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18/03/17

Buzzi choc: tangenti a tutto il Pd


Quinto giorno di interrogatorio nel processo di Mafia Capitale per il ras delle coop: "Coratti, Ferrari, Giansanti, Tassone, D’Ausilio: mazzette per i debiti fuori bilancio"


Buzzi choc: tangenti a tutto il Pd
Salvatore Buzzi


Mazzette, assunzioni su «segnalazione» e accordi con esponenti del Pd romano. Al suo quinto giorno di esame davanti ai giudici della decima sezione penale del tribunale di Roma, Salvatore Buzzi è ancora un fiume in piena. Il «ras» delle cooperative, in collegamento video dal carcere di Tolmezzo, racconta dei suoi affari con il Campidoglio all’epoca dalla giunta Marino.
«Per l’approvazione del debito fuori bilancio legato al servizio di accoglienza per i minori non accompagnati ci siamo rivolti a Coratti», ha detto Buzzi, rispondendo alle domande dei suoi avvocati, Pier Gerardo Santoro e Alessandro Diddi. «Coratti - ha proseguito - ci ha chiesto 100mila euro in chiaro per far approvare la delibera del debito fuori bilancio creato nel semestre gennaio-giugno 2013. Io avevo il 26%, il restante apparteneva ad altre cooperative e tutti eravamo al corrente che dovevamo dare 50mila euro a Coratti e 50mila euro a D’Ausilio: praticamente l’1% della delibera da 11 milioni». «Un accordo corruttivo», il primo di una serie di tre stretti con Coratti, che per Buzzi sembra non prendere comunque la giusta piega. «L’accordo lo prendemmo io e Francesco Ferrara con Coratti - spiega Buzzi - ma quando arrivammo a maggio 2014 lo stesso Coratti mi disse che di queste cose non ne dovevo parlare più con lui ma con D’Ausilio». La voce del pagamento dei 100mila euro in chiaro, però, comincia evidentemente a circolare. «Mi chiama Luca Giansanti, capogruppo della lista Marino e mi dice: "e noi?" Quindi, l’8 agosto, mi chiede di passare in commissione Bilancio. In giunta non c’era problema perché il sindaco Marino è onestissimo e non ci ha mai chiesto nulla. Alfredo Ferrari del Pd, presidente commissione Bilancio, e Giansanti mi dicono se non ci dai 30mila euro non va in porto. Su questa vicenda, alla fine, non abbiamo pagato nessuno perché ci hanno arrestato».
Altri due episodi sui quali si dilunga Buzzi sono quelli relativi all’ex presidente del decimo municipio, Andrea Tassone. «Inizialmente Tassone mi chiamava e io evitavo di incontrarlo, perché ogni volta mi chiedeva di assumere qualcuno - ha raccontato Buzzi - Il 7 maggio 2014, comunque, mi presenta Paolo Solvi come un suo uomo. Mi disse che gli servivano un sacco di soldi per la campagna elettorale, e che mi avrebbe affidato un lavoro di potature in cambio di 30mila euro. Voleva i soldi in nero perché doveva pagare la campagna elettorale e concordai 26mila e 500 euro, il 10% di 264mila euro della gara». «Ho pagato una tangente a Tassone e a D’Ausilio anche per la gara per la pulizia delle spiagge di Ostia - ha poi aggiunto Buzzi - il 10% sui 122mila euro della gara».
E se Buzzi sembra ammettere senza scomporsi dazioni di denaro e tangenti, si infervora quando arriva il momento di parlare dell’ex vicesindaco Nieri (non indagato) e di altri politici Pd che, a suo dire, hanno preso le distanze da lui dopo il suo arresto. «Vergognati Nieri, vergognati - tuona Buzzi - Mi arrabbio per gli amici che ti conoscono da trent’anni e non ti difendono. Vengono qui a dire "speriamo che la giustizia trionfi". Perché non sei andato da Pignatone a dire che hanno preso un abbaglio? Gli amici si vedono nel momento del bisogno». «Nieri - ha affermato Buzzi - ci chiese di fare il servizio di guardiania per una villa a Monte Mario che era stata destinata a Suor Paola. Era il corrispettivo per l’accordo sull’acquisto della sede della 29 Giugno a prezzo scontato, nel contesto della dismissione del patrimonio del Comune. A Nieri gli ho assunto più di venti persone». Un’ultima bordata, Buzzi la riserva a Matteo Orfini: «Ho fatto la Città dell’altra economia, Orfini ne beneficiava quando chiedeva la sala convegni. Nessuno pagava, solo Grillo. Nemmeno 200 euro per la sala».
In merito alla vicenda legata all’acquisto degli appartamenti della cooperativa San Lorenzo, Buzzi ha invece tirato in ballo la LegaCoop. «Ho comprato gli appartamenti perché me lo ha chiesto Legacoop - ha spiegato - Mi chiamò il presidente LegaCoop Lazio, Venditti, e mi disse che ne aveva parlato con Poletti. Andai a Bologna a parlare con il direttore generale di Unipol e mi mise a disposizione 4 milioni. Legacoop mi ha ordinato di comprare e io ho eseguito perché sono un soldato».


IMMIGRAZIONE: " Per l’emergenza migranti non serve Mago Merlino "




FRONTEX



da Il Mattino del 12 marzo 2017
Sul tema dell’immigrazione illegale in Italia due elementi emersi negli ultimi giorni rischiano di scoraggiare le speranze di riuscire a fornire risposte concrete che tutelino i nostri interessi nazionali. Il primo è un dato oggettivo, reso noto dal Ministeri degli Interni e che rivela come dall’inizio dell’anno al 5 marzo siano sbarcati in Italia dalla Libia 15.844 migranti, il 74,09% in più rispetto ai 9.117 dello stesso periodo dell’anno scorso
Ancora una volta sui tratta di persone, per lo più uomini adulti e in buone condizioni fisiche che non fuggono da guerre o carestie e sono benestanti per gli standard dei loro paesi di origine (Guinea, Nigeria, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Marocco, Malì, Sierra Leone e Camerun e Bangladesh). Si tratta d migranti economici che non avrebbero alcun titolo per essere accolti in Italia in base alla Convezione di Ginevra sui Rifugiati, persone in gran parte da espellere anche secondo l’agenzia europea Frontex e lo stesso governo italiano che pure continua a consentire lo sbarco in Italia a chiunque paghi i trafficanti.
L’incremento dei flussi registrato nei primi 65 giorni del 2017 può essere attribuito a diversi motivi: le buone condizioni del mare, forse il timore dei trafficanti che presto Roma si decida a bloccare gli accessi al territorio nazionale e infine un incremento degli immigrati portati in Italia dalle imbarcazioni delle numerose organizzazioni non governative che, a differenza di quelle militari, operano ormai a ridosso se non all’interno delle acque territoriali libiche al punto che la stessa Frontex ha raccomandato un’indagine sul loro operato sospettando un’intesa, tacita o meno, con i trafficanti.
Il secondo elemento emerso recentemente riguarda la valutazione espressa dal Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, secondo il quale il problema dell’immigrazione illegale non lo risolve neppure Mago Merlino e in Senato ha detto che l’obiettivo da perseguire è frenare “i migranti in procinto di attraversare il mare” per “regolare i flussi”.

183958954-079aa881-b45c-4564-92cb-49024c34c324Dichiarazioni che hanno il sapore della resa incondizionata, che certo incoraggeranno altri milioni di africani a partire e i trafficanti a procurarsi altri gommoni e barconi per aumentare anche quest’anno gli incassi che nel 2015 erano stimati da Europol in 6 miliardi di euro.
Che differenza con la comunicazione attuata negli anni scorsi dal governo australiano che con la campagna “No way” e l’operazione Sovereign Borders” (“confini sovrani”, termine che nell’Europa di oggi rischia quasi di suonare reazionario) riporta nelle acque di partenza le imbarcazioni di migranti illegali scoraggiandone i flussi e impedendo migliaia di morti in mare.
Chiamare in causa Merlino o altri maghi, anche se come battuta, scoraggia invece quegli italiani che si aspettano che la politica cerchi e trovi soluzioni combattendo con determinazione l’illegalità per stroncarla, non per frenarla o regolarla. Eppure non mancano opzioni diverse dal consentire a tutte le navi militari e civili di qualunque nazionalità di sbarcare in Italia gli immigrati illegali la cui accoglienza genera un giro d’affari che quest’anno supererà i 4 miliardi di euro. Proviamo a prenderne in esame alcune.
La Marina italiana e la flotta europea potrebbero attuare “respingimenti assistiti”, raccogliendo in mare i migranti già nelle acque libiche, evitando naufragi e migliaia di vittime ogni anno. Sulle navi militari si potrebbero separare bambini soli e persone bisognose di cure da trasportare in Italia (e poi rimpatriare esercitando pressioni anche economiche sui paesi d’origine) da tutti gli altri da riportare immediatamente sulle spiagge libiche.
   Un’operazione da attuare impiegando mezzi da sbarco e scorta militare con una nave da guerra a protezione di quel tratto di spiaggia. I flussi cesserebbero nel giro di una settimana poiché nessuno pagherebbe più i trafficanti sapendo che si ritroverà in Africa. Inoltre l’Onu sarebbe obbligato a intervenire in Libia per rimpatriare i 400 mila migranti che secondo le stime sono in attesa d imbarcarsi.

DSC_0248Il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, ha ribadito che per penetrare con le flotte nelle acque libiche occorre il via libera del governo libico o dell’Onu. In realtà statunitensi, emiratini, egiziani e algerini hanno condotto azioni belliche in Libia senza chiedere permesso a nessuno e l’Italia ha tutto il diritto di “respingere al mittente” le minacce provenienti da un territorio fuori controllo quale la Libia.
Inoltre il ministro degli Interni Marco Minniti ha firmato un accordo col premier libico riconosciuto, Fayez al-Sarraj, che ha poche speranze di concretizzarsi anche quando avremo addestrato i 500 uomini della Guardia costiera libica fornendo loro 10 motovedette. Al-Sarraj non controlla neppure Tripoli e le milizie che lo sostengono sono in parte le stesse che si arricchiscono con i traffici di esseri umani.
Inoltre i 500 marinai libici divisi in turni di 8 ore, e al netto di un assenteismo endemico da quelle parti nell’impiego pubblico, potranno garantire al massimo la presenza di un centinaio di uomini con poche motovedette in mare per coprire centinaia di chilometri di costa e che speriamo vengano usate contro i trafficanti e non per catturare i pescherecci di Mazara del Vallo in acque internazionali.
Perché allora non subordinare il sostegno di Roma ad al-Sarraj al via libera di quest’ultimo ai respingimenti dei migranti illegali? Certo varare i “respingimenti assistiti” richiederebbe coraggio e determinazione politica “all’australiana” ma vi sono anche opzioni più “morbide”.
Il diritto internazionale obbliga a soccorrere in mare gli immigrati illegali e a sbarcarli nel “porto sicuro più vicino” …. che non è mai stato un porto italiano!
I porti maltesi e tunisini sono molto più vicini ma La Valletta, pur se membro della Ue, non ha mai accolto migranti che turberebbero la “vocazione turistica” della sua economia e Tunisi non vuole saperne perché teme restino poi all’interno dei suoi confini.
Convincere la Tunisia, anche con aiuti finanziari, ad accettare che i migranti vengano sbarcati nei suoi porti e poi rimpatriati dall’Onu (come accadde nel 2011 per un milione di lavoratori stranieri in fuga dalla guerra civile libica) determinerebbe la fine dei flussi illegali perchè nessuno acquisterebbe dai trafficanti un “biglietto” per Tunisi.
Non mancano quindi soluzioni diverse dal subire i “diktat” di chi si arricchisce (su entrambe le sponde del Mediterraneo) con i traffici migratori ma occorre che la politica si assuma le sue responsabilità invece di appellarsi ai maghi.

Foto: Frontex, MSF e Marina Militare

Gianandrea Gaiani -  13 marzo 2017
fonte: http://www.analisidifesa.it

L’Italia primatista mondiale




Avete presente quella cosa lì chiamata Italia? Fa acqua da tutte le parti e non solo perché è una penisola. Ma tutto di questo paese non va: la politica, l’economia, la bioetica, l giustizia, l’ordine pubblico, il fisco, perfino l’anagrafe e la demografia, considerata la prevalenza record di vecchi e di morti sui nati e sui giovani.

Poi, invece, ti guardi da lontano, per esempio con gli occhi di un americano e scopri che l’Italia è la nazione leader al mondo per influenza culturale. Non traffico d’influenze, come si dice nella cronaca giudiziaria di questi giorni, no, proprio influenze culturali.

È passata inosservata questa notizia, che per la rivista Us News l’Italia ha strappato quest’anno lo scettro di leader culturale del mondo alla Francia e agli stessi Stati Uniti che sono al terzo posto dopo le due sorelle latine. Cos’è poi l’influenza culturale?

È l’appeal dell’Italia, il fascino, l’attrazione che esercita in vari campi e per varie motivazioni: dalla cucina alla moda, dall’arte alla cultura, dalla natura al clima, dai geni che ha generato ai suoi centri storici, per non dire dell’incrocio unico di impero romano, cristianità e civiltà mediterranea.
Diciamolo con parole nostre: il Mito dell’Italia è ancora il più forte del mondo.

Se cerchiamo un punto di ripartenza per il nostro Paese, o se preferite un punto estremo di resistenza al suo declino finale, e di consolazione nazionale eccolo, è lì: è quella classifica, dove al nostro seguito dopo il francesi e gli americani, ci sono nell’ordine la Spagna, il Regno Unito, il Giappone, la Svizzera, il Brasile, la Svezia e l’Australia.
Non ci sono paesi giganteschi come la Cina, l’India e la Russia e questo è un mistero o forse un pregiudizio occidentale. E la leadership tra i continenti resta ancora, nonostante tutto, la nostra Europa. L’Unione europea ce l’ha messa tutta ma non è riuscita a sopprimere l’influenza europea nel mondo.

Ma fa colpo che quella striscetta curva e penzolante nel Mediterraneo, così piena di guai, sia la regina del mondo, la più influente della Terra. Trump ha di recente condensato il suo programma di governo in un motto, Prima l’America; ma l’Italia è già prima di suo, senza che lo dicano Mattarella, Renzi o Gentiloni. Anzi lo è nonostante loro, e malgrado la sua volontà. Lo è naturaliter, culturaliter

Se riuscissimo a costruire un sistema paese, un sistema politico e sociale, una visione culturale, su quel punto di eccellenza, svolteremmo davvero. Poi vedi il grigiore della quotidianità e i suoi protagonisti assoluti e hai l’idea che stai parlando di un altro paese, questo è la caricatura del precedente, il fratello scemo e malandrino…

Ma è lì, dalla nostra grandezza, dal nostro marchio d’origine, dalla nostra esemplare civiltà, dalla nostra spiccata personalità nazionale che torreggia a livello mondiale, che dobbiamo ripartire anche se ancora non abbiamo capito come.

Il problema è trovare chi saprà tradurre quel primato, quel mito in politica, governo e vita quotidiana. Ossia chi farà diventare normale l’eccezionalità italiana e farà del miracolo italiano il prodigio di ogni santo giorno.

L’Italia è un mito.

di Marcello Veneziani
MV, Il Tempo 16 marzo 2017

16/03/17

«Altro che terrorismo, è una invasione islamica» Parla una ex jihadista: c'è un piano di conquista



 
Il libro di Isik Abla
E’ passata dal volersi uccidere nel nome di dio al voler dare la vita agli uomini in Suo nome, fino a rischiare la propria pelle per le rivelazioni circa la strategia della Jihad a cui apparteneva. L’ex musulmana Isik Abla, prima residente in Turchia e poi scappata in America dal secondo marito, violento come il primo, ha mostrato al Christian Post il piano con cui gli islamisti pensano di conquistare l’Occidente. Alma ha così messo in chiaro che le preoccupazioni sull’immigrazione non sono da minimizzare, spiegando che non si può ridurre il problema agli attentati in Occidente come si trattasse di un'azione circoscrivibile a certe schegge impazzite. Infatti, insieme alla violenza manifesta, esiste un'operazione più subdola e pericolosa: “Esiste un’educazione alla Jihad – ha spiegato Abla - c’è una popolazione della Jihad, un sistema mediatico della Jihad e un sistema economico della Jihad”.

E' un dato, ha continuato la donna, che “ci sono diversi tipi di jihad integrati al mondo occidentale di oggi”. E se “quando ero una musulmana fanatica, credevo nella Jihad fisica, perché “primariamente e soprattutto se sei un vero musulmano e se studi il Corano devi credere che la jihad fisica sia necessaria perché non c’è nulla come uccidere, dice il Corano”, d’altra parte però la Jihad non è solo questo. Infatti, “io facevo parte di una Jihad diversa. Era una Jihad educativa che vivevo attraverso il mio primo marito musulmano perché la sua famiglia supportava la Jihad”. Questa guerra santa avviene tramite “il pagamento delle lezioni agli studenti per inviarli nelle università più rinomate e prestigiose del mondo occidentale. Pagano l’educazione ad Harvard, la pagano a Princeton, a Yale. Noi elargivamo soldi a questo tipo di educazione jihadista, affinché le persone potessero raggiungere le più alte cariche di potere per governare quello che deve avvenire in Occidente e per islamizzare il mondo occidentale. Questo è un tipo di islam ideologico a cui io appartenevo”.

A 12 anni, conclusi gli studi sul Corano, Abla sognava già di morire martire per Allah e di diventare così un’eroina, perché “questa è l’ideologia che l’islam inculca in ogni singolo musulmano”. La donna, fuggita negli Stati Uniti, trovò un lavoro dove aveva come capo un fervente cristiano che le parlava sempre di Gesù. La donna era seriamente colpita dalla gioia e dalla serenità di quell’uomo, anche se poi, disperata e sola, pensò comunque di uccidersi: “Ma quando stavo per suicidarmi Gesù Cristo mi si mostrò in un modo miracoloso che ha completamente cambiato la mia vita”.

Ora la missione di Abla è anche quella di “minare le fondamenta della presentazione dell’islam come pacifico, perché è un inganno terribile. Non capisco come il mondo occidentale non riesca a capirlo. Direi che è ingenuo, ma penso che sia idiota non comprendere che l’islam non ha nulla a che fare con la pace”. Anche se spesso l’apparenza può ingannare: “Ero una di loro. Apparivo moderna, questa è la parte più preoccupante dell’islam di oggi, che i suoi individui possono apparire molto moderni. Possono apparire molto occidentali, come me. Ma se mi avessero detto di uccidere nel nome di Allah mi sarei messa in prima linea”.

Eppure non è arrabbiata, non nutre rancore né odio a causa del suo passato, come si potrebbe provare a sostenere per minimizzare la sua testimonianza. Abla non pensa nemmeno che le persone islamiche, dotate di cuore e ragione, non possano comprendere che la pace è ciò di cui hanno veramente bisogno. Per questo evangelizza anche conducendo una trasmissione tv e una radiofonica, in turco, arabo, urdu, farsi e inglese, che raggiunge 370 milioni di persone in 150 paesi. Evangelizza, appunto, perciò non tace la verità: “Trova il tuo scopo e la tua identità in Dio – ripete alla sua audience.  Quando vedi che l’islam uccide e che i musulmani uccidono fatti questa domanda come musulmano, guardati intorno e domandati: “E’ questo Dio? Può essere questo Dio? Può essere questo il Creatore?”. Per la stessa ragione Abla spiega anche perché è “anticristico e umanitarista” dire che tutti preghiamo lo stesso Dio: “Quando siamo in Gesù Cristo e conosciamo la Parola di Dio, diciamo che esiste un solo nome e il suo nome è Yeshua Hamashiach (Gesù il Messia). Devi capire chi stai servendo e qual è il tuo scopo. Perché senza di Lui non sai chi sei e non sai perché ci sei”.

di Benedetta Frigerio - 16-03-2017 

LA CRISI DELLA FAMIGLIA "Addio Italia, ormai va tutto a rovescio"


Nessuno vuole più figli, eccetto gay e anziani. E via con uteri in affitto, maternità surrogate, eterologa. Politica ferma e i pm "corrono"


Addio Italia, ormai va tutto a rovescio
 
 
 
 
Il mondo capovolto, il diritto a rovescio, l'Italia a testa in giù. I figli non li vuole più nessuno eccetto i gay, le lesbiche e le donne anziane. E via con gli uteri in affitto, le maternità surrogate, l'eterologa, le adozioni di coppie dello stesso sesso. E se la politica tentenna, la magistratura accelera, non applica le leggi ma le crea. A passo di carica, come non accade per la gran parte dei processi. Ma è sempre colpa della legge che non c'è, la legge come la vogliamo noi; e allora il giudice pietoso con sensibilità sartoriale, l'inventa su misura, per l'occorrenza. Se un medico è obiettore di coscienza sull'aborto allora si assumono solo medici abortisti, e intanto spopolano il suicidio assistito e l'eutanasia, c'è una vasta tifoseria per i morituri volontari: perché il diritto di vivere di chi nasce si può negare ma non si può nemmeno discutere il diritto di morire a norma di legge, col consenso del prete e con l'aiutino di Stato. Si possono strappare i figli ai genitori, i nipotini ai nonni, ma vanno autorizzati i figli comprati dalle coppie omosex. Si affrettano i tribunali di Roma, di Firenze e di Trento - quegli stessi tribunali dove tanti processi anche urgenti languono per anni - ad assicurare adozioni e figli di uteri affittati a coppie omosessuali; si mette in marcia il Parlamento per votare il primo step dell'eutanasia, per ora nella forma rassicurante di testamento biologico. Poi per gradi si arriverà al resto. Quella è la strategia: prima si agitano casi estremi per colpire l'immaginazione popolare, poi si allarga ad altri casi, s'invoca una nuova norma ad hoc e infine si dilata la regola a dismisura. Così accade con la droga, coi migranti clandestini e con tutti i danni collaterali, inclusi i furti in casa. La colpa non è mai della droga ma di chi ne impedisce l'uso, non è colpa di chi si droga ma della mamma che vi si oppone, non dei clandestini ma di chi li chiama clandestini, non di chi ruba in casa ma di chi si difende in casa propria. Il diritto è diventato il rovescio e chi si oppone viene accusato di sessismo, razzismo, fascismo o xenofobia. Alla fine il criminale sei tu, che subisci o denunci il fatto.
Ma cos'è questa voglia insana di rovesciare la natura, la storia della civiltà, la legge, la realtà e l'umanità come finora è stata concepita? Cos'è questo desiderio di far saltare la famiglia, la maternità, la paternità, la nascita, la vita e la morte, nelle forme finora conosciute? È possibile che una generazione nel giro di pochi anni smantelli il tessuto millenario di una civiltà giuridica e religiosa, civile e naturale, fondata sulla famiglia? Chi siamo noi, viventi, per ergerci con infinita presunzione a giudici dell'umanità di tutti i tempi e a decidere che finora gli uomini si erano sbagliati ma adesso arriviamo noi e rimediamo agli errori della storia e della natura, dell'esperienza secolare e della vita di generazioni e gridiamo il nostro «tana» salvatutti?
Come altro possiamo chiamare questo delirio ideologico, scientifico, giuridico se non una forma virale e distruttiva di pazzia? Stiamo perdendo il senso del limite, stiamo allevando mostri geneticamente modificati, siamo in piena frenesia di dismisura, vogliamo abbattere i confini tra sessi, limiti d'età e di natura, popoli e desideri. Se ha ragione Schopenhauer, è la natura che sta decidendo di farla finita e si serve della sterilità diffusa, delle pulsioni di morte e di autodistruzione, della stessa omosessualità elevata a modello di vita, per portare all'estinzione l'umanità.
Complimenti, signori, quel che non riuscì a guerre, armi atomiche, rivoluzioni sanguinarie e regimi totalitari, potrà riuscire a voi, pacifisti e libertari, nel nome dei diritti, del progresso e della stessa umanità.


14/03/17

IL PARTITO ANTI NAZIONE






La piazza pro immigrazione del partito dell’Anti Nazione. Il nemico dei sinistri resta l’Italia e il suo popolo. Serve un’opposizione libera da paure e sensi di inferiorità culturale è il tempo di un fronte degli italiani di Roberto Pecchioli  
 
 
La piazza pro immigrazione del partito dell’Anti Nazione

 
 
 
Il candidato alla segreteria Andrea Orlando, benché relativamente giovane – è del 1969 – è il classico vecchio comunista ligure. Cresciuto fin da adolescente nelle sezioni del Bottegone, parla spesso delle sue giornate di venditore porta a porta dell’Unità. I comunisti liguri si distinguono dagli altri per un inossidabile stalinismo, per una sorta di mistica operaista fuori tempo massimo, nonché per una speciale inclinazione ad un rancoroso pedagogico moralismo verso il nemico di classe, mai rielaborato come semplice avversario.
Orlando, che è ministro di Giustizia, ha proposto una manifestazione a favore degli immigrati, affermando che, oltre all’inevitabile “solidarietà”, rappresenterebbe un forte segnale identitario della sinistra. Con prudenza, da parte renziana le prime risposte sono freddine, ma non c’è dubbio che la mobilitazione ci sarà. Quel che resta dell’Unità titola trionfante, a proposito dell’iniziativa di Orlando, “Noi non abbiamo paura”. Per loro, l’unico sentimento diverso dal razzismo che riconoscono agli avversari dell’immigrazione massiva nonché apertamente sostitutiva è la paura. Del diverso, dell’altro da sé, forse dell’uomo nero.
Non sono cambiati, i compagni. In psicologia il termine “bias” indica un tunnel della mente, una griglia interpretativa non necessariamente corretta attraverso la quale si filtrano le informazioni possedute in modo da porre maggiore attenzione su quelle che confermano le proprie convinzioni. Confessiamo di avere un personale bias da mezzo secolo, cioè dall’infanzia: comunisti e sinistri di tutte le specie sono quelli che stanno sempre dalla parte di quegli altri.
Nel lontanissimo 1966, in vacanza tra i monti toscani, in una zona operaia dove il roccioso PCI aveva almeno il 60 per cento dei consensi, un bambino di pochi anni che oggi scrive queste righe piangeva perché la nazionale italiana di calcio perdeva ai mondiali in Inghilterra. Soprattutto, non capiva come mai la stragrande maggioranza delle persone ne fosse invece tanto felice, esultante al famoso gol della Corea del Nord ed alla vittoria dell’Unione Sovietica contro gli azzurri. Il babbo spiegò faticosamente che quelli erano comunisti, come l’URSS ed i piccoli coreani. La conclusione di quel bimbo fu che i comunisti erano nemici “nostri” e dell’Italia. Il papà reduce di guerra rispose al figlio che era proprio così.
Stanno sempre dalla parte opposta: l’invidia per chi costruisce qualcosa e ne gode i frutti, il disprezzo della civiltà in cui sono nati, l’odio vero e proprio per ciò che non corrisponde agli schemi mentali precostituiti ed indiscutibili dell’Intellettuale Collettivo non sono affatto cambiati. Stavano con l’URSS che aveva missili puntati contro le nostre case, detestavano la bandiera ed i simboli nazionali; formavano veri e propri cordoni sanitari, sul lavoro, nei confronti di chi non fosse iscritto al loro sindacato, deridevano chi la domenica frequentasse la messa. Oggi, hanno due idoli: gli omosessuali e gli immigrati. E poiché anch’ essi hanno i loro “bias”, chi non la pensa come loro può soltanto essere un malvagio o un soggetto pervaso da paure illogiche o irrazionali. Loro, che hanno capito tutto, continuano a ragionare in termini psichiatrici: l’altro deve essere un pazzo, un fobico, oppure, se gli viene riconosciuta la sanità mentale, è un volgare o prezzolato difensore di sporchi interessi.
Intanto, è servito chi avesse creduto alla ridicola panzana del Partito della Nazione. Il ministro di giustizia si schiera a favore degli stranieri e contro i connazionali, colpevoli, presumiamo, di non accordare il 100 per cento dei voti al Botteghino democratico, che nel cuore e nell’anima sua e di moltissimi altri non è che il PCI che ha cambiato all’anagrafe un nome divenuto imbarazzante ,non più finanziato in rubli sovietici, ma in ottimi dollari dei finanzieri senza terra. Dettagli, evidentemente.
Il nemico dei sinistri resta l’Italia, il suo popolo, la civiltà europea. L’attitudine nei confronti dell’immigrazione ne è la plateale conferma. Occorre, a dire il vero, un’autocritica, o almeno una precisazione di capitale importanza, in materia.
E’ giusto e saggio opporsi all’immigrazione, specialmente nella misura e con le modalità di cui siamo spettatori e vittime, ma mantenendo il rispetto umano per l’immigrato. Il nemico non è lui, ma l’enorme apparato economico, finanziario, ideologico che impoverisce vaste aree della terra, fomenta, anzi organizza guerre, carestie, sfruttamento per poi promuovere immensi movimenti di masse umane verso il Nord del pianeta. E’ la legge dell’acqua, si va dove si può bere.
Dunque, difendere se stessi dall’invasione non è paura, o cattiveria, ma amor proprio, rispetto di chi si è stati e di ciò che vorremmo lasciare in eredità. E’ anche elementare prudenza e buon senso, giacché la capacità di ospitare, assorbire, integrare stranieri è ampiamente esaurita. Non siamo tanto ingenui da accettare in toto l’equazione meno stranieri uguale meno disoccupazione, meno delinquenza. E’ del tutto evidente che in alcuni settori, come l’assistenza alla persona, gli stranieri colmano vuoti e risolvono problemi. In molti altri, al contrario, essi alimentano la corsa al ribasso, lo schiavismo, il nuovo rivoltante caporalato, il dumping sociale che permette a troppi di pagare cinque, quattro, tre euro per un’ora di lavoro in tanti settori. Poi ci sono l’enorme impatto sulla prostituzione, con sconvolgente riduzione in schiavitù, sulla criminalità alimentata dal disagio sociale (oltreché dall’impunità che dovrebbe spiacere ad Orlando ministro della giustizia), e sorvoliamo sugli incalcolabili costi economici in materia di sanità, assistenza, previdenza, rimesse di miliardi nei paesi d’origine.
Resta, drammatica, la domanda psicologicamente scorretta, forse il nostro bias. Perché preferiscono gli stranieri ai connazionali? Innanzitutto perché “quelli” detestano la nazione, e lavorano attivamente, specie quando indossano fasce tricolori o altre vesti istituzionali, per affossarla. Un altro motivo, bassamente legato al consenso, è che gli stranieri sono il goloso bacino elettorale del futuro prossimo, e, ragione ancora più terra terra, votano alle primarie del PD. Il passato ne è la prova: cinesi a Milano, sudamericani a Genova, zingari anzi nomadi rom un po’ dappertutto, i vuoti lasciati dagli italiani vengono riempiti dai faccendieri democratici mobilitando i capi bastone di comunità estere beneficate in vario modo a spese nostre.
Più in profondità, tuttavia, trionfa l’odio di sé, il rancore antico nei confronti della civiltà e della cultura europea ed italiana, mascherato da internazionalismo, solidarietà, filantropia. Sono i bigotti di una religione secolare che non ammette eretici o miscredenti, quella dei Diritti, dell’Universalismo, dell’Umanità. Tutto, sempre, in lettere maiuscole, lo impone il senso della Storia!  
Orlando e l’Unità assumono come modello una recente manifestazione tenuta a Barcellona in nome dell’accoglienza. Fingono di ignorare che in Catalogna le mobilitazioni di piazza degli ultimi anni hanno tutte un convitato di pietra, il secessionismo anti spagnolo declinato in odio per la patria comune sino alla preferenza per gli stranieri. In questo concordano tanto la forte sinistra locale quanto la borghesia mercantile e finanziaria che detesta Madrid. Lì, almeno, è chiara quanto paradossale l’alleanza tra un acceso nazionalismo locale ed una sinistra nipote della guerra civile accecata dall’avversione per lo stato nazionale. Da noi, le cose sono in fondo più semplici: l’immigrazione ha molti amici, non solo a sinistra e non solo in chiesa, e poi c’è un popolo. Forse…
Il punto, l’enigma da risolvere è se questo popolo che è il nostro voglia vivere, se preferisca ancora se stesso al Grande Altro che avanza. In questo senso, l’iniziativa di Orlando potrà almeno servire a chiarire le idee, definendo gli schieramenti.
E’ fortissimo, diffuso e trasversale il Partito dell’Anti Nazione. Serve un’opposizione, libera da stupide paure, da sensi di inferiorità culturale, lontana dalle menzogne politicamente corrette. E’ il tempo di un fronte degli italiani che amano, preferiscono, difendono se stessi. Quando, se non adesso? L’alternativa è tra vita e suicidio. Non è detto che quest’Italia preferisca se stessa, ma dobbiamo costringerla alla scelta. 
 L’amore di sé, l’identità, a rigore di psicologia cognitiva, forse non sono che un “bias di conferma”, una semplice griglia interpretativa di credenze che permettono di vivere. Secondo i soliti studiosi progressisti, si tratta di un pregiudizio che coinvolge anche persone intelligenti ed aperte, ma, rispondiamo noi, è quello che ci rende ciò che siamo.
Se poi l’intelligenza e l’apertura significano essere nemici di se stessi, evviva la chiusura mentale ed il basso Q.I. (quoziente intellettivo). Almeno, permette di essere diversi da Orlando, Laura Boldrini e monsignori vari.
 
Roberto Pecchioli
 
In redazione il 14 Marzo 2017


 
 

Salvini prende casa a Napoli



 


Matteo Salvini ha scritto, a Napoli, una pagina di storia. Lo ha fatto anche grazie all’aiuto del sindaco Lugi De Magistris, la cui rozzezza istituzionale ha fatto da cassa di risonanza all’iniziativa del leader leghista. Non v’è dubbio che la sfida della Mostra d’Oltremare avesse, nelle intenzioni del proponente, molte valenze. Esterne e interne al suo partito.
A Napoli è stata segnata una tappa decisiva del riposizionamento strategico avviato da Salvini già all’indomani della sua elezione a segretario della Lega. Il processo di riconversione dell’orizzonte politico leghista da movimento di rivendicazione localista a partito sovranista di respiro nazionale costituisce la fase propedeutica a una possibile candidatura alla premiership. Salvini sa bene che non si può ambire alla guida del Paese se non si è in grado di rappresentarne tutte le aree geografiche, non solo alcune. Non è impresa facile giacché vi è un vissuto ultradecennale di ostilità della Lega verso il Meridione. È pur vero che Salvini, in questi anni, ha lavorato di cesello cercando di tracciare intese sul piano pragmatico della difesa degli interessi comuni tra comunità del Nord e del Sud, bypassando le classi dirigenti locali e parlando direttamente ai cittadini. Pescatori, agricoltori, artigiani vessati dall’Unione europea, piccoli imprenditori massacrati dagli studi di settore, pensionati e pensionandi vittime della “Fornero”, persone comuni da tutelare dagli abusi del potere, senza differenze a tutte le latitudini.
Mancava però, al suo racconto, il tassello centrale, la chiave di volta della costruzione: l’incontro con Napoli. La città di Partenope non è, per l’immaginario collettivo, una metropoli qualsiasi: è la capitale storica e morale di un mondo, di una cultura, che incarna, nel bene e nel male, l’essenza della civiltà mediterranea. Napoli non è a sud: è il Sud. Venire a proporsi da protagonista sulla scena napoletana è stato infrangere un tabù. Ha fatto un certo effetto sentirlo pronunciare un molto kennediano: “Napoli è casa mia”. Nondimeno, ha sorpreso la sintonia con la platea di gente accorsa ad ascoltarlo. Una curiosità da applausometro: dopo l’ovazione riservata al leader, l’esplosione di entusiasmo più fragorosa si è avuta quando sullo schermo del palco è apparsa la foto di Marine Le Pen: è venuta giù la sala. Non v’è dubbio che via sia anche calcolo opportunistico nella scommessa salviniana. Lo sfaldamento dei partiti tradizionali, a destra e a sinistra, ha aperto praterie di consenso nell’elettorato napoletano che non possono essere pascolo del populismo prevaricatore di De Magistris e dei suoi pretoriani dei centri sociali e men che meno dei grillini.
Di là dalla propaganda i numeri delle elezioni ultime comunali restituiscono la fotografia di una città delusa che si tiene lontana dalla politica. Su quella massa di scontenti, sensibile alle tematiche securitarie, dell’immigrazione incontrollata, delle politiche per la lotta alla crisi economica e alla povertà, sabato scorso Salvini è venuto a iscrivere la sua ipoteca. Ma la sfida napoletana guardava anche ai difficili equilibri in casa leghista. Non tutti nella Lega la pensano come il “capitano”. C’è Umberto Bossi che è tornato a farsi vedere per tentare di segare il ramo dal quale Salvini prova a cogliere i frutti della sua semina. I dissidenti del Carroccio speravano in un passo falso a Napoli per scatenare una rapida resa dei conti congressuale. È andata male ai “gufi in verde” perché il “capitano” l’ha sfangata e ora può guardare con maggiore tranquillità al suo progetto di allargamento al Sud.
Intanto, oltre l’osso delle solite parole d’ordine, non è mancata la ciccia politica, concentrata nelle battute finali del suo intervento. C’è stata un’apertura importante, sebbene criptata nel messaggio, a Silvio Berlusconi. Il “capitano” prima della standing ovation finale si è lasciato scappare due cosette non da poco. La prima: fatemi fare il ministro dell’Interno e vedrete se in sei mesi non rimetto a posto la situazione. E poi: mi interessa che qualsiasi coalizione di centrodestra si faccia metta avanti l’impegno a sostenere prima gli italiani, poi di primarie, secondarie o altro non m’interessa. Tradotto: se non sarà lui il candidato premier non ne farà un dramma e sulle primarie non intende rompersi la testa. Se non è apertura di dialogo questa?

di Cristofaro Sola - 14 marzo 2017

13/03/17

Contro Trump il killer dei presidenti Usa, budget 100 milioni



E’ in corso la campagna contro il nuovo presidente degli Stati Uniti, condotta dagli stessi sponsor di Barack Obama, Hillary Clinton e della distruzione del Medio Oriente. Dopo la marcia delle donne del 22 gennaio, è previsto che si tenga una marcia per la scienza non solo negli Stati Uniti, ma anche in tutto il mondo occidentale, il 22 aprile. L’obiettivo è dimostrare che Donald Trump non è solo un misogino, ma anche un oscurantista. Il fatto che sia l’ex-organizzatore del concorso di Miss Universo, e che sia sposato con una modella al suo terzo matrimonio è sufficiente, a quanto pare, a dimostrare che disprezza le donne. Che il presidente contesti il ruolo svolto da Barack Obama nella creazione della Borsa Climatica di Chicago (ben prima della sua presidenza) e che respinga l’idea che le perturbazioni climatiche siano causate dal rilascio di carbonio nell’atmosfera, attesta il fatto che non capisce nulla di scienza. Per convincere l’opinione pubblica statunitense della follia del presidente – un uomo che dice di desiderare la pace con i suoi nemici, e di voler collaborare con loro per la prosperità economica universale – uno dei più grandi specialisti di agit-prop (agitazione e propaganda), David Brock, ha messo in campo un dispositivo impressionante già prima dell’investitura di Trump.
 
David Brock, fabbricò lo scandalo LewinskyAl tempo in cui lavorava per i repubblicani, Brock lanciò contro il presidente Bill Clinton una campagna, che sarebbe poi diventata il Troopergate, la vicenda Whitewater, e il caso Lewinsky. Dopo aver voltato gabbana, è oggi al servizio di Hillary Clinton, per la quale ha già organizzato non solo la demolizione della candidatura di Mitt Romney, ma anche la sua replica nella vicenda dell’assassinio dell’ambasciatore Usa a Bengasi. Durante il primo turno delle primarie, è stato Brock a dirigere gli attacchi contro Bernie Sanders. “The National Review” ha qualificato Brock come «un assassino di destra che è diventato un assassino di sinistra». E ‘importante ricordare che le due procedure di destituzione di un presidente in carica, avviate dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono state messe in moto a vantaggio dello Stato Profondo, e non certo per il bene della democrazia. Così il Watergate è stato interamente gestito da una certa “gola profonda” che, 33 anni più tardi, si è rivelato essere Mark Felt, l’assistente di J. Edgar Hoover, direttore dell’Fbi. Per quanto riguarda la vicenda Lewinsky, era semplicemente un modo di forzare Bill Clinton ad accettare la guerra contro la Jugoslavia.
L'affaire Clinton-LewinskyLa campagna in corso è organizzata sottobanco da quattro associazioni. “Media Matters” (“i media contano”) ha il compito di dare la caccia agli errori di Donald Trump. Leggete ogni giorno il suo bollettino sui vostri giornali: il presidente non può essere attendibile, si è sbagliato su questo o su quel punto. “American Bridge 21st Century” (“Il ponte americano del XXI secolo”) ha raccolto più di 2.000 ore di video che mostrano Donald Trump nel corso degli anni, e più di 18.000 ore di altri video dei membri del suo gabinetto. Ha a sua disposizione sofisticate attrezzature tecnologiche progettate per il dipartimento della difesa, e presumibilmente fuori mercato, che le consentono di cercare le contraddizioni tra le loro dichiarazioni più datate e le loro posizioni attuali. Dovrebbe arrivare a estendere il suo lavoro a 1.200 collaboratori del nuovo presidente. “Citizens for Responsibility and Ethics in Washington – Crew” (“I cittadini per la responsabilità e l’etica a Washington”) è uno studio di giuristi di alto livello con il compito di monitorare tutto ciò che potrebbe fare scandalo nell’amministrazione Trump. La maggior parte degli avvocati di questa associazione lavorano gratis, per la causa. Sono loro ad aver preparato il caso di Bob Ferguson, il procuratore generale dello Stato di Washington, contro il decreto sull’immigrazione (“Executive Order 13.769”).
“Shareblue” (“la condivisione blu”) è un esercito elettronico già collegato con 162 milioni di internauti negli Stati Uniti. Ha il compito di diffondere dei temi preordinati, ad esempio: Trump è autoritario e ladro; Trump è sotto l’influenza di Vladimir Putin; Trump è una personalità debole e irascibile, è un maniaco-depressivo; Trump non è stato eletto dalla maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti, ed è quindi illegittimo; il suo vicepresidente, Mike Pence, è un fascista; Trump è un miliardario che sarà costantemente di fronte a conflitti di interesse tra i suoi affari personali e quelli dello Stato; Trump è un burattino dei fratelli Koch, i famosi elemosinieri dell’estrema destra; Trump è un suprematista bianco e una minaccia per le minoranze; l’opposizione anti-Trump continua a crescere fuori Washington; per salvare la democrazia, cerchiamo di sostenere i parlamentari democratici che stanno attaccando Trump, e cerchiamo di demolire quelli che stanno collaborando con lui; stessa cosa con i giornalisti; per rovesciare Trump ci vorrà del tempo, quindi cerchiamo di non indebolire la nostra lotta.

La propaganda di ShareBlue, Trump in versione PutinQuesta associazione produrrà newsletter e video di 30 secondi. Si appoggerà ad altri due gruppi: una società che realizza video documentari, “The American Independent”, e una unità statistica, Benchmark Politics (ossia “politica comparativa”). L’insieme di questo dispositivo – che è stato messo in campo durante il periodo transitorio, cioè prima dell’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca – dà già lavoro a oltre 300 specialisti a cui conviene aggiungere numerosi volontari. Il suo budget annuale, inizialmente previsto nella misura di 35 milioni di dollari, è stato aumentato fino a un livello di circa 100 milioni di dollari. Distruggere l’immagine – e quindi l’autorità – del presidente degli Stati Uniti, prima che abbia avuto il tempo di fare alcunché, può avere gravi conseguenze. Eliminando Saddam Hussein e Muammar Gheddafi, la Cia ha fatto precipitare questi due paesi in un lungo periodo di caos, e la “terra della libertà” potrebbe gravemente soffrire da una tale operazione. Questo tipo di tecnica di manipolazione di massa non era mai stata utilizzata contro il capofila del mondo occidentale. Per il momento, questo piano sta funzionando: nessun leader politico al mondo ha avuto il coraggio di felicitarsi dell’elezione di Donald Trump, con l’eccezione di Vladimir Putin e di Mahmud Ahmadinejad.

(Thierry Meyssan, “Il dispositivo Clinton per screditare Donald Trump”, da “Megachip” del 5 marzo 2017).

fonte: http://www.libreidee.org - 13 marzo 2017

Politici Indegni, avete umiliato e svenduto il nostro paese, ma non riuscirete mai ad umiliare e svendere la nostra dignità di italiani - di Andrea Pasini



                                                   foto di repertorio


Deserto Italia. Incominciamo dai dati che in questi giorni stanno impazzando attraverso i media. Non generiamo più vita. Che scoperta. Ogni donna partorisce 1,34 figli a testa, paurosamente sotto i 2,1 che servirebbero per non farci scomparire, nel volgere di qualche generazione, dalla faccia della terra in qualità di occidentali. Occidentali’s Karma. Francesco Gabbani ha vinto un festival, noi stiamo perdendo le nostre radici, compromettendo il futuro. In Italia, nel 2016, sono nati 474mila pargoli contro i 486mila del 2015. Siamo ai minimi storici dall’Unità d’Italia. I decessi, lo scorso anno, sono stati 608mila, la mescolanza di numeri crea uno scenario orrifico. Il monologo dell’orrore, da far impallidire quello di Marlon Brando, nei panni del Colonnello Walter E. Kurtz, sulla cellulosa di Apocalypse Now. L’apocalisse tricolore. Davanti al precipizio sorridono i nostri governanti, sorride l’ebete, mentre cade pensando all’adrenalina del volo, ma non alla caduta. Siamo diventati un paese di anziani, eppure non a misura di anziani. Simone de Beauvoir nel 1970 scrisse: “I vecchi sono degli esseri umani? A giudicare dal modo in cui sono trattati nella nostra società, è lecito dubitarne: la vecchiaia resta un segreto vergognoso, un soggetto proibito”. Invecchiamo, ma non sappiamo farlo. Crolliamo, ma ci crediamo giovani per sempre. Forever young. 17 anni tutta la vita. Ma non nello spirito.
Ve li ricordate i distretti industriali? Il fiore all’occhiello della produzione italiana? Stanno diventando un ricordo lontano. Quelle piccole e medie industrie che hanno fatto grande il Paese a partire dal post Seconda Guerra Mondiale. Le viscere della nazione, gente vogliosa questi italiani, gente capace di buttarsi alle spalle le bombe del 1945 e ricostruire tutto daccapo. Olivetti, Mattei passando per l’Eni. Sono molti i nomi, e le sigle, che riportano alla mente un passato rampante, capace di regalare speranza. Ora ci troviamo davanti allo scheletro di quello che è stato. Un monumento alla decadenza, si sbriciolano i mattoni, sembra di essere davanti ad un mausoleo. Immenso e silenzioso, con in lontananza le grida dei “nuovi” europei che sgomitano per prendere il nostro posto. Un romanzo tutto da scrivere, ma con il finale già sancito. I finanziamenti alle banche dominano lo scenario, 20 miliardi di euro che entrano dalla finestra, dopo essere usciti dalla porta. I giovani periscono, gli esodati piangono, niente a che vedere con le lacrime da coccodrillo di Elsa Fornaro, mentre quelli nel mezzo pregano. Abbiamo scelto di non scegliere, siamo i Mark Renton della via di mezzo. Avevamo la vita abbiamo deciso di interpretare uno stato di morte apparente, ci viene così bene da non svegliarci più.
“Se ne va anche un’azienda del San Daniele. Una delle aziende che producono il prosciutto più famoso d’Italia infatti finisce nelle mani nei francesi. Ad accaparrarsi questa fetta del made in Italy è stato il gruppo agroalimentare d’Oltralpe CA Animation, ‘a cui fanno capo le società produttive Loste Tradi France e Jean Larnaudie'”. Questo quanto si legge sulle colonne de Il Giornale. Stiamo svendendo. Chiudiamo bottega. Venghino siori, venghino. Il battitore dell’asta è Paolo Gentiloni, ma lo sappiamo che il burattinaio resta Matteo Renzi, uomo da camouflage, mentre tutti scappano non suona nemmeno il violino che ci accompagna al naufragio, alla Titanic per intenderci. Volete un po’ di sovranità, sedetevi al tavolo. Il popolo non ha il pane, che si mangi il debito pubblico. Sembriamo destinati ad un futuro ineluttabile, un destino che fa rima con la scomparsa dell’Italia. Segnati per sempre. Grecia. Spagna. Irlanda. Un domani nostro? Un certezza in caricamento.
Renaud Camus, teorico dell’ovvia Grande Sostituzione, bussa alle nostre coscienze. In un’intervista rilasciata a ilTempo.it, il 21 aprile 2016, ha dichiarato: “Il sostituzionismo è il mondo del falso, del doppio, dell’ersatz. Io chiamo questo mondo il ‘fauxel’, il reale ribaltato, il reale falso. Lo scambio di tutto con il suo doppio meno costoso implica la proletarizzazione così suggestiva della nostra società. Se le persone del 1900 o anche del 1950 ritornassero nelle nostre città, penserebbero che sono abitate solo da clochard, vestiti male, che si comportano altrettanto male e parlano male la loro stessa lingua. Ma la sostituzione etnica fa sì che questa proletarizzazione diventi sempre di più una ‘terzomondizzazione’. Su un terzo del suo territorio, Parigi è Bamako, Marsiglia è la banlieue nord di Algeri. È così rassicurante per l’uomo, in fondo: è l’uomo che conta, e non certo le materie prime. Ma con una popolazione del terzo mondo, un paese europeo diventa del terzo mondo”. Rotoliamo verso sud e siamo felici di farlo. Siamo a crescita zero e siamo felici. Le aziende chiudono e siamo felici. Una felicità unità di misura dello sfacelo. Qualcuno ci vede sparire nel giro di una decade, una realtà che si avvicina in maniera spaventosa.
“La Commissione europea ha confermato stamani le previsioni di crescita dell’Italia, rispetto alle stime di novembre, con un aumento del prodotto interno lordo dello 0,9% nel 2017 e dell’1,1% nel 2018. Sono le stime più basse di tutta l’Unione. Nella sua analisi della congiuntura, Bruxelles accoglie positivamente l’impegno del governo di correggere la traiettoria dei conti pubblici entro aprile, ma nel frattempo ha rivisto leggermente al rialzo le sue stime di debito pubblico”. Così sentenziava, un mese fa, Il Sole 24 Ore in diretta da Bruxelles. Dovevamo correre, stiamo seguendo l’esempio del granchio. Le certezze parlano d’altro, parlano di una fine ineluttabile. E non sono pessimista, solamente realista.
Italiani che non fanno più figli perché non hanno la possibilità economica per mantenerli, aziende che continuano ad abbassare le saracinesche, perché strozzate dalle tasse e da una burocrazia pachidermica, le poche aziende che resistono vengono comprate da multinazionali estere che acquistano il brand e poi esportano le produzioni all’estero, il tasso di povertà che continua a crescere a livelli veramente preoccupanti, i nostri giovani  costretti a scappare all’estero per trovare lavoro, immigrazione fuori controllo, percezione di sicurezza per i cittadini pari a zero, leggi antiquate e nessuna certezza della pena, la macchina della giustizia che grazie proprio a queste leggi obsolete e troppo interpretabili non riesce a garantire processi veloci ecc ecc. E potrei continuare ancora perché l’elenco non finirebbe mai. Per tutto questo dobbiamo ringraziare  una classe di politici, anzi di politicanti, sia di destra che di sinistra, di centro e movimenti vari totalmente incapaci che hanno pensato e pensano tutt’ora solamente ai loro interessi personali e mai a quelli della collettività. Vergogna.   


da il blog di Andrea Pasini - 13 marzo 2017


12/03/17

Fukushima, il nucleare e i cinghiali radioattivi


Sei anni dopo la catastrofe nucleare di Fukushima. Vivere radioattivi quanto basta per non morire.
Il racconto dell’agenzia Reuters, da Namie, una cittadina costiera giapponese a quattro chilometri da Fukushima, ora quasi deserta dopo il disastro del 2011. Un gruppo di operai ripara una casa danneggiata, e si preparano ad accogliere il ritorno dei residenti. Non molto lontano, due cinghiali si sono intrufolati nel giardino di qualcuno, in cerca di cibo. Ma sono animali radioattivi, pericolosi. Tutto ciò che vive lì attorno è potenziale pericolo.


Ritorno al futuro, sarebbe la speranza. Partendo da sei anni addietro quando in quell’angolo di Giappone scoprirono un futuro da inferno. In origine i residenti di Namie erano 21.500, ma solo poche centinaia progettano di tornare nelle loro case. E, traduzione su Internazionale, leggiamo che ad appena quattro chilometri di distanza dallo stabilimento nucleare, Namie è stata la prima città a essere bonificata per il ritorno dei residenti. Ma il Giappone della primavera fiorita finisce qui.
La vita in città non sarà più la stessa: le radiazioni hanno contaminato molte aree che non saranno mai più abitabili. Inoltre più del 50 per cento degli abitanti ha deciso di non tornare. Le loro preoccupazioni riguardano le radiazioni e la messa in sicurezza dell’impianto nucleare. La maggior parte di chi ha già deciso di non tornare ha meno di 29 anni, di conseguenza la popolazione futura sarà costituita da anziani e la città sarà senza bambini.
Il livello di radiazioni a Namie è di 0,07 microsievert (un milionesimo di sievert) per ora, simile al resto del Giappone. Ma nella vicina città di Tomioka, un dosimetro segna 1,48 microsieverts per ora, trenta volte quella segnalata nel centro di Tokyo. Perché l’annullamento del piano di evacuazione sia ufficiale, il livello deve essere inferiore a 20 millisievert (un millesimo di sievert) per anno. Vivere con un dosimetro appeso al collo?
Il sindaco di Namie Tamotsu Baba spera di riuscire a riattivare l’industria e l’economia attirando imprese di ricerca e robotica. Le prospettive per la rinascita del business non si realizzeranno a breve, ma il presidente della compagnia di legnami Munehiro Asada ha riaperto la sua fabbrica per favorire la ripresa economica della città. “Ora le vendite non raggiungono nemmeno il decimo di una volta, ma aprire la fabbrica era la mia priorità. Se nessuno tornerà, la città sparirà”.



La stessa città letta da altri
Sampre Namie, e sempre a quattro chilometri di distanza dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Per un altro racconto, uno dei problemi grandi da affrontare sono i cinghiuali che, in assenza dell’uomo, hanno proliferato. Come attorno allas spazzatura di Roma che li ha chiamati in città. Peccato che a Namie di cinghiali ce ne sono centinaia che arrivano alla città scendendo da zone considerate radioattive dove hanno vissuto per anni e di conseguenza lo sono anche loro.
Sembra cronaca di casa, sono che qui c’è poco da sorridere. Kimiko de Freytas-Tamura sul New York Times: «Scendono nelle città, saccheggiando le coltivazioni intrufolandosi nelle case. In certi casi hanno anche attaccato degli uomini. Ma, forse, la cosa più pericolosa di tutte, è il loro essere radioattivi». Secondo alcuni test fatti dal governo giapponese, alcuni dei cinghiali dell’area avrebbero livelli di cesio-137 300 volte più alti rispetto a quelli ritenuti accettabili dagli standard di sicurezza.
La guerra al cinghiale. A Tomioka, una delle città della zona, c’è un gruppo di 13 persone che ha l’incarico di uccidere quanti più cinghiali possibili. Le autorità di Tomioka, un’altra città dell’area, hanno detto di averne uccisi 800 e a Soma sono stati predisposti inceneritori per brucare le carcasse ed evitare di disperdere cesio nell’ambiente. Cinghiali, problema principale, ma nelle aree vicino alla centrale ci sono anche altri animali. I ratti ad esempio.
Film Horror. Colonie di ratti radioattive che si sono sviluppate nei supermercati abbandonati. È una cosa che era successa e continua a succedere anche dopo il disastro di Chernobyl: nell’area di alienazione, quella in cui fu vietato l’accesso agli umani, la popolazione animale è molto aumentata. Non è che gli animali sono immuni alle conseguenze delle radiazioni. Loro traggono vantaggio dall’assenza dell’uomo ma diventano loro stessi veicolo di minaccia radioattiva, morendo a poco a poco e contaminando.
Utile spaccato di realtà dentro la nostra modernità ad energia nucleare. Pur che sia chiaro a tutti di cosa stiamo parlando e a cosa potremmo dover andare incontro.

Di  11 marzo 2017  
fonte: http://www.remocontro.it

Jihadismo in Europa: il fenomeno del single-actor terrorism



jihadismo-europa-terrorismo




Quando ci si accosta al fenomeno del jihadismo in Europa [1], ci si imbatte frequentemente in espressioni come “lupi solitari”, “solo terrorism”, o “leaderless resistance”, sintagmi che, specialmente negli ultimi anni, sono stati impiegati sempre più diffusamente. Tuttavia, a questa proliferazione lessicale è troppo spesso corrisposto un approccio disorganico e semplicistico, che finisce per assimilare realtà che, nei fatti, non risultano sovrapponibili o, ancora, che vedono tali neologismi come categorie passe-partout. A livello complessivo – e dunque trascurando, almeno per il momento, le peculiarità di ogni singola espressione – è possibile affermare che queste nuove concettualizzazioni fanno riferimento a svariati aspetti del jihadismo occidentale, emersi negli ultimi anni: da un lato il numero di terroristi coinvolti in un attentato (pianificato e/o eseguito); dall’altro la natura “decentralizzata” dell’operazione terroristica [2].
In questa ottica, l’ideal-tipo dell’attentato “centralizzato” (ossia emanazione diretta della leadership) eseguito da un gruppo di jihadisti non è l’unico modello esistente; al contrario, gli attacchi possono essere perpetrati anche da un singolo individuo, sostanzialmente autonomo dal gruppo di riferimento. Secondo uno studio di Petter Nesser, il “single-actor terrorism” (terrorismo a base individuale, cioè che coinvolge un singolo militante) tra il 2001 e il 2007 rappresentava il 12% dei casi di terrorismo jihadista in Europa Occidentale; nell’intervallo tra gli anni 2008 e 2013, la proporzione ha raggiunto il 38%, segnalando quindi un sensibile aumento [3]. Infine, nel lasso temporale tra il 2014 e il 2016, il single-actor terrorism ha di fatto eguagliato (se non superato lievemente) il jihadismo a base gruppale – anche se, come si vedrà, non sempre sussiste un cleavage netto tra le due realtà [4].


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Attentati in Europa – Fonte: Perspectives on Terrorism
 
 
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Fonte: Perspectives on Terrorism


Una griglia interpretativa – Come si evince dai dati appena riportati, il single-actor terrorism è divenuto un fenomeno vieppiù significativo, soprattutto a partire dal 2008 [5]. Ciò è ascrivibile a svariate ragioni, strettamente connesse; nella fattispecie, può essere letto come un meccanismo di adattamento a un mutato contesto operativo – un assestamento di carattere “pragmatico”, che si è inscritto però in una ben precisa cornice dottrinale. Da una parte, tradizionalmente la decentralizzazione (avente come apice il terrorismo a base individuale) scaturisce dalle operazioni antiterroristiche che bersagliano le formazioni militanti e le loro reti – nel caso in esame, gli attacchi statunitensi ai danni del core di al-Qaeda in teatri come quello afghano-pachistano (in primis l’impiego di droni per colpire i quadri del movimento e i campi di addestramento). Dall’altra parte, queste limitazioni sul versante operativo sono state costeggiate da un’enfasi sull’ideologia del jihad decentralizzato: innanzitutto, è stata recuperata l’architettura teorica di Abu Musab al-Suri, stratega jihadista che, già in precedenza, aveva postulato la necessità di un nuovo paradigma jihadista – incentrato sull’autonomia delle singole cellule, disconnesse dalla leadership centrale [6]. Naturalmente, sul piano speculativo, non si trattava della sola istanza di “decentralizzazione”: una strategia simile era propugnata dalla rivista Inspire (pubblicata da al-Qaeda nella Penisola Arabica, AQAP) e dal suo ideologo di punta Anwar al-Awlaki. Parimenti, si segnalavano altresì gli appelli al jihad individuale di Osama bin Laden e di Abu Yahya al-Libi, nonché le idee di Abu Jihad al-Masri, autore del testo How to fight alone, divulgato nei forum dei militanti [7]. Un altro fattore che, con ogni probabilità, ha favorito la propagazione osmotica del single-actor terrorism, poi, è stato l’effetto emulativo, una spiegazione che, d’altronde, non riguarda solo i movimenti jihadisti o le operazioni a base individuale, bensì i movimenti terroristici intesi in senso lato [8].
Il riconoscimento delle spinte verso decentralizzazione, ad ogni modo, non deve suggerire una visione polarizzante, ossia una contrapposizione irriducibile tra operazioni terroristiche “centralizzate” e “indipendenti”. Al contrario, a livello empirico si riscontra un panorama poliedrico, raffigurabile come uno spettro continuo: tra i due estremi (operazioni pianificate e controllate integralmente dalla leadership, vis à vis casi di totale indipendenza del terrorista) si possono realizzare infinite possibilità combinatorie [9]. Sono proprio gli elementi che si collocano presso questo secondo estremo del continuum – e che dunque si contraddistinguono per una spiccata indipendenza operativa – a essere definiti “lupi solitari” (lone wolves). Se la tassonomia del “lupo solitario” intende attestare il carattere autonomo dell’operazione terroristica pianificata da un militante, d’altro canto non mancano alcuni punti di criticità. Il primo, indubbiamente, è l’aspetto determinativo, poiché si rilevano varie definizioni del concetto di lone wolf, più o meno restrittive a seconda dei casi. In un saggio del 2011, Raffaele Pantucci li definisce come «individuals pursuing Islamist terrorist goals alone, either driven by personal reasons or their belief that they are part of an ideological group» [10], distinguendo diverse tipologie a seconda del grado di interazione con la galassia militante: ad esempio vi sono i loners, lupi solitari stricto sensu, privi di qualsivoglia contatto con altri jihadisti; poi, esistono militanti che intrattengono una qualche interazione (seppur vaga o lasca) con i membri dell’organizzazione terroristica di riferimento e i lone attackers, che – pur attaccando solitariamente – sono chiaramente connessi con un gruppo jihadista. Lo studio include anche i gruppi di lupi solitari (lone wolf packs), nuclei isolati formati da più di un individuo, ma che non possiedono connessioni con le reti jihadiste [11].
Queste osservazioni sul variegato microcosmo dei lupi solitari portano al riconoscimento di una seconda criticità: tra il fenomeno dei lupi solitari e il solo-actor terrorism non esiste una relazione biunivoca. Da un lato, come appena visto, possono esservi dei cluster di lupi solitari (e quindi l’azione non è propriamente “solitaria”, anche se slegata da una rete jihadista); dall’altro, un militante che opera su base individuale può intrattenere legami anche cospicui con una data organizzazione terroristica. In quest’ultimo caso, l’azione del militante può essere di tipo top-down – qualora siano i quadri della formazione jihadista ad averlo “arruolato” e a guidarlo – oppure di tipo bottom-up, circostanza in cui è l’aspirante terrorista stesso ad adoperarsi per stabilire una connessione con il gruppo. Questa griglia fornisce una chiave di lettura per apprezzare la complessità del fenomeno e per orientarvisi, ma, naturalmente, non è da intendersi in senso rigido ed esclusivo, poiché spesso si possono verificare situazioni ibride, in cui la distinzione tra operazioni top-down e bottom-up è sfuocata [12].

La complessità sottesa dal single-actor terrorism: alcuni esempi nel teatro europeo – Nello studio degli attentati pianificati e/o eseguiti, la sottostima degli eventuali legami (tenui ovvero più solidi) tra un militante o una cellula e la più ampia galassia jihadista è un rischio sempre presente – e che, di fatto, può tradursi in distorsioni analitiche. All’indomani degli attacchi di Madrid e di Londra, rispettivamente nel 2004 e nel 2005, si è parlato diffusamente di terrorismo homegrown, sottolineando non semplicemente il carattere autogeno della minaccia, ma anche (e soprattutto) la sua presunta indipendenza operativa dal nucleo qaedista. Tuttavia, con il prosieguo delle indagini, è emerso un differente quadro, dipinto con efficacia da Fernando Reinares e da Bruce Hoffman: lungi dall’essere degli episodi di “auto-radicalizzazione”, avulsi dai reticoli jihadisti, le operazioni erano frutto di un’interazione massiccia con i quadri di al-Qaeda [13]. A titolo illustrativo, si consideri che Mohammed Siddiq Khan e Shehzad Tanweer, due degli attentatori di Londra, erano stati reclutati da Rashid Rauf (figura chiave di al-Qaeda e mente di numerosi attentati in quegli anni) e si erano addestrati in “Af-Pak”, dove avevano incontrato vari personaggi di spicco del gruppo [14].
Tale rischio è forse ancor più evidente nel caso del single-actor terrorism – qualora si proponga, in via aprioristica, un’equazione surrettizia tra terrorismo a base individuale e lupi solitari. In un numero significativo di casi, in effetti, l’apparente indipendenza dell’attentatore è stata invalidata dal proseguimento delle indagini – che hanno consentito di appurare le connessioni (di vario tipo) tra il singolo e un più vasto network. L’apposizione prematura dell’etichetta di lone wolf – quasi si trattasse di una categoria universale – finirebbe pertanto per ostacolare la comprensione delle reti jihadiste che puntellano gli attentatori [15]. Focalizzandosi sugli ultimi anni, è possibile individuare numerosi esempi di attacchi apparentemente “solitari” e, solo a una successiva disamina, rivelatisi parte integrante di una rete più organica, talvolta esito di una pianificazione top-down. Nel maggio del 2014, il militante franco-algerino Mehdi Nemmouche, armato di kalashnikov, ha compiuto un’irruzione nel Museo ebraico di Bruxelles, provocando quattro vittime; a dispetto delle supposizioni iniziali, le indagini hanno rivelato significative connessioni tra il militante e IS: Nemmouche si era addestrato in Siria ed era stato reclutato da Abdelhamid Abaaoud, attentatore di Parigi e figura cardinale dell’EMNI – l’unità speciale di DAESH che supervisiona le operazioni esterne e che è stata fino alla sua morte nell’agosto 2016 alle dirette dipendenze di Abu Muhammad al-Adnani, portavoce del Califfo e “Ministro della Propaganda” [16]. Similmente, Ayoub el-Khazzani, l’uomo di origine marocchina e responsabile di un attacco (fallito) sul treno ad alta velocità che collega Amsterdam e Parigi, avvenuto nell’agosto del 2015, in apparenza un lone wolf, celava in realtà legami evidenti con IS, poiché – come Nemmouche – era stato inviato da Abaaoud [17]. Pertanto, ciò che, a prima vista, poteva apparire come uno sconnesso insieme di attacchi isolati, al più ispirati da IS, si è rivelato in seguito il frutto di un’accurata pianificazione top-down, funzionale del resto a una strategia di “diversione”: nelle intenzioni di DAESH, infatti, tali operazioni avrebbero dovuto distogliere l’attenzione dalla preparazione di attentati su scala maggiore (come quelli del novembre 2015, a Parigi) [18].
Inoltre, esaminando altre operazioni e progetti terroristici, sono emersi differenti tipi di interazione con l’organizzazione madre – ossia una supervisione degli attacchi in via remota, con uno scambio elettronico di istruzioni. La dinamica è evidente in alcuni dei più recenti casi: in quello di Würzburg e quello di Ansbach del luglio 2016, in cui è stato appurato che gli attentatori (rispettivamente Riaz Khan Ahmadzai e Mohammed Daleel) hanno ricevuto istruzioni elettroniche da alcuni militanti situati in Medio Oriente [19]. In differenti casi di attacchi (anche sventati) in Francia, poi, è emerso il ruolo del jihadista Rachid Kassim, che – inter alia – era in contatto con Adel Kermiche e Abdel Malik Petitjean, responsabili dell’attacco presso la chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, sempre nel luglio del 2016, in cui ha trovato la morte Padre Jacques Hamel [20]. I campioni illustrati offrono un’idea della varietà di connessioni che possono instaurarsi tra i singoli militanti (anche quando agiscono in piccoli cluster come nel caso di Kermiche e Petitjean) e l’organizzazione terroristica di riferimento – talora più vaghi, talora cristallizzati in modo più solido. Naturalmente, esistono altresì alcuni episodi che, almeno per ora, sembrano rispecchiare l’ideal-tipo del lupo solitario inteso come loner, ossia che agisce in totale autonomia: esemplificativo è il caso di Roshonara Choudry, che nel 2010 ha accoltellato il politico britannico Stephen Timms [21], o di Tarek Belgacem, che nel gennaio del 2016 ha tentato di fare irruzione in una stazione di polizia parigina [22].

Osservazioni conclusive e accenno al caso statunitense – I casi concreti cui si è fatto riferimento non intendono cartografare metodicamente le operazioni jihadiste in Europa occidentale – un’ambizione che va al di là degli obiettivi di questa analisi. Tuttavia, il richiamo di tali accadimenti mira a fornire una panoramica della complessità di fenomeni quali i lupi solitari e il terrorismo a base individuale. La vasta gamma di tipologie di interazione tra singoli militanti e i network strutturati – che si traduce in uno scenario policromo e composito e che vede, comunque, l’innegabile incremento del single-actor terrorism – mal si attaglia a modelli riduzionisti [23]. In questa sede, accanto ad alcune considerazioni di carattere generale, ci si è concentrati sullo scenario dell’Europa Occidentale; a titolo conclusivo, però, è interessante proporre qualche spunto di riflessione in riferimento alla situazione statunitense.
Anche negli Stati Uniti, negli anni successivi al 2001, si è assistito a un processo di “decentralizzazione”: a livello complessivo, i piani terroristici legati al core di al-Qaeda e, in particolare a Khalid Sheikh Mohammed (MSK), di natura esterna, sono stati progressivamente surrogati da operazioni in genere meno ambiziose, nonché di carattere homegrown. Ciò, naturalmente, indica una tendenza generale e non intende sottacere il perdurare di qualche piano a carattere esterno (come il fallito attacco sul volo da Amsterdam a Detroit nel 2009), né affermare la totale indipendenza delle operazioni terroristiche o negare le possibilità di connessione tra i militanti locali e il gruppo jihadista di riferimento [24].
Secondo Lorenzo Vidino, a uno sguardo d’insieme, la scena jihadista statunitense appare più decentralizzata e ridotta, nonché meno “professionale” rispetto a quella europea [25]. Nel periodo successivo all’11 settembre, sino al 2011, vi sono stati 32 piani di attacco terroristico di tipo homegrown, il 69% dei quali a base individuale [26]. La minaccia del single-actor terrorism, dunque, si dimostra estremamente significativo nel caso americano; tuttavia, come già notato in riferimento al teatro europeo, non sempre la chiave di lettura del lone wolf rappresenta lo strumento di analisi più adeguato – e pertanto non è da accettare meccanicamente. Il fenomeno è certamente esistente ed esemplificato da casi come Abdulhakim Muhammad, che nel 2009 ha attaccato l’ufficio di reclutamento militare a Little Rock [27]; tuttavia, la categorizzazione del “lupo solitario” non è estendibile erga omnes: considerando i piani terroristici di matrice jihadista dal gennaio del 1993 al febbraio del 2016, si nota che solamente in 9 episodi il militante ha agito in completa autonomia [28]. Di fronte agli avvenimenti dello scorso anno, tra cui l’attacco di Orlando perpetrato da Omar Mateen, è naturale interrogarsi circa la natura della minaccia. Ancora una volta, tuttavia, l’accoglimento pregiudiziale dell’interpretazione lone wolf risulterebbe intempestiva: solo con la prosecuzione delle indagini e la raccolta di ulteriori elementi probatori sarà possibile verificare la presenza ovvero l’assenza di legami più o meno deboli con reti terroristiche

*Silvia Carenzi è OPI Contributor
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[1] Per una trattazione sistematica del jihadismo in Europa – intesa come analisi diacronica – si veda la monografia P. Nesser, Islamist Terrorism in Europe: A History, Hurst & Company, Londra, 2016.
[2] Più avanti, nell’analisi, ci soffermerà sulle singole espressioni, con particolare attenzione ai “lupi solitari” e al “solo terrorism”. Un altro termine che si riscontra con una certa frequenza è “homegrown”; tuttavia, la tipologia homegrown non sarà l’oggetto centrale della trattazione e verrà menzionata solo tangenzialmente. Questa espressione non indica semplicemente una certa autonomia dal core del gruppo terroristico di riferimento, ma anche la natura “autoctona” della minaccia (ossia la presenza di jihadisti nati e/o cresciuti in paesi occidentali). Per un approfondimento, si veda M. Crone e M. Harrow, Homegrown Terrorism in the West, “Terrorism and Political Violence”, vol. 23, n. 4, 2011.
[3] P. Nesser and A. Stenersen, The Modus Operandi of Jihadi Terrorists in Europe, “Perspectives on Terrorism”, vol. 8, n. 6, 2014, p. 8. Il database di riferimento per il calcolo, naturalmente, non include solo gli attacchi portati a termine, ma anche i piani terroristici sventati. Si noti poi che tra il 1995 e il 2012, su un totale di 105 attacchi e piani di attacco di matrice jihadista in Europa occidentale, solo 15 (il 14%) erano di carattere “individuale”; in particolare, solo 3 casi di single-actor terrorism (su un totale di 15) risalgono al periodo antecedente al 2008: cfr. P. Nesser, Research Note: Single Actor Terrorism: Scope, Characteristics and Explanations, “Perspectives on Terrorism”, vol. 6, n. 6, 2012, pp. 65-66.
[4] P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Jihadi Terrorism in Europe: The IS-Effect, “Perspectives on Terrorism”, vol. 10, n. 6, 2016, p. 13.
[5] Il 2008, del resto, si caratterizza per la presenza di importanti sviluppi nell’universo jihadista: l’indebolimento del core di al-Qaeda, il rafforzamento dei suoi nodi regionali, nonché la crescente importanza delle piattaforme social come Facebook e Twitter: cfr. P. Nesser and A. Stenersen, The Modus Operandi of Jihadi Terrorists in Europe, cit., pp. 2-3.
[6] P. Nesser, Research Note: Single Actor Terrorism: Scope, Characteristics and Explanations, cit., p. 67 ss.; per un approfondimento su al-Suri, si veda B. Lia, Architect of Global Jihad: The Life of al-Qaida Strategist Abu Mus‘ab al-Suri, Hurst & Company, Londra, 2007. Il libro contiene in appendice anche alcuni brani tratti da The Global Islamic Resistance Call, la maggiore opera di al-Suri.
[7] P. Nesser, Research Note: Single Actor Terrorism: Scope, Characteristics and Explanations, cit., pp. 67 ss.; P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Jihadi Terrorism in Europe: The IS-Effect, cit., pp. 14-15; E. Bakker and B. de Graaf, Lone Wolves: How to Prevent this Phenomenon?, The International Centre for Counter-Terrorism – The Hague, 2010, p. 3. In particolare, bin Laden ha fatto riferimento al teologo medievale Ibn Taymiyya per giustificare l’assassinio di chi insulta il Profeta Muhammad.
[8] P. Nesser, Research Note: Single Actor Terrorism: Scope, Characteristics and Explanations, cit., p. 69. Ad esempio, gruppi come al-Qaeda hanno mutuato le operazioni suicide da Hezbollah e dalle formazioni palestinesi; Anders Breivik, nella progettazione dell’attacco ad Oslo, si è ispirato alle tattiche qaediste, e così via. Per quanto concerne i fattori catalizzatori del single-actor terrorism, esistono anche altre interpretazioni, che fanno riferimento alle motivazioni psicologiche e sociali. Queste ipotesi si concentrano per esempio sul nesso tra i fenomeni contemporanei di frammentazione sociale (e l’individualizzazione) e l’accelerazione dei processi di radicalizzazione; nondimeno, come sottolineato da P. Nesser, tali spiegazioni presentano vari punti di debolezza (di fronte ai pattern storici del terrorismo a base individuale, inter alia).
[9] F. Reinares, Diez cosas que importa saber sobre la amenaza del terrorismo yihadista en Europa Occidental, Real Instituto Elcano, 29 marzo 2016; L. Vidino, Islamism and the West: Europe as a Battlefield, “Totalitarian Movements and Political Religions”, vol. 10, n. 2, 2009, p. 169.
[10] R. Pantucci, A Typology of Lone Wolves: Preliminary Analysis of Lone Islamist Terrorists, The International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (ICSR), 2011, p. 9.
[11] Ibid., pp. 13 ss.
[12] P. Nesser, Islamist Terrorism in Europe: A History, cit., pp. 253 ss. I lone wolves si caratterizzano inoltre per la mescolanza di ideologia jihadista e frustrazioni personali; spesso, infatti, si parla di esternalizzazione di frustrazioni individuali: cfr. S. Teich, Trends and Developments in Lone Wolf Terrorism in the Western World: An Analysis of Terrorist Attacks and Attempted Attacks by Islamic Extremists, “International Institute for Counter-Terrorism – IDC Herzliya”, pp. 5 ss.
[13] Per un’analisi dell’attentato di Madrid dell’11 marzo 2004, si veda F. Reinares, The 2004 Madrid Train Bombings in B. Hoffman and F. Reinares (eds.), The Evolution of the Global Terrorist Threat: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death, Columbia University Press, New York, 2014 o la monografia F. Reinares, ¡Matadlos!: quién estuvo detrás del 11-M y por qué se atentó en España, Galaxia Gutenberg Barcelona, 2014; per un approfondimento sugli attacchi di Londra del 7 luglio 2005, si veda B. Hoffman, The 7 July 2005 London Bombings  in B. Hoffman and F. Reinares (eds.), The Evolution of the Global Terrorist Threat: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death, cit.
[14] Si veda B. Hoffman, The 7 July 2005 London Bombings in B. Hoffman and F. Reinares (eds.), The Evolution of the Global Terrorist Threat: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death., cit., pp. 182 ss.
[15] D. Gartenstein-Ross and N. Barr, The Myth of Lone Wolf Terrorism, “Foreign Affairs”, July 26, 2016; cfr. anche Recalibrating the Concept of ‘Lone Wolves’, The Soufan Group, January 18, 2017.
[16] P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Appendix 1: chronology of jihadi plots in Europe 2014-16; R. Callimachi, How a Secretive Branch of ISIS Built a Global Network of Killers, The New York Times, August 3, 2016; R. Callimachi, How ISIS Built the Machinery of Terror Under Europe’s Gaze, The New York Times, March 29, 2016.
[18] D. Gartenstein-Ross and N. Barr, The Myth of Lone Wolf Terrorism, cit.
[19] P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Appendix 1: chronology of jihadi plots in Europe 2014-16, cit.; C. Ellis, With a Little Help from my Friends: an Exploration of the Tactical Use of Single-Actor Terrorism by the Islamic State, “Perspectives on Terrorism”, vol. 10, n. 6, 2016, p. 43.
[20] Roland Gauron, Rachid Kassim, le djihadiste qui téléguide les attentats en France, Le Figaro, 11 septembre 2016;   Le djihadiste Rachid Kassim ciblé par une frappe de la coalition en Irak, Le Figaro, 12 février 2017. Kassim è stato probabilmente ucciso da un raid negli scorsi giorni.
[22] P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Appendix 1: chronology of jihadi plots in Europe 2014-16, cit.; C. Ellis, With a Little Help from my Friends: an Exploration of the Tactical Use of Single-Actor Terrorism by the Islamic State, cit., p. 43.
[23] Ai fini analitici, alcuni modelli particolarmente interessanti – ossia in grado di proiettare differenti gradi di interazione tra militanti e gruppi di riferimento – sono quelli di P. Nesser e T. Hegghammer, quello di D. Gartenstein-Ross e N. Barr e, infine, quello di C. Ellis. Per un approfondimento, si vedano rispettivamente: T. Hegghammer e P. Nesser, Assessing the Islamic State’s Commitment to Attacking the West in Perspectives on Terrorism, vol. 9, n. 4, 2015; D. Gartenstein-Ross and N. Barr, The Myth of Lone Wolf Terrorism, cit.; C. Ellis, With a Little Help from my Friends: an Exploration of the Tactical Use of Single-Actor Terrorism by the Islamic State, cit. Il modello di Nesser e Hegghammer, ad esempio, prevede sei possibili livelli di interazione.
[24] L. Vidino, The Evolution of the Post-9/11 Threat to the U.S. Homeland: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death in B. Hoffman and F. Reinares (eds.), The Evolution of the Global Terrorist Threat: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death., cit., passim. Sulla tipologia homegrown, si veda la nota [2].
[25] L. Vidino and S. Hughes, Isis in America: From Retweets to Raqqa, “Program on Extremism – The George Washington University”, 2015, p. 3.
[27] D. Gartenstein-Ross, Abdulhakim Mujahid Muhammad (Carlos Bledsoe): A Case Study in Lone Wolf Terrorism, “Jihadology”, December 23, 2013.
[28] Erik Dahl, Margaret Wilson and Martha Crenshaw, Jihadist Plots in the United States Interim Findings Infographic, “National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism – START”.
Photo credit: Daniel Berehulak for The New York Times