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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

25/10/14

SMARTPHONE - Scansione impronte: Eldorado per il Sistema e gli hacker

 






Gli ultimi modelli di smatphone includono nuove tecnologie che definire rischiose per gli utenti, è un eufemismo. Oltre agli ormai noti chip GPS per la geo-localizzazione - cui gli utenti sono indotti a concedere l'assenso per fruire di alcune funzioni - ed ai chip NFC - per mezzo dei quali sarà possibile usare il telefono come carta di credito, nuovo passo concreto verso l'abolizione del denaro contante (v. correlati) - ora contengono un sensore per la scansione delle impronte digitali, che secondo le case produttrici servirebbe a "fare acquisti in maniera più veloce, e a sbloccare il dispositivo."
In altre parole, gli utilizzatori stanno rinunciando alla riservatezza delle proprie impronte digitali per lo sfizio di sfruttare in maniera diversa con i propri dispositivi due funzioni già espletate egregiamente da un decennio senza l'ausilio delle impronte digitali.
Si tratta di un vero e proprio Eldorado per il Grande Fratello, un tempo autorizzato alla raccolta delle impronte digitali solo durante le visite per il servizio militare ed a seguito dell'arresto dei cittadini. Dopo avere prestato il consenso a cuor leggero al trattamento dei propri dati in materia di abitudini di consumo, orientamento politico e religioso, interessi, navigazione web, spostamenti geografici, contatti e amicizie, ora milioni di utenti stanno deliberatamente auto-schedando i propri dati biometrici senza nemmeno l'ombra di una buona ragione a titolo di contropartita. 
Naturalmente i produttori dei dispositivi assicurano che le scansioni delle impronte digitali saranno archiviate localmente solo sui dispositivi in possesso degli utenti, tuttavia alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden sul famigerato programma Prism della NSA, non si può che dubitare fortemente di tali affermazioni.
Di solito gli utenti giustificano la scelta di rinunciare alla propria privacy con l'argomento del 'non avere nulla da nascondere'.
La prima obiezione a tale ingenuo modo di pensare - di ordine etico e politico - è stata evidenziata in un articolo pubblicato tempo fa su questo blog: 

 
"Se non ci da fastidio che qualcuno da qualche parte ci osservi a piacimento, ascoltando le nostre conversazioni e monitorando i nostri movimenti, stiamo ammettendo di essere degli schiavi ubbidienti. La sorveglianza invisibile è una forma assai insidiosa di controllo del pensiero, e quando utilizziamo la logica del 'non ho nulla da nascondere quindi ben venga la sorveglianza' stiamo implicitamente ammettendo la nostra sottomissione ad un padrone e la nostra rinuncia alla sovranità della nostra mente e del nostro corpo." (v. correlati).
La seconda obiezione - di ordine assai più concreto - scaturisce dai rischi oggettivi corsi da coloro che decidano di auto-schedare le proprie impronte. Infatti le case produttrici riconoscono che le impronte digitali potranno essere utilizzate per identificarsi prima di acquistare le app presso gli store online, in remoto, elemento che conferma che le impronte saranno catalogate al'interno di banche dati remote; altrimenti non sarebbe possibile effettuare il raffronto all'atto degli acquisti.
Il punto, da tenere in debita considerazione, è che tali banche dati potrebbero essere violate tramite hackeraggio, elemento che rappresenta un rischio per gli utilizzatori, dal momento che una volta in possesso delle impronte digitali di un ignaro utente, grazie alle tecnologie di stampa 3D non sarebbe complicato riprodurle in formato tridimensionale ed utilizzarle per disseminare falsi indizi all'interno di una qualsiasi 'scena del crimine.'
Secondo uno specialista di sicurezza di CNET:
"Sono sicuro che qualcuno in possesso di una buona copia di un'impronta digitale e una decente capacità di ingegneria dei materiali, o anche solo di una stampante di buon livello - sarebbe in grado di farlo. (...) Se il sistema è centralizzato, ci sarà un ampio database di informazioni biometriche che sarà vulnerabile alle violazioni da parte degli hacker."
Non sarà forse il momento di fermarsi a riflettere su quanto potrebbero costarci i nostri nuovi, apparentemente innocui giocattoloni digitali?

24 ottobre 2014
tratto da www.anticorpi.info/2014/10/nuovi-smartphone-eldorado-per-il.html
fonte: http://www.disinformazione.it 

Tanto rumore per una manovra recessiva



Il primo a rilevare pubblicamente che la promessa “manovra espansiva” è una bufala derivante da un trucco contabile – dialettico, mi sembra sia stato il prof. Gustavo Piga in un articolo apparso sul suo sito. Ma è data la possibilità a tutti di verificarlo andando a consultare la “Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza” redatta dal Ministro dell’Economia.
Perché una manovra possa essere chiamata espansiva deve prevedere un ampliamento del deficit, e infatti così è stata pubblicizzata precisando che l’aumento del deficit per il 2015 ammonterebbe a 11 miliardi, pari allo 0,7% del Pil.
Ebbene non è vero niente, o meglio quell’aumento del deficit dichiarato per il 2015 non è rispetto a quello del 2014, e allora sì che sarebbe stata una manovra espansiva, ma rispetto alle precedenti previsioni per il 2015. Quindi la manovra è “espansiva” (si fa per dire) rispetto a quello che avrebbe potuto essere, ma non rispetto a quello che è stato.
La nota di aggiornamento di cui sopra ci dice che il deficit del 2014 sarà del 3% mentre quello del 2015 avrebbe dovuto essere del 2,2%, come concordato con l'Ue e ora richiamato dalla stessa. Ebbene oggi il governo ci dice che il deficit “espansivo” del 2015 sarà del 2,9%, cioè uno 0,7% in più di quello che avrebbe dovuto essere, ma uno 0,1% in meno del 2014. Stando così le cose, la prevista riduzione delle tasse sarà finanziata totalmente con una riduzione delle spese e non con un aumento del deficit come va strombazzando il governo.


Considerato che il deficit 2015 sarà inferiore rispetto al 2014 si potrebbe addirittura pensare che la manovra sia deflattiva, cioè il contrario di quello che dice il governo, se non fosse che in compenso la componente “saldo primario” passa da un + 1,7% a un + 1,6 e la componente “spesa per interessi” passa da - 4,7% a - 4,5%, per via della riduzione dei tassi (pertanto: deficit 2014 +1,7 – 4,7 = - 3; deficit 2015 + 1,6 – 4,5 = - 2,9) e la riduzione degli interessi non comporta deflazione mentre la diminuzione dello 0,1% del saldo primario (che è positivo) potrebbe dare una piccola, infinitesimale, spinta.
Ma anche quest’ultima piccolissima consolazione di fatto viene smontata se si pensa che la propulsione fatta attraverso la riduzione delle tasse, checché ne dicano i neoliberisti, di solito è meno espansiva di quella fatta attraverso la spesa (per esempio cosa ne faranno le imprese della riduzione dell’Irap? Siamo sicuri che la rimetteranno in circolo con gli investimenti e le assunzioni?), pertanto la riduzione delle tasse fatta attraverso la riduzione della spesa, come pensa di fare il governo, rischia di essere recessiva.
Comincio a pensare che negli incontri del Nazareno Berlusconi abbia fatto anche un corso accelerato a Renzi su come turlupinare la popolazione. Spiace constatare che a sua volta Renzi abbia ripetuto queste lezioni a Padoan.

di Giovanni La Torre
 
Blog post del 24/10/2014
fonte: http://www.linkiesta.it

Uccise il suo stupratore: Reyaneh impiccata. La madre su Fb: "Ha ballato sulla forca"


Uccise il suo stupratore: Reyaneh impiccata.
La madre su Fb: "Ha ballato sulla forca" -Foto
Uccise l'uomo che l'ha violentata: Reyhaneh è stata impiccata. La madre disperata su Fb: "Ha ballato sulla forca"


ROMA - Uccisa Reyhaneh Jabbari per impiccagione a 26 anni per aver ucciso l'uomo che l'ha violentata. L'Iran ha giustiziato Reyhaneh Jabbari, la ragazza condannata a morte per aver ucciso il suo stupratore.



Nonostante gli appelli internazionali rivolti alle autorità, Jabbari, che ha 26 anni, è stata impiccata in una prigione di Teheran dove era rinchiusa. Lo ha reso noto la madre della donna, secondo quanto scrive la BBC online.  LA MADRE: HA BALLATO SULLA FORCA «Mia figlia con la febbre ha ballato sulla forca»: sono queste, dopo l'impiccagione di Reyhaneh Jabbari stamane all'alba, le parole della madre della ragazza 26enne, Shole Pakravan, riportate sul suo profilo Facebook. Secondo quanto scrive l'International Business Times, la madre di Jabbari - una nota attrice di teatro iraniana - era stata informata che la figlia sarebbe stata giustiziata all'alba di oggi.  Secondo informazioni riportate dai media locali, fuori dalla prigione di Gohardasht di Karaj - dove Jabbari era detenuta - la madre della ragazza piangeva, si disperava e chiedeva aiuto a Dio. Con lei c'erano oltre 100 persone inclusi membri della sua famiglia e amici.  Prima dell'esecuzione, il vice direttore di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa, Hassiba Hadj Sahraoui, aveva sottolineato in un comunicato che «il tempo sta per scadere per Reyhaneh Jabbari. Le autorità devono agire adesso per fermare l'esecuzione. Una simile punizione in qualsiasi circostanza rappresenta un affronto alla giustizia, ma eseguirla dopo un processo imperfetto che lascia grandi punti interrogativi sul caso rende la cosa più tragica».


25 ottobre 2014
fonte: http://www.leggo.it

I fratelli-coltelli del Pd «sfiduciano» Marino


 

CAMPIDOGLIO SOTTO ACCUSA

Il partito fa trapelare un sondaggio negativo sul primo cittadino. Ma lui li spiazza: «Amen. Un motivo in più per continuare». 

Tutti i mali di Roma, dai rifiuti alle multe


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Un sondaggio Swg commissionato dal Pd Roma e pubblicato in esclusiva sul giornale "amico" la Repubblica boccia senza appello il sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino: l’80% dei romani lo vorrebbe a casa. Guarda caso, nello stesso sondaggio il Pd cresce di otto punti. L’equazione è presto fatta: il partito va bene, il "tonfo" è tutto del primo cittadino e della sua giunta, che va addirittura peggio di lui. Tutto questo avviene il giorno dopo un vertice di maggioranza in cui gli esponenti del partito e gli eletti in Aula Giulio Cesare erano tornati a fare pressing su quel rimpasto di giunta richiesto invano da mesi. E Marino, come da mesi accade, era tornato a rispondere "picche". Sullo sfondo, sottile certo ma non secondario, la nomina che il sindaco tarda a fare del suo vice nel nuovo ente della Città metropolitana.
Gli ingredienti per un "biscotto" confezionato dal sondaggio insomma ci sono tutti. Non che le cose a Roma vadano a gonfie vele. Traffico, aumento delle tasse, pedonalizzazioni, rifiuti, abusivismo, immigrati e, in ultimo, la spinta in avanti sulle nozze gay. Di materiale insomma ce n’è in abbondanza. Per chi fa l’opposizione però che infatti ieri è letteralmente "esplosa" di gioia. Ma il partito, che non solo è maggioranza a Roma ma è il partito del sindaco, che interesse ha a rendere pubblico un sondaggio che di fatto lo massacra? Il silenzio di "scuderia" evidentemente ordinato ieri - abbiamo chiesto, invano, a diversi esponenti capitolini di scrivere un’intervento, persino a favore di Marino - è un’agghiacciante conferma di una strategia politica ad alto rischio. Il duello tra partito e sindaco si risolverà a questo punto con la "non sopravvivenza" di uno dei due.


L’unico a parlare, cercando timidamente di gettare un’ancora a Marino è stato il presidente della Regione, Nicola Zingaretti: «Dal sondaggio sul sindaco di Roma Ignazio Marino, che sarebbe gradito solo da 2 romani su 10, emerge un giudizio, non so se vero, ma comunque non generoso perché Ignazio è il sindaco che più di tutti si sta facendo carico di governare una situazione drammatica che ha ereditato, anche con scelte molto coraggiose che pochi altri avrebbero avuto il coraggio di assumersi».
Di altro avviso la deputata e la presidente del Pd Lazio, Lorenza Bonaccorsi che "scopre" forse qualche carta di troppo: «Credo sia innegabile che la Giunta Marino abbia delle difficoltà. Proprio per questo, in questi mesi, abbiamo esortato il sindaco a correre di più, a cambiare passo. Arrivati a questo punto, questa è un'indicazione non più rinviabile. Viene bocciato un atteggiamento di Marino che non ci è mai piaciuto, ovvero quello di aver tenuto lontano il Partito democratico. Il sindaco deve essere preoccupato per questi dati, ora deve cercare un dialogo, sinergia e comunanza d’intenti con il Pd romano e laziale».
Rincara la dose l’opposizione: «Faccio appello al Pd e a tutte le forze del centrosinistra affinché con senso di responsabilità e amore per la città di Roma, si convincano dell'urgenza di sfiduciare e mandare a casa Marino», dice il capogruppo Fi, Quarzo; ironica la Belviso (Ad): «Otto romani su dieci bocciano Marino. Gli altri due sono parenti», mentre per l’ex sindaco Alemanno si tratta di un sondaggio «pesante e impressionante. Mi ha colpito - aggiunge - che il 40% mi consideri un miglior sindaco rispetto Marino». Per Ciocchetti e Cozzoli (Fi) il sondaggio conferma «tanto Marino per nulla», di «staccare al spina» parla invece il coordinatore romano Ncd, Gianni Sammarco, mentre Onorato (Lista Marchini) suggerisce al Pd di mandare a casa Marino o di smetterla di litigare.
Un gran rumore insomma. E il diretto interessato? Lapidario, come sempre. Il sondaggio? «Un ottimo documento che aiuta molto a capire alcuni dati - ha risposto spiazzando tutti - è evidente che non ci sia bisogno di un sondaggio per capire che ci sono difficoltà ad esempio sui trasporti. Questo tema continua a rimanere irrisolto, non penso possa essere risolto dalla Regione che ha un deficit finanziario di dimensioni spaventose ma deve essere affrontato e risolto. Stiamo facendo in 18 mesi lo stesso percorso che città come San Francisco hanno fatto in 18 anni. C’è da chiedersi perché non sia stato fatto nel 1968 o nel 1978».
Il sindaco va avanti per la sua strada. Al Pd la scelta se cambiarla o meno.


Susanna Novelli- 25/10/2014 
fonte: http://www.iltempo.it

Merkel Grazia Hollande. Per Fregare noi . (di Maurizio Blondet)


Nota di Rischio Calcolato
: Questa volta non sono d’accordo con il direttore. Nel senso che io penso che la Germania se “grazierà” la Francia lo farà per un calcolo di lungo periodo, ovvero lasciare che i vicini si indebitino e comprino manufatti tedeschi aumentando il peso da sostenere per i giovani Francesi (e Italiani). E penso che alla fine anche l’Italia potrà sforare. Comincio a pensare che la Germania insieme con i paesi del nord porteranno avanti un loro piano  autonomo di exit  strategy, e non mi stupirei se nei prossimi mesi le banche tedesche si siano liberate di un bel pochino di debito del Sud, compreso quello francese. Chiedetevi: in prospettiva e in termini di dominio europeo, avere vicini sempre più indebitati è un bene o un male?  

Questo post è tratto dalla rivista on-line EffediEffe sito di informazione a cui consigliamo caldamente un abbonamento (50€ spesi benissimo)
merkel hollande italy 550 Merkel Grazia Hollande. Per Fregare noi . (di Maurizio Blondet)

Che scena umiliante per la storia di Francia. Hollande «La Pera» ha mandato a Berlino i suoi suoi Ministri Michel Sapin (Finanze) ed Emmanuel Macron (Economia) ad elemosinare che la Cancelleria chiuda un occhio: pietà, anche per il 2015 avremo un deficit del 4,3% sul Pil (invece che il cretinissimo 3); la Commissione ci punirà , ci darà le sue multe spaventose… interceda per noi, Cancelliera eminentissima, ci risparmi per quest’anno la punizione; «la Francia non ce la fa proprio a ridurre il deficit e nello stesso tempo riguadagnare la famosa competitività» (Sapin). Sia clemente ancora una volta, imploriamo umilmente.
Teniamo presente: i due membri del Governo francese sono andati a fare la loro supplica a Berlino, come provinciali alla capitale. «Non si poteva, almeno, trovare un terreno più neutro per l’incontro?», guaisce il sito Gaulliste Libre, lamentando una Francia «sans grandeur, et meme sans honneur». Disonorata dal fatto che già da due anni Parigi è sotto la minaccia di «procedura per deficit eccessivo», fulminabile da Bruxelles in quanto incapace, ripetutamente incapace, di contenere il suo deficit al 3%; un limite che era stata la stessa Parigi a fissare e a volere, con il suo Ministro di prima, Pierre Moscovici: grande «europeista» alla Mario Monti , aveva addirittura promesso che la Francia avrebbe ridotto al 3% di defict sul Pil già nel 2013. Adesso i suoi successori, col cappello in mano, chiedono una proroga per il 2016, se non al 2017.


merkel hollande italy 1 Merkel Grazia Hollande. Per Fregare noi . (di Maurizio Blondet)
  Pierre Moscovici
Moscovici s’era applicato, con l’ottusità tecnocratica alla Monti, con politiche d’austerità che – come dovunque in Europa sono state applicate – hanno stroncato la crescita, aumentato i disoccupati e accresciuto il rapporto del debito pubblico sul Pil, per il semplice fatto che il Pil è rallentato: insomma le cure suicide che ben conosciamo.
E adesso – come in una sinistra commedia – se Parigi verrà punita per deficit eccessivo, a comminare la bastonatura sarà lo stesso Moscovici, divenuto nel frattempo commissario all’economia a Bruxelles. Sarà lui, cittadino francese, a infliggere la multa, se verrà, prevista per le violazioni: una cifra pari allo 0,2% del Pil, quasi un colpo di grazia quando il Pil francese si aspetta che aumenti dell’1%, e già questa speranza è ritenuta «ottimista» dall’Alto Consiglio delle Finanze, la corte dei conti parigina.
Non è che hanno potuto parlare con la Merkel, i due Bibi e Bibò. Sono stati ricevuti ai loro pari-grado, Wolfgang Schäuble e Sigmar Gabriel, che sono stati duri e altezzosi. Sembra tuttavia che alla fin fine la Germania voterà contro le sanzioni che l’eurocrazia sta per fulminare contro Parigi, trattenendo le mani degli altri partner della UE che sono già pronti a scagliare le pietre sull’adultera. C’è stato un qualche accordo «en loucedé», ossia sottobanco, tra il lusco e il brusco, commentano i media. Quale?


merkel hollande italy Merkel Grazia Hollande. Per Fregare noi . (di Maurizio Blondet)


Non si sa. Si sa che i due francesi hanno promesso un piano di riduzione del deficit e «riforme strutturali» titaniche: loro tagliano il bilanio francese per per 50 miliardi di euro. In cambio, hanno implorato la Germania di fare investimenti per altrettanti 50 miliardi: più precisamente, hanno pregato Berlino di spendere al proprio interno tutti quei miliardi per rammodernare le proprie infrastrutture, insomma perché diventi più competitiva ancora. Schauble s’è degnato non di accettare, ma di pensarci, «a patto di non fare nuovo debito», ha sottolineato burbero. E poi, visto che i questuanti erano lì col cappello in mano, hanno capito che non era il caso di fare concessioni: nemmeno accettare di fare propri investimenti nel proprio Paese. Ciò perché, come hanno fatto sapere anonimi funzionari germanici ai loro giornali, «il Governo francese è talmente indebolito che quasi nessuno crede più alle sue promesse. Ci si può domandare se Francois Hollande è l’uomo che può raddrizzare il timone». Umiliazione nell’umiliazione: Berlino mostra a Hollande la porta di uscita dell’Eliseo. Non fa concessioni a nessun Governo debole, il che significa: nessuna «solidarietà europea», nemmeno un vago ricordo che la Unione era fra Paesi liberi e uguali. Ma quale uguaglianza, solo «la legge del più forte». Uno comanda e gli altri obbediscono. Questa è l’Europa, ormai.
Resta il fatto che Sapin & Macron si sono impegnati per il colossale taglio alle spese pubbliche di 50 miliardi. Tagli che, nella recessione convergente di tutta Europa, farà male alla sua economia. Secondo il Fondo Monetario, un simile taglio dovrebbe costare tra i 2,24 e i 4 punti di Pil nei prossimi tre anni. Ossia qualche centinaia di migliaia di disoccupati in più (unica consolazione, il collasso francese danneggerà anche la Germania). I tedeschi invece non si sono impegnati ad investire nulla come Paese, anche se proprio loro possono indebitarsi a tasso zero, dato che tutti i mercati speculativi, disperati, sono avidi di Bund germanici. «Niente a debito», ha sancito Schaeuble. Anche i tedeschi sanno che devono rammodernare le proprie infrastrutture, ma i fondi verranno «per lo più dall’investimento privato». Dottrinari fino all’ultimo.


Ma allora in che cosa consiste l’accordo che i due francesi avrebbero fatto sottobanco coi due tedeschi? Beh, se si pensa che già otto Paesi su 28 in Europa sono in recessione-deflazione (ossia in grave depressione economica, irreversibile), – Italia, Bulgaria, Grecia, Ungheria, Spagna, Polonia, Slovenia e Slovacchia – Parigi ha fatto a Berlino il regalo di rompere il fronte, di indebolire tutti gli altri nelle loro richieste; Hollande poteva mettere la potenza della Francia a fianco dei più piccoli, diventare il capofila dell’alternativa alla tirchieria senza prospettive: ha voluto trattare da solo, abbbandonando gli altri, approfittando di quel che resta della relazione speciale franco-tedesca.
Il colpo basso del La Pera è ovviamente a danno soprattutto dell’Italia, il più grosso rimasto e il più screditabile, e anche il concorrente potenziale che Berlino teme. Se Matteo Renzi ha sperato di trovare una sponda nel viscido inquilino dell’Eliseo, è una illusione in più a cui lui – questo facitore di illusioni – deve rinunciare.
La Cancelleria, mentre stende la sua mano possente a protezione dell’inadempiente Parigi, sta abbandonando noi alle ruvide, arroganti, idiote e padronali richieste di Barroso e di Katainen, il finlandese che fa il tagliatore di teste per Angela. Il fatto che Barroso, a poche ore dalla sua decadenza, ancora pretenda dall’Italia correzioni al bilancio, nonostante il nostro deficit sia al 3% e non al 4,3 come i francesi, (senza contare che siamo in avanzo primario) è un indizio malaugurante.
Certamente succederà questo: grazieranno Hollande per punire Renzi, e dunque tutti noi, pretendendo ulteriori tagli alle spese, dunque aggravamento della recessione (1). E saranno i francesi e invocare sanzioni contro l’Italia. Vedrete a dicembre.


1) A questo proposito, riporto le osservazioni del professor Gustavo Piga sulle misure pretese antirecessive di Renzi: «Renzi aveva due opzioni soltanto: o a primavera di quest’annofar partire sul serio la spending, e con 15 miliardi di tagli di veri sprechi (manovra non recessiva in questo caso) finanziare maggiori investimenti pubblici – unica vera leva per far ripartire occupazione e produzione – senza muoversi dal deficit del 3% di PIL ed abbattendo il rapporto debito PIL; o, preso atto della sua incapacità di fare la spending in tempo, come è stato, effettuare investimenti pubblici per 1% di PIL, 16 miliardi, portando il deficit al 4% di PIL ma riuscendo comunque ad abbattere il debito sul PIL grazie alla maggiore crescita di quest’ultimo e senza preoccuparsi di multe che nessun leader politico europeo avrebbe mai avuto il coraggio di comminare al fondatore Italia. No, Renzi non ha fatto nessuna delle due cose: ha scelto la via semplice di lasciare il deficit al 3% senza fare né spending né investimenti pubblici. Così che la disoccupazione possa crescere, il PIL crollare, il debito continuare nella sua salita. Che l’abbia fatto perché glielo ha chiesto l’Europa lo esonera solo in minima parte: l’Europa siamo noi, specie in questo semestre di Presidenza europea, e sarebbe stato opportuno ricordarlo a Schauble, collega tedesco di Padoan, che ha recentemente parlato – in una importante intervista televisiva ai margini della riunione annuale del Fondo Monetario Internazionale – ben più a lungo del legale rappresentante dell’Unione, il nostro Padoan appunto, a cui spettava la parola. Tra pochi mesi saremo qui a chiederci come mai il PIL continua a crollare malgrado ci sia stato il più grande taglio delle tasse della storia dell’uomo». Tra le promesse che non verranno mantenute, vale la pena di scriversi quella del Ministro Padoan: 800 mila nuovi posti di lavoro. Quando Gberlusconi promise un milione di posti di lavoro, lo derisero tutti. Adesso sono tutti seri, e fanno finta di crederci. Che cosa vuol dire appartenere alla Loggia giusta…

 
fonte: http://www.rischiocalcolato.it

24/10/14

“Io muoio per colpa dell'amianto. Salvate i miei colleghi finanzieri"



ESCLUSIVO. Un militare in congedo, in fin di vita per l'asbestosi, affida le sue speranze ad un appello al comandante generale della Guardia di Finanza, Saverio Capolupo: "Non fermate le bonifiche nelle caserme e vi prego, pensate agli orfani". LA LETTERA

 



“Ho quarantacinque anni, tre figli di cui due in tenera età di sette anni e diciassette mesi, e morirò tra poco. Sono malato di asbestosi, avendo prestato servizio per lunghi anni in esposizione a polveri e fibre di amianto, in assenza di strumenti di prevenzione tecnica e di protezione individuale. Per quasi un quarto di secolo ho indossato la divisa delle Fiamme Gialle e oggi La imploro affinché si prosegua l'attività di bonifica delle caserme e non si lascino soli gli orfani”.
L'appello disperato arriva da Antonio Dal Cin, militare della Guardia di Finanza in congedo, riformato in seguito all'insorgenza di una patologia asbesto correlata, ossia dovuta all'esposizione all'amianto, dopo aver prestato servizio prima in Veneto e in Friuli Venezia Giulia poi a Sabaudia. Ed è indirizzata al Comandante Generale della Guardia di Finanza, Saverio Capolupo, che ha recentemente ammesso la presenza di amianto all'interno di numerose caserme, e di aver iniziato l'attività di bonifica.
Lucido e pronto ad affrontare la morte, assistito dall'Osservatorio Nazionale Amianto, chiede al Comando Generale di non fermare l'operazione di decontaminazione indispensabile per salvare le vite dei colleghi che ancora non si sono ammalati, e di avere cura degli orfani dei molti militari che negli anno hanno contratto, come lui, malattie professionali.
Preg.mo Sig. Comandante Generale,

sono il Sig. Antonio Dal Cin, nato a Crema il 25.09.1969, e residente in Via Zara n. 10, Sabaudia (LT), e sono un finanziere in congedo per riforma in seguito ad insorgenza di patologia asbesto correlata di origine professionale, avendo prestato servizio per lunghi anni in esposizione a polveri e fibre di amianto, in assenza di strumenti di prevenzione tecnica e di protezione individuale.
Ho appreso dagli atti parlamentari, e in modo particolare dalla replica del Ministero dell’Economia e delle Finanze, ma anche dalla mia quotidiana frequentazione, se non altro per via telematica e telefonica (le mie condizioni di salute non mi permettono altro perché avendo l’asbestosi debbo rimanere quasi tutta la giornata disteso sul letto per evitare tra l’altro che aumenti il ritmo del battito cardiaco, già oltre la soglia, e perché avverto dispnea, e soffocamento), che effettivamente anche grazie all’opera e all’impegno delle Superiori Gerarchie è in atto la bonifica delle caserme dalla presenza di amianto.



Dal Cin
 

Certo molte debbono essere ancora bonificate ma almeno si è iniziato a farlo, in modo costante e deciso e di questo La ringrazio, in modo che quando lascerò questa vita, purtroppo assai presto, per quello che mi dicono i sanitari, almeno potrò dire che la mia morte potrà servire a qualche cosa.
La lucida consapevolezza della mia fine, che come dicono i sanitari arriverà per arresto cardiocircolatorio (infatti l’asbestosi ha determinato seri problemi di funzionalità cardiaca, e non a caso l’art. 4 della l. 780/75, per i dipendenti privati sancisce la indennizzabilità anche delle patologie cardiocircolatorie per coloro che sono affetti da asbestosi), e la tragedia legata al fatto che ho tre figli, di cui gli ultimi due in tenera età, Anna di sette anni e Matteo di 17 mesi, che purtroppo rimarranno solo con la madre e cioè con mia moglie che peraltro è affetta da Sclerosi Multipla e Morbo di Basedow, non mi impedisce di mantenere quella saldezza e quella speranza, e anche quella forza che mi ha infuso il servizio, che ho prestato nella Guardia di Finanza per quasi un quarto di secolo.



La imploro dunque di proseguire questa attività di bonifica e di decontaminazione delle Caserme ma Le chiedo pure di non lasciarci soli, di non lasciare soli i ragazzi che rimarranno orfani per il fatto che non siamo stati avvertiti della presenza del minerale killer e del fatto che bastassero poche fibre per contrarre il tumore.
Le dico solo che ho fatto servizio in caserme con presenza di amianto, che sono stato impiegato di servizio in luoghi dove giacevano, perché sequestrati, materiali di amianto, senza alcuna protezione. L’amianto era presente anche nelle camerate.
La prego dunque lo faccia per tutti quei miei colleghi che ancora non si sono ammalati e disponga che il Corpo glorioso della Guardia di Finanza disponga qualche mezzo di assistenza per gli orfani, specialmente i minorenni per il tempo successivo alla morte dei loro cari, per via delle patologie asbesto correlate e di altre patologie professionali che abbiamo contratto nello svolgimento del nostro dovere.
La ringrazio anticipatamente per l’attenzione che mi Vorrà dare, anche nel caso in cui ritenesse di non dover accogliere questa supplica, valga comunque con il segno della mia stima personale di tutti gli altri Colleghi malati di patologie asbesto correlate e dei familiari di quelli che sono deceduti, l’augurio di un buon lavoro.
 

Sabaudia, 15.10.2014. 

fonte: http://www.affaritaliani.it - 17 ottobre 2014

Rita Dalla Chiesa: "Mio padre ucciso su commissione politica che arrivava da Roma"

Rita Dalla Chiesa: "Mio padre ucciso su commissione politica che arrivava da Roma"



"A Roma hanno deciso la morte di mio padre". Dopo più di 30 anni dalla scomparsa del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua figlia Rita si confessa a ilGiornaleOff. L'ex conduttrice di Forum parla dei suoi dubbi e delle sue perplessità sui retroscena che riguardano l'assassinio di via Carini a Palermo: "È tutto molto strano. Hanno fatto film su come si sia arrivati al 3 settembre. Io ne farei uno dal 3 settembre in poi, sui tanti misteri che sono rimasti tali: la borsa di mio padre, i documenti spariti, chi è entrato nella prefettura quella sera invece di buttare un lenzuolo su mio padre? Mio padre è morto in una strada molto affollata, eppure un lenzuolo per coprire mio padre ed Emanuela (Setti Carraro, la seconda moglie del Generale Dalla Chiesa) nessuno l’ha buttato dalla finestra. E chi è entrato a Villa Pajno quella sera? Cos’ha preso? Dov’era la chiave della cassaforte? Nella cassaforte abbiamo trovato una scatola vuota, c’erano i gioielli di Emanuela, ma non i documenti di mio padre. La scrivania di mio padre era sempre piena di carte, scartoffie. Quella sera non c’era un foglio, era perfettamente pulita. Quando mio zio, fratello di mio padre, disse al procuratore “dovete farci capire cosa sia successo” lui gli rispose “non mi gioco di certo le ferie per questo omicidio”.




"Tutta colpa di Roma" - Infine l'affondo: "Tutti mi dicono continui ad andare a Palermo, ad amarla”. Certo, io non dovrei vivere a Roma, dove è stato deciso il tutto! Non a Palermo, dove sono solo state armate le mani. Sono sempre più convinta che la mafia abbia ucciso mio padre su commissione…Politica...".

24 ottobre 2014

fonte: http://www.liberoquotidiano.it

Ignazio Marino, sondaggio choc: 4 romani su 5 non si fidano di lui. Secondo il 75%, è uguale o peggio di Alemanno


MARINO

Catastrofici. Solo così si possono definire i risultati del sondaggio Swg commissionato dal Pd romano sull'indice di gradimento del sindaco di Roma Ignazio Marino.
Uno tsunami - scrive Giovanna Vitale su La Repubblica - non avrebbe potuto fare di più. A un anno e mezzo dal trionfale cappotto contro Alemanno (finì 64 a 36 e 15 municipi a zero), il gradimento del sindaco Marino ha subito un crollo verticale: solo il 20% dei romani si fida ancora di lui, l'80% poco o per nulla. Significa che quattro su cinque preferirebbero qualcun altro sulla tolda del Campidoglio. Tant'è che se oggi si tornasse alle urne, lo rivoterebbe solo il 23% degli elettori, il 75% scriverebbe un altro nome sulla scheda. Peggio fa la giunta, promossa solo dal 16% dei cittadini, mentre l'84 si dichiara insoddisfatto. È la foto di una debacle. Scattata dalla Swg per conto del Pd romano. Il sondaggio choc, realizzato all'incirca un mese fa su un campione di duemila intervistati, è stato commissionato dal principale azionista della maggioranza capitolina, interessato a misurare - anche in termini di consenso - l'efficacia dell'azione amministrativa. Certo non aspettandosi un risultato tanto disastroso. Riassumibile in un dato: alla domanda su che cosa funziona bene a Roma, il 54% ha risposto: 'Nulla'.
Per la stragrande maggioranza chiamata a descrivere la città con tre aggettivi (senza indicazioni prestabilite) - prosegue il quotidiano - Roma è sporca (62%), caotica (49), degradata (35): il termine 'bella' -- che dovrebbe essere il più usato -- compare solo al quinto posto. Un giudizio che si riflette, subito dopo, sulla "Roma che vorrei": "Pulita" auspica il 60% dei sondati, "vivibile, accogliente, curata" il 31%, "efficiente" il 29. Tant'è che quando si chiede di individuare, in ciascun municipio, le emergenze da risolvere, il 61% indica "il decoro urbano", il 59 "la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti", il 53 "i problemi legati al trasporto pubblico". Servizio, quest'ultimo, che per quattro romani su cinque è quello che funziona peggio (79%), seguito ex aequo dalla gestione del traffico (70) e dei rifiuti (69), più distanziate la sicurezza (52) e la polizia municipale (45), che registrano comunque un gradimento piuttosto basso.
È tuttavia il confronto con il predecessore a far suonare il campanello d'allarme. Alla domanda: "Secondo lei come vanno le cose rispetto a quando c'era come sindaco Alemanno?", solo il 23% risponde che è meglio con Marino ("molto" per il 4%; "un po'" per il 19); il 35% risponde che non è cambiato nulla; per il 40% va addirittura peggio ("un po'" per il 15%, "molto peggio" per il 25).
"Penso che sia un ottimo documento che aiuta molto a capire alcuni dati", ha commentato Marino a margine della giunta sul sondaggio Swg commissionato dal Pd capitolino e pubblicato nelle pagine romane di Repubblica che lo danno a picco nel consenso. A chi gli chiede se a suo parere si tratta di uno sgambetto da parte di qualcuno del Pd Marino risponde: "Assolutamente no, mi sembra che i dati sul disappunto sul trasporto pubblico e decoro urbano siano assolutamente in linea con i problemi che noi vediamo e abbiamo davanti agli occhi".


"È evidente e non c'è neanche bisogno di un sondaggio per capire che ci sono difficoltà nei trasporti e dal mio punto di vista è un argomento su cui sto lavorando dal mese di marzo con il Governo su tre punti centrali quello degli extra costi di Roma Capitale che permettono di intervenire su un altro punto che il sondaggio mette in evidenza, il decoro urbano", continua Marino. "Avremo i 110 milioni di euro in più per intervenire dall'inizio del 2015 sul decoro urbano, abbiamo lavorato sull'allentamento del patto di stabilità che ci permette di migliorare in alcuni settori dei lavori pubblici, al di là delle grandi opere come lo stadio o il ponte dei congressi".
"Certo - ha aggiunto - poi ci sono delle analisi più approfondite che andrebbero fatte come la diversa strategia dopo 50 anni della gestione dello smaltimento dei rifiuti. Noi stiamo facendo in 18 mesi lo stesso percorso che città come San Francisco hanno fatto in 18 anni. C'è da chiedersi perché non sia stato fatto nel 1968 o nel 1978".


PIOGGIA DI TAGLI PER MILITARI E POLIZIA. MINISTRO DELLA DIFESA: "SIAMO I PIU' PENALIZZATI"


 

 

 
 
Poco più di un miliardo di tagli, metà dei quali in capo al ministero della Difesa. Lo rivelano le tabelle allegate alla legge di Stabilità in circolazione ieri sera.

Se si sommano gli 1,1 miliardi di risparmi attesi nel 2016 e gli 1,3 del 2017 si arriva a un totale di 3,4 miliardi, non lontano dalle promesse della vigilia (4 miliardi), ma più che una spending review si tratta di tagli lineari Tremonti-style.
 
 
Il ministro Pinotti, che ha preso una bella «stangata», si schermisce. «È vero che siamo i più penalizzati, ma gli investimenti non sono stati tagliati», ha commentato asserendo che «ci sono spese stratificate negli anni che possono essere tagliate con oculatezza». Il ragionamento potrebbe avere un senso se si considera che il bilancio della Difesa ogni anno impegna 20 miliardi di euro. Il problema è che i tagli della spending review si concentrano sul capitolo «Pianificazione generale delle Forze armate e approvvigionamenti militari» per 496,8 milioni, cioè l'11,1% dello stanziamento che originariamente era previsto per il prossimo anno. Si tratta di un taglio draconiano per una voce nella quale sono concentrate tutte le spese per la manutenzione dei mezzi e l'addestramento che non sono iscritte nei rispettivi capitoli (Carabinieri, Marina, Esercito e Aeronautica). È lecito ipotizzare che i militari protesteranno.
Più leggeri i sacrifici imposti agli altri ministri. A superare i 100 milioni sono solo in tre: Istruzione (148,6 milioni), Giustizia (102,7 milioni) e Interno (100,9 milioni). Il ministro Giannini dovrà rinunciare a 139 milioni per l'istruzione scolastica (-30 milioni per gli asili, -36 per le elementari, -17 per le medie e -55 per i licei). Più omogenei i tagli a Via Arenula: 64 milioni dovranno risparmiare giudici civili e penali, mentre 36 milioni si prendono dall'amministrazione penitenziaria. La spending review «dedicata» ad Angelino Alfano colpisce per 74 milioni la Polizia. E qui i sindacati sono già sul piede di guerra per la cancellazione delle griglie orarie per i servizi dei poliziotti.

Un po' di dieta dimagrante la farà anche Pier Carlo Padoan con 85,6 milioni nel 2015. I più colpiti direttamente saranno il Dipartimento delle Finanze (20,2 milioni) e la Guardia di Finanza (4,5 milioni) perché il risparmio più corposo (50 milioni) riguarda i fondi da ripartire alle varie amministrazioni dipendenti da Via XX Settembre. I tagli degli Esteri cifrano apparentemente zero euro, ma nel 2015 saranno tenuti in cassa 25,2 milioni non versandoli agli organismi internazionali. Il contributo all'Onu è tagliato di 20 milioni, mentre si recederà, tra l'altro, dall'Istituto internazionale del Freddo (60mila euro) e dal Comitato consultivo del Cotone (35mila euro).

venerdì 24 ottobre 2014

fonte: http://infodifesa.blogspot.it



FONTE

Quelle promesse sulla pelle degli italiani





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Con una mano bonariamente elargisce e rende, con l’altra furtivamente decurta e sottrae: millantando ed affabulando da tre-cartista della prima ora, Mago Matteo sfoggia un estro indiscutibilmente innovativo, per il semplice fatto che riesca a contrabbandare sesquipedali corbellerie smuovendo gli animi e convincendoli che quelle siano imprescindibili.
 
 
Le capacità di concedere risposte a quesiti di interesse collettivo dovrebbe essere la principale preoccupazione di un sistema politico, volto alla risoluzione di problematiche socioeconomiche particolarmente intricate. La responsività è quindi prerogativa indispensabile, affinché il tessuto sociale si rifletta nei rappresentanti e si convinca che questi ultimi possano davvero incidere nella stabilizzazione del bene comune. Jean Baudrillard, nel computo delle teorizzazioni, evidenziava però le cause di un’involuzione drastica e probabilmente irrimediabile della ciclicità sopracitata durante il XX secolo, in cui la democrazia delegata avrebbe rischiato di veder crollare il proprio costrutto amministrativo, sul quale ha sempre fondato la maggior parte delle sue convinzioni. Da anni, in Italia istituzioni e governi ci propinano l’idea che la partecipazione diretta della partitocrazia nella Res Publica sia di primaria importanza, per competenza conoscitiva e tecnica. È bensì indubbio che altrettanto tempo abbia convalidato, tramite la tesi del filosofo francese, l’assoluta impotenza di programmi partitocratici nel contesto statale italiano, dove tra inettitudine, incapacità, servilismo ed autoreferenzialità, si è consumata in quasi settant’anni una storia pregna di menzogne e di soprusi, di meretrici e di fedifraghi, di pigia-bottoni e di infimi cortigiani da salotto. Da contorno, una vile logica dell’asservimento incondizionato alle disposizioni dei soggetti privati esteri, con banche, lobbies e gruppi elitari decantando a diramare vessazioni burocratiche per garantire il domino del capitalismo finanziario, ad appannaggio dei Popoli.


Ad ogni modo, sembrava che all’incirca un anno fa, precisamente l’8 dicembre 2013, le sorti del Tricolore fossero destinate ad un avvenire prospero, prorompente di occupazione e zampillante di produttività. Matteo Renzi si proponeva con indole vigorosa e determinata ad incarnare l’agognato cambiamento: in una commistione di ovvietà e di novità d’impatto, l’ex sindaco di Firenze prometteva risvolti epocali e dichiarava battaglia alla gerontocrazia capitolina. A distanza di undici mesi e di una segreteria e di una Presidenza del Consiglio conquistate, lo sfavillante Renzi ha smarrito la strada maestra e ha imboccato un viale che invece di cucirgli un soprabito da rottamatore, ce lo consegna nelle vesti di un consumato fattucchiere. Con una mano bonariamente elargisce e rende, con l’altra furtivamente decurta e sottrae: millantando ed affabulando da tre-cartista della prima ora, Mago Matteo sfoggia un estro indiscutibilmente innovativo, per il semplice fatto che riesca a contrabbandare sesquipedali corbellerie smuovendo gli animi e convincendoli che quelle siano imprescindibili. Perché lui è il santone per eccellenza, il guru gigliato disceso a Roma per riacutizzare le piaghe di uno Stivale esanime.
Pazienza che inizialmente dispensi 80 euro alle neo mamme e successivamente stanzi soltanto 500 milioni per la famiglia – ossia la metà dei proventi fiscali incamerati dalle slot machine, che tanti nuclei famigliari hanno sgretolato e da cui si esige costantemente troppo poco. È un dettaglio la questione che desideri innescare di nuovo il lavoro e che collateralmente non intervenga in modo netto e deciso sull’IRAP ed anticipi parte del TFR nelle buste paga degli ipotetici richiedenti, con conseguente guadagno per lo Stato. È secondario che, nonostante voglia ardentemente dare una scossa ai consumi, non disintegri la losca intoccabilità di un’IVA da percentuali microeconomicamente destabilizzanti. D’altronde, lui è l’onnisciente ed onnipresente Mago Matteo. Comunque, qualcuno ci avvisi repentinamente quando questo ributtante avanspettacolo chiuderà bottega e lascerà spazio al concreto e serioso dibattimento. Gli italiani (incazzati) ringraziano.

di - 23 ottobre 2014  
fonte: http://www.lintellettualedissidente.it

23/10/14

LA LETTERA UE ARRIVA "STRETTAMENTE CONFIDENZIALE". INFATTI IN ITALIA VIENE PUBBLICATA, MENTRE RENZI MOSTRA I MUSCOLI (VOCALI)





Barroso sarà contento di finire la sua carriera di Commissario UE, con il suo successore che dovrà vedersela col referendum britannico, con i movimenti separatisti in crescita, e con Francia e Italia messe di traverso. In particolare, quest'ultima, guidata da un Gian Burrasca niente male, che le cose non le manda certo a dire. 
Nell'estate del 2011, quando arrivò la famosa lettera della BCE, firmata da Trichet (ma controfirmata dal suo successore, Mario Draghi), Berlusconi e Tremonti piegarono la testa, nel timore che la banca europea ci mollasse e i nostri titoli di stato mancassero di copertura. Renzino, 3 anni dopo, non ha problemi diversi, perché il nostro debito pubblico in questi tre anni, nonostante il padre di tutti i mali italiani non sia più a Palazzo Chigi, non è diminuito, anzi è aumentato ancora. Però ha deciso di assumere un piglio diverso. E così dice che noi rispetteremo il tetto del 3%, facendo finta di non sapere che a Bruxelles da noi vogliono il pareggio di bilancio nel 2015, cosa assolutamente impossibile salvo manovre da periodi di guerra (leggi : patrimoniale, prelievi dai conti corrente, in stile Amato per intenderci, ennesimo ma più pesante al patrimonio privato, visto che il pubblico non si tocca ).  Sbruffone come sempre, Renzi dice che se mancano 2-3 miliardi lui li trova in una mattinata ( che ce vò ? aumenta un'altra volta l'IVA, ed è fatto !), e però è ora di farla finita con le letterine, e i conti iniziare a farli anche con le spese dei palazzi di Bruxelles (e tutti i torti non li ha..., anche se poi la sostanza dei NOSTRI problemi non sta lì e non cambia).
Vedremo nelle prossime ore. Un fatto non è smentibile : se ALTRI si fossero mossi con la stessa spregiudicatezza verbale nei confronti delle autorità europee,  sarebbe venuta giù la rete web tra tweet e post sui social network. 



Legge di stabilità, ecco la lettera Ue: all’Italia: “Chiarimenti su deficit, coperture e riforme”. Renzi: “2 miliardi? Possiamo metterli domani”

Sul tavolo del governo i rilievi tecnici che la Commissione ha sollevato sulla manovra. Barroso contro il Ministero dell’Economia: «Quel testo non doveva essere pubblicato». Il premier lo gela: «Stupito. Ora pubblicheremo i dati delle spese Ue, sarà divertente»
 
 

ANSA
La lettera «confidenziale» di Katainen è stata pubblicata integralmente sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanza

corrispondente da bruxelles


«E’ partita, dunque è anche arrivata», dice di buon’ora una fonte europea a La Stampa. Poi arriva la conferma del Tesoro. Da questa mattina sul tavolo del governo italiano ci sono i rilievi tecnici che la Commissione Ue ha sollevato sulla Legge di Stabilità varata dal governo Renzi il 15 ottobre. In sostanza, hanno circoscritto tre gruppi di questioni da modificare o approfondire: il mancato rispetto dell’obbligo di ridurre di mezzo punto il deficit strutturale (al netto di ciclo e una tantum); la solidità delle coperture e delle entrate; gli effetti e il calendario delle riforme.  

24 ORE DI TEMPO  
«La Commissione intende continuare il dialogo costruttivo con l’Italia per arrivare alla valutazione finale della manovra e gradirebbe il vostro punto di vista non appena possibile e preferibilmente entro il 24 ottobre per consentirci di tener conto delle valutazioni italiane nella prossima fase», si legge nella lettera. Il commissario per l’Economia Jyrki Katainen rileva una significativa deviazione dagli aggiustamenti richiesti per centrare l’obiettivo di medio termine (il pareggio nel 2015). «Non una è minaccia, ma l’avvio di una collaborazione», si assicura a Bruxelles. Vero a metà. Perché se il dialogo non avrà uno sbocco positivo, il 29 l’esecutivo potrebbe calare il suo asso di picche e chiedere la riscrittura degli impianti non in linea con le regole a dodici stelle. 

“SIGNIFICATIVO SCOSTAMENTO DAGLI OBIETTIVI”  
«Dall’analisi preliminare, sulla base dei conti degli uffici tecnici della Commissione Ue, l’Italia programma una significativa deviazione dagli aggiustamenti richiesti per centrare l’obiettivi di medio termine (il pareggio di bilancio, ndr) nel 2015», si legge nella lettera. Quindi, «l’Italia come assicurerà un pieno rispetto degli obblighi della politica di bilancio nel 2015?». Il governo italiano fa sapere che risponderà entro domani. Ci sono 24 ore di tempo per trattare. «Gli uffici tecnici del Ministero sono già in contatto con la direzione ECFIN a Bruxelles, così come il Governo italiano è in contatto con la Commissione europea», scrive una nota del Tesoro. Matteo Renzi, a Bruxelles per il vertice europeo, non ci sta: «Stiamo discutendo di uno o due miliardi di differenza, possiamo metterli anche domattina», «corrispondono ad un piccolissimo sforzo».

LA PUBBLICAZIONE DELLA LETTERA DIVENTA UN CASO  
La pubblicazione della lettera di Katainen a Padoan - apprezzabile operazione di trasparenza del Tesoro - non è però andata giù a Barroso. «È stata una decisione unilaterale del governo italiano, la Commissione non era favorevole perché siamo in una fase di negoziati e consultazioni con diversi governi e sono consultazioni tecniche, che è meglio avere in un ambiente confidenziale», dice il presidente uscente. Anche su questo fronte la replica di Renzi è durissima: «Sono stupito che Barroso si sia sorpreso per la pubblicazione della lettera che era stata anticipata qui, su un importante quotidiano internazionale, il Financial Times, poi un importante giornale italiano ha avuto lo scoop». Poi l’affondo: «Pubblicheremo non solo la lettera» inviata dall’Ue, «ma tutti i dati economici di quanto si spende in questi palazzi, sarà molto divertente».

LETTERA ANCHE ALLA FRANCIA  
Da Parigi il sottosegretario per gli Affari Comunitari, Sandro Gozi getta acqua sul fuoco, definendo gli interrogativi contenuti nella lettera del tutto «normali». «Noi - sottolinea - vogliamo raggiungere gli obiettivi ma attraverso un nuovo percorso. Di questo discutiamo con la Commissione e tra poco la Commissione riceverà la risposta dell’Italia». La lettera dell’Ue, comunque, era attesa ed è stata recapitata anche alla Francia. Lo ha annunciato il presidente della Commissione Esteri del Parlamento europeo, Elmar Brok, lasciando il pre-vertice del Ppe a Bruxelles. «La Francia rispetterà le regole usando il massimo della flessibilità», ha ribadito Hollande entrando al summit Ue. E il plenipotenziario economico Jyrki Katainen ha confidato l’intenzione di inviare tre lettere ad altrettanti Paesi per «chiedere chiarimenti sulle leggi di bilancio». Anche Austria, Malta e Slovenia dovrebbero pertanto ritrovarsi oggi un invito a spiegarsi meglio. 

DUELLO A DISTANZA VAN ROMPUY-JUNCKER  
Il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, avrebbe inoltre suggerito al numero uno uscente Barroso, e al confermato Katainen, di non alimentare polemiche che potrebbero inquinare l’eurosummit in programma nella capitale belga (inevitabile). Infine peserebbe la mancanza di piena sintonia fra il vecchio e il nuovo, fra il portoghese dalla linea dura (dall’Italia vorrebbe tutto lo 0,5%) e gli uomini di Juncker, già generosi nel ripetere che «le regole cambiano, ma possono essere applicate con maggiore flessibilità». 

CLIMA AMMORBIDITO  
Il senso della lettera è chiaro: bisogna mettere le mani nel motore nel giro di una settimana. «Il clima nei confronti dell’Italia si è ammorbidito», riferisce una fonte. Potrebbe bastare una «lettera di intenti» come base per risolvere la contesa. Ci si aspetta «uno sforzo verso lo 0,25 di correzione strutturale». Il dato di riferimento è quello. Potrebbe essere accettato alla luce della difficile congiuntura e scontando l’efficacia delle riforme. Roma, con attenzione, diplomazia e 2-3 miliardi, ha ancora la possibilità di non sentirsi chiedere di riscrivere il bilancio. 
LA FRETTA DI JUNCKER  
E’ importante per sedersi a pieno titolo al tavolo della fase due, quella «politica» su flessibilità e investimenti. Juncker ha fretta. «Presenteremo il piano investimenti da 300 miliardi entro Natale e non a metà febbraio», ha annunciato all’Europarlamento. L’obiettivo è andare oltre il guado, «senza accumulare nuovo debito», ricordando «non si crea lavoro con la sola austerità, perché se così fosse la crescita sarebbe massiccia e invece no». Una task force Bei-Commissione presenterà l’elenco dei progetti possibili nazionali il 25 novembre. C’è l’ipotesi di un utilizzo di parte della dote del fondo salva-Stati (che non piace a Berlino) e la ricapitalizzazione della stessa Banca per gli investimenti. Si conta su un’approvazione al summit del 18-19 dicembre. Juncker vuole sia la priorità, per il lavoro, l’occupazione e oltre. «Questa commissione - dice - è l’ultima chance per l’Ue». Forse esagera. Ma forse no.
 
23ottobre 2014
 

Attentato Canada - Ovazione del Parlamento canadese all'ex polizziotto delle Giubbe Rosse, Kevin Vickers.







Ovazione del Parlamento canadese al Sergente Kevin Vickers, ex polizziotto delle Giubbe Rosse e responsabile della sicurezza del Parlamento canadese. Il giorno prima aveva sparato e ucciso  Michel Zehaf Bibeau, che aveva fatto irruzione nel Parlamento .
L'assalitore aveva aperto il fuoco e ucciso Nathan Cirillo, soldato di origini italo-canadesi.



 
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“The United States of Gas”? Il miraggio dell’indipendenza energetica





USA-shale gas-energia
di Alessandro Tinti


Allo sfruttamento intensivo dello shale gas analisti e politici americani hanno accostato a colpo sicuro il termine “rivoluzione”. Gli incrementi produttivi innescati dall’estrazione di gas da argille e scisti bituminosi sono predicati quali il vettore che nel prossimo futuro ripoterà gli Stati Uniti alla posizione di preminenza occupata agli inizi del Novecento, ossia a quella di prima potenza energetica. Per un gigante economico che a lungo è stato centro di gravità delle transazioni di energia e che ha improntato la vocazione internazionale al dogma della liberalizzazione delle linee di approvvigionamento, le implicazioni geostrategiche di quest’annunciato cambio di paradigma del mercato energetico sono certamente imponenti. Tuttavia, una serie di questioni sottaciute dalle proiezioni sulla curva di produzione impone una lettura prudente della condizione d’indipendenza energetica eventualmente perseguibile dagli Stati Uniti – tanto sul piano della diversificazione globale dei siti estrattivi, quanto su quello dei costi non manifesti.
La crescente rilevanza degli idrocarburi non convenzionali nel mix energetico statunitense è stata sollecitata dai recenti sviluppi delle tecnologie estrattive; precisamente, la frantumazione idraulica e la trivellazione orizzontale hanno rapidamente creato un nuovo orizzonte di opportunità, consentendo l’utilizzo di vasti bacini altrimenti non commercializzabili in termini di redditività. Dal 2000 a oggi lo shale gas è passato dal 2% al 40% del gas complessivamente estratto, guidando aumenti costanti del livello di produzione che nel 2010 hanno permesso di sopravanzare la concorrenza russa. Secondo le proiezioni dell’Energy Information Administration (EIA) gli Stati Uniti diventeranno esportatori netti di gas naturale prima del 2020 ed esportatori di 5.8 trilioni di piedi cubi (Tcf) nel 2040, quando il gas non convenzionale peserà per metà dell’intera quota prodotta; si ipotizza, inoltre, che entro il 2035 il gas avrà soppiantato il carbone quale risorsa principale per la generazione di elettricità [1]. Secondo i dati forniti dall’EIA gli Stati Uniti potranno contare su un serbatoio di riserve sufficienti a sostenere almeno 90 anni di produzione. Emblematiche di questo cambiamento di prospettiva sono le numerose richieste [2] sottoposte al vaglio del Department of Energy per la conversione dei rigassificatori, costruiti per la ricezione di gas naturale liquefatto (LNG nell’acronimo inglese) e largamente inutilizzati, in impianti di liquefazione, al fine di sostenere le (eventuali) esportazioni verso i mercati asiatici, sudamericani ed europei.


La maggiore disponibilità di gas comporta ricadute importanti sull’economia interna: tra le più significative, il rilancio dei consumi provocato dalla riduzione della spesa familiare per il riscaldamento, il sostegno dell’occupazione nell’industria estrattiva, l’incentivo ad investimenti nel settore manifatturiero in ragione dei prezzi declinanti degli input energetici [3]. La rivoluzione americana non è tuttavia ancorata unicamente all’accresciuta abbondanza di gas naturale e al conseguente ampliamento degli utilizzi finali. Gli avanzamenti tecnologici hanno parallelamente incoraggiato lo sfruttamento del “tight oil”, ossia di petrolio anch’esso intrappolato in rocce impermeabili, la cui immissione sul mercato ha ribaltato un andamento negativo di lungo periodo nella produzione di greggio. Dopo il punto di minimo toccato nel 2008, la quantità di petrolio prodotta è cresciuta regolarmente, raggiungendo nell’agosto 2014 una media di 8.6 milioni di barili giornalieri (bbl/d) – un livello che l’industria petrolifera statunitense aveva da ultimo toccato nel luglio 1986 [4]. Nel 2013 gli Stati Uniti hanno registrato un incremento annuale di 1.1 bbl/d, un aumento assoluto non corrisposto da alcun competitore e che non ha precedenti negli annali della superpotenza [5]. I modelli EIA prevedono una produzione di 9.6 bbl/d nel 2019, con un differenziale positivo di 3.1 bbl/d rispetto al 2012, e prorogano al 2040 la contrazione inevitabile dello stock di greggio [6]. In altre parole, ciò significherebbe tornare alla capacità estrattiva degli anni Settanta, contendendo il primato dell’Arabia Saudita – con quest’ultimo che potrebbe essere già intaccato entro la fine dell’anno.


Benché occorra tenere concettualmente distinti i livelli di produzione dalla disponibilità di riserve, i dati attuali e le proiezioni correlate non solo accertano un rafforzamento degli Stati Uniti in una delle componenti costitutive della potenza nazionale, ma sembrano prefigurare un mutamento dei rapporti di forza globali. Il dibattito interno è concorde nel ritenere che i fattori scatenanti lo “shale boom” (la proprietà privata dei giacimenti, lo studio avanzato della geologia del Paese, un mercato dei servizi competitivo, un quadro legislativo accomodante, la presenza d’infrastrutture preesistenti e di adeguate conoscenze tecniche) potranno essere difficilmente replicati dai principali antagonisti di Washington, spesso frenati (è il caso cinese) da burocrazie elefantiache e verticistiche [7]. In questo senso una maggiore capacità produttiva tenderebbe ad una maggiore flessibilità strategica, allentando i pesanti vincoli contratti nei teatri mediorientali a tutela prioritaria della stabilità dei pozzi del Golfo Persico.
Le attese americane sembrano però peccare di eccessivo ottimismo poiché la guerra di cifre lanciata dai media d’oltreoceano lascia trasparire più di qualche incertezza sulla lettura dei prossimi equilibri energetici. In primo luogo, gli Stati Uniti consumano più idrocarburi di quanto siano in grado di produrne. Pertanto, l’ingente domanda interna deve essere continuativamente soddisfatta dalle importazioni. Guardando al gas naturale, nel 2013 ad una produzione di 687.6 bilioni di metri cubi (bcm) è corrisposto un consumo di 703.2 bcm, secondo tassi di incremento annuale rispettivamente dell’1.3% e del 2.0% [8]. La differenza è stata colmata dai gasdotti canadesi che hanno irrorato l’economia statunitense di 78.9 bcm [9] – a copertura anche delle quantità di gas pari a 44.5 bcm esportate dagli Stati Uniti in direzione dei partner NAFTA. Deve essere inoltre annotato che nel medesimo anno di riferimento sia Federazione Russa che Cina hanno seguito un passo più spedito, realizzando aumenti del 2.4% e del 9.5%.


La forbice import/export è ben più ampia in riferimento al petrolio, laddove nel 2012 la domanda di greggio è stata sostenuta per il 42% da fonti estere. Rovesciando i termini dell’equazione, gli Stati Uniti possono provvedere autonomamente a poco più di un terzo del proprio fabbisogno. Sebbene l’introduzione di misure di efficienza energetica abbia ridotto il consumo pro-capite, l’apparato industriale americano drena quasi 18 bbl/d, che riflettono il 19.9% dell’intera domanda mondiale. Se nel caso del gas naturale il bacino nordamericano nel suo complesso protegge la posizione di Washington, per quanto concerne il petrolio gli Stati Uniti non sono dunque in grado di recedere da una condizione di dipendenza esterna. In questa prospettiva tra l’ascesa produttiva e la recente riduzione delle quote importate non esiste alcun nesso di causalità: se è pur vero che la domanda di greggio si è abbassata di circa il 10% rispetto al 2005, è piuttosto il crollo dell’attività economica generato dalla crisi finanziaria del 2006 ad aver asciugato la sete di petrolio, moderando i flussi in entrata.
Conseguentemente, la tesi dell’indipendenza energetica del polo americano pare a dir poco affrettata, oltre che avvallata da studi di fattibilità non ancora maturi. Lo shale gas è certamente destinato a rivestire un ruolo fondamentale nel sostentamento dell’economia statunitense, ma la conversione dei sistemi produttivi a tale fonte energetica rappresenta un traguardo ad oggi lontano, basti pensare che il settore dei trasporti è interamente monopolizzato dai derivati del petrolio [10]. Nel caso di riferimento fissato dall’EIA il tasso di crescita annuale nella produzione di gas naturale raddoppia quello del consumo (1.6% contro lo 0.8%), ma questa ipotesi non è confermata dai trend attuali, come evidenziato nel paragrafo precedente. La stessa agenzia governativa precisa che l’attendibilità dei prospetti è sensibilmente condizionata da incognite geologiche (l’effettiva entità delle formazioni bituminose), economiche (il livello dei prezzi) e tecnologiche (lo sviluppo delle tecniche di estrazione) [11]. A tal proposito il grafico sottostante mette in luce la variabilità di questa tipologia di proiezioni.



Proiezioni sulla produzione mondiale di petrolio rilasciate dall’EIA nel periodo 2000-2011 e confronto con la produzione attuale – Fonte: Post Carbon Institute
Proiezioni sulla produzione mondiale di petrolio rilasciate dall’EIA nel periodo 2000-2011 e confronto con la produzione attuale – Fonte: Post Carbon Institute


Diversamente da valutazioni di corto respiro che puntualizzano l’accrescimento delle riserve fruibili dall’industria statunitense [12], uno studio del Post Carbon Institute raccomanda di considerare il rendimento energetico netto della risorsa, ossia il differenziale tra l’energia richiesta per lo sfruttamento della risorsa e l’energia contenuta nel prodotto finale. Poiché il rendimento netto degli idrocarburi non convenzionali è minore rispetto a quello delle fonti fossili convenzionali, il discrimine circa l’efficienza del loro impiego è determinato dai costi complessivi (anche ambientali) del ciclo estrattivo, che in ultima istanza definiscono l’indice di approvvigionamento della risorsa [13]. Da questo punto di vista i pozzi di shale gas accusano un crollo di rendimento elevatissimo, mediamente oscillante tra il 79% ed il 95% dopo i primi 36 mesi di attività. Secondo i report pubblicati dall’EIA, il mantenimento di livelli di produzione in linea con le proiezioni costringe una continua immissione di capitali per l’apertura di nuovi siti di estrazione. Tale esborso finanziario è stimato dal Post Carbon Institute in 42 mld di dollari, da versare annualmente al fine di garantire la trivellazione di oltre 7mila nuovi pozzi – una spesa che eccede il valore commerciale del gas estratto (nel 2012 stimato in 32.5 mld) [14]. La legge dei rendimenti decrescenti è parimenti applicabile ai prodotti petroliferi. In tal senso, per ottenere nel 2040 un atteso aumento del 41% dell’intera produzione domestica di idrocarburi sarà necessario un incremento annuale del 77% nella perforazione di pozzi. Non è un caso che nel corso del 2012 l’industria del gas e del petrolio degli Stati Uniti abbia chiuso con un passivo di 60 mld, a fronte degli onerosi investimenti effettuati [15].


Confronto tra il numero di pozzi di gas naturale operativi negli Stati Uniti e la loro produttività media – Fonte: Post Carbon Institute
Confronto tra il numero di pozzi di gas naturale operativi negli Stati Uniti e la loro produttività media – Fonte: Post Carbon Institute



In definitiva, se si incrociano i dati sul rapido declino della produttività media dei giacimenti non convenzionali con quelli descrittivi del divario consumo-produzione, gli andamenti discussi in apertura all’articolo non sembrano sostenibili nel lungo periodo. Ad appesantire questo bilancio intervengono due aspetti che non saranno oggetto di specifico approfondimento in questa analisi: da un lato, la convenienza nell’impiego su larga scala del gas naturale nel tessuto industriale americano sarà primariamente determinata dalle oscillazioni dei prezzi, bassi dal 2008 ma storicamente volatili e condizionati tanto da fattori macroeconomici quanto dall’evoluzione del settore estrattivo; dall’altro, i danni ambientali procurati dalla frantumazione idraulica (dalla contaminazione delle falde acquifere alla distruzione degli ecosistemi locali [16]) potrebbe raccomandare l’introduzione di regolamentazioni restrittive, fissando dei limiti ai volumi prodotti ovvero imponendo sanzioni, che condizionerebbero l’esplorazione e lo sfruttamento dei bacini non convenzionali.
I dati riportati avvalorano la tesi per cui il gas naturale possa costituire una “risorsa ponte” per il sistema produttivo statunitense, in grado di aggiornare l’efficienza energetica degli utilizzi industriali e residenziali, di ridurre il livello di emissioni e soprattutto di allungare la coperta in vista di un inderogabile ripensamento delle fonti energetiche (si tenga presente che l’86% della domanda statunitense è colmata da fonti fossili). Tuttavia, non pare realistico ritenere che le vaste riserve di gas non convenzionale in dote agli Stati Uniti possano risultare decisive sullo scacchiere globale poiché la crescita più che proporzionale del consumo interno diminuisce la credibilità ed il peso strategico delle quote esportabili oltre oceano. 

Conviene ricordare in tal senso il caso indonesiano, laddove lo sviluppo economico stimolato dall’abbondanza di petrolio ha gradualmente sollevato la domanda interna, trasformando l’Indonesia da Paese esportatore a importatore. Gli analisti che enfatizzano le potenzialità del “secolo del gas” a direzione americana tendono inoltre a trascurare un aspetto non marginale, ossia i costi di trasmissione delle esportazioni di gas che la condizione di insularità accresce sensibilmente. È infatti il mercato internazionale e non la quantità di riserve nazionali a definire l’export sulla base del prezzo di vendita della materia prima: in questo frangente i maggiori costi risultanti dal necessario processo di liquefazione e dal trasporto di volumi modesti influiscono negativamente sull’appetibilità del gas statunitense. In altri termini, è altamente improbabile che Washington abbia la capacità produttiva e commerciale di egemonizzare i mercati europei (riducendo il potenziale di ricatto di Mosca) [17] ed asiatici – con una possibile eccezione rappresentata dal Giappone, primo importatore di LNG (119 bcm nel 2013) ma conteso dalla concorrenza australiana.


Pertanto, nell’agone della politica internazionale gli Stati Uniti avranno l’opportunità di spendere la moneta del gas sul terreno del prestigio nazionale e delle percezioni altrui, piuttosto che sfruttarne i dividendi per alterare a proprio favore la bilancia dell’energia mondiale ovvero agitare una ancor meno probabile fuga isolazionista nell’emisfero occidentale. Da questo punto di vista il monumentale accordo per la fornitura (trentennale) di gas sottoscritto da Federazione Russa e Cina irradia un impatto strategico incomparabile con le deboli declamazioni di una prossima autosufficienza energetica della potenza statunitense, il cui baricentro politico-economico si rivela progressivamente eccentrico rispetto all’evoluzione dei contesti regionali. Secondo questa lettura, gli statisti americani (e con loro le cancellerie europee) dovranno guardare con crescente preoccupazione agli effetti conflittuali determinati dalla corsa globale al consumo di energia e dalla distribuzione iniqua del consumo. Come già riportato, gli Stati Uniti consumano mediamente un quinto del petrolio complessivamente immesso sul mercato, mentre il consumo mondiale di greggio è destinato a salire dagli attuali 90.5 bbl/d ai 117-121 bbl/d del 2040 – trainato quasi interamente dalle cd economie emergenti. È la crescita strutturale di quest’ultime a rendere ancor più complessa la partita energetica giocata dagli Stati Uniti.

 by on

* Alessandro Tinti è Dottore in Relazioni Internazionali (Università di Firenze)
[1] U.S. Energy Information Administration, Annual Energy Outlook 2014 With Projections to 2040, Department of Energy, Washington, aprile 2014.
[2] Su 31 richieste per l’autorizzazione ad esportare LNG inoltrate al dicastero competente, almeno 8 prevedono l’adattamento dei rigassificatori esistenti, con un costo stimato tra i 6 e i 10 mld di dollari per singolo stabilimento. Cfr. Michael Ratner, Paul W. Parfomak, Ian F. Fergusson, Linda Luther, U.S. Natural Gas Exports: New Opportunities, Uncertain Outcomes, Congressional Research Service, 17 settembre 2013, p. 11.
[3] Cfr. Robert A. Hefner, The United States of Gas, in “Foreign Affairs”, vol. 93, n. 3, 2014.
[4] U.S. Energy Information Administration, Monthly Energy Review, Department of Energy, Washington, settembre 2014, p. 37.
[5] BP, Statistical Review of World Energy, giugno 2014.
[6] U.S. Energy Information Administration, Short-Term Energy Outlook, Department of Energy, Washington, settembre 2014.
[7] Cfr. Lynann Butkiewicz, North America’s Natural Gas Boom Comes to the Asia-Pacific, in “The Diplomat”, 27 settembre 2012; Robert A. Hefner, op. cit.; Edward L. Morse, Welcome to the Revolution, in “Foreign Affairs”, vol. 93, n. 3, 2014.
[8] BP, Statistical Review of World Energy, giugno 2014.
[9] A questi si aggiungano 2.7 bcm di LNG.
[10] Cfr. Michael Ratner, Carol Glover, U.S. Energy: Overview and Key Statistics, Congressional Research Service, giugno 2014.
[11] U.S. Energy Information Administration, Annual Energy Outlook 2014 With Projections to 2040, Department of Energy, Washington, aprile 2014.
[12] Henry D. Jacoby, Francis M. O’Sullivan, Sergey Paltseva, The Influence of Shale Gas on U.S. Energy and Environmental Policy, in “Economics of Energy & Environmental Policy”, vol. 1, n. 1, 2012.
[13] J. David Hughes, Drill, Baby, Drill: Can Unconventional Fuels Usher in a New Era of Energy Abundance?, Post Carbon Institute, 2013, pp. i-ii.
[14] Ibidem, p. 50.
[15] Edward L. Morse, op. cit.
[16] Cfr. Bipartisan Policy Center, Shale Gas: New Opportunities, New Challenges, gennaio 2012;  Michael Ratner, Mary Tiemann, An Overview of Unconventional Oil and Natural Gas: Resources and Federal Actions, Congressional Research Service, gennaio 2014;
[17] Cfr. Matteo Villa, Sicurezza energetica: Obama (non) ci salverà, ISPI, 24 luglio 2014.