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30/04/15

IMMIGRAZIONE '' Australia, il generale che respinge i clandestini: "L'Europa faccia come noi" ''


Nella terra dei canguri gli sbarchi illegali sono passati dai ventimila del 2013 a meno di centocinquanta del 2014. Merito del pugno di ferro di "Jim" Molan, che spiega: "Respingerli è umanitario"


Respingere i migranti è un gesto umanitario: a dirlo è Andrew James Molan, il generale australiano ideatore della strategia contro l'immigrazione clandestina che ha - per ora - azzerato gli sbarchi sulla terra dei canguri.


Intervistato oggi dal Foglio, il militare rivendica con orgoglio i risultati dell'operazione "Sovereign borders", "Confini sovrani". Varata nel 2013, quest'operazione ha ridotto gli sbarchi illegali del 2014 a 157, quando l'anno prima erano stati oltre ventimila. Cifre che parlano da sole, ma che "Jim" Molan non rinuncia a commentare.
Parlando dell'attuale situazione europea dice: "L'umanitarismo celebrato a parole ma sconfessato dai fatti. E una politica dell'immigrazione clandestina gestita dai governi ma su mandato dei trafficanti di clandestini. Se l'Europa vuole invertire questo status quo disastroso e mortifero ritengo che sarebbe bene studiare la lezione australiana."
Ma come ha fatto l'Australia, ad ottenere questi risultati strabilianti? Anzitutto il governo del conservatore Tony Abbott ha scelto di affidare la gestione dell'emergenza a un'operazione militare in piena regola guidata da un militare e non di costituire l'ennesimo comitato. Quindi, semplicemente, si pattugliano le acque territoriali intercettando le navi entrate illegalmente, che vengono fermate e mandate indietro. Il tutto "nella massima sicurezza delle persone a bordo". Tanto che dall'insediamento del governo attualmente in carica, può affermare il generale, non c'è più stato un immigrato morto nelle acque del nostro paese.
Come ultimo tassello di questa strategia, l'Australia ha stretto diversi accordi con stati come Papua Nuova Guinea o Nauru, dove vengono ospitati dei campi attrezzati per esaminare le richieste di asilo, anche grazie al lavoro delle ong internazionali.
"Oggi si può dire che il governo australiano non lavora più su commissione degli scafisti, offrendo un "servizio taxi" a criminali cui prima bastava un sos a qualche chilometro dalla costa per incassare diecimila dollari da ogni singolo malcapitato passeggero - conclude il generale Molan - Gli scafisti, invece, sono ancora i principali autori delle politiche migratorie europee."

- Gio, 30/04/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it

Addio di de Bortoli al Corsera: bordate ad azionisti e a Renzi

"I giornali devono essere scomodi". E bastona pesantemente il premier: "Un maleducato di talento che disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche"


Il Cda Rcs alza il velo sulla successione alla direzione del Corriere della Sera.


E, in quello che è il suo penultimo giorno da direttore, Ferruccio de Bortoli prende carta e penna per salutare i lettori e togliersi qualche sassolino dalle scarpe. "Il Corriere non è stato il portavoce di nessuno, tantomeno dei suoi troppi e litigiosi azionisti - scrive - non ha fatto sconti al potere, nelle sue varie forme, nemmeno a quello giudiziario. Ha giudicato i governi sui fatti, senza amicizie, pregiudizi o secondi fini. E proprio per questo è stato inviso e criticato".
Dopo dodici anni complessivi alla guida del quotidiano di via Solferino, De Bortoli firma l'editoriale di addio Il rendiconto. "Fui assunto la prima volta nel 1973 come praticante - scrive - il Corriere era stato il mio sogno giovanile, è diventato la mia casa, la mia famiglia. Il legame sentimentale con il giornale era e resta indissoliubile". Sullo sfondo la vignetta (divertente) di Giannelli. "Il futuro: De Bortoli si ritira in convento", scrive il vignettista. Che sotto a un De Bortoli in tonaca chiosa: "Dove fonda il nuovo quotidiano: Corriere della Suora". Ma l'ultimo editoriale, in cui il direttore uscente spiega "risultati e prospettive del sistema Corriere", non è soltanto amarcord e buoni sentimenti. Anzi. De Bortoli non si tira certo indietro dal presentare il conto sia agli azionisti di via Solferino sia al premier Matteo Renzi.
"Del giovane caudillo Renzi, che dire? Un maleducato di talento - tuona De Bortoli - il Corriere ha appoggiato le sue riforme economiche, utili al Paese, ma ha diffidato fortemente del suo modo di interpretare il potere". Poi l'affondo: "Disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche. Personalmente mi auguro che Mattarella non firmi l'Italicum. Una legge sbagliata". Dopo aver "sistemato" il premier passa in rassegna gli azionisti. "Ad alcuni miei, ormai ex, azionisti - scrive ancora De Boroli - sono risultate indigeste talune cronache finanziarie e giudiziarie. A Torino come a Milano. Se ne sono fatti una ragione". E ancora: "Alla Procura di Milano si sono irritati, e non poco, per come abbiamo trattato il caso Bruti-Robledo? Ancora pazienza. L'elenco potrebbe continuare".
"In questo Paese, di modesta cultura delle regole, l'informazione è considerata da gran parte della classe dirigente un male necessario. Uno dei tanti segni di arretratezza", scrive ancora De Bortoli che conclude dicendosi "certo che con la nuova direzione il Corriere sarà ancora più autorevole, forte e innovativo". "A tutti i colleghi, al direttore generale Alessandro Bompieri e al suo staff, va la mia gratitudine - si congeda infine - ai lettori, molti dei quali in questi giorni non mi hanno fatto mancare i segni della loro vicinanza, un grande e ideale abbraccio".

- Gio, 30/04/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it 

29/04/15

CASO MARO' - ''Fucilieri di Marina: l’Italia umiliata ''

Ancora un rinvio, il 58° quello annunciato ieri dalla Corte Suprema indiana che deve ancora decidere se per i due Fucilieri di Marina in ostaggio di Delhi da tre anni debba essere applicata la legge antiterrorismo (Sua Act) o quella ordinaria.  
 
Un aspetto di non secondaria importanza considerando che la Sua Act prevede anche la sanzione della pena di morte, contrariamente a quanto fu assicurato dal Governo Monti nel marzo 2013 e dall’attuale Premier che ha sempre ostentato sicurezza  nella gestione di una  vicenda che invece sembra gli sia sfuggita di mano, analogamente a quanto avvenuto all’Alto Rappresentante per la politica Estera e la Sicurezza europea, Federica Mogherini.  
L’Italia continua ad essere umiliata dalla protervia indiana senza che nessuno a livello istituzionale alzi la voce. Due nostri militari continuano ad essere tenuti in ostaggio e confermano come le Istituzioni non siano in grado di garantire loro ed agli altri colleghi in missione all’estero la più importante delle garanzie, quella dell’immunità funzionale. Tutti rassicurano ma nulla ottengono a partire dal Presidente della Repubblica Mattarella e dal Premier Renzi  che dichiarano in ogni occasione di seguire costantemente la vicenda. Con quale efficacia, però, è difficile constatarlo. Piuttosto, visti i risultati, si ha motivo di pensare che le iniziative portate avanti siano solo di facciata, assolutamente inconcludenti.  
Gli ordini  dell’Esecutivo sono quelli di tacere, i media italiani “obbediscono” supinamente forse perché preoccupati del finanziamento pubblico dell’editoria. La notizia di ieri che il giudice della Corte Suprema indiana, Anil R. Dave, aveva deciso di posticipare a luglio l’udienza che riguardava i due Fucilieri di Marina italiani, è stata resa nota con flash di qualche secondo dai telegiornali nazionali ed oggi solo pochi quotidiani hanno dato spazio alla notizia.  
Noi però non ci arrendiamo, non abbassiamo l’attenzione né ci lasciamo intimorire da raccomandazioni che giorno dopo giorno dimostrano di essere immotivate e derivate solo dallo scopo di tenere in ombra il problema.  
Denunciamo, quindi, la telenovela in cui sono protagonisti due militari italiani, una farsa che si ripete da tre anni sulla pelle di due nostri Fucilieri di Marina e delle loro famiglie. Tre Governi si sono succeduti e ciascuno ha sempre assicurato il massimo impegno ma non ha mai ottenuto nulla di concreto. Un Esecutivo, l’attuale, che ha continuato ad illudere con le affermazioni del Premier che dopo l’incontro con Modi durante un “coffee break” in occasione dell’ultimo G20 assicurava gli italiani e le Forze Armate su una rapida conclusione della vicenda.  
Oggi, invece, l’ennesima beffa indiana e l’Italia, supinamente, si accinge ad ospitare all’EXPO di Milano uno spazio sulla produzione indiana, scelta  che sicuramente sarà giustificata con la motivazione di difendere gli interessi economici italiani, la stessa che fu ufficializzata il 22 marzo 2013 quando si decise di rimandare i due Marò in India.  
Una spiegazione che però non trova riscontro nella realtà delle cose considerato che recentemente il Premier indiano MODI in visita in Europa ha stretto contatti economici con Francia e Germania ignorando l’Italia che, invece, dimentica, ancora una volta, che la credibilità di un Paese è ben altra cosa rispetto alle eventuali commesse di forniture di beni o servizi.  
Forse chi scrive sbaglia nelle sue valutazioni, ma un fatto è certo: la sovranità italiana ormai non esiste più e tutti sono pronti a considerare l’Italia come un Paese pronto ad accettare qualsiasi prevaricazione e quindi da usare piuttosto che rispettare.  
La sudditanza italiana nei confronti di  tutti è ormai palese. Dell’Europa per il problema dei migranti, degli USA per la vicenda dell’uccisione del Cooperante italiano Lo Porto ed dell’India per la vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone colpevoli solo di aver detto “obbedisco” il 22 marzo 2013.  
 
Fernando Termentini,29 aprile 2014 
 

28/04/15

Libia e immigrati: l’Europa non esiste



da Nuova Bussola Quotidiana del 25 aprile 2015

Il vertice dell’Unione Europea, che avrebbe dovuto prendere seri provvedimenti contro i trafficanti di esseri umani dalla Libia e i flussi sempre più massicci di immigrati clandestini, si è risolto in nulla… o quasi.
L’aspetto di deterrenza nei confronti dei criminali e quello prettamente militare incentrato, si diceva nei giorni scorsi, sulla distruzione preventiva dei barconi è stato rimandato alle calende greche attribuendo a Federica Mogherini la delega di approfondire presso i partner Ue la possibilità e la disponibilità ad attuare questo tipo di misure. Ci vorranno settimane per vagliare le opzioni raccogliere una forza congiunta (dove però ogni Paese manterrà limiti d’impiego nazionali) ed eventualmente costituire una forza da combattimento.
In pratica l’Europa ha dimostrato ancora una volta al mondo che non esiste. Non è capace neppure di decidere di fare la guerra a criminali e terroristi e non appare in grado di impedire l’assalto alle sue frontiere da parte di individui che si affidano ad organizzazioni malavitose.

 

Gli unici che sembrano pronti ad agire sono italiani e britannici. Il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha parlato giovedì di “azioni mirate” per fermare i trafficanti di esseri umani. “Noi siamo pronti. Speriamo che l’Europa sia, al nostro fianco, pronta come noi” ha aggiunto. Oggi il Segretario generale dell’Onu, Ban-ki moon, visiterà Lampedusa e il dispositivo navale italiano nel Canale di Sicilia, visita forse propedeutica a concedere a Roma un mandato per dare il via a operazioni militari contro i trafficanti di esseri umani.
Anche i britannici sembrano pronti ad affiancare gli italiani e invieranno nel Mediterraneo la nave da assalto anfibio Bulwark  nella (foto a sinistra)  con tre elicotteri e unità di forze speciali e Royal Marines e un paio pattugliatori.
“Dobbiamo smantellare le gang” in Libia “e stabilizzare la regione”, ha detto il premier David Cameron da sempre favorevole a risolvere la crisi con il respingimento sulla costa libica dei migranti.

 

Qualche contributo navale arriverà da Lettonia, Lituania, Irlanda, Polonia, Belgio, Svezia, Francia, Germania, Finlandia, Regno Unito e Norvegia che hanno già offerto elicotteri e navi e personale non per “fare la guerra” ai trafficanti, bensì per rafforzare l’operazione Triton targate Frontex che vedrà triplicati mezzi e finanziamenti.
In pratica costerà 9 milioni di euro al mese, come Mare Nostrum, ma sarà raffazzonata e del tutto inutile. Raffazzonata perché ogni Paese contributore potrà decidere se trattenere la sue nave entro le 30 miglia dalla costa siciliana o se impiegarla anche verso le coste libiche e per soccorrere i migranti. Triton è una missione di sorveglianza e non di soccorso (compito che è facoltà dei singoli Stati), come ha tenuto a precisare il direttore dell’agenzia europea delle frontiere Fabrice Leggieri in un’interessante intervista a Le Figaro.
“Si deve portare soccorso a chi è in pericolo” e “accordare diritto d’asilo” ma “non si deve fare il gioco degli spietati trafficanti d’uomini, disposti a obbligare i migranti a imbarcarsi con il mitra puntato alla schiena”. Leggieri ha smontato anche la leggenda cara ai fautori dell’accoglienza senza se e senza ma dei profughi di guerra aggiungendo che “i migranti che intraprendono la strada libica ormai arrivano dall’Africa, non più dalla Siria o dall’Iraq” e per lo più “partono per problemi economici, e possono e devono essere rispediti a casa loro”.

 

Paradossale però che alla luce di queste affermazioni la triplicazione di Triton rischi per produrre l’effetto opposto aumentando di fatto la flotta che soccorrerà i migranti e li trasferirà in blocco in Italia arricchendo ulteriormente trafficanti e terroristi.
Perché i partner europei sono pronti a stanziare qualche milioncino e a inviare qualche nave ma non vogliono saperne di accogliere immigrati clandestini. Tutti i Paesi che si sono impegnati a fornire navi hanno detto chiaramente che i clandestini che dovessero eventualmente soccorrere verranno sbarcati in Italia. E noi ci vendicheremo, come abbiamo fatto finora, lasciandoli liberi di muoversi verso le frontiere settentrionali per arrivare in Nord Europa.
Difficile dare torto ai nostri (per così dire) partner, consapevoli che più immigrati illegali accoglieremo più ne arriveranno. In ogni caso anche i rinforzi promessi per Triton giungeranno nel Canale di Sicilia con tutta calma lasciando all’Italia la gestione dell’emergenza almeno fino a giugno.

 

Di fronte a una flotta da combattimento europea ancora da costituire e una flotta di soccorso che contribuirà a diffondere, tra i migranti, la certezza di venire accolti in Italia, risulta di difficile comprensione l’entusiasmo con cui Matteo Renzi e Angelino Alfano hanno accolto gli esiti inconsistenti del vertice europeo, certo convocato su iniziativa dell’Italia ma che ha dato risultati quanto meno mediocri in termini di supporto alla risoluzione del problema immigrazione.
Tra i 17 punti approvati a Bruxelles molti sembrano destinati a rimanere lettera morta come il rimpatrio dei “migranti per motivi economici” cioè quasi tutto che non hanno diritto all’asilo come rifugiati di guerra o politici, il sequestro dei beni dei trafficanti, l’identificazione, cattura e distruzione sistematica delle imbarcazioni utilizzate dai trafficanti e soprattutto “l’incremento della cooperazione con Tunisia, Egitto, Mali, Niger e altri Paesi per monitorare e controllare flussi di migranti e rifugiati prima che arrivino sulle coste del Mediterraneo”. Un’attività preventiva che andava sviluppata negli anni scorsi e che oggi rischia di richiedere tempi lunghi per bloccare “alla fonte” i flussi migratori.

 

L’orientamento sostenuto in uno dei 17 punti, approvati dalla Ue, di distruggere i barconi sulle coste libiche ha ottenuto l’appoggio del governo libico ufficiale, quello di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, ma viene osteggiato dal governo islamista di Tripoli, rappresentante del Fronte Alba della Libia sostenuto da Qatar e Turchia che per molti versi appare colluso con i trafficanti. “Il governo di Tripoli non accetterebbe mai che l’Europa bombardi presunte basi di trafficanti di esseri umani. Tripoli si opporrà’”, ha avvertito il ministro degli Esteri dell’esecutivo legato ai fratelli Musulmani, Muhammed al-Ghirani.
“Non possono prendere alcuna decisione prima di discuterne con noi” ha sostenuto il ministro che ha ammonito circa il rischio che un intervento armato provochi danni collaterali “Come saprete se verrà colpito un innocente o uno scafista?”, ha chiesto retoricamente il ministro. “Tu non puoi bombardare un posto in cui sai che un pescatore o un civile innocente potrebbe essere colpito per errore” ha argomentato Ghirani.
La situazione resta fluida e per dare il via ad operazioni contro i trafficanti già annunciate da Renzi e Alfano occorrerà attendere l’esito della visita di Ban-ki moon e le misure che le Nazioni Unite saranno disposte (eventualmente) ad autorizzare. Meglio però ricordare che Algeria, Egitto e Stati Uniti non hanno mai chiesto permessi a nessuno per compiere incursioni contro terroristi o organizzazioni presenti il Libia (al-Qaeda, contrabbandieri, Stato Islamico….) che costituivano una minaccia per gli interessi nazionali.

Foto EPA, Marina Militare e Royal Navy

di di Gianandrea Gaiani27 aprile 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it

Non ci tapperete la bocca




camera-deputati

Il Parlamento italiano sta attualmente studiando un nuovo testo di legge sulla diffamazione. Il testo vuole eliminare il carcere per i diffamatori, ma inserisce elementi pericolosi per il benessere dell’informazione: tra di essi, l’obbligo di pubblicazione - da parte dei giornali – della replica di chi si ritiene diffamato. Obbligo che il responsabile giustizia PD David Ermini vuole estendere anche ai blog e alle testate non registrate.
Il Parlamento italiano sta attualmente studiando un nuovo testo di legge sulla diffamazione. Il testo vuole eliminare il carcere per i diffamatori, ma inserisce elementi pericolosi per il benessere dell’informazione: tra di essi, l’obbligo di pubblicazione – da parte dei giornali – della replica di chi si ritiene diffamato. Obbligo che il responsabile giustizia PD David Ermini vuole estendere anche ai blog e alle testate non registrate. Dunque non è bastata la mobilitazione di tutto il mondo giornalistico a far capire che un simile “diritto all’oblio”, così come concepito dal testo in discussione, sarà un potentissimo mezzo di censura nelle mani dei più ricchi. Non sono bastate le parole di Stefano Rodotà, che ha parlato di “una proposta che mette a rischio il diritto costituzionale ad informare ed essere informati”. La politica ha deciso non solo di proseguire sulla propria via, ma addirittura di estendere i paletti anche alle categorie che prima ne erano esenti.
Si è deciso di non intervenire in tema di “querele temerarie” – vale a dire querele effettuate esclusivamente a scopo intimidatorio, ma prive di fondamento giuridico reale -, si sono concessi ai giornali limiti temporali per l’azione troppo ristretti. È stata negata la possibilità di controbattere e giustificarsi, lasciando l’ultima parola alla replica del presunto diffamato. È stato reso possibile intimidire gli addetti all’informazione facendo leva sulla contrattualistica, sulla loro precaria condizione economica, sulla loro impossibilità nel sostenere processi infiniti. E non è stata garantita loro alcuna tutela. Milena Gabanelli è intervenuta spiegando che altrove la diffamazione a mezzo stampa è punita in maniera molto più decisa, ma che in parallelo esistono immense tutele per i giornalisti: chi si sente diffamato è tenuto – in caso di causa persa – a pagare un multiplo della cifra da lui stesso inizialmente richiesta per il presunto danno subito. Da noi invece basta pagare una multa pressoché irrisoria e la storia finisce lì.
In un Paese che veste la maglia nera europea per la libertà di informazione, una simile legge completerebbe in maniera definitiva il totale asservimento dell’informazione al potere politico, economico e finanziario. Ma è bene ricordare che all’oppressione si risponde con la resistenza, alla disinformazione con l’informazione, ai bavagli con la voglia di urlare la realtà delle cose. È bene ricordare che se un simile testo dovesse essere approvato, il giornalismo – quello libero, quello pulito, onesto e coraggioso – non demorderà. Non cederemo neanche di un passo, e continueremo a denunciare le vostre malefatte, i vostri soprusi e i vostri squallidi interessi.
Le vostre minacce non scalfiranno la nostra consapevolezza dello star lavorando genuinamente, nell’esclusivo interesse del lettore e della società. Non ci piegheremo, perché siamo noi quelli con la coscienza pulita. Non ci genufletteremo, perché noi non abbiamo le vostre stesse abitudini. Non ci svenderemo al miglior offerente, perché è nella nostra natura essere liberi ed indipendenti. E nonostante tutti i soprusi, le censure, le arroganze e le violenze di cui sarete capaci, ci troverete sempre lì – ultimi baluardi del libero pensiero –  con la bocca ben aperta a raccontare la verità. Perché ai vostri luridi ricatti noi non cederemo.

di - 27 aprile 2015 
fonte: http://www.lintellettualedissidente.it

27/04/15

"POLITICI E MEDIA: BASTA CON LA VOSTRA IPOCRISIA!"

 

 

IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - L'ATTESA UDIENZA DI DOMANI ALLA CORTE SUPREMA CHE CADE DURANTE L'INIZIATIVA/EVENTO "POLITICI E MEDIA: BASTA CON LA VOSTRA IPOCRISIA!"

27 Aprile 2015 - Nel rispetto delle indicazioni fornite durante l'udienza in cui fu accordata l'ultima estensione della permanenza in Italia a Massimiliano Latorre per motivi di salute, domani 28 Aprile la Corte Suprema indiana si riunirà nuovamente in merito al caso dei due fucilieri di marina.
Tale udienza ha finalmente le caratteristiche per essere un'udienza importante in quanto dovrebbe idealmente riprendere quel percorso di uscita dall'ennesima imbarazzante situazione di stallo causata, da ultimo, dalla posizione assunta lo scorso 16 Dicembre dal Presidente in carica della Corte Suprema H.L. Dattu (ex-presidente dell'Alta Corte del Kerala). Quest'ultimo scelse infatti di mettersi personalmente di traverso nei confronti della richiesta di rientro temporaneo in Italia anche per Salvatore Girone sulla base di ragioni che potremmo per semplicità definire 'umanitarie'.
Ricordo che, come più volte spiegato in alcuni post recenti, le ragioni 'umanitarie' a supporto del rientro anche di Salvatore Girone rappresentano la via d'uscita perseguita dal governo italiano ed avallata da quello indiano nella speranza che questa possa essere la soluzione migliore per cercare di coprire le 'porcherie' commesse in abbondanza negli ultimi tre anni tanto da parte indiana che italiana.

Domani sarà particolarmente importante capire se finalmente in aula vi sarà (e quale sarà) una posizione ufficiale del governo Modi che possa fornire quella copertura 'politica' di cui i giudici della Corte Suprema hanno bisogno per sostanzialmente ribaltare proprie decisioni prese in precedenza.
Ricordo infatti che se da un lato i due fucilieri di marina non sono stati 'incastrati' da Modi, dal suo governo o dal suo partito (come più volte spiegato, i marò sono stati 'incastrati' dal precedente governo indiano, dal Partito del Congresso di Sonia Gandhi e soprattutto dall'Italia), dall'altro il nuovo governo indiano, favorito dall'inerzia anche dell'ultimo governo italiano guidato da Renzi, ha sempre cercato di non esporsi sulla delicata vicenda lasciando che fossero esclusivamente i giudici a rimediare agli errori del passato.

Una nota apparentemente positiva è che il collegio dei giudici che presiederà l'udienza di domani non comprenderà giudici ormai ben noti come Dattu (che pur tuttavia rimane purtroppo il presidente in carica della Corte Suprema) o come il giudice Chelameswar (anche lui ex-presidente dell'Alta Corte del Kerala) che hanno coltivato in passato stretti rapporti politici proprio con quei potenti esponenti del Partito del Congresso che sono stati i manovratori di più alto livello dietro il sequestro di Girone e Latorre e la conseguente manipolazione di tutte le indagini. Tali giudici 'collusi' hanno infatti giocato negli oltre tre anni trascorsi un ruolo negativo fondamentale nella vicenda.
Vedremo domani.
E domani si presenteranno due alternative per tutti noi partecipanti all'iniziativa/evento 'Politici e Media: Basta con la Vostra Ipocrisia!” che in questi giorni con una azione semplice, chiara e coordinata abbiamo continuato a scrivere sulle e-mail e sulle pagine fb di politici, giornali e giornalisti il messaggio: 
“Da due anni politica e media fanno a gara per tenere nascosta la verità sull'innocenza dei marò all'opinione pubblica. E' ora di gettare via la maschera dell'ipocrisia!
Questo breve articolo (http://tentor-maurizio.blogspot.it/…/il-sequestro-dei-fucil… ) spiega le ragioni dello stallo.
Il video incluso nel link - sia in italiano che in inglese - spiega il chi, il cosa, il come, il quando ed il perché di questa vergognosa vicenda.
E' ora di rompere il vergognoso ed imbarazzante patto del silenzio tra tutte le forze politiche in parlamento ed i media. E' ora di far sapere all'opinione pubblica che Salvatore Girone e Massimiliano Latorre vivono da oltre tre anni come sequestrati innocenti e sono completamente estranei ai fatti loro contestati”

La prima alternativa sarà quella semplicemente di gioire e celebrare per un giorno nell'ipotesi (ormai quasi insperata dopo tutto il tempo trascorso) che venga presa una decisione che, per quanto non definitiva, consenta anche a Salvatore Girone di rientrare finalmente in Italia.
La seconda alternativa sarà quella di continuare con più forza e determinazione che mai a postare il messaggio della nostra iniziativa/evento ovunque verrà commentato nel solito modo superficiale ed ipocrita da parte di politici e giornalisti il nuovo sviluppo nel caso marò che comunque l'udienza di domani della Corte Suprema rappresenterà!

In attesa di scoprire quale delle due alternative si concretizzerà, voglio ancora una volta esprimere un grazie particolare a tutti coloro che per la durata di questa iniziativa/evento si sono impegnati in modo operativo a divulgare le prove dell'innocenza dei marò ed a cercare di mettere fine al circolo vizioso delle menzogne con cui politica, giornali e TV italiane sulla vicenda hanno provato a narcotizzarci per oltre tre anni!
 

I “NUOVI BARBARI”: RIFORME COSTITUZIONALI SENZA METODO (di Giuseppe Palma)



                                                                                                                                “Ahi serva Italia, di dolore ostello,
                                                                                                                     nave sanza nocchiere in gran tempesta,
                                                                                                                            non donna di province, ma bordello
                                                                             
   Dante Alighieri, Divina Commedia,Purgatorio Canto VI, vv. 76-78).

La necessità di riformare la Parte II della Costituzione nasce più di trent’anni fa, ma, fino ad oggi, fatta eccezione per la riforma del Titolo V (una pessima revisione fatta dal centro-sinistra nella XIIIa Legislatura) e per alcuni “ritocchi” criminali più recenti (vedesi ad esempio la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio – art. 81 Cost. – per mano della XVIa Legislatura), la struttura istituzionale disegnata dall’Assemblea Costituente nel 1946-47 è rimasta perfettamente intatta.
Oddio, vedendo quanto è accaduto (e accade) dal novembre 2011 in avanti, intatta è rimasta solo la Costituzione formale (e neppure quella, visto quanto sopra), mentre la Costituzione materiale è stata pesantemente tradita e violentata.
Ma questa è un’altra storia…
Per quanto riguarda l’elaboranda riforma della Parte II della Costituzione fortemente voluta da Matteo Renzi (Presidente del Consiglio dei ministri e Segretario politico nazionale del PD), entrerò nel merito della stessa – analizzandone i principali aspetti di criticità – solo quando il testo sarà licenziato definitivamente dal Parlamento in seconda lettura, in modo tale da potervi fornire un’ampia analisi storica, giuridica e costituzionale prima del più che probabile referendum popolare confermativo (art. 138 Cost.) al quale molto probabilmente saremo chiamati per esprimere SI o NO alla riforma nel suo complesso, con la conseguenza che la stessa entrerà in vigore – nei termini eventualmente dalla stessa previsti – solo se i SI supereranno i NO (ricordatevi che non è previsto quorum costitutivo). Diversamente, se i NO saranno più dei SI, la riforma si dissolverà a colpi di semplice matita.
Oggi mi occuperò esclusivamente del METODO con il quale il Parlamento – sotto una forte ed illegittima pressione del Governo – sta elaborando e realizzando una significativa riforma di quella Parte II della Costituzione che regola l’Ordinamento della Repubblica.
Va anzitutto chiarito che le riforme costituzionali – e soprattutto il procedimento di revisione – sono di competenza esclusiva del Parlamento (potere legislativo), per cui né il Governo (potere esecutivo) né la Magistratura (ordine giudiziario) devono interferire nelle decisioni e nel percorso democratico dell’unico organo istituzionale legittimato ad esercitare la sovranità popolare: il Parlamento!
Il tutto, ovviamente, fatto salvo il più ampio e legittimo diritto di critica che deve poter essere esercitato da chiunque (e ci mancherebbe altro!), ma le interferenze che io ritengo intollerabili sono quelle “minacciose” che un potere esercita sull’altro! Ma anche questa è un’altra storia…
Entriamo nello specifico.
Come ho già scritto più volte, fatta eccezione per i “principi supremi” sui quali si fonda il nostro Ordinamento costituzionale (in parte coincidenti con i primi 12 articoli rubricati nei Principi Fondamentali), per la forma repubblicana (intesa nella sua più vasta accezione) e per la Parte I della Costituzione (modificabile solo in melius), la nostra Madre delle Fonti del Diritto è, sì, soggetta a revisione, ma solo attraverso la procedura “aggravata” (rafforzata) prevista dall’art. 138 Cost. che attribuisce questa facoltà esclusivamente al Parlamento.
Come ho già avuto modo di dimostrare in un mio precedente articolo (http://scenarieconomici.it/italicum-la-sostituzione-della-minoranza-pd-in-commissione-affari-costituzionali-alla-camera-colpo-di-stato-o-regolare-gioco-democratico-di-giuseppe-palma/), negli ultimi tre anni e mezzo si sono compiuti in Italia parecchi “colpi di Stato” nel pieno rispetto della Costituzione formale ma nel totale superamento e tradimento della Costituzione materiale, quindi la Vostra attenzione dovrà essere superiore rispetto al normale “livello di guardia”.
Bene. Com’è ormai sotto gli occhi di tutti, l’attuale Presidente del Consiglio dei ministri sta arbitrariamente – e illegittimamente – dettando ritmi, tempi e soprattutto contenuti sia della riforma costituzionale che della legge elettorale, materie – entrambe – sulle quali il Governo non dovrebbe MAI mettere il becco.
Pietro Calamandrei diceva che, durante i lavori di discussione e redazione degli articoli della Costituzione, il Presidente del Consiglio dei ministri non dovrebbe mai essere presente…
E invece…
Erano gli inizi di febbraio di quest’anno quando il nostro Presidente del Consiglio, entrando di notte nell’aula di Montecitorio ed aggirandosi tra i banchi dei deputati, “imponeva” ai parlamentari del suo partito (e di riflesso anche a quelli di tutti gli altri gruppi) l’approvazione sia della riforma costituzionale da lui voluta che i tempi di realizzazione, “intimorendo” i suoi che se non si fossero adeguati lui si sarebbe dimesso con conseguenti elezioni politiche, mettendo quindi a rischio la rielezione dei dissidenti (il tutto con i dovuti modi, ovviamente).
Oggi la riforma costituzionale è ancora in prima lettura, quindi c’è spazio per un’ulteriore discussione sia politica che giuridico-costituzionale, ma facciamo attenzione perché le premesse sul metodo sono molto preoccupanti.
Immaginate cosa avrebbero scritto i giornaloni nazionali (ed anche la stampa estera) se ad aggirarsi di notte tra gli scranni della Camera durante la discussione e votazione sulle riforme costituzionali fosse stato Silvio Berlusconi e non Matteo Renzi!!! Apriti cielo!!! La finta superiorità culturale della sinistra è un antico virus tutto italiano!
Ma l’esempio delle riforme costituzionali non è il solo circa il metodo scellerato con il quale Parlamento e Governo stanno attuando le riforme. Vi ricordo, ad esempio, anche la riforma del lavoro (Jobs Act) e della legge elettorale (Italicum), entrambe imposte dal Governo al Parlamento nel rispetto della Costituzione formale ma violentando brutalmente quella sostanziale.
Ma v’è un qualcosa che va addirittura anche oltre il metodo, che si chiama DECENZA, completamente scomparsa dal vocabolario della politica nostrana. E vi spiego il perché.
Nel gennaio 2014, con Sentenza n. 01/2014, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della Legge n. 270/2005 (legge elettorale denominata Porcellum) nella parte in cui questa non prevedeva: a) la possibilità per l’elettore di esprimere le preferenze per i candidati; b) una soglia minima di voti oltre la quale avrebbe dovuto trovare applicazione il premio di maggioranza.
Ciò detto, l’attuale Legislatura (XVIIa) – come anche le ultime due (XVa e XVIa) – sono state elette con una legge elettorale dichiarata incostituzionale, seppur la Consulta si preoccupava di precisare ugualmente la legittimità del Parlamento.
Non è così. A mio modesto parere il Parlamento, checché ne dica la Corte, è illegittimo, e questo non solo perché le due Camere si compongono esclusivamente di parlamentari nominati (in aperta violazione degli artt. 1 co. II, 56 co. I e 58 co. I Cost.), ma soprattutto perché una parte consistente sia di deputati che di senatori sono stati “eletti” grazie ad un premio di maggioranza abnorme dichiarato incostituzionale da quella stessa Corte che poi – timidamente – corre a dichiarare la legittimità di un qualcosa che ha ragione di esistere su meccanismi che poco prima ha dichiarato incostituzionali.
Pazzesco, ma è così!
Per di più l’attuale composizione parlamentare, prendendo ad esempio solo la Camera, è composta per il 55% dei seggi da deputati “eletti” in una coalizione di liste che alle elezioni politiche del febbraio 2013 ottenne appena il 29,55% dei voti, esattamente lo 0,37% in più della coalizione di liste arrivata seconda (29,18%).
La coalizione arrivata prima ottenne dunque un premio di maggioranza in stile “Lascia o Raddoppia”, cioè di quasi il doppio dei voti espressi dal popolo: 29,55% (voti espressi dagli elettori) + 25,45% (premio di maggioranza successivamente dichiarato incostituzionale) = 55% (340 seggi). Alla faccia del voto eguale di cui al secondo comma dell’art. 48 Cost.!
Della coalizione vincente (si fa per dire!) faceva parte il Partito Democratico (PD), il quale ottenne appena il 25,42% dei voti, una percentuale inferiore a quella ottenuta dal Movimento 5 Stelle (primo partito con il 25,56%).
A causa delle difficoltà politiche e numeriche che tutti ben conosciamo, nessuna delle persone indicate dalle liste (o coalizioni di liste) prima delle elezioni politiche a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio ha successivamente ricoperto la predetta carica, con la conseguenza che abbiamo avuto due Presidenti del Consiglio (Enrico Letta e Matteo Renzi) non eletti dal popolo, ai quali si aggiunge un terzo non eletto – che è Mario Monti – alla fine della scorsa Legislatura. Tanto per non farci mancare nulla!
Fatta questa doverosa premessa, arrivo al punto:
abbiamo un Parlamento composto esclusivamente di nominati (tutti) e di un numero elevatissimo di parlamentari “eletti” grazie ad un premio di maggioranza sproporzionato; ci troviamo quindi di fronte ad un Parlamento “eletto” con una legge elettorale dichiarata incostituzionale sia nella parte in cui non prevedeva la possibilità per l’elettore di esprimere preferenze per i candidati, sia nella parte in cui non prevedeva una soglia minima di voti oltre la quale avrebbe dovuto trovare applicazione il premio di maggioranza.
Ciò premesso, è proprio questo Parlamento (sotto una forte ed illegittima pressione di un Governo presieduto da un “non eletto”) che sta discutendo e realizzando un’ampia riforma della Parte II della Costituzione, quella stessa Costituzione costata milioni di morti e lasciataci in eredità dai nostri Padri, quegli stessi Padri che abbiamo ipocritamente festeggiato lo scorso 25 aprile.
Ma v’è di più: la golden share sulle riforme, ma anche sull’intera politica italiana, grazie ad un premio di maggioranza incostituzionale la detiene il Partito Democratico, il quale, con appena il 25,42% dei voti (cioè 1/4 del 75% dei votanti) esprime non solo il Governo del Paese, ma detta addirittura (attraverso il suo Segretario che è anche il Presidente del Consiglio) l’agenda politica e i contenuti (oltre che i tempi) delle riforme!
 E non venitemi a parlare del 40,8% che il PD ha ottenuto alle elezioni europee perché non c’entra assolutamente nulla! A parte il fatto che trattasi (le europee e le politiche) di due consultazioni elettorali completamente diverse l’una dall’altra, con l’aggravante che l’affluenza alle europee fu appena di circa il 59% degli aventi diritto, quindi quel 40,8% non può in alcun modo essere speso quale presunta legittimazione politico-elettorale né da Renzi (che non si candidò) né dal PD.
L’unica legittimazione democratica di Renzi è quella del 67% di consensi che ottenne quando si candidò alla Segreteria del suo partito (primarie del PD del dicembre 2014 con un’affluenza casalinga). Punto. Per quanto riguarda la politica nazionale (e quindi anche le riforme costituzionali) e l’agenda di Governo, l’ex sindaco di Firenze non ha alcuna legittimazione democratica! Ha sicuramente la legittimazione costituzionale (nomina a Presidente del Consiglio dei ministri da parte del Presidente della Repubblica e fiducia espressa al suo Governo da entrambi i rami del Parlamento), ma non quella popolare! Quella no!
Non ci sono altre verità! Chi vi racconta altre versioni vi racconta falsità!
Dalla Legge delle XII Tavole (451-450 a. C.) alla vigente Costituzione (1948 d. C.) l’Italia è stata la Patria del Diritto, esempio per il mondo intero di impareggiabile civiltà giuridica!
Oggi, tra la politica fatta coi tweet e le incomprensibili semplificazioni, i NUOVI BARBARI sono entrati a Roma!
Sarà quindi una neofita Lex Romana Visigothorum (visti anche i diktat sulle riforme imposti da organismi sovranazionali non eletti) a disciplinare l’Ordinamento della Repubblica!
Buonanotte popolo! Un altro “Medioevo” è alle porte. Corri ad accogliere il tuo nuovo Signore!

Giuseppe Palma - 27 aprile 2015
          fonte: http://scenarieconomici.it


Un Parlamento illegittimo modifica le regole del gioco. La responsabilità è della Corte Costituzionale?


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Come purtroppo sappiamo il Governo Renzi, senza il consenso delle opposizioni ed addirittura senza il consenso di una parte importante del proprio partito, prosegue nello stravolgimento delle regole del gioco della Repubblica Italiana con un’ampia riforma Costituzionale e l’approvazione di una nuova legge elettorale che ripresenta, sostanzialmente immutate, le criticità del porcellum dato che nega un voto eguale, personale, libero e diretto.
In tutto questo paiono assolutamente evidenti le responsabilità della Corte Costituzionale. L’anno scorso uno dei temi più dibattuti è stato quello relativo alle conseguenze della sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014 che ha dichiarato l’illegittimità della Legge elettorale che ha formato l’attuale Parlamento. Tuttavia è proprio tale sentenza a consentire quanto avviene oggi a causa di motivazioni illogiche, contraddittorie ed in gran parte esorbitanti dei limiti del potere conferito alla Corte stessa.
Con detta sentenza si era sostanzialmente scoperta l’acqua calda, ovvero che il cd. “porcellum” era ed è costituzionalmente illegittimo e ciò sia in riferimento al premio di maggioranza che alla mancata possibilità per l’elettore di esercitare la propria preferenza in ordine ad uno specifico candidato.
Sul punto la Corte Costituzionale nella parte motiva della pronunzia, dopo aver dichiarato l’incostituzionalità, si è purtroppo anche così espressa: “È evidente, infine, che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte qua la normativa che disciplina le elezioni per la Camera e per il Senato, produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale eventualmente adottata dalle Camere.
Essa, pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto. Vale appena ricordare che il principio secondo il quale gli effetti delle sentenze di accoglimento di questa Corte, alla stregua dell’art. 136 Cost. e dell’art. 30 della legge n. 87 del 1953, risalgono fino al momento di entrata in vigore della norma annullata, principio «che suole essere enunciato con il ricorso alla formula della c.d. “retroattività” di dette sentenze, vale però soltanto per i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiarata invalida» (sentenza n. 139 del 1984).
Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti.
Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali.
Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento. È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finchè non siano riunite le nuove Camere» (art. 61 Cost.), come anche a prescrivere che le Camere, «anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni» per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo (art. 77, secondo comma, Cost.)”.
Dunque di cosa stiamo dibattendo? La Corte chiaramente ha affermato che la composizione attuale dei due rami del Parlamento costituisce situazione giuridica esaurita e che dunque la legittimazione a legiferare delle Camere ad oggi permane. Tuttavia la situazione è ben diversa rispetto a quanto prospettato nella citata sentenza che risulta affetta da gravi errori sia sotto il profilo logico che giuridico. La Corte Costituzionale ha sbagliato clamorosamente mettendo in dubbio addirittura il suo ruolo di garanzia della democrazia. Per i giuristi è venuto il momento di smettere di voltarsi dall’altra parte e dire le cose come stanno, le conseguenze infatti sono troppo gravi. Ma andiamo con ordine.


In primo luogo occorre chiedersi quali siano i poteri della Corte Costituzionale e se conseguentemente la stessa avesse o meno la possibilità di pronunciarsi, con gli effetti propri del giudicato, su qualcosa di diverso dalla mera declaratoria di incostituzionalità della norma oggetto del suo esame o di quelle consequenziali ad essa. Effettivamente vi sono solidi argomenti giuridici per ritenere che la pronunzia in merito all’attuale legittimazione del Parlamento sia, oltre che palesemente errata, anche assolutamente incidentale e dunque non vincolante nel nostro ordinamento e ciò in quanto la determinazione degli effetti dell’incostituzionalità di una norma non rientra affatto nei poteri che la Costituzione conferisce ai sensi dell’art. 134 alla Corte stessa. In claris non fit interpretatio.
A fondamento della propria presa di posizione circa la piena legittimazione dell’attuale Parlamento la Corte Costituzionale richiama due norme di legge. Tuttavia proprio menzionando tali norme la Corte finisce per evidenziare compiutamente gli evidenti vizi del proprio ragionamento. Le norme richiamate infatti codificano gli effetti della declaratoria d’incostituzionalità sancendone la piena retroattività. Esaminiamo pertanto le due norme richiamate dalla Corte Costituzionale:
-L’art. 136 Cost., a piena conferma il ragionamento dello scrivente, dispone:Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. Dunque è la Costituzione a determinare quali siano gli effetti della declaratoria d’incostituzionalità e non la Corte Costituzionale. Secondo la Costituzione la norma dichiarata incostituzionale non viene abrogata ma perde efficacia nell’ordinamento. La perdita di efficacia è qualcosa di ben più profondo di una semplice abrogazione di norma in quanto presuppone la retroattività degli effetti della pronuncia della CorteDi palmare evidenza che se un Parlamento illegittimo nella sua composizione continua tranquillamente a legiferare gli effetti della norma dichiarata incostituzionale permangono vivi più che mai nell’ordinamento, anzi in verità più il Parlamento legifera e più gli effetti della legge dichiarata incostituzionale si diffondono e si moltiplicano! Se poi il Parlamento da il via ad un ampia revisione Costituzionale, volta peraltro a cancellare la sovranità e l’indipendenza del paese, siamo davvero difronte ad un atto sostanzialmente eversivo che la Corte non ha saputo fermare sul nascere.
D’altro canto una situazione giuridica può dirsi logicamente esaurita unicamente laddove non continui a determinare nuovi effetti (conseguenze) nell’ordinamento. Ad ulteriore conferma dell’assoluta erroneità del ragionamento della Corte Costituzionale basta anche solo rammentare che la Costituzione prevede un meccanismo atto ad assicurare la continuità dello Stato laddove dispone, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti “finché non siano riunite le nuove Camere” (art. 61 Cost.). Pertanto non corrisponde al vero neppure l’ulteriore esternazione che si legge in sentenza ovvero che la perdita di poteri in capo al Parlamento avrebbe creato pregiudizio al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. Casomai il pregiudizio sussiste laddove si consente ad un Parlamento illegittimo di proseguire nella sua attività.   
-l’art. 30 Legge n. 87/1953, ad ulteriore conferma delle tesi dello scrivente, recita: La sentenza che dichiara l’illegittimità costituzionale di una legge o di un atto avente forza di legge dello Stato o di una Regione, entro due giorni dal suo deposito in Cancelleria, è trasmessa, di ufficio, al Ministro di grazia e giustizia od al Presidente della Giunta regionale affinché si proceda immediatamente e, comunque, non oltre il decimo giorno, alla pubblicazione del dispositivo della decisione nelle medesime forme stabilite per la pubblicazione dell’atto dichiarato costituzionalmente illegittimo. La sentenza, entro due giorni dalla data del deposito viene, altresì, comunicata alle Camere e ai Consigli regionali interessati, affinché, ove lo ritengano necessario adottino i provvedimenti di loro competenza. Le norme dichiarate incostituzionali non possono avere applicazione dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione. Quando in applicazione della norma dichiarata incostituzionale è stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano la esecuzione e tutti gli effetti penali”. Dunque anche la seconda delle norme richiamate dalla Corte Costituzionale a sostegno delle proprie tesi in realtà non limita affatto la retroattività degli effetti della pronuncia d’incostituzionalità di una legge in riferimento ai soli rapporti giuridici tuttora pendenti. Ciò che afferma la Corte Costituzionale non ha riscontro normativo e soprattutto, come già detto, esula completamente dai poteri che la Costituzione le conferisce. L’apodittico assunto della Corte circa la non retroattività degli effetti della propria pronuncia dunque non può avere gli effetti propri del giudicato.
Peraltro, ed è appena il caso di sottolinearlo, ai sensi dell’art. 1 Cost. “La sovranità appartiene al popolo”. Non si riesce ad immaginare nulla che possa contravvenire maggiormente a tale fondamentale precetto (non a caso espresso nell’articolo uno) di un Parlamento che continui a legiferare nonostante la sua elezione sia avvenuta in violazione del rispetto della sovranità popolare. Come può la Corte Costituzionale definire tale stato di cose una situazione giuridica “esaurita”? Molto semplicemente non può.
Altrettanto infondato è ritenere che la nomina a parlamentare sia un fatto giuridico esaurito anche in riferimento all’art. 66 Cost. che infatti dispone: “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di illegittimità e di incompatibilità”. Ergo se la nomina di un Parlamentare diventa illegittima anche successivamente al voto può comunque essere travolta con buona pace dell’assurdità di ritenere fatto esaurito la nomina di un Parlamento. Le leggi precedenti alla sentenza della Corte sono sicuramente legittime, quelle successive invece, tra cui anche l’ampia riforma istituzionale, sono sic et simpliciter un fatto illecito al limite del reato di usurpazione del potere politico punito ex art. 287 c.p.  
Ma a livello pratico tutto ciò cosa comporta? Comporta la morte dello Stato di diritto e l’apertura di una fase di assoluta incertezza degli equilibri istituzionali del paese. Infatti innegabilmente ancora oggi è possibile sostenere in giudizio che qualsivoglia legge emessa dal Parlamento successivamente alla pubblicazione della sentenza n. 1/2014 sia costituzionalmente illegittima. Solo laddove tale questione arrivasse nuovamente sul tavolo della Corte Costituzionale sarebbe possibile per la stessa pronunziare sentenza avente efficacia di giudicato sul punto (augurandoci che questa volta la Corte faccia diritto anziché politica), circostanza che non si è verificata con la sentenza di cui si discute in cui oggetto del contendere era unicamente la legge elettorale. Pertanto ad oggi ogni nuova legge emanata dal Parlamento è potenzialmente passibile di essere dichiarata illegittima dalla stessa Corte Costituzionale che del tutto legittimamente potrebbe (anzi dovrebbe) mutare l’orientamento espresso in via unicamente incidentale nella sentenza di cui si dibatte e magari scusarsi con il popolo italiano per avere omesso di svolgere correttamente i suoi compiti istituzionali.
Costituzionalmente parlando vi è anche un altro organo istituzionale che ha il potere, anzi il dovere, di porre fine a questa situazione di potenziale cortocircuito dovuta dall’apertura di una fase di grave incertezza del diritto che potrebbe esplicitarsi anche tra molti anni con conseguenze catastrofiche: trattasi del Presidente della Repubblica, unico soggetto giuridico che può sciogliere le Camere. Ma prima l’indecorso Napolitano ed oggi Mattarella, in cui comunque nutro ancora qualche flebile speranza, hanno latitato.
-Sul medesimo argomento si invita anche alla lettura dei seguenti interessanti ed ampiamente condivisibili articolo di Antonio Riviezzo – Ricercatore in Diritto costituzionale – Università di Sassari – Clicca qui  e di Luciano Barra Caracciolo, Presidente della V Sez. del Consiglio di Stato – Clicca qui.

27 aprile 2015

www.studiolegalemarcomori.it
fonte: http://scenarieconomici.it

26/04/15

IMMIGRAZIONE/LIBIA ''Ecco cosa ci dà la Ue: 18 navi, 5 aerei e tante pernacchie''

 

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Dice: il Consiglio europeo straordinario non è stato del tutto un flop perché almeno ha triplicato gli stanziamenti per Triton. Poi vai a vedere nel dettaglio in cosa mai consista praticamente questo benedetto triplicamento. E a quel punto il sospetto che da Bruxelles ti stiano prendendo in giro non te lo leva più nessuno. Basti dire che, dei ventinove Paesi coinvolti, l’unico a risultare generoso è la Norvegia.
Cioè il solo a non far parte dell’Unione europea.Ulteriori dettagli. Tredici Stati non forniranno alcunché: non un mezzo, non un centesimo. Se i Paesi del blocco meridionale (Italia, Grecia, Spagna, Malta e Cipro) sono da considerarsi ampiamente giustificati in quanto aventi sopportato sulle proprie spalle l’intero peso delle operazioni fino ad ora, lo stesso non può dirsi per gli altri. E cioè per Paesi Bassi, Slovacchia, Estonia, Bulgaria, Austria, Romania, Slovenia e Croazia.


A quale titolo ed in virtù di quali motivazioni a questi Stati sia stato concesso di non muovere letteralmente un dito resta un autentico mistero.E non si pensi che con chi qualcosa l’ha promesso vada tanto meglio. In parecchi casi si tratta di impegni vincolati a non meglio chiarite «necessità» o «condizioni»: ad esempio, gli aerei e le navi messi a disposizione dalla Svezia arriveranno o meno «a seconda delle necessità operative».
Idem per la flotta britannica, che sarà impiegata «a condizioni da stabilire» (e cioè che nessun profugo possa fare richiesta di asilo nel Regno Unito).


Di Danimarca e Portogallo è noto solo che contribuiranno «sulla base delle necessità» con cosa non è dato sapere, mentre l’invio di una nave da parte dell’Irlanda è soggetto a «considerazioni di natura legale».
Dal Lussemburgo fanno sapere di essere disposti ad offrire, oltre a personale e ad un sistema di sorveglianza satellitare, una cifra «ancora da definire».
Appena più precisa la Repubblica Ceca, che offre 370mila euro, specificando tuttavia che si tratta di una «indicazione previsionale».Capitolo a parte le offerte a tempo.


C’è la Lettonia che mette a disposizione mezzi per periodi dai 30 ai 180 giorni, la Lituania che presta un esperto per un mese ed un elicottero per due, la Francia che schiera due aerei per 15 giorni ed una nave pattuglia per 30 e la Finlandia che impiega un aereo di pattuglia per un mese ed un altro velivolo per periodo imprecisato ma comunque non eccedente l’autunno.
Chiudono la sfilata i Paesi virtuosi, che per qualificarsi come tali più che presentare un’offerta minimamente seria non hanno dovuto fare. Appello nominale: Polonia (un aereo di sorveglianza); Ungheria (quattro esperti); Belgio (una nave); Germania (dieci navi più un pool di esperti).
Come detto, alla fine a fare la figura migliore è l’unico Paese che della Ue nemmeno fa parte: la Norvegia. Il governo di Oslo ha infatti messo sul piatto sei milioni e duecentocinquanta-mila euro di aiuti umanitari ed un vascello, senza porre condizioni o limiti di tempo. Gran signori, questi norvegesi. Ti credo che con quegli sparagnini di Bruxelles non vogliono avere niente a che spartire.

foto: Marina Militare
Vignetta: Alberto Scafella

di Marco Gorra da Libero  Quotidiano del 25 aprile 2015

tramite: http://www.analisidifesa.it

Maro': fiocco giallo ammesso sulla giacca





Foto Maro': fiocco giallo ammesso sulla giacca


 





L'ANMI smentisce


A replica della notizia di ieri sui fiocchi gialli da apporre durante la sfilata, l'ANMI ha specificato che "un fiocco giallo può essere apposto sul Vessillo di Gruppo ed indossato dai soci ANMI sul risvolto della giacca della divisa sociale “fino al termine della vicenda che vede coinvolti i nostri due Fucilieri di Marina e fino al loro rientro onorevole in Patria.
Pertanto rimane vigente la disposizione emanata a suo tempo:
– il Vessillo del Gruppo può essere ornato del fiocco giallo;
– tutti i soci ANMI che prenderanno pare al raduno sono autorizzati ad indossare il nastrino giallo sulla giacca della divisa sociale."
Bene, almeno qualcosa di corretto si è ottenuto. Non lasciamoli soli, i nostri marò hanno bisogno del nostro sostegno.
Fiocchi gialli allora, sosteniamoli con la nostra solidarietà.

Carlotta Winberg - 26 aprile 2015
fonte: http://voceditalia.it 

ECCO PERCHÉ I JIHADISTI SONO IN ITALIA


Forse non usavano i barconi della speranza per far entrare i jihadisti votati alla morte, ma certo lucravano sull’immigrazione clandestina per foraggiare i militanti di Al-Qaeda e fornire soldi all’organizzazione. Approfittando dell’isolamento dell’Italia nel gestire il massiccio arrivo di migranti, si insinuavano nelle crepe del sistema di accoglienza e progettavano l’attacco al cuore della cristianità: Roma.
Lo facevano consci della sostanziale impunità che l’ordinamento italiano offre ai criminali. Una parte dell’ordinanza con cui sono state arrestate 20 persone (l’organizzazione con base in Sardegna predicava la lotta armata contro l’Occidente e attentati contro il governo del Pakistan) riguarda infatti l’attentato esplosivo nel mercato di Peshawar del 28 ottobre 2009 che causò la morte di oltre cento persone e che gli inquirenti ritengono essere stato preparato e finanziato in Sardegna, in particolare a Olbia. “Qui la legge è diversa da quella del Pakistan!… – emerge da una conversazione tra gli indagati – Qui non c’è l’impiccagione! Soltanto tre anni di carcere e basta! E poi se uccidi qualcuno fai soltanto tre anni di carcere”.
 
A 48 ore dall’operazione della procura di Cagliari, dunque, emergono nuovi particolari. Soprattutto si chiariscono meglio – grazie proprio alle intercettazioni – i contorni dell’organizzazione criminale che da anni si stava muovendo in Italia pronta a colpire, e quanto la scelta del suolo italiano fosse funzionale ad agire con il minor rischio possibile, complici un sistema legislativo e un ordinamento giudiziario particolarmente garantisti.
Il fatto che si parli di episodi risalenti al 2010 è del tutto marginale, visto che i protagonisti sono ancora tutti nel Belpaese, alcuni addirittura residenti e inseriti a pieno titolo nel tessuto sociale.

Piazza_SanPietro3 

L’attentato ipotizzato al Vaticano era di quelli “classici”: far esplodere un kamikaze in un posto molto affollato. Dalle parole registrate dagli inquirenti appare chiara la dinamica e presumibile l’obiettivo: piazza San Pietro, in un giorno in cui la folla di fedeli fosse al suo limite massimo.
“Roma era piena, quando arriverà a quattro milioni di persone, se lui entrerà dentro, in mezzo alle persone… No, lui, in quell’aria delimitata, però qui”. Quando lo intercettano, al di là delle frasi poco comprensibili e di una traduzione approssimativa, Nazi Mir si trova al telefono, a breve distanza da piazza San Pietro. È il 24 settembre del 2010 e già da tempo la Digos indaga su quel pakistano dalle amicizie pericolose.
Sempre secondo la procura di Cagliari, per realizzare l’attentato era arrivato un uomo chiamato Tanveer. Lui “non è un kamikaze qualunque”, si dice in un’altra delle intercettazioni contenute nell’ordinanza del gip del capoluogo sardo, “È un fidai dai piedi al collo”, riferendosi a “un combattente votato al martirio”.

A settembre 2010, però, quando Mir viene intercettato, Tanveer non è più nella capitale, fatto sparire qualche mese prima dopo una serie di perquisizioni della Digos che aveva deciso di accelerare i tempi per anticipare le mosse dei terroristi. L’allarme, però, non impedisce ai presunti estremisti di continuare a progettare un attentato. Scrive il gip di Cagliari: “L’allontanamento forzato dell’attentatore designato non fece comunque cadere i progetti delittuosi”.
In un’ennesima intercettazione datata 19 settembre 2010 si dice: “Quella missione che noi ti abbiamo affidato, è importante eliminare il loro plar (capo, ndr)… Cosa hai fatto? Ci sono tanti soldi sul loro papa (o baba, ndr), noi stiamo facendo una grande jihad contro di lui”. Aggiunge in nota il gip: “I riferimenti al “capo”, secondo la Digos, potrebbero essere correlati al Pontefice (all’epoca Benedetto XVI, ndr), ma, come si è detto, non vi sono elementi sufficientemente univoci per trarre questa conclusione”.
Se non c’è matematica certezza su tempi ed obiettivi, c’è però sul fatto che un’organizzazione jihadista abbia attecchito in Italia. E c’è altresì sul perché sia stata scelta la nostra nazione: non per una motivazione strategica dovuta alla sua posizione geografica, ma alla debolezza del suo sistema giuridico-legislativo. Ed è questo l’aspetto più inquietante.

Angelo Perfetti - 26 aprile 2015
fonte: http://www.interris.it