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27/09/14

contro lo Stato Islamico serve la fanteria

Boots on the ground: contro lo Stato Islamico serve la fanteria



I bombardamenti aerei non basteranno a distruggere i jihadisti in Siria e Iraq. È necessario un intervento di terra - e la ricerca delle truppe potrebbe imporci una radicale svolta geopolitica.




[Carta di Laura Canali - clicca sulla carta per ingrandirla]


Per secoli, a partire da quando la cavalleria borgognona di Carlo il Temerario si infranse contro i quadrati dei montanari svizzeri nella seconda metà del Quattrocento, la fanteria è stata l'indiscussa "regina delle battaglie". Nessuno le contestava il ruolo, anche perchè si trattava di un titolo d'onore che la fanteria ha nel tempo meritato su tutti campi di battaglia e che ha ovunque pagato con il proprio sangue.


Pbi (Poor Bloody Infantry) era l'acronimo che designava la fanteria presso gli inglesi delle generazioni imperiali. "Che t'importa il mio nome? Grida al vento: fante d'Italia! E dormirò contento..." sta scritto sul nostro Sacrario di Redipuglia. E il comandante dei fanti svizzeri al servizio dei re di Francia rispondeva orgogliosamente al Re Sole - che gli aveva ricordato come con quanto impiegato nei secoli per pagare i loro servigi si sarebbe potuta lastricare d'oro la strada da Parigi a Versailles - che "con il sangue versato dalla nostra fanteria per Vostra Maestà e i suoi reali predecessori si potrebbe alimentare un canale navigabile da Versailles a Parigi".


La vittoria in battaglia e in guerra, la fanteria e il sangue avevano finito così per essere collegati l'una all'altra come anelli di una catena apparentemente inscindibile. Poi, negli anni Settanta del secolo scorso, almeno in Occidente le cose iniziarono a cambiare.


Da un lato il calo demografico si fece sempre più forte nei nostri paesi, rendendo il reclutamento molto più difficile. Il soldato non era più "merce spendibile" come una volta, quando il numero elevato dei figli consentiva alle famiglie di perderne magari uno o due al servizio di "Monsù Savoia" senza troppi rimpianti. Il figlio unico, divenuto la regola di quasi tutte le famiglie, rappresentava a questo punto qualcosa di prezioso su cui si concentravano ambizioni e speranze di due genitori e quattro nonni. Anche se serviva come soldato non era affatto "merce spendibile " e non si poteva permettere che versasse il suo sangue.




D'altro canto lo sviluppo della tecnologia ha consentito di fare uno straordinario salto di qualità arrivando, grazie principalmente all'informatica e all'elettronica, a fare assumere alla guerra occidentale quegli aspetti da videogame che essa ha attualmente.


In nessun paese la "modernizzazione del conflitto" si è spinta così avanti come negli Stati Uniti. Questi, se potessero, cercherebbero di risolvere ogni situazione di tensione utilizzando unicamente il fuoco gestito a distanza, evitando a ogni costo l'eventuale ricorso ai boots on the ground, cioè all'intervento di terra.


Siamo dunque arrivati alla fine della lunga e gloriosa storia della "Povera sanguinante fanteria"? Certamente no. Anche se gli Stati Uniti e in subordine il resto dell'Occidente non vorrebbero più essere trascinati nell'alea del combattimento a terra, uomo contro uomo, esistono sempre occasioni e teatri in cui se vogliamo vincere qualcuno deve pur farlo.


La cosa ci fa paura. Ricordate l'apprensione con cui durante la guerra del Kosovo ci chiedevamo che cosa avremmo fatto se non fossimo riusciti a piegare Belgrado con i bombardamenti aerei e avessimo dovuto invece affrontare una fanteria serba temprata da ben sei anni di guerre ininterrotte? Il medesimo tipo di apprensione rimane sullo sfondo oggi quando parliamo di Ucraina e condiziona le nostre risposte alle mosse russe.


Nel corso degli ultimi venti anni gli americani sembravano aver trovato una soluzione al problema elaborando un modo di combattere che prevedeva da parte loro la gestione del fuoco a distanza ed eventualmente l'impiego di piccoli nuclei di forze speciali in appoggio a un'azione massiccia di fanterie locali.


Così è stato in Croazia, ove la controffensiva a terra fu croata ma preparata e accompagnata dal fuoco aereo Nato contro i serbi. Così è stato in Kosovo, ove a terra agivano i guerriglieri dell'Uck mentre noi tempestavamo dall'alto. Così è stato in Afghanistan, ove gli americani bombardavano ma a terra a dare il sangue necessario per la vittoria vi era la fanteria della Alleanza del Nord. Così è stato in tempi più recenti in Iraq e Kurdistan, con bombardamenti americani sullo Stato Islamico (Is) impegnato dai soldati dell'esercito iracheno e dai peshmerga curdi.


Nelle Divisioni Corazzate di un tempo si usava ricordare come "il carro fosse il peggior nemico del carro posto in crisi da elementi di arresto". Il che indicava come, perchè il carro fosse in crisi, l'elemento di arresto dovesse esserci. La stessa regola vale ora per i bombardamenti, specie per i bombardamenti contro forze mobili come quelle dell'Is che fondano la loro forza su improvvisi concentramenti di pick-up armati con mitragliere che spuntano dal nulla e nel nulla rapidamente spariscono se non hanno di fronte una solida fanteria - l'elemento d'arresto - capace di mantenerli inchiodati e costringerli a subire il fuoco che viene dall'alto.


Evviva i boots on the ground, dunque... anche se a volte si tratta di una merce estremamente difficile da reperire nei mercati locali!


È proprio questo il problema che gli americani e tutti i membri della tanto numerosa quanto inefficace coalizione che essi hanno messo in piedi contro l'Is si trovano di fronte sia in Siria sia in Iraq. In quest'ultimo il problema è relativamente più semplice, almeno sino a quando il fuoco della coalizione servirà a fermare ulteriori avanzate verso l'area curda e quella sciita del paese. Ma quando si tratterà dell'area sunnita da quale cappello di prestigiatore dovranno uscire i fanti necessari? Ai suoi tempi Petraeus era riuscito a convincere le tribù sunnite irachene ad appoggiare l'azione americana. Ma i miracoli avvengono solo una volta, e se non li si usa bene anche i miracoli durano lo spazio di un mattino!


In Siria la situazione è anche peggiore, al punto che nella sua disperazione Washington ventila due soluzioni - una più assurda dell'altra. La prima consisterebbe nell'armare e rinforzare i "movimenti islamici sunniti più moderati", idea che ricorda molto anche nell'uso dei termini l'affannosa ricerca dei "talibani moderati" che avrebbero dovuto appoggiare il nuovo corso afghano e che non sono mai stai reperiti. La seconda vagheggia di un esercito di esuli e rifugiati, come se fossimo all'epoca della Rivoluzione francese, con tutte le difficoltà di reclutamento e i tempi lunghi di addestramento che ciò comporterebbe.


Soluzioni che non sono soluzioni, dunque, ma solo fantasie!


L'unico discorso serio che si potrebbe e dovrebbe fare a questo punto è quello di accettare una svolta radicale dei nostri orientamenti politici e cercare le fanterie tra chi nell'area le possiede, cioè gli sciiti. Anche se ciò vorrebbe dire riabilitare l'Iran e far comprendere agli alawiti di Siria che saremmo ansiosi di aprire un dialogo con ogni eventuale successore del presidente Assad.


È troppo? Beh, allora di fanteria mandiamo la nostra. Combatterà e morirà, ma permetterà all'azione di fuoco della coalizione di essere efficace. E forse col tempo di distruggere l'Is. Poor Bloody Infantry!

Giuseppe Cucchi - 24 settembre 2014
fonte: http://temi.repubblica.it 


DE MAGISTRIS DA FORCAIOLO A GARANTISTA (DI SE STESSO).






Giggino non ci sta, e spara a zero contro i giudici che lo hanno condannato. Parole durissime le sue : «dovrebbe piuttosto dimettersi chi mi ha condannato. E dovrebbe anche vergognarsi».  Naturalmente la ASM ha reagito, definendo inaccettabili le parole dell'ex pm e oggi primo cittadino di Napoli, quindi uomo delle "istituzioni". E lui, giù un'altra bordata : il mio non era un attacco alla sentenza ma alla magistratura corrotta. E siccome gente che dovrebbe pensare ad altro, come Grasso, che è Presidente del Senato, non il Prefetto competente per l'adozione della misura della sospensione, ricorda che la legge Severino è uguale per tutti e va applicata, De Magistris se la prende pure con l'ex Ministro della Giustizia dell'era Montiana (sembrano passati due secoli, e invece sono meno di due anni...l'uomo che doveva salvare l'Italia...ci sarebbe da ridere e anche tanto da piangere), dichiarando : «Guarda caso era anche l’avvocato di una mia controparte, e guarda caso ha fatto quella legge mentre il processo era in corso. Mi chiedo se sono solo coincidenze». Non compatisco De Magistris, semmai mi fa venire in mente quanta ragione ho quando dico, ad amici o conoscenti di una cena, "attenzione a invocare le manette, i provvedimenti esemplari, che non si può mai sapere che non tocchi un giorno rimpiangere in prima persona certe pruderie giustizialiste".  Nel caso dell'ex PM e oggi primo cittadino di Napoli ( Polito lo disse ai suoi conterranei che avevano fatto una follia ad eleggere la parodia di Masaniello) , altro che Nemesi, altro che contrappasso dantesco.  L'uomo che ha inquisito e  richiesto il carcere preventivo per centinaia di persone, la quasi totalità delle quali sono state prosciolte, spesso senza nemmeno essere rinviate a giudizio, oggi si scopre garantista... Eppure, come ci insegna il bravo Sansonetti, chi garantista lo è veramente sa esserlo anche, anzi soprattutto, con e per i "nemici", e quindi io non esito a continuare a dire che la Legge Severino è una legge SBAGLIATA, perché sono troppi da noi gli errori giudiziari per accettare un anticipo di sanzioni rispetto alla decisione definitiva, anche e soprattutto in campo politico ed istituzionale.  Siamo sempre lì : sono i processi che devono essere velocizzati, non le pene anticipate.  E questo anche nei casi, come quello di Giggino, dove è facile pensare che l'imputato sia colpevole.  Vedremo tra un po' le motivazioni per le quali il Tribunale non ha ritenuto, come invece aveva fatto la procura, che De Magistris fosse inconsapevole che Genchi, tra le migliaia di intercettazioni avviate, avesse coinvolto anche persone per le quali era necessaria la preventiva autorizzazione parlamentare. Il PM ha criticato la leggerezza e l'eccessività dell'ex collega nel dare autorizzazioni senza controllare, ma ha aggiunto che non c'è prova che "sapesse".  Per una volta che la pubblica accusa non ha ceduto al teorema del "non poteva non sapere", il Tribunale non gli ha dato retta. Spero - lo vedremo, ripeto, con il deposito della sentenza - che non lo abbia fatto in applicazione di quel nefasto principio, che di giuridico non ha nulla.  Insomma, detta all'inglese, il mio personale convincimento (De Magistris SAPEVA), non conta una beneamata mazza, e confido che i giudicanti indicheranno elementi di prova adeguati, che ovviamente chi non conosce il processo (come chi scrive ma il 99% degli italiani) non può sapere.  Riassumendo : De Magistris è stato un pessimo magistrato ed è stato un gran bene che se ne sia andato (idem vale per gente come Di Pietro e Ingroia...aspettiamo con fiducia Di Matteo e  Woodstock) ; è un pessimo sindaco di Napoli ; penso che sia colpevole del reato per cui è stato condannato in primo grado, ma ritengo, come sempre, che ciò debba essere confermato dal completamento del processo (di cui il primo grado è una tappa), e resto convinto che la legge Severino sia sbagliata, uno scalpo reso al giustizialismo e alla pancia peggiore della gente.  Di seguito, il sagace commento di Pierluigi Battista




De magistris non molla; fine
del Giustizialismo



Luigi de Magistris che si inchioda alla poltrona di sindaco malgrado le disposizioni della legge Severino, che inveisce, ex magistrato d’assalto, contro una sentenza della magistratura, che resiste sì, ma come un politico qualunque, come un politico che avrebbe messo volentieri ai ceppi, è il simbolo della fine di una stagione: quella del giustizialismo forcaiolo, arrembante, aggressivo, santificato da un’intransigenza di ispirazione giacobina.
Avremmo potuto aspettarcelo da un politico tradizionale, oppure avvezzo a denunciare le intrusioni e gli sconfinamenti della magistratura «politicizzata», ma non dal Torquemada delle inchieste che volevano purificare l’Italia da ogni malaffare no. Non per un omaggio astratto alla coerenza, che pure avrebbe una sua nobiltà. Ma per il rispetto che si deve a una storia. Anche alla mitologia: alla leggenda di una Giustizia immacolata e audace destinata a liberare il popolo dal Male che ha inquinato le istituzioni. Cruciale in questa costruzione mitologica, di cui il de Magistris magistrato ha voluto essere l’estrema e più oltranzista incarnazione, è la sacralità degli atti giudiziari, e ovviamente della Legge. La legge Severino, però, sebbene invocata per il Nemico, viene liquidata come un crudele automatismo senza anima. E la stessa sentenza di condanna in primo grado, dunque appellabile come per qualsiasi altro cittadino, viene da de Magistris delegittimata alla stregua di una rappresaglia politica. È il cuore dell’ideologia giustizialista ad essere colpito. Vent’anni di ideologia che trovano la metafora del loro esaurirsi in un sindaco che si appella alla «strada» in antitesi alle istituzioni. Qualsiasi decisione verrà presa, resta il vulnus a un’immagine e a una retorica. Vent’anni e passa che non potevano finire nel modo peggiore. 

27 settembre 2014
fonte: http://ultimocamerlengo.blogspot.it




 

Duemila volontari per la Brigata cristiana in Iraq




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Gli iracheni di fede cristiana hanno deciso di imbracciare le armi e formare le proprie milizie per contrastare l’avanzata dei jihadisti dell’Isis, convinti che le forze curde e quelle del governo federale non siano in grado di proteggerli. A Sharafya, a nord della piana di Ninive, i miliziani islamici che avevano conquistato il villaggio sono stati scacciati a metà agosto dai peshmerga, ma un mese dopo, le strade sono ancora vuote. I jihadisti si trovano ancora a pochi chilometri di distanza, nel villaggio di Tel Kef, e solo pochi uomini in uniforme controllano la zona. A prima vista, riferisce un reportage dell’Agenzia France Presse, sembra che si tratti di peshmerga, le forze curde, che indossano uniformi color kaki e hanno il kalashnikov a tracolla. Ma ricamato sulla manica hanno uno scudo che li distingue: il drappo assiro barrato da due fucili.





Questi uomini appartengono a una nuova brigata in via di formazione composta da assiri, popolazione cristiana insediata da millenni nella piana di Ninive. Formata lo scorso 11 agosto a ribattezzata “Dwekh Nawsha”, che vuol dire martirio futuro nel dialetto armeno locale, è composta per ora da un centinaio di uomini.  “Non siamo molto numerosi, ma la nostra fede è grande”, ha detto uno dei comandanti della Brigata, il luogotenente Odicho, incaricato dell’addestramento. Secondo il Movimento democratico assiro, uno dei partiti politici della regione, già duemila uomini si sono presentati come volontari per combattere l’Isis, responsabile di molte violenze nei confronti della minoranza cristiana. I curdi stanno addestrando alcuni battaglioni cristiani e yazidi arruolando profughi fuggiti in Kirdistan dopo l’offensiva estiva dello stato Islamico.





Per rafforzare i ranghi e migliorare l’equipaggiamento delle milizie cristiane una delegazione di assiri iracheni si è recata in Libano a chiedere aiuto alle Forze Libanesi (FL), la principale milizia cristiana che ha combattuto nella guerra civile nel paese, fra il 1975 e il 1990. Samir Geagea, leader delle FL, ha fatto sapere che il suo partito è pronto a “sostenere tutte le decisioni che prenderanno i cristiani in Iraq”. La creazione di “brigate” cristiane in Iraq ricorda da vicino l’ingaggio degli assiri in Siria, dove si battono tuttora insieme al partito dei curdi siriani impegnato in queste settimane a difendere la regione curda del nord est dall’attacco delle forze del Califfato.

con fonte AFP
Foto: Assiryanvoice

27 settembre 2014
di Redazione/ http://www.analisidifesa.it 

Matteo Renzi a New York così come l'ha capito un americano - scherziamoci su...



Presidential $WAG. Foto via Flickr.


In questi giorni il premier Matteo Renzi è in visita ufficiale negli Stati Uniti. Finora il viaggio—tra selfie, tweet, Google Glass, incontri con i big della Silicon Valley e propaganda assortita—è andato abbastanza bene. Questo almeno fino a ieri, quando Renzi ha di nuovo parlato in inglese in pubblico, per quasi un’ora filata.
L'ultima volta era successo in occasione di Digital Venice, di fronte a una platea tutto sommato piccola e relativamente local; in quell'ormai famoso discorso, Renzi è riuscito a guadagnarsi un posto d'onore nell'olimpo dei politici italiani che parlano un inglese di merda; non tanto per la qualità del suo inglese—imbarazzante, ma comunque migliore di quella di molti altri politici—quanto per il fatto che mentre i suoi colleghi si sono sempre limitati a pronunciare singole frasi in lingue a loro semi-sconosciute, lui è andato avanti per mezz'ora.
Dopo quell'occasione speravamo che un simile, estenuante corpo a corpo con l'inglese non si sarebbe più ripetuto. Invece non solo Renzi è tornato a fare lunghi discorsi in inglese in pubblico, ma lo ha fatto al Council on Foreign Relations, uno dei più potenti think tank di politica estera del mondo occidentale, davanti a una platea di americani e potenziali investitori internazionali.

Renzi ha anche provato a buttarla sull'autoironia, scherzando sul fatto che "il mio inglese è terribile" e chiedendo di mettere "i sottotitoli." Ma questo ovviamente non ha cambiato il risultato finale.
Dato che ormai abbiamo capito che non sarà l’ultima volta, abbiamo quindi deciso di inaugurare una rubrica per seguire le incursioni dell’ex Rottamatore nell’idioma di Albione. Qui di seguito, come la volta scorsa, abbiamo selezionato per voi i dieci Renzi’s Megic Momens del discorso di ieri.





1) La forma culo del mio futuro (5:39 - 7:47)
Il primo telefono era un telefono italiano, fu creato da Antonio Meucci, Antonio Meucci lavorava al Teatro La Pergola a Firenze e lui decise di inventare urca strumento. Ma lui perse, perse l'opportunità di copyright per l'assenza di denaro. È Assad storia, ma forse può essere anche possibilità per il futuro in Italia, noi abbiamo buone idee, e non siamo capaci di realizzare, perché?
Perché amiamo il nostro presente, nonostante la situazione avere economica, risultati o i numeri di disoccupanti, e i più vecchi mmmmh risultati per esempio GDP. Noi avremo, di nostra pa, il nostro presente, perché il presente è un presente di qualità di vita, diii buone esperienze, innn ogni ripieno, in ogni raccoglitore, in ogni vacanza, vino, ovviamente macchine, ewweah, Sergio Marchionne qui è non solo cibo e vino.
Ma la sfida per il mio governo è amore il nostro futuro, io sono prendere forma culo del mio futuro, io penso la più importante esperienza per l'Italia sarà domani, non ieri. Hhhhh questo è un programma molto ambizioso, mmmagari qualcuno potrebbe pensare "IL NUOVO PRIMO MINISTRO IN ITALIA É UFFICIALMENTE PAZZO." Lo so, questa potrebbe essere una reazione, ma questo è il programma del nostro governo. Cambiare fuori-stessi per tornare indietro di essere Italia. Tornare indietro di essere Italia significa alcune cose, propenso-al-fisting cambiare una politica maniera in Europa, ma dopo cambiare noi stesso in una tradizionale problemi della nostra nazione.





2) Dopo i Mondiali non discutiamo più del bocchinaro (7:49 - 8:40)
Con la lista dei problema, la differenza noi non siamo interessati a la lista dei problema noi dobbiamo assolutamente di impegnarci pe-per provare soluzione e questa è la motivazione per la strega per la prima volta dopo 9059 un partito in Italia ottiene cinquanta-quarantuno percento voti nelle elezioni. È la prima volta dopo 57 anni 56 anni, e il nostro partito è il partito più con l'incredibile risultato in Europa. Di più votato in Europa, più del partito di Angela Merkel, questo ovviamente per italiano è una molto importante ragione di orgoglio, più o meno nel coglione (bocchinaro), calcio, partita, anche se dopo questi campionati mondiali non discutiamo più del coglione (bocchinaro)

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3) Le pinte della disoccupazione (8:43 - 9:30)
Amiamo molto il baseball, mmm cricket, quindi cos'è il carbone del nostro governo e poi penso possiamo cominciare con le domande e le domande. Io penso la prima penso è cambiare mercato del lavoro in Italia. Perché mercato in Italia è fottuto noi in passato, negli ultimi cinque anni l'Italia ha perso più o meno cinque pinte nel posizionamento dei disoccupati risultati, ora siamo 12.6, non tre-tredici, 0.4 è molto importante, ma ovviamente è scherzando, ma la domanda è seria, significa molte persone senza prospettive, senza futuro.





4) Salvare il climax (9:33 - 10:00)
E noi non ehm siamo rivoluzione in Italia, nonostante il livello di disoccupazione, perché c'è uno Stato di guerra concentrato su famiglie, con forse incredibile per persone americane, e anche per persone italiane che vivono in America, ma è l'unica ragione di salvare in questo momento il il il il il climax.





5) L'ascesa della zuppa (10:23 - 11:19)
Ora per scelta di uomo di lavorare in grande azienda come Fiat-Chrysler o al Lidl, una squadra di Lidl di due persone, che lavorano in una produzione artigiana in eeehm una città storica. Il primo problema è combattere un gioco stato pubblico e pubblica amministrazione, quindi raggio il numero di problemi dallo stato, dare libertà. Dai semplicemente la possibilità di provare e anche dare il messaggio, il perso appartengono in una esperienza di ehm vita, perché in Italia di solito se tu perso, se tu fallisci, sei finito, ero davvero ascesa della zuppa l'ultima volta in cui ho visitato la Silicon Valley, e East Coast in Boston e università di Boston, quando gli startuppers spiegarono a me, qui se hai la possibilità di tornare dopo un fallimento, sei di più forte, più forte.





6) La rivoluzione radicale dell'urca (17:26 - 18:45)
Un'idea, un'idea di mmm amministrazione politica capace di dare il messaggio, il futuro è italiano, il futuro non è solo americano, cinese e ma per voi è impossibile l'Italia è il paese del presente e il paese del passato. NO. Per me no. La mia sfida è cambiare urca urca visione, urca atteggiamento, urca significa una rivoluzione radicale, non una rivoluzione del Simply, nella mentis formale, nella mentalità, di politici in Italia. Urca significa un'incredibile rivoluzione e non la rivoluzione del Simply, e anche nel raccontare la storia di Italia. Nel raccontare la storia d'Italia, ma questo significa anche una sfida incredibile con cittadini.
Quando ho conosciuto la Yang startup ed erano scienziati Yeng nella Silicon Valley, il mio discorso era che io non chiedo a voi torna indietro, per me non è importante se tu tornare indietro, tu sei un cittadino del mondo, è il sistema tradizionale della mentalità italiana. AAAAhhhh ci sono persone che sono fuori dagli USA, ok tu stai negli USA. Buono. Ma valore creare per la nostra nazione, crea opportunità per ogni pensa in giro per il mondo. La sessualità italiana in passato, di restare sul bordo, difendersi, ma diamo la possibilità di sopra e saltare, in giro per il mondo.





7) Lasciatemi parlare d'acciaio (31:16 - 33:28)
Bandiera Italiana sull'aereo va bene, bandiera italiana allo stadio va bene, ma non sono interessato sul passaporto dell'imprenditore, io interessante in progetto visione, che lui investire in alta qualità Italia. Noi siamo il numero cinque, come nazione in turismo e noi perso molte opportunità, perché noi siamo i primi 25 anni fa. È impossibile noi abbiamo una azienda di aerei che fallisce, quindi noi siamo aperti agli investitori per Alitalia, per esempio il sidjekfhsk, com se disc ehm ehm ehm, steel, acciaio, si steel ok, e siderurgia come si dice? Steel, steel ok, ahaha. Ok acciaio significa acciaio, ma siderurgia significa acciaio, ok. Lasciatemi parlare di acciaio, c'è un ehmmm fff fil rouge, collegamento molto importante tra Genova, Piombino, Terni e Taranto.





8) No vincitori nelle notti elettive (36:07 - 38:05)
E nella notte elettiva hai i vincitore, più o meno, solo 2000, eh voi sorridete per 2000, per noi tutti i giorni è 2000. No no è corretto. Se sei malato e ami la politica italiana, guardi la tv dopo le elezioni e tutti dico: io vincitore. Io no vincitore, ma sono arrivato primo, non sono arrivato primo ma sono contento di questo risultato. Nessuno leggi in Italia. È una buona strategia per l'essere umano, ma per istituzioni politiche questo è impossibile, quindi.





9) Strappare il nastro adesivo della burocrazia (39:00 - 40:24)
Le persone vivevano in questa città [Firenze] solamente perché era educati a cambiare, questa è la ragione per il successo degli Stati uniti, in alcune aree, in molte aree. La relazione tra una grande educazione e l'abilità di investire nel futuro, questa è la ragione per della quale le persone cambiano. Quindi io ho molte bacchette da fare dopo questo viaggio, ad esempio cambiare la la la la la mentalità dei sovrintendenti alla cultura in Italia. In Italia c'è un'idea di cultura fanciullo all'Italia. Quindi in altri modi io penso che l'Italia non è un prodotto da presentare agli investitori, l'Italia è eh uh una bellissimo pezzo unico, circondato da problemi, circondato da nastro adesivo di burocrazia da strappare, circondato da incapacità per guidare una gestione politica, perché questo è un problema e io decido che ottengo un consenso incredibile, molto incredibile anche per me, sono sorpreso nella notte delle elezioni.





10) Elfi e asili nido attorno al paese (49:46 ­ 51:40)
Solo una data perché io parlo solo di emozione e io shsj due date, Italia si impegna ad arrivare nel 2020 come lacrima33% nei, come si dice asili nido, kindergarden, asili nido, asili nido per peeer, mmmm, attorno al paese. Ora i mmm principali città sono più di 50%, o meno di 50% u u un buon risultato.
Al sud il livello è 12-13-15%, questo è un problema, a partire dall'asilo, continuare con lo stesso salar, stesso stipendio, per esempio sistema giudiziario, ora noi in Italia per diventare giudice con un corso, con una gara pubblica, l'elfo dei vincitori sono donne ora, più dell'elfo, ma nella prima linea del governo, nella prima mmm linea di gestione il numero di donne non sono gli elfi, uno su sei.

Con il contributo di Leonardo Bianchi, Lara Green e Alice Rossi. 

25 settembre 2014
fonte_ http://www.vice.com

Un milione e mezzo al mese per i rom


 

SALASSO CAPITALE

8 mila persone, 18 campi nomadi, 11 cooperative sociali. Quest’anno il Campidoglio ha già speso 13 milioni. Nel 2013 sono stati 24.

«I Parioli non si toccano. L’idea di Marino è folle»


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Mancano ancora tre mesi alla fine del 2014, e il Dipartimento Servizi Sociali del Comune di Roma ha già speso 12,7 milioni di euro per la gestione delle quasi 8000 persone di etnia rom presenti sul territorio cittadino. Parliamo di più di 4 milioni di euro a trimestre, per un accumulo di spese che di questo passo andranno inevitabilmente a sforare i 14 milioni di euro contemplati dal Bilancio di previsione, approvato prima dell’estate. Costi che continuano a crescere, e che non tengono conto di altre variabili non riferibili ai Servizi Sociali, che ad esempio nel 2013 ha fatto lievitare la cifre complessiva fino a quota 24 milioni. Otto campi "ufficiali" attrezzati, altri 10 tollerati. E poi opere di bonifica dopo gli sgomberi, ma anche di gestione delle persone che vengono trasferiti da una parte all’altra della città senza alcuna ipotesi gestionale oltre quella della perenne emergenza.
Tra le voci di spesa più ingenti, c’è sicuramente quella relativa al compenso per le 11 cooperative coinvolte nella gestione dei campi. Parliamo di Alberto Bastiani, Arcisolidarietà, San Saturnino, Tailorsan, Isola Verde, Domus Caritatis, InOpera, Bottega Solidale, Opera Nomadi, Ati Eriches e Casa della Solidarietà. Solo per queste organizzazioni, ad oggi, è stato accantonato un fondo pari a 2,9 milioni di euro: dovrebbero occuparsi di assistenza ma anche di progetti di integrazione lavorativa e culturale, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Più o meno la stessa cifra, poi, è stata messa da parte per pagare la gestione viva dei villaggi, ben 3,2 milioni di euro, soldi che passano comunque per le tasche delle cooperative affinché queste provvedano alle spese per i loro progetti.


Ai cittadini romani, poi, farà anche piacere sapere che il loro Comune sta ancora sostenendo costi piuttosto alti per l’assistenza delle famiglie rom che risiedevano nei campi Casilino 700 e Casilino 900: ben 448mila euro in 9 mesi, nonostante l’operazione sia avvenuta nel 2009, ormai 5 anni fa. Ma, in generale, lo sgombero di un campo rappresenta un costo addirittura doppio per l’Amministrazione. Ci sono infatti le spese dell’atto di bonifica in sé, ma poi queste persone vanno gestite: bisogna accoglierle in altri campi o in altre strutture, gli va fatto spazio, hanno bisogno di servizi e quant’altro, o in alcuni casi vanno anche fittati dei locali ex novo. Così, in generale, quest’anno la gestione post-sgomberi è costata quasi 200mila euro.
Un capitolo a parte lo merita l’impianto di via Visso, definito "Best House Rom". Qui nel corso dei mesi sono finiti i rom spostati temporaneamente dal campo de La Cesarina e quelli sgomberati da via del Baiardo. Si tratta di una struttura che somiglia più a un lager, con filo spinato e coprifuoco notturno: 320 persone stipate in 1800 metri quadri (e 24 bagni) a costi allucinanti per il Comune. Già, perché quest’anno sono già stati spesi 2,3 milioni di euro e si viaggia sui 6.000 euro al giorno.
Ci sono poi altri tipi di servizi per cui il Campidoglio ha sostenuto costi importanti. Si pensi, ad esempio, al trasporto scolastico, per il momento fermo a 112mila euro, ma anche la manutenzione dei depuratori, costata poco più di 200mila euro. Oltre ai soldi dati cash alle cooperative, poi, altro denaro è stato destinato a progetti particolare: quello relativo all’accoglienza e all’inclusione sociale, per i quali sono stati pagati 390mila euro, ma anche un servizio di sportello sociale, aperto solo in alcuni campi (ma a cosa serve se è pieno di personale delle cooperative?) costato in totale 72mila euro. Inoltre, quasi 200mila euro di fornitura pasti, mentre la raccolta dei rifiuti è costata fin qui alla municipalizzata Ama poco meno di 1 milione di euro.


Ovviamente, va detto, i campi rom sono tutto tranne che un posto di villeggiatura. Dunque, succede siano soggetti anche alla violenza del maltempo. Così in questo anno un po’ sfortunato dal punto di vista meteorologico, il Comune di Roma è stato costretto anche a versare 274mila euro per l’"emergenza alluvioni", che si vanno a sommare ai 323mila euro di manutenzione ordinaria.
Infine, capita che i "villaggi per la solidarietà" vengano realizzati su terreni non di proprietà del Comune. Che in alcuni casi li acquista, come avvenne (a caro prezzo) con il campo di Castel Romano, ma in altri paga un affitto. Iscritto nel conto dei Servizi Sociali, c’è l’importo che il Campidoglio versa nelle casse della Congregazione Evangelizzazione dei Popoli, una delle nove congregazioni della Curia Romana, pari (ad oggi) a 66mila euro.

Vincenzo Bisbiglia - 27 settembre 2014
fonte: http://www.iltempo.it

26/09/14

Pirateria somala: retroscena rilascio giornalista Michael Scott Moore




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Il rilascio del giornalista-scrittore Michael Scott Moore sembra sia stato seguito da un violento conflitto a fuoco. Lo scontro sembra sia avvenuto lo scorso giovedì. Quindi dopo la fase di rilascio del reporter con doppia nazionalità, tedesca e americana. Sembra che sia scoppiata una sparatoria tra gli stessi componenti della gang del mare che tratteneva il reporter in ostaggio. I pirati somali si sarebbero sparati a vicenda mentre era in corso la spartizione del ‘bottino’. Scott Moore era nelle loro mani dal gennaio del 2012 quando era stato rapito nei pressi di Galkayo in Somalia. Da allora i suoi sequestratori erano in attesa che venisse pagato, per fargli riottenere la libertà, un riscatto milionario. La lunga attesa deve averli innervositi molto. Lo fa pensare il fatto che forse sono all’origine della sparatoria proprio divergenze di opinione in merito alla spartizione del riscatto pagato. Per il reporter sarebbero stati, infatti pagati 1,5 mln di dollari a fronte di una richiesta iniziale di 20 mln di dollari. Quindi di certo, qualcuno della gang si era fatto i conti in un modo e poi, si è ritrovato con un bottino più misero di quello che si aspettava. 


E facile credere, in quanto in molte altre occasioni è già capitato, che nel momento dello ‘spartere’ i soldi del riscatto a qualcuno non sia andato a genio come siano stati ripartiti gli 1,5 mln di dollari fra i componenti della gang. A qualcuno, forse già innervosito dal fatto che si sono dovuti accontentare del forte ribasso, e probabilmente già erano scoppiati dei diverbi tra loro in merito, nel momento di fare le parti devono essergli saltati i nervi, e così è passato a maniere più sbrigative per contestare la cosa. Una dimostrazione che possa essere andata in questo modo è il fatto che nel corso del conflitto a fuoco sarebbero rimasti uccisi almeno tre dei pirati somali, ma soprattutto sia stato ucciso anche il capo della gang, che di fatto è colui che ripartisce il bottino. La sparatoria deve essere stata molto intensa visto che oltre ai morti ci sono stati anche molti feriti. La zona dove è avvenuto lo scontro è nella parte Centro Nord del Pese del Corno D’Africa, proprio nei pressi della città di Galkayo dove probabilmente i predoni somali avevano il loro covo e dove nel 2012 rapirono Scott Moore.


Ferdinando Pelliccia - 26 settembre 2014
fonte: http://www.liberoreporter.it

Pirateria somala: è finita la prigionia del giornalista-scrittore Michael Scott Moore




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I pirati somali che trattenevano prigioniero il giornalista scrittore Michael Scott Moore lo hanno rilasciato. L’uomo venne catturato il 18 gennaio del 2012 a Galkayo mentre si trovava in Somalia per raccogliere materiale per un libro sulla pirateria somala grazie a fondi raccolti tramite la rivista, The Atlantic  che tratta di pirateria marittima.  Con molta probabilità era trattenuto nella regione di Hobyo. Il suo rilascio sembra sia stato ottenuto grazie alla mediazione di saggi locali. Anche se non ci sono conferme su un eventuale riscatto pagato per ottenere il suo rilascio la gang del mare che lo teneva  prigioniero a terra in un luogo nascosto aveva chiesto un riscatto milionario, 20 mln di dollari. Denaro che difficilmente sembra possibile che i banditi somali possono averci rinunciato. E’ questo lo scopo unico della loro attività criminale ottenere denaro in cambio del rilascio degli ostaggi.  Gli Stati Uniti però, si sono sempre dimostrati contrari a pagare un riscatto. Questo, a differenza di altri Paesi come Italia, Spagna che invece, hanno pagato, in più occasioni, ai pirati somali riscatti milionari per ottenere il rilascio di loro concittadini rapiti. 


Però, Moore aveva anche la cittadinanza tedesca e in Somalia era entrato con il passaporto tedesco. Infatti, sembra che delle trattative per il suo rilascio si siano occupati funzionari tedeschi anche se coadiuvati da colleghi statunitensi. Il giornalista, lavorava per il società editrice tedesca, Spiegel Media Company. Nel corso della sua prigionia i carcerieri hanno diffuso diverse volte sue foto e video. Di recente i carcerieri del giornalista avevano diffuso come prova in vita del reporter, un video, dopo le voci circolanti di una sua possibile morte e avevano anche sollecitato il pagamento di un riscatto altrimenti avevano minacciato di venderlo ai miliziani filo al Qaeda degli al Shabaab. La prigionia è un vero inferno che lascia un segno indelebile nell’anima, nella mente e nel corpo di ogni ex ostaggio. In genere viene trascorsa in solitudine. Per un breve periodo però, Moore l’ha trascorsa anche in compagnia. Con lui, per quasi un anno, due ostaggi di nazionalità delle Seychelles catturati dai pirati somali e trattenuti fino a quando, per il loro rilascio, è stato pagato il riscatto richiesto, almeno 2 mln di dollari. Dopo il rilascio Scott Moore è apparso molto provato da tutti questi mesi di prigionia. Ora si trova nella capitale somala, Mogadiscio in attesa di rientrare in Patria e poter riabbracciare i suoi cari.

Ferdinando Pelliccia - 24 settembre 2014
fonte: http://www.liberoreporter.it

Così la Sicilia sta diventando un emirato

 







«Con del denaro in tasca si è a casa propria dappertutto», scriveva Daniel Defoe nel celebre romanzo Moll Flanders. Questa affermazione si addice perfettamente all’operato del Qatar in Europa in generale, e nel nostro paese in particolare e, in modo ancora più specifico, in Sicilia.

Lo scorso giugno l’emiro Ali bin Thamer al-Thani ha visitato la Sicilia, tra cui città come Ragusa e Palermo, ha incontrato autorità locali, rappresentanti di aziende, il presidente della Confindustria siciliana in vista di Brand Italy, la più grande esposizione di prodotti italiani realizzata in Medio Oriente che si terrà a Doha dal 10 al 12 novembre prossimi. A margine della visita l’emiro ha dichiarato: «Stiamo investendo molto in Italia, abbiamo acquistato, come ben sapete, Valentino, una catena di alberghi di lusso, abbiamo comprato l'ospedale di Olbia. Ci sono parecchi investimenti previsti in Italia e il nostro interesse è investire sempre di più».

Tuttavia, l’interesse per la Sicilia da parte del piccolo, ma estremamente ricco, emirato del Golfo, non rappresenta una novità e non si limita alle attività commerciali e di import del brand italiano. D’altronde la Sicilia nell’immaginario islamico, e in modo particolare dell’estremismo islamico, occupa un posto di rilievo, secondo solo all’Andalusia. Yusuf al-Qaradawi, teologo di riferimento dei Fratelli musulmani residente in Qatar, ha affermato quanto segue: «L’islam ritornerà in Europa come conquistatore e vincitore, dopo esserne stato espulso – prima a Sud, dall’Andalusia (Spagna 1492) e una seconda volta da Oriente, quando ha bussato molte volte alle porte di Atene. […] Ritengo che la conquista questa volta non sarà con la spada, ma attraverso la predicazione e l’ideologia».

In questo progetto globale di riconquista, la conquista di Roma, cui accenna anche un hadith, ovvero dell’Italia è chiave. La Sicilia per il valore simbolico del proprio passato islamico e come luogo di approdo e di transito dei musulmani di vari paesi è di fatto ideale per diffondere sia ideologia che predicazione.


Già nel 2012 Vittorio Sgarbi, allora sindaco di Salemi, aveva annunciato un accordo con il Qatar per la costruzione di una moschea. Nel gennaio 2012 Sgarbi aveva partecipato alla XIX edizione del Premio Sicilia, tenutasi a Modica, accompagnato da Yusuf ibn Ahmad al-Kawari presidente esecutivo dell’associazione Qatar Charity Foundation. Nel gennaio 2013 lo stesso Premio Sicilia, tenutosi a Messina, conferiva il premio “Uomini e Società” proprio alla Qatar Charity nella veste di al-Kawari.

In quell’occasione l’organizzazione qatarina ha emesso un eloquente comunicato stampa in cui si legge: «La Qatar Charity sta realizzando un numero di progetti importanti in Sicilia con un investimento di circa 11 milioni di riyal [circa 2.355.430 Euro]. Siffatti progetti riguardano i seguenti centri islamici: centro islamico di Ispica con un investimento di 1.200.000 di riyal [circa 256.956 euro], il centro islamico di Catania con un investimento di 2 milioni di riyal [circa 428.260 euro], il centro islamico di Messina con un investimento di 4.105.000 riyal [circa 879.003 euro] e il centro islamico di Comiso con un investimento di 3.782.000 riyal [circa 809.839 euro]».

Il comunicato annuncia altresì che «la Qatar Charity si sta attivando per finanziare sette altri centri islamici con circa 17milioni di riyal [circa 3.640.000.210 euro] in alcune città italiane ovverosia: Mazara del Vallo, Palermo, Modica, Barcellona, Donnalucata, Scicli e Vittoria».

Quindi al 30 gennaio 2013, data in cui è stato pubblicato il comunicato, l’investimento complessivo della Qatar Charity previsto per la Sicilia ammontava a circa 6 milioni di euro.


L’investimento italiano della Qatar Charity riguarda anche altri centri islamici tra cui quello di Colle Val d'Elsa, dove ha affiancato la Fondazione Monte dei Paschi di Siena, alla cui inaugurazione ufficiale, nell’ottobre 2013, ha partecipato al-Kawari. Sempre nell’ottobre 2013 all’inaugurazione del Centro islamico di Ravenna ha partecipato Mohammed Ali al-Ghamidi, direttore esecutivo Dipartimento Sviluppo Internazionale della Qatar Charity. Infine nel novembre 2013 il presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, in un’intervista pubblicata sul sito della televisione satellitare Al Jazeera, con sede in Qatar, ha chiesto «al Qatar di contribuire alla fondazione di un centro culturale islamico per accogliere i rifugiati che giungono all’isola di Lampedusa».

Ebbene è risaputo che lo Stato del Qatar, organizzazioni, nonché singoli cittadini  qatarini sono stati tra i principali finanziatori e sostenitori del movimento dei Fratelli musulmani, in modo particolare in Occidente. Uno dei metodi privilegiati è, proprio come nel caso italiano, il finanziamento totale o parziale di moschee o centri islamici, delegando poi la gestione ai rappresentanti locali di organizzazioni collegate direttamente o ideologicamente con la rete dei Fratelli musulmani. I casi più recenti riguardano Copenhagen, con un finanziamento dell’ex emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani di circa 27.400.000 dollari, e Barcellona in Spagna, dove il Qatar, che è tra l’altro lo sponsor della squadra locale, avrebbe offerto circa 2.200.000 euro per acquistare la storica Plaza de Toros e trasformarla in una moschea.

Nel contesto degli investimenti qatarini in Occidente, un ruolo particolare hanno le associazioni caritatevoli che, come è stato più volte rilevato, sono spesso lo strumento con cui l’emirato, al pari di altri Stati del Golfo, finanzia la rete dei Fratelli musulmani.
Tra queste associazioni v’è la Qatar Charity che tanto sta investendo in Europa e nel nostro paese. Già nel 2002 Abdel-Rahman Ghandour nel saggio Jihad humanitaire. Enquête sur les ONG islamiques (Flammarion, Parigi 2002, 138) inseriva la QC tra le ONG islamiche finanziate prevalentemente da fondi istituzionali.


L’interesse sempre maggiore nei confronti del Vecchio continente è confermato dalla apertura, lo scorso giugno, di una sede a Londra (Qatar Charity UK) preposta a sovrintendere e a seguire «lo sviluppo di progetti sia in Gran Bretagna che in altri paesi europei dove la QC ha stabilito centri islamici, scuole e istituti in paesi come la Francia e l’Italia, unitamente a progetti e programmi in paesi europei come la Bosnia, il Kosovo e l’Albania».

Ebbene, la Qatar Charity gode di una reputazione definibile contradditoria per quanto concerne i suoi rapporti, diretti o indiretti, con l’estremismo islamico.

Nel gennaio 2009 la NEFA Foundation pubblicava lo studio di Steve Marley “The Union of Good: A Global Muslim Brotherhood Hamas Fundraising Network”. L’Unione del Bene (in arabo Ittilaf al-khayr), riferisce il rapporto, è una coalizione di organizzazioni caritative islamiche  che «provvede sostegno finanziario sia alla infrastruttura ‘sociale’ di Hamas sia alle sue attività terroristiche. È presieduta dal leader della Fratellanza musulmana globale Yusuf Qaradawi e maggior parte dei garanti e delle organizzazioni membri sono associati ai Fratelli musulmani». Nel 2002 l’Unione del bene è stata messa al bando in Israele, nel 2008 è stata definita negli Stati Uniti come «un’organizzazione creata dalla leadership di Hamas per finanziare le proprie attività terroristiche».

La relazione tra Qatar e Unione del Bene è siglata non solo dalla figura di Yusuf Qaradawi, leader spirituale dei Fratelli musulmani e presidente del Consiglio Europeo della Fatwa e la Ricerca con base a Dublino, che vive e opera da anni da Doha, ma anche dalla presenza tra le organizzazioni caritatevoli appartenenti alla galassia dell’Unione del Bene della Sheikh Eid Bin Muhamad Al-Thani Charity Association sia della Qatar Charity (vedasi Appendice 4 del rapporto NEFA).


Nel febbraio 2013 Foreign Policy pubblica un articolo a firma di Daveed Gartenstein-Ross e Aaron Y. Zelin sulle organizzazioni caritative islamiche dove si legge: «È noto che la Qatar Charity ha operato nel Mali del Nord quando è stato invaso dai gruppi islamisti, compreso l’affiliato di Al Qaeda in Nord Africa. Questi jihadisti erano non solo ben armati, ma anche ben finanziati. […] Maliweb, una fonte indipendente di informazione sul Mali con base negli Stati Uniti, ha accusato la Qatar Charity di essere uno dei principali finanziatori dei ‘terroristi in Mali’. Anche se la Qatar Charity ha i propri difensori, il focus dei suoi sforzi umanitari e il modo in cui questi coincidevano con i tentativi degli islamisti per sostenere l’economia forniscono motivi per nutrire sospetti».

Una reazione è giunta da Suraj K. Sazawal sul sito del Charity and Society Network che accusa Gartenstein-Ross e Zelin di avere addotto nel caso della Qatar Charity «scarse prove di appoggio per sostenere le proprie affermazioni” e conclude sostenendo che, al contrario, “le organizzazioni caritative svolgono un ruolo prezioso nell’affrontare il terrorismo alla radice». Nel giugno 2014 Stand for Peace pubblica un elenco di organizzazioni caritative britanniche collegate al fronte delle organizzazioni legate a Hamas e ancora una volta compare la Qatar Charity unitamente a Interpal, la Lega islamica mondiale e l’Assemblea Mondiale della Gioventù islamica (WAMY).

Ritornando al Qatar è noto che, a partire dalla scoperta del gas nel proprio sottosuolo, è uno dei paesi più ricchi al mondo con i suoi 102.700 dollari di PIL pro capite. Non solo, il Qatar ha altresì un rapporto schizofrenico con l’Occidente. La base militare americana di Al Udeid è una delle più importanti dell’area. Il Qatar è stato anche fondamentale nel convincere i paesi della Lega araba e del Consiglio di Cooperazione del Golfo a intervenire in Libia a fianco dei ribelli. Quindi si potrebbe azzardare la conclusione che si tratti di un paese filo-occidentale, dal punto di vista politico.

Tuttavia altre posizioni e altre politiche della penisola che si affaccia sul Golfo persico ci porterebbero in direzione opposta. Il Qatar ospita dal 1996 la sede di Al Jazeera, la televisione satellitare araba più famosa, nota per la sua spiccata tendenza anti-occidentale in generale, anti-americana in particolare. Dal 1961 il Qatar ha ospitato, con tutti gli onori, Yusuf Qaradawi, il leader spirituale dei Fratelli musulmani, che non solo predicava ogni venerdì nella moschea di Doha, ma che è assurto alla fama mondiale grazie agli schermi di Al Jazeera con la trasmissione “La sharia e la vita”, e che è un sostenitore degli attentati suicidi in Israele e in Iraq ai tempi dell’intervento americano. Anche il leader di Hamas Khaled Meshaal risiede in Qatar.


Nel 2012 l’emirato lancia Research Center for Islamic Legislation and Ethics (CILE) sotto l’egida della moglie dell’emiro, l’affascinante shaykha Mozah. I nominativi dei partecipanti alla cerimonia inaugurale aiutano a tessere tutte le fila di quanto affermato sinora. Primo fra tutti il direttore del Centro Tariq Ramadan, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani Hasan al-Banna, il cui intervento è stato seguito da quello del suo maestro spirituale Yusuf Qaradawi, presentato come presidente dell’Unione Mondiale degli ulema (IUMS). Presente anche Mustafa Ceric, Gran Mufti di Bosnia e membro del Centro Europeo per la Fatwa e la Ricerca con sede a Dublino, presieduto sempre da Qaradawi.

Di recente il Qatar ha chiesto ad alcuni membri dei Fratelli musulmani di abbandonare  il paese. Quello che poteva essere un segnale incoraggiante nella direzione di una presa di distanza dal movimento fondato da Hasan al-Banna, sembra essere il risultato di un patteggiamento tra i paesi del Golfo che vedono l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti in prima fila nella lotta contro la Fratellanza. D’altronde Yusuf al-Qaradawi, nonostante qualche attrito in passato con l’emiro, continua ad agire nell’emirato così come il Centro di ricerca diretto da Tariq Ramadan.

Lo scorso gennaio Mostafa El Ayoubi dalle pagine di Nigrizia non solo ha denunciato la visione arcaica e approssimativa della religione islamica diffusa dal Qatar che «considera il dialogo interreligioso come uno strumento di proselitismo e di conversione», ma ha ricordato altresì che «nel “filantropo” Qatar, milioni di immigrati sono trattati come degli schiavi. Ad oggi sono morti decine di immigrati utilizzati nella costruzione degli impianti per i mondiali del 2022. E il razzismo nei confronti dei lavoratori immigrati dovrebbe far riflettere molto i musulmani in Europa – in gran parte di origine immigrata – sull’insidiosa carità dei principi qatarioti».

Il doppio filo che lega il Qatar al movimento dei Fratelli musulmani in Occidente, ma anche la mancanza di rispetto dei diritti umani, soprattutto nei confronti dei lavoratori immigrati, nell’emirato dovrebbe fare riflettere chi accetta l’intervento massiccio di fondi provenienti sia dal governo qatarino che dalla Qatar Charity ad esso connessa. Concordo appieno con El Ayoubi quando scrive che «è meglio una sala di preghiera piccola e dignitosa di una sontuosa moschea costruita con il contributo di uomini (ricchi) che ancora oggi schiavizzano i loro simili!» e che hanno una concezione per lo meno ambigua della nozione di terrorismo.

di Valentina Colombo22-09-2014
fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-cosi-la-sicilia-sta-diventando-un-emirato-10385.htm

Giorgio Napolitano e quella paura di essere indagato







trattativa Stato-mafia


La nota diramata dal Quirinale non appena è arrivata la comunicazione formale che Giorgio Napolitano sarebbe stato chiamato a testimoniare, ha tono di grande pacatezza e serenità. "Prendo atto dell'odierna ordinanza della Corte d'assise di Palermo. Non ho nessuna difficoltà a rendere testimonianza secondo modalità da definire, sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso". Ma al di là della forma, la sostanza - stando a quanto riferisce il Fatto Quotidiano - è che al Colle tira una brutta aria. Dalle indiscrezioni che trapelano da ambienti quirinalizi, il più grande timore riguarda la tenuta fisica del Presidente della Repubblica. E poi c'è la paura che il Presidente della Repubblica cominci a parlare da testimone e ne esca indagato. Sa far scattare il sospetto quella frase della Corte di Palermo che nell'ordinanza scrive: "La differenza la possono fare le domande non tanto quello che il teste crede di sapere".
Riforma della giustizia - A molti il discorso di Napolitano durante  la cerimonia di "commiato dei componenti il Csm uscenti e di presentazione dei nuovi consiglieri" è sembrato una risposta alla decisione dei giudici di Appello. Re Giorgio ha sottolineato la necessità di una riforma della giustizia e poi, come scrive il Fatto "a completare il quadro dei segnali inviati sono le dure critiche al funzionamento del Csm, alla "logiche spartitorie", al correntismo politico-giudiziario delle toghe". L'intenzione idi Napolitano sarebbe anche quella di lasciare e l'interventismo di Napolitano deve essere letta proprio in questa chiave: c'è la voglia di accelerare alcuni dossier decisivi per poi lasciare all'inziio dell'anno

26 settembre 2014
fonte: http://www.liberoquotidiano.it

ROMA -Marino trasforma i rifugiati in pariolini


 

RECORD DI CAMPI NOMADI,  QUARTIERI A LUCI ROSSE ALL'EUR, PROPOSTA DI ADOTTARE UN IMMIGRATO  PER 900 EURO AL MESE -  MOLTO PIU' DI UNA PENSIONE SOCIALE CONCESSA A UN'ITALIANO, E QUANDO TANTE FAMIGLIE DEVONO SUPERARE MILLE OSTACOLI PER UNA NORMALE ADOZIONE - 
VAI MARINO....COME TE NESSUNO

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 CAPITALE ALLO SBANDO

E in Sicilia arrivano 200 immigrati con la scabbia. La polizia costretta a farli salire sulle volanti

 

SALUTE, ROMA CAPITALE E FIMMG INSIEME PER QUALIT� VITA CITTADINI - FOTO 5

Alfano affossa i sogni di Marino. Il primo cittadino della Capitale sperava che il Viminale pagasse i romani per accogliere gli immigrati a casa loro in cambio di 30 euro al giorno. Il ministro dell’Interno è stato esplicito: «Vorrei essere chiaro senza polemiche con il sindaco di Roma: il ministero dell’Interno non tirerà fuori un euro per questo. Ogni ipotesi di lavoro che mi dovesse essere presentata in questo senso, da chiunque provenga, sarà certamente bocciata da me». Marino, allora, rilancia, proponendo di ridistribuire in maniera più «equa» gli immigrati su tutto il territorio comunale e indica un quartiere che deve essere il primo a farsi carico della marea di rifiugiati: i Parioli.
Già, proprio così. Chi fino ad oggi è stato graziato, non potrà più stare tranquillo. Marino ha spiegato così il suo pensiero: «In questo momento nella Capitale abbiamo in totale 7.400 tra rifugiati e richiedenti asilo. Circa 500 persone sono nel Municipio di Corcolle (alla periferia est, ndr). Non possiamo pretendere che il disagio sia concentrato solo in alcuni quartieri. Ed è per questo che ho chiesto che venga ridisegnato il piano di accoglienza e di distribuzione. Ci sono quartieri che ospitano nessuno e ritengo che la distribuzione debba avvenire in maniera equa e, quindi, anche in quelle zone che non ne hanno. Penso ad esempio ai Parioli».


C’è qualcosa che, però, non torna. Ignazio Marino, infatti, aveva fatto capire che l’idea di far ospitare gli immigrati dai residenti, dietro il lauto compenso di 900 euro al mese non fosse tutta farina del suo sacco. Il sindaco, infatti, aveva fatto capire che la proposta veniva dal Viminale e di averne condiviso l’impianto con il sottosegretario Domenico Manzione. «Abbiamo pensato che oltre all’affido pediatrico, anche gli adulti possano essere affidati alle famiglie», aveva detto. Ieri, invece, Alfano ha smentito l’avallo degli Interni: «Non corrisponde nel modo più assoluto a una decisione assunta dal ministero dell’Interno né tantomeno in via di attuazione». Sconfessato da Alfano, Marino ha rispedito la palla al mittente: «Far ospitare gli immigrati dalle famiglie non è una mia proposta, bensì è stata discussa al Tavolo nazionale immigrazione e già sperimentata da tempo in alcune realtà italiane, coordinate da nove Caritas diocesane tra cui Milano, Savona e Genova».
Ciò che sorprende, in tutta questa vicenda, è il rimpallo di responsabilità tra Viminale e Campidoglio per un’idea che sembrava sicuramente "originale". Appare comunque chiaro che questa strada verrà abbandonata. Resta il fatto che la tensione sociale a Roma resta alta. 


A preoccupare, però, è anche ciò che avviene nel resto d’Italia, soprattutto in Sicilia. «A Palermo ieri sono sbarcati 700 immigrati, un terzo dei quali sospetti casi di scabbia», a denunciarlo è Gianni Ciotti, del sindacato di Polizia Sed. La situazione è ancora più pericolosa dal momento che «ad accoglierli sono gli agenti sprovvisti di mascherine, distribuite solo a medici e infermieri, nonostante i protocolli sbandierati dal ministro Alfano - continua Ciotti - Le volanti, che dovrebbero essere impiegate nei servizi di controllo del territorio, vengono invece utilizzate per accompagnare quanti arrivano all’ufficio immigrazione. Con il risultato che poi, per essere disinfettate, devono star ferme tre giorni e in Sicilia le rapine sono aumentate del 200%». L’effetto è paradossale: «In tutte le zone della Sicilia toccate dall’immigrazione, la criminalità si sovrappone al problema della mancata sicurezza, considerato che le volanti vengono distolte dai consueti servizi».

Silvia Mancinelli Dario Martini- 26 settembre 2014
fonte: http://www.iltempo.it

25/09/14

Caso Marò - Marò, arbitrato internazionale: altro che tempi brevi!






L'arbitrato internazionale spiegato da Ilaria De Napoli



“Scoraggia la lite e favorisci l’accordo ogni volta che puoi”, diceva Lincoln. Massima che sembra impossibile da applicare al caso Marò. Da più di due anni agli arresti in India, i due fucilieri ne hanno sentite e vissute di tutti i colori tra strategie e false promesse. Adesso è la volta dell’arbitrato internazionale. Ma siamo sicuri che sia lo strumento giusto? E se l’India  -come sembra- non dovesse accettare?  Come funziona questo strumento di diritto internazionale e quanto può rappresentare la chiave di volta della vicenda ce lo spiega Ilaria De Napoli, laureata in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli, con un master in studi internazionali strategico-militari presso il Centro Alti Studi per la Difesa e attuale consulente istituzionale.
Qualche mese fa sembrava aperta una nuova fase nella spinosa vicenda Marò. Ad un certo punto si è parlato dell’arbitrato internazionale come la chiave di volta della risoluzione pacifica della controversia tra Italia ed India. E’ stata una buona idea?
L’arbitrato è una delle vie percorribili per dirimere la questione dei marò detenuti in India e ancora in attesa di un giudizio da parte del tribunale nazionale  -eventualità assolutamente non auspicabile per l’Italia dal momento che avvalorerebbe la tesi indiana di unilateralità della giurisdizione su un caso che, per definizione e per tipologia di diritti lesi, invece, è internazionale.  Oggi si è saputo che la prossima udienza è fissata per il 12 dicembre 2014



Dottoressa De Napoli, cosa si intende per arbitrato?

Bisogna distinguere tra la tipologia di arbitrato prevista nella consuetudine internazionale, fondata sul consenso delle parti, e una tipologia alternativa prevista dalla Convenzione sul Diritto del Mare (UNCLOS). Infatti, premesso che questo tipo di risoluzione delle controversie può sempre essere complementare, e spesso è solo successivo, ai diversi strumenti diplomatici -forse più laschi- a disposizione degli Stati coinvolti, è bene evidenziare che tra gli strumenti di risoluzione pacifica delle liti, quali il Tribunale Internazionale per il Diritto del Mare (ITLOS), la Corte Internazionale di Giustizia (ICG) e un Tribunale Arbitrale ad hoc, la Convenzione sul Diritto del Mare –a tutti gli effetti applicabile al caso– offre un quarto strumento: un Tribunale Arbitrale istituito unilateralmente, ai sensi dell’Allegato VII, che può diventare una via obbligatoria nel caso di silenzio delle parti o di mancato accordo.

Quali sono le modalità per l’attivazione della procedura arbitrale?
La procedura arbitrale a cui si fa riferimento in quest’ultimo periodo per la risoluzione del caso Marò prenderebbe avvio sulla base di un compromesso stipulato tra le parti in lite. Quando entrambe convengano di ricorrere all’istituzione di un tribunale arbitrale ad hoc, esse provvedono poi anche alla costituzione di un collegio cui conferire la competenza specifica a dirimere la controversia sottomettendosi dunque alla conseguente pronuncia.

Ma chi sceglie i giudici/arbitri?
Salvo diversa stipulazione delle parti, nel caso di istituzione di un tribunale arbitrale ad hoc che si occupi della controversia, i membri del collegio saranno scelti da un elenco a disposizione degli Stati presso la Corte permanente di arbitrato. La lista cui si richiama è composta da persone designate dagli stessi Stati contraenti, quattro per ogni Stato (come prevede la I Convenzione dell’Aja per la risoluzione pacifica dei conflitti internazionali, 1907). Per quanto riguarda, invece, il caso del tribunale istituito sulla base dell’Allegato VII della UNCLOS, il collegio arbitrale sarà composto da 5 membri. La parte che avvia la procedura di arbitrato ha facoltà di nominare un componente, anche di propria nazionalità, dandone conoscenza alla controparte al momento della notifica dell’avvenuta decisione di intraprendere la via unilaterale. La controparte, a sua volta, ha 30 giorni per scegliere un componente di propria nazionalità. I restanti tre arbitri sono scelti di comune accordo tra le parti. Nel caso in cui non si giunga ad un accordo, la scelta dei componenti è rimandata al Presidente della Corte Internazionale del Diritto del Mare.

Le decisioni dei giudici sono vincolanti?
Il parere del collegio arbitrale è sempre subordinato al consenso preventivo delle controparti. Qualora l’India acconsentisse all’arbitrato, il ricorso a tale metodo di risoluzione implicherebbe l’impegno, a monte, ad assoggettarsi – in buona fede - alla pronuncia del collegio.

L’arbitrato internazionale è caratterizzato dalla volontà degli Stati di dirimere una controversia. Ma l’India al momento non sembra propendere per una decisione in questa direzione. E’ la solita storia del cane che si morde la coda? O c’è una via di fuga?
Questo punto è controverso. L’arbitrato è uno strumento che nasce su base consensuale delle parti in lite. Dunque, in effetti, in mancanza della reciproca volontà, non è una strada percorribile. Tuttavia, l’Allegato della Convenzione UNCLOS – quello richiamato sopra come quarto strumento di risoluzione della controversia – potrebbe proporsi come via alternativa all’arbitrato classico, sempre ove siano state esperite tutte le altre soluzioni messe a disposizione dal diritto internazionale.

A che punto è il collegio di esperti scelti dall’Italia?

L’Italia ha allestito un collegio di nove giuristi ed esperti presieduto da Sir Daniel Bethlehem, a seguito del ritiro dell’inviato del governo Staffan de Mistura lo scorso 24 aprile, contestualmente alla trasmissione di una nuova nota di apertura al dialogo il 18 aprile 2014.  Questo collegio potrebbe costituire la base di una svolta di respiro internazionale per il caso marò.  Il limite predisposto per nuove azioni in questo senso era proprio il mese di settembre, non resta che aspettare e sperare che non intervengano nuovi ritardi nella gestione della questione.   

L’arbitrato internazionale previsto dall’Allegato VII può essere applicato a questo caso?

Sì, nella risoluzione della controversie inerenti il diritto del mare, questo tipo di arbitrato trova applicazione come ultima istanza, in assenza di accordo tra le controparti in merito alla scelta dello strumento giurisdizionale. Poiché, nel caso di specie, l’India, a fronte del favore dell’Italia di adire sia all’ITLOS che all’ICG, non ha optato per nessuna delle due ipotesi, l’Italia potrebbe far ricorso al dettame dell’Allegato UNCLOS e richiedere unilateralmente l’istituzione di un Tribunale arbitrale. Più nel dettaglio, a fronte delle diverse riluttanze dell’India ad avviare una soluzione diplomatica del caso, a fronte della mancata risposta del governo di New Delhi alla prima proposta italiana di avviare un dialogo bilaterale (nota che risale ormai all’11 marzo 2013),  laddove continui a non concretizzarsi alcun seguito alla seconda richiesta di collaborazione da parte dell’Italia (con nota dello scorso 18 aprile), e a fronte dell’ostruzionismo che di fatto sta attuando la nazione per impedire una rapida e concordata risoluzione del caso, l’Italia potrebbe avere tutti gli strumenti per superare anche il requisito di ammissibilità che si richiede per l’istituzione unilaterale di un Tribunale arbitrale. Non sarebbe possibile, a quel punto, giungere ad una soluzione della controversia attraverso gli strumenti e le disposizioni alternative previste dal diritto internazionale.

Tuttavia, ad oggi questa procedura non è ancora stata formalizzata. Nel senso che all’arbitrato ci si arriva, non si dovrebbe partire di li. Giusto?
È vero che all’arbitrato ci si arriva, ma è altresì necessario che vi sia un atteggiamento collaborativo tra le parti, a monte. Questo continuerà ad essere il limite della scelta di azione dell’Italia. Qualsiasi soluzione negoziale può concretizzarsi solo a valle della decisione dell’India di aprirsi ad una soluzione internazionale. Diversamente, rimane la strada dell’arbitrato unilaterale.

Si potrebbe pensare ad una misura provvisoria, decisa da una Corte internazionale, che permetta a Latorre e Girone di lasciare l’India per andare in un Paese terzo in attesa del processo?
La via di una misura provvisoria potrebbe essere contestuale alla richiesta di ricorso all’arbitrato internazionale o alla costituzione unilaterale di un Tribunale arbitrale, al fine di salvaguardare i diritti di sovranità nazionale e, ancor più, in questa fase critica che vede risentirne lo stato di salute di uno dei due marò, quelli del singolo. Purtroppo anche una eventuale misura provvisoria dovrebbe essere concordata con l’India, ma, laddove non sia possibile, ci sono comunque due alternative, sebbene comportino maggiore tempo.  La prima opzione sarebbe quella di attendere la costituzione del Tribunale per un tempo massimo di 120 giorni e poi dare concretezza comunque alla misura, fatto salvo il giudizio ex post che dovrebbe comunque dare in merito il Tribunale, una volta costituito. La seconda contemplerebbe l’ipotesi di proporre la misura al vaglio dell’ITLOS, trascorse due settimane dalla notifica dell’intenzione alla controparte. Anche in questo caso è fatta salva la possibilità del Tribunale Arbitrale di revocare o modificare la decisione, una volta istituito.

Non pensa che siano stati commessi troppi errori in questa vicenda? Dove si è sbagliato?
Al principio. L’errore più grave è stato, quel 15 febbraio 2012, acconsentire alla richiesta della guardia costiera indiana di attraccare al porto di Kochi. Una serie di errori a catena, o forse l’ottimismo, la buona fede e la convinzione di aver agito nel rispetto delle regole e di non aver bisogno di quelle garanzie che sarebbero rimaste intatte se l’Enrica Lexie avesse continuato a navigare in acque internazionali.

Quali sono i precedenti storici di controversie che sono state risolte con un arbitrato internazionale?

Nella prassi, la lista dei ricorsi alla procedura di arbitrato, pubblicata presso la Corte Permanente di Arbitrato, che funge anche da Cancelleria del Tribunale arbitrale, mostra che nella maggioranza dei casi il giudizio si è protratto per almeno due anni. Altro aspetto da considerare è la possibilità che, nel caso di ricorso unilaterale al tribunale arbitrale, lo Stato citato contesti la competenza del Tribunale, o ricusi uno dei giudici, tutti casi che compromettono una facile risoluzione della lite, dilungandone le tempistiche. Tutti elementi utili, questi, anche per valutare la congruità dell’azione da intraprendere e per considerare, nel frattempo, l’attuazione di misure provvisorie o, ancora, per riconsiderare, nell’interesse di entrambi gli Stati, una soluzione negoziale della controversia.

Non è un po’ tardi per l’arbitrato? Forse doveva essere fatto dal primo momento.
Sicuramente è una strada che doveva essere percorsa dall’inizio, sin da quando l’India ha imposto una giurisdizione unilaterale ad un caso che di nazionale non ha nulla. Rimane comunque l’unica alternativa valida e percorribile. La negoziazione può e deve essere portata avanti su un piano parallelo, ma è un dato di fatto che abbiamo a che fare con un Paese poco collaborativo.

Quanto accaduto a Latorre qualche giorno fa, e la conseguente decisione di farlo rientrare a Roma, possono portare ad un’accelerazione dei tempi?
L’India purtroppo ha dimostrato in più occasioni la propria fermezza a mantenere il controllo della situazione, escludendo nei fatti ogni ipotesi di collaborazione. Tuttavia sicuramente questo episodio ha finalmente riacceso i fari su una questione che si dilunga da ormai troppo tempo e che rischia solo di peggiorare, qualora non si attui una linea governativa chiara e immediata

25 settembre 2014
fonte: http://www.lindro.it