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12/11/16

Il voto per Trump e le sue lezioni




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L’elezione di Donald Trump è certamente peculiare; deve molto alla cultura politica statunitense, ma contiene elementi che possono essere generalizzati nei Paesi sviluppati europei, perché si trovano ad affrontare i mali della “globalizzazione”. Dopo discussioni con politologi e sociologi statunitensi, il cui lavoro sarà pubblicato nelle prossime settimane, possiamo riassumere questi elementi generalizzati.
I. Rilevanza delle “aree periferiche”.
Il problema è noto e descritto nel lavoro di Christophe Guilly [1]. Ma si trova anche nelle mappe sui risultati del voto. In effetti, la carta più diffusa è quella sul voto nei singoli Stati.

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Ma se guardiamo la mappa dei risultati nelle “contee” (equivalenti alle provincie), si osserva un netto contrasto tra grandi città “globalizzate” e resto del Paese.


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questa opposizione che appare rilevante nel voto per Trump.
II. L’importanza del “voto” a Sanders sul risultato finale.
Un altro problema è il voto degli elettori democratici che hanno sostenuto Bernie Sanders fino alla primarie democratiche, e che furono esclusi dai brogli, va detto il nome, di Hillary Clinton. Sono in corso studi sulle “contee” in cui il voto alle primarie democratiche era prevalentemente pro-Sanders. Essi mostrano che alcuni potenziali elettori di Bernie Sanders non hanno votato l’8 novembre (dal 25% al 40% a seconda della località) e un’altra parte ha preferito votare Trump (12-18% nelle contee in cui la popolarità di Sanders era più forte). Questi casi sono in linea coi risultati nazionali che dimostrano che il 9% degli elettori ‘democratici’ (che votarono alle primarie per un democratico o nel 2012 per Barack Obama, o erano registrati come “democratici”) ha votato per Trump mentre solo il 7% dei “repubblicani” ha votato per Clinton. Questi elementi consentono di confermare l’elevato astensionismo nelle elezioni del 2016, e vi danno anche un senso. Questa astensione era in parte politica, una scelta deliberata degli elettori che hanno corso il rischio di vedere eleggere Trump poiché non potevano sostenere la candidata dell’oligarchia.
III. Una ridistribuzione delle carte politiche.
Si vede anche che il voto a Trump quale voto “bianco” razzista, non ha molto a che fare con la realtà. Ma vi è un risultato importante che può essere generalizzato. I disastri della “globalizzazione” hanno indotto una parte dell’elettorato a rispondere al ricatto dell’élite, “o noi o il caos”, scegliendo il candidato “antiélite” o “antisistema” sia passivamente (astenendosi) che attivamente (votandolo). Questo fenomeno è ancora più forte dato che il candidato “antisistema” s’è astenuto da dichiarazioni che potevano alienargli questi elettori. Nei discorsi locali, laddove Trump ha emesso i commenti più scandalosi, il fenomeno è ridotto. Laddove si concentra sugli attacchi a istituzioni e banche, il fenomeno è più importante. La coerenza del discorso del candidato “antisistema” è quindi importante per spezzare il meccanismo del rigetto, ma richiede anche un discorso non provocatorio. La reazione di Bernie Sanders all’elezione di Trump a questo punto è molto interessante. In un post sul sito del Senato degli Stati Uniti [2], si afferma:
Mercoledì 9 novembre 2016
Burlington, VT, 9 novembre. il senatore degli Stati Uniti Bernie Sanders (I-Vt) ha rilasciato la seguente dichiarazione, dopo l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti: “Donald Trump ha sfruttato la rabbia di una classe media in declino, stanca della dirigenza economica, politica e mediatica. La gente è stanca di lavorare più ore per salari più bassi, di vedere i lavori meglio retribuiti andare in Cina e altri Paesi dal basso salario, i miliardari non pagare le tasse federali sul reddito, stanca di non permettersi il college per i figli, mentre i ricchi diventano ancor più ricchi. Laddove Trump persegua seriamente politiche che migliorino la vita delle famiglie lavoratrici di questo Paese, io e altri progressisti siamo disposti a collaborare. Se perseguisse politiche razziste, sessiste, xenofobe e anti-ambientali, ci opporremo con forza”. Questo messaggio non nega solo le importanti differenze di posizione, ma spiega anche che “laddove Trump sia serio sulle politiche per le famiglie dei lavoratori“, i progressisti statunitensi sono disposti a collaborare.

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Guilly C., La Francia periferica: come le classi sono state sacrificate, Parigi, Flammarion 2014
[2] Sanders
Traduzione di Alessandro Lattanzio

di Jacques Sapir - 10 novembre 2016
fonte: https://aurorasito.wordpress.com/

Mario Giordano: “gli italiani non sono razzisti. Sono stanchi”





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Incontrare Mario Giordano, direttore del TG4, da lui totalmente rinnovato tanto da aver ripreso smalto, leggerezza e credibilità, non è sicuramente cosa da poco. Il Direttore rappresenta la comunicazione a tutto tondo. Carta stampata, libri, televisione, web… Una carriera in costante mutamento che ha sempre tenuto conto della necessità della gente comune di conoscere la verità. Quella che spesso viene rivestita dell’abito chiassosamente variopinto dell’impressione e del giudizio personale.

Direttore, quanti italiani La contattano quotidianamente sperando di trovare tramite Lei la soluzione ai propri problemi?
“Tanti, tantissimi. E questo è un problema serio: quando la Tv o un giornale diventano l’unica speranza per la risoluzione di un dramma vuol dire che le istituzioni hanno fallito”

Quanto è OFF, oggi, dare voce alla piazza piuttosto che alle tribune abbondantemente popolate di presunti vip televisivi?
“E’ molto off. E proprio per questo mi piace farlo”

C’è stata mai un’occasione nella quale Mario Giordano sia stato OFF? Se sì, quale?
“Mi sento sempre un po’ off. E anche un po’ off limits. Però se essere on significa partecipare alla Leopolda, beh, preferisco essere off”

L’Italia sta cambiando volto, divenendo forzatamente multietnica e, di conseguenza, multi culturale. Come cambia l’informazione quando deve soddisfare così tante esigenze?
“L’informazione è nell’occhio del ciclone di mille trasformazioni: tecnologiche, economiche, strategiche, culturali. Però io credo che la questione del multiculturalismo non riguardi tanto il mondo dell’informazione, ma il mondo in sé.  Cioè la nostra civiltà. E dobbiamo chiederci se anziché di fronte all’integrazione non siamo di fronte a un’invasione, se anziché costruire una società multietnica stiamo distruggendo le nostre radici…”


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Scegliere l’Italia e gli Italiani sembra sia diventato   sinonimo di razzismo e xenofobia. Il contrario non sarebbe una resa incondizionata all’invasione?
“Oggi si usa l’espressione “razzista” (ma anche xenofobo, demagogo, populista, etc) quanto mai a sproposito. L’Italia non è un Paese razzista, gli italiani non sono razzisti. Si fanno semplicemente alcune domande che io ritengo legittime. Ogni buon padre di famiglia, del resto, prima di invitare a cena sconosciuti, pensa a sfamare i suoi figli, no? E perché invece lo Stato italiano non lo fa?”

E se un giorno una classe politica a maggioranza non italiana riuscisse a cambiare totalmente la Costituzione, dove andrebbero a finire gli ultimi secoli di indipendenza e lotta per la democrazia?
“Credo che quello che ha raccontato Houellebecq in Sottomissione possa trasformarsi in una tragica realtà”

Amare l’Italia sta diventando OFF?
“Se ci pensa lo è sempre stato. Non è un caso che i più ferventi sostenitori del multiculturalismo e dell’integrazione vengono dall’esperienza degli anni Settanta in cui la parola “Patria” era bandita e censurata (insieme a Dio e famiglia, altre due radici della nostra civiltà che stiamo progressivamente distruggendo)”

L’Unione Europea sembra aver deluso i sogni, le aspettative, i progetti di tutti i suoi popoli. C’è chi ne è già uscito, chi lo spera, chi si sta organizzando per farlo. Lei si sente ancora cittadino europeo?
“Non mi sono mai sentito europeo.  Sulla costruzione dell’Europa è stato sbagliato tutto in modo ormai, io ritengo, irrimediabile. L’unica soluzione è tornare indietro”

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Il premier e il governo stanno cominciando a prendere le distanze dalla politica europea sull’immigrazione. Si tratta di una manovra politica, prereferendaria, oppure di una presa d’atto del collasso di tutto il sistema d’accoglienza?
“Si cerca di scaricare altrove anche le proprie colpe. Per mesi e mesi a ogni nostra osservazione ci rispondevano: “Ci penserà l’Europa…”. Ma non era difficile immaginare quello che sarebbe successo”

Da pochissimo tempo è iniziata per Lei una nuova avventura editoriale, la collaborazione con Maurizio Belpietro sul neonato quotidiano La Verità. Cos’è la verità e quanto vale?
“La verità è una ricerca quotidiana. Vale la vita”
Conclusioni finali…

“Una conclusione ha senso solo se è un inizio”
(fonte)

di Mario Giordano

"Elezione Trump" .. Marco Tarchi: "Chi ha votato per Trump aveva motivi concreti per farlo"


Il politologo sulle motivazioni che hanno portato al triofo di The Donald. L'inattendibilità dei sondaggi, il ruolo "ricattatorio" dei media. E l'Italia? «Anche Renzi sta giocando la carta populista»

 

                                                         Foto di repertorio



Populisti sì, ma mica scemi. Gli elettori che hanno votato Donald Trump «avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica». Per Marco Tarchi, politologo all’Università di Firenze e uno dei massimi esperti di populismi, quello americano è stato un voto mosso non solo dalla passione, ma anche dalla ragione. Alle spalle del nuovo presidente si è unito un elettorato che in pochi avevano individuato. E che «i media e gli intellettuali hanno cercato in tutti i modi di stigmatizzare e intimidire». Ottenendo il risultato opposto a quello sperato. Anche da noi può succedere qualcosa di simile? Per Tarchi è Beppe Grillo che più si avvicina al messaggio complessivo di Trump. Ma in vista del referendum persino Renzi «sta giocando la carta dello stile populista». Cercare una copia italiana del nuovo inquilino della Casa Bianca, in ogni caso, può essere fuorviante. «La mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse - continua - Anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche».
Professore, la vittoria elettorale di Donald Trump può essere considerata una vittoria del populismo? Fin dalle prime ore molti analisti hanno parlato della reazione degli “sconfitti” contro le élites, di un messaggio anti establishment.
Sì, l’analisi mi sembra corretta, anche se i fattori che hanno portato a questo risultato inatteso sono molteplici. Gli argomenti e lo stile populisti della campagna di Trump hanno certamente contribuito in misura sostanziale.
È sbagliato inquadrare il risultato delle presidenziali Usa attraverso il confronto Democratici-Repubblicani? Lo stesso Grand Old Party non ha mai nascosto più di un dubbio sulla candidatura di Trump.
Più che sbagliato, sarebbe insufficiente. Non c’è dubbio che la fedeltà partitica degli elettori ha avuto, su entrambi i versanti, il suo peso, ma l’elemento aggiuntivo vincente è venuto da votanti indipendenti, in forte crescita (non va trascurato che il candidato libertario ha ottenuto il 3,2% e la candidata verde l’1,1%: ulteriori piccoli ma significativi segnali di crepe nel bipartitismo), che non avrebbero probabilmente sostenuto un candidato dell’establishment, di cui i vertici repubblicani fanno parte a pieno titolo. C’è da immaginarsi che costoro, da sempre diffidenti od ostili verso Trump, non mancheranno di creargli ostacoli nei due rami del parlamento se vedranno proposte politiche che non li soddisfano. La disciplina di partito dei parlamentari, negli Stati uniti, è estremamente limitata. Si risponde, semmai, agli elettori – e in primis ai grandi elettori, cioè ai finanziatori della propria campagna – del collegio in cui si è si è stati eletti.
Nel suo primo discorso Trump si è rivolto ai “dimenticati". È questo il suo bacino di voti? Chi è più sensibile ai richiami del populismo americano? Nelle analisi post elettorali si citano gli arrabbiati d’America, i bianchi, i disoccupati, le classi medie impoverite, i perdenti della globalizzazione...
Sono tutte analisi “a spanne”, perché i dati di sondaggio sono, al momento, scarsi – e, come sempre accade ad onta di quanto pensano taluni analisti, da prendere con le molle. Tuttavia, tutti i gruppi sociali che Lei cita paiono aver contribuito al risultato. E poiché si tratta di categorie eterogenee, si può ipotizzare che a tenerle insieme nella decisione di voto siano stati più uno stato d’animo che richieste settoriali. Anche se ciò non significa affatto, come qualcuno sostiene, che il voto per Trump sia stato mosso solo dalla passione e non anche dalla ragione. I “dimenticati” avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica di professione.
È un elettorato che si vergogna anche un po' della propria scelta? Nei sondaggi molti sostenitori di Trump hanno preferito non esprimersi per paura di essere giudicati. E questo ha reso più difficile prevedere il risultato elettorale.
È più corretto dire che è un elettorato che i media e gli intellettuali hanno cercato in tutti i modi, con una campagna martellante, di stigmatizzare e intimidire. Ciò spiega il desiderio di non esporre le proprie “deplorevoli” – o meglio, deplorate – intenzioni a chi li chiamava al telefono per sapere come avrebbero votato. Si ha un bel dire che i sondaggi garantiscono l’anonimato; chi vi è sottoposto sa che i sondaggisti dispongono del suo numero di telefono; sarà anche stato selezionato a caso, ma la diffidenza è radicata. Molti anni fa un’eccellente studiosa tedesca, Elizabeth Noël-Neumann, individuò questo fenomeno come un dato cruciale per le indagine d’opinione e lo inquadrò nella teoria della “spirale del silenzio”, di cui evidentemente non tutti gli addetti ai lavori hanno compreso la portata.
«Gli elettori di Trump? Si tratta di categorie eterogenee, si può ipotizzare che a tenerle insieme nella decisione di voto siano stati più uno stato d’animo che richieste settoriali. Anche se ciò non significa affatto, come qualcuno sostiene, che il voto per Trump sia stato mosso solo dalla passione e non anche dalla ragione. I “dimenticati” avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica di professione»
Lei si batte perché il fenomeno populista sia studiato senza accezioni negative. È difficile non notare come nella campagna elettorale americana il fenomeno Trump sia stato criticato e denigrato dai principali media. Paradossalmente questo può aver aiutato la corsa del nuovo presidente?
È probabile, perché l’insofferenza nei confronti dei dettami della “correttezza politica” è oggi visibilmente in crescita in molti paesi. Chi coltiva, ad esempio, un’immagine negativa dei flussi migratori è investito da una comunicazione pubblica che vuole convincerlo di essere un razzista o quantomeno uno xenofobo, viene descritto come uno stupido senza cuore in balia della propaganda di malvagi imprenditori della paura e si sente trattato come un essere ignobile. Questo modo di comportarsi dei media mainstream, che non esitano ad utilizzare un ricatto della compassione e della commozione che fa il paio con il ricatto della paura e dell’insicurezza di certi populisti, spesso ottiene un risultato opposto a quello sperato e rende sistematica l’ostilità del telespettatore verso chi pretende di impartirgli di continuo lezioni di civismo.
Adesso la vittoria di Trump può dare nuova consapevolezza alle forze populiste e anti-élite mondiali? Il successore di Obama può diventare un punto di riferimento?
Psicologicamente, potrebbe “scongelare” un certo numero di elettori che preferiscono le proteste, e le proteste dei movimenti populisti, alle opinioni e ai comportamenti dei loro avversari, ma che finora temevano di varcare la soglia della rispettabilità votandoli (e, soprattutto, facendo sapere, o anche solo sospettare, di averli votati). Politicamente, il discorso è più complicato, perché ogni populista guarda in primo luogo, o solamente, al proprio popolo, e Trump è statunitense, quindi ha in vista l’interesse dei suoi connazionali; ciò significa che alcune sue mosse potrebbero andare in una direzione contraria agli interessi di paesi europei. E questo dispiacerebbe certamente a un populista francese, olandese o italiano. Solo il tempo ci dirà come andranno le cose su questo versante. Anche perché, sin qui, il tallone d’Achille del populismo è stata proprio la sua capacità di governo di situazioni complesse, perché i populisti hanno una visione iper-semplificata della realtà e faticano a superare gli ostacoli posti da ambienti a loro ostili, come i poteri finanziari, i burocrati e gli intellettuali. I risultati ottenuti da Trump potrebbero ribadire o ribaltare la regola.
«Se dovessi dire chi è più affine al messaggio complessivo di Trump, direi Grillo. Ma se parliamo del M5S le cose stanno diversamente. Anche la Lega di Salvini non si presenta come una copia conforme del fenomeno Trump, pur ricalcandone vari aspetti. Non va mai dimenticato che la mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse e attecchire, in dosi più o meno massicce, in ambiti diversi. Del resto, anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche»
C’è un filo conduttore che lega il voto in Gran Bretagna per l’uscita dall’Europa e l’affermazione di Trump alla Casa Bianca? Quale sarà la prossima tappa, magari il referendum italiano?
Sicuramente c’è: le preoccupazioni in materia di sicurezza – economica e psicologica – e la voglia di affermare le proprie specificità nei modi di vita nei confronti dell’irruzione di atteggiamenti e stili ispirati al cosmopolitismo globalista hanno pesato molto in entrambi i casi. Il caso del referendum italiano è, in questo senso, anomalo, perché Renzi, che pure agli occhi di molti è in tutto e per tutto un rappresentante tipico dell’establishment, timoroso di questa sua immagine, sta giocando la carta dello stile populista per diminuire l’efficacia delle argomentazioni avversarie: le tirate contro l’inefficienza e l’immobilismo burocratico dell’Unione europea, l’irrisione verso i “professoroni” che non condividono la riforma, l’enfasi sul “tagliare i costi della politica” sono tutti elementi di questa sua strategia.
In Italia chi ha celebrato la vittoria di Trump sono stati soprattutto Cinque Stelle e leghisti, le principali realtà populiste del nostro Paese. Ma chi dei due è più affine al messaggio del presidente Usa? Entrambi si accreditano come una forza anti sistema, ma solo Salvini condivide con Trump le spinte nazionaliste anti immigrazione.
Lei sa che io da anni distinguo il discorso pubblico di Beppe Grillo, che considero populista a pieni carati, da quello del Movimento Cinque stelle, che ne segue solo in parte le coordinate. Se dovessi dire chi è più affine al messaggio complessivo di Trump, direi Grillo (e difatti è stato lui a proporre il paragone con il suo “vaffa”), ma se parliamo del M5S, che cerca di muoversi sul sottile filo di un equilibrio instabile delle posizioni dei suoi esponenti di vertice e intermedi e quindi non se la sente di seguire il fondatore su temi come quelli dell’immigrazione e del multiculturalismo, le cose stanno diversamente. Anche la Lega di Salvini, peraltro, non si presenta come una copia conforme del fenomeno Trump, pur ricalcandone vari aspetti. Non va mai dimenticato che la mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse e attecchire, in dosi più o meno massicce, in ambiti diversi. Del resto, anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche, e, come ha fatto notare un populista di sinistra francese qual è Jean-Luc Mélanchon, forse, se fosse stato il candidato dei democratici contro Trump, avrebbe fatto meglio dell’icona dei “poteri forti” Hillary Clinton.


11/11/16

We the People ... “Noi il popolo”; così inizia la più bella Costituzione del mondo, quella che i Padri Fondatori della nazione americana vollero scrivere per fondare l’atto di leale sovranità e “fissare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri posteri”.



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WE THE PEOPLE
“Noi il popolo”; così inizia la più bella Costituzione del mondo, quella che i Padri Fondatori della nazione americana vollero scrivere per fondare l’atto di leale sovranità e  “fissare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri posteri”.
Mai, come in queste ore, quel “We the People” è attuale, perché il popolo (americano) ha saputo sconfiggere l’élite che si era impossessata dell’America, i manipolatori della verità che abitano i media, i lupi di Wall Street, gli intellettuali ipocriti, l’arroganza spocchiosa di una minoranza storica che si crede da sempre “antropologicamente superiore”, il sarcasmo degli imbelli pieni d’intolleranza, il politically correct stomachevole che costruisce la cultura del vittimismo della minoranza. Prima ancora che Trump, ha vinto la volontà popolare, quell’America profonda che ha fatto sprofondare l’America di cristallo; “the shy Trump voter”, l’elettore timido di Trump, un fantasma per sondaggisti e intellettuali, ma alla fine più vero di loro.
“The Silent Majority” è scritto sui cartelli che alzano i sostenitori di Trump. Come a dire: voi state sopra i vostri troni di parole, di slogan, di teoremi, di vuoto, di salotti esclusivi ed escludenti. Noi siamo nella vita di tutti i giorni, nella crisi dell’America, nella povertà che cresce, nella middle class che scompare, nei conflitti sociali, nella paura per quel domani che voi ci avete scippato. Voi state nel vostro mondo virtuale, noi stiamo in quello reale perché… “we the people”, noi siamo il popolo!

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THANK YOU CLINT EASTWOOD
Grazie America, io non ho molto da vivere ma so che questi ultimi anni saranno grandi; non posso ringraziarti abbastanza Presidente Trump”. Così ha scritto su Twitter, l’85enne Clint Eastwood uno dei più straordinari testimoni del nostro tempo. Libertario anarchico, da sempre schierato a destra contro il conformismo di Hollywood e dello star system, Eastwood non ha avuto paura di sfidare il disprezzo dei suoi colleghi, la volgarità isterica di quel mondo finto e corrotto, i “pompini” di Madonna, la violenza verbale di Robert De Niro, il razzismo (quello vero!) che trasuda nella parole e nei comportamenti dell’intellighenzia impegnata, del circo Barnum degli artisti miliardari con il cuore a sinistra e il portafoglio rigorosamente a destra.
Il giorno prima delle elezioni il cuore impavido di Eastwood ha scritto: Dal mio ranch, io riesco a sentire l’esercito di Trump marciare verso le urne. Suoni vittoriosi!” Preveggente. Thank you Clint.
DEPLORABLES
Dite a Matteo Renzi di tradurre ad Hillary la parola “Ciaone”, da parte nostra; perché ad ogni vincitore si contrappone uno sconfitto, e questa volta il peso devastante della sconfitta clintoniana lascerà il segno nella storia americana. È la fine di una dinastia politica, quella dei Clinton, con poche luci e molte, troppe ombre; perché con lei ha perso l’arroganza cinica di un potere che si credeva imbattibile, un sistema corrotto e criminale che l’America ha rigettato.
Su questo blog per mesi abbiamo spiegato quale pericolo avrebbe rappresentato per l’America e per il mondo, la Clinton Presidente. Abbiamo raccontato le sue responsabilità nella guerra in Libia e nel conflitto ucraino; le sue complicità criminali quando è stata Segretario di Stato; i suoi rapporti ambigui con la Cia, la sua politica estera guerrafondaia. Abbiamo raccontato il sistema di potere (e di ricchezza) costruito con suo marito Bill, i rapporti torbidi con il sistema finanziario e con i regimi tirannici del Golfo che appoggiano il terrorismo internazionale e finanziano la sua Fondazione.
La signora Clinton esce di scena con giusto disonore; quel “branco di miserabili (deplorables)”, come lei ha chiamato i sostenitori di Donald Trump, l’hanno costretta alla resa e alla fuga. Quei miserabili rappresentano la parte del popolo americano che i Clinton non hanno mai capito e sempre disprezzato. Thank you deplorables.

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AGAIN GREAT?
E ora parliamo di lui, del vincitore contro tutto e tutti: Donald Trump è di fronte alla prova della storia e dovrà dimostrare se è solo un fenomeno passeggero o un degno Presidente degli Stati Uniti d’America.
Lui eredita un’America in piena crisi, nonostante le fanfare narrative del mainstream. Obama, il premio Nobel della Pace, ha trascinato gli Usa in guerre impossibili, screditando prestigio internazionale, credibilità e seminando di bombe umanitarie le speranze di popoli e nazioni, aiutando il terorrismo a crescere invece che sconfiggerlo (come abbiamo dimostrato, numeri alla mano, qui)
Il primo Presidente nero lascia un paese in cui sono esplosi conflitti razziali che non si vedevano da 40 anni, divisioni sociali, con un debito pubblico di 20 miliardi di dollari, oltre il 100% del Pil (era meno della metà quello lasciato da Bush).
“Make America Great Again”, facciamo di nuovo grande l’America, ha urlato Trump. In lui echeggia la tradizione realista del conservatorismo americano anche se di conservatore lui non ha nulla. L’America non può essere faro del mondo se prima non torna ad essere faro per se stessa. In fondo è questa la sua visione. Basta pensarsi gendarmi del mondo se non si ha più la forza economica per farlo; basta continuare ad alimentare crisi internazionali e guerre se poi non si è capaci di costruire la pace. Chissà se sarà il più improbabile Presidente americano a cambiare dal profondo l’America.
Certo è che la sua vittoria è la vittoria del “We the People” contro ogni élite; una lezione per gli europei. Per questo “Thank you America”.

di Gianpaolo Rossi - 9 novembre 2016

10/11/16

IMMIGRAZIONE: NON RIUSCIAMO A FERMARE NEPPURE I GOMMONI CINESI DIRETTI AI TRAFFICANTI



Nei giorni scorsi il sito Formiche.net ha pubblicato un illuminante articolo di Pietro Di Michele che riprendeva le dichiarazioni dell’ammiraglio di divisione, Enrico Credendino, comandante della missione EunavFor Med, durante un’audizione informale alle commissioni Esteri e Difesa del Parlamento.
“I gommoni vengono dalla Cina: noi sappiamo benissimo da dove vengono, chi li fabbrica, che strada fanno, vanno in Turchia, poi a Malta, poi in Libia.
“Purtroppo – ha aggiunto Credendino – essendo un commercio legale, non c’è modo di bloccare l’arrivo dei gommoni in Libia.

 

Bisognerebbe convincere la Cina a non dare più questi gommoni fatiscenti alla Libia, non è semplice, non c’è modo di bloccarli. L’unica cosa che possiamo fare è, quando arrivano in Libia e sono nelle mani dei trafficanti distruggerli”.
Ma per colpire i gommoni sulla costa e nelle acque territoriali libiche l’operazione Eunavfor Med dovrebbe essere autorizzata dall’Onu o dal governo libico, quello evanescente di Fayez al-Sarraj che non controlla un bel nulla e che si basa sul consenso di tribù e milizie che si arricchiscono col traffico di esseri umani.

 

“L’ideale sarebbe riuscire a evitare che arrivino”  ha auspicato l’ammiraglio.
“Tutti sanno da dove arrivano e a cosa servano, sono fatti per fare un solo viaggio e si vede, la gomma è di scarsa qualità, non hanno il fondo, quindi è evidente che lo scopo è solo quello, ma non c’è nessun mezzo, purtroppo, per evitare che arrivino in Libia”.
Cina a parte però l’Italia e l’Europa potrebbero almeno tentare di fare pressioni su Turchia e Malta perché fermino i carichi di gommoni quando sono in transito sul loro territorio.

 

Oppure, visto che disponiamo di reparti di forze speciali considerati tra i migliori del mondo (tra l’altro già presenti in Libia e sulle navi del dispositivo Mare Sicuro), non dovrebbe essere difficile individuare i cargo che trasportano i gommoni ai trafficanti e intercettarli per distruggerne il carico senza provocare danni a navi ed equipaggi.
Del resto se il commercio dei gommoni è legale nulla vieta che, alla luce del sole, le navi militari italiane ed europee ispezionino i cargo diretti in Libia (anche con la motivazione di verificare eventuali forniture illecite di armi come previsto dai nuovi compiti assegnati recentemente a Eunavfor Med) requisendo e distruggendo i gommoni per ragioni di sicurezza nazionale.

 

Decisioni che ovviamente non possono essere assunte dagli ammiragli ma dai vertici politici, innanzitutto a Roma e poi a Bruxelles.
Anche perchè se le flotte Ue e italiana non sono in grado nemmeno di fermare le consegne dei gommoni cinesi agli scafisti tanto vale ritirarle nei porti e sostituire le navi militari con più economici traghetti e varare ufficialmente l’Operazione “Svuota l’Africa” per portare nel Belpaese 1,2 miliardi di abitanti del Continente Nero.
Se in Italia vi fosse davvero la volontà di fermare o quanto meno scoraggiare l’immigrazione clandestina il Parlamento avrebbe già approvato una legge ad hoc contro chi si rivolge alle organizzazioni criminali per emigrare illegalmente.
Legge che sarebbe auspicabile venisse recepita dalla Ue ma che invece sta per essere licenziata dal Parlamento di Canberra, in Australia.

 

A rafforzamento giuridico della posizione australiana sui flussi migratori illegali basata sul noto slogan “No way”, il governo australiano si appresta a negare a vita visto, permesso di soggiorno o asilo a chiunque abbia tentato o tenti di entrare nel paese illegalmente.
Il premier Malcolm Turnbull (nella foto a sinistra) ha annunciato che la proposta di legge verrà presentata a breve in Parlamento e che si tratta di una misura necessaria perchè passi il “messaggio risoluto e inequivocabile” che gli immigrati clandestini non avranno alcuna possibilità di venire accolti in Australia.

 

“Si tratta di una battaglia tra il popolo australiano, rappresentato dal suo governo, e le organizzazioni criminali di trafficanti di esseri umani – ha aggiunto Turnbull ammonendo che – non bisognerebbe sottovalutare l’entità della minaccia.
Questi trafficanti sono i peggiori criminali e fanno affari multimiliardari”.
Canberra ha adottato da tempo una politica molto dura respingendo i barconi individuati verso le coste dei Paesi di provenienza e inviando i clandestini che riescono ad arrivare sul territorio nazionale nei centri istituiti sulle isole di Manus (Papua Nuova Guinea) e Nauru, in attesa di una risposta sulla loro richiesta di asilo che, se accolta, accorderà loro il permesso di soggiorno in quelle isole, non in Australia.
L’intesa raggiunta da Canberra con questi Stati del Pacifico prevede aiuti economici in cambio della disponibilità a ospitare i campi che accolgono gli immigrati illegali.

 

La nuova legge riguarderà anche quanti sono in queste isole dal 19 luglio del 2013 e quanti arriveranno in futuro, ma non includerà i minori.
Di fatto la stessa misura che da tempo propone Analisi Difesa, da abbinare a espulsioni dei clandestini giunti illegalmente in questi anni e ai respingimenti assistiti sulle coste libiche di coloro che arrivano oggi in Italia arricchendo i trafficanti.
Sempre che a Roma vogliano davvero fermare i flussi di immigrati clandestini.
Sospetto più che legittimo perché se sulla sponda africana del Mediterraneo l’immigrazione illegale consente ai trafficanti 6 miliardi annui di incassi (lo dice Europol), sulla sponda italiana il business dell’assistenza ammonta a 4 miliardi annui che finiscono per lo più nelle tasche di enti cattolici e cooperative legate all’area della sinistra, che messi insieme rappresentano una bella fetta del panorama politico nazionale.

Foto: Australia.gov, AFP, EPA, Twitter e Marina Militare

di Gianandrea Gaiani - 3 novembre 2016
fonte: http://www.analisidifesa.it
 

La cruda realtà dei numeri



Pd: Renzi lancia candidata Platì, serve coraggio e incoscienza 

Quattro grafici e una cartina geografica per provare a comprendere le dinamiche economiche in corso e stare alla larga da ciarlatani e pifferai magici, di qualsiasi colore politico si ammantino. Il primo grafico confronta il livello attuale (2015) di consumi e di PIL pro capite, con base 2007=100 (fonte: elaborazioni su dati OCSE); si vede come per l’Italia entrambi siano negativi, ma anche come il secondo sia inferiore al primo. E si vede anche, seguendo la linea tratteggiata rossa, come l’Italia sia il Paese peggiore del campione.

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Il secondo grafico riporta l’andamento della spesa pubblica corrente (primaria, prima degli interessi), della pressione fiscale e della spesa pubblica totale (fonte: elaborazione su dati Istat); si nota come l’avanzo primario (tanto decantato da alcuni) poggi più sull’incremento delle entrate che sulla riduzione della spesa (corrente). Le evidenze in rosso, di aiuto per la lettura del grafico, ne evidenziano la deriva progressiva intrapresa.

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Il terzo grafico riporta (con base 2007=100) l’andamento di PIL, esportazioni, consumi e investimenti fissi (fonte: elaborazione su dati Istat); si nota come le seconde (nonostante molti guru affermino il contrario) non soffrano (se non al momento dello scoppiare della crisi) e come il vero problema stia dato soprattutto dal lato degli investimenti, piuttosto che da quello dei consumi. La dinamica degli investimenti, evidenziata nell’area ovale rossa, è quella che desta più preoccupazione, per le ricadute in termini di competitività (sono gli investimenti che generano valore nel tempo) e di stagnazione del credito industriale (il “cavallo che non beve”).

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Il quarto grafico confronta alcuni Paesi sulla produttività del lavoro, suddivisa in due decenni distinti (1995/2005 e 2005/2015; fonte: Economist); si nota come l’Italia sia il fanalino di coda e come abbia ulteriormente perso terreno nell’ultimo decennio. Occorre altresì aggiungere, in tema, che questi dati (seppur in parte “sporcati” dai dati del sommerso), se espressi come valore aggiunto sul numero di addetti, sono enormemente legati al fattore dimensionale (circa 27 mila euro per addetto, per le micro-imprese; circa 61 mila per addetto, per le grandi), e che un sistema formato soprattutto da micro e piccole imprese fatica oggi a reggere il passo con un’economia sempre più globalizzata e interdipendente.

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I dati contenuti nella cartina geografica sono infine la rappresentazione della disaggregazione per regioni delle stime del PIL 2016 (fonte: Prometeia); si nota con evidenza come l’Italia (industriale) sia fatta a “macchia di leopardo” (e che quindi ragionare per slogan e ricette magiche sia semplicemente errato) con forti squilibri strutturali fra le diverse aree.

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Tirare conclusioni non è mai facile, certo; non lo è per fini economisti, figurarsi se chi (più pedestremente) scrive queste brevi note a commento possa ritenersi esente da errori. Ma qui appare (alquanto) evidente come alcune cose, lette o sentite qua e là, tanto dai menestrelli dello storytelling governativo quanto dai proclami economico-pescaresi o economico-pentastellati, appaiano quantomeno discutibili (se non proprio errate), alla luce dei dati qui presentati. Dati che, per inciso, non sono poi di così difficile estrapolazione, partendo da quelli ufficiali, non costituendo nemmeno, singolarmente, novità mediatica. Solo, spesso più facilmente lasciati (colpevolmente) nel dimenticatoio, quando non mistificati nella loro rappresentazione. Dati che, ancora, da soli non spiegano poi gran ché; ma che, visti nel loro insieme, possono costituire una cartina di tornasole con la quale leggere in controluce ciò che alcuni si affannano a spiegare come rotta principe, vuoi per la prua governativa o vuoi per scorciatoie (molto) alternative, fatte proprie da contrapposte (sui banchi del parlamento) opposizioni.
Difatti, i leitmotiv principali che animano le rappresentazioni economiche degli ultimi anni sono così riassumibili: “il governo ha ridotto le tasse” e “bisognerebbe rilanciare i consumi”, dal lato governativo; “l’euro ha danneggiato le esportazioni” e “non serve tagliare la spesa perché siamo in avanzo primario”, dal lato delle opposizioni. Nonché, da entrambe le sponde, s’ode concorde il canto della spesa in deficit (rectius, nella versione più elegante, “flessibilità” chiesta all’Europa “dell’eccessivo rigore”) e del ricorso a maggiori investimenti pubblici.
Il fatto è che i numeri, come si vede dai grafici, dicono altro: negli ultimi anni la spesa primaria è in costante aumento e il deficit, comunque cresciuto, non è andato del tutto fuori controllo solo grazie all’incremento della pressione tributaria (vedremo se in questa Legge di Stabilità, nei fatti, si invertirà la tendenza o se gli annunci di questi giorni si riveleranno solo dei fuochi fatui); non sono i consumi – seppur deboli – che soffrono più d’ogni altra cosa, ma gli investimenti fissi (in particolar modo quelli privati, a parere di chi scrive); le esportazioni non sono così draconianamente condizionate dalla moneta unica, non almeno quanto vorrebbe la vulgata no-euro.
Manca, continua a mancare, la spinta (o gli incentivi propri di un sistema economico efficiente) agli investimenti industriali e le imprese restano deboli, sia in termini di solvibilità (da qui gli NPL che, assieme a talune “patologie endogene” ben identificate, generano le problematiche delle banche italiane) che di competitività internazionale. Resta, sempre più pericolosamente evidente, la disomogeneità economico-produttiva tra le diverse aree macro-regionali. La produttività del lavoro è (rectius, resta) argomento tabù sui banchi della politica. L’alta (e squilibrata al suo interno) pressione fiscale (cresciuta, negli anni di crisi) e l’alta (dannosa, anche in termini di concorrenza sleale verso gli imprenditori onesti) propensione all’evasione, assieme, impediscono il rilancio imprenditoriale del Paese. Gli sprechi (e ve ne sono, basti leggersi i documenti prodotti dai vari commissari alla spending review succedutisi in questi pochi anni) e l’eccessivo peso (in termini di potere reale, prima ancora che in termini economici) di una burocrazia statale ancora (troppo) poco efficiente, assieme, ingessano il cambiamento del sistema-Paese.
Serve un cambiamento, che non c’è (ancora) stato. O è stato troppo timido, a voler esser generosi di giudizio (e ci si riferisce non solo all’attuale, ma ai molti governi avvicendatisi nella cd. “euro-era”). Ma che pare stentare a rendersi “bisogno condiviso dai più”. In molti cercano ancora rifugio in comode (e sempre più ridotte) rendite di posizione; in molti cedono facilmente al richiamo di ricette politiche salvifiche o di scorciatoie economiche magiche. Non è, si badi bene, questione di politica, ma di responsabilità. Non di partiti o di governo, questo o quello che sia, ma di consapevolezza e di coraggio nell’affrontare le scelte (e i sacrifici che queste impongono) necessarie per provare a risollevare – per chi ancora ci crede, come chi scrive – le sorti del nostro Paese.

di F. Renne - 8 novenbre 2016

Trump e la stampa: e poi si lamentano che nessuno compra più i giornali





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Qualche punto fermo dopo questa giornata storica, che ricorderemo sempre col felice hashtag #SbarackObama.

1. Non è vero che nessuno aveva previsto l’ascesa e il trionfo di Trump, e non lo diciamo per sottolineare che l'Occidentale, invece, non solo l'aveva previsto, ma ha fatto il tifo, fornendo un' informazione senza censure. Non è vero che i giornali e i media e il mainstream sono lontani dalla gente, e per questo non hanno capito che Trump avrebbe vinto. Non è vero, come si legge nel mea culpa de New York Times, che “i media non si sono accorti di quello che accadeva intorno a loro” , come ha scritto il giornalista Jim Rutenberg. Insomma: non è vero che non hanno saputo vedere la realtà, piuttosto non hanno voluto vederla. Chi doveva dare le notizie non ha voluto dare alcuna notizia, ma si è impegnato fin dall’inizio, a testa bassa, in un’azione di pura propaganda, con ogni mezzo, per distruggere quello che intuiva potesse essere un pericoloso avversario per la Clinton e il sistema di potere che lei rappresentava.

2. Lo spiegamento impressionante di forze contro Trump – tutti i giornali, nessuno escluso, tutti i canali TV, e giornalisti, intellettuali, attori, personaggi dello spettacolo, personaggi pubblici in generale, e aggiungiamo Google, Facebook, Twitter -  ha esercitato sulla verità una violenza uniforme, costante e continua. Anche contro tutte le leggi della statistica, per cui almeno qualche testata di media importanza, qua e là, a suo sostegno, avrebbe dovuto esserci. E invece, contro di lui, un muro compatto.

3. Colpa dei sondaggi sbagliati? Vogliamo credere anche a questa sciocchezza? Siccome i sondaggi li sfornano le agenzie che fanno questo per mestiere, e siccome non mi pare che per tutte le altre indagini abbiano mai fatto errori tanto grossolani e ostinati, perché altrimenti avrebbero chiuso da un pezzo, è evidente che quei sondaggi erano un po' "aggiustati". Come la CNN, che faceva a Trump le domande fornite dallo staff della Clinton. Nella migliore delle ipotesi alcune indagini erano costruite per avere risposte di un certo tipo. Lascio a voi immaginare la peggiore, delle ipotesi. Abbiamo assistito a un carosello enorme di menzogne appositamente elaborate e sparse a piene mani, da parte di gente – sondaggisti, economisti, giornalisti, intellettuali, compresi quelli italiani – che mentiva sapendo di mentire. Fino all’ultimo: bastava vedere la notte del voto, in tutti i canali tv italiani, nonostante fin da subito fosse chiaro che alla Clinton non stava andando bene, come quasi tutti si ostinassero a ribadire e commentare la vittoria della Clinton, negando l’evidenza dei numeri che loro stessi stavano comunicando. E anche il racconto della lunghissima campagna elettorale è stato continuamente falsato. E poi si lamentano perché nessuno compra più i giornali!

4. C’è qualcuno che dice che i sondaggi erano sbagliati perché chi votava Trump non lo diceva, per vergogna: in parte è vero, ma allora è ancora peggio. Vuol dire che c’è un clima intimidatorio diffuso, tanto che la gente ha paura di parlare persino sapendo che il sondaggista proteggerà l'anonimato di chi parla.

5. In sintesi, la vittoria travolgente di Trump ha scoperto quello che è un enorme problema dei nostri tempi: la libertà di espressione e di pensiero. Che oggi non c’è, o è a rischio. Stiamo vivendo in un’epoca di impressionante dittatura del pensiero unico, che ha due caratteristiche ben precise: è politically correct e laicista. E dispone di una potenza enorme, mediatica e economica: solo uno che dispone di grandi mezzi propri, come Trump, può farcela.

6. Il che la dice lunga sulla reale rappresentanza popolare di certe lobby agguerrite che imperversano: l’esempio per eccellenza è quella LGBT, che sul politically correct ha fatto la sua fortuna. Una lobby prosperata sull’Obama pensiero – Love is love, ricordate? Ma adesso, Vote is vote. Obama è stato il massimo rappresentante della potenza e della pervasività di questo pensiero unico, e la Clinton ne sarebbe stata la perfetta continuatrice. Per questo motivo quella per Trump è stata una battaglia per la libertà, e la sua vittoria è stata quella della libertà. E la sconfitta della Clinton è stata anche quella di Obama.

7. A proposito di lobby LGBT, faccio sommessamente notare che i politici che inseriscono i matrimoni gay nelle legislazioni, fanno tutti, ma proprio tutti, invariabilmente, la stessa fine: perdono le elezioni. Sempre molto sommessamente, suggerirei che forse questa lobby molto influente non è poi altrettanto numerosa, visto che alle elezioni di voti pare non ne porti granchè. E quindi: God bless America! E, soprattutto, concludiamo fiduciosi: #Renzistaisereno.

di Assuntina Morresi - 10 Novembre 2016

09/11/16

Trump e Putin a Bari: parola di Posca


 


“Solo la vittoria del ‘No’ in Italia e Donald Trump Presidente degli Stati Uniti possono ridare voce agli esclusi da normative europee e globalizzazione selvaggia - afferma senza lasciar spazio a malintesi Massimo Posca (imprenditore e presidente dell’associazione dei “Pugliesi per Trump Presidente”) - Bari è un osservatorio privilegiato, qui per primi abbiamo pagato il prezzo dell’embargo alla Russia, voluto proprio dai sostenitori di Hillary Clinton. E non dimentichiamo certo il bombardamento di Belgrado ordinato da Bill Clinton; a Bari vedevamo passare gli aerei che colpirono la Serbia. Qui la chiesa russa ci sta da seicento anni e non possiamo accettare che per colpa della Clinton si possa dichiarare guerra ad una nazione a noi vicina”.
Nel capoluogo pugliese il gruppo d’appoggio a Trump è il più nutrito d’Italia. “I miei parenti negli Stati uniti votano per Trump - racconta un imprenditore di Torre a Mare (frazione di Bari) - la gente che lavora nelle piccole imprese teme la Clinton perché è amica dei grandi gruppi”.
Insomma, si pensava che la gente comune non avesse percepito chi fossero i suggeritori di Hilary Clinton ma, ultimamente, un po’ per Internet e tanto per certe notizie sfuggite al controllo dei poteri, s’inizia a percepire che dietro la candidata democratica aleggiano i signori del “Nuovo ordine mondiale”. La teoria del complotto riprende forma. Secondo i beninformati un gruppo di potere oligarchico capitanato da Jp Morgan si starebbe adoperando per prendere il controllo finanziario di tutto il Pianeta: un totalitarismo camuffato da falsa democrazia, le cosiddette “democrazie bancariamente protette”. “Non dimentichiamo che il gruppo Jp Morgan sta appoggiando il Sì al referendum italiano - ci rammenta Posca - Fa parte di una strategia che potrebbe portare al pieno totalitarismo, all’ottenimento del dominio sulla Terra da parte dei gruppi finanziari che appoggiano la Clinton”.
E non si tratta certo di fantapolitica. Infatti la legge della Federal Reserve, poi destinata alla regolamentazione della banche, è stata abbozzata per la prima volta nel 1910 da Jp Morgan, dai Rockefeller e dai Rothschild in un’isola della Georgia: è la legge che ha dato alle banche poteri superiori per il controllo dell’economia degli Stati Uniti. Alla stessa legge si sono ispirati i potenti dell’Unione europea per dare mano libera alla Bce ed alle principali banche europee, perché si potessero instaurare “democrazie bancariamente protette” in Spagna, Portogallo, Italia, Grecia e Cipro.
Per il New York Post, “il rilascio di nuove e-mail ha dimostrato il collegamento diretto tra Hillary Clinton e le famiglie Rothschild e Rockefeller. Il rilascio delle e-mail da parte di Wikileaks ha mostrato la Clinton per quello che è in realtà - spiega il tabloid Usa - un membro del sancta sanctorum della famigerata famiglia Rothschild con credo occultista. Il che dona ulteriore credibilità all’idea che i presidenti non siano eletti, ma selezionati da un governo ombra mondiale. Il fatto che sia stata esposta la collusione tra la campagna della Clinton e i media di regime non dovrebbe sorprendere, considerando che lei è la candidata selezionata dai Rothschild”. Il 9 gennaio del 2012, in una e-mail si parla di un incontro che si terrà presso la “storica tenuta di Jacob Rothschild, a Waddesdon”.
Hillary Clinton è così profondamente radicata nella creazione del Nuovo ordine mondiale che, secondo indiscrezioni, parteciperebbe alla festa segreta d’inchino al Moloch: una sorta di cerimonia iniziatica, in cui simboleggerebbe un dio occulto; di fatto è un incontro annuale che i Rothschild appellano “Bohemian Grove”. In una e-mail del 29 agosto del 2008, un membro dello staff governativo scrive a Hillary Clinton, “con le dita incrociate, e una vecchia zampa di coniglio fuori dalla scatola in soffitta, sacrificherò un pollo nel cortile di Moloch: grazie per avermi dato accesso al luogo sacro”.
“Affidereste mai il mondo a questa gente”, chiosa ridendo Massimo Posca. Intanto i pugliesi lavorano a festeggiare Trump presidente a Bari, dove vorrebbero avvenisse l’incontro con Vladimir Putin, e con la benedizione di San Nicola. Sorge il dubbio che Bari si stia candidando al premio Nobel per la pace, fosse mai.

di Ruggiero Capone - 08 novembre 2016

Trump vi stupirà ancora: e se fosse un grande presidente?


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Molti di voi in queste ore mi scrivono per complimentarsi per le analisi sulle elezioni americane, soprattutto per il fatto che il sottoscritto è stato uno dei pochissimi – a volte l’unico – a segnalare la rimonta di Trump e a non credere fino all’ultimo alla vittoria di Hillary.
Vi ringrazio, ho fatto semplicemente il mio dovere di giornalista e di osservatore di una realtà che conosco molto bene, quella americana.
A caldo a questa mattina ho pubblicato due brevi video in cui commento il risultato delle elezioni. In questo spiego perché il risultato  non è sorpresa, e in quest’altro  inizio a chiedermi che presidente sarà Trump.
Ancora una volta vado controcorrente: non mi unisco al coro dei pessimisti. Otto anni fa tutti si esaltavano per Obama e sappiamo com’è andata a finire, oggi tutti temono un’America irresponsabile ed estremista.
Ascoltate il discorso della vittoria: è già un altro Trump. Un Trump che abbandona i toni accesi e cerca il consenso, la moderazione, invita all’unità. Io ho l’impressione che sarà un presidente molto pragmatico, sia in politica estera sia riguardo le fra di scelte economiche.
Fuori di metafora: la politica aggressiva e irresponsabile dei neoconservatori, e condivisa al 100% da Hillary, è stata disastrosa e rischiava di portarci a uno scontro frontale con la Russia di Putin. Trump ha già annunciato un cambiamento di rotta che è positivo , innanzitutto per noi europei che abbiamo bisogno di andare d’accordo con Mosca.
Ma anche in economia può riservare molte sorprese. E’ chiaro che le dinamiche innescate dalla globalizzazione vanno in qualche maniera corrette perché stanno portando all’impoverimento della classe media dei Paesi occidentali, generando disperazione e sfiducia. Occorre ristabilire un patto sociale tra le élite e il popolo, occorre dar prova di intraprendenza e di vero riformismo economico.
Trump ha l’occasione di dimostrare che i pregiudizi  nei suoi confronti sono ingiusti – o perlomeno per il momento prematuri – come lo furono nei confronti di Ronald Reagan, che per anni fu descritto come un attore fallito e un cow-boy da strapazzo. Io dico: aspettiamo prima di giudicarlo. Potrebbe sorprenderci molto positivamente.

di Mrcello Foa - 9 novembre 2016
fonte:http://blog.ilgiornale.it/foa/2016/11/09/trump-vi-stupira-ancora-e-se-fosse-un-grande-presidente/ 

07/11/16

Marina di #ardea cambierà look: richiesti oltre 1milione e 600mila euro per “waterfront”

Orakian: "Quello approvato dalla giunta è un progetto organico capace di affrontare tutte le principali criticità del lungomare"


E’ con una richiesta di finanziamento per 1.650.000 euro che il Comune di Ardea vuole cambiare il “look” della sua marina. Come? Con videosorveglianza, una pista ciclabile, accessi al mare con palchi e zone pedonali e persino un’area di seduta fatta a rete di corda. Il progetto è contenuto in una proposta approvata dalla giunta comunale e inoltrata alla Regione Lazio nell’ambito delle proposte per il piano di intervento straordinario per la valorizzazione del lungomare regionale. L’intervento coinvolge un’area di 2.200 metri del lungomare degli ardeatini, da via Firenze a via Belluno. Alcuni dei lavori portanti sono la realizzazione di una pista ciclabile adiacente all’attuale marciapiede e la totale modifica di alcuni degli accessi al mare.
Ognuno di loro avrà una particolare destinazione proprio per fare in modo che l’accesso alla spiaggia sia il più possibile fruibile. Uno di questi accessi è destinato ad essere un piccolo palco per eventi con una discesa a gradoni. Un altro elemento di novità è anche una scalinata con discesa in rete di corda che c’è da aspettarsi come possa diventare una attrattiva soprattutto per i più giovani. Il progetto prevede anche il rifacimento dei parcheggi del lungomare tra cui quello di un’area dedicata alla sosta – di 118 metri quadrati – all’altezza del civico 103 di lungomare degli ardeatini. Inoltre, per far rallentare le auto, verranno realizzati 15 attraversamenti pedonali con dossi artificiali colorati.
“Quello approvato dalla giunta è un progetto organico capace di affrontare tutte le principali criticità del lungomare e di Marina di Ardea nel suo complesso – ha spiegato l’assessore ai Lavori Pubblici, Massimiliano Orakian – Così, puntiamo sull’attrattività turistica e alla maggior vivibilità del territorio. Saranno presenti anche una rete wifi, alcuni punti per il bike sharing e una colonnina con un defibrillatore. Confidiamo ora nella Regione Lazio e nella sua possibilità di accettare il progetto che per Ardea è un segnale importante: da qui può passare un nuovo percorso per il suo rilancio”.

“Grazie a questo progetto diamo una risposta a Marina di Ardea – ha spiegato il sindaco di Ardea Luca Di Fiori – Affrontiamo, oltre all’emergenza sicurezza con le videocamere, anche una serie di questioni sociali per aumentarne la vivibilità. E’ progetto innovativo ed ecosostenibile che trasformerà, modernizzerà, metterà in sicurezza l’intera area. Ciò andrà a inserirsi all’opera, già in parte realizzata, per il tratto a sud del lungomare degli ardeatini nell’area di Castrum Inuii. Rientra tutto ciò nella programmazione e nello sviluppo che da sempre vogliamo dare al nostro litorale, al turismo e alle nostre aree archeologiche”.

di Redazione - 02 novembre 2016
fonte: http://www.ilfaroonline.it 
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Bene .. Bello !!! ..  ma non viene minimamente sfiorato il più grande problema di quell'area, un complesso edilizio, innominabile (giusto per adeguarsi), causa di ogni tipo di degrado elevato alla massima potenza ... da quello urbano a quello igienico sanitario passando per una serie di "cosucce" attinenti l'ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini.
Problema che, se non definitivamente risolto,  mai consentirà di garantire in quell'area attrattiva turistica, sicurezza e vivibilità.

06/11/16

Noi, la crisi, l’euro. Una strada senza uscita


L’inesorabile declino dell’Italia spiegato in termini semplici da uno che aveva visto il declino arrivare. La lezione dell’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio




Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
La gente che non trova lavoro. Le banche piene di “sofferenze”. Le imprese che restano senza soldi. La meglio gioventù che scappa all’estero a cercar fortuna. In una situazione del genere, per l’italiano moderatamente informato, ovvero moderatamente ignorante, soprattutto di economia, è difficile capire perché il governo sia costretto ad attorcigliarsi per settimane in una rissa con i controllori europei a causa di uno zerovirgolauno per cento di deficit/Pil inserito nella manovra. O perché siamo tenuti a strangolare il nostro caro, celebratissimo accenno di microscopica ripresa per onorare oscuri parametri stabiliti chissà come in un ufficio di Bruxelles. Un buon appiglio può offrirlo un libricino stampato proprio in questi giorni in Trentino. Si tratta del testo integrale della lectio magistralis tenuta l’anno scorso dall’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio a Trento nell’ambito di una serie di eventi in occasione del centenario della Grande Guerra. Un quadro dell’economia europea e italiana dipinto con tratti chiari anche ai profani della materia, sebbene non proprio tranquillizzanti. Sono cose che quelli del mestiere hanno sotto gli occhi da anni, ma Fazio ha il merito di districarle in maniera comprensibile a tutti.
La lezione dell’11 settembre 2015 a Trento è stata per Fazio la prima uscita pubblica dopo le vicende che undici anni fa portarono alle sue sofferte dimissioni da re del credito italiano. Nel frattempo molto dell’onore perduto gli è stato restituito, anche perché i campioni della finanza internazionale che aveva osato sfidare nel nome dell’“italianità delle banche” si sono rivelati dei colossali fallimenti. Ma se Fazio ha deciso di rompere il silenzio non è per prendersi una rivincita sul bel mondo che lo aveva ribattezzato con disprezzo “lo stregone di Alvito”. Piuttosto sembra davvero preoccupato per il costante declino dell’Italia e per la sua incapacità di ripigliarsi. L’estate scorsa ha tenuto una conferenza sugli stessi temi anche nella capitale. Chi lo ascolta parlare in questi mesi se ne torna a casa con la sensazione che siamo in un vicolo cieco.
Ci sono un paio di grafici che tormentano i pensieri di Fazio. Li ha mostrati a Trento e a Roma. Li esibisce ogni volta che qualcuno si rivolge a lui per capire in che acque stiamo annaspando. Il primo è nel Bollettino economico della Banca d’Italia e rappresenta l’evoluzione del prodotto interno lordo dell’area dell’euro e dei suoi principali paesi dal 2007, l’anno in cui il mondo è precipitato nella Grande Recessione. Fatto 100 il valore dell’indice per ciascun paese nel 2007, in nove anni l’area euro è passata da 100 a 102 circa, la Francia da 100 a 105, la Germania da 100 a 108. L’Italia è crollata da 100 a 92.
Il secondo grafico è analogo, ma è prodotto dai consiglieri economici della Casa Bianca. Fazio lo ha spulciato dall’Economic Report of the President, che si fa spedire ogni anno dall’America. In questo caso si fa 100 dal 2008. Dunque: in otto anni l’economia degli Stati Uniti è cresciuta a 111 circa; il Regno Unito, che sta fuori dall’euro, è arrivato a 107; la Germania ha fatto poco peggio (106 circa). L’Italia è raggruppata nei famigerati paesi Piigs con Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, che hanno fatto pena: da 100 sono scesi a 93. Quanto all’area euro, tolti Germania e Piigs, è poco oltre il galleggiamento. 

L’urgenza di investire
È chiaro che c’è un problema dell’euro. Un malanno «grave» che Fazio nella sua lezione scompone in due: un problema dell’area in generale, e uno che riguarda in particolare l’Italia e gli altri paesi deboli. E qual è il guaio dell’area dell’euro? Per arrivare alla diagnosi corretta, Fazio parte dai sintomi principali, che sono tre. Il primo sintomo, assolutamente allarmante, è la disoccupazione, il cui tasso in Italia, per esempio, è oggi tra l’11 e il 12 per cento (il complessivo dell’eurozona è intorno al 10), e questo senza contare la schiera dei Neet che non studiano, non lavorano e nemmeno ci provano. Siamo molto oltre il 4 per cento che indica il pieno impiego, cioè una società in salute. Attenzione perché la disoccupazione è «la principale fonte di disuguaglianza sociale e di ancora non completamente espresse conseguenze politiche», ammonisce Fazio.
Secondo sintomo: la deflazione di fatto. La stabilità della moneta, obiettivo principe della Bce, è raggiunta quando l’inflazione è intorno al 2 per cento all’anno, valore che rappresenta l’aumento “normale” dei prezzi dei beni di consumo dovuto a miglioramento della qualità, innovazione eccetera. Attualmente l’inflazione dell’area dell’euro sta tra 0 e 0,5 per cento. Significa che i prezzi calano. È facile intuire perché per Fazio anche questo sia «estremamente grave».
Terzo, nella bilancia dei pagamenti, che è la differenza tra quanto si esporta e quanto si importa, «l’area dell’euro ha un surplus, nei confronti del mondo esterno del 3 per cento del suo Pil», spiega Fazio. Quest’anno, mal contati, saranno 400 miliardi di dollari. In sostanza vuol dire che quel che si produce in Europa ha molti più compratori all’estero che in patria.
Ricapitolando: forte surplus commerciale, deflazione strisciante dei prezzi, alta disoccupazione. Per Fazio la diagnosi è semplice: l’area euro è chiaramente afflitta da carenza di domanda. Di per sé sarebbe semplice anche la terapia, quanto meno agli occhi di un keynesiano come lui: per stimolare la domanda, bisogna restituire alle persone la capacità di domandare. Investire per dare lavoro, aumentare i redditi, creare capacità di spesa. In proposito Fazio effettua un ripescaggio sorprendente: «L’ex ministro greco delle Finanze Varoufakis, che è stato tanto criticato, aveva capito le cose molto meglio degli altri». Proponeva il Varoufakis approvato da Fazio: se invece di puntare su misure finanziarie dalla portata inevitabilmente limitata (il Quantitative Easing, che pure Fazio apprezza), «i 300 miliardi all’anno fossero stati impegnati in progetti di investimento scelti dalla Banca europea degli investimenti e i relativi titoli acquistati dalla banche centrali nazionali, avremmo un immediato, notevole sollievo della situazione economica».

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Un surplus che fa danni
Secondo Fazio «il piano che aveva ideato Juncker di investimenti per 300 miliardi l’anno era la soluzione giusta». Peccato che sia stata la stessa Commissione a sgonfiarlo, ritenendo di non avere a disposizione abbastanza «denaro fresco». Fazio non lo dice, ma sembra pensare a questo quando se la prende con un certo modo di «ragionare da contabili, non tenendo conto delle più elementari nozioni di macroeconomia». «Non bisogna ragionare, come si fa in Europa, come se i soldi fossero già in cassa», ha detto a Trento. «In un’economia dove c’è disoccupazione, il risparmio lo formano gli investimenti. Effettuando gli investimenti aumenta il reddito e si forma il nuovo necessario risparmio». Di nuovo, il problema è lampante e la soluzione sarebbe semplice. «L’area dell’euro soffre problemi gravi di disoccupazione. La domanda globale è insufficiente. I riflessi sociali sono evidenti, seguiranno purtroppo riflessi anche politici. I surplus della bilancia dei pagamenti di alcuni paesi dovrebbero essere impiegati in investimenti reali, non finanziari, in patria o in altri paesi dell’area».
A fare pendere la bilancia commerciale dell’area euro dalla parte delle esportazioni, notoriamente, è (con l’Olanda) quasi solo la Germania. Grazie alle sue invidiabili doti manifatturiere, ma anche grazie a noi. «Il fatto più straordinario è che la Germania, proprio per l’aumento di competitività che inizia nel 2000, ha un surplus come quello della Cina». Un successo «dovuto al fatto che ha un’industria particolarmente efficiente. Ma gode grazie all’euro di un cambio favorevole in quanto altri paesi, tra i quali l’Italia, la Spagna, la Grecia, anche la Francia, di fatto abbassano il valore del cambio. Un paese che ha un surplus della bilancia dei pagamenti dovrebbe reinvestirlo in spesa reale o prestarlo ad altri paesi che hanno un deficit, altrimenti crea deflazione nel sistema di cui è parte».
Invece, a fare i conti con il nostro deficit dobbiamo pensarci da soli (tasse e austerity) mentre in Germania si ammucchiano soldi in cassaforte (con i casi Deutsche Bank, per altro) e si fanno grandi spese in giro per il mondo (vedi, per dire, l’acquisto di Monsanto da parte di Bayer: quasi 60 miliardi di euro).
Naturalmente non è “tutta colpa della Germania”. Come detto, nel problema dell’euro c’è una componente che riguarda i Piigs e l’Italia. Si chiama gap di competitività. Per spiegarlo Fazio usa il costo del lavoro per unità di prodotto (Clup). Il numerino che – si intuisce facilmente – bisogna abbassare per battere la concorrenza. «Il Clup aumenta in Italia tra 2000 e 2003 del 9,9 per cento; in Germania dell’1,7, in Francia dell’1,5. Sapete che Germania e Francia sono i nostri maggiori partner e competitori sul mercato internazionale dei prodotti industriali. In tre anni abbiamo perso 8 punti di competitività. (…) La produzione industriale in Italia tra il 2000 e il 2004 scende del 2,8 per cento, in Germania sale del 3, in Francia del 2; nell’Europa dei 12 cresce del 3». L’ex governatore della Banca d’Italia è uno a cui piace prendere i dati ufficiali e rifarsi i calcoli in proprio. La lezione di Trento è piena di cifre che mostrano come nel corso degli anni dell’euro l’Italia abbia perso in competitività nei confronti della Germania molti punti percentuali. Decine di punti. 

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Nascita di un dogma
Costo del lavoro alto, moneta forte: le imprese entrano in crisi e cominciano a chiudere o a fallire, la gente perde il lavoro, calano i consumi, le banche vanno in sofferenza e riducono il credito. Ecco la recessione. È il nostro ritratto attuale. Fazio lo aveva visto delinearsi vent’anni fa, nel 1997. Nella lectio ricorda che all’epoca, convocato dal Parlamento per spiegare la sua esitazione rispetto al tanto atteso ingresso dell’Italia nell’euro, aveva detto: «Sentite, noi entriamo, ma il problema è come restare nell’euro. Quando si perde la manovra del cambio, si dovrebbe riacquistare una flessibilità del costo del lavoro e della finanza pubblica che ci permetta di rimanere competitivi».
Si sperava che sarebbe bastato rinchiudere l’Italia in un ambiente “severo” per costringerla a razionalizzare l’economia, contenere i salari e potenziare la produzione, ma la precedente esperienza dello Sme (Sistema monetario europeo) aveva già frustrato simili auspici. Gli operai italiani, insomma, pretendevano le paghe dei colleghi della Volkswagen, ma senza saper fare le Volkswagen. Perciò, aveva detto Fazio in Parlamento, entrando nell’euro avremo una moneta stabile ma non ci saranno le riforme “obbligate”, piuttosto «avremo una sorta di bradisismo. Sapete cos’è il bradisismo? È il terreno che si abbassa sotto il livello del mare gradualmente, come avviene a Pozzuoli. Ogni anno perderemo qualcosa in termini di crescita rispetto agli altri paesi». È il fenomeno perfettamente raffigurato dai grafici di cui sopra.
E adesso? Senza poter svalutare la moneta, come può l’Italia rimontare sulla supercompetitiva Germania? O si massacrano i salari, ma i punti da recuperare sono decine (benvenuta Grecia), oppure «si debbono fare le riforme», e certo «non sarà la riforma del Senato a ridurre il costo del lavoro, punctum dolens dell’Italia per uscire da questo stallo». Quando dice riforme Fazio intende svolte vere, dettate dalla coscienza della gravità della situazione. «Avremmo, per esempio, da imparare dalla Germania circa la partecipazione dei sindacati nell’indirizzo e gestione delle imprese». A governare l’economia, ricorda l’ex governatore, dovrebbe essere la legge del mercato ma anche la sympathy di Adam Smith, «l’amicizia civile che è unità d’intenti (…). Non si può vivere di sola concorrenza e tanto meno di lotta di classe». E chi ha orecchie per intendere intenda.
Un’altra cosa che Fazio tiene a sottolineare è che davvero «historia magistra vitae». Chi lo ha sentito parlare ultimamente, lo ha ascoltato ripetere instancabilmente la storia del marco tedesco. Indispensabile da un lato per comprendere le ragioni dell’ossessione della Germania per la stabilità della moneta, il dogma dell’Europa a trazione teutonica che sta contribuendo ad affondare l’Italia. Ma assai utile anche per segnalare che una piaga come la disoccupazione dovrebbe essere la priorità numero uno di tutti i governi, dal momento che queste cose hanno «conseguenze politiche», appunto. In questi anni di tensioni con la Germania, proprio per spiegare le ragioni della rigidità monetaria di Berlino, si rievocano spesso le scene sconvolgenti della Grande Inflazione nella Repubblica di Weimar, conseguenza della sconfitta del paese nella Prima Guerra mondiale e delle assurdamente esose riparazioni imposte dai vincitori.
«Si raccontano gli aneddoti, sono veri, degli avventori che si sedevano al bar per prendere il caffè; quando si alzavano il prezzo era raddoppiato». E poi i lavoratori che andavano «a riscuotere gli stipendi con le carriole», il pane a 428 miliardi di marchi al chilo, le banconote da 100 mila miliardi… Meno frequente imbattersi in racconti chiari quanto quello di Fazio a riguardo della successiva reazione della Germania. Dopo la creazione, nel 1924, del nuovo marco da mille miliardi del vecchio conio, «la politica economica tedesca si è ispirata al concetto che (…) bisognava mantenere stabile la moneta a qualunque costo, anche a prezzo di ripercussioni temporaneamente dannose per l’economia», ricostruisce l’ex governatore. È la psicologia che guida la Germania (e l’Europa) ancora oggi: «Quando sentite il ministro Schäuble…». 

Bruxelles vs Keynes
Ma la lezione di storia non è finita. La politica ossessivamente deflazionistica della Germania, continua Fazio, «si prolunga nel corso di tutti gli anni Venti». Così, nel 1929, agli effetti della Grande Crisi, «si aggiunge la deflazione in Germania. (…) Si comincia a parlare di politiche di tipo keynesiano, di effettuazione di lavori pubblici per far fronte alla disoccupazione, enormemente aumentata. Non se ne fa nulla per timore dell’inflazione. Si insiste nella deflazione». Ed è un disastro: «Nel 1932 si parla in Germania di quasi sei milioni di disoccupati, erano soltanto ottocentomila nel 1928». Cosa sia successo in seguito è abbastanza noto, a proposito di «conseguenze politiche».
Il 20 ottobre «l’influente viceministro tedesco delle Finanze Jens Spahn» si è vantato con Repubblica perché oggi «la Germania è prospera come non mai» e ha detto che l’Italia deve smetterla di lamentarsi del rigore e di chiedere investimenti: «Noi, in Germania, vogliamo riuscire a fare entrambe le cose. Un bilancio in ordine e investimenti per il futuro. Non sono cose in contraddizione tra di loro». Vero. Ma è vero anche, nota Fazio nella lezione, che «nel 2007 il rapporto tra debito pubblico e Pil era nel nostro paese pari a 103, è arrivato a 137 a seguito delle politiche di aumento dell’imposizione fiscale suggerite dalla Commissione europea. O è sbagliata la diagnosi o è sbagliata la medicina, ma se è sbagliata la diagnosi, la cura è sicuramente controproducente».
Per una economia sciancata come la nostra secondo l’ex governatore non c’è alternativa. «L’unico modo di ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil è stimolare la crescita dell’economia». Altrimenti resteremo intrappolati nel vicolo cieco di una decrescita molto infelice.
Come aprirsi finalmente un varco? Fazio conosce bene le tortuosità della politica nazionale ed europea e non vuole offrire soluzioni prêt-à-porter. Ma mentre a Bruxelles si preparano a scatenare un inferno sull’Italia per uno 0,1 per cento di deficit in più infilato di rapina nella manovra, Fazio, da buon keynesiano, non riesce a smettere di pensare ai suoi grafici, e al fatto che dopo la crisi del 2007 gli Stati Uniti hanno pompato nell’economia 3.200 miliardi di dollari, ovvero più del 20 per cento del Pil, come ha ricordato a Roma. In pratica «sono rientrati tutti: il Pil è cresciuto dell’11 per cento».
Foto Ansa

novembre 2, 2016 Pietro Piccinini