che ci si aspetterebbe da un normale carico ad alto potenziale. Al contrario, hanno subito un danno più coerente con una munizione chimica”.

Schermata 2017-04-14 alle 15.02.24LA BOMBA NON È UNA BOMBA
Secondo il prof. Postol è esattamente il contrario; questa immagine dimostrerebbe che “il rapporto della Casa Bianca contiene conclusioni false e fuorvianti”.
Perché?
Innanzitutto il munizionamento è un tubo apparentemente di 122 mm simile a quelli usati in artiglieria. Nel 2013 furono questi razzi modificati ad essere utilizzati per l’attacco chimico di Goutha. Di certo questo oggetto non ha nulla a che vedere con un bomba d’aereo.
“Il tubo originariamente sigillato nelle due estremità si presenta schiacciato e con un taglio longitudinale (…) Ma la deformazione del manufatto indica che non è stato lanciato dal cielo”.
Se il cratere e la carcassa contenente il Sarin “non sono una messa in scena” ma vere “come ipotizzato nella relazione della Casa Bianca”, allora secondo Postol la munizione è stata quasi certamente messa a terra con un esplosivo detonante esterno su di essa che ha schiacciato il contenitore in modo da disperdere il carico di Sarin”.

Schermata 2017-04-14 alle 08.56.35COME UN TUBO DI DENTIFRICIO
Un’ipotesi, secondo il professore, è che “una lastra di esplosivo ad alto potenziale” sia stata posta “sopra una delle estremità del tubo riempito di sarin e fatta detonare (…) Poiché il Sarin è un gas incomprimibile” con la pressione “ha agito sulle pareti e sull’estremità del tubo causando una fessura lungo la lunghezza e  il cedimento del tappo” Per capire questo meccanismo immaginiamo “di colpire un tubo di dentifricio con un grande maglio.
La relazione di Postol è poi suffragata da ulteriori prove fotografiche ed un’attenta analisi delle condizioni metereologiche la mattina del presunto attacco chimico. Sorprende che questo report non abbia avuto il benché minimo risalto sui media.
Postol non raggiunge conclusioni politiche. Da scienziato si limita a confutare le “presunte prove” poste da Washington; ma afferma che “nessun analista competente avrebbe omesso che il presunto contenitore di Sarin è stato con forza schiacciato dall’alto, e non è esploso dall’interno”.

NO SIRIANI, NO INCIDENTE. QUINDI?
Se la sua analisi è giusta, quello che si deduce è ancora più sconvolgente.
La versione americana dice che i siriani hanno effettuato un bombardamento chimico. I siriani dicono che loro hanno bombardato con armi convenzionali e che la strage chimica potrebbe essere determinata da gas che i ribelli nascondevano nei magazzini colpiti dalle bombe.
Qui ci troviamo di fronte ad una versione ancora più sconvolgente: non sono stati i siriani e non si è trattato di un incidente. Qualcuno da terra ha volutamente fatto esplodere un contenitore di Sarin, perché colpisse la popolazione civile. 
Questo inoltre spiegherebbe il sostanziale numero limitato di vittime che nel caso di un bombardamento chimico aereo sarebbero state di gran lunga maggiore.
Ma chi può aver fatto questo? Innanzitutto qualcuno che ha completa agibilità della zona. E chi detiene il controllo della zona?

Schermata 2017-04-14 alle 15.23.25IL FRONTE CEDEVA…
Quest’ultima immagine è una cartina operativa del fronte di Hama, risalente al 31 marzo scorso (qualche giorno prima del bombardamento) pubblicata sull’account twitter @PetoLucem.
Come si vede l’offensiva scatenata dai ribelli nelle settimane precedenti era stata neutralizzata e l’esercito siriano non solo aveva riacquistato le posizioni ma stava premendo sulla linea difensiva del nemico in procinto di collassare. La provincia di Idlib, dove è avvenuto la strage chimica, è a circa 100 km più a nord di questo fronte ed è sotto il controllo totale dei gruppi legati ad Al Qaeda.
Perché i siriani, in un momento in cui stavano chiudendo in una sacca i ribelli sfondando le loro linee di difesa, dovevano fare una strage chimica sulla propria popolazione, in un posto sperduto senza alcuna ricaduta militare sul fronte operativo?
O meglio, stante questa situazione, chi aveva interesse a bloccare con qualsiasi mezzo possibile, l’offensiva di Assad scatenando una strage che avrebbe messo sotto accusa il regime e comportato l’intervento internazionale?
E infatti, come avevamo anticipato prima dell’intervento Usa, questo strano bombardamento chimico è servito proprio a colpire Assad e salvare i ribelli di Al Qaeda.
Se le analisi del Prof. Postol sono vere, e non è stata una bomba aerea a sprigionare il gas che ha ammazzato gli innocenti, ci troveremmo di fronte ad una clamorosa false flag.
E questo spiegherebbe perché i russi fin dal primo giorno hanno chiesto l’istituzione di una Commissione indipendente che indagasse su ciò che è realmente accaduto; commissione che americani ed europei si sono rifiutati di creare, convinti, come sempre, che la sola verità possibile sia quella dell’Occidente.
Vogliamo sperare che tutto questa ipotesi sia falsa e che la narrazione occidentale sia quella vera: Assad è un crudele dittatore che non si fa scrupoli di gasare il proprio popolo e noi siamo i buoni che corrono a salvare le vittime.
Ma dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Libia allo Yemen, ci siamo resi conto che le nobili democrazie sanno mentire più e meglio dei peggiori regimi dittatoriali.

di Giampaolo Rossi - 14 aprile 2017

11/04/17

Scordatevi Obama


Con l'attacco alla base di Assad, Trump ha chiarito la differenza con la politica estera del predecessore. La sua America vuole contare sulla propria capacità militare e sulla deterrenza contro chi supera le "linee rosse" (vedi Corea del Nord). L'altro lo diceva a parole, lui lo mostra nei fatti...

donald

L’attacco americano contro la “base delle armi chimiche” di Assad, condivisa dal regime con militari russi che difficilmente potevano ignorare l’utilizzo, ha subito prodotto mal di pancia e distinguo nel nostro paese. Si dovrebbe anzitutto capire che la posizione di Trump è opposta a quella di Obama anche e soprattutto in politica estera. La sua linea potrà essersi ulteriormente precisata in queste ore, ma sia in campagna elettorale sia dal suo insediamento le radicali differenze tra Trump e Obama si possono riassumere nei seguenti punti:
1) l’America di Trump, diversamente da Obama, pone la sicurezza sopra ogni altra cosa, sul piano interno come su quello internazionale: lottando contro il terrorismo e gli Stati che sostengono il terrorismo, e promuovono guerre e focolai regionali che pregiudicano la sicurezza americana e l’esistenza di Israele
2) l’intesa con Mosca nella lotta al terrorismo vale se l’Isis non resta un facile pretesto per lasciare Assad al potere macellando milioni di persone che non lo vogliono, e per consentire che l’Iran colonizzi politicamente la Siria -dove Hezbollah inquadrata da ufficiali IRGC rappresenta una forza autonoma che tra l’altro minaccia Israele dal Golan siriano- e consolidi un controllo assoluto sull’Iraq
3) sulla Russia, tema di forte contrasto fra Trump e Obama -vedi le sanzioni- c’è stata indubbiamente un ‘evoluzione, per ragioni eminentemente politiche e di “legittimazione”interna. L’Amministrazione repubblicana si trova oggettivamente in difficoltà nello sgomberare il terreno da indagini dell’Fbi e del Senato riguardanti alcuni dei principali collaboratori del Presidente e i loro rapporti ancora non chiariti con funzionari e agenti russi, nonché con banchieri russi sotto sanzioni americane. Non era questo lo sfondo che in campagna elettorale portava Trump a esprimere forte vicinanza a Putin. Sembra ora più urgente dimostrare che, rispetto alla stessa Russia, prevalgono sempre gli interessi dell’America. E forse questo dovrebbe valere anche per noi
4) mentre per Obama la forza veniva sempre dopo, molto dopo, estenuanti e lunghissimi tentativi di risolvere le crisi con l’esclusivo ricorso alla diplomazia, Trump ha sempre dichiarato di voler contare su un’America forte, sulla sua capacità militare, sul valore fondamentale che rivestono- per una credibile diplomazia e una efficace politica di sicurezza- deterrenza e volontà politica di ricorrere alla forza quando necessario. La disastrosa rinuncia di Obama a sanzionare gli attacchi con armi chimiche che avevano provocato nell’estate 2013 ben 1500 morti sono sempre stati al centro delle critiche di Trump a Obama. Da quella incredibile fuga americana dalle responsabilità è nato il convincimento dell’Iran di aver campo libero in Siria, Iraq, Yemen,la decisione della Russia di invadere il Donbass con i suoi “volontari”e di annettere la Crimea, e della stessa Cina di militarizzare i nove isolotti semisommersi annettendo l’immenso spazio e le risorse del mar della Cina. Non c’è analista serio e conoscitore diretto delle conseguenze provocate dalla politica rinunciataria di Obama in Siria che dissenta circa le conseguenze geopolitiche disastrose di quell’impune superamento delle “linee rosse”sulle armi di distruzione di massa da parte di Assad nel 2013.
Poteva Trump far finta di niente? Poteva “obamizzarsi”come d’incanto, proprio sulla questione più devastante e cruciale per l’America non solo in Medio Oriente, ma nello stesso rapporto con la Russia, l’Iran, la Turchia, Israele,e per giunta nelle stesse ore in cui era in corso il cruciale vertice con Xi Jin Ping? Un vertice dove proprio la prospettiva che l’America possa anche‎ “agire da sola” per riportare la ragione a Piongyang deve essere “creduta”, e non irrisa, da un interlocutore abile, sperimentato e deciso come il Presidente cinese.
Non c’è nulla che sorprenda nella decisione di Trump di usare la forza per sanzionare l’ennesimo, atroce crimine di Assad contro l’umanità. Non valgono nulla le tesi che la Siria senza Assad sarebbe senza soluzione politica. Un pensiero atroce per il mezzo milione di morti, i miloni di feriti, di sfollati, di profughi causati da un regime che, secondo gli iraniani e da un paio d’anni anche secondo i russi, deve sopravvivere per continuare a fare da spalla all’espansione militare iraniana nell’arco di crisi che va dal Libano allo Yemen. La Germania di Hitler, l’Urss di Stalin, la Cambogia Kieu Sampan, l’Uganda di Idi Amin Dada dovevano tenersi per sempre quei regimi criminali in nome della “stabilita'”, di ideologie assurde, o fondamentalismi religiosi? Sono molti i siriani e gli iraniani che animano partiti, movimenti, gruppi che rappresentano un’alternativa anche immediata a regimi così sanguinari. Il senso di abbandono che l’Occidente ha mostrato nei loro confronti dal 2009, lasciando in totale abbandono l'”onda verde” contro l’elezione scippata da Amadhinejead, e la Coalizione dell’opposizione siriana nel 2011, hanno ingigantito una crisi che si è poi inevitabilmente riversata sull’Europa, come non solo dicevamo, ma gridavamo da anni.
La storia offre raramente una seconda chance. Trump l’ha colta. Dobbiamo sostenerlo con ogni possibile convinzione.

di - 11 aprile 2017

L’America allerta 150mila riservisti. Guerra in vista?


Obama orders more US troops to Baghdad


Sta per iniziare una vera guerra? I segnali che giungono in queste ore sono molto allarmanti. L’esercito americano sta inviando in queste ore a 150 mila riservisti delle lettere con un preavviso di mobilitazione. L’annuncio ufficiale del ministero della Difesa dovrebbe essere dato a breve, ma alcuni riservisti che hanno già ricevuto la missiva lo stanno raccontando ad amici e parenti, i quali iniziano a far circolare le notizia. Secondo queste indiscrezioni, provenienti dagli Stati Uniti, l’obiettivo del Pentagono sarebbe di poter disporre di questa forza entro un paio di settimane dall’annuncio della mobilitazione vera e propria. Il messaggio che viene lanciato in queste ore è chiaro: decisioni potrebbero essere imminenti, tenetevi pronti a partire.
Centocinquantamila riservisti: per fare cosa? Un attacco in grande stile alla Siria? Colpire prima Damasco e poi Teheran? O l’obiettivo è la  Corea del Nord? Purtroppo la sciagurata svolta di Donald Trump – che si è arreso ai neoconservatori facendo propria l’agenda strategica che in campagna elettorale aveva promesso di combattere – autorizza qualunque ipotesi. Anche quella più drammatica e sconvolgente di una guerra alla Russia di Putin.
E non è  un caso che Assad, il governo iraniano e il Cremlino in queste ore abbiano dichiarato che “l’attacco americano alla base siriana ha superato molte linee rosse * che da adesso in avanti “risponderemo con la forza a qualunque aggressione”.
Questo significa che Putin ha perso ogni speranza di raggiungere un accordo con Washington. E che si prepara agli scenari peggiori.
Attenzione, e mi angoscia molto scriverlo, ma da diversi decenni la pace nel mondo non è mai  stata così a rischio
 
 
di Marcello Foa - 9 aprile 2017

Clima di guerra tra Corea del Nord e Stati Uniti. Le navi Usa si avvicinano a Pyongyang, che minaccia “conseguenze catastrofiche”


Corea del Nord



Il clima tra Corea del Nord e Stati Uniti si fa sempre più teso. La Corea del Nord, infatti, ha condannato la decisione di Washington di inviare una portaerei e la sua flotta nelle acque della penisola coreana, definita “una mossa sconsiderata” e ha minacciato di essere pronta alla “guerra”.
Secondo Pyongyang l’invio della portaerei Usa è la dimostrazione che la strategia americana per “invadere” la Corea del Nord “ha raggiunto una fase pericolosa”, ha spiegato un portavoce del ministero degli Esteri nordcoreano secondo l’agenzia statale KCNA. Pyongyang, ha aggiunto, “è pronta a reagire in qualsiasi modalità di conflitto scelta dagli Usa”. Insomma, la tensione è altissima, già tale dopo le dichiarazioni della Corea del Nord secondo le quali l’attacco missilistico ordinato da Donald Trump contro la Siria è un atto che giustificherebbe l’uso della bomba atomica. C’è da dire, peraltro, che già un mese fa il segretario di Stato americano Tillerson aveva mandato un avvertimento chiaro a Kim Yong-un: “Voglio essere molto chiaro: la politica della pazienza strategica è finita, se Pyongyang continua ad elevare la minaccia militare, l’opzione dell’azione è sul tavolo”.
La Carl Vinson, portaerei della classe Nimitz a propulsione nucleare, ha intanto lasciato Singapore: avrebbe dovuto dirigersi verso l’Australia, ma i nuovi ordini l’hanno dirottata verso la penisola coreana. “La prevalente grave situazione prova ancora una volta che la Corea del Nord era totalmente nel giusto quando ha aumentato le sue capacità militari di auto-difesa e di attacco preventivo contro la potenza nucleare da pivot – ha commentato il portavoce nel dispaccio della Kcna -. Prenderemo le più dure reazioni contro i provocatori per difenderci da potenti forze armate e mantenere il percorso da noi stessi scelto”.

dalla Redazione
fonte: http://www.lanotiziagiornale.it


09/04/17

SIRIA - "Idlib: tutto quello che non torna"


PERCHÉ?
A distanza di giorni dalla tragedia di Idlib è impossibile trovare un solo analista, un solo giornalista, un solo politico tra quelli che provano a capire veramente cosa è accaduto in Siria, in grado di rispondere alla più importante delle domande: “Perché?”

idlibPerché Assad avrebbe deciso di effettuare un bombardamento chimico nella fase finale di una guerra ormai vinta e nel giorno in cui a Bruxelles si apriva la Conferenza Internazionale sul futuro della Siria (e su quello suo)?
E perché l’avrebbe fatto pochi giorni dopo aver incassato dall’Amministrazione Trump (per bocca di Nikki Haley, ambasciatrice all’Onu), la conferma che rimuoverlo “non è più una priorità degli Stati Uniti”?
Perché il regime siriano, in maniera così goffa e intempestiva, avrebbe optato per un attacco con armi chimiche violando l’accordo siglato nel 2013 a Ginevra sotto l’egida di Usa e Russia, che portò all’effettivo smantellamento del suo arsenale (come è stato riconosciuto dall’Onu), accordo mai violato in questi anni neppure nei momenti di maggiore indecisione sull’esito della guerra?
Perché farlo, ben sapendo che questo avrebbe scatenato la comunità internazionale, messo in drammatica difficoltà l’alleato russo, riacutizzato le divisioni nel mondo arabo, provocato una legittima reazione tra gli stessi siriani che oggi, a stragrande maggioranza, vedono Assad come il salvatore della Siria contro l’occupazione terrorista dei mercenari islamisti?
L’unica risposta che per ora rimbalza sui media mainstream è quella più stupida e più funzionale alla ridicola narrazione occidentale dei “buoni contro i cattivi”: perché Assad è un dittatore! Quindi si sa che i dittatori gasano e uccidono il proprio popolo: lo fanno per gusto o per rappresaglia. O peggio, come motiva il New York Times, “per depravazione”. Giusto non può esserci altra spiegazione quando non si trovano le motivazioni.

HalabjaI DUBBI
Andrea Purgatori, uno che i bombardamenti chimici li ha visti sul serio nel 1988 ad Halabja quando Saddam Hussein scaricò cianuro e gas nervini sulla popolazione curda causando quasi 5.000 morti e il doppio dei feriti, intervistato su Intelligo ha espresso forti perplessità su ciò che può essere accaduto: “Quello che ho visto sul campo dell’uso dei gas è che uccidono indiscriminatamente e soprattutto difficilmente fanno “solo” 70 morti. Non dico che non siano stati usati ma secondo me è successo qualcosa che ancora non sappiamo bene. (…) il problema è che se io carico i gas su un aereo e poi bombardo mi sembra difficile che ci sia questo numero di morti”.
I bombardamenti chimici servono a spazzare via una popolazione e non un obiettivo militare. Per questo, usare armi chimiche per distruggere una fabbrica d’armi non è criminale è semplicemente stupido.
Su La Stampa, Giuseppe Cucchi esprime con onesta obiettività gli stessi dubbi di Purgatori. Ma va anche oltre. Richiama alla memoria il bombardamento di Merkale a Serajevo, che scatenò l’intervento Nato contro la Serbia; massacro per il quale, nonostante le sentenze definitive del Tribunale internazionale, rimangono “fondati dubbi (…) che i colpi di mortaio” che causarono oltre 40 morti civili, possano essere partiti “da zone in mano ai bosniaci e non ai serbi”.
E se l’orrore di Idlib servisse proprio a questo? A generare un casus belli per imporre magari un intervento diretto occidentale? A rimettere in discussione la permanenza di Assad anche in una Siria futura? È proprio quello che vuole Assad? O è quello a cui aspirerebbero i suoi nemici: i ribelli moderati di Al Qaeda e il paese principale che li supporta e li finanzia: l’Arabia Saudita; o quello che ambisce ad impossessarsi di pezzi della Siria e cioè la Turchia.
Ecco che allora la versione siriana e quella russa, secondo cui le sostanze chimiche non sono scese dal cielo ma si sono sprigionate dall’interno della fabbrica dei ribelli bombardata, potrebbe non essere solo una verità artefatta per nascondere l’evidenza di ciò che è accaduto. D’altro canto che armi chimiche siano in possesso e siano state utilizzate dai ribelli anti-Assad è cosa risaputa ed anche provata.
Ma ancora è tutto troppo vago.
NON È UNA GUERRA SIRIANA
Nel frattempo si consuma il previsto effetto dirompente sui media che serve a sconvolgere le coscienze e combattere questa guerra con le armi dell’emozione e dell’indignazione, spesso più potenti di quelle vere.
Perché nella guerra moderna le armi chimiche non hanno alcuna utilità militare; ma hanno una grande utilità mediatica.
E così, ecco puntuali i soliti Elmetti Bianchi, impavidi soccorritori cari ad Hollywood, falsificatori di professione legati ai gruppi di Al Qaeda, diffondere immagini e video che sembrano chiaramente manipolati e che si sommano alle immagini e i video reali e orribili dei bimbi morti o quelli agonizzanti, in un sadico e strumentale gioco di orrore che unisce il vero al falso.
Ed ecco l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani, emanazione dei Servizi segreti britannici, essere utilizzato come fonte d’informazione prioritaria sui media occidentali per spiegare quello che è successo a Idlib.
Come è possibile che il regime siriano non immaginasse questi effetti di un attacco del genere?
Assad sa troppo bene che la guerra in Siria non è più una guerra siriana ma una guerra mondiale. È che quello che lì avviene ha una ricaduta internazionale mille volte superiore rispetto a ciò che accade in altre guerre. Questo è il motivo per cui l’enfasi con cui i media occidentali mostrano le terribili immagini dei bimbi siriani è direttamente proporzionale al modo in cui gli stessi media relegano a semplice cronaca le notizie dei bimbi yemeniti (o somali) ammazzati dalle bombe americane e inglesi lanciate dai sauditi.
Può Assad non aver previsto tutto questo?

nikki-haley-chemical-attack-syria-united-nationsOLTRE LA LINEA ROSSA
L’unica cosa certa è che la strage di Idlib rischia di spostare indietro l’orologio della guerra siriana, riportandolo al 2013.
Il primo effetto politico è il cambiamento di posizione degli Stati Uniti annunciato da Donald Trump che ieri ha dichiarato “l’attacco sui bambini ha avuto un grande impatto su di me (…) siamo andati ben oltre la linea rossa”, chiaro riferimento all’ultimatum che nel 2013 Obama aveva posto ad Assad per evitare l’ingresso in guerra dell’America contro di lui. Facendo eco a lui la stessa ambasciatrice Haley: “Quando l’Onu fallisce nel suo dovere di agire collettivamente, ci sono momenti in cui gli Stati sono costretti ad agire per conto proprio”.

Ecco a cosa ha portato la strage di Idlib; ecco forse a cosa serviva.

Giampaolo Rossi - 6 aprile 2017

08/04/17

Povertà irreversibile per 2 milioni d’italiani


 


“Fate finta di nulla, non esistono”. Sarebbe stato questo l’ordine impartito tre mesi fa dai vertici del ministero del Lavoro e previdenza sociale (quelli del welfare) ad alcuni che segnalavano l’incremento per oltre il 30 per cento degli “invisibili”: ovvero dei cittadini italiani disoccupati non più alla ricerca di un lavoro e finiti tra i senza fissa dimora. L’agire sarebbe stato anche perfezionato da intese tra Istat e Welfare, per omettere dai dati statistici gli “invisibili”, al fine di dimostrare un effettivo calo della disoccupazione.
Ma il caso del veronese di 62 anni e del vicentino di 53 rimasti senza lavoro (e senza casa) è saltato agli onori delle cronache in barba a tutte le pulsioni politiche che chiedevano il silenzio su questi casi, ormai bollati dalla dirigenza italiana come irrisolvibili. I due veneti vivono in una tenda (nella foto), a San Zeno in Monte (salita per Colle San Felice), un posto quasi boschivo. Come loro, circa due milioni d’italiani si nascondono dentro tende e baracche lungo i corsi dei fiumi, tra la macchia mediterranea come tra le sterpaglie che circondano e attraversano le città. Dal Veneto alla Sicilia da Napoli a Genova passando per Roma, quello degli invisibili italiani senza fissa dimora rappresenta ormai una schiera in costante aumento.
Storie che hanno come comune denominatore la perdita del lavoro e il concatenarsi di situazioni avverse create anche da soggetti pubblici (Agenzia delle entrate, Equitalia, enti locali vari). Quindi lo Stato concorre a mandarli per strada. Per il sistema sociale sono inseriti nella “fascia di non ritorno”, anche detta “popolo degli invisibili”. Se parlate con chi tra loro ha ancora voglia di raccontare il suo vissuto, vi elencherà le innumerevoli porte sbattute in faccia e, purtroppo, minacce ed offese ricevute dai dipendenti degli enti pubblici che avrebbero potuto scongiurare (forse solo in parte) la loro discesa agli inferi. Desta non poco sconcerto che il livello d’istruzione degli invisibili sia medio-alto: sempre più laureati vengono quotidianamente arruolati nell’esercito degli invisibili. Più indagini sociali spiegano come il basso livello d’istruzione favorisca l’adattarsi ad ogni forma di lavoro e sopravvivenza, che spesso va dal raccogliticcio al furto di generi di prima necessità. Di pari passo si sono raddoppiate le denunce di violenza a pubblico ufficiale da parte di barboni e senza tetto: è stato dimostrato che i più violenti sarebbero tra i disoccupati invisibili, recalcitranti verso ogni forma di controllo e indagine da parte delle forze di polizia. E nei salotti buoni della Capitale c’è già il dirigente pubblico che invoca soluzioni vittoriane: come nella Londra di metà Ottocento, dove i poveri arrestati per vagabondaggio venivano condotti controvoglia in Australia. Solo la crisi a mettere l’orologio dei diritti indietro di 150 anni? Certamente il benessere diffuso aveva chetato gli animi anche dei più fervidi assertori del classismo, adusi comunque a scongiurare l’ascensore sociale. La riduzione di denaro e speranze ha ravvivato un fuoco mai sedato. Ovviamente i vertici dello Stato hanno pensato bene di sacrificare ben due milioni d’invisibili sull’altare della “pace sociale”, consci che nell’Era della comunicazione sia sufficiente non parlarne per negarne l’esistenza.
Intanto, circa 21 milioni di contribuenti potrebbero finire in povertà: si allude agli indebitati a vario titolo con 8.500 enti creditori che hanno affidato la riscossione ad Equitalia. Per l’amministratore delegto della società pubblica di riscossione, Ernesto Maria Ruffini (in audizione in commissione Finanze alla Camera), il 53 per cento degli italiani ha accumulato pendenze che non superano i 1000 euro e il 74 per cento dei contribuenti ha debiti sotto i 5mila euro. Somme che secondo alcuni vertici dell’Economia sarebbero bastevoli per tentare una lezione esemplare contro gran parte dei cittadini.
La palla passerebbe ancora una volta alla politica, e all’obbligo di ottemperare ad alcune norme Ue: ovvero pignorare il bene casa agli italiani anche per debiti irrisori, e per istillare nel cittadino la paura di finire per stracci anche per insoluti di piccola entità. Strategie che ci fanno comprendere come la dirigenza di Stato sia pronta a un braccio di ferro col popolo, con chi versa in difficoltà economiche. A questo s’aggiunge che nell’Italietta antisolidarista serpeggia sempre più il virus della dabbenaggine, al punto che qualche giustizialista avrebbe bollato come “traffico d’influenza” l’aiuto di eventuali personalità a chi è in cerca d’occupazione. Quella della spoliazione degli italiani sembrerebbe una via irreversibile, anche perché alcuni soloni dell’Unione europea starebbero già sollevando dubbi sulle modalità di rottamazione delle cartelle Equitalia.

di Ruggiero Capone - 08 aprile 2017