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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

10/01/15

SICUREZZA - Le forze dell’ordine tagliate a fette: ecco cosa vuole il governo Renzi




Le forze dell’ordine tagliate a fette: ecco cosa vuole il governo Renzi

Diciottomila uomini nella sola Polizia, quarantamila in tutte le Forze dell’Ordine, 251 presidii pronti ad essere chiusi: sono i numeri, pesantissimi, della cura dimagrante di Renzi, una cura dimagrante inammissibile nel momento in cui tutte le statistiche dimostrano che le città, grandi o piccole che siano, sono preda di violenze e aggressioni. Ma di questo il governo di centrosinistra non tiene conto, l’importante è risparmiare e magari spendere da qualche altra parte, dove la propaganda è più facile. A beneficio delle cooperative amiche.

La denuncia dei responsabili in divisa

Le grandi città, come Milano, Bologna e Trento, hanno fatto registrare anche nel 2014 un aumento significativo dei reati: le denunce per scippi ed estorsioni sono cresciute a Milano rispettivamente, del 16,7% e del 9,1%, mentre a Bologna nel secondo semestre 2014 le rapine hanno subito un incremento del 10%. A Trento +15% per i furti. Non va meglio nelle piccole realtà, basti pensare che ad Arezzo lo scorso anno c’è stata una rapina ogni 4 giorni mentre a Cuneo le rapine sono aumentate del 42%. Incremento furti anche a Siracusa con un + 7%. A fare il quadro della situazione è Gianni Tonelli, segretario generale del Sap, che cita cifre elaborate dall’ufficio studi del sindacato sulla base di dati ufficiali del Viminale e delle Forze dell’Ordine.

Ma c’è chi fa finta di non accorgersene

«Si tratta di dati che devono far riflettere – dice Tonelli – e che devono soprattutto far comprendere a chi ha responsabilità politiche e di governo che così non possiamo andare avanti. Purtroppo anche l’ultima legge di stabilità massacra donne e uomini in divisa con tagli pesanti che incidono su organici, mezzi e strutture, senza contare l’ormai prossima chiusura di 251 presidii di polizia. I tagli agli organici, in particolare, si riflettono soprattutto nei settori operativi: l’assenza di 18.000 operatori nella sola Polizia di Stato e di 40.000 uomini in tutte le Forze dell’Ordine debilita fortemente il potere di prevenzione e quello di repressione dell’apparato della sicurezza». Con simili premesse nessuno si potrà stupire se poi alla fine le città saranno meno sicure e i cittadini si sentiranno sempre di più alla mercee dei delinquenti.

09/01/15

Corrotti e corruttori, ecco perché la fanno franca


claudio_curreli

Negli altri ordinamenti europei di civil law (quelli di common law non conoscono l’istituto della prescrizione) vigono regole profondamente diverse dall’Italia. In Francia qualsiasi atto di istruzione o di accusa interrompe la prescrizione e il reato si estingue dopo che siano trascorsi 10 anni dal compimento dell’ultimo atto interruttivo. In Spagna la prescrizione si interrompe quando il procedimento penale è “diretto” nei confronti del colpevole e il termine viene congelato durante tutta la durata del processo e fino ad una sentenza di condanna. In Germania, esistono 12 atti tipici con funzione interruttiva della prescrizione, e questa, dopo ogni atto interruttivo, comincia decorrere ex novo con un termine massimo rappresentato dal doppio dei termini di prescrizione ordinari. Tuttavia se viene pronunciata una sentenza di primo grado prima della scadenza del termine di prescrizione ordinario o prorogato, il termine resta sospeso sino alla definizione del processo “con forza di giudicato”.
Dunque altre soluzioni sono possibili, e in Italia l’interruzione definitiva della prescrizione con l’esercizio dell’azione penale (o con la sentenza di primo grado) o l’esclusione dal computo della prescrizione dei tempi e termini che prima ricordavo, o, comunque, l’introduzione di un “modello europeo” di interruzione della prescrizione, avrebbe, a mio modesto avviso, almeno sei importanti effetti positivi.
Primo, eviterebbe scelte processuali difensive – compresa la mancata opzione per i riti alternativi – meramente dilatorie, con conseguente snellimento dei tempi processuali del primo grado; poi eviterebbe impugnazioni finalizzate ad ottenere la prescrizione del reato, con conseguente diminuzione del carico dei procedimenti pendenti in appello ed in cassazione; consentirebbe il recupero di risorse umane (parlo di magistrati) per una più rapida definizione dei procedimenti penali e per far fronte al crescente numero delle cause civili; ridurrebbe in modo drastico il numero delle prescrizioni normalmente dichiarate (attualmente circa 150.000 all’anno); restituirebbe al nostro Paese un impianto processuale finalizzato al rispetto dei principi della efficienza e della ragionevole durata del processo; renderebbe la nostra disciplina del tutto coerente con fonti sovranazionali di origine pattizia, recentemente recepite dallo Stato italiano.
Ci si riferisce, in particolare, alla Convenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite contro la corruzione, adottata dall’Assemblea generale dell’ONU il 31 ottobre 2003 con risoluzione n. 58/4, firmata dallo Stato italiano il 9 dicembre 2003 e ratificata dall’Italia con la L. 3 agosto 2009. La Convenzione, infatti, raccomanda il rafforzamento, da parte degli Stati firmatari, delle misure sostanziali e processuali volte a prevenire e combattere la corruzione in modo sempre più efficace. Ma ci si riferisce anche al rapporto redatto dal Gruppo di Stati contro la corruzione che agisce nell’ambito del Consiglio d’Europa (Greco), che ha recentemente valutato le politiche anticorruzione poste in essere dall’Italia. Il rapporto adottato il 2 luglio 2009 si sofferma sul dato relativo alla eccessiva durata dei processi, sottolineando il fatto che in Italia i processi per corruzione sovente non arrivano ad una decisione di merito, in considerazione del maturare del termine di prescrizione del reato, prima di una pronuncia definitiva. Nel Rapporto si osserva che detta evenienza scardina l’efficienza e la credibilità del diritto penale, poiché in tali casi, pur in presenza di un forte quadro probatorio, il giudice deve pronunciare il non luogo a procedere per estinzione del reato. Ed il predetto rapporto si conclude con una raccomandazione all’Italia, ove si auspica l’individuazione di soluzioni che consentano di addivenire ad una pronuncia di merito, in un tempo ragionevole.

Claudio Curreli - 9 gennaio 2015
Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pistoia

fonte: http://www.interris.it

L'insostenibile tracotanza dell'Islam



Prendo spunto dalla terribile strage avvenuta ieri a Parigi, presso la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, in cui sono morti dodici persone innocenti per mano di due terroristi islamici, per esprimere uno stato d’animo che immagino condivisibile dalla maggioranza degli italiani. Adesso basta! È il momento di alzare la voce e gridare basta all’insostenibile tracotanza dell’Islam, alla follia di un terrorismo che viene biasimato a parole dalle nazioni di confessione musulmana, ma è foraggiato, incoraggiato, giustificato nei fatti. Un terrorismo che la signora Boldrini si è subito affrettata a ridimensionare, sostenendo che l’Islam è un’altra cosa, che non dobbiamo fare di tutta l’erba un fascio. Ma in che mondo vive? Dalla strage dell’11 settembre 2001 in poi, il mondo islamico non ha fatto altro che soffiare sul fuoco, alimentando l’odio, esacerbando i sentimenti. Avendo vissuto per tre mesi in Afghanistan, a stretto contatto con la popolazione locale, ho capito che non esiste un Islam buono e uno cattivo. Esiste solo un Islam assetato di conquista, che invidia e insieme odia l’Occidente e sogna di distruggere la nostra civiltà. Ci sono tante brave persone di fede musulmana, sia chiaro, ma sono impotenti o indifferenti. Sono le prime vittime dei carnefici di un dio della guerra che non può esistere.
Allah akbar! I seminatori dell’odio insegnano ai bambini, nelle madrase e nelle moschee che il buon muslim non deve limitarsi ai suoi doveri religiosi, a osservare i cinque pilastri della fede (professione di fede, preghiera rituale, elemosina, pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita e digiuno nel Ramadan) ma deve imporre la shari’a agli infedeli, piegarli all’obbedienza verso Allah. È il Profeta a ricordarlo. Io l’ho letto, il Corano. È un libro interessante ma trasuda odio, iniquità e menzogne. Ho anche letto e studiato la vita di Maometto. C’è stato un tempo in cui lo si considerava un impostore e un turpe profittatore, tant’è che Dante lo fece marcire nell’Inferno. In lui convissero la mentalità del mistico e quella dell’abile e astuto uomo d’affari. Fu un capo politico energico e spesso impietoso, un guerriero amante della spada e della razzia, un uomo legato agli appetiti e ai sensi e un astuto opportunista, non solo un riformatore religioso. La moderna ricerca ha stemperato la critica negativa nei suoi confronti e ha messo in luce la sua fondamentale sincerità e la veridicità della sua ispirazione religiosa. Ma certamente, egli agì assecondando il principio del “Cicero pro domo sua”, aggiungendo sovente nuove e provvidenziali “rivelazioni” divine (piovute dal cielo ad hoc) al fine di legittimare il proprio operato. Probabilmente era affetto da isteria. Questa è la verità storica, piaccia o no a chi mi legge. Affermarla è un rischio che voglio correre. Tanto, di rischi ne corriamo ogni giorno in un mondo alla deriva, in un Paese – l’Italia – dove la prepotenza dei musulmani attecchisce e ci disorienta, le loro pretese trovano sempre un politico coglione, un giudice idiota e un intellettuale di merda che se ne fa carico. Com’è possibile sostenere l’integrazione se chi deve integrarsi non intende rispettare le nostre tradizioni, le nostre leggi, la nostra civiltà, e vuole imporci il ritorno al Medio Evo? Spiegatemelo, per favore.
È il momento di avere coraggio, di dire le cose chiaramente, infischiandosene del politically correct, di essere accusati di razzismo, tacciati del titolo di islamofobici o, peggio ancora, di fare la fine di chi la mette sul ridere. Dell’Islam dobbiamo diffidare, per quanto non sia tutto da buttare. Perché l’Islam è un altro pianeta, rispetto al nostro. Un pianeta senza acqua né ossigeno. L’Islam è incompatibile con la civiltà giudaico-cristiana, con la democrazia e la libertà, con i diritti della donna. L’islam non ha mai rinunciato né mai rinuncerà alla propria vocazione beduina, fondata sulla sottomissione. Non parlatemi più di tolleranza, dialogo e accoglienza. Non in queste ore tragiche. Puoi metterti in casa un pitone gigante, offrirgli i topi vivi e il latte ma poi non meravigliarti se mentre dormi ti inghiotte. È quello che sta accadendo e accadrà sempre più in Europa. Gli orrori degli ultimi anni – dagli attentati nelle metropolitane al raid punitivo di ieri, dalle recenti scelleratezze dell’Isis agli attacchi alle chiese e lo sterminio dei cristiani – sono i tasselli di una strategia che è chiara, le tessere di un mosaico orribile. I subumani che in nome di Allah e della Jijhad uccidono, violentano e distruggono tutto ciò che secondo loro non è conforme alla visione di una società teista, agli antipodi del concetto di stato laico, sono solo la punta dell’iceberg. Sulla terra vivono un 1,5 miliardi di musulmani. È vero, signora Boldrini, fortunatamente non tutti hanno la voglia o la capacità di farci la guerra, ma quelli che la fanno, la preparano o semplicemente la sognano aumentano di giorno in giorno e si nutrono della nostra pusillanimità e ingenuità, della viltà di chi dovrebbe tutelarci, della stupidità di chi ci governa senza averne i meriti e la capacità.
Personalmente, amando la storia e la geopolitica, ma essendo anche un conoscitore della civiltà araba e del contributo che essa ha dato alla civiltà, non ho mai guardato il mondo islamico dall’alto verso il basso, né considerato chi professa una fede diversa dalla mia un nemico. Il fatto è che nel terzo millennio, la tensione è cresciuta di pari passo con l’odio e l’intolleranza e oggi diffido dei musulmani. Mi sforzo di non essere generalista né passionale, tuttavia comincio a sentire un forte prurito nelle mani oltre che nell’emisfero sinistro del cervello. Ho l’impressione che abbiamo concesso troppo, che essere cristiani e democratici ci abbia fregato. Oggi mi rendo conto di quanto fossero profetiche le parole di Oriana Fallaci e condivido l’allarmismo di Magdi Allam. Di quest’ultimo, voglio ricordare una frase che induce a riflettere. “Mentre gli islamici che uccidono gli infedeli sono legittimati da ciò che ha ordinato loro Allah nel Corano e da quanto ha fatto Maometto, i cristiani che uccidono per qualsivoglia ragione lo fanno in flagrante contrasto con ciò che è scritto nei Vangeli”. Questo è il punto. Gesù ci ha insegnato a non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Per Maometto, gli altri, cioè i non credenti, sono un ostacolo da rimuovere. Che fiducia puoi dare a chi considera la propria follia lecita, in linea con i precetti religiosi? Anche l’orrore trova giustificazione. Osama bin Laden distingueva fra il terrore buono e quello cattivo. “Quello che pratichiamo noi è terrore buono” disse, come riportò un articolo de La Repubblica due mesi dopo l’attacco alle Torri gemelle. In questo momento, scossi dal macello di Parigi, siamo tutti francesi. Come eravamo tutti newyorchesi dopo l’11 settembre 2001. Ma non basta indignarsi. Dobbiamo ribellarci, vigilare, reagire. Ognuno, nel proprio piccolo, deve vincere l’inedia, evitare la trappola del relativismo, rifiutare il buonismo e il pietismo. Dobbiamo tirare fuori gli attributi se vogliamo evitare che in futuro i nostri nipoti vivano in un Paese islamizzato. Dobbiamo riscoprire la fierezza dei nostri padri e rimandare a casa chi ci odia e rappresenta una minaccia per la nostra sicurezza. Ospitali e tolleranti (fino a un certo punto) coi nostri fratelli musulmani SI', cagasotto e permissivi NO. E comunque, c’è un solo modo per fare abbassare le arie ai tracotanti: il bastone.

Giuseppe Bresciani - giovedì 8 gennaio 2015

fonte: http://www.giuseppebresciani.com

 

#Marò in India: La Nia sfida l'ONU, l'UE e lo Stato Italiano.



Il quotidiano The Economic Times ripropone oggi la tesi della Nia secondo cui i due Fucilieri di Marina spararono  premeditatamente contro il peschereccio St.Antony, uccidendo due pescatori.
L'Agenzia di investigazioni (Nia) sostiene di avere le prove che i Fucilieri utilizzarono una forza letale senza provocazione alcuna e che essi non avevano ragioni per ritenere che l'unita' che si stava avvicinando a loro avesse pirati a bordo.Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno commesso un omicidio indiscutibile. Hanno sparato contro un peschereccio senza alcuna provocazione e senza alcuna reale indicazione che si trattasse di una unita' di pirati (https://www.facebook.com/ansa.newdelhi?fref=photo).
Fotografia elaborata da Claudio Alibrandi
E' ormai dai tempi dell'inviato speciale del Ministero degli Esteri, il Sottosegretario Staffan De Mistura, che l'Agenzia Antiterrorismo Indiana prova a formulare il suo impianto accusatorio, che a parere dello scrivente è già nel cassetto pronto ad essere utilizzato nel momento più opportuno. 
Infatti ora che i medici di Latorre stanno per divulgare il loro bollettino medico chiedendo una proroga di qualche settimana al rientro del Fuciliere in India, magicamente la Nia riappare sulla scena delle indagini, anche se fino allo scorso mese la sua presenza, come volevano farci credere, era solo mera formalità da registrare in cancelleria. 
Quando Latorre e Girone vennero rimpatriati due volte (Natale 2012 e Febbraio/Marzo 2013) l'Italia firmo due affidavit e lasciò una cauzione come garanzia del loro rientro in India, così come per il permesso di Latorre per i quattro mese di convalescenza dopo che alla fine di Agosto venne colpito da un ictus. I nostri Governanti invece per l'esclusione della pena di morte e quindi delle indagini della Nia, si sono fidati sulla parola, senza un documento scritto continuando così a ribadire la loro giurisdizione e rischiando pure la condanna a morte dei due miliari.
Insomma, nonostante la giurisdizione esclusiva italiana; nonostante abbiamo le prove documentali che la sparatoria in cui muoiono i due pescatori avviene alle 21:30, ben cinque ore dopo l’incidente della Lexie; nonostante abbiamo anche le prove che le autorità indiane “decretarono” la colpevolezza italiana già il giorno 16 successivo ai fatti ignorando l’orario vero della sparatoria di cui erano a conoscenza, e le prove di una serie incredibile di magagne giudiziarie che trovano spiegazione solo con la necessità di compiacere le decisioni politiche prese il giorno 16, nessuno spiega perché non facciamo valere i nostri diritti, perché non tentiamo di coinvolgere le Organizzazioni internazionali che hanno voluto la lotta alla pirateria marittima.
Ad avvalorare la tesi indiana, ancora prima che i capi d'accusa vengano presentati, ci si mette pure "mamma Rai" che non perde occasioni ormai da tre anni di ribadire a priori la colpevolezza dei nostri due connazionali.
Un Oltim'ora di Televideo delle 14.47 di Giovedì 8 Gennaio la nota presenta questa dicitura:
"Marò Lascia Ospedade, va altra struttura"
Il marò Massimiliano Latorre ha lasciato il Policlinico di San Donato "per essere trasferito in un'altra struttura dove sarà sottoposto a follow up neurologico". Così la Direzione Sanitaria.
Il 5 Gennaio era stato operato per un'anomalia cardiaca. Per il quotidiano indiano The Indu, la Corte Suprema Indiana sarebbe disponibile a discutere l'eventualità di una proroga al permesso di restare in Italia per cure mediche, concesso al marò italiano coinvolto nella morte di due pescatori nel Kerala. L'udienza fissata dalla Corte si terrà il 12 Gennaio.
E la farsa continua.......

Nicola Marenzi 
fonte: http://opinioneitalia.blogspot.it/

Charlie Hebdo, Edward Luttwak: "Ecco cosa può accadere in Italia"

 

 


Charlie Hebdo, Edward Luttwak: "Ecco cosa può accadere in Italia"


La strage di Charlie Hebdo ha sconvolto la Francia e soprattutto l'Occidente. Il nemico islamico arriva con una C3 spara e fugge via perdendosi nelle campagne. E così dopo lo sgomento è il momento di pensare a come difendersi dagli attacchi e dalla violenza inaudita con cui si uccide nel nome di Allah. Nella black list dei terroristi islamici insieme a "Charb", il direttore di Charlie trucidato lo scorso 7 gennaio c'è anche Edward Luttwak che in un'intervista ad Italia Oggi parla dell'attentato di Parigi e prova a dire la sua su come difendersi dagli attacchi: "Quello che c’è da fare è chiaro: dovete delegittimare questo trionfalismo musulmano. Perché il trionfalismo è quello che crea un’atmosfera per cui qualcuno si sente in diritto di uccidere la gente".

Cosa fare in Italia - A questo punto Luttwak parla anche dell'Italia e degli islamici che vivono sotto casa nostra: "Bisogna abbattere il trionfalismo islamico ovunque. Quello praticato da persone, ragazze magari, che vanno con il hijab indosso per dimostrare la loro partecipazione a questa forma estrema di islamismo. Magari parlano perfettamente l’italiano, sono carine e gentili, dicono «non siamo affatto sottomesse», ma poi difendono Hamas, con la sua costituzione genocida". Poi il consiglio: "È inutile perdersi in chiacchiere con gente come Tariq Ramadani, dovete sfrondare, dovete smettere di legittimarli o vi ritroverete quattro pazzoidi col kalashinikov in pugno, come questi di Parigi, che magari fino a ieri avevano fatto il ragioniere, l’architetto, il medico". E ancora: "Si può sfrondare smettendo per esempio di parlare per acronimi: basta dire Isis. Cominciate a chiamarlo Stato islamico. E a cessare di trattare la religione musulmano come le altre. Capisco, che sia troppo spinoso, ma dovete ammettere che l’unico scopo di quel credo è sottomettere gli altri. Ci sono già editori e giornalisti che, in Europa, hanno deciso di non occuparsi di questi cose e stare alla larga da queste vicende. La sottomissione comincia così. L’unico dialogo è questo: 'Riformatevi e diventate un altro tipo di religione'. Non possono venire a dirci che non stanno con Isis perché sono brutti e cattivi, in quanto tagliatori di teste, e schierarsi con Hamas che, all’articolo 7 della propria Costituzione, prevede l’uccisione di tutti gli ebrei. Il giornalista, l’intellettuale e chiunque altro appoggi Hamas non merita di stare nella società civile, in quanto sostiene un’intenzione genocida proclamata".

Islam moderato? - Infine Luttwak mette in guardia da quelle etichette tanto care a sinistra che parlano di "Islam moderato": "Essere meno ipocrita. Francois Hollande lo è quando avalla l’idea di un Islam moderato. È una falsa moderazione: l’imam che non perde un congresso sul dialogo interreligioso, lo trovi poi su YouTube con le prediche in arabo con cui chiama tutti alla jihad, alla guerra santa. I politici europei smettano di essere ipocriti perché, così facendo, indeboliscono milioni di post-islamici del Vecchio Continente. Ovvero quegli immigrati, oggi spesso cittadini francesi, tedeschi, belgi, olandesi, che hanno voltato le spalle alla religione musulmana perché hanno capito che è irreformabile. Sono quelli che lasciano andare le loro moglie vestite all’occidentale, che non menano le loro figlie perché si scoprono le braccia. Vivono in Europa e oggi sono in imbarazzo a causa dell’ipocrisia di tanti vostri primi ministri".

http://www.liberoquotidiano.it - 9 gennaio 2015

Dall’India l’ultima barzelletta sui Marò: “Uccisero con premeditazione e senza essere provocati”

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„Un quotidiano indiano dà nuovo spazio alla tesi secondo cui i due Fucilieri di Marina spararono premeditatamente contro il peschereccio St.Antony: morirono due pescatori per i colpi esplosi da Latorre e Girone“


Il giornale indiano The Economic Times rilancia le accuse contro i due marò italiani, anticipando la ricostruzione del rapporto  accusatorio dell’Agenzia di investigazioni secondo cui Latorre e Girone avrebbero sparato con premeditazione. Il quotidiano dà nuovo spazio alla tesi secondo cui i due Fucilieri di Marina spararono premeditatamente contro il peschereccio St.Antony: morirono due pescatori per i colpi esplosi da Latorre e Girone.
Le nuove accuse non prendono quindi in considerazione un errore di valutazione da parte del team di sicurezza della Enrica Lexie in navigazione al largo delle coste del Kerala: “L’Agenzia di investigazioni (Nia) – si legge su The Economic Times – sostiene di avere le prove che i Fucilieri utilizzarono una forza letale senza provocazione alcuna e che essi non avevano ragioni per ritenere che l’unità che si stava avvicinando a loro avesse pirati a bordo”.
Il rapporto che contiene le accuse è in stand-by perchè si aspetta la prossima decisione della Corte Suprema. Le dichiarazioni di una fonte anonima all’Economic Times destano però più di una preoccupazione per il destino dei marò:  “I Fucilieri di Marina hanno commesso un omicidio indiscutibile. Hanno sparato contro un peschereccio senza alcuna provocazione e senza alcuna reale indicazione che si trattasse di una unità di pirati”.
Ai marò viene contestato il fatto di non ver sparato colpi di avvertimento e di non aver usato segnali luminosi: “20 colpi sono stati sparati con armi automatiche contro i pescatori che erano a solo 125 metri dalla petroliera. Impossibile confondere un peschereccio con una nave di pirati da una distanza così ravvicinata“. Secondo la Nia l’Organizzazione internazionale marittima (Imo) precisa molto bene le caratteristiche di una nave di pirati “e il peschereccio certamente non le aveva”. La Nia sostiene che i due marò erano alla loro prima missione anti-pirateria sulla Enrica Lexie e che “apparentemente non erano bene addestrati a gestire questo tipo di problemi”.

by Francesco - 9 gennaio 2015

http://www.today.it/

..... Continua la penosa pagliacciata messa in atto da questi professionisti del gioco delle tre carte.
Latorre e Girone non hanno mai visto quel peschereccio, gli indiani non possono non saperlo e continuano a mentire sapendo di mentire ..... VERGOGNOSO !!

CASO MARO': Il racconto a caldo del proprietario del Saint Antony appena sbarcato a terra.

"Erano le 9 e 30 della sera. Ho sentito un grande rumore. Mi sono svegliato e ho visto Julas che perdeva sangue dal naso e dalle orecchie. Ho gridato. Ho svegliato gli altri. Anche loro urlavano. Quando ci hanno sentito, dalla nave hanno cominciato a spararci addosso. Era nera in alto e rossa alla base». Freddy Bosco è appena sceso su un molo a Neendakara. Parla a una selva di microfoni. Vicino a lui c’è un poliziotto. Un cronista, sorpreso, lo interrompe. «L’incidente — obietta — è avvenuto prima delle 17!». Bosco insiste: «Erano le 9 e 30 di sera».

L'attacco alla Enrica Lexie avviene  alle 4.30 pm 







Il comandante in seconda dell'Enrica Lexie: ''Non sono stati i marò a colpire i pescatori'' 

27 marzo 2013







I nemici dei #marò : le bugie dell' Economic Times





Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.
( Joseph Goebbels )

Puntuale come un orologio svizzero riparte il bombardamento di bugie da parte dell' economic times indiano, in attesa del pronunciamento sulla petizione per la convalescenza di Massimilano Latorre prevista per lunedi' 12 gennaio, gli amici giornalettai calano l' asso sul piatto, citano una fonte anonima all' interno della NIA, la famigerata agenzia di inquisizione e affermano : 

"The Marines committed straight murder. They fired at a fishing boat without any provocation and without any real indication of it being a pirate boat," the official said, revealing details of the charge-sheet. He said no warning shots or mini-flares were fired by the Marines in the air to warn the fishermen who had never opened any fire. "20 shots were straightway fired from automatic weapons at the fishermen in the boat which was just 125 meters away from the ship," the NIA official said, adding that it is not possible that the Marines could mistake them from pirates from such a "close distance"

Questa è un illazione sconcertante perchè secondo loro questo rapporto non è stato depositato perchè l'Italia ne contesta la giurisdizione, e in Italiano suona in questo modo :

"spararono al peschereccio senza alcuna alcuna provocazione e senza alcuna indicazione che potesse fare pensare a una nave pirata".
"Non furono lanciati colpiti di avvertimento ne' mini-razzi per mettere in guardia i pescatori. E furono sparati venti colpi da armi automatiche"


Rispondo io a questi terroristi mediatici, un semplice e onesto cittadino che ricorda a questi farabutti che  mentre l' incidente al peschereccio indiano avveniva alle 21'30 ( ora locale indiana ) quello della E. Lexie avveniva ale 16'00 ( ora locale indiana ) come dal rapporto del capo del Nucleo di Protezione Latorre allegato qui :



Oltre questo ci sono le testimonianze del Comandante in Seconda della Lexie in un intervista rilasciata a Radio Capital e scrupolosamente ignorata ai media nostrani :






E sopratutto il racconto a caldo del proprietario del Saint Anthony appena sbarcato a terra.






"Erano le 9 e 30 della sera. Ho sentito un grande rumore. Mi sono svegliato e ho visto Julas che perdeva sangue dal naso e dalle orecchie. Ho gridato. Ho svegliato gli altri. Anche loro urlavano. Quando ci hanno sentito, dalla nave hanno cominciato a spararci addosso. Era nera in alto e rossa alla base». Freddy Bosco è appena sceso su un molo a Neendakara. Parla a una selva di microfoni. Vicino a lui c’è un poliziotto. "
Un cronista, sorpreso, lo interrompe. «L’incidente — obietta — è avvenuto prima delle 17!». Bosco insiste: «Erano le 9 e 30 di sera».



Per concludere ci chiediamo perchè da  Governo e media non  vengono abbracciate con la dovuta determinazione le "ragioni dell'innocenza", e si preferisce continuare a subire l'arroganza dell'India ?



La Vera Italia li riporterebbe a casa

La Voce onesta non smetterà di difendere la verità

fonte: http://italiavoxhonest.blogspot.it

Il terrorismo impazza e l'esercito sparisce dalle nostre strade


Mentre l'Europa fronteggia l'allarme integralista l'Italia taglia i militari che presidiano le città: nel 2015 saranno 1.250 in meno


Le immagini le abbiamo fissate nelle nostre retine: quel commando che agisce in pochi minuti nel centro di Parigi con organizzazione militaresca.



Nei nostri occhi e nelle nostre teste che temono un giorno vicino l'incubo possa riguardare oltre che i nostri fratelli francesi anche noi. Noi che i militari dalle trincee cittadine li abbiamo appena tolti o quasi.
È così che l'Italia affronterà una guerra di civiltà che volenti o nolenti ci vede forse non in prima linea ma certo non nelle retrovie. Con le strade meno vigiliate. Lo ha deciso di recente il governo Renzi: l'operazione «Strade Sicure», inaugurata nell'agosto 2008 con l'impiego del personale delle Forze Armate nel controllo del territorio stabilito da un decreto a firma dei ministri dell'Interno e della Difesa del governo Berlusconi-ter, dal 1° gennaio scorso è ridimensionata. Meno uomini di pattuglia, meno città interessate. Se nel 2014 gli uomini e le donne in divisa impiegate nell'operazione sono stati 4250, nel 2015 saranno soltanto 3mila.
Nelle direttive impartite dalle prefetture si prevede lo sbianchettamento delle ronde a piedi nelle «zone rosse» delle città: stazioni ferroviarie, aeroporti, grandi infrastrutture. Cancellata anche la vigilanza a bordo di veicoli nelle periferie. Lì dove spesso nasce e prospera il germe dell'intolleranza, dove più si acquattano le cellule tumorali dell'antioccidentalismo. Tirando le somme: 980 soldati in meno in città, 385 in meno davanti ai centri di raccolta degli immigrati, che pure sono notoriamente luoghi di reclutamento e di infiltrazione di terroristi, e 115 in più, invece, a guardia di sedi di istituzioni, ambasciate e abitazioni di possibili obiettivi.
Va detto che l'operazione «Strade sicure» qualche perplessità l'aveva sollevata sin dall'inizio. Da più parti si era ritenuto che l'addestramento degli uomini in mimetica non fosse idoneo a contrastare la delinquenza di strada. Obiezione, questa, non priva di fondamento. Ma la presenza di uomini in divisa di pattuglia è comunque un notevole fattore deterrente. E infatti «Strade sicure» qualche obiettivo l'ha centrato. Secondo i numeri resi noti pochi mesi fa da Esercito Italiano, i suoi uomini, da agenti di pubblica sicurezza, avrebbero in sei anni sequestrato oltre due tonnellate di droga, oltre 620 armi e 12mila mezzi, eseguito quasi di 14.500 arresti e controllato circa 2 milioni di persone e oltre un milione di automezzi.
Una notizia preoccupante e che forse ora, all'indomani dell'assalto al cuore dell'Europa, sarà riveduta. Ma non certo una sorpresa. Malgrado la partecipazione in missioni di peacekeeping , sicurezza e soccorso in Italia e all'estero, le forze armate italiane sono da tempo sotto la spada di Damocle di robusti tagli nell'ambito di una riorganizzazione in vista di un nuovo modello che dovrebbe essere tracciato in un Libro bianco della Difesa da tempo annunciato e ancora inedito.
Di certo c'è che l'Italia, tra i grandi Paesi europei, è quello che destina alle spese militari le risorse più esigue: poco più di 44 milioni di dollari secondo i dati del Sipri ( Stockholm international peace research institute ) relativi al 2009, pari all'1,3 per cento del Pil. La Francia impiega il 2,3 per cento del suo fatturato, il regno Unito il 2,5, la Russia il 3,5 e solo la Germania (1,3) e la Spagna (1,2) sono ai nostri livelli.

- Ven, 09/01/2015 -
fonte: http://www.ilgiornale.it

CASO MARO' - INTERVISTA SUL CLAN POLITICO DEVIATO DEL KERALA CHE HA SEQUESTRATO i MARO' ITALIANI




IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - CERCASI DIRETTORE DI GIORNALE/TV O LEADER DI PARTITO POLITICO CON LE 'PALLE'

7 Gennaio 2015
Stefano Tronconi

D.: In queste ultime fasi della vicenda il governo italiano sembra essere stato colto per l'ennesima volta in contropiede da quanto successo in India con il rifiuto della Corte Suprema di estendere il permesso a Latorre e concederne uno a Girone per Natale. Che cosa non ha nuovamente funzionato?
R.: Non ha funzionato niente perché anche il terzo governo italiano che si trova a gestire la vicenda non ha fatto alcunché di diverso da quanto avevano fatto i due governi che l'hanno preceduto. Ha ignorato o finto di ignorare che in India è fin dall'inizio presente un potente gruppo politico deviato che sul caso dei due marò ha investito un capitale politico immenso e da tre anni manovra dietro le quinte per ottenere un risultato che ormai deve raggiungere ad ogni costo, a costo della propria sopravvivenza. Si tratta del gruppo che si muove attorno ai due più potenti esponenti politici del Partito del Congresso in Kerala: il primo ministro dello Stato Chandy e l'ex-Ministro della Difesa dell'Unione Antony che, con l'interruzione di sole due legislature, detengono e gestiscono il potere in Kerala sin dal 1995. Non è assolutamente un caso che l'ultima doccia fredda alle velleitarie speranze italiane siano venute dal nuovo Presidente della Corte Suprema, HL Dattu, che è stato Presidente dell'Alta Corte del Kerala tra il 2007 ed il 2008.
D.: Se è così, proviamo a ricapitolare le ragioni che fanno pensare che dietro al sequestro di Girone e Latorre ci sia questo gruppo politico del Kerala?
R.: Innanzitutto val la pena ricordare che il sequestro di Girone e Latorre all'inizio è stata la carta vincente giocata da Chandy nel Febbraio 2012 per vincere le elezioni supplettive del 17 Marzo 2012 nel collegio di Piravom. Il governo di Chandy, nato a seguito delle elezioni del 2011, in quel momento era in bilico perché basato su un solo seggio di maggioranza (71 su 140) ed il seggio in gioco, nel collegio di Piravom appunto, era quello che l'anno precedente era stato vinto per soli 150 voti su 150.000 (uno scarto talmente irrisorio da far impallidire la famosa 'Florida' di George Bush). Grazie al sequestro dei due marò i risultati delle elezioni suplettive del Marzo 2012 si trasformarono in un trionfo per Chandy che prevalse questa volta con un margine di ben 12.000 voti.
D.: L'interesse potenziale a strumentalizzare la vicenda marò è chiaro, ma quali sono gli elementi che spingono ad immaginare quello che sembra un vero e proprio complotto messo in atto da parte di questo potente gruppo politico deviato del Kerala?
R.: Inizio rispondendo anch'io con una domanda retorica? Come poteva Chandy dichiarare ripetutamente già nei giorni immediatamente successivi al 15 Febbraio, con i marò ancora sulla Enrica Lexie e prima quindi che una qualsiasi seria indagine avesse potuto partire, che esistevano prove inconfutabili contro i marò italiani e che nessuna clemenza sarebbe stata usata nei loro confronti? Da subito tali affermazioni, oltre che fatte per blandire l'elettorato in vista delle elezioni, sono suonate come indicazioni, neppure troppo velate, date alla polizia del Kerala ed a tutti gli attori coinvolti sulla via che avrebbero dovuto appunto prendere le indagini. E così è avvenuto. La polizia del Kerala si è messa subito in moto per manipolare le indagini nella direzione desiderata dal Primo Ministro costruendo lo scenario di un incidente che non trova riscontri nei fatti e cercando di far sparire dagli occhi dell'opinione pubblica alcune prove fondamentali che dimostrano invece l'assoluta innocenza dei marò. Si ricordano, in particolare, la prima intervista rilasciata dal proprietario del peschereccio indiano, in cui questi descrive un incidente non compatibile per orari e modalità con quello dichiarato dall'Enrica Lexie, nonché l'autopsia condotta dal dott. Sasikala che certificava sui corpi delle vittime dei fori non compatibili con i proiettili in dotazione ai marò. Più tardi sarebbe stata messa in scena anche la farsa della perizia balistica falsificata, svolta nei suoi passaggi fondamentali senza che fosse consentita la presenza del team di difesa di Latorre e Girone. Perizia mai ufficialmente depositata, ma fatta trapelare attraverso i media in modo da condizionare in senso definitivamente colpevolista l'opinione pubblica.
D.: E cosa c'entra in questo l'ex-Ministro della Difesa Antony?
R.: L'intervento di Chandy e le azioni della polizia del Kerala tese a far apparire i due marò colpevoli non sarebbero stati sufficienti a manipolare le indagini nella direzione voluta senza la fondamentale complicità della Guardia Costiera Indiana. Chandy aveva bisogno che le relazioni della Guardia Costiera Indiana su quanto avvenuto fossero in linea con la narrazione artefatta della storia che la polizia del Kerala sotto la sua guida stava 'riscrivendo' ed aveva quindi necessità del pieno e complice sostegno da parte del livello politico più alto a cui fa capo la Guardia Costiera Indiana, cioè il ministro della Difesa. Sfortuna per i marò ha voluto che il Ministro della Difesa in carica a Delhi fosse proprio l'amico, l'alleato, il mentore politico di lunga data di Chandy, A.K. Antony, che fin dal 16 Febbraio 2012 in più occasioni ha sempre giocato senza esitazioni da dietro le quinte il ruolo del regista a Delhi. Solo così si può spiegare che la Guardia Costiera abbia cercato di tenere nel cassetto il rapporto sull'incidente denunciato dalla nave greca Olympic Flair, che per orari e modalità è del tutto compatibile con quello descritto inizialmente dal proprietario del peschereccio St. Antony, arrivando invece ad inventarsi di sana pianta una ricostruzione assolutamente fantasiosa delle azioni intraprese in quel fatidico 15 Febbraio 2012, pubblicata a scopo propagandistico anche sul bollettino ufficiale del Giugno 2012. Ricostruzione che con Toni Capuozzo e Luigi Di Stefano abbiamo provato essere del tutto falsa.
D.: Un falso così clamoroso da parte di un Corpo delle Forze Armate indiane?
R.: Un falso realizzato apparentemente con tale successo da far si che le Forze Armate indiane, sempre con Antony Ministro della Difesa, ne mettessero in atto una simile l'anno successivo nel Kashmir indiano (dopo l'operazione 'Lexie' la cosiddetta Operazione 'Keran'), ma in questo caso la falsa operazione è stata smascherata con grande imbarazzo del precedente governo indiano del partito del Congresso.
D.: Quindi un patto di ferro stretto fin dal 16 febbraio 2012 tra Chandy ed Antony.
R.: Assolutamente sì. E' doveroso ricordare che entrambi i politici fanno parte di un'antica comunità cristiana presente in Kerala fin dai primordi del cristianesimo, che si ritiene emigrata dalla Siria, e che oggi, benchè divisa in varie confessioni religiose, continua a costituire in Kerala un gruppo etnico ben definito e distinto. Chandy ed Antony hanno costruito la rispettiva carriera politica fornendosi costante reciproco supporto fin dai tempi in cui rovesciarono con successo, prendendone il posto, la precedente leadership del Partito del Congresso in Kerala.
D.: Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi dei vari governi italiani senza che questi si rendessero conto di niente o maturassero qualche sospetto?
R.: Tutto questo e non solo. Anche le decisioni della magistratura che maggiormente hanno segnato in modo negativo la vicenda marò portano tutte le impronte di giudici legati a doppio filo con il Kerala. Prima della recente nomina del giudice Dattu a Presidente della Corte Suprema di cui abbiamo parlato all'inizio e che si è eretto a nuovo apparente insormontabile ostacolo per la soluzione della vicenda marò, il ruolo di garante del gruppo politico di potere del Kerala all'interno della Corte Suprema l'aveva sempre svolto il giudice Chelameswar che era stato a sua volta Presidente dell'Alta Corte del Kerala tra il 2010 ed il 2011 prima di essere nominato giudice di Corte Suprema proprio pochi mesi prima dell'inizio della vicenda dell'Enrica Lexie. Ricordo che la sorpresa fu enorme in Italia quando venne emessa l'inattesa sentenza del Gennaio 2013 in si decise sostanzialmente a favore della giurisdizione indiana pur non senza residue ambiguità. Una sorpresa più o meno equivalente a quella mostrata dal governo Renzi venti giorni fa quando sono state respinte perfino le ragioni umanitarie su cui nel corso dell'ultimo periodo ha sciaguratamente provato a ripiegare l'Italia. In realtà quella sentenza del Gennaio 2013 della Corte Suprema indiana è stata il frutto malato del compromesso di due opinioni del tutto contrastanti, quella dell'allora Presidente della Corte Suprema, Kabir, e quella appunto del giudice Chelameswar. Mentre il primo riteneva che la giurisdizione dell'India in materia penale avrebbe dovuto estendersi fino a 12 miglia dalla costa come da trattati internazionali, il giudice Chelameswar non ha ceduto di un millimetro dall'assurda interpretazione per cui la giurisdizione indiana sarebbe applicabile nel caso della Lexie in base alla legge anti-terrorismo la cui applicabilità è estesa fino a 200 miglia dalla costa. Una delle frasi che compare nelle motivazioni addotte dal giudice Chelameswar? “Concordo con i fratelli della mia terra”, vale a dire del Kerala. Un vero abominio giuridico, spiegabile, se si vuol pensare bene, in termini di attaccamento emotivo, ma a pensar male probabilmente ci si avvicina molto di più alla realtà delle cose.
D.: Quindi Chandy in Kerala, Antony a Delhi, Chelameswar prima e Dattu ora in Corte Suprema sembrerebbero avere di fatto operato con successo non solo per fare prevalere non solo una ricostruzione del tutto falsa di quanto avvenuto quel 15 febbraio 2012, ma anche per far saltare tutti i tentativi di soluzione che più governi italiani pensavano di avere in tasca?
R.: Ciascuno nel proprio ambito, direi che sicuramente un'analisi attenta di quanto accaduto porta ad una tale verosimile conclusione. Naturalmente lungo la strada hanno preso parte a tale complessa operazione numerosi altri soggetti minori, ma è evidente come un gruppo politico ben organizzato e ramificato nei centri vitali del potere politico e giudiziario possa manipolare una vicenda come quella di cui sono rimasti vittime Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Un gruppo di potere che oltre a sequestrare due uomini innocenti è riuscito ad umiliare l'Italia, manipolare il processo democratico in Kerala e prendere in ostaggio la politica del governo centrale indiano. Vorrei comunque sottolineare che l'Italia condivide in tutto la responsabilità di quanto è accaduto e sta ancora avvenendo in Inda.
D.: In che senso?
R.: Nulla di quanto è accaduto in questo tre anni sarebbe stato possibile se l'Italia non avesse fin dall'inizio provato a cercare una vergognosa soluzione del caso tradendo i due fucilieri di marina e rinunciando a sostenerne l'innocenza. Una tale scelta ha messo tutte le carte da gioco nelle mani di chi sulla pelle dei marò si è giocato la carriera politica impedendo a chiunque in India di operare per una soluzione trasparente e positiva. Ma qui apriremmo un nuovo lunghissimo capitolo sulle responsabilità italiane che è meglio lasciare ad altra occasione. Resta il fatto che l'unica vera soluzione alla vicenda dei due marò rimane quella che il governo ne sposi finalmente l'innocenza. Certo, questo provocherebbe numerosi schizzi di fango che investirebbero potenti personalità politiche ed isituzionali tanto in Italia che in India. Ma, i marò sono innocenti. E quindi? Li abbiamo già lasciati a marcire in India per quasi tre anni per coprire gli errori di chi avrebbe dovuto risolvere la vicenda in pochi giorni. 
Vogliamo continuare così in attesa di una soluzione che rappresenti la definitiva umiliazione dell'Italia?

Marò: tutta la verità nei tracciati radar


 

Il perito Di Stefano: «Devono essere desecretati, sono la prova dell’innocenza» Ieri la conferenza di «Sovranità» patrocinata da Il Tempo con Borghezio e Terzi


«I marò sono innocenti»: non si stanca di ripeterlo l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi, che si dimise contro la decisione del governo Monti di rispedirli in India. Terzi era ieri tra gli ospiti del convegno promosso dall’associazione «Sovranità» e da Il Tempo al centro Congressi Cavour a Roma. Con lui l’europarlamentare Mario Borghezio, il generale Fernando Termentini, e il perito giudiziario Luigi Di Stefano; ha moderato l’incontro il giornalista Antonio Angeli.
Il titolo del convegno era «I marò sono innocenti e li vogliamo liberi subito!», e i relatori hanno smontato, ognuno per la sua specialità, una per una, le accuse mosse (ma mai formalizzate) contro Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il generale Termentini ha condannato la mancata tutela di due servitori della pace sottolineando che Girone, oggi, è un ostaggio e questo non è accettabile, «perché gli Stati non prendono ostaggi, lo fanno solo i pirati e i terroristi». Di Stefano, lanciando con «Sovranità» un boicottaggio dei prodotti indiani, ha dimostrato come le autorità locali abbiano organizzato una «messa in scena contro i nostri marò. Ma la verità - ha precisato - è tutta nei tracciati radar della Enrica Lexie, che devono essere desecretati, perché in quelle registrazioni c’è la prova dell’innocenza dei due marò».


Giulio Terzi ha sottolineato come, tra i diversi governi che si sono succeduti, nessuno abbia difeso i marò proclamandone l’innocenza. L’eurodeputato Mario Borghezio ha affermato che il caso «deve diventare una grande questione nazionale». Per i marò ieri c’è anche stata una manifestazione di FdI-An davanti all’Ambasciata Indiana di Roma.
E intanto prosegue l’iter di riabilitazione di Salvatore Girone [Massimiliano Latorre], che ieri è stato dimesso dal Policlinico San Donato di Milano, dove ha subito un intervento al cuore, ed è stato trasferito all’istituto neurologico Carlo Besta di Milano. In questa struttura, il fuciliere di Marina, sarà sottoposto a follow up neurologico e dovrà effettuare una serie di accertamenti.
«Latorre è una persona ammirevole - ha detto ieri il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni che si è recato a fargli visita - È consapevole di subire una grave ingiustizia, ma si è detto pronto a fare il suo dovere fino in fondo, rispettando le decisioni che il governo italiano assumerà. È stato un colloquio lungo, cordiale e commovente».
Appare evidente che il percorso di cura di Latorre è ancora lungo: lunedì 12, proprio allo scadere del termine, la Corte Suprema indiana deciderà se prorogare il suo permesso per motivi di salute o chiedere il suo immediato rientro.

Gianni Di Capua- 9 gennaio 2015
fonte: http://www.iltempo.it

JIHADISTI SPIETATI MA SPROVVEDUTI ?




Per essere dei professionisti del terrore, dei veri “mastini della guerra” avvezzi a ogni brutalità, i fratelli  franco-algerini Said e Cherif Kouachi si sono rivelati dei veri e propri “pivelli” lasciando i propri documenti su una delle auto utilizzate per fuggire dal luogo della strage alla redazione di Charlie Hebdo.
Sulla Citroen sembra abbiano dimenticato persino un guanto. Quasi volessero offrire alla polizia francese la prova completa del loro coinvolgimento nel sanguinoso blitz. Possibile che all’estrema sicurezza e freddezza dimostrata nelle azioni a fuoco e nelle esecuzioni sommarie di poliziotti, giornalisti e vignettisti i fratelli Kouachi abbiano abbinato una così dilettantesca dose di ingenuità e sbadataggine?

 

Forse i due hanno voluto spavaldamente farsi conoscere al mondo come i vendicatori del Profeta insultato dalle vignette del giornale satirico? Che fossero pronti a farsi identificare correndo maggiori rischi di essere catturati pur di ostentare le loro gesta? Oppure è possibile che la polizia abbia detto di aver identificato in questo modo i terroristi per screditarli agli occhi dei loro numerosi fans o per coprire e proteggere altre fonti?
Diciamolo subito, se queste ipotesi non trovassero conferma la vicenda del più grave atto terroristico islamico compiuto in Europa dai tempi delle bombe su un bus e nella metropolitana di Londra (7 luglio 2005) assumerebbe colori molto torbidi lasciando più di un dubbio circa i retroscena, i mandanti e i veri obiettivi dell’azione terroristica.

 

Perplessità a parte, i cosiddetti “combattenti stranieri” rappresentano una grave minaccia per tutta l’Europa e l’Occidente che ne ha però favorito la diffusione armando e sostenendo i gruppi sunniti che combattono contro il regime siriano di Bashar Assad e di cui fanno parte i volontari stranieri.
Che essi siano 12 mila come sostiene la CIA o 15 mila (provenienti da 75/81 Paesi, più di quanti fornirono manovalanza alla “legione straniera” di al-Qaeda” in Afghanistan)  come valutavano nei mesi scorsi fonti dell’ONU, i numeri complessivi di coloro che tornano dalla guerra addestrati e pronti a esportare il jihad a casa nostra (che abbiamo fatto diventare anche “casa loro”) sono troppo elevati per pensare che i servizi di sicurezza possano controllarli tutti a tempo pieno.

 

Tra i “foreign fighters” gli europei potrebbero essere almeno 3 mila europei secondo valutazioni risalenti al novembre scorso ma oggi sono probabilmente molti di più grazie a un reclutamento sempre più massiccio necessario anche a rimpiazzare le perdite in battaglia.
Solo i jihadisti con passaporto britannico potrebbero essere 2 mila, poco meno i francesi mentre Germania, Belgio e Danimarca avrebbero offerto ognuno alla guerra del Califfato tra i 400 e i 500 combattenti. Numeri leggermente inferiori per Olanda e Svezia mentre i combattenti italiani censiti dai nostri servizi di sicurezza sono 53 secondo il  ministro dell’Intero, Angelino Alfano.
Numeri messi insieme grazie soprattutto alla  collaborazione del “nemico” (cioè i servizi segreti siriani che informano i colleghi europei su presenze, catture e uccisioni  di jihadisti stranieri) e necessariamente imprecisi o approssimati. Probabilmente per difetto.

Foto: AFP e EMA

di Gianandrea Gaiani - 8 gennaio 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it

08/01/15

CASO MARO' - Troppe domande senza risposte, ad iniziare da quel maledetto 15 febbraio 2012.





CASO MARO': Il racconto a caldo del proprietario del Saint Antony appena sbarcato a terra.

"Erano le 9 e 30 della sera. Ho sentito un grande rumore. Mi sono svegliato e ho visto Julas che perdeva sangue dal naso e dalle orecchie. Ho gridato. Ho svegliato gli altri. Anche loro urlavano. Quando ci hanno sentito, dalla nave hanno cominciato a spararci addosso. Era nera in alto e rossa alla base». Freddy Bosco è appena sceso su un molo a Neendakara. Parla a una selva di microfoni. Vicino a lui c’è un poliziotto. Un cronista, sorpreso, lo interrompe. «L’incidente — obietta — è avvenuto prima delle 17!». Bosco insiste: «Erano le 9 e 30 di sera».

L'attacco alla Enrica Lexie viene denunciato alle 4.30 pm

- Perchè subito dopo questa dichiarazione il governo italiano non ha preteso, con tutti i mezzi possibili, l'immediato rilascio dei due fucilieri ?

- Perchè, invece,  alla Enrica Lexie viene addirittura ordinato di invertire la rotta e di entrare nelle acque territoriali indiane?

- Chi ha dato l'ordine ... e perchè ?

- E perchè, dopo quasi tre anni, da nessuno, Governo e media, vengono abbracciate con la dovuta determinazione le "ragioni dell'innocenza", e si preferisce continuare a subire l'arroganza dell'India ?


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La verità sui Marò innocenti prigionieri in India

TG5 del 01.07.2013
Servizio di Toni Capuozzo



video

07/01/15

Je suis Charlie


di cervello e di cuore

Je suis Charlie


Volevamo raccontarvi, con il primo Anacleto di gennaio, l’intitolazione del 2015 che, per questo nuovo anno, vola verso la leggerezza, ma niente può essere leggero in un giorno di lutto e cattiveria.
La satira presume che il pubblico abbia un cervello, dice Michael Moore, tutto presume che si abbia un cuore.

JE SUIS CHARLIE

e siamo  con cuore e cervello  a Parigi  alle 19.00  a Place de la République  per la libertà di stampa, la democrazia, i diritti.


Adelaide Corbetta per ALL
@AdelaideCorbe

fonte: http://www.marieclaire.it

ARDEA - " LIDO DELLE SALZARE " - Lungomare degli Ardeatini complesso immobiliare Le Salzare, a rischio epidemia?


BASTA !!!!!! __________ Non si può più attendere.




Il consigliere Franco: "Non è escluso che mi rivolga di nuovo al N.O.E., se il Sindaco non provvede a quanto di sua competenza"
Con una dettagliata denuncia con protocollo 206 del 07.01.15 al comando della polizia municipale ed al sindaco Di Fiori, il consigliere Luca Fanco, segnala che nei locali commerciali del complesso ci sono depositi di immondizia, escrementi umani, carcasse di auto e quant'altro concorra a creare un allarme igienico sanitario. Non è la prima volta che il consigliere invano rappresenta al sindaco ed ai tutori dell'ordine quanto accade in quel complesso. Un complesso abbandonato a se stesso di proprietà del comune ove alcuni appartamentini attigui ai locali incriminati, sono occupati da rom, che con bambini sono costretti a vivere a rischio epidemia. Va ricordato come lo stesso comandante della locale stazione carabinieri di Tor San Lorenzo prima dell'estate segnalò il pericolo facendo si che intervenisse sul posto lo stesso sindaco scortato dal comandante la municipale e dal capitano Aldo Secci oltre al tecnico dell'ambiente  ing. Emilio Murano. 




"A questo sopralluogo - denuncia il consigliere Fanco - nulla si è mosso, i ratti grandi come conigli la fanno da padrona, malgrado che a seguito delle proteste di tanti cittadini delle abitazioni adiacenti fu predisposto un piano di intervento con la concessionaria della raccolta R.S.U. Soc. Igiene Urbana dal costo preventivato per la bonifica di oltre 60.000,00 euro. Purtroppo a tutt'oggi nulla è stato fatto, i topi continuano a abbuffarsi di rifiuti, gli abitanti continuano a godersi i cattivi odori, il decoro urbano lascia il tempo che trova, ma oltretutto c'è da chiedersi siamo a rischio epidemia?". 





Fanco, nella  sua  denuncia,  fa  notare al sindaco che egli è il primo responsabile dell'igiene, salute e sicurezza pubblica  ed  ancora  non ha  fatto  predisporre un piano  di bonifica, oltre a fargli notare le occupazioni di locali da parte dei rom con i problemi che creano.
In  conclusione,  il  consigliere  Fanco  spiega:  “ricevo  centinaia  di  telefonate  di  cittadini  che  mi chiedono  di fare  qualcosa. Purtroppo Ardea  è sempre  più  allo  sbando, un paese abbandonato a se stesso, un paese ove  i controlli sono  un optional,  basti  pensare  che l’amministrazione  guidata dal sindaco Di Fiori non si è  mossa  neppure a seguito  della  segnalazione  dei  locali carabinieri, non è escluso che mi rivolga di nuovo al N.O.E., se non provvede a quanto di sua  competenza, del resto il suo slogan era Ardea che cresce”

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http://edoardo-medini.blogspot.it/2014/07/ardea-e-dintorni-il-varco-della.html


Foto: Il Corriere della Città

(Luigi Centore) - 7 gennaio 2015
fonte: http://www.ilfaroonline.it

GIRONE E’ UN “OSTAGGIO”: L’ULTIMA ANGHERIA DI NUOVA DELHI



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L’India ha gettato la maschera, a ulteriore dimostrazione di quanto rispetto nutra per l’Italia: Salvatore Girone non è potuto tornare in Italia per trascorrere le vacanze di Natale in famiglia perché costituisce la garanzia per il ritorno in India di Massimiliano Latorre.
A una settimana dalla scadenza del permesso concesso al fuciliere di Marina per riprendersi dall’ischemia che lo ha colpito l’estate scorsa e pochi giorni prima dall’operazione cardiaca effettuata il 5 gennaio in un ospedale milanese, è arrivato un “avvertimento” dal Ministero degli Interni indiano che di fatto trasforma Salvatore Girone in un “ostaggio”.



Un monito che non sorprende, considerato l’atteggiamento di chiusura assunto dal Ministero indiano sin dalle prime richieste dei due marò, ma che contrasta con la supposta apertura da parte del governo di Narendra Modi di quel “canale di confronto” con l’esecutivo Renzi di cui parla soprattutto il nostro premier sottolineando che “l’India è un paese amico dell’Italia”.
“Il ministero dell’Interno aveva messo nero su bianco che l’istanza dello scorso dicembre presentata da Girone per una licenza natalizia in Italia dovesse essere fortemente criticata nell’udienza della Corte Suprema argomentando che la presenza di Girone in India era l’unica garanzia per il ritorno di Latorre” ha rivelato una fonte del governo al quotidiano The Economic Times.



Le affermazioni del funzionario indiano sgombrano definitivamente il campo dagli equivoci nati dal tentativo di Renzi di risolvere “amichevolmente” la vicenda dei due fucilieri di Marina con un accordo tra i due governi.
Considerato che il ministero e il ministro degli interni  indiano sono parte rilevante del governo come si può continuare a parlare di amicizia con chi considera il nostro militare rimasto in India un “ostaggio”?
Il servilismo del governo italiano nei confronti di Delhi si rivela quindi del tutto inutile mentre appare chiaro ancora una volta quanto la magistratura indiana sia succube del governo.
Una sudditanza già più volte emersa nei quasi tre anni di vicenda dei marò ma che alcuni osservatori si ostinano a non voler vedere (forse per tenere a galla la credibilità  dell’esecutivo Renzi) riferendo di una immaginaria “indipendenza” della Corte Suprema dal governo indiano.



Infatti il 16 dicembre la Corte Suprema (quella “indipendente” dal potere politico) ha respinto seccamente le richieste dei legali dei fucilieri italiani.
Secondo la stessa fonte, il Ministero degli Interni aveva espresso forti perplessità all’autorizzazione di un permesso a Massimiliano Latorre per curarsi in Italia in base al fatto che in India erano disponibili i migliori trattamenti per l’ischemia e che se le condizioni di Latorre erano così gravi non sarebbe stato possibile farlo viaggiare in aereo.
Obiezioni però respinte dalla corte Suprema che concesse la convalescenza in Italia a Latorre illudendo Roma che ci fosse una prima apertura di Delhi a una soluzione politica della vicenda.
Come è stato reso noto dai media indiani l’Italia, come sempre in ginocchio, ha proposto scuse ufficiali, risarcimento (ulteriore) alle famiglie dei pescatori uccisi e processo in Italia per i due marò ma dieci giorni or sono il governo indiano ha precisato che il caso “non è solo una discussione fra due governi ma un tema all’esame della magistratura indiana che è libera, trasparente e imparziale”.



Affermazione comica che si traduce in un ennesimo schiaffo all’Italia, ma non l’ultimo. Ora che il Ministero degli Interni di Delhi ha ufficializzato lo status di “ostaggio” di Girone il governo italiano potrà continuare a supplicare Nuova Delhi?  Pare proprio di si. Infatti a due settimane dal richiamo per consultazioni l’ambasciatore italiano Daniele Mancini è stato rimandato a Nuova Delhi forse per dimostrare la nostra amicizia.
Del resto se il governo indiano ci prende a pesci in faccia l’opposizione del Partito del Congresso (che ha governato l’India fino a sei mesi or sono) non è certo da meno. Rashid Alvi, portavoce del partito sostiene che India e Italia potrebbero arrivare allo scontro diplomatico qualora Massimiliano Latorre non tornasse in India. Leader e parlamentari del Partito del Congresso pretendono dal governo la “linea dura” con l’Italia in modo che il processo ai due militari cominci immediatamente e senza ulteriori rinvii.



“Il governo deve agire contro l’Italia: dovrebbe mettergli pressione per il ritorno in India di Latorre in modo che i due possano presto andare a processo” ha detto Alvi dimenticando che il suo partito ha gestito per due anni la crisi con roma senza combinare nulla sul piano politico e giudiziario.
D’altra parte prendere a calci la prona Italia pare ormai una moda generalizzata: ieri a New York il portavoce del Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha ripetuto che il Palazzo di Vetro non vuole entrare nella diatriba  tra Italia e India sui due marò.
Lo ha ripetuto Stephane Dujarric nel corso di un briefing sollecitato da un giornalista che gli chiedeva se Ban avesse preso qualche iniziativa recente sulla questione o se la considerasse ancora un tema bilaterale tra i due Paesi.



 “Non ho nulla da aggiungere a quello che (Ban) ha già detto sulla questione”. Nonostante le pressanti richieste da parte dell’Italia, Ban ha sempre sostenuto che la querelle va risolta bilateralmente, piuttosto che con un coinvolgimento dell’Onu.
Del resto se il governo italiano avesse voluto davvero coinvolgere la comunità internazionale avrebbe presentato una richiesta ufficiale di arbitrato  al tribunale del Mare di Amburgo come raccomandano da tempo i nostri migliori giuristi. Ma così facendo avrebbe rischiato di irritare gli “amici” indiani.

Foro: Difesa.it, ANSA, Lapresse
Vignetta: Alberto Scafella

di Gianandrea Gaiani7 gennaio 2015
FONTE: http://www.analisidifesa.it