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27/05/16

CASO MARO' - "Girone a casa ma il governo non può certo festeggiare - Analisi Difesa "





La Corte Suprema indiana ha probabilmente messo la parola fine alla vicenda dei fucilieri di Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre accusati dal febbraio 202 di aver ucciso due pescatori indiani mentre si trovavano imbarcati sulla petroliera Enrica Lexie in missione anti pirateria.
La massima corte indiana ha infatti stabilito che debba essere reso immediatamente esecutivo l’ordine del Tribunale arbitrale internazionale dell’Aja di far rientrare in Italia Salvatore Girone per tutta la durata del procedimento arbitrale, prevista in due o tre anni.
Da quando il tribunale dell’Aja si era espresso in tal senso, a fine aprile,  Italia e India hanno cooperato per definire le condizioni e le modalità del rientro e della permanenza in Italia (dove è da tempo rientrato Latorre per ricevere cure) di Girone.
“Il Governo – recita una nota della Farnmesina – nell’attesa di accogliere finalmente in patria Salvatore Girone, rinnova l’impegno a conformarsi alle condizioni e modalità stabilite dalla Corte Suprema indiana” che ha stabilito sette condizioni per il rimpatrio provvisorio del marò.

 

Tra queste c’è la presentazione di garanzie da parte del militare e dell’ambasciatore d’Italia a New Delhi, l’obbligo di consegnare il passaporto alle autorità italiane, di firmare la presenza ogni mercoledì del mese presso un commissariato di polizia e il divieto di entrare in contatto con altre persone coinvolte nell’incidente della petroliera Enrica Lexie.
Si tratta delle condizioni già stabilite dal tribunale arbitrale, ma integrate con altre quattro richieste formulate da New Delhi.
Il governo italiano dovrà inoltre informare New Delhi con una ‘nota verbale’ ogni tre mesi sulla situazione di Girone a partire dall’inizio di settembre.
Salvatore Girone potrà quindi rientrare in Italia già nei prossimi giorni, forse addirittura domani: andrà a prenderlo a Delhi il generale Carmine Masiello, ufficiale dell’Esercito attuale consigliere militare di palazzo Chigi, e lo accompagnerà anche l’ambasciatore in India Lorenzo Angeloni.

 

L’impressione è che Matteo Renzi intenda “spendere” in termini d’immagine il rientro di Girone spacciandolo per una vittoria.
Lo lasciano intendere l’invio a Delhi del suo consigliere militare (sarebbe stato più consono inviare in India un ufficiale di Marina, dal capo di stato maggiore al comandante del suo reggimento) ma anche il tweet con cui Renzi ha annunciato che “Girone sarà con noi il 2 giugno” ,alla parata militare per la Festa della Repubblica.
Il rientro di Girone conferma che se Roma si fosse rivolta subito al tribunale arbitrale entrambi i marò sarebbero rientrati in Italia già 4 anni or sono. L’attuale governo ha avuto il merito di aver scelto di percorrere finalmente questa strada, anche se dopo vari tentennamenti che hanno fatto perdere altro tempo prezioso.

 

Probabilmente in Italia nessuno dovrebbe vantarsi dell’esito della vicenda di Latorre e Girone, che ha gettato il discredito su tutta la Nazione, vertici e apparati politici e militari in testa.
Il via libera della Corte Suprema al rientro di Girone, dopo quello di Latorre, lascia intendere che Nuova Delhi non ha interesse a portare avanti una vicenda in cui le autorità giudiziarie non sono neppure riuscite a imbastire un processo e in cui le prove dell’accusa sono state palesemente costruite in modo peraltro raffazzonato e dilettantistico mentre le testimonianze sono contraddittorie e facilmente confutabili.
L’India sembra quindi voler chiudere la vicenda e quando tra due o tre anni il tribunale dell’Aja deciderà a chi attribuire la giurisdizione sarà ben difficile che i due marò possano venire trasferiti di nuovo a Delhi.

 

L’unica contestazione della decisione della Corte Suprema è giunta dal governatore dello Stato indiano del Kerala, Pinarayi Vijayan, che ha definito “inaccettabile” la posizione adottata dalla Corte.
In una delle sue prime dichiarazioni dopo l’insediamento martedì nella carica di “chief minister” dello Stato del Kerala, dove avvenne nel 2012 l’incidente in cui morirono due pescatori, Vijayan ha ribadito che a suo avviso “i due Fucilieri di Marina italiani devono essere processati in India”.
Secondo la televisione Ndtv, Vijayan ha anche sottolineato che “il governo centrale non è stato all’altezza fin dal primo momento nel modo come ha trattato il reato commesso” contro i pescatori indiani.

di Gianandrea Gaiani27 maggio 2016

fonte: http://www.analisidifesa.it
Foto: Ansa, Tgcom 24 e Lapresse

CASO MARO' - " L’ipocrisia della sinistra che ora esalta i due marò "


Renzi pronto a portare i due fucilieri alla parata del 2 giugno Ma non spiega i ritardi nel ricorso all’arbitrato internazionale 

 

marò

 
Noi siamo felici noi siamo contenti, Salvatore Girone aspettiamo riverenti. Ci permettiamo di riadattare un verso di un celebre, trivialissimo poemetto della tradizione goliardica per sintetizzare la giornata di ieri da quando, all’ora del caffè, le agenzie hanno battuto il via libera della Corte Suprema indiana al ritorno di Salvatore Girone in Patria. Che è stato il segnale su cui si è scatenato un gaudioso inferno di comunicati, tweet, post su facebook. È il sinistro party tricolore del politicamente corretto con una vaga sfumatura di ipocrisia. C’eravamo lasciati, l’altra sera, con il ministro della Difesa Pinotti che ammoniva: «i Marò non vanno coinvolti nella campagna elettorale». Il bussilis era l’appello lanciato da Giorgia Meloni, sulle orme di una campagna del Tempo , per far sfilare i due fucilieri alla parata del 2 giugno. E ci siamo risvegliati al primo tweet di Renzi che annuncia: «Diamo il bentornato a Girone che sarà con noi il 2 giugno». Poche parole che fanno da detonatore alla santabarbara del giubilo, che conosce un solo bagliore: il merito è tutto del governo.
L’antologia è piuttosto lunga. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, affida anch’egli a twitter la sua esultanza: «premiato impegno governo con sostegno del Parlamento. Sempre al lavoro per affermare ragioni dei nostri due fucilieri». Più morigerata la sua collega Pinotti, forse in coerenza con l’appello della sera prima: «siamo contenti - ha detto - È una soddisfazione per tutti». Dichiarazione avulsa da qualsiasi intento propagandistico e sull’onda dell’equilbrio. Talmente equilibrio che per tutta la giornata cliccando sul sito del suo discastero saltava fuori un pop-up, cioè una finestra a scomparsa, con la scritta: «Salvatore Girone tornerà in Italia. Riconosciuto il lavoro delle istituzioni italiane». La fantasia al potere, e soprattutto la ricchezza lessicale visto c’è una ripetizione in appena due frasi.
Poi c’è anche chi non si è contenuto proprio. Ad esempio il ministro dell’interno Angelino Alfano: «È una giornata di grande soddisfazione, il governo questa volta ha fatto le cose per bene». Nicola Latorre, Presidente della Commissione difesa del Senato, verga una nota che ricorda certi cinegiornali di gloriosi tempi andati: «La condotta saggia e tenace del nostro Paese, grazie soprattutto all’accortezza e alla determinazione con cui il governo ha sviluppato la propria iniziativa sempre sostenuta dal Parlamento...». Solo che questa «condotta saggia e tenace» del nostro governo è in realtà legata a un numero: 486. Sono i giorni che l’Esecutivo Renzi ha impiegato prima di attivare la procedura di arbitrato dando così una svolta alla vicenda. Già, perché è vero, come ha osservato Renzi più volte, che l’assurda storia di Latorre e Girone è stata ereditata e si è trascinata per ben tre governi. Ma è altrettanto vero che l’ultimo di essi ha fatto trascorrere quasi un anno e mezzo in buchi nell’acqua. Un elemento, a questo, lo aggiunge Forza Italia, che ieri mattina, in una conferenza stampa alla Camera con Brunetta, Vito e Fontana, ha invocato l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Il Capogruppo degli azzurri ha ricordato che già nel 2014 da loro arrivò la richiesta di intraprendere la via dell’arbitrato internazionale, con una mozione approvata all’unanimità. «Solo un anno dopo - ha proseguito Brunetta - il governo Renzi ha deciso di seguire questa strada».
Ma non fa niente, nel giorno della felicità sui dati si posano le stelle filanti. E così a Bari, città di Girone, il sindaco Decaro è al settimo cielo: «Voglio ringraziare il governo per tutto ciò che ha fatto. Sembrava veramente difficile, è stata una vicenda complicata, ma finalmente si è risolta». Michele Emiliano, Presidente pugliese, la butta sull’evangelico: «non vedo l’ora di abbracciare Salvatore e di mangiare con lui spezzando il pane». E poi riconosce: «è stato un lavoro molto complicato quello che i governi che si sono succeduti hanno fatto per riportare a casa Salvatore Girone». Ma nelle apulie c’è anche chi va cauto, come il deputato Pd Dario Ginefra: «prima di trattarli da eroi, attenderei con serietà e serenità l’epilogo della vicenda giudiziaria». Posizione che non intacca il mantra della giornata: «grazie al nostro governo e alla diplomazia italiana, i due fucilieri di Marina attenderanno a casa il giudizio che li vede imputati», scrive ligio Ginefra.
Ma la vera emozione la danno i centristi. Sì, proprio quelli eletti con Scelta Civica, il partito voluto dal Mario Monti all’ennesima potenza che, quando era premier, rispedì in India i Marò per ben due volte. Oppure quelli che all’epoca lo sostenevano strenuamente dall’Udc, poi comunque convogliato nella lista di Scelta Civica per il Senato. Librandi sprizza gioia con «viva l’Italia». Lorenzo Cesa esprime la sua «emozione incontenibile» riconoscendo (ovviamente) al governo «l’impegno che, con il sostegno del Parlamento e grazie al lavoro del nostro corpo diplomatico, ha portato a questo importante risultato». Pierferdinando Casini è certo: «il governo ha lavorato bene».
A sera grazie a Dio le dichiarazioni sciamano e la festa del governo finisce. Ora non resta che attendere il 2 giugno. Magari vedremo scendere dal cielo Latorre e Girone con una mongolfiera a Piazza Venezia tipo James Brown in Rocky 4. O magari Renzi li trascinerà in un comitato per il sì. Perché in fin dei conti, Latorre e Girone ieri sono apparsi sempre un po’ prigionieri, loro malgrado. Per carità non sarà l’India. Però...

Pietro De Leo- 27 MAGGIO 2016

26/05/16

Dalla Francia all’Italia nessuno disprezza al-Sisi: in un anno 6 miliardi di armi al Cairo





Agosto 2013. Centinaia di manifestanti scendono in piazza. Il regime egiziano decide deliberatamente di non avere pietà di loro. Trucidati, feriti, torturati, uccisi. Una barbarie che tutti – enti sovranazionali, Stati, comunità, organizzazioni – denunciarono prontamente. Mai più simili immagini. Specie se, più o meno direttamente, ci sono delle responsabilità scomode, che puzzano e che odorano di colpevolezza. Ecco perché, poco dopo quella repressione di piazza, l’Unione europea, con le immagini ancora fresche di giovani manifestanti a terra picchiati, decise di vietare la vendita e il trasferimento di armi all’Egitto. Tutto, come detto, per evitare di rendersi complice colpevole di un’ondata di uccisioni illegali, sparizioni forzate e torture.
Sono passati tre anni da allora. E poco, molto poco è cambiato al Cairo. Ne siamo stati diretti protagonisti, con la storia surreale e tragica al tempo stesso, fatta più di silenzi e ombre che di voci e luci, che ha visto il corpo di Giulio Regeni trucidato, martoriato, torturato. Eppure, nonostante tutto, nonostante un divieto imposto dall’Unione europea, l’Unione europea tutta preferisce chiudere entrambi gli occhi e continuare a vendere ai carnefici. A dirlo, senza mezzi termini, è Amnesty International nel suo ultimo rapporto: 12 Stati dell’Eurozona su 28 totali (poco meno della metà, dunque) sono rimasti tra i principali fornitori di armi ed equipaggiamento di polizia all’Egitto. “Quasi tre anni dopo il massacro che spinse l’Unione europea a chiedere agli stati membri di sospendere i trasferimenti di armi all’Egitto, la situazione dei diritti umani nel paese è peggiorata”, ha dichiarato non a caso Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “La repressione interna da parte delle forze di sicurezza resta elevata e praticamente nessuno è chiamato a risponderne. L’uso eccessivo della forza, gli arresti arbitrari di massa, la tortura e le sparizioni forzate fanno ormai parte del modus operandi delle forze di sicurezza”, ha proseguito Mughrabi.

CONTI ARMATI – Inevitabilmente, gli Stati che forniscono armi sono diretti responsabili di sevizie e sparizioni. Solo nel 2014, gli Stati dell’Unione europea hanno emesso 290 autorizzazioni all’esportazione di forniture militari all’Egitto, per un valore di oltre sei miliardi di euro, tra cui piccole armi, armi leggere e relative munizioni, veicoli blindati, elicotteri, armi pesanti per operazioni anti-terrorismo e tecnologia per la sorveglianza. Ma chi troviamo tra i principali fornitori? Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Italia, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Spagna e Ungheria.
Non solo. Secondo l’ong Privacy International, aziende di vari Paesi europei tra cui Germania, Italia e Regno Unito hanno inviato all’Egitto tecnologia e strumentazioni sofisticate per svolgere attività di sorveglianza.
Ma andiamo a vedere, a questo punto, alcuni esempi di Stati fornitori di cui parla Amnesty. LaBulgaria nel 2014 ha emesso 59 autorizzazioni per un valore di 51.643.626 euro, 11 milioni dei quali relativi a piccole armi, armi leggere e relative munizioni. Nel dettaglio, sono stati esportati 10.500 fucili d’assalto, 300 mitragliatrici e 21 fucili automatici. Le cose non sono diverse per quanto riguarda la Francia: nel 2014 ha emesso autorizzazioni per un valore di oltre 100 milioni di euro riguardanti “bombe, siluri, missili e altri ordigni esplosivi”, e “veicoli terrestri e relative componenti”, tra cui 100 camion Sherpa, che vengono pubblicizzati come veicoli per le forze di sicurezza.

IL NOSTRO PAESE – Infine, ecco l’Italia. Secondo il diciassettesimo rapporto annuale dell’Unione Europea, ricorda Amnesty, nel 2014 l’Italia ha emesso 21 autorizzazioni per un valore di 33,9 milioni di euro di attrezzature militari verso l’Egitto, di cui oltre 15 milioni di euro di armi leggere. Nel 2015, l’Italia ha inviato in Egitto 3.661 fucili e accessori per un valore di oltre 4 milioni di euro; 66 pistole o rivoltelle del valore di 26.520 euro insieme a 965.557 euro di parti ed accessori per pistole e rivoltelle. Nel 2016, l’Italia ha già registrato l’esportazione di 73.391 euro di esportazioni di pistole e rivoltelle all’Egitto. Secondo Privacy International, l’azienda italiana Hacking team ha fornito ai servizi segreti egiziani sofisticate tecnologie di sorveglianza. L’azienda ha dichiarato che il trasferimento è stato autorizzato dal governo italiano.
Ma, d’altronde, tutto questo non stupisce. Secondo l’ultimo rapporto governativo, come già denunciato dal nostro giornale, le autorizzazioni all’esportazione di armi al Cairo sono passate da un valore di 31,7 milioni nel 2014 a 37,6 nello scorso anno. Insomma, orecchie da mercante. Perché è questo che gli Stati e la politica sono: mercanti. Immorali. E, spesso, incivili.

REGENI DIMENTICATO – Intanto di Giulio Regeni nemmeno si parla più. Ed è meglio non vederlo proprio. Come racconta proprio oggi Carlo Bonini su La Repubblica, è un fatto che, sul sito istituzionale del Ministero degli Esteri, nella lunga, dettagliata e aggiornatissima “scheda Paese” dedicata all’Egitto con cui la Farnesina avvisa i cittadini dei rischi legati al viaggio (si riferisce da ultimo della catastrofe dell’Airbus Egyptair), ci sia una sola circostanza omessa. Il sequestro e la morte di Giulio Regeni.

di Carmine Gazzanni - 26 maggio 2016
fonte: http://www.lanotiziagiornale.it

Marò: Corte Suprema India, Girone tornerà in Italia a queste condizioni… salvatore-girone


salvatore-girone


Il fuciliere di Marina Salvatore Girone potrà fin dai prossimi giorni tornare in Italia. La Farnesina, si legge in un comunicato, accoglie con soddisfazione la decisione odierna della Corte Suprema indiana che ha dato urgente attuazione a quanto stabilito dal Tribunale arbitrale de L’Aja il 29 aprile scorso, come richiesto nei giorni scorsi dall’Italia.
In linea con quanto stabilito dal Tribunale de L’Aja, Italia e India hanno cooperato nelle ultime settimane per definire le condizioni e le modalità del rientro e della permanenza nel nostro Paese di Girone , in pendenza della procedura arbitrale sul caso della Enrica Lexie. Il Governo, nell’attesa di accogliere Salvatore Girone, rinnova l’impegno a conformarsi alle condizioni e modalità stabilite dalla Corte Suprema indiana.
La decisione odierna è un risultato importante che riconosce l’impegno intrapreso dal Governo italiano con il ricorso all’arbitrato internazionale per fare valere le ragioni dei due Fucilieri di Marina, si precisa. Con lo stesso impegno l’Italia si presenterà ai prossimi passaggi previsti dal procedimento arbitrale.

Ecco le condizioni indiane
La Corte Suprema indiana ha oggi autorizzato il rientro in Italia di Salvatore Girone, ma ha tuttavia posto una serie di condizioni. A quanto riferiscono i media indiani, vi è prima di tutto la richiesta di una garanzia dell’ambasciatore italiano perchè si impegni a far sì che, qualora il Tribunale arbitrale internazionale decida a favore della giurisdizione indiana, Girone torni in India entro un mese.
A Girone, che dovrà consegnare il passaporto al suo arrivo in Italia, vengono poste quattro condizioni: 1) deve presentarsi ad un posto di polizia italiano ogni primo mercoledì del mese e l’ambasciata italiana ne deve informare l’ambasciata indiana a Roma. 2) Non deve manomettere alcuna prova o influenzare alcun testimone del caso. 3) Girone deve dare una garanzia che rimarrà sotto la giurisdizione della Corte Suprema. 4) Se una di queste condizioni sarà violata la sua libertà provvisoria verrà revocata.
Contro la Corte si è scagliato il primo ministro dello Stato indiano del Kerala. Secondo Pinarayi Vijayan, si è trattato di “una risposta sbagliata” dovuta al “gioco sporco” del governo, riferiscono i media indiani. “E’ qui che si devono tenere l’esame del caso e il processo. Ma fin dall’inizio il governo ha fatto un gioco sporco. Eravamo contro l’approccio del governo e lo abbiamo fortemente criticato”, ha affermato Vijayan, riferendosi al fatto che il caso, inizialmente affrontato dai tribunali del Kerala, sia poi passato sotto la giurisdizione centrale dell’India. “E’ la risposta sbagliata del governo centrale che ha portato la Corte a dare questo ordine”, ha proseguito, criticando il governo di Nuova Delhi che di fronte alla Corte Suprema non si è opposto al rientro di Girone “per motivi umanitari”.

26 maggio 2016

23/05/16

Il Porro vaccinato. Ovvero, i virus non perdonano



"Virus - Il coraggio delle idee", l'unico talk show trasmesso sulla RAI che potevamo definire "di opposizione" al Conducător di Rignano, chiuderà il 2 giugno: non per mancanza di ascolti ma perché sgradito al regime. Nicola Porro è stato epurato.
Non chiamatelo editto bulgaro 2.0, però. Casomai ukase piddino di Piddinia, capirete nel prosieguo perché. Non attendetevi nemmeno la solidarietà delle presstitutes che si stracciarono le vesti di fronte al rogo di Santoro, della Guzzanti, di Biagi e di Luttazzi sotto il regno di Silvio I. 
Porro non è un compagnuccio della parrocchietta, quindi "che si fotta". Infatti il silenzio è assordante. Anzi, rispetto ad allora si sentono piuttosto le urla del popolaccio infame che, brandendo i forconi, inveisce contro l'epurato e il suo programma: "Hanno fatto bene a chiuderlo! Perché ha fatto disinformazione!" 
Quest'accusa che ho sentito rivolgere a Porro sui soccial mi ha incuriosito da morire. In effetti il retrogusto di questa storia, ad approfondirla, è succulento.
La puntata del programma andata in onda lo scorso 12 maggio pare abbia fatto scandalo.
Non l'ho vista perché non mi faccio più di talk show, sono pulita ormai da mesi, ma ne ho recuperato qualche brano a titolo di documentazione per questo post.  
Tra gli argomenti si discuteva di vaccini. Capisco. Come dire: parliamo della verginità della Madonna o della sposa bambina di Maometto. Roba insomma da guerra di religione, da accusa di eresia e del suo odore di rogo, di crociata contro gli Albigesi, di ordalia ed Inquisizione spagnola.
Lo scandalo è scaturito dal fatto che, prendendo spunto dall'ideuzza della Regione Emilio-Sovietica di obbligare i bimbi che frequentano i nidi emilio-sovietici a sottoporsi alle vaccinazioni già obbligatorie (un obbligo al quadrato, in pratica), nella solita messa in scena guelfo-ghibellina che crea l'illusione della par condicio e della libertà d'espressione, a parlare di vaccini contro il professorone del San Raffae' erano stati invitati Red Ronnie - colui che rischiò di perdersi nello spazio come Major Tom ai Tre Ponti alle Bassette ed Eleonora Brigliadori. Praticamente due scudi umani.
Quando si parla di vaccini, ovvero di un affare globale da miliardi, la terra trema. Sia che si pensi siano la salvezza della nostra salute, sia che il loro scopo, uso ed efficacia vengano messi in alcuni casi in discussione. 
Il vaccino sarebbe in teoria e lo era in origine un oggetto scientifico, un prodotto della razionalità, ma se diventa un affare di miliardi non può più, per definizione, esserlo. Nel mondo dove l'Uno è il Mercato, il suo prodotto, l'oggetto di consumo, diventa oggetto di culto, totem, incarnazione del sacro.
Nel mondo dove, per dirla con Costanzo Preve:
"La Scienza è concepita non come una legittima ideazione umana per la conoscenza della Natura (e solo della Natura, intellettualisticamente pensata come esterna e precedente la Comunità umana), ma come unica forma conoscitiva valida del mondo, tribunale supremo ed inappellabile di qualsiasi pretesa di valutazione sociale delle cose." 
In un mondo dominato dalla Scienza votata alla conoscenza della Natura il dubbio sarebbe la regola, verrebbe accettato e stimolato. 
La nostra invece è una realtà che, definendosi continuamente scientifica, di fatto sostituisce il metodo scientifico (che non stabilisce infallibilità ma probabilità e mai certezza e le cui leggi sono vere fintanto che non vengono smentite da altre in grado di falsificarle) con l'infallibilità del dogma ideologico-religioso.
Per cui la descrizione del totem, dell'oggetto di culto, non può permettersi di essere scientifica, comprendendone il calcolo dei costi e benefici, ma deve diventare pronunciamento di verità dogmatica. Verità infallibile, pronunciata sull'altare mediatico dal sommo sacerdote che appartiene, altra metafora previana, al "clero universitario".
A questo punto il vaccino, come del resto tanti farmaci moderni, assolutamente inutili e potenzialmente dannosi ma venduti come "indispensabili", viene svuotato del suo significato primigenio e diventa solo un mezzo per riaffermare, con un atto di imperio, il primato del profitto sull'Uomo. Il vaccino non solo fa bene ma deve essere obbligatorio. Non importa se un giorno diventerà "il marchio sulla mano destra e sulla fronte". La sua bontà e necessità dovrà essere dichiarata e celebrata - contro ogni logica scientifica, è questo il bello - sotto forma di infallibilità, con le stesse armi di persuasione di massa con le quali si vendono altri oggetti di culto come le monete uniche, le unioni continentali, i rimescolamenti etnici. Culti imposti con il guanto di velluto della suggestione e il pugno di ferro della paura. 
Solo il sommo sacerdote del culto è tenuto a nominare l'oggetto o, al limite, potranno farlo qualche altro volonteroso diacono e diacona votati alla causa. Gli altri, che siano essi personaggetti poco qualificati o professionisti al di fuori del mainstream sanitario dominato dall'Uno mercato, che tacciano o verranno esposti al pubblico ludibrio. Infatti, prima dell'epurazione di Porro, questa sera durante la puntata vi sarà un'apposita novena di riparazione, dove il professorone del San Raffae' potrà confutare l'eresia antivaccinale. Immagino senza disturbatori, visto che parla la Verità.
Chiunque potrebbe domandarsi a questo punto perché, se la bontà dei vaccini o di qualunque altro presidio medico è veramente così dimostrata, vi sia bisogno del frame apposito per difenderli? Di utilizzare la minaccia, la paura e la censura nei confronti dei miscredenti per imporne la non discutibilità? 
La reazione sui soccial alla puntata di "Virus" è stata significativa della non serenità di poter affrontare l'argomento personalissimo della propria salute divenendo esso ormai sempre atto collettivo di fede. Gente che ripeteva parola per parola il vangelo del frame come reazione pavloviana alla bestemmia pronunciata dagli eretici (in realtà solo comparse) nel tempio: "Non si scherza con la vita delle persone", "salvano la vita", "gli anziani rischiano di morire se non li fanno", "meglio rischiare che prendersi la malattia", "di morbillo si muore", ecc. ecc.
E' stata meravigliosa la vicepresidenta della regione Emilio-Sovietica, l'impareggiabile Gualmini, intervistata dal programma, quando ha difeso il progetto di obbligo di vaccinazione (quindi che faranno, inoculeranno i bambini a forza?) affermando che, come amministratori pubblici, loro si preoccupano per la comunità. Certo, e che dovrebbero preoccuparsi del diritto del singolo individuo all'autodeterminazione? Si fa per giuridicamente parlare, s'intende. 
Alla domanda su chi siano i dissidenti ribelli che non vaccinano i figli la risposta è entusiasmante:
"Si assiste al paradosso che i figli degli immigrati vengono assolutamente vaccinati e quindi le persone che arrivano nel nostro paese si rivolgono in maniera massiccia presso gli ambulatori per le vaccinazioni sia obbligatorie che raccomandate." 
Il frame nel frame. Il fogno nel fogno, come in "Inception". Vedete come sono bravi i migranti? Non penserete mica che ci (ri)portino le malattie, visto che si vaccinano tutti ubbidienti. 
Io invocherei un lievissimo fact-cheking su queste affermazioni della Gualmini, che mi paiono altrettanto discutibili di quelle del Red Ronnie o della Brigliadori di turno. Qualche cifra, magari. Qualche altro dato sulle quarantene mancate, sulla sottovalutazione, parlando di tutela della collettività, delle tubercolosi, delle meningiti, delle scabbie e delle sieropositività da HIV. Non è razzismo, è epidemiologia.
Poteva mancare, dopo l'adorazione del migrante, la nota di classe? Continua infatti la vicepresidenta nell'intervista: "Notiamo che il calo della tendenza a vaccinare si registra proprio tra le classi medio-alte." 
Eccoli, questi borghesi di merda che sperano di sterminarci con le loro copertine infette dalla difterite e dal vaiolo.
Ho notato, tra parentesi, che i piddini vanno pazzi per i vaccini. Se ne fanno anche tre, quattro, cinque in una volta. Sono quelli del "meglio rischiare che prendere le malattie" nonostante soffrano di menopeggismo, la malattia incurabile, sclerosante e subacuta della sinistra.
Giunti a questo punto sarete convinti che Porro sia stato epurato perché ha osato nominare i vaccini invano. Eppure io non ne sono affatto persuasa. No, quello è stato solo il pretesto. Auto-inflitto, per altro. Riascoltiamo l'ultima frase della Gualmini dall'intervista:
"Se lasciamo correre, i virus poi non perdonano, eh! Si infilano nelle pezze e nei buchi lasciati liberi."
Nicolì, ma che mi hai combinato? Ti sei infilato apposta, dritto dritto, nel trappolone alla vaccinara? Lo sai che aspettavano solo il Red Ronnie e la bevitrice di pipì per fartela pagare?
Tempo fa, durante un'altra puntata, in febbraio, ( guardatevi il video), emerse questo fatterello:

Potenzialmente un'atomica nel tempio delle vacche sacre di Piddinia. Io pensai: "Alé, ora gli chiudono il programma". Raramente mi sbaglio.
Porro debellato dal vaccino quindi? Niet, il "Virus" è stato sconfitto da un altro virus. Quello che non tollera il contagio delle idee ma non solo. Quello che, appunto, "non perdona". 
 

giovedì 19 maggio 2016

fonte: http://ilblogdilameduck.blogspot.it/

 

LA TRAPPOLA - "Plebiscito su Renzi"



Inaugurazione nuovo stabilimento Granarolo


Il referendum sul ddl Boschi di ottobre da quesito su una riforma costituzionale sta diventando sempre di più un plebiscito sull’operato di Matteo Renzi, il quale sembra voler mettere in gioco la sua stessa carica di Primo Ministro in caso di esito negativo. Cosa succederà quindi se dovesse vincere il no?
 
Il referendum costituzionale sul ddl Boschi, che si terrà il prossimo ottobre, sta assumendo sempre di più il profilo non di un referendum sulla riforma costituzionale in sé, bensì quello di un vero e proprio plebiscito sulla persona di Matteo Renzi.  È stato infatti nei giorni passati lo stesso premier a far intendere che dall’esito del referendum sarebbe dipeso il suo permanere o meno a Palazzo Chigi, salvo poi poco tempo dopo accusare il fronte del no di voler “personalizzare” eccessivamente il dibattito e il referendum stesso.
Dunque il quadro attuale è un dibattito polarizzato su posizioni che, ben oltre il semplice (che semplice non è) quesito referendario, vogliono far diventare la consultazione di ottobre un giudizio, eventualmente una condanna, nei confronti dell’operato dell’ex sindaco di Firenze.
E il fatto che si vada a porre un giudizio di valore su una questione come la riforma del Senato è emblematico di come sia il Governo, sia chi a questo si oppone (o almeno dovrebbe opporsi) siano tutti ormai molto lontani dalla realtà del Paese. Un referendum su una riforma del Parlamento trasformato in plebiscito sul Primo Ministro, la settimana scorsa l’approvazione e i festeggiamenti per il ddl Cirinnà sulle unioni civili; questi e altri fatti sono davanti a noi, a dirci come le priorità del governo siano questioni che nulla hanno a che fare con il risollevare il Paese dalla crisi, dalla disoccupazione e dai molti disagi sociali che lo affliggano, bensì riguardanti questioni marginali come i diritti civili o aspetti puramente teorici come le riforme istituzionali. E giustamente essendo questa la priorità di un Governo che non sembra interessato ad altro, su questo viene posto il plebiscito. Plebiscito che comunque è sintomatico della ormai consolidata tendenza all’autoritarismo di Matteo Renzi, che come un bambino viziato ormai pone fiducie, veti e plebisciti su qualsiasi cosa, poiché o si gioca come vuole lui o lui se ne va a casa.
Ma il fatto che anche le stesse opposizioni abbiano catalizzato la questione su un “no” non alla sola riforma, ma allo stesso Renzi, testimonia come anch’esse, come lo stesso governo che dicono di avversare, siano ormai distanti anni luce dalle reali esigenze del Paese, le quali non sembrano essere captate nemmeno lontanamente da nessuna forza politica.
Stando così le cose, dunque, perché qualcuno torni a occuparsi di questioni più pragmatiche e di più immediata utilità sembra si debba sperare che al referendum di ottobre passi il no, e come detto Renzi faccia un passo indietro (bisogna anche sperare che mantenga la parola data, c’è da dire…). Ma abbiamo visto la situazione delle opposizioni qual è, nemmeno queste sembrano troppo consapevoli delle urgenze del Paese. Dunque che vinca il sì o che vinca il no siamo sicuri che davvero cambierà qualcosa?

di - 21 maggio 2016
fonte; http://www.lintellettualedissidente.it
 

22/05/16

Renzi vs Cinque Stelle, torneo di balle spaziali


 

A leggere alcune notizie si resta sbigottiti. Ma tant’è, oramai siamo costretti ad assistere ad un carnevalesco palleggio di balle spaziali tra il Premier Matteo Renzi e l’opposizione numericamente più consistente: il Movimento Cinque Stelle. Ma veniamo ai fatti.
È di questi giorni la sparata - perché di questo si tratta - del presidente del Consiglio su una presunta abolizione di Equitalia, data per “defunta” dallo stesso Renzi entro il 2018. A questa evidente presa di posizione stile specchietto per le allodole (e per i polli che lo votano) il giovane Luigi Di Maio, esponente grillino che molti danno in pole position quale candidato Premier nelle future elezioni politiche, ha risposto rivendicando la primogenitura di una così colossale sciocchezza. Secondo il membro più elegante del direttorio grillino, in 10 comuni amministrati dai pentastellati Equitalia sarebbe stata cacciata. Ma non basta. Di Maio ha esortato il Governo ad appoggiare una proposta già presentata dai suoi in Parlamento per l’immediata abolizione dell’odiato ente di riscossione. Ente il quale, ricordiamo, è una Società per azioni totalmente pubblica, partecipata al 51 per cento dall’Agenzia delle Entrate ed al 49 per cento dall’Inps. Dopodiché, seguendo il filo logico di questa ennesima partita di balle spaziali, che facciamo, aboliamo pure questi due ultimi carrozzoni pubblici? Oppure cambiamo semplicemente il nome stampato sulle targhe e sui tabelloni che segnalano le sedi di tutti gli uffici italiani di Equitalia? Non so, si potrebbe definirli “uffici per la riscossione felice dei tributi”, o altre amene definizioni in grado di rendere più leggere le imposte.
Ovviamente, come dovrebbe comprendere qualunque persona di buon senso, l’odiata Equitalia rappresenta semplicemente uno dei tanti frutti avvelenati di un sistema democratico che spende e tassa oltre ogni misura e che, pertanto, si trova perennemente nella necessità di esercitare un prelievo tributario allargato che oramai ha raggiunto uno stratosferico 55 per cento del Pil, se equiparato correttamente alla spesa pubblica effettiva. E se oggi ad esercitare l’impopolare ruolo di deterrente per una simile estorsione legalizzata vi è l’impopolare Equitalia, domani ci sarà un altro baraccone con le medesime prerogative, dato che né il renzismo declinante e né i tarantolati a Cinque Stelle hanno in animo di ridurre il perimetro di uno Stato tanto inefficiente quanto spendaccione.
Semmai, giudicando la politica di spese pazze fin qui messa in atto da Renzi e quella altrettanto dissennata che si propongono di realizzare i grillini, forse una sola Equitalia non basterà per convincere i sempre più recalcitranti contribuenti a finanziare le imprese di questi campioni delle balle spaziali. Possiamo pure cancellare nominalmente Equitalia, ma questi brillanti esponenti di un populismo da quattro soldi non riusciranno mai ad abolire l’intelligenza di chi è costretto a subire una tassazione fuori del mondo.

di Claudio Romiti - 21 maggio 2016

Non è un Paese per giovani: Italia/Istat 2016


Il Rapporto Istat 2016 fotografa gli scenari della crisi economica e sociale del paese. L’analisi si concentra sulle generazioni e rileva l’aumento delle diseguaglianze. Il 62% dei trentenni vive in famiglia e va a ingrossare l’esercito dei poveri che sale dal 9,4 al 14,2%. Sei milioni di persone vivono senza redditi da lavoro.

istat copertina


L’Istat, l’Istituto nazionale di Statistica celebra i suoi 90 anni, ma l’Italia è molto più vecchia. Non solo per la storia, ma anche per le speranze di chi la vive. E la fotografia dell’Italia che esce dai numeri Istat 2016 è innovativa -le generazioni viste nelle diversità sociali e del mondo del lavoro- ma il racconto che ne esce fa paura.
Un Paese dove le differenze di classe crescono e si rafforzano, rileva Aldo Carra su Il Manifesto. Tra il 1990 e il 2010 le diseguaglianze nella distribuzione del reddito sono aumentate da 0,40 a 0,51 nell’indice sui redditi individuali da lavoro. L’incremento più alto tra tutti i paesi per i quali sono disponibili questi dati.
Italia record per la diseguaglianza tra classi sociali col 63%, percentuale quasi doppia della Francia (37%) e Danimarca (39%). Primo in classifica -magra consolazione- il Regno Unito con il 79%, il paese della rivoluzione thatcheriana che ha rafforzato a dismisura dagli anni Ottanta in poi le differenze di classe. Ma l’Italia insegue.
Dopo la Gran Bretagna, l’Italia. Anche da noi è avvenuta un’analoga rivoluzione che ha premiato un’elite a svantaggio dei molti, peccato che nessuno abbia mai dichiarato apertamente di volerlo, al contrario della signora Thatcher. Poi l’Istat aggiunge che la povertà colpisce tre volte più al Sud che al Nord. E le diseguaglianza si moltiplicano.
Dati da scoramento. Limitiamoci ai fondamentali. Oggi precarietà di massa, domani -dicono gtli analisti gufi- porterà una povertà epocale tra gli attuali tredicenni. Inoltre, il paese è spaccato a più livelli, Sud contro Nord, tra le generazioni, tra i redditi e tra i territori. E l’indicatore sulla «grave deprivazione materiale» si è stabilizzato all’11,5% dal 2015.
L’impossibilità di trovare un reddito dignitoso per un affitto, spinge 6 giovani su 10 a vivere con i genitori fino ai 34 anni. Oltre un quarto -2,3 milioni- è disoccupati o inoccupato, neppure lo cerca. Il non lavoro, o il lavoro povero, non è una colpa, ma un problema politico. E pare certo oggi è che il paese resterà fermo per altri quindici anni.
L’Italia è il paese più invecchiato al mondo. Prevalgono gli over 64, mentre le nascite sono al minimo storico. Sui 60,7 milioni di residenti, gli over 64 sono 161,1 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Insieme a Giappone e Germania, un altro primato. Le nuove generazioni di anziani vivono meglio del secolo scorso e dei loro genitori.
La precarietà interessa ormai due generazioni: i nati negli anni Settanta e quelli tra il 1981 e il 1995. In mancanza di una redistribuzione della ricchezza esistente, si distribuisce il reddito pensionistico. Chi è nato negli anni Ottanta, lavorerà fino a 75 anni, e con la misera pensione non sosterrà i propri figli al posto del Welfare. Bomba sociale.
Le generazioni. Fra i nati negli anni quaranta l’80% aveva vissuto la formazione di una famiglia o la nascita di figli e il vivere da soli un “evento di vita”, percorso naturale. Tra i nati negli anni settanta quella percentuale è scesa al 60%. Così nel 2015 il 70% dei giovani tra 25-29 anni ed il 54% delle coetanee vivono ancora in famiglia.

Di  21 maggio 2016 
fonte: http://www.remocontro.it