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08/09/15

Londra e Parigi alla guerra di Siria. Ma contro chi?


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Sull’onda emotiva dell’esplosione dell’emergenza determinata dai cittadini siriani in fuga verso l’Europa i governi francese e britannico sembrano pronti ad ampliare alla Siria le operazioni dei loro jet assegnati alla Coalizione che combatte l’ISIS già attivi da un anno sull’Iraq.
Annunciando l’accoglienza per 15mila  profughi siriani trasferiti direttamente dai campi ai confini con la Siria (invece di accettare quanti entrati illegalmente e senza controlli di sicurezza in Europa grazie ai trafficanti), il governo britannico vuole iniziare entro ottobre una campagna di raid aerei contro lo Stato Islamico in Siria impiegando i bombardieri Tornado già basati a Cipro e finora utilizzati solo sull’Iraq, oltre a lanciare un’azione di intelligence contro i trafficanti di esseri umani impiegando uomini e mezzi della National Crime Agency e del Gchq, l’agenzia di spionaggio elettronico da schierare nel Mediterraneo.



Il presidente francese Francois Hollande, ha invece annunciato l’accoglienza in Francia per 24 mila siriani e l’avvio già da domani di voli di ricognizione sulla Siria che anticiperanno le incursioni di Mirage 2000 e Rafale.
“In Siria vogliamo sapere cosa si prepara contro di noi e cosa si fa contro la popolazione siriana”, ha spiegato Hollande.”Sulla base delle informazioni che raccoglieremo potremo condurre dei raid”.
Una frase sibillina che sembra riferirsi ai recenti bombardamenti dell’aeronautica di Damasco che hanno provocato molte vittime civili.
Pur escludendo l’invio di truppe sul terreno perché “significherebbe trasformare un’operazione in forza d’occupazione” (curiosa la distinzione tra i bombardieri che “liberano” e le truppe che “occupano”) le parole di Hollande lasciano qualche dubbio circa il fatto che il nemico che Parigi vuole colpire sia davvero l’ISIS.



Più chiaro in proposito è stato , il ministro dell’economia britannico George Osborne che al G-20 di Ankara ha affermato che “un piano per una Siria più stabile e in pace” deve prevedere la lotta contro la “radice del problema: il malvagio regime di Bashar al-Assad e i terroristi dell’Isis”.
Anche per Hollande il presidente Assad dovrà andarsene mentre Federica Mogherini responsabile per la politica estera della Ue,  in un’intervista ha dichiarato che “è impossibile pensare che Assad faccia parte del futuro della Siria”.
Tutte affermazioni ambigue per tante ragioni, non ultima che appena due anni or sono i franco-britannici erano entusiasti inviare i oro jet a colpire la Siria di Assad.
Eppure è evidente che non si può combattere l’ISIS e al tempo stesso il suo avversario, il regime di Damasco. A meno che Londra e Parigi non seguano le orme di Ankara con i jet di Ankara che da oltre un mese, con la scusa della guerra all’ISIS, bombardano i curdi, cioè i più fieri avversari dei jihadisti.



E poi oggi l’unica alternativa possibile al regime di Assad non è certo un modello svizzero di democrazia ma la sharia più rigida imposta da ISIS e dal Fronte al Nusra, qaedisti oggi sdoganati nell’Esercito della Conquista con salafiti e fratelli musulmani appoggiati da Qatar, Turchia e Arabia Saudita.
In questo contesto favorire l’ulteriore indebolimento o la caduta di Bashar Assad, che controlla un terzo del territorio nazionale abitato però da 12 dei 18 milioni di siriani, non farà altro che provocare altri milioni di persone in fuga verso l’Europa.
Hollande e Cameron sembrano quindi intenzionati a giocare la carta dei raid sulla Siria sfruttando l’onda emotiva che colpisce l’opinione pubblica.
Un sondaggio di Odoxa ritiene che il 61% del campione di un migliaio di francesi sia favorevole a un intervento addirittura terrestre contro l’ISIS in Siria mentre in Gran Bretagna il sostegno a un intervento militare in Siria raccoglierebbe il consenso del 52% dei sudditi di Sua Maestà pur senza specificare se si tratti intervento aereo o anche terrestre ,secondo un sondaggio You Gov pubblicato dal Sun.



Per dare un concreto significato alla loro decisione, Francia e gran Bretagna dovrebbero anche incrementare sensibilmente il numero di cacciabombardieri impiegati: gli 8 Tornado della Royal Air Force e la dozzina tra Mirage 2000 e Rafale dell’Armèe de l’Air non combineranno un granché se si dovranno dividere tra Siria e Iraq effettuando lo stesso numero complessivo di missioni.
Senza truppe sul terreno la Coalizione dovrebbe passare da poche decine di azioni aeree al giorno contro l’ISIS a qualche centinaio.
La scorsa settimana i francesi hanno effettuato in tutto 16 sortite: anche se venissero suddivise tra il fronte siriano e quello iracheno non cambierebbero l’andamento della guerra contro un ISIS che in Siria  continua ad avanzare.



A nord espugna villaggi agli altri gruppi ribelli nell’area di Marea, dove dovrebbe estendersi la zona cuscinetto che i turchi intendono costituire in territorio siriano a sud del confine più per impedire la continuità territoriale dei territori sotto controllo curdo che per penalizzare l’ISIS.
Anche nei sobborghi di Damasco l’ISIS avanza a spese degli altri gruppi ribelli mentre le milizie del Califfato pare abbiano strappato ai governativi parte del campo petrolifero di al-Jazal, nella provincia centrale di Homs, l’unico di una certa importanza ancora controllato dal regime con una produzione di 2.500 barili il giorno. Damasco ha smentito affermando di mantenere il controllo di al-Jazal e di avere ucciso in quel settore 25 miliziani dell’ISIS.

Foto: EMA/ministero D8ifesa francese e UK Gov

di Gianandrea Gaiani 7 settembre 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it

Caro ministro Boschi, la Merini non era per le nozze gay

 
 
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La mise sbagliata del ministro Boschi non riguarda tanto le cosce in bella vista mostrate a Formentera né gli slip bianchi esibiti, a mo’ di Sharon Stone, durante la Festa dell’Unità, quanto la maglietta ostentata al Gay Pride Village di Padova, con tanto di stampa del volto di Alda Merini sul davanti e sua citazione sull’amore sul retro («Chi ama è il genio dell’amore»).
Ora, al di là del fatto che non è sui rapporti d’amore che un governo o un Parlamento dovrebbero legiferare (scelte di natura privata, che attengono l’individuo, non certo la collettività e possono ispirare la poesia, non la politica), è proprio sull’immagine della Merini come icona gay-friendly che il ministro ha preso un inciampo mica da poco. La grande poetessa, che pure celebrava la grande libertà dell’amore di dispiegarsi in molte forme e fare l’uomo insieme angelo e demone, era fortemente critica nei confronti delle nozze e adozioni gay. Celebre la sua affermazione al Festivaletteratura di Mantova del 2008 «Oggi i gay, le lesbiche hanno i figli… ragazzi siamo sull’orlo del fallimento». Lei stessa, ci scherzava su, sul fatto di essere particolarmente amata e letta da omosessuali: «Piaccio molto ai gay», diceva, «Gente che non vuole baciarmi».
Custode del materno e dell’icona del femminile quasi come fosse un tesoro sacro, la Merini si è sempre mostrata critica anche verso quelle derive tendenti alla confusione dei sessi, all’indistinzione sessuale, oggi portate avanti ad esempio dall’ideologia gender. Nel film-testimonianza La pazza della porta accanto di Antonietta de Lillo, basato su un’intervista alla poetessa del 1995, la stessa Merini tuonava in modo inesorabile: «La donna che vuole diventare uomo sovverte tutta la cultura passata. La donna deve essere se stessa». Madre, donna, amante, libertina, sacerdotessa, poetessa, pazza e santa, la Merini ha colto tutte le sfaccettature della femminilità, vivendone la ricchezza e la povertà, senza però mai svendere quel patrimonio, in nome di tendenze palingenetiche o pansessuali.
La grande dignità (e quindi identità) della donna stava nel preservare quel tesoro, non nel corromperlo: «Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio […]. E poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volti e non sai ancora dire e taci meravigliata e allora diventi grande come la terra e innalzi il tuo canto d’amore», cantava la Merini in una stupenda lirica intitolata A tutte le donne. Prenda appunti la Boschi, su cosa significhi essere veramente donna.

di Giovanni Torelli - 8 settembre 2015
fonte:  http://www.lintraprendente.it

07/09/15

Renzi riciccia pure Bassolino

 
Il "nuovo" Pd pensa di ricandidarlo a sindaco di Napoli. Il vecchio capopopolo, che ha lasciato la città tra monnezza e buchi di bilancio, è l'emblema di un Sud che non cambia mai. Altro che rottamazione e "rinascimento napoletano"...
 
 
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Mancano nove mesi alle elezioni comunali di Napoli e sembrerebbe che il Partito Democratico non abbia nulla di meglio da proporre agli elettori se non la candidatura di Antonio Bassolino. Sì, proprio lui, l’ultimo “viceré” di Napoli, sindaco della città dal 1993 al 2000, e poi governatore della Regione Campania per altri dieci anni, fino al 2010. Un politico di vecchia razza comunista che ha lasciato un segno, tragicamente negativo, nella martoriata storia della città partenopea. Alla faccia della rottamazione! Se il destino delle rivoluzioni è di finire in farsa, quella di Renzi è ormai finita in burla. Con il rischio che, suscettibile alle sirene del demagogismo, sempre pronto ad illudersi che un nuovo Masaniello possa risolvere come d’incanto problemi atavici (vedi l’infatuazione per De Magistris), il popolo napoletano anche questa volta possa cadere nella trappola e lasciarsi abbindolare.
In verità, anche quella di Bassolino si presentò nel 1993 come una “rivoluzione”. Nell’infervorato clima seguito alle inchieste di Mani Pulite, con il sistema ormai collassato, la sinistra riscoprì un uomo di apparato, un funzionario di partito, che venne presentato come “fuori dal sistema” ma che in verità era stato comunista fino alle midolla, esponente della battagliera ala operaista e sindacalese. Era l’ “uomo nuovo” che tanto nuovo non era, un paladino della riscossa della “società civile” e della borghesia cittadina creato in laboratorio per “fusione fredda”. Furono soprattutto gli intellettuali napoletani che si fecero complici di questa messinscena, nonostante che culturalmente e direi antropologicamente Bassolino era quanto di più lontano da loro potesse immaginarsi. Tuttavia il nuovo sindaco era pur sempre un comunista, quindi un realista politico, non esente dal cinismo: seppe adattarsi ai tempi, dismettere senza troppa fatica gli abiti di sinistra-sinistra, convertirsi al nuovo clima giustizialista e vagamente liberal in cui la sinistra pensava di rigenerarsi. E seppe poi anche ricompensare con laute consulenze, finanziamenti e onori di ogni tipo le star della cultura autoctone e non che correvano ad acclamarlo (dai Mimmo De Masi agli Achille Bonito Oliva ai Mauro Calise). Si parlò, e la notizia arrivò anche sui giornali internazionali, di un “rinascimento napoletano” che non era dato vedere e che era solo immaginato. Una vera costruzione mediatica! Si arrivò infine alla farsa quando l’avvocato Gerardo Marotta, presidente dell’iperfinanziato e marxisteggiante Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, dette disposizione di riaprire addirittura le porte dello storico Palazzo Serra di Cassano che, per disposizione del proprietario, padre di un martire della Rivoluzione del 1799, avrebbero dovuto spalancarsi solo il giorno in cui  a Napoli fossero “ritornati i Lumi”.
I Lumi e Bassolino è un’accoppiata altamente improbabile, ma a Napoli c’è sempre qualcosa di pulcinellesco che si riaffaccia con costanza e nei contesti più disparati. Come sia andata a finire è presto detto: travolto da scandali, inefficienze, clamorosi buchi di bilancio (astronomico quello lasciato alla Regione Campania), circondato da un suo clan fedele e autoreferenziale, sempre più chiuso e impermeabile man mano che passavano gli anni, incapace infine di gestire un’emergenza come quella dei rifiuti, Bassolino concluse la sua carriera politica e finì rapidamente in una sorta di dimenticatoio. Fece dimenticare il suo nome quanto basta per poter essere oggi ripescato e additato quasi come un nuovo salvatore. Con il rischio che i napoletani ci ricaschino. Per noi, egli rimane però l’emblema di un Sud che non cambia mai, di una classe dirigente che non ha capacità e voglia di emendarsi. Pronto a dissipare ogni risorsa pubblica per favorire amici o protetti, dedito non a curare gli interessi degli amministrati ma a coltivare ambizioni politiche personali (non esitò ad affiancare sotto D’Alema il ministero del Lavoro all’incarico di sindaco), Bassolino è causa ed effetto della drammatica crisi napoletana. Come è possibile che qualcuno abbia pensato di rimetterlo in carreggiata? Può il Partito Democratico arrivare a tanto? Dalla rottamazione alla restaurazione il passo non è breve, ma Renzi “pie’ veloce” lo sta attraversando tutto. Almeno al Sud, marcia dritto verso il precipizio.



di Corrado Ocone - 7 settembre 2015 
fonte: http://www.lintraprendente.it

Anche i bimbi defunti hanno diritto alla dignità



Il funerale di Aylan al Kurdi




Mentre le diplomazie internazionali e i governi europei cercano di trovare un’intesa sui flussi migratori, il mondo nei giorni scorsi è stato scosso dalla pubblicazione della foto del corpo, senza vita, di Aylan, bimbo siriano annegato in mare e ritrovato sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. E’ stato scritto tutto e il contrario di tutto su quella foto, simbolo della disperazione di migliaia di profughi che scappano da Paesi dilaniati da guerre fratricide o che cercano semplicemente di costruirsi in Europa un futuro migliore e guardano al Mediterraneo come ad un eldorado.
La retorica buonista ha dato in queste ore il meglio di sé, quasi che quell’immagine disarmante di un corpicino abbandonato sul bagnasciuga dovesse inchiodare tutti i governi europei alle proprie responsabilità, che pure ci sono, quasi che quella commovente foto dovesse annientare ogni considerazione razionale sulla gestione dell’emergenza immigrati. Certamente Bruxelles e i governi dei singoli Stati del Vecchio Continente hanno commesso i loro errori di sottovalutazione e di disorganizzazione, ma la morte del povero Aylan non può certo essere imputata al presunto rifiuto dell’accoglienza da parte dell’Italia o degli altri Stati europei. Come hanno evidenziato autorevoli opinionisti e politologi internazionali, se la Turchia di Erdogan e le formazioni jihadiste non avessero gettato benzina sul fuoco alimentando la guerra in Siria e offrendo sponde ad Al Qaida, quel bimbo non sarebbe morto, semplicemente perché non sarebbe fuggito dal suo Stato d’origine.
Ma al di là delle polemiche politiche sulle responsabilità dei singoli Stati e sulla scarsa visione strategica da parte dell’Unione Europea in materia di immigrazione, c’è un altro aspetto che ha accalorato gli osservatori nazionali e stranieri: quello relativo all’eticità e alla correttezza deontologica del mondo dell’informazione nel mostrare quella foto del bimbo senza vita ripescato in Turchia.
Era giusto diffondere quella foto che, con la frenetica internettizzazione del giornalismo, si è propagata in rete in modo virale e incontrollato? Ci sono principi che vietano a chi fa informazione di diffondere contenuti di qualsiasi tipo che possano turbare la dignità delle persone e, a maggior ragione, dei minori?
Anzitutto va precisato che quella foto non è un “unicum” nella storia, anche recente, del giornalismo mondiale. In tantissimi telegiornali, e non da oggi, scorrono immagini dell’orrore della guerra in molti Stati dell’Africa o dell’Asia o dell’America Latina, così come volti di bimbi che muoiono di fame o di sete o di Aids o di malattie varie. Quelle testimonianze finiscono nei circuiti internazionali anche per lanciare moniti ai governanti affinché intervengano per evitare che altri bimbi innocenti possano rimanere vittime di atrocità efferate o di povertà e indigenza estreme.
E’ vero, quelle sono immagini massive, senza l’identificazione con nome e cognome dei soggetti inquadrati, ma appare evidente che qualcuno che eventualmente conoscesse i protagonisti dei reportage potrebbe agevolmente riconoscerli. Chi difende la scelta di diffondere la foto di Aylan ritiene che essa possa scuotere le coscienze, anche quelle più insensibili, e accrescere la consapevolezza della gravità di quanto sta accadendo in Siria e in altre zone calde del pianeta. Chi si dice invece dubbioso circa l’opportunità di far vedere quell’immagine teme che essa possa prestare il fianco a strumentalizzazioni.
Ma su un piano strettamente deontologico, è lecito pubblicare foto del genere? L’errore più diffuso nella categoria dei giornalisti è quello di pensare che i morti non abbiano diritti nei confronti del mondo dell’informazione. Il Garante della privacy, in anni passati, quando furono violati palesemente i diritti di minori vittime di tragedie, coniò una nuova espressione, “dignità della memoria”, per identificare un dovere inderogabile dei giornalisti nei confronti di soggetti non più in vita, ma comunque meritevoli di essere ricordati in situazioni non traumatiche e lesive della loro dignità.
Sia la Carta di Treviso che altre carte elaborate dai giornalisti come testimonianze di autodisciplina della categoria nel quotidiano esercizio del diritto di cronaca vietano di rendere identificabili i minori protagonisti di fatti di violenza o di morti tragiche. Il Codice di procedura penale e il Testo Unico sulla privacy aggiungono altri limiti giuridici in questo senso. I minori godono di una protezione rafforzata, che si somma a quella riconosciuta a tutti gli esseri umani, anche adulti, sia dalla Costituzione italiana che da numerose norme di legge.
L’umano sentimento di pietas nei confronti di bimbi come Aylan dovrebbe prevalere sempre e comunque sul diritto dei cittadini ad essere informati. Nel caso di Aylan quella foto non aggiunge nulla al dramma umano che si è consumato nelle acque turche. Sarebbe bastato riferire che tra le vittime c’erano anche bimbi di tre e cinque anni.
Sul piano strettamente formale, del rispetto dei precetti giornalistici dettati a tutela dei diritti della personalità altrui, quell’immagine non avrebbe dovuto essere pubblicata. Ma si sa che quando le violazioni riguardano fenomeni di portata mondiale le differenti griglie di valori adottate da giornalisti di diversi Stati determinano scelte che possono risultare giuste e quasi naturali in uno Stato e deplorevoli o inopportune in un altro. Anzi, perfino all’interno dello stesso Paese, come dimostra l’Italia, la categoria dei giornalisti si è divisa, tanto quanto l’opinione pubblica in generale.

di Ruben Razzante- 07-09-2015  
fonte: http://www.lanuovabq.it