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13/08/15

I giorni della verità per i nostri marò


 

 
 
Parliamo dei marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Non stiamo a rifare la storia degli ultimi 42 mesi. Conoscete perfettamente il guaio in cui il nostro Paese li ha cacciati. Stiamo agli ultimi eventi. Il 10 agosto si è aperta la procedura d’arbitrato che dovrà stabilire chi, tra l’India e l’Italia, abbia la giurisdizione sul loro caso. Il primo tempo della partita si sta giocando ad Amburgo davanti al Tribunale internazionale della legge del mare.
Il Governo italiano, dopo anni di assurdo immobilismo, finalmente ha trovato il coraggio di ricorrervi per ristabilire quella giustizia di cui gli indiani hanno fatto allegramente strame. Il team dei legali che patrocina l’Italia è impegnato a chiedere all’Alta Corte tre cose: il ritorno in patria di Salvatore Girone; la permanenza a casa di Massimiliano Latorre, che è in convalescenza dopo l’ictus che lo ha colpito; il divieto alle autorità indiane di proseguire qualsiasi azione legale contro i due marò. Gli avvocati della controparte si oppongono alle richieste italiane con argomenti a dir poco indecenti. Il più offensivo riguarda la presunta inaffidabilità del nostro Paese.
Sostengono gli indiani: se consegniamo all’Italia i due militari non ci verranno più restituiti, anche se l’arbitrato dovesse darci ragione. Una bella tesi che conferma in pieno i nostri sospetti, esplicitati anche dall’ambasciatore Francesco Azzarello, presente ad Amburgo in rappresentanza del nostro Governo: i due marò sono ostaggi. Punto. Sono trattenuti contro la loro volontà senza che, a distanza di tre anni e mezzo dall’incidente, sia stato formalizzato a loro carico alcun capo d’accusa. Lo ha spiegato alla Corte Sir Daniel Bethlehem, l’avvocato britannico che patrocina i due marò. L’illustre giurista ha accusato senza mezzi termini la magistratura di Delhi di violare le regole del giusto processo avendo assunto una condotta fondata sul pregiudizio di colpevolezza dei due militari. Nel merito, la difesa italiana ha sostenuto un’elementare verità: i marò sono considerati autori dell’omicidio di due presunti pescatori senza che le prove abbiano dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che siano stati loro a sparare e, soprattutto, che ci sia stato effettivamente contatto in mare tra la “Enrica Lexie” e il peschereccio indiano sul quale erano imbarcate le vittime. Al momento sappiamo che il 15 febbraio 2012 la “Enrica Lexie” navigava in acque internazionali, al largo della costa dello Stato indiano del Kerala. Sulla nave era presente un Nucleo Operativo di Protezione, composto da fucilieri della Marina Militare, disposto da una legge dello Stato del 2011 a sostegno della sicurezza della flotta mercantile italiana.
Un’imbarcazione pirata ha tentato di abbordare la petroliera italiana. I due marò oggi sotto processo hanno esploso alcuni colpi in acqua, a scopi dissuasivi, per costringere l’attaccante ad allontanarsi. Non si ha alcuna certezza sull’identità del natante aggressore né del suo equipaggio. Ma alle autorità indiane poco interessa la verità. Pensano di aver trovato un avversario facile. Non hanno torto. I nostri tre ultimi Governi, in questa macabra farsa, hanno preferito vestire i panni del debole. E ora se ne pagano le conseguenze, visto che gli avvocati indiani hanno addotto come prova di colpevolezza proprio l’arrendevole comportamento delle autorità italiane. Non ci resta che sperare nella capacità di discernimento dei giudici dell’Alta Corte. Il Tribunale ha comunicato che pronuncerà la sua decisione il prossimo 24 agosto. Se tutti provassimo l’orgoglio di essere italiani dovremmo passare queste giornate di attesa col fiato sospeso, idealmente stretti a Massimiliano e Salvatore. Dovremmo serrare i ranghi. Dovremmo dire loro: non abbiate alcun timore perché il Paese è con voi, anche se chi lo rappresenta ha chiuso bottega per ferie e se n’è andato in vacanza.

di Cristofaro Sola
13 agosto 2015
 
fonte:  http://www.opinione.it
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