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25/06/15

IMMIGRAZIONE - Dai barconi alle caserme: immigrati insieme ai militari? - Analisi Difesa



Hanno suscitato un certo clamore a Padova le dichiarazioni del Prefetto Patrizia Impresa (vedi foto sotto) che, recatasi alla festa della fondazione della Guardia di Finanza, parlando coi giornalisti a proposito del problema dei migranti in arrivo in città (circa 300) ha detto“stiamo cambiando target per quel che riguarda le strutture in cui accoglierli. Non più abitazioni ma caserme. E non intendo caserme dismesse, ma caserme ancora in funzione”.
Un concetto chiarissimo, tranchant, originale, che però, per essere attuato, vista la mancanza di attribuzioni di un Prefetto in tema di impiego delle strutture militari, necessita perlomeno del placet dei diretti interessati.

 

Ma su questo fronte il Prefetto non sembra avere nessunissimo problema, anzi, qui gioca la sua carta migliore e cioè l’approvazione del progetto da parte delle superiori autorità militari, anzi, la loro completa disponibilità -”Abbiamo avuto un report dal Ministero della Difesa”- ha detto il Prefetto Impresa -“che ci ha dato una lista di caserme buone per le nostre necessità”.
Tutto sembra dunque procedere nel migliore nei modi per il Prefetto, i migranti e a questo punto anche per i militari che saranno coinvolti e che almeno così potranno sapere, come si dice, chi resterà col cerino in mano (a Padova hanno sede vari enti militari tra cui il Comando Forze di Difesa Interregionale Nord, il 15° Centro Rifornimenti e Mantenimento (CERIMANT) e il 32° Reggimento Trasmissioni).
La struttura prescelta è quella in dismissione dell’Aeronautica Militare presso l’aeroporto “G.Allegri” (vedi foto sotto), già sede fino al 2009 della 1^ Brigata Aerea ed ora in carico al 2° Reparto Manutenzione Missili. Un primo incontro è già avvenuto tra il Prefetto e l’Aeronautica ma, secondo quanto riportato dalla stampa locale per ora nulla è stato ancora definito, anche se lo sarà a breve.

 

Del resto, dice ancora la stampa locale, vi sarebbe a monte una piena intesa tra il Ministero degli Interni e quello della Difesa. L’iniziativa padovana si presenterebbe quindi come una sorta di apripista ad un tipo di soluzione del tutto nuova in tema di “accoglienza” che vede il diretto coinvolgimento di strutture in cui vi sono reparti militari che, all’improvviso, si troveranno a gestire non senza difficoltà delle situazioni non del tutto prevedibili incluse quelle particolarmente spinose attinenti alla vigilanza e alla sicurezza e la cui inosservanza, some si sa, ha risvolti anche di natura penale.
C’è poi qualche discrimine sui criteri con cui verranno individuate le caserme destinate a ospitare i migranti? Per esempio escludendo le strutture di unità appartenenti all’area operativa dell’Esercito?
A quanto si sa le direttive interministeriali prevedono semplicemente di individuare in tutte le province delle caserme che siano ancora attive (ovvero agibili e idonee sotto il profilo igienico-sanitario) e al tempo stesso che non siano ubicate nei centri-città, criterio quest’ultimo che non mancherà di suscitare qualche critica dato che sembra voler nascondere l’evidenza del problema ed anche la sua attuale soluzione.

di *Fabio Ragno - 25 giugno 2015
Fabio Ragno

*Fabio Ragno Padovano, classe 1954, è Colonnello dell'Esercito in Ausiliaria. Ha iniziato la carriera come sottufficiale paracadutista. Congedatosi, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza ed è rientrato in servizio come Ufficiale del corpo di Commissariato svolgendo incarichi funzionali in varie sedi. Ha frequentato il corso di Logistic Officer presso l'US Army ed in ambito Nato ha partecipato nei Balcani alle missioni Joint Guarantor, Joint Forge e Joint Guardian.

fonte: http://www.analisidifesa.it
 

24/06/15

Il Qatar, bancomat dell’Isis. Con cui noi facciamo affari d’oro



al-thani tamin bin hamad


Nuovi elementi danno il Qatar come uno dei principali finanziatori del Daesh, acronimo arabo dell’Isis.
Il Qatar, per intenderci e per arrivare subito al sodo, è quello del “Milano, i grattacieli di Porta Nuova passano tutti al fondo del Qatar” (1), del “Al Qatar l’ex San Raffaele, entro 2015 attivo il nuovo ospedale” (2), del “Qatar e magnate dei Dolphins pronti ad acquistare la F.1” (3), e di tanti altri acquisti ed investimenti in tutto l’occidente.
Ci si va a braccetto, quindi, con il Qatar e con il suo emiro Tamim bin Hamad al-Thani, perché si fanno affari d’oro. Tuttavia la storia del Qatar degli ultimi anni non è proprio coerente con l’immagine che il ricco regno mediorientale vuole dare e soprattutto che noi occidentali ci ostiniamo a voler vedere. Perché dietro alle primavere che hanno infiammato il mondo arabo, dietro all’Isis come pure ai Fratelli Musulmani, c’è sempre il Qatar.
Ne avevamo già parlato sulle pagine di Notizie Geopolitiche (4) dei molti elementi che danno il coinvolgimento del Qatar con quel Daesh che decapita gli occidentali, distrugge i siti archeologici e soprattutto stermina le minoranze etniche di Iraq e Siria, ma la recente notizia dell’uccisione tramite drone del terrorista Ali Awni al-Harzi ne ha fornito un’ulteriore prova.
La teoria che dà l’Isis come strategia di Turchia, Usa e Qatar per ribaltare il governo di Bashar al-Qssad senza sporcarsi le mani, è sotto gli occhi di tutti, salvo poi il giocattolo sfuggire ad ogni controllo. L’ex Segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha ammesso in modo sorprendente che l’Isis “è stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler mettere in piedi una guerriglia anti al-Assad credibile. La forza di opposizione che stavamo creando era composta da islamisti, laici e da gente nel mezzo: l’incapacità di fare ha lasciato un grande vuoto che i jihadisti hanno ormai occupato. Spesso sono stati armati in modo indiscriminato da altre forze e noi non abbiamo fatto nulla per evitarlo” (5).
In tale quadro, il ruolo del Qatar è stato sostanzialmente quello del principale finanziatore dello Stato Islamico, almeno fino a quando non è venuto ad essere necessario l’intervento contro il Daesh. Il motivo va ricercato in più fattori tra i quali la lotta in corso con l’Arabia Saudita per contendersi il primato nel Medio Oriente sunnita e nel contempo di fungere da interlocutori privilegiati con l’occidente.
Fatto sta che lo scorso 25 agosto 2014 il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller, subito ripreso da una furiosa Angela Merkel, era intervenuto sul canale televisivo pubblico ZDF affermando: “Un suggerimento, chi finanzia queste truppe dell’Isil? Il Qatar” (6). Mueller aveva così completato la battuta del collega vicecancelliere e ministro dell’Economia Sigmar Gabriel, il quale era intervenuto in un dibattito ponendosi la domanda su chi finanziava il gruppo qaedista, cioè uno Stato, ma senza dare nessuna indicazione.
Panorama riportava in febbraio addirittura che i film dell’Isis dove venivano mostrati i nemici venire decapitati, bruciati vivi e annegati, sarebbero stati realizzati grazie a corsi intensivi di regia, tenuti proprio a Doha, presso la sede della tv panaraba al-Jazeera (7).
L’ultima notizia è del 24 giugno, giorno in cui è stata comunicata l’eliminazione, in realtà avvenuta una settimana prima, a Mosul del terrorista tunisino Ali Awni al-Harzi.
Ali Awni al-Harzi era forse il principale anello di congiunzione fra i jihadisti del Nordafrica e l’Isis, “aveva lunghi e profondi legami con il terrorismo internazionale”, come ha spiegato l’intelligence Usa, e soprattuto aveva un ruolo di primo piano nel reperimento dei soldi destinati al Daesh: il dipartimento del Tesoro Usa ha appurato che nel settembre 2013 al-Harzi aveva ricevuto 2 milioni di dollari dal Qatar da versare nelle casse dello Stato Islamico.
L’atteggiamento ambiguo di Qatar e occidente in materia di Daesh ha certamente avuto fine con l’intervento della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, ma è un dato di fatto che i “pasticci” del Qatar in tutta l’area creano non pochi grattacapi agli alleati occidentali e soprattutto sconvolgono le realtà politico-territoriali, portano guerre e terrorismo; la longa manus del Qatar è data nel Mali in sostegno dei separatisti dell’Azawad, tanto da arrivare a riconoscerne l’effimera repubblica nell’aprile 2012; in Egitto dietro ai Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi, movimento fuori legge ed i cui esponenti non arrestati si trovano in esilio a Doha; in Libia dietro agli islamisti di Tripoli, ed anche lì, mentre la comunità internazionale riconosce il governo “di Tobruk”, Doha riconosce quello “di Tripoli” con premier Khalifa al-Ghwei; a Gaza dietro ad Hamas, movimento finanziato con i soldi che arrivano da Doha, ed anche in questo caso il presidente del partito palestinese Khaled Meshal vive in Qatar (8); in Siria dietro all’Isis e all’Esercito libero siriano.
Un disegno che indica un preciso piano per arrivare all’egemonia sul mondo arabo sunnita, dove le istanze di democrazia e di libertà dei popoli sono assolutamente secondarie.

di Enrico Oliari - 24 GIUGNO 2015
FONTE: http://www.notiziegeopolitiche.net 

Marò, la vergogna del silenzio (e il silenzio della vergogna)

I due Marò: Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

Un silenzio totale.
Cercato, voluto, insistito.
Perché, si spera, con il silenzio, di coprire l’imbarazzo, la vergogna, la colpa.
E fin qui, va detto, l’obiettivo è stato raggiunto.
Nessuno che si alzi a puntare il dito.
Nessun evento fragoroso per squarciarlo, il maledetto silenzio. Niente fiaccolate.
Niente lenzuola ai balconi.
Nessun appello di intellettuali.
Niente di niente.
Tace il governo italiano.
Tace il suo premier campione di logorrea.
Tace anche il governo indiano.
Che ha deciso di disertare Expo 2015.
O meglio, per parafrasare un celebre monologo di Nanni Moretti, ha scelto di esserci, ma non ufficialmente, con un bizantinismo formale che lo umilia e umilia l’Italia.

Proviamo noi, allora, a rompere il silenzio.
Lo facciamo, con rabbia e speranza, tornando a scrivere dei due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, oggi lontani 10.382 chilometri l’uno dall’altro (Latorre è convalescente a Taranto; Girone è agli arresti nell’ambasciata italiana di Nuova Delhi), ma, da tre anni e quattro mesi, uniti dentro la stessa, infame storia.
Questa: sono accusati, senza prove, di aver ucciso due pescatori indiani il 15 febbraio del 2012 nelle acque del Kerala, stato dell’India sud occidentale.
Due presidenti della Repubblica (Giorgio Napolitano, che nemmeno li citò nel discorso d’addio; e Sergio Mattarella, che rimediò alla gaffe del predecessore inserendoli nel discorso d’insediamento), tre presidenti del consiglio (Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi) e cinque ministri degli esteri (Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, Mario Monti che lo sostituì ad interim, Emma Bonino, Federica Mogherini e Paolo Gentiloni) non sono stati capaci di risolvere la faccenda.

Come questa debacle diplomatica sia stata possibile lo racconta, bene, un giornalista serio, Toni Capuozzo, nel libro in uscita da Mursia che s’intitola “Il segreto dei marò”.
Le parole di Capuozzo compongono un quadro devastante per l’Italia, facendo emergere, con chiarezza, ciò che le risse fra gli ex montiani avevano lasciato abbondantemente intuire.
In sintesi: molti, ai vertici dello Stato e nell’amministrazione militare, riuniti in un perverso intreccio di business e carrierismo, hanno anteposto il tornaconto personale alla liberazione di Latorre e Girone.
La cui odissea, piaccia o meno, tra pochi giorni tornerà a far notizia.
Scade, infatti, il 15 luglio la licenza di convalescenza concessa dalle autorità indiane a Latorre, operato al cuore il 5 gennaio scorso al Policlinico San Donato (Milano). E, quindi, se non interverrà un deus ex machina, il buon Massimiliano dovrà tornare a Delhi dall’amico Salvatore, che, nel frattempo, è riuscito a studiare e a diplomarsi via Skype (chapeau!).
Già, Skype.
La moglie Vania e i figli Michele (14 anni) e Martina (8 anni) solo grazie a Skype sono riusciti a far sentire quotidianamente il loro affetto a Girone. Che hanno incontrato per l’ultima volta a Pasqua, in un’ambasciata svuotata dalle vacanze e presidiata solo dai carabinieri, con tanti saluti al bon ton istituzionale e, più banalmente, alla buona educazione…
Salvatore, però, non si è fatto piegare da niente e da nessuno. E ora aspetta di riabbracciare Massimiliano. Ma a Nuova Delhi o in Italia?
Lo scopriremo solo il 15 luglio.
Nel frattempo ci limitiamo a ricordare che, a oltre tre anni dai fatti di cui vengono accusati, i marò (che, tutti lo sanno, sono due e non tre, come disse, con una celebre gaffe, Giovanni Toti, neogovernatore della Liguria) aspettano ancora il processo.
Sono detenuti in attesa di giudizio, insomma.
E, soprattutto, in attesa di uno Stato che, vergognosamente, si nasconde – appunto - nel silenzio…


Hypercorsivo di Massimo Donelli -lunedì 22 giugno 2015

fonte:  http://www.tvsvizzera.it