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28/10/16

Dittatura degli immigrati, in Francia si ribella la polizia



Polizia francese in piazza


I poliziotti francesi continuano da una settimana a protestare contro il governo e l’apparato giudiziario anche se in Italia i media quasi non se ne occupano, forse per non mettere in ulteriore imbarazzo la “gauche” di governo che da Parigi è impegnata a convincere i partner europei che si tratta solo di alcuni agenti al soldo del Front National di Marine Le Pen.

Invece la situazione è molto più grave e foriera di drammatici sviluppi, come dimostra di aver compreso anche il presidente Francois Hollande che nelle prossime ore dovrebbe incontrare sindacati di polizia e i rappresentanti degli agenti che manifestano in tutte le città d’Oltralpe.

I poliziotti hanno respinto la proposta di un aumento salariale di 100 euro al mese, un penoso tentativo di comprarne il silenzio e il rientro nei ranghi, e chiedono più mezzi per combattere la piaga della criminalità dilagante nelle periferie urbane ormai dominate da bande di delinquenti, spesso minorenni, in gran parte arabi e islamici. Nella notte di lunedì centinaia di poliziotti in borghese sono tornati a manifestare per le strade di Parigi, a Place de l'Opera e in altre zone della capitale, incluso davanti alla statua di Giovanna d'Arco. In molti hanno intonato la marsigliese. Alcuni volevano protestare davanti al ministero della Giustizia, in Place Vendome, ma sono stati bloccati dai gendarmi (la Gendarmerie è un corpo di polizia ma a statuto militare, come i Carabinieri in Italia).

Il corteo notturno degli agenti della Police Nationale è finito intorno a mezzanotte e mezza. Alcuni sindacati hanno invitato i poliziotti a protestare ogni martedì davanti ai palazzi di giustizia della Francia. E' inoltre prevista una "marcia di rabbia di poliziotti e cittadini" per oggi, proprio quando il presidente Francois Hollande ha previsto un incontro con gli esponenti delle forze dell'ordine.

In una settimana la protesta è dilagata ormai in tutta la Francia: centinaia di agenti con il volto coperto, in borghese, inquadrati da colleghi con la fascia arancione al braccio, sfilano, gridano la loro rabbia, cantano a squarciagola la Marsigliese. La rivolta è scoppiata per l'aggressione con le bombe molotov a quattro agenti l'8 ottobre a Viry-Chatillon, banlieue meridionale di Parigi. Un episodio di quotidiano teppismo sul quale la magistratura ha aperto un'inchiesta per "tentativo di omicidio in banda armata". Due molotov sono state lanciate nell'abitacolo di due auto. Jenny e Vincent, due giovani poliziotti, sono rimasti feriti molto gravemente. L'uomo di 28 anni ha ustioni su tutto il corpo e resta all’ospedale Saint Louis e sotto le finestre un gruppo di colleghi manifestanti arriva ogni sera per cantargli la Marsigliese. "Ridurre la questione a un aumento di effettivi significa gettare benzina sul fuoco”, ha dichiarato un sindacalista.

Gli agenti in divisa chiedono equipaggiamenti, nuovi veicoli protetti e armi ma soprattutto maggior rigore, severità e pene certe da parte della magistratura nei confronti di chi aggredisce i poliziotti. Di fatto la Police Nationale vuole potersi difendere contro gruppi che assomigliano sempre di più a milizie combattenti che a bande di giovani delinquenti e vorrebbe che una volta arrestati, i criminali che cercano di uccidere i poliziotti restassero in galera per anni invece di venire liberati dopo poche ore. Di fatto oggi intere periferie urbane sono fuori dal controllo delle autorità francesi e sono off-limits per la polizia.

Dopo il tentativo fallito di calmare la protesta da parte del ministro dell'Interno Bernard Cazeneuve, che ha avuto parole di apprezzamento per gli agenti lasciando intendere che non saranno puniti quelli che partecipano ai cortei notturni non autorizzati, tocca ora ad Hollande. Il presidente, ormai in caduta libera nei sondaggi per le presidenziali di primavera, ha definito “importantissimo che si possa dare una prospettiva e una risposta immediate, e che i poliziotti sappiano che il governo e il presidente della Repubblica sono in una logica di dialogo".

Domenica 500 poliziotti hanno sfilato al Trocadéro, davanti alla Torre Eiffel, 800 a Lione, altre centinaia in tutte e principali città. Il governo socialista, in imbarazzo, strumentalizza il sondaggio che registra come la metà degli agenti di polizia sarebbe pronto a votare per il Front National di Marine Le Pen; ma è chiaro che l’orientamento politico di molti poliziotti e di molti cittadini francesi è la conseguenza (non certo la causa) del caos determinato da una politica disastrosa che ha fatto esplodere il bubbone dell’immigrazione illegale unito a quello della rivolta di un’ampia fetta di giovani, figli di immigrati per lo più nordafricani che non solo non si sentono francesi ma combattono i simboli della “Republique”.

Buonismo e sciatto multiculturalismo che hanno di fatto garantito l’immunità a molti giovani criminali aumentandone l’ostilità verso gli agenti e hanno esasperato cittadini e poliziotti determinando un aumento dei consensi per FN. Del resto anche Alain Juppé, candidato favorito della destra Repubblicana, ha attaccato il governo sottolineando che "l'esasperazione delle forze di polizia raggiunge un livello tale che i poteri pubblici devono reagire". L’ex presidente Nicolas Sarkozy se l'è presa con il ministro Cazeneuve, definendolo con disprezzo "colui che ci fa da ministro dell'Interno" aggiungendo che il governo non fa niente per arginare "l'attuale clima di anarchia".

L’intero apparato di potere socialista è sotto tiro e non solo per la gestione dell’ordine pubblico o per la minaccia terroristica dal momento che anche sui fronti bellici in Iraq e Siria il governo francese non ha mai attuato quelle rappresaglie militari più volte evocate da Hollande dopo i numerosi attentati islamici.

La protesta dei “flic” è senza precedenti in Francia e ha preso in contropiede anche i sindacati, i cui vertici sono stati sconfessati dalla base, e che oggi cercano di cavalcare l’onda del malcontento per mostrare di avere ancora un peso. Gli operatori della sicurezza si sentono abbandonati dalle istituzioni e sotto una continua pressione a causa della minaccia terroristica, delle bande delle banlieue, delle manifestazioni contro la nuova legge suo lavoro e, prima ancora, per garantire la sicurezza ai campionati europei di calcio.

La situazione potrebbe quindi esplodere in modo incontrollato alla prossima inevitabile crisi o al prossino attacco mortale agli agenti. La Francia sta incrementando intanto l’impiego dei militari per l’ordine pubblico interno (operazione Sentinelle). Provvedimento che potrebbe contribuire a ridurre la pressione sulla polizia ma l’idea di schierare l’Armée nelle banlieue ribelli apre un ampio ventaglio di potenziali sviluppi inclusi scenari da guerra civile.

Anche se, in prospettiva, è meglio prepararsi al fatto che i tanti quartieri delle città europee sottratti alla sovranità dei singoli Stati dalle comunità che vi abitano potranno essere “riconquistati” solo con l’uso massiccio della forza. Non è un caso che negli ultimi anni moli corpi di polizia statunitensi abbiano arruolato veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan e abbiano acquisito mezzi e armi da guerra da impiegare in caso di operazioni di contro guerriglia urbana.

Le operazioni per ripulire le decine di Viry-Chatillon presenti in Francia, se mai qualcuno avrà il coraggio di ordinarle, potrebbero assomigliare più alla battaglia di Fallujah combattuta in Iraq nel 2004 che a un’operazione di ordine pubblico.

Meglio poi sgombrare il campo dall’illusione che il disagio dei poliziotti sia un problema solo dei francesi. L’esasperazione delle forze dell’ordine per l’approccio buonista della politica ai temi legati a difesa, sicurezza e immigrazione è un dato di fatto in buona parte dell’Europa Occidentale. In Germania molti poliziotti sono indignati per gli ordini politici di non far trapelare l’ampia mole di reati commessi dagli immigrati clandestini cosiddetti “rifugiati” mentre in Italia il polso della situazione negli apparati di sicurezza è ben evidenziato dalle tante dichiarazioni allamate dei sindacati di Polizia

26 otobre 2016
di http://www.lanuovabq.it

aggiornamento:
29 ottobre 2016 - altra notte di protesta della polizia francese
Gli agenti della polizia francese hanno tenuto un'altra notte di manifestazioni per sfogare la loro rabbia per l'aumento del carico di lavoro e per le attrezzature e normative obsolete che limitano la loro capacità di auto-difesa

PRESSTV.COM

Lettera Aperta agli ex Direttore Generale e Vice Direttore Generale di Banca Commerciale Sammarinese


Lettera Aperta agli ex Direttore Generale e Vice Direttore Generale di Banca Commerciale Sammarinese Valerio Benvenuto e Paolo Droghini:



Egregi Dott. Benvenuto e Dott. Droghini, sono Rocco Luglio, direttore di Segreti di Banca.
Poiché non sono riuscito a comunicare con voi e non mi avete risposto nemmeno ai quesiti inoltrativi tramite posta privata su Social network, vi pongo qualche domanda in merito a quanto accaduto in Banca Commerciale Sammarinese direttamente dalle pagine di chi vorrà pubblicarle.
Dunque:
- Considerato che qualche anno fa (a quanto pare) lei, Benvenuto pare abbia sventolato in faccia a chi le chiedeva lumi sulla sottrazione del proprio capitale da parte di BCS e negava le irregolarità di quanto commesso sempre da BCS una pseudo delega sprovvista di ogni crisma di legalità .
- Considerato che lei, benvenuto, asserì davanti a due testimoni (uno avvocato del foro di Roma) che della cliente dal punto di vista umano a lei non poteva fregargliene di meno (tant’è vero che l’ha lasciata sul lastrico nonostante lei sapesse tutto o per lo meno come vedremo potesse sapere in maniera immediata) e continuò ad asserire che quel “pezzo di cartaccia” che a suo avviso poteva essere definita delega (ovviamente solo per lei, colpevole quantomeno di negligenza o in malafede potendo conoscere con un clic, quanto realmente presente nei registri e nel “sistema informatico” ), esservi sufficiente per non far “restituire” quanto dovuto e sottratto, lasciando così per sette anni la cliente sul lastrico con quanto comporta sotto TUTTI i punti di vista (diritti umani in primis)
- Considerato inoltre che invece del dovuto avete proposto la chiusura di un fido inesistente (e questa cosa sarà: tentata truffa, tentata estorsione? Fate un po’ voi).
- Considerato che qualche anno fa (a quanto pare) lei, Droghini, negò addirittura un incontro nel suo ufficio a chi le chiedeva lumi sulla sottrazione del capitale di una cliente da parte di BCS e negava le irregolarità di quanto commesso sempre da BCS, spingendo verso l’uscita l’incaricato della titolare del conto coadiuvato dalla Dott.ssa Belluzzi sbraitando “lei non si rende conto sella gravità di quanto sta dicendo!”.
- Considerato che sempre lei, Droghini, asserì telefonicamente davanti testimoni che assolutamente non esistevano irregolarità in merito alla sparizione di 1.100.000 euro (tanti da lasciare, come detto, la cliente sul lastrico nonostante lei sapesse tutto e potesse verificare tutto con un semplice clic):
- Considerato che lei dichiarò di aver agito in base a delega (che quindi esisteva ed era regolare solo per lei, ovviamente in malafede, conoscendo o potendo conoscere bene quanto nei registri e nel “sistema informatico”).
- Considerato inoltre che invece di restituire il dovuto pare abbiate richiesto sia come BCS che come Asset la chiusura di fido inesistente (applicando addirittura interessi!!!) oltre ad averne aperto uno ulteriore da quasi mezzo milione di euro all’insaputa della cliente, probabilmente e verosimilmente per ripianare quanto creato con le sottrazioni.
- Considerato come lei, Droghini, sia stato colui che materialmente ha dato esecuzione agli ordini (o comunque era il responsabile dell’ufficio che ne ha data esecuzione), che ha negato ogni addebito sin dalla prima telefonata (Davidson) e dalle prime e-mail, che è stato l’unico referente nella questione insieme all’avv Paola Belluzzi ed che sempre lei è stato colui che ha autorizzato la consegna di documentazione (come sappiamo fasulla o mai registrata ufficialmente) alla cliente e a BCSM,
- Considerato che sempre lei, Droghini, è colui che ha autorizzato i viaggi dei titoli per il mondo o comunque era responsabile di quanto effettuato dal proprio ufficio.
Considerato che lei, Droghini, pare essere colui che anche in Asset ha continuato a negare e che pare abbia anche mentito in memoria difensiva (vedi foto in allegato), ovvero considerato che lei parrebbe essere uno dei maggiori responsabili insieme a Benvenuto, Crosara ed Ercolani.
Domando:
Visto che quanto ormai già scoperto dagli inquirenti, e già palesato ai giudici, che parrebbe suonare grossomodo così:
“Operazione di affidamento a favore XXXXXXXXXXXXXXX e applicazione di commissioni per massimo scoperto:
Si conferma che non è stata rinvenuta documentazione relativa alla richiesta e/o pratica di fido a nome XXXXXXXXXXX (facilitazione di euro 400.000 inserita e convalidata sul sistema informativo in data 21/07/2015).
L’affidamento erogato non risulta iscritto neppure sull’ulteriore libro fidi esaminato e denominato “libro fidi delibere nell’ambito delle deleghe conferite”.
(…)
Si richiama quanto già anticipato nella nostra precedente e si forniscono i seguenti ulteriori elementi: a) sul sistema informatico NON RISULTANO deleghe a favore di QQQQQQQ.“
Senza contare tra l’altro quanto pare vi siate detti nel CdA dopo l’incontro con i rappresentanti della cliente a cui BCS sottrasse 1.100.000 euro che pare suoni così:
“Il Responsabile Settore Crediti informa il Consiglio della contabilizzazione a sofferenza della posizione XXXXXXXX. Si tratta di nominativo in rapporto con il nostro istituto da maggio 2005 (sportello di Dogana, Titolare l’ex dipendente ccccccc).
XXXXXXXX canalizzò presso la nostra Banca circa 1,5 milioni rivenienti dalla vendita di un immobile. (…)
XXXXXXXX non ha patrimonio ed il fido non è assistito da garanzie esterne.
Complessivamente l’aspetto contrattuale appare purtroppo carente (assenza di date, moduli formati in bianco, il fido in conto corrente non è formalizzato da alcun contratto)(…).
E tralasciando le testimonianze già rese dal Presidente dl quel CdA, da un Sindaco revisore e da un Consigliere (che in buona sostanza confermano quanto riportatovi) e senza contare cosa, tra l’altro a quanto pare, vi siete detti nel CdA dopo l’incontro con i rappresentanti della cliente a cui BCS sottrasse 1.100.000 euro che parrebbe suonare così:
“Il Responsabile Settore Crediti informa il Consiglio della contabilizzazione a sofferenza della posizione XXXXXXXX. Si tratta di nominativo in rapporto con il nostro istituto da maggio 2005 (sportello di Dogana, Titolare l’ex dipendente ccccccc).
XXXXXXXX canalizzò presso la nostra Banca circa 1,5 milioni rivenienti dalla vendita di un immobile. (…)
XXXXXXXX non ha patrimonio ed il fido non è assistito da garanzie esterne.
Complessivamente l’aspetto contrattuale appare purtroppo carente (assenza di date, moduli formati in bianco, il fido in conto corrente non è formalizzato da alcun contratto)(…).
se abbiate qualcosa da dichiarare prima che tutto arrivi anche agli inquirenti italiani e non solo sammarinesi.
O forse preferite fare come il Presidente di Asset Ercolani che, nonostante la sua banca pare essere responsabile, se non altro di TUTTO quanto accaduto DOPO l’acquisizione di BCS (ma lo voglia far pagare comunque alla Repubblica di san Marino in base a un accordo fatto al momento dell’assorbimento), compresa la nomina sua Droghini a Direttore Generale (alla faccia di quanto verificabile al momento dell’acquisizione con unsemplice clic sul computer) e nonostante assieme ai suoi CdA pare essere responsabile per la gravissima mancata segnalazione della cosa a BCSM come del resto lei Benvenuto (visto e considerato quanto dice l’Antiriciclaggio ed Antiterrorismo e come frullavano quei titoli da un Paese all’altro: Lussemburgo, Isole Vergini e Gibilterra senza alcuna autorizzazione da parte del cliente), il quale si rifiutò di rispondere alle croniste de Il Fatto Quotidiano e, non pago le minacciò di azioni penali nonostante sia verosimile che fosse sicuramente a conoscenza della verità visto il suo incarico?
Qualche dichiarazione in merito quindi?

Rocco Luglio
segretidibanca.wordpress.com

Il senso di Renzi per le Coop e l’accordo segreto Manutencoop e Cns. E i 2,7 miliardi di appalto, gestione pulizie Pubblica Amminstrazione






di Antonio Amorosi
pubblicato su LA VERITA’ del 23 settembre 2016
Alle Coop, l’apparato più segreto d’Italia che sorregge la sinistra italiana, la rottamazione renziana fa bene in tutti i sensi, economici e giudiziari.
Ricordate il «cartello» costituito dalle coop nel 2012 per spartirsi l’appalto delle pulizie delle scuole italiane? E sanzionato dall’Antitrust nel dicembre 2015? Ne arriva uno nuovo da assegnare a giorni, da 2,7 miliardi di euro per 36 mesi di pulizie, gestione e manutenzione degli uffici pubblici. Uno degli appalti più costosi della storia della pubblica amministrazione. E i protagonisti sono sempre le coop. Con qualcuno che prova a salvarle.
Per il «cartello» del 2012 l’Antitrust multò con 110 milioni di euro di sanzione le coop bolognesi Manutencoop e Cns, più Roma Multiservizi (sempre del gruppo Manutencoop) e il colosso Kuadra (di recente sotto sequestro perché controllata del clan camorristico Lo Russo, detti «I Capitoni» attivi nelle piazze di spaccio di Secondigliano). Per l’Antitrust le coop crearono un accordo di «cartello» per aggiudicarsi questa gara comunitaria da 1,6 miliardi di euro dei «servizi di pulizia» degli istituti scolastici. Le cosiddette «Scuole belle» lanciate da Matteo Renzi all’inizio del suo governo.
Manutencoop, con oltre un miliardo di fatturato, più della metà ricavato da commesse pubbliche e quasi 20000 dipendenti, è il principale player del settore insieme a Cns, consorzio cooperativo partecipato proprio da Manutencoop. Consip, la centrale acquisti della Pubblica amministrazione del ministero dell’economia nel 2012 ha indetto la gara da 1,6 mld dividendola per 13 lotti territoriali. L’Antitrust, la speciale magistratura che si occupa di rispetto della concorrenza, nel luglio 2014 apre un’indagine sulle due coop e scopre scambi di informazioni, incontri, documenti e mail che anticipano i risultati. Hanno manipolato e bloccato la gara, concretamente non presentandosi mai in concorrenza sullo stesso lotto, dividendosi tutto il territorio italiano con uno schema a scacchiera. La spartizione dei lotti è una «collusione idonea a simulare un confronto competitivo tra le parti» scrive l’Antitrust. L’ente di controllo le multa e le invita affinché «si astengano in futuro dal porre in essere comportamenti analoghi». Incassata la sanzione le coop si spartiscono comunque i lotti con le altre società e ricorrono anche al Tar contro la stangata sulle «Scuole belle».





Ma in quel momento alla Consip è già in corso una seconda gara ancora più consistente, da 2,7 miliardi di euro, la Fm4 che si occupa di pulizia, gestione e manutenzione di uffici pubblici. Una delle più costose di sempre e divisa per 18 lotti, indetta dal 19 marzo del 2014.
Consip ne ha aperto le buste nel luglio del 2014 e cosa ha trovato? Uno schema pressoché identico a quella delle «Scuole belle», e con Manutencoop e Cns ancora vincitrici, presentandosi col solito schema a scacchiera, sempre su lotti differenti.
Per le «Scuole belle» Consip ha consegnato, sempre nel luglio 2014, le carte della gara all’Antitrust. Ed ha invece lasciato aperte le buste per la seconda gara da 2,7 miliardi di euro. Infatti scoperti i vincitori, passati otto mesi, e nel caldo dell’indagine per le «Scuole belle», chiede una prima conferma ai partecipanti, Manutencoop e Cns in primis, sulle offerte presentate. Se le confermano. Tutti confermano! Nel dicembre 2015 arrivano le sanzioni Antitrust da 110 milioni e nel gennaio 2016 finiscono su tutti i giornali. Nel marzo 2016, quando lo schema a scacchiera delle coop è stranoto, Consip per scadenza termini richiede un’altra volta conferma ai partecipanti per la gara da 2,7 miliardi, in quanto necessita di ulteriore tempo per decidere.
Improvvisamente Cns si ritira da tutti i lotti vinti e viene sostituita da altri player del settore, pochissime grandi società che insieme a Manutencoop acquisiscono gli appalti dei 18 lotti. Lo schema sembra proprio identico al bando della «Scuole belle» ad eccezione del ritiro di Cns dopo i solleciti di Consip. Consip persegue correttezza e trasparenza nelle procedure, ma la presenza del solito schema a scacchiera non la insospettisce? «Cartello» che avrebbe potuto portare a Manutencoop e Cns sanzioni ancora peggiori delle precedenti o almeno un approfondimento sui comportamenti dei partecipanti alla gara. Invece Cns si ritira e le coop sono salve.
A guidare Consip da metà 2015 c’è il renziano Ad Luigi Marroni, ex direttore della Asl di Firenze ed ex assessore alla Salute della Regione Toscana. Alla presidenza della Consip, invece, c’è Luigi Ferrara, Capo del Dipartimento dell’amministrazione generale e dei servizi del Ministero dell’economia, vicino al capo di gabinetto di via XX Settembre Roberto Garofoli. Il primo considerato parte del «giglio magico» renziano, il secondo in ottimo rapporti con il consesso.
Abbiamo chiesto chiarimenti all’Antitrust. Il portavoce Giovanni Valentini ci informa che per rispondere dovranno predisporre una lunga e complessa indagine interna. Lunga anche solo per dire che non ne sanno nulla. La rottamazione renziana alle Coop fa proprio bene.
http://www.imolaoggi.it/2016/10/05/renzi-appalto-segreto-manutencoop-2-7-miliardi/
http://wwwmyblogsky.blogspot.it

REFERENDUM "Una riforma stonata"




E’ assurdo pensare che la riforma della Costituzione sia motivata da una riduzione dei costi. Innanzitutto non si capisce come una riduzione dei costi possa riguardare l’Organo di massima espressione della democrazia rappresentativa e cioè il Senato. Comunque, come ha dimostrato la Ragioneria Generale dello Stato, il risparmio non è affatto di 500 milioni di euro, come affermato dalla Ministra Boschi, ma di 51 milioni di euro, una cifra irrisoria specie se rapportata all’effetto che produce: una diminuzione della rappresentanza politica a uno dei suoi maggiori livelli.
Inesatta è anche l’affermazione secondo la quale la trasformazione del Senato, ridotto a cento senatori nominati (non si sa ancora da chi) e scelti (a parte i 5 nominati dal Presidente della Repubblica) tra i consiglieri regionali e i sindaci, ridurrebbe i tempi per l’approvazione delle leggi. Infatti, sono previste molte materie nelle quali Camera e Senato devono votare entrambi, ma con procedure diverse: alcuni costituzionalisti parlano di 12 procedure, altri di 6, altri infine di 4. Comunque, il Senato può sempre chiedere di intervenire sulle leggi in corso di approvazione da parte della Camera dei deputati e forte è il pericolo di contrasto di vedute. Per questi casi la legge costituzionale di revisione parla di un accordo tra il Presidente della Camera e quello del Senato. Ma se questa intesa (come è molto prevedibile) non si raggiunge, come si definisce la controversia? Sarà necessario ricorrere alla Consulta con un allungamento dei tempi di almeno un anno.
Non corretta è anche è la tesi secondo la quale questa modifica costituzionale servirebbe per cambiare la situazione di stallo in cui si trova la nostra società. E’ esatto l’inverso, poiché questa riforma, come presto vedremo, serve per “mantenere lo status quo”, non per “cambiarlo”.
Ciò premesso e venendo alla valutazione del testo che è sottoposto al nostro esame referendario, si dovrebbe dire che, a parte gli innumerevoli errori e contraddizioni che esso contiene, sono tre le reali modifiche che esso, considerato nel suo complesso, apporta alla Costituzione vigente: l’accentramento dei poteri nell’esecutivo; la trasformazione del Senato in una camera di rango inferiore alla Camera dei deputati; l’annientamento (ed è questa la modifica più rilevante) della garanzia della revisione costituzionale prevista dall’art. 138. Ed è da tener presente che la modifica del Senato è espressa a chiare lettere, mentre le altre due modificazioni sono il frutto nascosto di modifiche che hanno oggetti diversi.
Sino al voto del 4 dicembre Interris.it, senza prendere una posizione, ospiterà i sostenitori del “Sì” e del “No” al referendum, per consentire ai lettori di farsi liberamente una propria opinione a riguardo


27/10/16

L'analisi dell'economista Giulio Sapelli: "L'Italia è un paese governato dall'esterno. È ora che si torni a votare"

Risultati immagini per ITALIA CRISI
Intervista di Alessandro Franzi a Giulio Sapelli
Di Alessandro Franzi
«Soltanto quando apriranno gli archivi, sapremo come è andata davvero nel 2011. Ma credo che Giorgio Napolitano sarà giudicato negativamente dagli storici». Giulio Sapelli, storico ed economista, è sempre stato un feroce critico della stagione dei tecnici, in particolare del ruolo attivo avuto dall'allora presidente della Repubblica nel nominare Mario Monti al posto di Silvio Berlusconi, «senza un voto di sfiducia del Parlamento». Nel 2012 pubblicò fra l'altro un pamphlet intitolato L'inverno di Monti. Cinque anni dopo il cambio alla guida del governo sotto la pressione dei mercati, Sapelli non ha cambiato idea. Rispondendo a Linkiesta ha detto di essere convinto che la caduta di Berlusconi sia stata solo l'atto finale di una ventennale stagione politica, in cui lo stesso leader di Forza Italia ha però fatto degli errori: «Non è stato un politico ed è rimasto vittima di questo paradosso. Lui e il ministro Tremonti, che ritengo fosse il vero avversario dell'Europa, avrebbero dovuto alzare la voce». Secondo Sapelli, l'Italia resta storicamente «un paese a sovranità limitata», ed è per questo che ritiene che anche un voto negativo al referendum costituzionale non darà particolari scossoni al sistema. Però il professore dell'università statale di Milano non vede altro sbocco dopo il 4 dicembre: «Comunque vada, bisogna tornare finalmente a votare. E vinca chi deve vincere».

Professore, torniamo a quel 2011. Lei non ha mai cambiato idea. 
È stato fatto allora un atto gravissimo, che ha creato un vulnus nella storia costituzionale europea: hanno fatto dimettere un Governo, senza che fosse sfiduciato dal Parlamento. In altri paesi, non in Italia, il presidente della Repubblica sarebbe finito sotto impeachment.
Ma perché il governo Berlusconi doveva andare a casa?
Doveva andare a casa perché Berlusconi è sempre stato un personaggio anti-establishment, era contro tutte le forme di regolamentazione. Non dimentichiamoci che la prima volta cavalcò Mani Pulite e vinse usando il populismo. Lui, alla regolamentazione, non si adeguava mai. Ma nemmeno è riuscito ad avere un programma alternativo. Vede, inizia tutto già nel 1994, quando gli mandano un'informazione di garanzia durante la Conferenza Onu di Napoli. Le vittorie dell'Ulivo, poi, sembravano averlo fermato. Ma così non è stato. Quella contro Berlusconi è dunque una miccia lunga, che è stata fatta esplodere quando è arrivata la crisi del 2008. E poi non bisogna dimenticare che dietro Berlusconi c'era Tremonti.
Che cosa intende dire?
Secondo me il vero avversario dell'Europa era Tremonti, il ministro dell'Economia, che aveva scritto tutte le sue critiche alle politiche europee, facendo però un errore. Le aveva fatte avere ai tecnocrati e non le aveva denunciate pubblicamente, almeno in Parlamento. Detto questo, l'origine di tutto quello che è acccaduto si può trovare nei documenti che Tremonti stesso ha pubblicato nel suo libro 'Uscita di sicurezza'. E' tutto lì, andate a rileggervelo".
Quindi il governo Berlusconi è stato fatto fuori, secondo lei, ma ha commesso anche molti errori. Allora negava persino che ci fosse la crisi, anche questo è stato un errore?
Ma no, non diciamo stupidaggini. Il problema di Berlusconi è che non attaccava l'Europa, il problema è che non si era ribellato a chi faceva discorsi in giro per il mondo, come i Ciampi e i Padoa-Schioppa, che suonavano così: che l'Italia non ce l'avrebbe fatta senza uno choc esterno.

Quindi Berlusconi è stato debole?
Non è stato un politico. Berlusconi è rimasto vittima di questo paradosso: la sua fortuna è stata quella di non essere un politico, ma proprio per questo lo hanno colpito usando a Costituzione. Credo che Napolitano sarà giudicato negativamente dagli storici".
Come avvennero secondo lei le pressioni a favore del Governo Monti?
Ci sono state pressioni internazionali da parte tedesca e da parte francese, che usarono proprio quei documenti di Tremonti contro le politiche europee. Napolitano, sbagliando, rispose a queste pressioni, non capendo che avrebbe dovuto ascoltare non i tedeschi o i francesi, ma gli americani, con cui Monti ha poi lasciato pessimi rapporti. Gli stessi americani che, non a caso, qualche tempo dopo hanno caldeggiato l'arrivo di Matteo Renzi.
E Monti che cosa ha lasciato?
Niente.
Come niente?
Le dico: niente. Monti ha fatto tutta una politica contraria a quella che avrebbero voluto anche gli Stati Uniti: in un momento di crisi ha aumentato le tasse. Nei due anni in cui c'è stato lui, Monti ha mandato indietro il Pil di due punti con le sue politiche recessive e non anticicliche. Personalmente sono convinto che il suo compito fosse di distruggere la manifattura italiana, altrimenti non mi spiego come con la legge Fornero abbia deciso di far lavorare fino a 67 anni: uno che prende una decisione del genere non conosce l'industria. Ma l'interessante, di tutta questa faccenda, non è che cosa abbia lasciato Monti ma è appunto l'intreccio Monti-Napolitano. Ci vorrà ancora del tempo, lo si potrà capire meglio quando saranno aperti gli archivi.

26/10/16

Sempre più italiani alla Caritas, ma il Governo vede solo i clandestini



                                      

La realtà è un cazzotto in faccia che ci arriva da Mike Tyson e ci lascia a terra inermi. L’ultimo dossier sulla povertà fa gelare il sangue nelle vene. Nei centri della Caritas del sud Italia vengono aiutati più italiani che immigrati. Il rapporto redatto dall’organismo pastorale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) lascia poco spazio alla fantasia, il 66% di quelli che hanno richiesto aiuto recitano italiani sulla carta d’identità. I dati del 2015 fanno piangere, la nostra gente, lo dicono anche i numeri, deve essere aiutata e le istituzioni non possono più far finta di nulla. “A livello nazionale il peso dei migranti continua a essere maggioritario, con una percentuale che si aggira attorno al 57%, ma nel Mezzogiorno, gli italiani hanno sorpassato gli stranieri con il 66,6%”, questo si legge su Il Giornale. I centri Cartitas presi d’assalto, uomini e donne d’Italia senza un futuro dimenticati dal governo che brandisce referendum, invocando la crescita economica ed il rilancio, mentre il popolo è affamato. “Se non hanno più pane, che mangino brioche”, la frase che fu attribuita a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, può essere stata tranquillamente pronunciata da Matteo Renzi in gita alla Casa Bianca. L’allegria degli yes man non porta sollievo, porta rancore e rabbia per chi vede crollare tutto attorno ai propri occhi. 

Nello specifico, sempre sul quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, si legge: “tra i beneficiari dell’ascolto e dell’accompagnamento prevalgono le persone coniugate (47,8%), seguite dai celibi o nubili (26,9%). Il titolo di studio più diffuso è la licenza media-inferiore (41,4%); a seguire, la licenza elementare (16,8%) e la licenza di scuola media superiore (16,5%). I disoccupati e inoccupati insieme rappresentato il 60,8% del totale”. Una carneficina, in ginocchio aspettando che il boia recida la nostra testa. La povertà ha falcidiato questa nazione, l’ha resa carne da macello e nel mentre gli italiani non ce la fanno più. Il 76,9% di chi chiede aiuto alla Caritas ha gravi problemi di degenza economica. Ma le amministrazioni comunali, regionali e nazionali sorridono solo ai clandestini. Con quel sorriso beffardo che umilia i figli di Dante Alighieri. A volte mi chiedo se i politici leggano questi dati, se li annusino, se li ascoltino e se ci riflettano. Ridono indicandoci, siamo allocchi per le loro. Pensano che siamo spacciati, anzi ci vogliono senza speranze. Saremo, invece, pronti a tutto pur di non perire. 

Quando parlo con le persone, mi confronto e cerco di portare avanti le mie tesi, qualcuno mi chiede se il mio pensiero non sia frutto del complottismo. Come può esserlo rispondo, basta fare un giro tra le vie delle nostre città e fermarsi a fare la spesa al mercato. Avete provato, recentemente, a girare tra le bancarelle? La desolazione. Il tramonto del commercio, i volti che una volta erano gioiosi, che invitavano ad acquistare sono stati sostituiti da maschere di cera. La gente non ha danaro, non spende ed il tempo ha visto l’esplosione di ambulanti stranieri che vendono merce di scarsa qualità a prezzi ridicoli. Questa è la realtà. La stessa che ci porta a vedere sempre più persone rovistare, a fine mercato, tra gli scarti dei banchi di frutta e verdura. Sono italiani ed il nostro tricolore, ogni volta che si verifica una scena del genere, si affloscia inerme senza vita. 
In una vecchia intervista su Il Foglio, Renaud Camus, padre del concetto della Grande Sostituzione, ci indica il ricambio che sta subendo il nostro popolo, ormai imbelle: “La Francia è come una vecchia badante che alleva i figli di un altro popolo. E devi essere davvero vanitoso, naif se pensi che questi popoli abbiano la stessa idea di nazione, di cultura, di civiltà, di identità. Questo ‘sostituismo’, come lo chiamo io, è la base ideologia della Grande Sostituzione, è una concezione dell’esistenza. E’ una ideologia della intercambiabilità. E le condizioni sono la Grande Esculturazione, l’insegnamento dell’oblio, l’industria dell’ebetudine”. Vittime di noi stessi, marciamo inesorabilmente verso la fine dei nostri giorni. 
Siamo un giocattolo rotto da buttare via, ma non vogliono dircelo. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ed il capo del Dipartimento per l’Immigrazione del ministero dell’Interno, Mario Morcone, mentono sapendo di mentire. Hanno avuto il coraggio di dichiarare che l’accoglienza degli immigrati ci costa un miliardo e 200 milioni di euro all’anno. Anzi, “ampiamente sotto quello che i migranti che vivono nel nostro paese e lavorano legittimamente ci restituiscono sotto forma di pil”. Ci trattano come infanti cercando di raggirarci. Per contro Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro, sulle colonne de La Verità afferma limpidamente, l’aumento “che i costi per la gestione di questa emergenza – riferito agli sbarchi, ndr – stanno crescendo esponenzialmente di anno in anno”. Negli ultimi cinque anni, dal 2011, abbiamo speso 11,7 miliardi di euro per accogliere i clandestini. Follia. Solo quest’anno 4,115 miliardi che dal 2017 diventeranno 4,175 miliardi. Assurdo. Questo danaro doveva essere convogliato verso i disoccupati, verso gli anziani, verso le fasce reddituali più deboli, ma sopratutto verso gli italiani che vengono prima di ogni discorso di aiuto verso terze persone.
Il disegno delle lobby mondiali, quelle che gestiscono veramente il potere, si sta realizzando. Il popolo tricolore sta diventando, piano piano, sempre più povero e andrà, inesorabilmente, incontro all’estinzione. L’invasione incontrollata, da parte degli immigrati, insieme al loro mantenimento, operato in maniera maniacale dal governo nostrano, ci sta portando alla deriva. Le casse dello Stato sono sempre più vuote ed il pericolo dell’islamizzazione, come ho avuto modo di scrivere recentemente, ci porterà verso il punto di non ritorno. Urge una rivoluzione, perché se non ci ribelliamo saremo destinati a partire le pene dell’inferno. E per tutto quello che abbiamo dato al mondo e alla storia non lo meritiamo.

(foto di repertorio)

dal blog Avanti Senza Paura di Anrea Pasini - 23 ottobre 2016
fonte: http://blog.ilgiornale.it

25/10/16

Lo strano parco macchine dell’Isis


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«Raid e bombe americane su Mosul». Così il titolo di un articolo di Alberto Stabile sulla Stampa del 24 ottobre fotografa l’avanzata della coalizione anti-Isis a Mosul. Nell’articolo, Stabile dettaglia che sono entrati in azione gli F 16 dell’U.s. Air force, i quali stanno bersagliando la zona d’attacco per aprire la strada alle truppe di terra.

Nello stesso articolo si ripete la nota quanto tragica situazione dei civili, che l’Isis tiene in ostaggio. Mentre in altro articolo, stavolta di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dello stesso giorno, si riferisce dei festeggiamenti della popolazione civile perché finalmente, dopo due anni, qualcuno attacca i terroristi che li opprimono.

Le stesse cose avvengono in Aleppo: i siriani festeggiano quando dei quartieri sono strappati al Terrore, e salutano con sollievo l’offensiva del governo contro le zone ancora occupate. Non solo, anche in Aleppo Est i civili sono ostaggio delle milizie jihadiste guidate da al Nusra (al Qaeda), le quali controllano questa parte della città. Tanto che i corridoi umanitari lasciati aperti da Damasco per consentir loro di fuggire non hanno avuto alcun esito: nessuno li ha utilizzati. Gli jihadisti lo impediscono, come a Mosul.

Eppure i bombardamenti russi e siriani, a differenza di quelli americani, sono cattivi. Questa la narrazione ufficiale, alquanto bizzarra.
Non siamo fan delle bombe, né delle guerre. E sappiamo bene che questa guerra potrebbe finire senza altro spargimento di sangue: basterebbe lasciare gli jihadisti senza soldi, ché senza pecunia non si comprano armi e munizioni, né si pagano i tanti costosi mercenari assoldati dalle Agenzie del Terrore in tutto il mondo.

Tagliati i fondi, anche le varie Agenzie del Terrore sarebbero costrette a chiudere i battenti, a Mosul come ad Aleppo come nel resto del mondo.
Ma evidentemente è rimasto lettera morta il suggerimento di John Potesta all’allora Segretario di Stato (e sembra futuro presidente Usa) Hillary Clinton di far «pressioni sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’ISIL [Isis ndr.] e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione» (mail rivelata da wikileaks; sul punto vedi nota precedente).

Significativo anche l’accenno agli altri «gruppi radicali sunniti» della mail, che indica come gli stessi ambiti che sostengono l’Isis supportano, ovviamente allo stesso scopo, anche i miliziani di Aleppo Est, beneamini dell’Occidente.

Tale sostegno si realizza in tanti modi: a parte le armi e le munizioni, ci sono gli aiuti di natura umanitaria e sanitaria (i gruppi terroristi godono di servizi sanitari di altissimo livello, assicurati loro da diverse ong internazionali che operano sul loro territorio in cambio del placet all’assistenza dei civili). E altro.

Su un piccolo aspetto di tale ausilio ha fatto chiarezza la Toyota. Interpellata da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, la casa automobilistica giapponese ha svolto una indagine interna i cui risultati sono poi stati comunicati agli interessati: in effetti «migliaia di veicoli Toyota» sono finiti nelle mani dell’Isis.

Giunti loro tramite queste vie: 22.500 veicoli sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita; 32.000 sono stati acquistati dal Qatar; 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese.

Si tratta delle automobili immortalate nelle foto che pubblichiamo in questa pagina: veicoli nuovi fiammanti, scenografici con la loro bandiera nera che garrisce al vento quanto invisibili a droni e aerei della coalizione anti-Isis, nonostante il deserto iracheno offra invero poche opportunità mimetiche.

Val la pena accennare a questo proposito anche alle parole dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mark Wallace il quale ha definito la Toyota Hilux e la Toyota Land Cruiser un marchio di identificazione dell’Isis.

Non si tratta di criminalizzare la Toyota, che alla fine comunque ha risposto a una richiesta specifica sul tema, ma di notare come tale richiesta non sia mai stata avanzata prima dai volenterosi e coalizzati anti-Isis, nonostante fosse facile, come visto, porre domande e ottenere risposte.

Tale acquisto di automobili nuove peraltro è transitato tramite vie ufficiali. Si tratta di operazioni commerciali su larga scala: servono navi, banche, reti logistiche. Eppure l’intelligence occidentale non ha visto niente di niente…

Il parco macchine del Califfato è ovviamente solo una piccola parte dei tanti “aiutini” che giungono all’Agenzia del Terrore da ogni dove. Ma ha un suo significato e aiuta a intuire altro e ben più importante (qui i riferimenti, in arabo, sulla vicenda).

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fonte: http://piccolenote.ilgiornale.it - 24 ottobre 2016

Referendum, Nino Di Matteo si schiera con il NO: "Rischio dittatura per l'Italia"






Riportiamo il discorso integrale del pm Nino Di Matteo intervenuto a “Una notte per la Costituzione”, evento organizzato dal Comitato “Liberi cittadini per la Costituzione” a Palermo. Il magistrato dopo aver sottolineato l’importanza di difendere la Costituzione e richiedere la sua reale attuazione invece che modifica è entrato nel vivo della riforma sulla quale ogni cittadino è chiamato a votare nel Referendum del 4 dicembre. Una riforma che, ha chiaramente sottolineato il pm, ha come reale obiettivo, quello voluto dallo stesso Licio Gelli nel Piano di rinascita democratica della P2 e da successivi governi: “favorire il potere esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario” trasformando così la Democrazia in una “sorta di dittatura dolce fondata non sulla sovranità popolare ma sul potere oligarchico che obbedisce solo alle leggi della finanza e della economia internazionale”.


Ecco l' intervento del pm Nino Di Matteo
Devo dire che sono Stato subito contento di accettare l’invito a partecipare a questa serata, un invito che mi è stato formulato da uno studente di giurisprudenza ad alcune associazioni universitarie. Ho subito considerato bello e importante poter partecipare ad un dibattito sulla Costituzione e quindi anche sul referendum costituzionale del quattro dicembre. Io credo che stasera dovevamo essere di più, non per  i relatori ma per l’importanza dell’argomento. Comunque è importante che ne parliamo. Quella che ci attende non è una consultazione elettorale come le altre, questa più che mai non ci si può permettere che prevalga l’astensionismo o le decisioni improntate all’appartenenza politica o alla simpatia per un partito o per una fazione politica.
Qui è in ballo qualcosa di molto più importante: si decide sulla nostra Carta fondamentale! Si decide su una riforma che ne modifica quarantasette articoli e che incide profondamente sugli assetti fondamentali della nostra Democrazia. Questa è la mia opinione, la mia sensazione e il mio sentimento: se ancora conserviamo l’aspirazione, nonostante tutto, ad essere cittadini e non sudditi, se ancora conserviamo la dignità di essere cittadini e non servi inconsapevoli di un potere che non ci appartiene e non ci rappresenta, non possiamo restare indifferenti. Abbiamo verso noi stessi e verso i nostri giovani, per la nostra dignità personale l’obbligo di reagire alla indifferenza all’apatia alla rassegnazione all’opportunismo, al sistematico nascondiménto dei fatti, alla superficialità che stanno dilagando fino a trasformare il nostro in un Paese senza memoria senza speranza e quindi senza futuro. Per questo sono d’accordo con l’onorevole Sarti con tutti quelli che mi hanno preceduto: dobbiamo informarci ! Dobbiamo riflettere, guardarci indietro nella storia di questo Paese. Dobbiamo abbandonare i facili slogan e saper volare alto e capire che al di là delle singole norme di modifica della Costituzione, il significato complessivo della riforma è importantissimo. Dobbiamo capire le gravi conseguenze che deriverebbero dalla sua approvazione, sul delicato equilibrio di ogni vera democrazia, quell’equilibrio che è fondato sulla separazione e sull’effettivo bilanciamento dei tre fondamentali poteri dello Stato: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Voliamo alto per capire è orientarci in questa scelta in vista della consultazione del quattro dicembre. Io ho sempre pensato e in questi venticinque anni di mia carriera in magistratura ho vissuto sempre più intensamente che l’esigenza fondamentale del Paese è quella di arrivare ad una applicazione effettiva dei principi costituzionali. Sono sempre più convinto che il vero grande necessario cambiamento, la vera grande rivoluzione sarebbe quella di lottare tutti uniti coesi non per cambiare ma per applicare effettivamente la Costituzione.
Ricordiamoci e riflettiamo su quanto nei fatti vengano costantemente violati i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale. Anziché moltiplicare proclami, annunci e slogan leggiamola la Costituzione. Ricordiamoci per esempio del diritto al lavoro che è anche ‘diritto ad una retribuzione che consente ai lavoratori e alle loro famiglie un’esistenza libera e dignitosa’ leggo dall’articolo della Costituzione.
Ricordiamoci prima che scompaia la residua sanità pubblica che la Repubblica, articolo trentadue, ‘tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’. Riflettiamo prima di smontare la scuola pubblica che, articolo trentaquattro la Costituzione, ‘le scuole statali per tutti gli ordini e gradi vengono prima delle scuole private che possono operare liberamente ma senza oneri per lo Stato’. Prima di cambiarla la Costituzione vediamo se è applicata. Ricordiamoci, prima di intraprendere azioni belliche anche se travestiti da operazioni di pace, che l’Italia ripudia la guerra, articolo undici, e che lo stato di guerra può essere deliberato non dal Governo ma dalle Camere. Ricordiamoci che, di fronte al più sfrenato egoismo proprietario, la proprietà privata trova il suo limite nella funzione sociale, articolo quarantadue, che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale.Ricordiamoci, lo hanno ricordato chi è intervenuti prima di me, che la sovranità appartiene al popolo, articolo uno, cioè a tutti noi. Dobbiamo applicarla la Costituzione dobbiamo lottare ciascuno nel proprio ambito.
Per un’attuazione vera concreta sostanziale del principio di eguaglianza sancito dall’articolo tre della Costituzione non possiamo più accettare, per esempio, che la giustizia funzioni a due velocità: sia rigorosa e certe volte spietata con i deboli e sia invece ancora troppo timida e con le armi spuntate nei confronti della criminalità dei potenti. Dobbiamo lottare per l’applicazione dei princìpi della Carta costituzionale! Per l’indipendenza della magistratura, patrimonio e garanzia dei cittadini, soprattutto dei più deboli, non privilegio della casta. Dobbiamo lottare tutti quanti per preservare l’indipendenza della magistratura dai pericoli esterni. Dagli attacchi esterni di quella gran parte della politica che vorrebbe che il potere giudiziario divenisse sostanzialmente servente rispetto al potere politico e al potere esecutivo.
Dobbiamo lottare per preservare indipendenza della magistratura dei pericoli interni. Dobbiamo lottare perché si abbandoni ogni forma di collateralismo da parte della magistratura alla politica e ai potenti.
Dobbiamo lottare perché una volta per tutte si abbandoni, nelle scelte giudiziarie, il criterio della opportunità, che valuta le conseguenze dell’atto giudiziario e ci si abbandoni invece soltanto all’unico criterio che deve ispirare l’azione del magistrato che è quello della doverosità dell’agire. Dobbiamo impegnarci perché un altro principio della nostra Carta costituzionale, l’obbligatorietà dell’azione penale, venga effettivamente rispettato nei confronti di tutti perché la legge sia uguale per tutti e perché i magistrati possano lavorare per applicare il diritto anche quando l’applicazione del diritto comporti delle conseguenze negative per il potere.
Dobbiamo lottare perché, sto parlando accanto a Salvatore Borsellino fratello di uno dei tanti eroi della nostra storia costituzionale, la Carta costituzionale venga applicata nella ricerca continua della verità sulle stragi. Ricerca che non si limiti e non si accontenti dei risultati, pur importanti, che sono arrivati ma che vada oltre e abbia il coraggio di andare oltre, quello che adesso non vuole più nessuno. Vada oltre nella ricerca anche di eventuali responsabilità esterne rispetto alle organizzazioni criminali i cui componenti sono già stati giustamente condannati. Il vero grande problema italiano, a mio parere, è la forbice tra la Costituzione formale, quella scritta dopo la Resistenza al nazifascismo e approvata nel 1948 e la Costituzione materiale, cioé la trasformazione, il travisamento, l’elusione della prima nella pratica politica.
Quella pratica politica che ha spaccato il Paese e che ha avuto la gravissima colpa di contrapporre ad un’Italia che ancora crede nel progetto di attuare gli altissimi principi di uguaglianza solidarietà e libertà contenuti nella Costituzione, un’altra Italia fondata sulla speculazione, sulla ricerca esasperata del potere e della sua conservazione, sul compromesso e sull’accettazione di metodi mafiosi clientelari e poteri criminali.
Altro che cambiare la Costituzione! Oggi chi ancora ha a cuore le sorti del Paese dovrebbe privilegiare ad ogni interesse di parte l’interesse superiore del partito della Costituzione di tutti coloro che a prescindere dal loro specifico orientamento culturale e politico si riconoscono nell’idea e nel progetto di applicare, nelle scelte concrete, la Costituzione senza indugi e a qualunque costo.
Le falsità e le mistificazioni su questa Riforma
Reputo quasi doveroso, anche nella mia veste di magistrato, un giudizio sulla riforma costituzionale sulla quale siamo chiamati a votare con il referendum del quattro dicembre.
Voglio fare due premesse, che sono mie convinzioni che credo orientino tutto il giudizio successivo sul contenuto nella riforma.
La prima premessa è che questa riforma costituzionale è stata adottata da un Parlamento eletto, o meglio di nominati piuttosto che eletti, sulla base di una legge elettorale dichiarata dalla Corte costituzionale illegittima. La sentenza è del quattro dicembre 2013, nove mesi dopo l’elezione del Parlamento oggi in carica, eppure a nessuno, né al Quirinale né ai Governi che si sono succeduti Letta e Renzi se non a pochi nello stesso Parlamento, è venuto in mente che un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, a mio parere, non può avere la legittimazione morale necessaria a modificare profondamente la Costituzione.
Seconda premessa: la riforma è stata ideata e ostinatamente voluta dal Governo della Repubblica con la pressione e l’etero direzione dell’ex Presidente della Repubblica Napolitano. Gli ultimi Governi sono stati presieduti da chi non era stato nemmeno eletto. Allora non dimentichiamo come è nata questa riforma, non dimentichiamo da chi e come è stata approvata. E’ stata scritta dal Governo e questo già a prescindere dal merito costituisce un vizio molto grave perché i Governi sono espressione della maggioranza dunque sono di parte, mentre la scrittura della legge fondamentale dello Stato dovrebbe essere esclusiva competenza del Parlamento che rappresenta il popolo sovrano o di assemblee costituenti elette con sistema proporzionale in modo da essere il più possibile rappresentativa delle varie componenti politiche sociali e culturali presenti nel Paese.
C’è uno scritto di Piero Calamandrei “Come nasce la nuova Costituzione” che è stato pubblicato nel gennaio del 1947, leggo testualmente:  “Nella preparazione della Costituzione il Governo non ha alcuna ingerenza. Nel campo del potere costituente non può avere alcuna iniziativa neanche preparatoria. Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione i banchi del Governo dovranno essere vuoti. Estraneo del pari deve rimanere il Governo alla formulazione del progetto se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’Assemblea sovrana”. 1947, poco prima dell’approvazione della nostra Carta costituzionale.
Altra premessa: non si può scindere in nessun momento valutativo il giudizio sulle modifiche alla Costituzione da quello sulla legge elettorale. Le modifiche alla Costituzione riguardano principalmente le funzioni dei due rami del Parlamento. La legge elettorale riguarda ovviamente la procedura di nomina e quindi la composizione nel Parlamento. La nuova legge elettorale, lo ricordava l’onorevole Sarti, ripropone le stesse caratteristiche, gli stessi vizi di quella dichiarata incostituzionale con la sentenza del dicembre 2013 che lede gravemente il principio di rappresentatività sacrificato sull’altare della stabilità dei Governi. La sentenza della Corte sul cosiddetto “Porcellum” censurava pesantemente, leggo testualmente, “un meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza manifestamente irragionevole” e “una disciplina che priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti”. I due vizi che sono indicati perfettamente in questa sentenza della Corte costituzionale ricompaiono nell’“Italicum”. Basta ricordare che in esito al ballottaggio previsto dall’Italicum è ben possibile che una lista che abbia ottenuto anche semplicemente il 21%  dei voti conquisti il 54% dei seggi.
E basta sottolineare il dato che più del 60% dei deputati sarebbero nominati dai partiti e non scelti dagli elettori. Se si tiene conto del forte astensionismo delle ultime tornate elettorali ci si rende conto che un gruppo politico, che rappresenta una minoranza anche piuttosto esigua di cittadini, con questo sistema elettorale può mettersi in mano il Paese, eleggere il Presidente della Repubblica e i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e i giudici della Corte costituzionale senz’altro sempre attraverso questo meccanismo.
Io credo che ognuno possa avere qualsiasi idea, che è cosa legittima ma non possiamo sopportare le bugie e le mistificazioni continuamente abilmente amanite a sostegno della riforma. Sono costretto a ripetere alcune considerazioni già svolte. La riforma non abolisce il Senato e non abolisce il bicameralismo lo rende solo tremendamente più confuso. Il Senato continua ad esistere sarà composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e cinque senatori che possono essere nominati dal presidente la Repubblica. Il meccanismo che si viene a creare è di confusione istituzionale totale!
Sulla designazione dei senatori, sull’impiego part-time di sindaci e consiglieri regionali che, non si capisce quando fino a quando potrebbero fare i Sindaci o i consiglieri regionali e quando i senatori, sul continuo avvicendamento, nel nostro sistema non tutti i Sindaci con tutti i Consiglieri regionali vengono eletti nello stesso momento o nello stesso anno, avremmo in Senato un continuo avvicendamento di senatori che magari sono stati sindaci fino a quel momento e poi devono cedere lo scranno da senatore all’altro sindaco che nel frattempo viene eletto. Una confusione totale.  L’unica certezza è l’acquisizione per molti sindaci e consiglieri regionali di spazi di immunità penale. Senza ovviamente generalizzare e demonizzare le categorie dobbiamo però vederlo in una situazione come quella italiana, dove c’è una percentuale alta di politici e amministratori, nei Consigli regionali e nelle Amministrazioni comunali, che hanno problemi con la giustizia.
Quando leggiamo che la riforma finalmente abbatte i costi della politica io penso e mi chiedo da semplice cittadino ma perché piuttosto che smantellare un assetto costituzionale assolutamente rodato e consolidato non si riduceva semplicemente proporzionalmente il numero dei deputati e dei senatori senza stravolgere l’assetto costituzionale? Altra mistificazione: nella riforma si parla tanto di semplificazione, mi consentirete di perdere cinque minuti di tempo per dimostrarvi attraverso una semplice lettura quanto la semplificazione sia uno slogan assolutamente falso.  L’iter di formazione delle leggi non è per niente semplificato semmai la riforma lo complica e crea le condizioni per un clima di perenne conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato.
Articolo 70 nella formulazione attuale della Costituzione vigente: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Nella Costituzione vigente nove parola. Nell’articolo 70 del progetto di riforma Renzi-Boschi quelle nuove parole diventano 434.  Scusate ma io penso che lo dobbiamo leggere: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione alle altre leggi costituzionali e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche referendum popolari le altre forme di consultazione di cui all’articolo settantuno per le leggi che determinano l’ordinamento la legislazione elettorale gli organi di governo le funzioni fondamentali dei Comuni delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni per la legge che stabilisce le norme generali e le forme i termini della partecipazione dell’Italia e la formazione all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determini casi di ineleggibilità ed incompatibilità con l’ufficio di senatori di cui all’articolo sessantacinque primo comma e per leggi di cui articolo cinquantasette sesto comma ottanta secondo periodo centoquattordici terzo comma centosedici terzo comma centodiciassette quinto il nono comma, centodiciannove sesto comma centoventi secondo comma centoventidue primo comma centotrentadue secondo comma.
Le stesse leggi ciascuna come oggetto proprio possono essere abrogate o modificate o derogate solo in forma espresse e da leggi approvati a norma del presente comma…”. Scusate ancora non sono nemmeno a metà e comunque la lettura per chi ci riuscirà vi prego di completarla voi perché altrimenti tutto il tempo a mia disposizione va avanti sulla lettura di questo articolo 70. Io credo che da semplice laureato in giurisprudenza si debba dire che non c’è nessuna semplificazione anzi c’è una moltiplicazione dei processi legislativi c’è un clamoroso intricarsi delle procedure e dietro l’angolo c’è la paralisi del Parlamento per favorire la supremazia del Governo e il suo potere.
La nuova normativa che poi riguarda il tema fondamentale della formazione delle leggi dello Stato è prolissa e tortuosa sembra fatta apposta per confondere le idee per tenere i cittadini lontani dalla Costituzione.
Per consegnare la Democrazia, per legarla mani e piedi, in mano agli uscieri del palazzo, ai professionisti del cavillo e ai professionisti della politica nel senso deteriore del termine.
Un attacco iniziato molto prima del Governo Renzi, da Gelli in poi
Ma il giudizio su questa riforma deve anche prescindere dalle singole norme, si deve formulare con una visione di insieme di contesto più alta rispetto alla mera e parcellizzata analisi delle singole modifiche costituzionali. Questo giudizio deve anche tenere conto di una seria analisi storica di quanto accaduto in Italia negli ultimi quarant’anni.
Questa riforma crea uno spostamento grave dell’equilibrio tra i poteri in funzione del rafforzamento dell’esecutivo e dello svilimento del potere legislativo. Ma d’altra parte basta leggere la relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale per capire quali sono gli scopi della riforma costituzionale. Vi si legge, nella relazione che accompagna il disegno di legge, che “la revisione della parte seconda della Costituzione non può più attendere per il necessario processo di adattamento dell’ordinamento interno alle nuove sfide – Segue una lista dei problemi a cui secondo il Governo la riforma rimedierà –
1- L’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio. governance europea ed esigenze di bilancio
2- Le sfide derivanti dalla internazionalizzazione dell’economia dal mutato contesto della competizione globale 
3- L’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo dovuta alle spinte verso una compiuta attuazione della riforma del Titolo quinto della Costituzione 
4- La cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma di governo la lentezza e la farraginosità dei procedimenti legislativi ricorso eccessivo alla decretazione d’urgenza eccetera..”
Cosa di evince dalla relazione che accompagna il disegno di legge?
Che è urgente e rendere più forte il Governo per adeguarsi alla austerità imposta dall’Unione europea e alle regole di mercato dell’economia globale e per imbrigliare regioni comuni con le rinnovate esigenze di un governo unitario.
Io credo che, se questi sono gli scopi e questa è la direttrice di fondo di tutta la riforma, non possiamo dimenticare che nell’iter di formazione di questa riforma, accanto parallelamente al percorso istituzionale se ne svolgeva un altro a mio parere molto più incisivo e decisivo che si è mosso fuori dalle istituzioni della Repubblica ed è iniziato prima della proposta Boschi e probabilmente l’ha ispirata se non determinata.
A cosa mi riferisco? “Dopo le due lettere dall’Europa dalla BCE e dal commissario per l’economia dell’Unione europea del 2011 dopo le dimissioni di Berlusconi e la nascita del Governo Monti, la tappa più significativa è il documento dedicato, (si intitola così) “Alla narrazione su come gestire la crisi” da una grande compagnia di gestione degli investimenti che amministra 1800 miliardi di dollari” JP Morgan.
Per capire da che pulpito viene questa predica dobbiamo ricordarci che nel novembre 2013 JP Morgan pagò al Governo degli Stati Uniti una gigantesca multa di tredici miliardi di dollari dopo avere ammesso di avere venduto a piccoli investitori prodotti finanziari inquinati.
Cosa si legge in quelle documento? Venne pubblicato il 28 maggio 2013, l’ho trovato facilmente in rete, quel documento accusa le costituzioni dei paesi della periferia meridionale approvate dopo la caduta del fascismo di essere “un ostacolo al processo di integrazione economica e anzi causa della crisi in quanto risentono di una forte influenza socialista”. Al tempo stesso però il documento dichiara che “in uno dei Paesi della periferia meridionale, cioé saremmo noi l’Italia, il nuovo Governo può chiaramente impegnarsi in importanti riforme politiche”. Sarà poi il Governo Renzi a condurre disciplinatamente in porto le riforme mettendo mano alla Costituzione su due dei punti essenziali suggeriti da JP Morgan. “Governi deboli rispetto i Parlamenti – di questo si lamentava il grande colosso bancario e finanziario – e Stati centrali deboli rispetto alle Regioni”.
Mi pare che la riforma costituzionale, sarà forse un caso, risponda a queste due indicazioni date nel documento che vi ho letto. Non vorrei che si realizzasse quello che Leonardo Sciascia diceva nel 1978 quando parlava del Parlamento in quel momento in carica. “Il potere  è altrove” scriveva Leonardo Sciascia – deplorando un Parlamento di anime morte che non hanno mai avuto un pensiero proprio. Io credo che la linea fondante della riforma affonda le radici in un’idea di Stato che si avvicina molto ad una sorta di dittatura dolce fondata non su una Democrazia, sulla partecipazione del popolo e sulla sovranità del popolo ma su un potere oligarchico che obbedisce esclusivamente alle leggi e gli interessi dell’economia e della finanza internazionale.
E questa idea di Stato, cerchiamo di volare alto e di guardarci attorno e indietro, per la prima volta nel dopoguerra venne delineata nel Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli.
Ricordava Aaron Pettinari la celebre intervista di Gelli da Maurizio Costanzo il 5 ottobre 1980 pubblicato sul Corriere della Sera “Quando fossi eletto il mio primo atto sarebbe una completa revisione della Costituzione era un ambito perfetto quando fu indossato per la prima volta par la nostra Repubblica ma oggi è un ambito lusso e sfibrato e la Repubblica deve stare molto attenta nei suoi movimenti per non rischiare di romperlo definitivamente. E’ il parto dell’Assemblea Costituente avvenuto in un momento del tutto particolare nella vita della nostra nazione ma che oggi a cose assestate risulta inefficiente e inadeguato”.
Sono passati quasi quarant’anni, questo per dirvi che l’attacco alla Costituzione comincia molto prima del Governo Renzi. Dopo Licio Gelli analoghi progetti sostanzialmente volti a favorire sempre l’esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario via via sono stati portati avanti con fortune alterne mai portati a termine, da Cossiga, dal Governo Craxi  e ultimamente da un Governo Berlusconi con una reazione che in quel caso fece gridare a tutti che dovevamo difendere la Costituzione più bella del mondo, riguardò anche coloro i quali oggi invece sono schierati per stravolgere la nostra Costituzione.
Da Gelli ad oggi ci sono quarant’anni di tentativi per ribaltare gli assetti fondamentali della nostra Carta costituzionale.
La posta in gioco è la realizzazione definitiva di un progetto che viene da molto lontano e che lega quarant’anni di costante assedio alla Costituzione. L’obiettivo di questo referendum non può essere la permanenza o meno di Renzi al Governo ma l’obiettivo è ben altro, è la definitiva decostituzionalizzazione a scapito della partecipazione dello Stato dei cittadini che servono come sudditi impotenti e perciò apatici da governare.
Non possiamo permetterci il nome della parola d’ordine governabilità che il bastone del comando venga attribuito ad un solo uomo al potere più facilmente manovrabile in dispregio del fondamentale principio della separazione dei poteri.
Ho giurato fedeltà alla Costituzione non ai Governi
Mi avvio alla conclusione, non ho avuto nessun dubbio ad accettare la proposta che mi è stata fatta da Simone Cappellani, sono un magistrato ma ci sono dei momenti e degli argomenti in cui è per i quali il magistrato non ha soltanto il diritto ma io ritengo perfino il dovere di intervenire e di esporsi personalmente. Io come magistrato ho giurato fedeltà alla Costituzione non ai Governi! Ho giurato fedeltà alla Costituzione non ad altre Istituzioni politiche né tanto meno alle persone che rivestono incarichi istituzionali. Ho giurato fedeltà alla Costituzione e non riesco a dimenticare che per quella Costituzione, per quei principi che afferma, tante persone, tanti miei colleghi, tanti servitori dello Stato, tanti semplici cittadini hanno offerto la loro vita!
Se dovessi oggi rivolgermi ai miei figli per spiegare lo spirito più autentico della Costituzione non troverei di meglio che citare le parole di Piero Calamandrei, nel famoso discorso ai giovani sulla Costituzione del 26 gennaio 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per rispettare la libertà e la dignità andate lì o giovani col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione e anche per questo che la dobbiamo difendere”.
TP24.it Antimafia - 25 ottobre 2016
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