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28/01/17

Cara sindaca Raggi




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Cara sindaca Raggi,
l’invito a comparire dinanzi ai magistrati della Procura di Roma le è arrivato dopo che, per settimane, ne hanno parlato e scritto tutti mentre, solo lei, con sorrisino da finta ingenua, fingeva di non sapere. E, in verità, ancora adesso non abbiamo capito se questa maschera pirandelliana indossata fin dalla sua discesa in campo è una sorta di protezione, di schermo difensivo per via di una mal celata timidezza o un ghigno da astuta neo-politicante. Ma tutto ciò, poco attiene alle vicende di queste ore e quindi arriviamo subito al nocciolo.
Lei ora sminuisce la questione e fa bene. Non è un terzo grado di giudizio, un mandato di cattura internazionale, un arresto per spaccio di droga o chissà cosa. Piuttosto si tratta di un chiarimento che dovrà dare alle autorità giudiziarie; niente di più, niente di meno. E perciò le auguriamo che tutto vada per il meglio anche perché una nuova campagna elettorale sarebbe deleteria per la capitale d’Italia e sopratutto per decine di migliaia di cittadini romani che, ne siamo certi, a quel punto andrebbero ad infoltire i reparti della neuro di parecchi ospedali.
Sommessamente le ricordiamo che, in altri tempi, per abuso d’ufficio e falso, le ipotesi di reato a lei contestate, sarebbero scesi in piazza migliaia di suoi sodali ‘duri e puri’. Il Fatto Quotidiano avrebbe costruito una snervante campagna mediatica e i vari Torquemada in giro per il Paese avrebbero azzannato il mal capitato politico fino a portarlo allo sfinimento.
Ma stia tranquilla, però! Fatto salvo qualche comprensibile attacco politico c’è da dire che, in linea generale, i romani non utilizzeranno strumenti demagogici per colpirla. Si aspettano da Lei che faccia solo in maniera decente la sindaca. Lavoro che, ad oggi, sta portando avanti in pessimo modo, con risultati scadenti e con una imperizia e una inadeguatezza da far venire i brividi.
E dunque lasci stare il blog di Grillo e si rilegga, in qualche ritaglio di tempo, Machiavelli. Le ruberà al massimo un’oretta ma potrebbe esserle utile più di quanto non creda. In quel librino c’è la formula magica per ogni buon politico. In esso ci viene costantemente ricordato che il ‘principe’ assolve pienamente alle sue funzioni pubbliche quando l’intero ventaglio di questioni di cui si occupa rientra sempre in una logica di ‘bene comune’.
Dunque, provi a togliere topi e gabbiani dalle strade, a pulire la città dagli enormi cumuli di immondizia, a decongestionare il traffico automobilistico e a favorire il trasporto pubblico, ad allontanare dai siti museali e dai monumenti zingarelli e ladri vari, a rendere civili e decorose le linee della metropolitana, a risolvere la questione delle buche, dei sanpietrini e via dicendo.
Insomma, metta da parte i sorrisini. Smetta di fare la ‘principessa’ dei Grillini e faccia il ‘principe’. Sciolga l’incantesimo che la avvolge da un paio d’anni e governi la città. Ormai è adulta; chiuda il libro delle favole e inizi a sfogliare Il Principe di Machiavelli.

di Luigi Iannone - 26 gennaio 2017

27/01/17

FINALMENTE LA VERITA’ SU REGENI! “ E’ STATO MANDATO A MORIRE DAI SERVIZI INGLESI” – L’EX CAPO DEI ROS MARIO MORI:



“LA SUA PROFESSORESSA DI CAMBRIDGE E’ PROBABILMENTE AGENTE DEI SERVIZI BRITANNICI”
 IL RAGAZZO ERA INCONSAPEVOLE ED È STATO VENDUTO – OPERAZIONI DEL GENERE LE HO FATTE ANCH’IO. SE MANDO UNO DEI MIEI AGENTI È PIÙ DIFFICILE, MA SE UTILIZZO PERSONE COME REGENI SONO FACILITATO. 

Regeni era uno studente che svolgeva un lavoro assegnato da una università inglese. Ma a Londra chi ha assegnato la ricerca a Regeni in Egitto è una professoressa, Abdelrahman, di origine egiziana e vicina alla Fratellanza musulmana, ostile all’attuale governo. Lei voleva scandagliare la situazione egiziana, ma sono metodi dei servizi segreti inglesi che fanno svolgere certe attività a imprenditori e altre persone. Lui era inconsapevole, ma chi lo ha mandato lo ha mandato nella bocca del leone, la professoressa non poteva non saperlo”.
Lo dice il generale Mario Mori, ex capo dei Ros dei carabinieri, a La Zanzara su Radio 24. “E’ stato venduto – dice Mori –  ed è stato fatto ritrovare per una lotta di fazioni all’interno del governo egiziano”. Anche lei ha fatto questo tipo di operazioni, chiedono i conduttori?: “Sì, le ho fatte anch’io. Se mando uno dei miei agenti è più difficile, ma se utilizzo persone come Regeni sono facilitato”.
L’Italia ha reagito bene?: “Secondo me no. La Francia ci ha fregato un po’ di appalti. Abbiamo ottenuto risultati modesti. C’è stato un momento di crisi nelle relazioni con l’Egitto e la Francia ne ha approfittato con una serie di operazioni brillantissime grazie al presidente della Repubblica. Tu non puoi offendere in maniera brutale e plateale, come abbiamo fatto noi”.

Maurizio Blondet - 25 gennaio 2017

 
Fonte: http://www.maurizioblondet.it/finalmente-la-verita-regeni-mandato-morire-dai-servizi-inglesi-lex-capo-dei-ros-mario-mori/ del 25/01/17 in redazione il 27 Gennaio 2017

26/01/17

Terremoti, Commissione Grandi Rischi e scaricabarile



Il 20 gennaio scorso si è riunita la Commissione Grandi Rischi (CGR) e ha comunicato che a pochi km a nord di L'Aquila, in prossimità di Campotosto, c'è una lacuna sismica (cioè una zona molto sismica ma che da tanto tempo non ha avuto terremoti) dove a breve si potrebbero verificare terremoti fino a magnitudo 7.
Il Presidente della Commissione, il fisico delle particelle Bertolucci, ha anche detto che le dighe di Campotosto potrebbero non riuscire a sostenere le sollecitazioni sismiche o che potrebbero provocare un "effetto Vajont".
Sindaci del luogo, giustamente preoccupatissimi, hanno chiesto allora che cosa dovevano fare. Gli è stato risposto di stare molto attenti e di chiamare eventualmente un ingegnere strutturista per farsi consigliare sul livello di stabilità delle abitazioni dove vivono i cittadini.
Sembrerebbe uno scherzo di carnevale se non ci fossero già state centinaia di vittime!
Subito dopo il terremoto di Amatrice qui sul Foglietto denunciai il fatto che l'evidentissima lacuna sismica fra Colfiorito (1997) e L'Aquila (2009) era stata colpevolmente ignorata dalla CGR.
Nessuna riunione della CGR e del Consiglio Scientifico dell'INGV negli anni precedenti era stata dedicata al particolare sismico dell'Appennino Centrale.
Dopo la sequenza aquilana del 2009, era decisamente doveroso sollecitare su quel tratto appenninico importanti opere di prevenzione e di informazione. Questo avrebbe drasticamente limitato il numero delle vittime e oggi in quei luoghi ci sarebbero infrastrutture di base sicure. Utilissime in caso di terremoto, di valanghe e di tutti gli altri problemi che stanno complicando la vita ai soccorritori che vi stanno operando tra mille difficoltà.
In poche parole, la CGR è responsabile di omissioni gravissime.
Gli argomenti tirati in ballo nella riunione del 20 gennaio dovevano essere presi in serissima considerazione mesi se non anni prima del 24 agosto scorso, quando si è verificato il primo sisma di questa devastante sequenza.
La cosa è di fatto riconosciuta da tutti coloro che abbiano un minimo di competenze nella moderna Sismologia e adesso, leggendo le loro dichiarazioni, dagli stessi membri della CGR, anche se indirettamente.
Non posso non osservare che il 19 gennaio, prima della riunione della CGR,  in un mio articolo del Foglietto evidenziavo la possibilità di ulteriori forti scosse e invitavo anche  alla cautela massima in connessione alle dighe di Campotosto che contengono il secondo più grande invaso d'Europa nella zona a maggior pericolosità sismica d'Europa.
Niente mi può impedire di pensare che sulla base del mio articolo, come suol dirsi, abbiano voluto "metter le mani avanti".
Io, però, sono un cittadino qualsiasi, che liberamente esprime le proprie opinioni, loro sono la CGR che, immediatamente dopo aver rappresentato e comunicato un rischio, devono anche dare alle popolazioni le indicazioni necessarie per affrontarlo.
Le risposte date ai Sindaci preoccupatissimi per i loro concittadini sono semplicemente inaccettabili!
Ricordo, poi, al fisico delle particelle Bertolucci, presidente della CGR, che la Commissione ha anche un settore dedicato ai rischi meteo-idrologici, idraulici e di frana e che sarebbe stato suo dovere occuparsi del grande rischio che avrebbero corso tutti coloro che si trovavano nelle zone per cui erano previste con certezza nevicate estremamente intense.
Fare il Presidente o essere membro della CGR non è un titolo onorifico che dà visibilità ma richiede un impegno continuo, un'adeguata preparazione scientifica sulle questioni ambientali e grande esperienza.
Non so come è stata costituta l'attuale CGR, come è stato scelto il Presidente e i responsabili dei vari settori: certamente non sono stati fatti bandi pubblici e non si sono seguiti metodi trasparenti di selezione.
Alla luce di quanto è avvenuto dal 24 agosto scorso e di quanto sta avvenendo, in tutta evidenza, dovrebbero immediatamente dimettersi o essere sostituiti!
Infine, onde prevenire ogni inutile e facile polemica, ricordo che, come è ampiamente documentato, alla riunione della CGR del 31 marzo 2009 mostrai con documenti inoppugnabili che l'Aquilano è zona ad alta pericolosità sismica tanto che il Sindaco Massimo Cialente chiese lo stato di emergenza per la sua città, come poi correttamente testimoniò al processo di primo grado. Non c'è bisogno di ricordare che dai due successivi gradi sono uscito immacolato. Questo, insieme a 28 anni di attività nella CGR, mi consente di esprimere giudizi con cognizione di causa.

 
di Enzo Boschi - 26 Gen 2017  

Perchè rifiuto questa sinistra



Tempo fa un conoscente che so che legge quello che pubblico, mi chiese in un bar con fare ironico e quasi al limite del sardonico: “Mamma mia, ma quanto ce l’hai con questa sinistra! Ma cosa ti ha fatto mai?”
Io con altrettanta pacatezza, girando il caffè, gli risposi che non era una risposta fornibile lì sul momento in 5 parole, e che, visto che abbiamo i rispettivi contatti whatsapp, gli avrei scritto.

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Così gli ho scritto.

Rifiuto questa sinistra, perché è l’entità più falsa, ipocrita, opportunista, menzognera, e discriminatoria nei confronti degli italiani, che abbia mai calcato la scena politica di questo paese.
La rifiuto perché pur di portare a compimento i propri interessi, non esita ad umiliare i propri cittadini per compiacerne altri, nella speranza di farne un nuovo elettorato grazie al quale sostituire quello italiano, e la rifiuto perché è arrivata a stravolgere la nostra stessa vita, le nostre usanze, le nostre tradizioni, arrivando ad assecondare preti che non fanno più il presepe, e presidi che nelle scuole rinunciano all’albero di Natale, pur di compiacere l’arroganza di chi arriva deciso a prevaricare, piuttosto che integrarsi.
Rifiuto la sinistra, perché è arrivata a mettere mano al vocabolario italiano pur di imporre il “pensiero unico mondialista”, vietando con un vademecum ufficiale per le redazioni giornalistiche, l’utilizzo della parola “clandestini”, intimando che venisse sostituita con il più bucolico “migranti”, manco fossero tutti innocue e simpatiche rondinelle, o vietando l’uso del termine “zingari”, per imporre di sostituirlo con follie linguistiche tipo “camminanti” o “nomadi”, anche quando nomadi non sono affatto, e stazionano per anni nello stesso posto per la felicità di chi ha la fortuna di dover condividere con essi le periferie.
Rifiuto questa sinistra perché assegna la terza carica più alta dello stato ad elementi che rappresentano il 3 % del popolo italiano, e che si permettono di proferire proclami solenni nei quali affermare:
“I migranti sono l’avanguardia di uno stile di vita che presto sarà quello di tutti noi!”
Beninteso che in questa frase che trovo orrenda, non si sottintende una scelta, o una volontaria voglia di condivisione, ma lascia intravedere una IMPOSIZIONE con tutte le sfumature dei bei regimi comunisti andati.

Chinyery-Boldrini

Rifiuto questa sinistra perché corre a stracciarsi vesti e capelli nei primi banchi dei funerali del nigeriano che muore in seguito ad una rissa alla quale partecipava attivamente, e da li ululano tutto il loro sdegno contro gli italiani razzisti aggiungendoci qualche “colpa di Salvini”, che non guasta mai alla propaganda sinistroide, salvo poi scoprire che il compianto era affiliato ad una organizzazione di mafiosi africani dediti a traffici e taglieggiamenti eseguiti con inenarrabile violenza e ferocia, e che ai funerali dei numerosi italiani che cadono sotto i colpi migranti, come i poveri coniugi Solano trucidati a Palagonia dall’ivoriano Mamadou Kamara, che ha sgozzato lui lasciandolo morire mentre stuprava la moglie prima di gettarla dalla finestra, la sinistra istituzionale non si fa vedere nemmeno per sbaglio, e non si indigna mai, salvo qualche risicato : “E’ un caso isolato!”, anche quando i casi sono ordinaria quotidianità tutt’altro che isolati.
Rifiuto questa sinistra perché dopo ogni atto criminale che vede protagonisti i soliti noti, non sa che ripetere che non possiamo generalizzare per colpa di “uno” tutti gli altri, ed attaccano a recitare il consueto mantra opportunista ed ipocrita del “Non possiamo fare di tutta l’erba un fascio!”
Salvo poi quando arrivano barconi carichi con 999 clandestini africani subsahariani ed UN siriano, diventare loro i primi utilizzatori del “fare di tutta l’erba un fascio”, raccontandoci che su quel barcone, c’erano 1000 “profughi” in fuga da Aleppo.
Rifiuto questa sinistra perché sale in cattedra sempre contro chi si difende, ma mai contro chi aggredisce, chi rapina, chi stupra. La rifiuto perché con mesi e mesi di lavaggi di cervello sono riusciti a trasformare la legittima difesa in “razzismo”, e non li ho mai sentiti una sola volta usare contro stupratori, rapinatori ed assassini, la stessa veemenza e lo stesso disprezzo che usano nei confronti degli esponenti della LEGA, ogni volta che si confrontano sul tema sicurezza. Per loro il problema non consiste nel fatto che il 40% dei totali stupri, il 31% dei totali omicidi, ed il 60% delle totali rapine violente in abitazione vedano esecutori stranieri, no, per loro il problema è “la LEGA che parla alla pancia”, come se i rapinati, le stuprate ed i pensionati torturati con ferri da stiro roventi fino a quando non indicano il nascondiglio dei risparmi, avessero bisogno di Salvini che parla alle loro pance, per essere furenti.
Rifiuto questa sinistra perché per loro il criminale, soprattutto quello immigrato, gode sempre di una qualche “attenuante culturale”, e ci sarà sempre una “colpa nostra” nel non averli integrati, o qualche pietista storia di emarginazione o di “mancata inclusione”, a derubricare le loro malefatte, perché per la sinistra da sempre, chi subisce un reato è in qualche modo il mandante indiretto dello stesso, poichè la sua condizione di persona benestante, è già vista come una sorta di “colpa” ed istigazione a delinquere per il povero “escluso”.
Rifiuto questa sinistra perché per loro chi invoca sicurezza e rispetto per le leggi è un “fascista”, salvo quando il ladro magrebino si introduce nella casa della sorella di una portavoce toscana del PD, e le mette un coltello alla gola prima di rapinarla e fuggire, cosa che porta la portavoce, una volta appresa la notizia, a lasciarsi andare all’emotività dello shock sfogandosi sul suo profilo Facebook con un pacato:
Immigrati ladri dovete morire tutti!
cosa che le costa il giorno dopo scuse pubbliche ordinate dal regime, e le sue dimissioni dalla carica, perché quando per una fottuta volta il “multiculturalisno” tocca da vicino il loro sinistro culo, anziché sempre quello di “qualcun altro”, smette immediatamente di essere quel meraviglioso paradiso del quale blaterano dalla mattina alla sera nei salotti radicalchic della RAI, mentre fuori ad attenderli hanno scorte da 20 uomini dei reparti speciali, a proteggerli dal mondo reale!
Rifiuto questa sinistra perché, dopo il caso di San Basilio a Roma, nel quale un abusivo italiano che negli ultimi 7 ha dormito tra una cantina senza riscaldamento ha respinto assieme ai vicini una famiglia marocchina alla quale qualcuno aveva assegnato l’appartamento che occupava, ho dovuto sentire dalla giunta comunale di sinistra che è un vergognoso criminale che si dovrebbe vergognare assieme a chi lo ha aiutato, mentre a Torino c’è un intero caseggiato interamente occupato da più di 1000 clandestini dove si spaccia, ci si prostituisce, con un quartiere intero tenuto in scacco dalla loro criminalità che impera sovrana, ma di questo caso la locale sindaca dello stesso partito di quella di Roma tace, e c’è chi nella giunta ha dichiarato che non si può fare nulla perché “ormai sono troppi!”
Rifiuto questa sinistra perché pur di crearsi un nuovo elettorato straniero, ed ingrassare le loro COOP ROSSE, sta operando il primo caso di “invasione assistita” della storia dell’umanità, usando le proprie forze militari per meglio farsi invadere anziché respingere e rimpatriare clandestini come fa il resto del mondo normale.
Rifiuto questa sinistra perché a Goro, a Tor Sapienza, ad Aulla ed ovunque sono sorte tutte le barricate anti immigrati erette dai cittadini che stanno pagando mutui da 200 mila euro per case che poi ne varranno 30 mila se dovessero spuntarla gli affitta camere del PD, sono “fascisti”, “razzisti” e “xenofobi che si dovrebbero vergognare”, tranne che a Capalbio, ridente cittadina a guida PD oltre che ameno luogo di villeggiatura di importanti esponenti politici accoglienti ed umanitari, dove però a quanto pare la fornitura di 30 o 40 “sedicenti profughi” africani prontamente impugnata e respinta non avrebbe fatto per niente “pendant” con la signorile piazzetta centrale, o le villette arredate con gusto degli esponenti PD.
Rifiuto questa sinistra perché non ammette la sconfitta nemmeno dopo un 60 a 40, ed infatti ci hanno rifilato il quarto governo di sinistri nominati, la rifiuto perché hanno la supponenza di superiorità morale e culturale nonché la pretesa di puntare il ditino accusatore su chiunque, perfino dopo che la loro banca MPS sta per ottenere la quindicesima salvaguardia con i soldi pubblici, perfino dopo mafia capitale, perfino dopo gli oltre 150 tra indagati ed arrestati nel solo 2015, perfino dopo che hanno ceduto 450 marchi dell’eccellenza italiana agli avvoltoi stranieri, perfino dopo robe come la legge Fornero, il Job Act, e dopo che il lavoro dei giovani italiani si basa su una porcheria come la paghetta dei “vaucher”, perfino dopo le assoluzioni dei vertici di Banca Etruria, i colpi di stato orditi a botte di “spread”, dopo che sono stati per mesi tra i maggiori sostenitori dell’ingresso in Europa di una roba come la Turchia, che si vede che a Renzi piaceva da matti perché la gli oppositori politici del governo vengono buttati in galera senza processo e si vota con un responsabile di partito che ti accompagna in cabina per indicarti col dito dove ti conviene apporre la crocetta.
La rifiuto perché ha un modo inaccettabile di considerare chi non la pensa come loro, prima deridendolo, poi criticandolo, poi demonizzandolo addossandogli ogni male storico e planetario, per poi finire con facce sulle quali potrebbero comodamente sedere a contorcersi come i vermi nello scatolino delle esche vive di un pescatore, quando Trump vince sbaragliando 4 mesi della loro più schifosa propaganda, quando il Brexit si afferma demolendo tutte le loro apocalittiche previsioni, o quando il NO referendario gli rifila una debita e sacrosanta sprangata finale nelle gengive, nonostante le minacce, le intimidazioni e tutti i vari tentativi da parte della “cosca” criminale del “mandamento di Bruxelles” di influenzare il nostro voto.
E la rifiuto per un altro miliardo di motivi che affondano nelle loro stesse radici, quelle che negano, che fanno finta di non conoscere, che fanno finta di ripudiare, sebbene sappiano benissimo che possono cambiare colori , simboli, abiti, possono mettersi in giacca e cravatta alla Leopolda e cambiare nella denominazione del partito quel “comunista”, sostituendolo con tutti i “democratico” che vogliono, ma sono e rimangono nipotini di quella falce e martello che nella storia ha seminato più morti del nazismo tra chi la pensava diversamente….
Ed il mio conoscente so che ha letto, ma non mi ha mai risposto.

di Fabio Armano


ITALIANI NEL MIRINO NEL SEMPRE PIU’ COMPLESSO SCENARIO LIBICO




Members of the forces loyal to Libya's UN-backed Government of National Accord (GNA) gather in the coastal city of Sirte, east of the capital Tripoli, during their military operation to clear the Islamic State group's (IS) jihadists from the city, on October 14, 2016.
Libya has been ravaged by unrest since the fall and death in 2011 of dictator Moamer Kadhafi and has also seen the jihadist Islamic State group establish a foothold. / AFP PHOTO / MAHMUD TURKIA


Le milizie di Tripoli accusano gli uomini del maresciallo Khalifa Haftar per l’autobomba esplosa il 21 gennaio vicino all’ambasciata italiana, appena riaperta, provocando la morte dei due attentatori a bordo, a quanto pare fattisi detonare quando si sono accorti che le milizie libiche li avevano individuati oppure uccisi dall’esplosione accidentale dell’ordigno.
Secondo la milizia islamista Rada, che di fatto gestisce le indagini di polizia nella capitale, un terzo umo avrebbe dovuto recuperare i due attentatori prima dell’esplosione dell’autobomba da parcheggiare a ridosso della sede diplomatica.
Difficile però stabilire quanto siano attendibili le conclusione delle milizie tripoline, interessate a mettere in cattiva luce Haftar le cui forze non risultano aver mai impiegato autobomba nè tanto meno commando suicidi per colpire gli avversari.
Resta quindi probabile che la matrice dell’attentati fallito sia jihadista e in tal caso non è certo se l’obiettivo fosse la sede diplomatica italiana o la vicina ambasciata egiziana, anch’essa pagante sia per lo Stato Islamico che combatte le forze del Cairo con la sua branca in Sinai sia per i qaedisti di Ansar al Sharia che a Bengasi hanno subito duri rovesci militari ad opera delle truppe del maresciallo Khalifa Haftar sostenute dall’Egitto.
Matrici diverse da quella jihadista  risultano improbabili poiché se è vero che gli italiani erano stati recentemente criticati con durezza per la presenza della base militare a Misurata sia da Haftar sia dall’ex premier del precedente governo di Tripoli legato ai Fratelli Musulmani, Khalifa Ghwell, è altrettanto vero che nessuna milizia libica al di fuori di Is e qaedisti ha mai impiegato autobomba e commando suicidi.

Ambasciata italiana Tripoli


Non si può escludere che l’IS volesse colpire, vicino alle ambasciate, uno dei ministeri del governo libico che ha guidato l’offensiva su Sirte, roccaforte jihadista caduta più di un mese or sono dopo sette mesi di assedio.Plausibile soprattutto il tentativo di colpire l’ambasciata italiana per uno Stato Islamico che poche ore prima dell’attentato aveva subito l’ultimo raid aereo dell’Amministrazione Obama: un’incursione combinata che ha visto mobilitati bombardieri “stealth” B-2 arrivati direttamente dal Missouri, e droni armati decollati con ogni probabilità da Sigonella che, guidati da aerei spia e forze speciali sul terreno hanno distrutto due campi d’addestramento del Califfato uccidendo una novantina di miliziani.
Plausibile quindi che questo raid abbia determinato un credibile rischio di rappresaglie contro obiettivi in Europa (non per forza statunitensi) ma sul territorio libico l’ambasciata italiana è oggi l’unico target occidentale abbordabile per i terroristi. Certo vi sono installazioni militari occupate dalle forze speciali di diversi Paesi e la base dell’Operazione italiana Ippocrate all’aeroporto di Misurata, ma si tratta di obiettivi o poco visibili o ben protetti.
Anche la rapidità con cui sarebbe stato messo in atto l’attentato per rappresaglia contro il raid aereo non deve sorprendere poiché gli stessi servizi di sicurezza di Tripoli e Misurata ammettono che cellule dell’Is sono infiltrate in molte città della Tripolitania.
Roma poi ha pubblicizzato fin dall’agosto scorso (quando prese il via l’operazione statunitense “Odissey Lightning” che ha colpito le milizie del Califfato con 435 incursioni) il via libera all’impiego in raid offensivi dei droni Reaper dell’Usaf a Sigonella e in altre basi italiane: un’autorizzazione precedentemente negata ma che ha reso l’Italia belligerante contro lo Stato Islamico anche in Libia.
L’ultimo raid di Obama
L’ultimo raid aereo statunitense merita qualche ulteriore riflessione e va forse legato strettamente più al crescente ruolo russo in Cirenaica e in generale in Libia che all’obiettivo di assestare un nuovo colpo allo Stato Islamico.
B-2

Per quel tipo di obiettivi non c’era nessun bisogno di mobilitare i bombardieri strategici B-2, velivoli da oltre 2 miliardi di dollari, realizzati in soli 21 esemplari, potenzialmente invisibili ai radar e progettati per penetrare in profondità con armi atomiche le difese aeree dell’URSS.
Per uccidere nel deserto miliziani armati di kalashnikov, privi di radar e difese aeree sarebbero stati sufficienti un paio di droni Reaper basati a Sigonella o i caccia F-16 di Aviano.
L’impiego dei B-2 sembra quindi voler ammonire i russi che stanno per “sbarcare” in Libia ricordando loro le capacità strategiche statunitensi con un messaggio trasmesso in “puro stile guerra fredda”.
Il raid USA ha poi coinciso con la rimozione della regione libica di Sirte dalla lista delle aree dove le forze statunitensi sono autorizzate dalla Casa Bianca a colpire i terroristi senza applicare le regole d’ingaggio previste per ridurre al minimo i danni collaterali, cioè le vittime civili.
La decisione di Obama potrebbe puntare a ostacolare l’intensificazione della guerra ai jihadisti preannunciata da Donald Trump oppure rappresentare la conferma dello scarso interesse di Washington, indipendentemente dall’Amministrazione, nel farsi coinvolgere più pesantemente nella crisi libica.
L’Italia esposta
Se il sostegno politico di Roma al governo fallimentare di Fayez al-Sarraj suscita perplessità, qualche chiarimento richiede la permanenza del contingente dell’Operazione Ippocrate 300 militari che nell’ospedale da campo e in quello della città libica curano i feriti registrati dalle milizie libiche nella battaglia di Sirte. Un’emergenza che dovrebbe risultare ormai risolta considerato che la battaglia si è conclusa da oltre un mese.

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Roma ha appena rinnovato per tutto il 2017 l’operazione Ippocrate, al costo di 43,6 milioni di euro, sull’onda della richiesta di Misurata (che ha un peso considerevole nel governo al-Sarraj) e nonostante l’ostilità delle altre più importanti forze politiche e militari libiche. L’ospedale è attualmente pieno di feriti ma la conclusione della battaglia di Sirte potrebbe permettere presto di trasferirli nell’ospedale civile della città dove peraltro operano anche medici militari italiani.
Chiaro quindi che la base italiana assumerà sempre di più un valore politico-strategico che sanitario schierando palesemente Roma al fianco della “Sparta libica” ma irritando i jihadisti, il maresciallo Haftar e i rivali di al-Sarraj a Tripoli.
Una decisione che solo il tempo dirà quanto sarà stata appropriata.
Se da un lato infatti c’è attesa per i colloqui del Cairo tra al-Sarraj e Haftar con la mediazione del presidente egiziano al-Sisi, dall’altro non può essere sottovalutata l’ipotesi che a Tripoli riprenda il sopravvento Khalifa Ghwell con l’appoggio dei Fratelli Musulmani e della Turchia creando i presupposti per un negoziato, già anticipato dallo stesso Ghwell, con il maresciallo Haftar.
Una sorta di conferenza di pace a due con la mediazione russo-turca (come sta avvenendo per la crisi siriana) che condannerebbe il governo al-Sarraj e lascerebbe l’Italia in una posizione marginale e imbarazzante.

Foto: Askanews, US DoD, La Stampa e Difesa.it

 26 gennaio 2017 - di

fonte:http://www.analisidifesa.it

Tra neve e terremoti, altro che sordina


 



Gli inviti alla sordina sulle gravi disfunzioni, disattenzioni e sottovalutazioni legate alla tragedia del Rigopiano la dicono lunga sullo stile della politica di Governo. Del resto, se così non fosse, non si spiegherebbe come mai il Governo solo oggi parli di maggiori poteri e capacità di intervento rispetto alle calamità che la natura ci manda. Il problema però, su cui si cerca di glissare, non è il dopo, ma ovviamente il prima. La stragrande parte delle tragedie, infatti, che purtroppo ci troviamo a commentare, sono riconducibili alla mancanza di prevenzione e previsione di circostanze che tutto sono fuorché tristi fatalità. Non è fatalità la neve nei luoghi terremotati, anche se stavolta ne è caduta tantissima; non è fatalità l’interruzione dell’energia elettrica quando le linee corrono fra gli alberi; non è fatalità la consapevolezza di mezzi fermi in officina. Non è fatalità neppure la conoscenza di tante frazioni che, per la loro collocazione, sono ovviamente esposte al rischio di isolamento.
Insomma, cercare di derubricare le sottovalutazioni e le omissioni a circostanze imprevedibili, più che sorprendente è inaccettabile. Qui non si tratta di volere a tutti i costi accusare questo o quello, ma di evidenziare i gravi limiti di un sistema che per le esperienze vissute dovrebbe oggi funzionare alla perfezione, anche di fronte a fenomeni eccezionali. Per questo da parte di tanti sorgono spontanee le domande su come ciò sia stato possibile, a partire dal mancato utilizzo massiccio e preventivo dell’apparato militare a supporto della Protezione civile.
Oltretutto stiamo parlando di territori che, per quanto vasti e frazionati, non sono grandi come il Texas e dunque non si capisce perché sin dall’inizio dei fenomeni sismici e climatici non siano stati preventivamente e adeguatamente presidiati. Come se non bastasse, è evidente che a capo di certe strutture debbano esserci non solo persone perbene, ma anche dotate di esperienza e capacità, queste sì eccezionali e straordinarie. A quei livelli, infatti, non solo servono ovviamente poteri speciali per disporre preventivamente e autonomamente di tutto ciò che si ritiene necessario e indispensabile, ma un’esperienza ciclopica maturata sul campo. Solo così si capisce la necessità di mappare la rischiosità di alcuni insediamenti per disporre la prevenzione, si capisce l’urgenza ex ante di disporre verifiche e interventi così come e quanto attrezzare prima certi luoghi e certe zone.
Insomma, il rinforzo degli ormeggi e degli ancoraggi va fatto prima che arrivi la tempesta, anche se questa è semplicemente possibile. Per questo, all’indomani del 24 agosto bisognava predisporre un piano straordinario e ridondante di presenze, assistenze, consulenze e provvidenze in ognuno, anche il più isolato di quei luoghi. Quindi, che piaccia o no, sono tanti quelli che hanno avuto la sensazione che dall’alto della catena dei comandi ci fossero smagliature e sottovalutazioni. Non ci riferiamo ovviamente alla quantità di uomini, di tutte le forze, compresi i volontari, che hanno operato da eroi incessantemente con una volontà e un coraggio da leoni, ci riferiamo a quelli della “stanza dei bottoni”. Ecco perché in questi casi non serve invitare ad evitare le polemiche ritenendole strumentali se non peggio, anzi. È troppo facile parlare dei successi e sottacere gli errori quando le evidenze sono pubbliche. La protezione dei cittadini per essere compiutamente tale deve nascere prima e ovunque, deve poter arrivare dappertutto per essere attiva al più piccolo segnale, deve poter avere qualsiasi supporto a semplice richiesta. Del resto il tempo in questi casi è la variabile fondamentale, per gli alloggi, per i soccorsi, per la prevenzione degli abusi edilizi, per la messa in sicurezza idrogeologica, per la sicurezza dei cittadini. In fondo è vero o non è vero il suggerimento di quell’antico e sapiente adagio che dice: “Chi ha tempo non aspetti tempo”.

di Elide Rossi e Alfredo Mosca - 25 gennaio 2017


25/01/17

Terremoto, Conapo: ecco in che condizioni lavorano i vigili del fuoco a Rigopiano

"Lasciati solo 25 vigili del fuoco ad operare all’Hotel Rigopiano nonostante le 24 persone ancora disperse"

 

image: http://www.meteoweb.eu/wp-content/uploads/2017/01/Hotel-Rigopiano.jpg

“I nostri colleghi ci hanno telefonato inferociti perché nella nottata tra il 21 e il 22 gennaio sono stati lasciati solo 25 vigili del fuoco ad operare all’Hotel Rigopiano nonostante le 24 persone ancora disperse. E molti di quei pompieri erano all’ hotel sin da giovedi 19, il primo giorno, esausti, alcuni hanno dovuto indossare calzature e guanti propri perché quelli in dotazione non erano adatti al gelo. Come sindacato abbiamo raccolto anche le tante lamentele dei colleghi vigili del fuoco, che sono stati tenuti fermi nei comandi e scalpitano per intervenire, tra cui i nuclei Gos con speciali macchine operatrici per le macerie e i nuclei Saf attrezzati per ghiaccio e neve, richiesti solo giorni dopo”. La denuncia arriva da Antonio Brizzi, segretario generale del Conapo, il sindacato autonomo dei vigili del fuoco. “Su uno scenario del genere – spiega Brizzi – mi sarei aspettato che il ministero dell’interno inviasse almeno 200 vigili del fuoco nelle immediate adiacenze dell’ Hotel, per una azione massiccia e fulminea, tenuto conto anche della necessità di dare continui cambi a chi, di volta in volta, si trovi ad essere esausto, altro che lasciarne solo 25 di notte, un numero inadatto e irrisorio, quei colleghi sono degli eroi, i salvataggi sono stati possibili grazie alla loro tenacia. Per questo chiediamo quale sia il motivo di tanta parsimonia di uomini e mezzi, augurandoci che non sia dovuto a risparmi di spesa perché sarebbe oltremodo aberrante”. “Stride anche il confronto tra i pochi pompieri e – chiosa – il numero elevato dei volontari del soccorso alpino accorsi in loco, circa 200 ci dicono. Se si considera che il corpo nazionale dei vigili del fuoco è l’organo che deve, sotto la responsabilità del ministro dell’interno, garantire l’immediato e ottimale soccorso pubblico in tutti gli scenari in cui la vita degli italiani è in pericolo, questa sproporzione tra stato e volontari è anomala fino a che di sono potenziali vite da salvare e sembra indicare un fallimento di chi gestisce la cosa pubblica, perché qui non si tratta di attività di protezione civile, ma di vero e proprio soccorso pubblico, ecco perché chiedo direttamente al ministro dell’ Interno Minniti e al Capo Dipartimento dei Vigili del Fuoco Frattasi un immediato accertamento dei fatti e la rimozione di chi, al vertice dei vigili del fuoco, ha lasciato solo 25 vigili del fuoco nella notte a Rigopiano e di chi non si è posto per tempo il problema che chi opera in questi scenari lo deve fare in numero adeguato, con una dotazione di vestiario adeguata e con un immediato supporto operativo di specialisti e logistico”, prosegue. “Il merito dei salvataggi è tutto dei nostri uomini, eroi non solo pesantemente sottopagati rispetto agli altri corpi, ma costretti anche ad operare anche in queste condizioni”, conclude.
 

24/01/17

MPS, Lannutti: "David Rossi omicidio di Stato". E su Napolitano: "Golpista" - Video




"Quello di David Rossi è stato un omicidio di Stato per salvare le banche, per le quali lo stesso Stato trova 20 miliardi in cinque minuti mentre i terremotati giacciono sotto neve e macerie"

Il presidente di Adusbef Elio Lannutti interviene al convegno "Condannati all'impunità" presso la Corte Suprema di Cassazione e si scaglia contro banche e finanza: "Dopo il governo Berlusconi, di cui sono sempre stato un oppositore, abbiamo assistito ad una serie di golpe, il cui autore è l'ex presidente della Repubblica: ha fatto senatore a vita un rappresentante delle mafio-massonerie internazionali, poi gli ha assegnato l'incarico di governo e ha applicato quelli che erano i programmi della Troika. Ora vorrebbero imbavagliare la rete, perché la formazione dell'opinione pubblica non passa più attraverso la vergognosa censura della Rai. L'abbiamo vista con il referendum costituzionale, quello di JP Renzi". E sul Monte dei Paschi di Siena accusa: "Quello di David Rossi è stato un omicidio di Stato per salvare le banche, per le quali lo stesso Stato trova 20 miliardi in cinque minuti mentre i terremotati giacciono sotto neve e macerie". Poi l'appello: "Ci dobbiamo ribellare alla dittatura di una finanza criminale che ci vuole schiavi. L'hanno già fatto i giovani votando No il 4 Dicembre, dobbiamo proseguire".








fonte: https://www.youtube.com/watch?v=xKi7R_RBryg 
       
Nicolò Channel

La “Marcia delle donne contro Trump”. Non è solo isteria, c’è di peggio

Organizzare e inquadrare migliaia e migliaia di persone comporta strutture e soldi. Tanti. E spunta il nome del solito Soros. Potremmo parlare di avvertimento mafioso in grande stile. Nell’entusiasmo, Repubblica e Huffington Post pubblicano le foto di una manifestazione del 1995… Tra le “colpe” del neopresidente c’è la cancellazione del frociospazio dal sito della Casa Bianca.


 

Non vale la pena soffermarsi più di tanto sul singolare concetto progressista di democrazia selettiva, in base al quale il popolo “sovrano” diventa pecorume ignorante quando non vota secondo le aspettative di lorsignori.
L’elezione di Trump ha comportato per il potere dominante una serie di colpi a catena non indifferente. Anzitutto, la votazione. Gli americani hanno contravvenuto agli ordini e non hanno mandato alla Casa Bianca l’erede designata di Obama. Poi i tentativi goffi di invalidazione del voto, con le voci di oscure manovre russe e promesse di “prove”, ovviamente mai esibite. Infine, spes ultima dea, la speranza che i “Grandi elettori” ribaltassero il voto popolare.
Vanno capiti, poveretti. Fino al giorno 20, quando Trump è divenuto presidente a tutti gli effetti, si sono aggrappati a tutte le speranze, anche le più assurde. Vanno capiti, perché chi vive nell’assoluta convinzione di rappresentare il Giusto e il Bene non ha la struttura mentale per immaginare la possibilità di essere smentito e sconfitto.
Però c’è un dato di fatto, molto preoccupante, del qual tener conto. Le grottesche “marce delle donne” contro Trump (clicca qui), tenute in diverse città del mondo, non sono solo manifestazioni di isteria collettiva. Lo sono di certo, perché la “truppa”, in questo genere di cose, deve avere un buon tasso di isteria, sufficiente almeno a far perdere il senso del ridicolo. Né è difficile, secoli di storia lo dimostrano, suggestionare le folle. Nel caso specifico di Trump il lavoro di suggestione è stato massiccio, tant’è che moltissime persone erano e sono pronte a giurare che Trump rappresenta il “Male assoluto”. Se poi chiedi il perché, in genere il massimo della risposta è che Trump sarebbe “fascista”. Col che, si scade nel comico.
Ma fin qui, non c’è nulla di nuovo. Chi, come il sottoscritto, ha fatto profonda esperienza del sessantotto e delle sue metodologie, non si stupisce per queste cose.
Però proprio l’esperienza del sessantotto ha insegnato anche che inquadrare masse di persone e organizzare manifestazioni ha un bel costo e richiede adeguate strutture. Ai “bei tempi” il vecchio Partito Comunista investì un sacco di quattrini per organizzare le manifestazioni di malviventi che resero a lungo invivibili non solo le scuole e le università, ma anche le città. Ma eravamo ancora, in un certo senso, all’artigianato. Il PCI, creato il killer di nome Movimento Studentesco, stipendiando tal Mario Capanna per fare il rivoluzionario full-time, in fondo mobilitava qualche migliaio di esaltati.
Nel caso delle manifestazioni Anti-Trump abbiamo visto numeri ben più imponenti, nonché diverse città impegnate. Una vera organizzazione con una disponibilità notevole di quattrini. Roba da farci un’altra Piazza Maidan, se qualcuno ricorda il colossale imbroglio della “spontanea” rivolta ucraina…

 

Certo, poi i numeri imponenti vengono ulteriormente gonfiati dallo zelo dei cortigiani e così capita che Repubblica e Huffington Post pubblichino foto di una manifestazione del 1995 (clicca qui). Ma i quattro fessacchiotti di casa nostra ci interessano ben poco. Domani sarebbero pronti a incensare anche Biancaneve e i Sette Nani, se fossero sicuri che il potere e i quattrini vengono dal bosco dove la principessa aveva cercato rifugio.
È invece interessante leggere che a tenere i fili delle burattine e dei burattini che hanno sfilato contro Trump spunta il solito nome, George Soros (clicca qui), che direttamente o indirettamente ha finanziato le “spontanee” manifestazioni.
Ora, un figuro come Soros non butta certo soldi a casaccio. A cosa mirano le sue varie associazioni e fondazioni è cosa ben nota. Così tutta la faccenda ha il sapore di un classico avvertimento di tipo mafioso: “Caro Trump, ok, per ora hai vinto tu. Però vedi bene cosa siamo in grado di fare. Se necessario, sapremo buttarti giù al momento giusto. Riga dritto”.
Bisogna infatti tenere conto di un fatto: Trump è arrivato al potere per volontà libera degli elettori americani, ma deve fare i conti con un potere effettivo, rappresentato ottimamente negli otto anni di Obama, che è tutt’altro che sconfitto e che ha sparso i suoi germi infetti dovunque. Basta vedere i contrasti subito nati tra il neopresidente e i responsabili di servizi importanti come la CIA e l’FBI.
Riuscirà Trump a tenere testa alla mafia finanziaria, sodomitica e massona che ha in mano tanta parte del potere, in America e nel mondo? Ce lo auguriamo, per lui (e per l’America, ovviamente) e per noi, ben sapendo quanta influenza ha il potere americano sulle faccende di casa nostra.
Speriamo che non cerchino troppo presto di fargli la pelle, e soprattutto che non ci riescano. Il nuovo presidente americano di sicuro conosce questi rischi, che fanno parte del mestiere, ma nel suo caso sono ingigantiti, perché lui ha conquistato il potere “abusivamente”, ossia contro il volere delle mafie.
Fegato ha già mostrato di averne, perché la cancellazione del frociospazio dal sito della Casa Bianca è un gesto chiaro contro un apparato che ha nella diffusione delle perversioni uno dei punti di forza del proprio piano distruttivo.
Non so, ma non credo, che Trump sia un angelo. Di sicuro è un vero demone la sua avvizzita e sconfitta avversaria. Quindi, anch’io faccio tanti auguri a Trump, perché possa fare qualcosa di buono per il suo Paese e per il mondo.
Guittone Dal Viva d’Arezzo, poeta del XIII secolo, scriveva a Ser Orlando da Chiuse: “… se ‘l tempo è stato torto,/par che dirizzi aguale;/per che parrà chi vale”. (se il tempo finora è stato avverso, ora pare che volga al bello; per cui si mostrerà finalmente chi abbia valore).
Con i migliori auguri di farcela. Guardandosi le spalle.

di Paolo Deotto - 23 gennaio 2017
fonte: http://www.riscossacristiana.it


23/01/17

MA VOLETE GUARDARLI, QUESTI SIGNORI RESPONSABILI AI MASSIMI LIVELLI DELLA REGIONE, DELLE VARIE COMMISSIONI O DELLO STATO?







Ma volete osservarli quando parlano impappinandosi ad ogni parola per paura di dire il troppo che potrebbe far loro passare dei guai perchè si rendono ben conto che non hanno fatto ciò che dovevano o non erano in grado di fare in situazioni di questo genere?
Ma volete studiare l'impaccio nel parlare, nel gestire, nell'espressione del viso? E queste vi sembrano persone alle quali possiamo affidare la nostra sicurezza e la sicurezza dei nostri concittadini? Burocrati che cercano di girare intorno agli argomenti per cercare disperatamente uno spiraglio o una via di salvezza ai quali affidare la loro estraneità al problema enorme che si è creato. Ma se non sono all'altezza, cambiateli, porca miseria, metteteli in altri posti e date a chi veramente se ne intende la gestione di un tale evento. C'era chi si assumeva tutto sulle proprie spalle, ma, per ragioni politiche, è stato buttato a mare. Vi sembra ragionevole? Vi sembra giusto? E mi ricollego al commento che ho scritto prima: Rivotateli, se ve la sentite. Ma, prima di farlo, pensate intensamente che le vittime potrebbero, la prossima volta, essere vostri parenti, vostri amici, vostri cari, che non rivedreste mai più, come è già successo..
E' il gioco del cerino, ha ragione il giornalista. Questa cosiddetta élite che si è sparsa ovunque, amica degli amici, eletta o nominata perchè così voleva l'alto loco, è' un'élite arruffona, confusa, spaventata da tanta responsabilità e che, prima di fare un passo, ci ripensa mille volte soprattutto per la paura di perdere il prezioso cadreghino che si è guadagnata con relazioni, agganci ed appoggi. Eccolo il nostro sempiterno male, il male vile di tanta nostra gente.
Mai nessuno che dica...."Ho sbagliato, è colpa mia e non me lo perdonerò mai. Non sono all'altezza del compito che mi è stato affidato. Perdonatemi voi, se potete, perchè il rimorso me lo porterò dietro per tutta la vita". Eccolo o eccola, un Uomo o una Donna. Ma ci vorrebbe una grandezza morale, spirituale uniti ad un'umiltà grande che, evidentemente, le varie istituzioni non sono in grado di produrre o di avere.
E le lacrime ed il pianto, diventano una terribile e dolorosa costante nella storia del nostro popolo.


22/01/17

La globalizzazione e l’intuizione di Donald Trump



Trump-Usa-Globalizzazione


di Vladislav Krassilnikov
In uno dei più clamorosi colpi di scena nella storia politica americana, Donald J. Trump è stato eletto 45° Presidente degli Stati Uniti. Il messaggio anti-sistema del magnate di Manhattan, rivelatosi più potente di quanto qualsiasi sondaggio – con la notevole eccezione delle rilevazioni condotte dal Los Angeles Times, che per mesi ha dato Trump in vantaggio [1] – sia riuscito a prevedere, ha permesso all’imprenditore prestato alla politica di cavalcare fino alla Casa Bianca un’ondata di risentimento degli sconfitti dalla globalizzazione, consentendogli di prevalere sul candidato democratico, Hillary Clinton, la cui vittoria era data per scontata quasi unanimemente dagli osservatori. Dal Washington Post [2], a Time [3], fino al Guardian [4], i giorni precedenti all’Election Day sono stati segnati da titoli quali “Perché Hillary Clinton vincerà” [5] e “Il caso è chiuso” [6]. Abbondano in questi giorni le analisi che tentano di razionalizzare l’imprevisto esito delle elezioni, adducendo non di rado profetiche motivazioni che, col senno di poi, avrebbero dopotutto dovuto rendere chiaro sin da principio chi sarebbe stato premiato dall’elettorato americano in una corsa di fatto contesa fino all’ultimo voto. Basti pensare al fatto che all’indomani del voto la CNN ha stilato un elenco di ben ventiquattro chiavi di lettura che spiegherebbero la vittoria repubblicana [7]. L’elezione di Donald Trump è una questione complessa che richiede una spiegazione articolata, che a sua volta auspicabilmente sollevi nuovi interrogativi, invece di pretendere di fornire ogni risposta. È bene, pertanto, studiare in maniera sistematica e attraverso prismi differenti la pluralità di concause di varia natura – politica, sociale ed economica – che ha in ultima istanza condotto al trionfo elettorale del candidato repubblicano. A tal fine, risulta utile attuare in prima approssimazione una distinzione fra due ordini di ragioni, in certa misura speculari: la fondamentale debolezza del candidato Hillary Clinton e l’efficacia del messaggio di Donald Trump presso ampie fasce di popolazione. Il discorso deve, inoltre, essere filtrato attraverso l’ottica di un profondo cambiamento del paradigma attorno cui si impernia il dibattito pubblico, tenendo conto della centralità politica assunta nel corso degli ultimi anni dal fenomeno della globalizzazione.
Hillary Clinton si è imposta come candidato del Partito Democratico al termine di un processo di selezione particolarmente poco competitivo. Oltre all’ex Segretario di Stato, l’unico esponente democratico di lungo corso candidatosi alle primarie del partito è stato il Governatore del Maryland, Martin O’Malley, il quale ha sospeso la propria campagna dopo aver ricevuto soltanto lo 0,54% dei consensi alle prime votazioni in Iowa. Le candidature di Lincoln Chafee, già Governatore di Rhode Island, e di Jim Webb, Senatore dallo Stato della Virginia, entrambi repubblicani per la maggior parte delle loro carriere politiche, non hanno mai rappresentato una seria minaccia alle possibilità di vittoria di Clinton, tanto che sondaggi poco incoraggianti li hanno spinti a ritirarsi dalla corsa ancor prima che l’elettorato democratico potesse esprimersi. Né l’inaspettata sfida da sinistra lanciata da Bernie Sanders, popolare Senatore indipendente dallo Stato del Vermont, affiliatosi soltanto in tempi recenti al Partito Democratico per motivi dettati da pragmatismo, è stata sufficiente a testare adeguatamente le posizioni di Clinton e ad affinarne a dovere il messaggio. Al contrario, si è assistito ad un tentativo concertato ed intenzionale di spianare la strada ad un candidato che, forte del sostegno dell’establishment politico, finanziario e mediatico, poteva contare su una macchina politica talmente formidabile, da prostrare in partenza le ambizioni di validi candidati, fra cui spiccano i nomi del vice Presidente Joe Biden e della Senatrice dallo Stato del Massachusetts Elizabeth Warren. Hillary Clinton avrebbe tratto significativi benefici da un campo democratico più vasto, da argomenti più vari e da candidati più eterogenei.
Invece, marciando verso un’incoronazione apparentemente inevitabile, il candidato democratico non è riuscito autonomamente ad articolare con chiarezza le proprie convinzioni di fondo ed i propri principi guida, necessari per spiegare in maniera convincente al popolo americano la direzione che avrebbe inteso imprimere al Paese. Evidenti sono i paralleli con “the vision thing”, la tristemente celebre formula che sintetizzava la carenza di un tema unificante della prima campagna presidenziale di George H. W. Bush, il cui disorientamento strategico contribuì a costargli la vittoria contro Bill Clinton alle elezioni successive. La carenza di un tema coerente e onnicomprensivo alla base della piattaforma politica del successore di Ronald Reagan contrastava nettamente con le abilità oratorie di “the natural”. Eppure, a distanza di ventiquattro anni dalla conquista della Casa Bianca da parte dell’ex Governatore dell’Arkansas, i sondaggi sembrerebbero ancora confermare la validità dello slogan “It’s the economy, stupid!”. I rivelamenti dell’istituto demoscopico Gallup dimostrano, infatti, che le questioni economiche sono stabilmente in cima alle priorità degli americani, con il 31% degli intervistati che ad ottobre del 2016 le definiva “il problema più importante della nazione”, in tendenziale continuità rispetto ai mesi precedenti segnati dalla stagione elettorale. Al contrario, problemi quali “la mancanza di rispetto reciproco” e “unire il paese” compaiono soltanto in fondo alla lista, entrambi senza riuscire a superare la soglia del 2% delle risposte raccolte [8]. A fronte delle incendiarie dichiarazioni di Donald Trump, spesso indirizzate a minoranze etniche e religiose, Hillary Clinton si è proposta di rinsaldare il tessuto sociale della nazione, perorando la causa di un’America “stronger together”. Tassazione progressiva, giustizia redistributiva e introduzione di nuovi benefici sociali sono stati argomenti ricorrenti nei discorsi del candidato democratico, ma è lecito supporre che una maggiore enfasi posta sulla creazione di posti di lavoro – al di là del ripudio simbolico della Trans-Pacific Partnership, descritto in precedenza da Clinton stessa come “lo standard di riferimento degli accordi commerciali” – avrebbe incontrato il favore di ampi segmenti dell’elettorato, soprattutto della cosiddetta white working class.
È stata proprio questa constituency, storicamente zoccolo duro del Partito Democratico dai tempi del New Deal, a consegnare la vittoria al miliardario newyorkese, assurto paradossalmente a paladino dei ceti medio-bassi – i “dimenticati” dalle istituzioni tradizionali, primi fra tutti i partiti politici. Non solo Trump ha conquistato porzioni di voti nelle aree rurali e nelle piccole città più consistenti di Mitt Romney, il candidato repubblicano alla presidenza nel 2012, con medie rispettivamente del +3,5% e del +1%, secondo le stime della Brookings Institution [9], ma è anche riuscito a ribaltare gli esiti delle precedenti elezioni presidenziali in numerose contee chiave in cruciali Swing States. I dati raccolti dal Washington Post illustrano che Trump ha conseguito vittorie in ben un terzo delle quasi 700 contee in cui Obama aveva prevalso sia nel 2008, sia nel 2012, in particolare nel Midwest deindustrializzato, mentre Clinton è riuscita a conquistare soltanto lo 0,3% delle contee che avevano votato repubblicano nelle precedenti due tornate elettorali [10]. I dati aggregati indicano che il 71% degli uomini bianchi senza titoli di studio a livello universitario ha scelto di mandare Donald Trump alla Casa Bianca [11].
Le elezioni presidenziali del 2016 altro non sono state che il culmine di un lungo processo di trasformazione del Partito Democratico, che ha perso la sua tradizionale base lavoratrice per diventare l’organizzazione politica dei professionisti. In un illuminante articolo pubblicato da The New Yorker il 31 ottobre 2016, George Packer argomenta persuasivamente che l’ascesa della New Left post-ideologica clintoniana all’inizio degli anni Novanta ha posto al centro l’idea secondo cui un’adeguata istruzione sarebbe stata un mattone fondamentale per espandere la classe media, cavalcare le impetuose forze della globalizzazione e costruire il proverbiale ponte verso il ventunesimo secolo [12]. Nelle parole di Lawrence Summers, ultimo Segretario del Tesoro di Bill Clinton, oggi il Partito Democratico è diventato “una coalizione dell’élite cosmopolita e della diversità [culturale]” [13]. Lo spostamento del baricentro intellettuale del liberalismo americano è proceduto di pari passo con l’esodo dei colletti blu verso i lidi conservatori del Partito Repubblicano, il quale, seppure in buona sostanza soltanto sul piano retorico, è stato in grado di interpretare il loro sentire, di legittimare i loro interessi e di dar voce alle loro preoccupazioni. Nel 1948 due lavoratori non specializzati su tre votavano per il Partito Democratico, mentre nel 1964 il 55% – una percentuale scesa ulteriormente al 35% nel 1980 [14] e destinata a rimanere relativamente stabile nelle elezioni successive, con oscillazioni comprese fra il 41% raccolto da Clinton nel 1992 [15] e il 36% ottenuto da Obama nel 2012 [16]. Così, mentre da un lato i New Democrats perseguivano politiche economiche improntate a principi neoliberisti intuitivamente appetibili – dalla liberalizzazione degli scambi con il North American Trade Agreement, all’abrogazione del Glass-Steagall Act del 1933 sulla separazione tra le banche commerciali e le banche di investimenti, fino all’ambiguità nei confronti dei sindacati sempre più indeboliti –, che in ultima istanza hanno esercitato effetti deleteri, almeno nel breve-medio periodo, sulle condizioni di vita delle classi lavoratrici, contribuendo in parte anche a porre le basi per lo scoppio della crisi economica globale esplosa nel 2007, dall’altro essi stessi si interrogavano sulle ragioni che spingessero i cittadini meno abbienti a votare presumibilmente “contro i propri interessi”. Se una figura polarizzante come Hillary Clinton, per sua stessa ammissione durante un discorso alla Goldman Sachs “ormai molto lontana” dalla realtà delle classi medio-basse, ha ritenuto saggio etichettare questo vasto gruppo di elettori come “cesto di deplorevoli”, non sorprende che essi abbiano preferito sostenere la candidatura di chi per lo meno sembrava accogliere seriamente le loro istanze.
Appare evidente, pertanto, che il Partito Democratico dipende ancora dai lavoratori bianchi molto più del previsto. La campagna elettorale di Hillary Clinton ha commesso un errore di sottovalutazione strategica, dando per scontato vittorie negli Stati della Rust Belt storicamente blu, evitando, di conseguenza, quasi del tutto di calcare territori in cui serpeggiava un generale malcontento determinato da percepita stagnazione economica e diffusa alienazione politica. Non è stato avvertito il campanello d’allarme che avrebbero dovuto rappresentare le vittorie del socialdemocratico Sanders nel Midwest deindustrializzato durante le elezioni primarie. All’indomani del voto, appare appropriata la sua ferma condanna del Partito Democratico “guidato dall’élite liberale” [17] e “indifferente alle famiglie lavoratrici” [18].
La retorica populista di Donald Trump ha svolto la funzione performativa di trasformare la white working class – un esplosivo insieme di privilegio e svantaggio concentrato in una singola espressione – in un gruppo identitario consapevole di sé, alimentando il risentimento di coloro i quali percepiscono ancora gli effetti della Grande Recessione e si scoprono ogni giorno in un’America sempre più etnicamente eterogenea. Da “Hillbilly Elegy”, passando per “White Trash” fino a “The Politics of Resentment”, numerosi sono gli esempi in letteratura che nel corso dell’ultimo anno hanno dipinto un affresco a tinte forti della condizione esistenziale degli angry white men, il cui risveglio politico ha sorretto la candidatura dell’esponente per antonomasia della cosiddetta élite costiera tanto disprezzata – un impresario la cui carriera è iniziata grazie ad un “piccolo prestito di un milione di dollari” [19] da parte di suo padre ed è sfociata in un impero multimiliardario costruito sulle spalle di impiegati talvolta non retribuiti per le loro prestazioni lavorative [20]. L’imprenditore prestato alla politica ha, così, investito sulla sensazione condivisa da ampi strati della popolazione di scarsa partecipazione ai processi decisionali, di esclusione dall’accesso alle risorse pubbliche e di mancata considerazione da parte del top 1% in cima ad un sistema politico ed economico percepito come fondamentalmente truccato a loro svantaggio.
Tuttavia, curiosamente le contee in cui i tassi di disoccupazione sono calati in maniera maggiormente significativa dal 2012 ad oggi secondo i dati raccolti dal Bureau of Labor Statistics sono le stesse in cui il candidato repubblicano ha registrato consensi particolarmente ampi [21]. Le variazioni dei tassi di disoccupazione, pertanto, non sembrerebbero in grado di contribuire a spiegare adeguatamente le vittorie di Trump. Se, però, da un lato è pacifico che le questioni economiche occupino una posizione di primo piano nelle considerazioni elettorali dei cittadini americani, dall’altro più fonti sembrerebbero suggerire che le percezioni dello stato dell’economia nazionale contino più delle condizioni economiche effettive in cui versa il paese. Come dimostrato dell’economista di Gallup Jonathan Rothwell, i sondaggi indicherebbero che gli elettori di Trump non sono necessariamente più poveri della media nazionale, ma il loro contesto sociale di riferimento potrebbe averli spinti a ritenere che il paese nel complesso si stia muovendo nella direzione sbagliata [22]. È quello che i politologi Donald Kinder e D. Roderick Kiewiet hanno definito “voto sociotropico”: l’effetto pervasivo delle condizioni macroeconomiche sulle scelte di voto [23]. La campagna di Trump ha, pertanto, amplificato l’idea per cui la politica non è tanto questione di fatti o policy, quanto di identità ed emozioni.
In un clima politico che favoriva il cambiamento grazie ad un misto di ansia economica e di insoddisfazione nei confronti della paralisi a Capitol Hill, Donald Trump ha assommato in sé tutti i caratteri di un candidato indipendente – la mancanza di una chiara ideologia, la visibilità derivante dallo status di celebrità e la fortuna personale indispensabile per finanziare una campagna – per prendere dapprima d’assalto uno dei due maggiori partiti da cui poi lanciare un’inarrestabile offensiva contro una delle principali dinastie politiche democratiche, come spiegato da Dan Balz sulle pagine del Washington Post [24]. Al grido di “Make America great again”, Trump ha parlato direttamente alle componenti reazionarie del Partito Repubblicano – non ai conservatori sociali, né ai costituzionalisti originalisti, né ai libertari liberoscambisti, bensì ai nostalgici di un passato immaginario scardinato da inedite gerarchie sociali, nuovi modelli di genere ed equilibri demografici in rapida trasformazione, determinati a ripristinare l’ordine percepito sotto minaccia.
In una congiuntura storica segnata da profonda sfiducia nei confronti delle istituzioni, pochi esponenti politici incarnano l’idea di establishment quanto Hillary Clinton. Il solerte gradualismo bipartisan è un ingrediente fondamentale alla base di pratiche di buona governance, che, però, si scontra con la violenta impazienza del momento, rendendolo ancor più un asset politicamente poco spendibile, se non persino un elemento controproducente. D’altronde, che l’ex First Lady fosse un candidato problematico non si scopre all’indomani del voto. Tre decenni di servizio pubblico sono stati segnati da importanti successi settoriali, ma anche da ripetuti scandali di diversa natura, dagli investimenti immobiliari dai dubbi profili legali tramite la poi fallita Whitewater Development Corporation negli anni ‘80, alla morte dell’Ambasciatore americano J. Christopher Stevens a Benghazi nel 2012 per mano di gruppi legati ad Al-Qaeda, facilitata da misure di sicurezza “gravemente inadeguate”, come stabilito dalle conclusioni del rapporto stilato dall’Accountability Review Board del Dipartimento di Stato [25], ai discorsi lautamente pagati alla multinazionale finanziaria Goldman Sachs, alla cui segretezza dettata dal loro contenuto politicamente compromettente è stata prestata speciale attenzione, ai conflitti di interessi fra Dipartimento di Stato e Clinton Foundation, i cui donatori, fra cui non mancano entità governative, avrebbero avuto accesso privilegiato ai vertici della diplomazia americana [26], fino alla più recente controversia delle email, sfociata in un nulla di fatto al termine di diverse indagini, ma nondimeno solidificante l’immagine di Clinton come politico operante al di sopra delle regole. Una vita dedicata al bene comune comporta anche un attento scrutinio da parte dell’opinione pubblica, che ostacola il tipico trasformismo clintoniano, soprattutto quando WIkileaks diventa un fattore non trascurabile nella delicata equazione politica [27].
Questo complesso ecosistema di luci ed ombre ha avuto un peso determinante sull’esito delle elezioni. Infatti, sebbene complicata dalla vittoria del voto popolare, è diffusa la considerazione secondo cui non è tanto Trump ad aver vinto, quanto Clinton ad aver perso. A fronte di un incremento pari a 317.000 voti circa per Trump rispetto a Romney, Clinton ha ricevuto 3,5 milioni di voti in meno rispetto ad Obama nel 2008. Come osservato da Karl Rove sul Wall Street Journal, Trump non ha vinto perché è riuscito ad espandere considerevolmente la base del Partito Repubblicano, bensì perché Clinton ha perso una fetta sostanziosa della coalizione di Obama, fallendo nel tentativo di conquistarne cuori e menti e risentendo della conseguente affluenza alle urne più bassa di quanto anticipato [28]. Il dato aggregato si scompone in 1,8 milioni di voti degli afroamericani in meno e 1 milione di voti dei giovani in meno, cui vanno ulteriormente sottratti 1,8 milioni di voti degli elettori di età compresa fra i 30 e i 44 anni, 2,6 milioni di voti dei cattolici e quasi 4,5 milioni di voti di famiglie a basso reddito [29]. In sintesi, il candidato democratico non è riuscito a ricreare la coalizione progressista di giovani, minoranze e donne che ha portato Barack Obama alla Casa Bianca – un raggruppamento eterogeneo che parrebbe rappresentare l’elettorato specifico del Presidente uscente, più che quello tipico del partito dell’asinello.
In questo contesto, la grande intuizione di Donald Trump è consistita nel cogliere la portata di un epocale cambiamento in atto, i cui esiti rimangono ancora incerti, ma che è destinato ad esercitare un profondo impatto sulle categorie concettuali tramite cui si sviluppa il confronto politico. Come illustrato da Emile Simpson su Foreign Policy, l’elezione di Trump non è un’anomalia della storia politica occidentale, bensì il sintomo dell’emergere di un nuovo paradigma attorno cui si articola il dibattito pubblico [30]. La dialettica fra destra e sinistra, che ha segnato la vita politica delle liberaldemocrazie a partire dal XIX secolo ed è stata cruciale per dirimere in maniera compromissoria le problematiche, in particolare quelle relative a questioni di giustizia distributiva, sollevate dai processi di industrializzazione, sarebbe inadatta ad organizzare la realtà politica delle società post-industriali, poste dinnanzi all’interrogativo centrale della globalizzazione. È proprio quest’ultimo a dover assurgere a fondamentale principio organizzativo della differenza politica. Trump ha sfidato le convenzioni politiche esistenti, acquistando così un’attrattiva trasversale. Si pensi, ad esempio, che, al netto di un certo grado fisiologico di porosità delle linee di divisione partitiche rispetto a tali questioni, oggi la sinistra tende ad essere internazionalista su temi di natura sociale, quali multiculturalismo e immigrazione, ma si attesta su posizioni più nazionaliste rispetto a nodi critici come commercio e regolamentazione fiscale. L’opposto è vero per le correnti di destra. Se studiato attraverso questo prisma, appare evidente che Trump ha promesso cospicui investimenti infrastrutturali per stimolare l’occupazione, come prescritto dagli economisti di estrazione keynesiana e propugnato dagli interventisti governativi a sinistra, ma si è espresso allo stesso tempo a favore di considerevoli riduzioni degli oneri fiscali, come suggerito dagli economisti riformisti liberisti riconducibili alla Scuola di Chicago e sostenuto dai teorici del governo minimo a destra. In conclusione, al fine di raccogliere un consenso elettorale sufficientemente vasto da potersi porre in maniera credibile come candidato alla presidenza degli Stati Uniti, diventa indispensabile trascendere, ricomprendere e ridefinire le convenzionali categorie di destra e sinistra e adottare politiche eclettiche rispetto agli standard del secolo scorso. Questo è esattamente ciò che ha fatto Donald Trump.

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*Vladislav Krassilnikov é OPI Trainee

fonte: http://www.bloglobal.net

Non solo matrimonio gay. La deriva nichilista dei “diritti umani”





Barack Obama, il beniamino di tutti i progressismi del pianeta, ha affermato di essere orgoglioso di avere allargato i “diritti” delle cosiddette comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali). In occasione della promulgazione della legge sul matrimonio per tutti – così lo chiamano, con una pericolosa torsione semantica – affermò che aveva “vinto l’amore”. In Italia, Renzi si è detto orgoglioso che il suo governo abbia realizzato le unioni civili, ossia il matrimonio omosessuale sotto mentite spoglie, dotato di una sorta di nome d’arte per chiamare “formazioni sociali” i soggetti uniti civilmente e bypassare l’art. 29 della costituzione con la sua antiquata definizione di famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. La signorina Maria Etruria Boschi e la senatrice Cirinnà, madre surrogata della legge, parlano di “avanzamento di civiltà”. Strano davvero che durante millenni di culture umane le più diverse non ci avesse pensato nessuno, nemmeno Semiramide, e neppure a Sodoma, dove anzi un Dio arcigno e reazionario distrusse la città “omofila” (oh, i bei neologismi della neomorale aperta e postmoderna!).
La verità è, ovviamente, diversa e ben più prosaica: la civiltà in viviamo, una delle tante che l’umanità ha costruito nella storia, si fonda sulla sacralizzazione della (grande) proprietà privata e sull’assolutizzazione dell’individuo definito libero. La società di oggi si fonda sulla forma-merce, sul monoteismo del mercato e sull’individualismo proprietario ed utilitaristico. Si è quindi data una sua nuova religione, frutto della secolarizzazione e della manipolazione delle religioni trascendenti: si tratta della religione dei Diritti Umani e della Democrazia Rappresentativa. In assenza e proibizione di principi condivisi, regnano il soggettivismo erto a unica verità indiscutibile ed il più ampio relativismo morale, che vira rapidamente in nichilismo. Una somma aritmetica di individui non è una comunità, che per natura possiede un’etica condivisa e prescrive comportamenti sulla base di un’idea di bene e di male, ma a rigore non è neppure una società, che ha bisogno comunque di regole minime introiettate, almeno una deontologia, e di un sistema di norme codificate che definiscano il perimetro dei patti tra i soggetti partecipanti, atomi desideranti interessati esclusivamente all’utile individuale. E’ la società liberale, disinteressata a qualunque criterio veritativo diverso dalla Proprietà, dal Mercato e dal Consumo.
Le leggi sulla famiglia ed il matrimonio non possono fare eccezione alla religione dei Diritti Umani: in fondo,  altro non si tratta che registrare, a fini di burocratica distribuzione di talune prestazioni pubbliche dette “diritti sociali”, delle volontà soggettive presupposte libere (i diritti umani divinizzati) di natura contrattuale, pattizia. Sotto questo profilo, appare davvero intollerabile ad un cervello progressista che l’istituto matrimoniale sia limitato a questioni secondarie o del tutto irrilevanti in termini astratti, come il diverso sesso dei contrenti, ma anche eventuali legami di parentela (incesto) e, in prospettiva assai vicina, anche il numero dei contraenti. Desta addirittura orrore interpretare il matrimonio alla luce dell’apertura a nuove vite (nel passato si chiamavano figli) ed alla regolazione della paternità e della maternità –  genitorialità in neolingua. Quel che conta, l’unico elemento accettato, di cui la legge liberale (positivismo giuridico) prende atto senza commenti o valutazioni è “l’amore”, ovvero l’esistenza (per la persistenza, l’amore è eterno finché dura), ad insindacabile giudizio delle parti, anche di una sola di esse, del più indicibile, instabile, non descrivibile né razionalizzabile dei sentimenti umani, derubricato a contratto con clausole e diritti di recesso. Hanno quindi ottime ragioni i sostenitori del matrimonio omosessuale ad esultare perché “vince l’amore”, o la sua versione volgarizzata nello spirito del tempo, ma non vi è nulla di più lontano dal matrimonio e dalla famiglia della semplice e provvisoria protezione giuridica dell’amore basato sull’intesa e la pratica sessuale. Pure, omnia vincit amor, et nos cedamus amori, canta Virgilio nelle Bucoliche, ma il mantovano era un poeta, non un giurista.
Il punto che spesso sfugge anche ai settori critici dei nuovi pseudo diritti della modernità terminale è che il matrimonio non fu istituito per rendere omaggio all’amore, né ad esso si riferisce la constatazione cosmogonica del Genesi “maschio e femmina li creò”, nella cornice colpevolmente limitata ai due sessi (oops, generi canonici conosciuti in quei tempi primitivi).
L’uomo, una volta uscito dalla primitività, ha dato un senso alla propria presenza nel mondo e si è costituito come creatura nel modo che Ugo Foscolo, un ateo, sintetizzò nei “Sepolcri” con i grandiosi versi  “Dal dì che nozze e tribunali ed are/ diero alle umane belve esser pietose/di se stesse e d’ altrui, toglieano i vivi/all’ etere maligno ed alle fere/i miserandi avanzi che Natura/con veci eterne a sensi altri destina.” Il matrimonio nacque per stabilizzare la società attraverso la monogamia, regolarizzare e legittimare la filiazione, istituendo doveri precisi a carico dei padri e dei mariti, inserire la sessualità e l’istinto alla procreazione nel circolo della comunità e della sua riproduzione. Contestualmente, gli uomini presero a onorare i propri morti, tanto che di molte civiltà ci restano soprattutto le necropoli e le vestigia del culto dei defunti. L’uomo si rese conto di possedere un logos, una ragione del tutto speciale ed imparagonabile alle altre creature e volse lo sguardo in alto, verso la trascendenza e l’infinito. Il suo logos gli impose di porre regole collettive di comportamento, munite di efficacia etica non meno che di strumenti pratici di applicazione e sanzione.
La civilizzazione postmoderna è ampiamente fuoruscita dal quadro che abbiamo tracciato, e viaggia imperterrita verso il nulla. Indifferente alla trascendenza ed all’attribuzione di un senso qualsiasi alla vita dell’essere umano, ha pressoché abolito non solo il culto, ma il rispetto minimo per la morte . Se al tempo di Foscolo, alba della modernità borghese e mercantile post 1789, l’editto giacobino di Saint Cloud imponeva la sepoltura lontano dai centri abitati, il senso comune contemporaneo espelle il cimitero dal panorama urbano e suburbano. Meglio bruciare i corpi, disperderli nell’aria o in mare o, per i più sentimentali, tenere presso di sé le ceneri dei propri cari. La morte non è più il grande mistero, ma una sbrigativa pratica da affidare ad “esperti” o operatori specializzati. Eutanasia, testamento biologico, le insopportabili campagne per espropriarci persino dei nostri resti, dei quali, come per il maiale, “non si butta via niente”, per cui dobbiamo “donare” – ma in una società di mercato nulla è dono! – gli organi in buona condizione. Forse occorrerebbe un habeas corpus non solo a tutela della libertà personale dei vivi dagli abusi legali, ma a difesa estrema della dignità delle salme .
Desacralizzata la morte, è desacralizzata la vita; non a caso l’aborto è banalizzato come intervento di routine che espelle come un rottame, un escrescenza ed un fastidio la vita che si sviluppa nel ventre materno. Di più: settori importanti del femminismo bollano come “ingiustizia” della natura il fatto che la gravidanza si svolga nel modo che la Natura o Dio hanno previsto. Un politico omosessuale di sinistra come Nichi Vendola, per soddisfare il suo capriccio di paternità ha pagato una donna povera, nuova schiava, per essere fecondata artificialmente e poi cedere il frutto dell’inseminazione. All’uomo moderno, tutto questo sembra normale, anzi si ingegna a trarre profitto personale dalle nuove opportunità della tecnica.
Come poteva uscire indenne il matrimonio da una follia tanto potente? La vulgata odierna pensa, anzi prescrive che quel che conta è solo la volontà immediata e momentanea, postulata libera, di una o più persone. Due, tre, quattro, poco conta, tanto è vero che negli Stati Uniti, autonominatisi patria della libertà, si cominciano a regolarizzare unioni poligamiche: semplice diritto civile privato. Una grande conquista di civiltà, le nozze monogamiche come evento pubblico dinanzi alla comunità che accoglie la nuova famiglia, viene quindi rovesciata nel suo contrario, ristretta nel recinto privato, ma sempre in nome della libertà e, naturalmente, dell’amore! Anche per il cognome – il nome di  famiglia – tutto deve cambiare: basta con l’antiquata, ingiusta ed non egalitaria patrilinearità, ognuno si chiamerà come preferisce, due fratelli potranno portare due diversi cognomi. Nel tempo e nel nome dei Trottolini amorosi, sembra vicina l’ultima spallata, quella che farà superare, con un ultimo salto mortale all’indietro, anche l’antichissimo tabù dell’incesto, quello che Claude Lévi Strauss individuò come elemento comune di tutte le comunità civili  umane. Ma questo è il punto: comunità che si fa civiltà. Quella che viviamo è la fase febbrile e convulsiva di una civiltà estenuata, una sorta di epilessia collettiva che abbiamo chiamato libertà.
Non ci importa di avere figli e non vogliamo padri, due fastidi uguali e contrari, responsabilità e limitazione di diritti e libertà, non riconosciamo più il dato naturale che qualunque società, per sopravvivere, deve riprodursi e “trasmettersi” attraverso la filiazione e l’educazione dei nuovi membri della comunità, non sopportiamo né il dolore né la malattia, molto meglio una igienica morte assistita, già sperimentata nei disinfettati obitori a cielo aperto degli Stati dell’Europa settentrionale ex protestante. Non c’è motivo alcuno per credere che il matrimonio, parola che presto sarà sostituita da qualcosa come libera unione, unione civile o simili, debba essere limitato ad un uomo ed una donna interessati ad un progetto di vita comune, tendenzialmente valido per la vita intera, aperto alla nascita ed all’educazione dei figli secondo le regole della natura ed i principi di una specifica comunità umana. Se la nostra religione è quella dei “diritti”, nessuno deve essere escluso da nulla.
Il criterio, peraltro falso ed ingannevole, è l’amore. Nessuna giurisdizione aveva mai preso in considerazione come oggetto di “ius” l’amore: era uno di quegli ambiti in cui il diritto scritto si dichiarava incompetente, e, in qualche misura, si ritraeva  in un discreto non luogo a procedere. Di fatto, le cose non sono cambiate, è l’inganno ad essere diventato padrone del campo. Non a caso, anche in Italia le unioni civili vengono utilizzate anche da “formazioni sociali” (innalziamo pure noi un altare al politicamente corretto!) il cui unico interesse è quello, pratico, di ottenere assegni familiari, provvidenze sociali originariamente destinate alla famiglia di cui all’art. 29 della Costituzione-più-bella-del-mondo, pensioni di reversibilità, esenzioni da ticket, nessun obbligo di testimonianza “contro” in tribunale, e tutto l’armamentario di quel che resta dello Stato sociale aggredito dal rampante liberismo.
Che l’argomento-amore sia un inganno ad uso dei gonzi e delle sciampiste è dimostrato dal fatto che è in corso anche da noi l’iter legislativo che porterà all’abolizione dell’obbligo di fedeltà nei matrimoni e nelle unioni civili. Dunque, di che parliamo, da Obama  all’ultimo militante LGBT, passando per le laiche suorine democratiche, liberali e progressiste e per i buoni benpensanti  “moderati” che votano a destra per difendere i loro miserabili portafogli e rafforzare le questure? Senza l’obbligo giuridico di fedeltà, che resta di un’unione? Solo i “diritti”, solo e sempre loro. Del resto, è assai difficile definire in che consista la fedeltà: è un fatto esclusivamente fisico, che comporta l’astenersi da rapporti sessuali con persone diverse da quelle con cui si è stipulato un contratto, ovvero si estende al campo dei desideri, nel qual caso rientrerebbe dalla finestra la religione cacciata dalla porta (“Ho molto peccato in pensieri, parole, opere ed omissioni”), oppure è qualcosa di diverso ed ulteriore? La religione dei diritti non può riconoscere alcuna fedeltà, tutt’al più può stabilire obblighi e divieti di natura consensuale, ergo individuale.
Torniamo al punto di partenza: la religione dei diritti individuali non solo è elastica ed estensibile all’infinito, ma è tendenzialmente totalitaria e assolutamente intollerante. Qualunque cosa vi si opponga lede un diritto, o una pretesa, o un capriccio rivendicato da qualcuno con il codice alla mano. Per questo, a poco vale, dovere morale a parte, opporsi al matrimonio omosessuale, all’aborto generalizzato, alla deriva eugenetica e zootecnica della procreazione assistita ed a carico della mutua, esattamente come ha poco senso lottare esclusivamente per riconquistare la sovranità popolare e nazionale, per l’identità ed i diritti sociali. Il mondo in cui siamo precipitati pretende di presentarsi come qualcosa di dato ed immutabile, scientificamente provato una volta per tutte. L’economia politica travestita da formula matematica in cui hanno ristretto il mondo è, al contrario, un’ideologia come tante, purtroppo oggi fortissima ed apparentemente invincibile. Ma non c’è nulla di oggettivo o di neutrale: ha vari pilastri che devono essere aggrediti, il sensismo, lo scetticismo generalizzato e, su tutto, l’utilitarismo fondato sul primato della tecnica.
Per questo, non è sufficiente combattere battaglie settoriali, per quanto meritorie e sacrosante, come quella per la vita e la famiglia naturale. Questa non è una lotta, purtroppo, in cui basti separare il bambino dall’acqua sporca. L’acqua sporca ed avvelenata sono gli esiti dell’individualismo liberale progressista, ma il bambino, che disgraziatamente è un gigante, è la dittatura dell’ideologia del mercato e dei diritti umani, vestita da democrazia falsamente rappresentativa ogni giorno meno disposta ad accettare le idee non conformi.  Tutto è “privato”, tutto è contratto, nulla è comunità, nulla è principio condiviso, non siamo che frammenti, individui trasformati in monadi. E non è certo, come immaginava Leibniz, il migliore dei mondi possibili. Solo restituendo l’uomo a se stesso, vita, famiglia, comunità, identità, rispetto del creato e apertura alla trascendenza si può sconfiggere questo disgustoso ermafrodito, “Dio” di se stesso generato dall’Illuminismo e portato a compimento dai materialismi che hanno dominato e preso in ostaggio l’Occidente, terra del Tramonto.
L’idra ha infinite spire, ciascuno cerchi di recidere quella che sente più minacciosa per il suo animo, a partire dalla dilagante immoralità delle legislazioni relative alla famiglia, ma non sconfiggeremo mai il mostro se non arriveremo alla testa, che è e resta la cupola di chi ha privatizzato il pianeta a fini di dominio. Hanno nomi e cognomi, luoghi di elezione,  centri di direzione strategica e operativa, intellettuali a contratto, un clero regolare ed uno secolare, come ogni religione rivelata, un potere enorme, ma di loro cominciamo ad averne abbastanza.
Come sapeva Dante, non siamo stati fatti per vivere come bruti, guardare sempre più in basso, un’esistenza ridotta a contratti da rispettare e stracciare, eccessi, sballi e sodomie da consumare di corsa e poi, via, un’iniezione letale, antisettica, antibatterica con ticket prepagato.

di Roberto Pecchioli - 21 gennaio 2017
fonte: http://www.riscossacristiana.it