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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

20/12/14

La crisi russa decisa negli Usa fa tremare l’Europa

Secondo la banca centrale entro dicembre 2015 aziende e banche russe devono restituire all’estero 208 miliardi

La cancelliera tedesca Merkel, tra i più severi fautori delle sanzioni Ue, ora è la prima a piangere. I debiti di Mosca verso Berlino valgono oltre 20 miliardi di euro, un decimo del totale: il crollo del rublo ha avuto pesanti ripercussioni sul made in Germany. Per non parlare della povera Italia
Se l’economia della Russia cade a pezzi non ci sarà nessuno a vincere. Lo gridano gli economisti e lo capiscono anche i politici, ma sembra che nessuno sappia o voglia fermare gli speculatori che giocano sul rublo. C’è chi ricorda che l’Unione Sovietica fu sconfitta dagli Stati Uniti per bancarotta in un sistema economico chiuso. La sola ipotesi di bancarotta della Russia fa tremate il capitalismo di mezzo mondo. Secondo la banca centrale russa entro dicembre del 2015 aziende e banche devono restituire all’estero 208 miliardi di crediti. Un decimo dei 20,8 miliardi, soltanto alla Germania.

petrolio russo 600

Ora Berlino trema, e un po’ se lo merita. Calo del prezzo del petrolio e crisi del rublo non spingono i russi agli affari. Non solo l’embargo, ma il ‘made in Ue’ verso il Paese di Vladimir Putin precipita. Se Mosca piange l’Europa non ride. E la crisi sta già erodendo profitti e danneggiando gli interessi delle aziende rivolte all’estero e le multinazionali che hanno attività in Russia. Le ritorsioni di Putin sui prodotti europei non hanno migliorato le cose. L’Italia lo sta capendo sul fronte agroalimentare anche se sui banconi dei supermercati russi, verdure, carni, pesci, frutta, sono quasi scomparsi.

Basta pensare che l’export verso la Russia è il 10% dei totale dei prodotti alimentari Ue, valore 15 miliardi di dollari. Secondo alcuni economisti l’Europa, per compensare i suoi produttori colpiti dall’embargo avrebbe già sborsato intorno ai 156 milioni di dollari. Piangono i contadini ma non ridono le ‘quattro ruote’. Il gigante Volkswagen subisce un calo dell’8% di vendite in Russia e le azioni hanno perso oltre il 12% del valore solo quest’anno. Il marchio di abbigliamento sportivo Adidas sta chiudendo negozi e ridimensionando il giro di affari in Russia: guadagni a meno 20 e 30%.

Il famoso negozio 'Eliseevsky' sulla Tverskaya a Mosca
Il famoso negozio ‘Eliseevsky’ sulla Tverskaya a Mosca

I francesi non stanno meglio. Renault, Peugeot e Citroen, sono in sofferenza da tempo e ora anche il colosso americano Ford, che opera in Russia, ha constatato che rublo debole, calo del petrolio e sanzioni, fa precipitare le vendite. E gli USA, artefici della linea dura con Mosca vengono colpiti su alcuni simboli della globalizzazione e del lor potere economico. La Coca-Cola, che imbottiglia e distribuisce bevande anche in Russia, ha già bruciato il 32% del valore delle azioni. Poi McDonald, che chiude catene di negozi per controlli severi di ritorsione di Mosca nei confronti delle sanzioni.

Ma perché il farci male tutti, e da soli? Partita strategica. Una spiegazione la tenta il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. ‘Le sanzioni dell’occidente siano in realtà un tentativo di forzare un cambio di regime a Mosca’. Ovviamente per ‘sostituirlo con un soggetto meno scomodo ai desideri egemonici di Washington’. Fosse vero, attraverso quali passaggi? 1) Ucraina dove la Nato vuole la sua bandiera. 2) Siria, dove Damasco gode della protezione russa. 3) Iran, col ravvicinamento Usa è condizionato al rapporto di Teheran con Mosca. 4) L’Europa dove esportare il suo ‘ shale oil’.

President Vladimir Putin Visits USA House

Penetrare la Russia attraverso forzature economiche o militari che siano, non risulta storicamente facile. «Ricordate la lezione di Hitler. Voleva conquistare la Russia e guardate com’è finita», ha rammentato pochi giorni fa Vladimir Putin
http://www.remocontro.it - 19 DIC, 2014
Altre Fonti : Agenzie, La Stampa, LookOut

MANIPOLAZIONE DELLE INFORMAZIONI



Ci sono molti modi attraverso i quali l’informazione può essere manipolata. La manipolazione delle informazioni su internet è connessa a uno dei seguenti temi: il modo in cui l’informazione è data; uso “violento” delle tecniche su internet per manipolare l’utente finale (via e-mail o attraverso la pubblicità “violenta”) e i monopoli su internet.

Modo di dare le informazioni

È molto importante il modo in cui sia le immagini che il testo vengono forniti, visto che questo influenza le scelte e le decisioni degli utenti finali. Qui sottolineiamo due modi di manipolare l’informazione relativamente al modo in cui vengono date: immagini e testo.

- Manipolazione di immagini o foto – attraverso un procedimento digitale, non ci sono praticamente limiti a quello che può essere fatto ad una immagine, e molte manipolazioni vengono però fatte con le migliori intenzioni. La domanda è: quando l’estetica viola la nostra etica? Sebbene ormai gli utenti sono abituati al fatto che le immagini possano essere manipolate piuttosto facilmente (per esempio quando si guardano film di fantascienza nei quali tutto è possibile), noi possiamo essere manipolati da immagini ad un livello inconscio, senza esserne veramente consapevoli. Per esempio, nessuno quando legge un giornale pensa che le immagini possono essere state alterate o create per manipolarci. Vediamo un esempio.

Un giornalista con trent’anni di esperienza del Los Angeles Times fu licenziato dopo aver contraffatto queste due foto di soldati inglesi a Basra, Iraq.

- Manipolazione dei testi – in tutti i tipi di media scritti, inclusi i testi dei siti internet e gli articoli online, i testi e il linguaggio sono un potente mezzo per manipolare i lettori. Quando prendiamo in esame come il linguaggio possa manipolare, dobbiamo considerare i seguenti aspetti: organizzazione del testo, carattere, colore, grafica, uso del linguaggio (per esempio, uso di metafore o espressioni emozionali contro l’uso di un linguaggio più pratico). Dobbiamo sempre farci domande come: perché l’autore ha messo queste parole in caratteri così piccoli e queste altre in caratteri così grandi? Leggere e pensare un po’ di più potrà aiutarti nel leggere tra le righe e evitare di essere imbrogliati da testi manipolati. Ecco un semplice esempio di quanto si possa facilmente giocare con i testi per manipolare i lettori:


Nella prima immagine il titolo del giornale dice che Michael Jackson è morto. Invece, nella seconda immagine, c’è un titolo molto grande che dice che Michael è vivo e nel piccolo riquadro in piccoli caratteri si dice che è vivo solo nei cuori delle persone. L’obiettivo del secondo titolo è quello di incrementare le vendite di quel giornale.

“Violenza dell’informazione”

La parola “violenza” qui implica l’uso di tecniche violente su internet per manipolare gli utenti. Qui ora esamineremo alcune di queste tecniche.

- Targeting comportamentale – questa tecnica ha avuto origine come un modo innovativo e molto usato per la pubblicità online per raggiungere i loro potenziali clienti. Comunque, recentemente c’è una crescita dei temi legati alla privacy connessa a questo tipo di pubblicità. Essenzialmente, il targeting comportamentale significa che i pubblicitari online possono tracciare la cronostoria del nostro browser (cioè i siti che abbiamo visitato) e usare queste informazioni per mostrarci le pubblicità che potrebbero essere più interessanti per noi. Questo è un chiaro esempio di come niente su internet finisca nel nulla e quello che stai facendo/cercando/guardando attualmente può influenzare pesantemente quello che vedrai su internet in futuro, il che è una sorta di manipolazione.

- Advertising semantico – questa tecnica è simile al targeting comportamentale spiegato sopra nel senso che anche questa tecnica mira a mostrare solo i contenuti che probabilmente interesseranno i visitatori. La differenza è che l’advertising semantico non analizza la cronostoria del browser degli utenti ma analizza le pagine internet in modo semantico (cioè analizza il loro significato) per determinare quali contenuti sono appropriati per loro e quali no. Anche questa tecnica cerca di manipolare gli utenti in quanto verranno mostrate solo le pubblicità che qualcuno pensa siano appropriati per gli utenti di una certa pagina. Di nuovo, non è l’utente che decide cosa vedere.

- Spamdexing (“spam” + “indexing”) – questa tecnica di manipolazione fu largamente utilizzata negli anni novanta, all’inizio dell’era di internet. Fondamentalmente questa tecnica manipola gli indici dei motori di ricerca (gli indici immagazzinano i dati e in questo modo è possibile ricercarli rapidamente senza aspettare che venga esaminato ciascun documento). Ci sono molti metodi di spamdexing. Per esempio, si possono mettere tantissime parole chiave nel sito internet, per far aumentare la sua classificazione da parte dei motori di ricerca, il che rende più probabile che venga mostrato. Questa tecnica si chiama keyword stuffing (imbottitura di parole chiave) e molti motori di ricerca moderni riescono a rilevare questo tipo di violazioni e bloccare la pagina internet. Nello stesso modo, può essere messo del testo nascosto nella pagina, in modo che venga rilevato dai motori di ricerca e, di nuovo, aumentare la classificazione della pagina ma allo stesso tempo è utilizzata anche solo per ingannare gli utenti e portarli nella pagina pensando che ci sia quello che cercano.

- Manipolazione delle e-mail – le e-mail manipolate sono un fenomeno popolare recente su internet. Questo è spesso un modo per ingannare le persone, per ottenere denaro illegalmente. Ci sono vari modi di manipolare le e-mail: malintenzionati che fanno in modo che le mail sembrino inviate da qualcun altro invece che dal mittente reale; inserire alla fine della mail una diversa e-mail con un differente dominio a cui spedire la propria risposta; dare un numero di telefono satellitare; offrire un premio molto lauto in cambio di piccoli importi di tasse, ecc. Per ulteriori informazioni e esempi puoi giocare al gioco “Manipolazione delle informazioni” nella sezione “Giochi” di questo sito.

Monopoli su internet

Questo argomento è piuttosto controverso ai giorni nostri.

Prima di tutto, mentre sappiamo esserci un monopolio nella rete, la buona notizia è che non è durevole. Internet e le tecnologie moderne sono in costante cambiamento. Entro pochi anni una azienda potrebbe fallire e lasciare lo spazio ad un’altra. Per esempio, MySpace era il social network più popolare sino a che recentemente il suo posto è stato preso da Facebook. Questa limitatezza nel tempo è un segno di quanto possa essere competitivo il mercato di internet, in quanto gli utenti se trovano un prodotto non in linea con le loro esigenze semplicemente smettono di usarlo e lo rimpiazzano con uno più competitivo.

Comunque, esiste anche l’altro lato della medaglia, che mostra la tendenza opposta – l’esistenza del monopolio si consolida anno dopo anno in vari campi del mercato di internet (shopping, ricerca, ecc.). L’effetto rete crea monopoli su internet – se molte persone che conosci usano un certo motore di ricerca è molto probabile che tu possa iniziare a usarlo. Quello che può essere considerato come un aspetto negativo non è che le aziende possano danneggiare gli utenti o far pagare più di altre ma piuttosto che potrebbero diminuire la competitività e l’innovazione, che è comunque una sorta di manipolazione.
In più, se, per esempio, sempre più persone stanno usando solo un certo social network allora tutte queste persone vedranno una sola pubblicità, scelta da quel social network. Anche questa è una manipolazione, ma è anche il risultato della libertà delle persone che hanno scelto quel sito invece che un altro, decisione per la quale avranno le loro personali ragioni.


In conclusione, il motivo per cui il monopolio su internet è controverso è il seguente: è mutevole, è per buona parte dovuto alla somma delle singole decisioni individuali e non sempre è nocivo. Comunque, abbiamo deciso di includere questo argomento per aumentare la consapevolezza dei giovani e farli riflettere sulla questione, in modo che si possano formare una propria opinione. 

http://media-youth.org
 

CASO MARO' - Il governo abbaia ma non morde


Lo scorso febbraio con Matteo Renzi in arrivo a palazzo Chigi, il ministro degli Esteri, Emma Bonino, del governo Letta, richiamò pure lei l'ambasciatore Daniele Mancini. La Corte suprema indiana aveva deciso per l'ennesima volta di rimandare il caso marò. Altro rullo di tamburi e poi il diplomatico tornò a Delhi in silenzio e l'odissea dei fucilieri di Marina continuò come prima. Il terzo richiamo dell'ambasciatore suona come una presa in giro.


Il governo Renzi fa il «finto» duro e richiama l’ambasciatore italiano da New Delhi. Peccato che nell’odissea dei marò è la terza volta e non sia mai servito a nulla. Un vero atto di forza sarebbe ritirare il nostro diplomatico dall’India e se non bastasse considerare persona non grata l’ambasciatore indiano a Roma.
Non solo: dal capello magico del novello ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, rispunta l’arbitrato internazionale annunciato mille volte e mai attuato. «Passano i governi, cambiano i ministri, fanno gli annunci ma poi tutto rimane fermo. L’arbitrato internazionale è l’unico strumento utile alla soluzione dei fucilieri di Marina, già previsto dal momento in cui i due marò sono stati rinviati in India» lo scorso anno dal governo Monti. Lo continua a ripetere, inascoltata, Angela Del Vecchio, esperta dell’università Luiss di Roma. Il colpo di reni degli Esteri e della Difesa, di ieri, annunciato alle Commissioni parlamentari, assomiglia più ad un bluff, di chi non sa che pesci pigliare. «Di fronte a un atteggiamento così grave – delle autorità indiane – il governo si riserva i passi necessari a partire dall’urgente richiamo per consultazioni dell’ambasciatore italiano a Nuova Delhi» anche se «non si tratta di rottura delle relazioni diplomatiche» ha tenuto a precisare ieri Gentiloni. Nel maggio 2012, dopo la presentazione dell’atto di accusa per omicidio volontario di due pescatori indiani contro i marò, l’allora governo Monti richiamò con squillo di trombe l’ambasciatore a Delhi, che era Giacomo Sanfelice di Monteforte. Meno di un mese dopo tornò in India. Per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non cambiò, in pratica, nulla.


Lo scorso febbraio con Matteo Renzi in arrivo a palazzo Chigi, il ministro degli Esteri, Emma Bonino, del governo Letta, richiamò pure lei l’ambasciatore Daniele Mancini. La Corte suprema indiana aveva deciso per l’ennesima volta di rimandare il caso marò. Altro rullo di tamburi e poi il diplomatico tornò a Delhi in silenzio e l’odissea dei fucilieri di Marina continuò come prima. Il terzo richiamo dell’ambasciatore suona come una presa in giro. Un bluff accentuato dall’annuncio di Gentiloni, che cala l’asso dell’arbitrato internazionale: «Stiamo considerando passi successivi» compreso «l’arbitrato internazionale su cui prenderemo una decisione nei prossimi giorni». Il 18 marzo, l’allora ministro degli Esteri, Federica Mogherini, annunciava: «Il prossimo passaggio può essere l’avvio di un arbitrato internazionale». Il 24 aprile rivelava l’apertura di una «procedura internazionale» con l’invio di una nota verbale all’India. Un primo passo che se non darà esiti sfocerà nell’arbitrato intrenazionale. Il 27 maggio è stato assoldato per l’ex capo del servizio giuridico del Foreign office, il baronetto britannico Daniel Bethlehem, che fino ad oggi non ha partorito assolutamente niente. Nonostante la giurista Del Vecchio continui a dire che «l’arbitrato si potrebbe attivare già oggi. Il ricorso era stato preparato dalla commissione che si occupò dei marò all’inizio della vicenda (mille giorni fa, nda ). Bisogna solo presentare la richiesta al Tribunale internazionale del mare».
Oltre al danno la beffa peggiorata dal governo che si sta infilando in una situazione estremamente pericolosa con Latorre in Italia e Girone in «ostaggio» a Delhi. «Siamo delusi ed irritati per la decisone della Corte suprema indiana sui due marò» ha dichiarato la Pinotti. E riferendosi alle condizioni di salute di Latorre in permesso «sanitario» in Puglia, che dovrebbe rientrare a Delhi in gennaio sostiene «che non ci sono le condizioni per farlo partire dall’Italia». E sull’ennesima Caporetto sul caso marò, il presidente del Consiglio tace.

di Fausto Biloslavo - 20 dicembre 2014 
Fonte: il Giornale

Marò, il ministro Di Paola fermò la liberazione. Il racconto di Biloslavo



Marò, il ministro Di Paola fermò la liberazione. Il racconto di Biloslavo


Soluzione consensuale? Arbitrato internazionale? Ritiro dell’ambasciatore? Il governo Renzi e la Farnesina continuano il teatrino dello stop and go che da quasi tre anni impedisce la soluzione del caso marò. Dopo l’ultima doccia fredda di Nuova Delhi è Fausto Biloslavo per il Giornale a ricostruire i retroscena che tengono in ostaggio Salvatore Girone e Massimiliano Latorre dal febbraio 2012. Il governo indiano dice di avere all’esame un proposta del governo italiano, ma in realtà la soluzione messa nero su bianco è sul tavolo dell’esecutivo di Delhi fin dallo scorso ottobre, congelata proprio da Palazzo Chigi.

Le rivelazioni choc

A rivelarlo è  Vinod Sahai, rappresentante degli oltre 200mila indiani che vivono in Italia, l’uomo che in India apre tutte le porte e che ha preparato l’istanza alla Corte suprema indiana per una soluzione extragiudiziale, rimasta lettera morta. «Lo spazio c’è ancora – spiega al Giornale – ma vanno lasciati da parte i politici, è meglio che si parlino i militari. Ci vorrebbe un incontro fra il capo di Stato maggiore della Difesa, Luigi Binelli Mantelli, ed il suo omologo indiano, che posso favorire».

I fatti

L’8 maggio scorso Sahai, invia una mail all’allora ministro degli Esteri Federica Mogherini, in veste di presidente dell’Indian Business Forum d’Italia, ricordandole di aver già «dato supporto al governo Monti per liberare i due marò».  Tre viaggi in India, «sempre in accordo con il ministero della Difesa italiano» per preparare il terreno e incontrare i marò. «Purtroppo, all’ultimo momento – scrive – sono stato chiamato dal ministro della Difesa (l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ndr) che mi ha pregato di non presentare questa Istanza, senza darmi alcuna motivazione» si legge nella mail. Mail alla quale la Mogherini, poi promossa all’Unione europea, non ha mai risposto.

Chi remò contro

A remare contro proprio l’ammiraglio Di Paola e il governo Monti per non fare brutta figura se il caso si fosse risolto con l’aiuto degli indiani d’Italia. Sahai non si dà per vinto e offre al governo Renzi di mettersi di nuovo in gioco: «Credo si possa ancora fare molto per accelerare la liberazione dei marò e trovare la soluzione migliore per tutti. Sono sempre disponibile a collaborare, e, se mi autorizza, potrei andare in India».

Tre anni di nulla

A ottobre il governo Renzi annuncia di aver avanzato una non meglio definita “proposta di soluzione consensuale”. «I due Paesi si parlano per trovare un soluzione», annunciava con enfasi una fonte italiana all’agenzia Ansa. In queste ore il ministro degli Esteri indiano,  Sushma Swaraj, ha assicurato che la proposta italiana «sarà esaminata con spirito positivo». Un po’ poco  dopo quasi tre anni.

Elsa Corsini - 20 dicembre 2014
fonte: http://www.secoloditalia.it

Cosa succede se si ferma la produzione petrolifera in Libia

L’avanzata delle milizie islamiste costringe il governo a dichiarare lo stato d’emergenza nel golfo di Sirte. Chiusi i terminal di Sidra e Ras Lanuf, da dove transitano 560mila barili di greggio al giorno

Pipes are pictured at the El Sharara oilfield

Il settore petrolifero libico rischia un nuovo collasso. Il governo di Tobruk, formalmente destituito di ogni potere dalla Corte costituzionale libica ma di fatto ancora in carica, ha dichiarato lo stato d’emergenza nel golfo di Sirte, nella regione di Al Hilal, a causa del deterioramento della sicurezza. La Compagnia Nazionale Petrolifera (NOC) ha annunciato la chiusura dei terminal petroliferi di Sidra e Ras Lanuf. Si tratta dei due impianti più grandi del Paese, che insieme producono fino a 560mila barili di greggio al giorno. Tra il 13 e il 14 dicembre i combattenti della coalizione islamista Alba Libica sono riusciti a spingersi fino al terminal di Sidra. Il bilancio degli scontri con le milizie agli ordini di Ibrahim Jadhran, che da mesi controlla gli impianti di quest’area, sarebbe di almeno 30 morti e oltre 250 feriti.

Sulla dinamica dei combattimenti le versioni sono però contrastanti. Secondo alcune fonti l’attacco sarebbe stato effettuati non da Alba Libica ma da una nuova formazione denominata Operazione Shurouq, in cui sarebbero confluite varie milizie islamiste provenienti da diverse parti del Paese. Vi farebbero parte la Brigata Al Farouq affiliata ad Ansar Al Sharia con base nella periferia di Sirte, le milizie dei Martiri di Al Nawfiliya e di Al Khaleej, gruppi di combattenti di Misurata guidati da Ismail Al-Sallabi, leader della Brigata Rafallah Al-Sahati di Bengasi, le milizie bengasine di Al Halbous e Al Aaifa e altri guerriglieri arrivati da da Tajoura, Ghariyan and Zuwara.

Se l’industria del petrolio si ferma, le conseguenze sul piano economico rischiano di essere devastanti, come già è accaduto nell’estate del 2013 quando i separatisti della Cirenaica guidati da Jadhran si impossessarono di quattro terminal petroliferi, causando una riduzione della produzione di greggio da 1,5 milioni di barili al giorno ad appena 200mila.

Negli ultimi giorni l’esecutivo di Tobruk ha provato a mandare un segnale rassicurante alle società energetiche che operano in Libia nominando nel ruolo di vice direttore della NOC Mohammad al-Arabi, dopo che il mese scorso la carica di direttore era stata assunta da Al-Mabrook Abu Seif. Il caos regna però ancora sovrano, considerato che negli stessi giorni il governo a maggioranza islamista di Tripoli ha nominato il suo ministro del Petrolio, Mashallah Zwai, e mantenuto in carica l’ex direttore della NOC, Mustafa Sanallah. La questione di chi detiene il possesso delle riserve di greggio in Libia resta dunque delicatissima. Per decenni i partner esteri si sono sempre rivolti direttamente al direttore della NOC ed effettuato le transazioni finanziarie con la Banca Centrale di Tripoli. Ma adesso, con doppie cariche ai vertici della compagnia e la decisione del premier dell’esecutivo di Tobruk, Abdullah Al Thinni, di bypassare l’istituto finanziario della capitale, le cose non possono che complicarsi ulteriormente.

http://www.lookoutnews.it - 20 dic 2014

Il dramma dei 2 Fucilieri di Marina, fra silenzi e contrarietà: quali soluzioni?




Maro3


In questi giorni, dopo la negazione indiana di far rientrare Salvatore Girone in Italia per un permesso natalizio e di prolungare le cure per Massimiliano Latorre dopo l’ictus che lo ha colpito,  la vana e perfino ridicola direttiva di “pensarci sempre ma non parlarne mai!” è stata cassata, e numerose sono  le reazioni  di “contrarietà”  per la posizione “non umanitaria” del rifiuto indiano.  Ma davvero c’era qualcuno di buon senso e dabbene che credeva e confidava in una diversa risposta di Delhi? Già ci avevano concesso permessi natalizi nel 2012, e poi pasquali nel 2013 in occasione delle votazioni nazionali, in modo del tutto strano e irrituale, almeno sotto il profilo giuridico, per degli imputati in attesa di processo: ciò nonostante, in entrambe le licenze, siamo riusciti a mandare all’aria qualunque strategia per trattenerli in Patria, restituendoli agli indiani, con dei voltagabbana vergognosi. E, ora, ci mostriamo arrabbiati e contrariati per le loro ultime decisioni? Ma perché non guardiamo innanzitutto ai nostri comportamenti che hanno gettato a mare i 2 fucilieri almeno tre volte, con spregiudicatezza e senza fare alcuna azione responsabile per tutelarli e, quindi, toglierli da quella nefasta situazione di indebita prigionia indiana?
Non essendo stati capaci di far valere i principi del diritto internazionale e della loro immunità funzionale, né di avviare le azioni legittime e più opportune per la risoluzione del caso, nell’arco di ben tre governi e cinque ministri degli esteri che si sono avvicendati, ora mostriamo contrarietà poiché anche sul piano umanitario, dopo le ovvie sconfitte sul terreno giuridico, ci hanno risposto “picche”.
Gli indiani, sotto questo profilo, sono assai più “duri” di “noantri”; risulta che neppure a un indagato sotto processo abbiano consentito il permesso di un paio d’ore per assistere al funerale del proprio genitore: figurarsi per due stranieri, per di più militari!   Qualcosa allora non torna; c’è da chiedersi come mai, soprattutto in quel Marzo 2013, avrebbero concesso loro una lunga licenza “per andare a votare”, quando si sa bene che il diritto di voto per il personale all’estero, poteva essere espletato nell’Ambasciata locale. Senza machiavellismi, ma anche senza passare per fessi, c’è da supporre che gli intendimenti del governo indiano avessero messo a conto, se non gradito, che una volta in Italia, avessimo trattenuti i 2 fucilieri per un processo italico e la magistratura avesse fatto la propria parte ritirando loro i passaporti, atteso che il loro rientro configurava una insolita e illegittima estradizione di due nostri cittadini verso un Paese in cui vigeva, e vige, la pena di morte. Troppi hanno glissato sui loro specifici doveri, dal politico di turno ai magistrati competenti, militari e civili; troppa è stata l’enfasi data a quel rientro con l’allora premier Monti –in pompa magna elettorale-  nel riceverli a Ciampino, e abnorme è stato il trattamento loro riservato come eroi, da parte del Colle.  Senza tante cerimonie e senza le voltagabbane governative a cui abbiamo assistito, con ministri che hanno cambiato idea dalla sera alla mattina ( Monti, Passera, Di Paola, Riccardi, a eccezione di Terzi), passando da un sbandierato fermo “non rientreranno” fino alla sera del 22 marzo, ad un altrettanto perentorio ordine -non certo su base volontaria come qualcuno  ha voluto farci credere- di rientro in India, il mattino successivo. Viene da dire che tutto era previsto; fin dall’inizio, fin dalla scellerata decisione di far entrare la nave Enrica Lexie -seppure con un maledetto inganno-  nelle acque territoriali del Kerala, fin dal sequestro di armi di uno Stato (teoricamente) sovrano, fin dalla risibile perizia balistica e posizione relativa delle due imbarcazioni  che risultavano anacronistiche anche ad un profano, fin dalle prime “stizze” dei nostri capi che non volevano essere infastiditi, né coinvolti nella questione, anche per non disturbare gli indiani e i rapporti economici-industriali da mantenere con loro, costi quel che costi, anche la vita di due figli (forse meglio dire figliastri, militari sbadati, che si sono ficcati nei guai!).
L’odissea dei 2 fucilieri di Marina, a distanza di quasi tre anni dal loro arresto truffaldino, ha  assunto i paradossali contorni dell’incredibile, sia per il continuo disconoscimento del diritto internazionale e la mancanza di accuse formali, che per  le vicende assai penose  e spesso poco dignitose che l’hanno caratterizzata. Le intenzioni della classe politica si sono rivelate poco incisive e sempre in bilico fra mantenere una certa dignità diplomatica e buone relazioni economico-industriali con l’India, mettendo in secondo piano la sovranità nazionale, e sorvolando su inganni e soprusi scarsamente accettabili istituzionalmente, oltreché moralmente: in questa odissea quasi triennale sembra valere ancor più l’adagio che “le strade dell’Inferno sono lastricate di buone intenzioni”; ma sempre all’Inferno portano, ahimè! se manca la volontà politica autentica di metterle in pratica.
E questo è il punto! Dall’insediamento di questo governo sembrava che fossimo davanti ad una svolta: battersi per il riconoscimento del diritto internazionale e della nostra sola titolarità a processarli; avviare comunque un processo di internazionalizzazione  con l’attivazione dell’arbitrato obbligatorio, avevano ribadito le ministre della Difesa e degli Esteri:  ma che fine hanno fatto? Silenzio assoluto, e ora un ulteriore schiaffo in faccia da parte di quel Modi, neo-premier indiano, su cui avevano riposto le più rosee aspettative  di soluzione del contenzioso, che non si è lasciato commuovere neppure da rappresentazioni umanitarie del caso.
Abbiamo assistito invece, in silenzio, e con un’assenza pelosa dei media, a manovre nichiliste, condite con  dichiarazioni di facciata per perdere tempo, per privilegiare l’inazione, per non “disturbare” gli indiani, ma destinate a lasciare abbandonati nel pantano i nostri poveri del San Marco. Migliaia, ma inascoltate, sono le istanze presentate da semplici cittadini sui social network per dimostrare da un lato la vicinanza agli sfortunati fucilieri, e dall’altro per sottolineare le ingiustizie perpetrate dagli indiani e l’insofferenza mista a forte disagio per l’inazione dei tre governi che si sono succeduti dall’inizio della  triste vicenda.
Nulla risulta in concreto sia stato posto in essere, se non qualche vacua dichiarazione  estemporanea; l’internazionalizzazione si è persa fra i meandri di Bruxelles, la neo-Mrs Pesc (Mogherini) non si è più fatta sentire sull’argomento, e le occasioni perdute delle riunioni dei “big” da Davos, a Glasgow  per arrivare a Brisbane  in cui l’ineffabile Modi, che già aveva avuto modo di dire che “il processo indiano(!!) sarà giusto e rapido!” , non ha lasciato che il nostro omologo potesse manco controbattere all’affermazione del “loro processo!!”, altro che “nostro”!
E dell’arbitrato obbligatorio  promesso, previsto proprio per dirimere casi controversi del genere, qualcuno ne ha sentore? No, perche nonostante le dichiarazioni iniziali, mai è stato avviato!   E allora che fare, visto che il tempo stringe e Latorre dovrebbe rientrare in India il 13 gennaio 2015 dopo le cure del caso, a seguito del malore subito? Dobbiamo forse attendere che lo stress giochi uno stesso scherzo anche al Girone ancora in India a cui è stato rigettato il permesso di rientro? Non lo vogliamo, né glielo auguriamo.  Dobbiamo ancora sopportare ulteriori ingiustizie e angherie indiane, ormai insostenibili per la grave vergogna già sofferta in mille e più giorni?
Oltre a richiamare il nostro Ambasciatore a Delhi per consultazioni, bisogna allora allontanare il loro a Roma in quanto “non gradito per il non rispetto di qualsivoglia diritto…”,  avviando  subito, e senza ulteriori tentennamenti, l’arbitrato obbligatorio internazionale già avviato nel marzo 2013 dallo stesso ministro degli Esteri pro-tempore (Terzi) , ma poi inopinatamente bloccato dal premier Monti. Ciò potrebbe consentire al Tribunale di Amburgo, competente per dirimere simili controversie fra Stati  firmatari la Convenzione del Mare di Montego Bay (UNCLOS 82), di avviare un giudizio in materia nel breve volgere di qualche settimana, in modo che entrambi i fucilieri siano spostati in un Paese terzo, comunque fuori dall’India. Al tempo stesso, volendo perseguire canali formali, e nell’ottica di evitare ritorsioni indiane su Girone, si dovrebbe sottoporre la questione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU  e al Consiglio Atlantico, ponendo con estrema chiarezza e determinazione -se del caso battendo i pugni e facendo chiaramente capire il veto per far entrare l’India in tale consesso quale membro permanente- il grave nocumento al contrasto della pirateria. Che, non va dimenticato, viene svolto sotto l’egida e specifiche Risoluzioni  delle NU, con una precisa tutela e garanzia dell’immunità funzionale dei  propri militari giudicabili dai soli paesi di appartenenza, in palese contrasto con il nefasto caso dei due fucilieri di Marina ancora sotto processo in India. Ma, se tutto ciò, non sortisce gli effetti sperati entro la data del 13 gennaio 2015, di previsto rientro coatto del povero Latorre, bisogna che il sottufficiale Girone sia comunque liberato  e fatto rientrare in Patria; i ministri competenti, il premier, ed il PdR ancora in carica per gli ultimi giorni del suo mandato, dovranno prendere una decisione grave, ma essenziale, se si vuole riportarlo a casa: un’«ultima spiaggia» dando l’ordine  alle nostre Forze speciali che, in primis, è quella più idonea, fattibile e, a questo stato delle cose, anche la più accettabile.  Se le contrarietà, nel dramma dei 2 fucilieri, appaiono scontate, mai e poi  mai dobbiamo cedere il passo alla rassegnazione:  sarebbe una soluzione  moralmente inaccettabile!

Giuseppe Lertora  - 19 DICEMBRE 2014
FONTE: http://www.liberoreporter.it         

Marò, la farsa dell'arbitrato

 

 ..... ma c'è qualcosa in questa incredibile vicenda che non sia parte di una disgustosa farsa ??


..... arriverà il giorno in cui i responsabili pagheranno per questa vergognosa vicenda,  per il gravissimo danno arrecato al prestigio della Nazione,  a tutti gli italiani,  a due servitori dello Stato, e alle loro famiglie ??

e.emme

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Il governo Renzi lo ha già annunciato una decina di volte. Ma per i nostri fucilieri non è cambiato nulla


Palazzo Chigi aveva annunciato la «determinazione» di imboccare la strada dell'internazionalizzazione del caso marò il 24 febbraio.




Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, due mesi dopo confermava che il governo italiano aveva «intrapreso la via dell'arbitrato internazionale». In giugno, però, faceva marcia indietro spiegando che era meglio un'intesa con l'India. Il 3 ottobre erano di nuovo «pronti tutti gli atti per l'arbitrato». Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ci ha fatto sapere mercoledì che «non possiamo escludere l'avvio pratico dell'arbitrato». Ma non l'avevamo già lanciato? L'ex ministro degli Esteri, Federica Mogherini, che oggi rappresenta l'Europa, aveva dichiarato soddisfatta il 25 aprile: «L'avvio delle procedure per l'arbitrato internazionale è una buona notizia».
Quando il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il 15 novembre incontrò il premier indiano, Narendra Modi, al G20 in Australia sembrava, però, aver già dimenticato l'arbitrato. Le dichiarazioni di quest'anno del governo sono un cocktail schizofrenico di annunci, marce indietro e soluzioni in tasca. Il risultato è che dopo mille giorni, il caso marò è sempre al punto di partenza.

fonte - http://www.ilgiornale.it

La coop rossa lavora al ministero. Ecco l'appalto che porta a Poletti


L'ex numero uno di Lega Coop nuovamente in imbarazzo dopo le foto con il boss Le pulizie negli uffici del dicastero affidate alla "29 Giugno": contratto da 3 milioni


Questa volta c'è più di una foto sconveniente da spiegare. C'è un appalto da tre milioni di euro per il servizio di pulizie del ministero del Lavoro assegnato cinque mesi fa direttamente alla cooperativa «29 Giugno» di Salvatore Buzzi che potrebbe creare altri imbarazzi al ministro Giuliano Poletti.



La notizia rivelata da il Fatto Quotidiano è destinata ad alimentare le polemiche sul ministro immortalato nel 2010 a cena con Buzzi, braccio destro imprenditoriale dell'ex Nar Massimo Carminati. Per quella vecchia foto, in realtà una delle tante che ritraggono Poletti con il ras delle cooperative ora in carcere con l'accusa di associazione mafiosa, il ministro si è giustificato sostenendo che come presidente della Legacoop partecipava a migliaia di iniziative e non poteva quindi conoscere tutti quelli che incontrava. Ora salta fuori che Buzzi era riuscito a piazzare la sua «29 Giugno» anche fin dentro il ministero di Poletti. Il sospetto che ci potesse essere un potenziale conflitto di interesse dell'attuale ministro per essere stato 12 anni ai vertici della Legacoop era già venuto al Movimento 5 Stelle, che aveva presentato un'interpellanza urgente - al quale il ministro non ha risposto perché il giorno fissato per il question time era occupato a Bruxelles - in cui si chiedeva se la «29 Giugno» intrattenesse rapporti con il ministero del Lavoro. La risposta l'ha trovata il Fatto scoprendo che la coop di Buzzi quei rapporti li intratteneva eccome. A vincere la gara quadriennale per i servizi di pulizia delle sedi ministeriali di via Flavia, via Fornovo e via De Lollis era stato, nel 2011, un raggruppamento temporaneo di imprese formato dalla Sea Sud e dal Consorzio nazionale servizi, una delle big bolognesi del mondo coop, il cui direttore commerciale del Centro Italia è quel Salvatore Forlenza comparso nelle intercettazioni dell'inchiesta Mafia Capitale e finito nel registro degli indagati della Procura di Roma dopo che per lui il gip Flavia Costantini ha rigettato la misura cautelare escludendo l'aggravante mafiosa.
I lavori di pulizia inizialmente vengono affidati dal Consorzio a una delle sue associate, la cooperativa Antares, che però a luglio scorso, quando Poletti è già ministro del governo Renzi, viene estromessa dall'appalto perché il ministero scopre che non è in regola con la documentazione relativa ai contributi dei lavoratori. A questo punto il Consorzio nazionale servizi la sostituisce con un'altra delle tante coop associate, guarda caso proprio con la «29 Giugno», dopo che questa aveva ottenuto il via libera dal dicastero al quale spettava per legge attestare che la coop subentrante avesse tutti i requisiti richiesti. I requisiti a quanto pare li aveva e la coop di Buzzi si è ritrovata così a lavorare proprio negli uffici di Poletti, creando nuovi imbarazzi al ministro che tanto aveva faticato per allontanare da sé l'ombra di quella conoscenza «scomoda». Dopo lo scandalo e gli arresti, lo scorso 3 dicembre, il ministero del Lavoro ha chiesto chiarimenti al Cns sollecitando iniziative per tutelare l'amministrazione e i lavoratori. La risposta è stata che alla luce di quanto era accaduto la «29 Giugno» sarebbe stata sostituita da una nuova associata. Questo accadeva il 12 dicembre. Ma per il momento non è cambiato nulla e la coop di Buzzi lavora ancora in via Flavia.

- Sab, 20/12/2014
fonte: http://www.ilgiornale.it 

#iostoconimarò - NON SONO NESSUNO, SONO UNA SEMPLICE CITTADINA ITALIANA



 
Non sono nessuno, sono una semplice cittadina Italiana e scrivo alla fine di una faticosa giornata, faticosa settimana, faticoso periodo. Lavoro ( per fortuna) ho casa, famiglia e un sacco di impegni. Ma soprattutto ho la testa piena di brutti pensieri, mi sento sfiduciata, appena c'è un raggio di sole subito dopo arriva una tempesta a spazzare via i momenti sereni. " i sogni si allontanano, ce li portano via", recita Fiorella Mannoia ne " le parole perdute" ed è così purtroppo.

È questo che il mio Paese sta facendo con i suoi figli. Sono angosciata dalla storia di Salvatore e Massimiliano e so che non tutti quelli che mi sono vicini possono capire. Ma io si, so cosa si prova ad avere realmente paura di perdere questa battaglia. So cosa si prova nel profondo del cuore. E so anche che nessuna delle persone che se ne sta occupando al governo o che pensa di occuparsene abbia la benché minima idea di quanto pesano le ore, i giorni, gli anni sulle spalle di questi uomini e nel cuore di tutti noi. 

Leggo il susseguirsi di notizie, fredde e distanti sui giornali e telegiornali, commenti vuoti e lontani. E penso che nel caos dell'informazione e della disinformazione ci si dimentichi di dire semplicemente la verità, la parola INNOCENTI, cosi importante per questi ragazzi, di DIFENDERE i nostri fratelli, vittime non solo dell'ingiustizia Indiana ma anche di quella Italiana. Soprattutto. Uno schiaffo dopo l'altro...stiamo tutti affondando. Salvatore ostaggio della pura cattiveria umana, lontano da tre anni dai suoi affetti, dai suoi bimbi, da sua moglie, dai suoi cari per colpa di un crimine di cui non si è MAI macchiato...così come Massimiliano che nonostante tutto quello che ha subito anche in termini di salute e che ancora dovrà patire gli viene negata ogni forma di tutela e di cura e che anzi, dovrebbe sottomettersi, insieme al collega, alla giustizia Indiana. 

Ripeto...PER CRIMINI MAI COMMESSI. Ma quale processo? Quale giustizia? Ma di che stiamo parlando? Il mondo si fa beffe di noi...e noi ci pieghiamo a carponi. Non siamo capaci di difendere gli INNOCENTI, non siamo capaci di affrontare la realtà, di tenerci stretti i nostri valori più elementari. " dove sono cavallo e cavaliere?" direbbe Re Theoden nel capolavoro di Tolkien. Dove sono gli uomini di valore che dovrebbero portare alta la nostra bandiera e i nostri ideali? Che dovrebbero stringere forti tra le mani i propri uomini? Con i nostri Marò ci lasciano tutti alla deriva. 

La loro storia è la nostra storia. Come dice un caro amico, Aldo Casamento, oggi tocca a loro, domani ai nostri figli...Davvero, teniamoci stretti Massimiliano Latorre e tutto ciò che rappresenta per noi, una Italia che non deve mai più piegarsi a nessuno, che non può arrendersi e che deve tornare unita e fiera, grandiosa come il nostro Leone.

E riprendiamoci Salvatore insieme alla nostra credibilità e onore. Ci appartiene più che mai. Facciamo si che entrambi festeggino insieme a noi non solo questo Natale, ma tutti i giorni della nostra e loro vita, ogni prezioso momento che ci viene concesso. Da grande famiglia nuovamente unita. SE VOGLIONO....lo possono fare. Di ridarci i nostri sogni.
 
(di Rita Riggio) venerdì 19 dic 2014

19/12/14

Quale Dio bestemmiano le ‘bestie talebane’ che macellano bambini?



Il contagio della ferocia assoluta su Afghanistan e Pakistan e sino ad oggi l’Occidente si rivela impotente

La strage di Peshawar è stata rivendicata dal gruppo Tehreek-e-Taliban. Gruppo di etnia Pashtun che si forma nelle scuole coraniche, le ‘madrasse’. Guida spirituale sin dall’inizio, il Mullah Omar, ancora oggi uno dei terroristi più ricercati al mondo,nascosto pare nella città pakistana di Quetta
L’orrore che impone di ritrovare la memoria. Come se l’integralismo feroce del Centrasia soffrisse per il monopolio di crudeltà esibite dai confratelli jihadisti in Siria e Irak. E gli allievi del Mullah Omar sfidano i tagliagole del Califfo. 141 civili disarmati scannati senza esitazioni, tra loro 130 giovani allievi della scuola militare di Peshawar dove è avvenuta l’incursione. E noi riscopriamo l’esistenza dei Talebani. Un male che Afghanistan e Pakistan condividono e che oggi, a poche settimane dal taglio della presenza militare NATO e USA in Afghanistan ammoniscono il Pakistan.

L'indottrinamento precoce dei ragazzini islamici nel mito di Bin Laden
L’indottrinamento precoce dei ragazzini islamici nel mito di Bin Laden

Ma chi sono quelle bestie, perché di umano è difficile immaginare un sentimento oltre le fattezze. In Afghanistan nel 2001, da una trincea muiaheddin, mentre ancora gli americani scaricavano bombe, c’ho scherzato via radio da una trincea all’altra. Un invito a raggiungerli, col mujaheddin accanto che mi spiegava la mia immediata trasformazione in ‘voce bianca’ e poi il resto. Senza sorrisi, i talebani si materializzano nei primi anni Novanta nel nord del Pakistan sulla scia di un’altra ritirata. Le truppe sovietiche fuori dall’Afghanistan: resistenza dei mujaheddin, sostegno americano, e talebani.

Gruppo di etnia a maggioranza Pashtun che si forma nelle scuole coraniche, le ‘madrasse’. Guida spirituale e non solo teologica, il Mullah Omar, ancora oggi uno dei terroristi più ricercati al mondo, nascosto secondo molti nella città pakistana di Quetta. Il salto di qualità arriva nel 1994, quando con i soldi dell’Arabia Saudita -regno feudale di folli- anche nell’Asia Centrale si cerca di imporre una visione radicale dell’Islam sunnita. La barbarie per l’ Afghanistan: sola legge la Sharia, lapidazione per certi reati, gli uomini con la barba, le donne col burka, niente tv, musica, scuola per le donne.

Inimmaginabile, almeno per noi. Ma inizialmente gli ‘studenti’ guerriglieri, che poi avevano studiato solo i versetti del Corano a memoria, fecero presa sulle popolazioni al confine tra l’Afghanistan e il Pakistan ponendosi come l’unica forza in grado di garantire la sicurezza, il controllo dell’ordine pubblico e la continuità dei commerci. Si impossessano prima della provincia di Herat, al confine con l’Iran, nel 1995. Un anno dopo, rovesciano il regime del presidente Rabbani e del suo braccio armato alla difesa Shah Masood, e conquistano Kabul. Nel ’98 controllano il 90% dell’ Afghanistan.

Il Pakistan in tutto questo. Sappiamo che molti degli afghani promotori del movimento talebano in Patria sono stati istruiti nelle madrasse pakistane. Ruolo ambiguo da sempre quello di Islamabad. Il Pakistan, va ricordato, è stato uno dei tre soli Paesi, insieme ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi, ad aver riconosciuto il governo dei talebani dalla metà degli anni 1990 fino al 2001. Ed è stato l’ultimo Paese a interrompere i rapporti diplomatici con loro. Tutto cambia dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Il 7 ottobre l’attacco Usa in Afghanistan. A dicembre il regime talebano crolla.

Ragazze afghane  che rivendicato il diritto all'istruzione nel nome della loco coetanea premio Nobel Malala
Ragazze afghane che rivendicato il diritto all’istruzione nel nome della loro coetanea premio Nobel Malala

Da allora, quelle truppe occidentali che io ho visto allora accolte dalla popolazione afghana come liberatori, dopo pochi anni, e miliardi e migliaia di soldati e di morti, i Talebani sono pronti a riprendersi in bel pezzo di territorio che ormai dovremmo imparare a chiamare l’AF-PAK. Non più l’entità statuale eredità del colonialismo, ma le nuove frontiere delle obbedienze-appartenenze religioso-tribali. Ciò che vediamo accadere tra Siria ed Iraq. Polveriere con governi deboli, confini porosi o inesistenti in balia delle spinte dei talebani in Centrasia o dei altri gruppi terroristi altrove.
e. r. - 17 dic 2014
fonte: http://www.remocontro.it
altre fonti: Look Out

Modi, Putin e l’ordine mondiale



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momento impegnativo e di forte sensibilità

Una manciata di persone a Delhi avrebbe saputo che il Primo ministro Narendra Modi aveva un piano segreto per far visitare al presidente cinese Xi Jinping, in viaggio in India a settembre, la città natale di Vadnagar nel Gujarat, un antico insediamento risalente al 2500 a.C. L’idea venne naturalmente a Modi perché Vadnagar, conosciuta in passato come Anandapura, fu per due volte visitata dal grande studioso cinese del VII secolo Hsuan-Tsang, nei suoi viaggi nel cuore dell’India (dal 627 al 643 d.C.) e la cronaca dettagliata dei suoi viaggi dedicano un intero capitolo ad Anandapura, descrivendo la ‘densa’ popolazione di questa appendice del regno Malava governata dagli Yadava dell’India centrale, la produzione della regione, il clima, la letteratura e le leggi, le sue dieci ‘sangharamas’ buddiste con mille sacerdoti che studiano il Piccolo Veicolo delle scuole Sammatiya, le diverse decine di tempi di Deva, e così via. Ma il piano segreto di Modi era anche un riflesso della sua visione del mondo, ricca di simbolismo politico contrassegnata dalla devozione al ‘secolo asiatico’. Esaminando il vertice annuale India-Russia della scorsa settimana, a Delhi, tra Modi e il Presidente Vladimir Putin, ciò che deve essere più notato è la pronunciata l’empatia del leader indiano con il suo elettorato nazionalista. Le seguenti osservazioni di Modi riassumono il suo sostegno senza riserve alla Russia e alla leadership decisiva di Putin, in particolare, e in effetti ciò s’articola sullo sfondo della nuova Guerra Fredda, delle tendenze della politica mondiale e delle concordate strategie occidentali per ‘isolare’ la Russia: “Il presidente Putin è il leader di una grande nazione con cui abbiamo un rapporto di amicizia di impareggiabili fiducia reciproca e buona volontà. Abbiamo un partenariato strategico incomparabile per contenuti… Il paesaggio della politica globale e delle relazioni internazionali cambia. Tuttavia, l’importanza di questa relazione e il suo posto unico nella politica estera dell’India non cambieranno. In molti modi, il suo significato per entrambi i Paesi crescerà ulteriormente in futuro… Il Presidente Putin ed io siamo d’accordo che questo sia un momento difficile nel mondo. La nostra partnership e la forte sensibilità che abbiamo sempre avuto dei reciproci interessi, saranno fonte di forza per entrambi i Paesi…” Basti dire che le politiche di Putin, che hanno unilateralmente lo scopo di ripristinare il prestigio e l’efficacia della Russia sulla scena internazionale, naturalmente attraggono Modi. Il leader russo ha rifiutato di fare marcia indietro di fronte alle enormi pressioni dell’occidente cercando partenariati altrove nella comunità internazionale, in particolare con Paesi come Cina e India.
Ora, l’occidente aveva evitato anche Modi per oltre un decennio e anche lui ha vissuto da nazionalista indù l’egemonia della cultura e della politica occidentale nell’ordine mondiale. Un terreno comune tra Modi e Putin è facilmente individuabile e forse definibile, e l’ottima chimica personale reciproca non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Comprendono a vicenda la visione dei rispettivi Paesi e dell’ordine mondiale. In realtà, l’insensibilità spaventosa del consiglio a di Washington a Modi di non fare ‘business’ con la Russia, ricorderebbe solo un passato non lontano, tra 2002 e 2013, quando anche lui fu ostracizzato dagli Stati Uniti. Non c’è da stupirsi che Modi veda i travagli della Russia come un fenomeno passeggero da cui il Paese emergerà ancora più forte. Ma allora, c’è qualcosa di più delle percezioni condivise sulle politiche opportunistiche dell’occidente. Il punto è che Modi ha la ‘modernizzazione’ dell’India quale missione, trascinando letteralmente l’India nel 21° secolo attraverso l’ampliamento dei legami economici con i partner stranieri. E’ seriamente cosciente, da leader nazionale, che non può permettersi di fallire in questa missione, e un rinnovato mandato per governare l’India dipende in modo cruciale dal successo nel generare posti di lavoro per centinaia di milioni di giovani indiani, nel migliorare il tenore di vita della popolazione e consentirne la mobilità sociale. In poche parole, elevare la posizione internazionale dell’India, in particolare in Asia, è parte integrante della sua politica interna. Esattamente in ciò, la ricerca della Russia di nuove partnership internazionali e la volontà di rafforzare le partnership asiatiche tramite l’India hanno bisogno di durevoli legami economici reciprocamente vantaggiosi e senza condizioni politiche.
La Russia è veramente ben posizionata quale partner chiave dell’India nell’era Modi. Per prima cosa la Russia non è prescrittiva, a differenza degli Stati Uniti, e il livello di accordo con Modi sarà alto rafforzando il partenariato con la Russia. In secondo luogo, a differenza degli Stati Uniti, che si sforzano di porre l’India quale ‘asse centrale’ della loro strategia asiatica, la Russia è abbastanza contenta anche soltanto dall’India che mantiene l”autonomia strategica’ (a cui anche la Russia aspira) sulla scena mondiale, che di per sé aiuta a mutare l’ordine mondiale e il sistema internazionale verso il ‘policentrismo’ e la democratizzazione basata su interessi condivisi da tutti i Paesi. In terzo luogo, in base a quanto sopra, il progetto ‘Fai in India’ di Modi prevede una via per l’avanzamento del partenariato India-Russia. A dire il vero, Modi era visibilmente euforico quando la Russia comprende e supporta gli impulsi che guidano la sua visione del ‘Fai in India’. Infine, ciò che emerge è che India e Russia volentieri si concedono spazi di manovra negli attuali instabili ambienti internazionali, che naturalmente richiedono costante adeguamento e messa a punto. Molti esperti indiani hanno sfruttato la crescente vicinanza tra Russia e Pakistan negli ultimi tempi e la sua vicinanza senza precedenti con la Cina, nel contesto della ‘nuova guerra fredda’, per causare preoccupazione in India. Un ex-alto funzionario diplomatico indiano ha scritto, “Quanto la Russia è ormai un fattore necessario agli interessi della Cina nel formulare politiche nella nostra regione, avrà bisogno di attenta valutazione… Oltre alle nostre (indiane) preoccupazioni su materiale e tecnologie per la difesa russe fornite alla Cina che potrebbero finire in Pakistan, ci sarà ora la prospettiva della vendita diretta di armi al Pakistan”. Tuttavia, non vi è alcun straccio di prova che Modi sottoscriva tale reazione istintiva alle mosse diplomatiche russe nella regione dell’Asia meridionale e dell’Asia-Pacifico. In generale, né India né Russia vedono il paradigma della sicurezza regionale in termini di somma zero riguardo i legami crescenti dell’India con gli Stati Uniti o il livello senza precedenti della cooperazione della Russia con la Cina e il riannodarsi dei suoi contatti con il Pakistan. Chiaramente, Modi ha inchiodato il pragmatismo saldamente all’albero della nave come suo promemoria. E c’è notevole somiglianza qui con visione e temperamento di Putin come statista. Modi è un eccellente pragmatico alla profonda ricerca di opportunità per estrarre il meglio dalle relazioni con occidente e ‘Oriente’ (tra cui Russia e Cina).
La mentalità stereotipata del pandit indiano potrebbe richiedere del tempo per capirlo, mentre ritiene che questi siano “tempi di prova” per i rapporti India-Russia, ma il significato della visita di Putin è stato ben notato in occidente. Un commento di Deutsche Welle ha concluso, “Niente di tutto questo (il risultato della visita di Putin) promette particolarmente bene per la visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in India il mese prossimo. L’occidente ha bisogno di sedersi e riprendersi. Un rapporto rinvigorito tra New Delhi e Mosca, un’alleanza dei bisognosi, può avere un impatto maggiore sul cosiddetto ‘secolo asiatico’, di quanto molti avevano creduto possibile pochi mesi fa”.

Nazionalismo indiano e imperialismo mondiale
Il presidente statunitense Barack Obama sarà in visita in India come ospite alle celebrazioni del Republic Day di New Delhi del 26 gennaio. È la prima volta che l’India ha esteso tale invito ad un presidente statunitense, avvenuto alla riunione del Premier Modi con Obama alla Casa Bianca, a settembre. Esperti e media indiani hanno variamente descritto l’imminente visita di Obama come ‘colpo di Stato diplomatico’ del governo Modi. Ma non molti sapranno che la visita di Obama non deriva da una qualsiasi proposta strutturata da un’istituzione diplomatica in quanto tale. L’idea è nata interamente nella mente di Modi, che a quanto pare ha scelto di esprimerla mentre la sua conversazione con Obama aveva preso una favorevole nota personale. In un certo senso, ciò è sintomatico del partenariato India-Stati Uniti dal lato indiano. Gli indiani non hanno nemmeno il dieci per cento del ‘killer instinct’ da cui gli statunitensi mostrano di trarre il massimo vantaggio dai rapporti. Gli indiani spesso sono abbastanza felici di accontentarsi delle pastoie del rapporto con una superpotenza, e difficilmente rispondono all’implacabile caccia statunitense alle “decisioni”. Il clou della visita dell’ex-primo ministro Manmohan Singh alla Casa Bianca, nel 2009, per esempio, fu Obama indire il primo banchetto di Stato del suo secondo mandato in suo onore. Ironia della sorte, la relazione iniziò a decadere subito dopo che gli statunitensi iniziarono a perdere interesse nel governo sempre più disfunzionale dell’India. È interessante notare che Obama ha recentemente elogiato Modi come “uomo d’azione”. Non è chiaro fino a che punto Modi sia insensibile al fascino malevole della diplomazia statunitense. In ogni caso, almeno finora, sono gli statunitensi che hanno impostato attivamente l’agenda della visita di Obama.

Una nuova normativa del governo Modi apre il mercato indiano alle compagnie di assicurazione statunitensi; alla flessibilità della posizione indiana sul cambiamento climatico; ‘allenta’ la legge sulla responsabilità nucleare dell’India accogliendo le richieste delle compagnie statunitensi che sperano di vendere reattori all’India per decine di miliardi di dollari, senza essere ritenute responsabili di “incidenti nucleari”; i grandi temi nel menu statunitense di Obama in India già appaiono in vista. D’altra parte, che gli indiani abbiano una lista di desideri per Obama non è ancora chiaro al pubblico. La speranza è che ci sia un ‘effetto Modi’ nella visita di Obama e sui legami India-Stati Uniti. In linea di principio, il finora risultato estremamente produttivo dell’interazione di Modi con i suoi omologhi delle grandi potenze, Giappone, Cina e Russia, pone la partnership strategica con l’India in modo piuttosto insolitamente elevato perché Obama la ignori. Il Giappone
ha offerto a Modi 35 miliardi di dollari di investimenti, la Cina ha annunciato un piano di investimenti da 20 miliardi di dollari per l’India e si stima che il valore totale degli accordi firmati durante la visita del Presidente Vladimir Putin in India, assommi alla cifra enorme di un centinaio di miliardi di dollari. Anche supponendo che solo la metà di questi 100 miliardi di dollari di accordi con la Russia sia finalmente implementata, cioè tenendo conto dell’inerzia delle burocrazie indiana e russa, il vertice annuale India-Russia di quest’anno indica senza dubbio il raggiungimento della maturità della diplomazia indiana sotto la direzione di Modi, su intenzionalità ed esito voluto dei risultati. Tuttavia, non è solo questione di volume di affari trattati durante una visita di alto livello, ma richiama anche l’attenzione sulla natura degli accordi stipulati. Infatti, i russi prendono sul serio il progetto ‘Fai in India’ di Modi, la cui euforia appariva nella citazione del suo discorso sui media. L’ha individuato nell’accordo russo sulla “piena produzione” in India di uno dei suoi elicotteri più avanzati; sulla risposta positiva di Putin alla richiesta di “localizzare degli impianti di produzione in India” per ricambi e componenti degli equipaggiamenti per la difesa russi, e per la produzione in India di attrezzature e componenti di “almeno altri dieci” reattori nucleari russi da installare in India. In realtà, la disponibilità della Russia a rispettare le leggi della responsabilità nucleare indiane, mentre realizza gli impianti nucleari in India, è in netto contrasto con l’insistenza statunitense a che le leggi siano “ottimizzate” assolvendo le società statunitensi dalle responsabilità in caso di incidenti nucleari.

Fino dove Obama sostiene il progetto ‘Fai in India’ di Modi ? Riuscirà anche a fare proposte concrete in sintonia con la cosiddetta ‘agenda dello sviluppo’ di Modi volta a creare posti di lavoro per centinaia di milioni di giovani disoccupati nel Paese? Non ci sono ancora risposte chiare. Curiosamente, c’è già una campagna occulta guidata dalla lobby ‘pro-americana’ per sfatare l’idea del ‘Fai in India’. La verità è che nella collaborazione per la difesa, gli Stati Uniti hanno utilizzato diverse scuse per non trasferire alta tecnologia in India. Invece, si concentrano sulla vendita di prodotti all’India premendo per un maggiore accesso al mercato per i produttori di armi statunitensi. La grande domanda è se Modi riuscirà a piegare l’amministrazione Obama, conformandosi ai parametri del suo concetto ‘Fai in India’. Infatti, Modi non è impantanato dall’ideologia quando si tratta dei rapporti dell’India con la comunità mondiale. Vede l’ordine mondiale quasi esclusivamente attraverso il prisma degli interessi dell’India. Nella visione del mondo di Modi, una prevalente situazione internazionale caratterizzata da un policentrismo va piuttosto bene per la sua politica estera dell’India. È ugualmente a suo agio con occidente e Oriente e cercherà vantaggi per l’India. Modi ha detto, tra l’altro, ai media. dopo i colloqui con Putin, “Nel mondo di oggi, relazioni economiche vibranti sono un pilastro fondamentale di una forte partnership strategica”. Tuttavia, per molti aspetti è una visione semplicistica che può anche sembrare ingenua, a volte. Essendo un Paese capitalista semi-sviluppato che dipende dal capitale finanziario, alimentare il nazionalismo non può contribuire ad evitare ritorsioni se Modi si rifiuta di sottomettersi alle grandi potenze imperialiste, se solo ostacola il loro percorso alla ristrutturazione neo-coloniale dell’ordine mondiale. A dire il vero, Modi non può non conoscere le regole base del capitalismo predatorio. Le sue osservazioni prudenti sui media, in presenza di Putin, suggeriscono che sebbene non seguirà la via della sfida strategica, dall’altra parte appare acutamente consapevole che una vergognosa resa porrebbe le basi per ulteriori pretese e il risultato finale sarebbe dannoso per il programma nazionalista del suo governo e il sistema di protezione che promuove l’indipendenza economica e culturale dell’India. Basti dire che il contesto storico in cui la Russia è ‘isolata’, in cui Wall Street e le sue controparti europee l’escludono dal credito internazionale, è una lezione profonda per il nazionalismo indiano, anche se le élite indiane non sembrano prestarvi adeguata attenzione.

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di Melkulangara Bhadrakumar Strategic Culture Foundation 16/12/2014
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora


fonte: https://aurorasito.wordpress.com


Cade la maschera, solo chiacchiere !


Cade la maschera, solo chiacchiere !

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di Francesco Venerando Mantegna

Non ero ancora del tutto sveglio stamattina, quando ho sentito le prime notizie del Tg, non ricordo se Rai 1-2-3… non c’è gran differenza. Il premier Renzi dichiarava sorridente che mai l’Italia aveva fatto tante riforme in così breve tempo. Non è piacevole, di prima mattina, sottoporsi ad un repentino stress cerebrale, tuttavia considerato il clima di generale sbandamento e preoccupazione, ho cercato di sintetizzare cosa intendesse il premier per “riforme” varate. Non ci sono riuscito, anzi ho concluso che Renzi è più disinvolto di quanto è dato supporre. Gli asini non hanno le ali e non sarà Renzi a farci credere il contrario.
Questa faccenda delle riforme annunciate come la soluzione salvifica, capace di tirarci fuori dal tunnel in cui ci troviamo, ha assunto tutto il sapore della beffa oltre l’inganno e, nonostante una mezza antipatia, devo riconoscere che Marco Travaglio ha perfettamente ragione di evocare il “Metodo Supercazzola”, sulla cui applicazione Renzi sembra davvero aver superato i maestri. Se per riforme si intendono gli 80 euro al mese dati con la mano destra e sottratti altrove con la sinistra, o il Jobs Act con relativa guerra senza quartiere ai sindacati o il roboante piano anticorruzione a seguito della devastante “mafia-capitale”, bè siamo alla frutta. La realtà è del tutto diversa, in quanto vere riforme degne di questo nome, con leggi approvate dal Parlamento, non se ne vedono. Si vede invece, anzi si subisce senza tregua la valanga di tasse e balzelli che portano l’Italia non solo al primato internazionale nella corruzione, ma anche a quello della pressione fiscale. Renzi non sta cambiando l’Italia, sembra piuttosto la stia accompagnando al’ultima dimora.
L’ennesima gigantesca storia di malaffare tra mafia, ‘ndrangheta e pubblici amministratori, ha assestato un altro duro colpo sulle povere spalle dell’Italia, svelando una volta per tutte che dietro le chiacchiere dell’accoglienza e della solidarietà, si cela un mercato d’affari in cui troneggiano voraci compagni della prima e della seconda repubblica, cooperative, associazioni volontaristiche, prelati e banchieri, con buona pace dei vertici delle istituzioni, pasionaria Boldrini in testa. Un sistema di corruttele tanto più devastante quanto sporco, violento e invasivo, coordinato da gruppi mafiosi. Con mossa fulminea il premier ha annunciato la stretta anticorruzione, per ottenere applausi e consenso, ma in tanti si chiedono come mai lo abbia fatto “dopo” e non abbia agito ben prima sullo scenario milanese, ligure, laziale, campano… magari di concerto con il predicatore per eccellenza, il regnante che interpreta la politica italiana da 60 anni e passa, chiedendo al compagno Marino di autorottamarsi con premura, considerata la dimensione e la ramificazione del colossale affaire di cui in tanti sapevano, da anni non da mesi.
Diciamoci la verità: Renzi poggia il suo verbo carico di promesse e proclami sulla rendita del forte consenso elettorale, sulla sua immagine di giovane brillante e dinamico, sulla netta maggioranza all’interno del Pd, ma giorno dopo giorno la sua maschera di entusiasmo, capacità, efficacia va abbassandosi per rivelare una sostanza del tutto diversa, fatta di slogan e chiacchiere inutili mentre il paese sta andando in pezzi.

fonte: http://www.lanuovaitalia.eu - 19 dicembre 2014

Sua Benignità ci spiega le Sacre Scritture. Ma ce lo ricordiamo quando sfotteva il Papa?




Benigni


L’ipocrisia è una pulsione ideologica che prolifera là dove scarseggia memoria attraverso cui verificare che vi sia coerenza fra il prima e il dopo di persone e fenomeni.
Oggi lo spelacchiato agglomerato culturale che sostiene l’esigua sinistra-chic un tempo fieramente ateista, necessita d’esser rimpinguato con la pletora cattocomunista che pesca fra pauperisti, internazionalisti, onlussisti, figli dei fiori scalzi e brizzolati, pretonzoli da centro sociale col clergyman slacciato, insomma “fenomeni” senza i quali il consenso dell’italiano medio (piuttosto incazzato con i fallimentari elisir progressisti dell’ultimo periodo) inizierebbe a scarseggiare.
Ne consegue che anche i menestrelli di regime, per fare ascolti, debbono archiviare il loro repertorio anticlericale sostituendolo con qualcosa che pur resti antitradizionale ed antipatriottico (percarità!), ma acquisisca una parvenza di ecumenismo, magari con qualche venatura immigrazionista che non guasta mai.

Ed ecco che fioccano i Dante, i testi biblici, l’aura di castità e santità di chi fino a ieri si beccava le censure vaticane per blasfemia, come accadde al film di Arbore “Il Pap’occhio”, con Benigni co-protagonista, che venne censurato e sequestrato a causa del denso contenuto di significati gratuitamente oltraggiosi.
In realtà, solo uno dei tanti episodi nei quali l’intelligencija di sinistra si è sperticata con repertori anticlericali votati a quella de-spiritualizzazione materialista dell’individuo che oggi mostra i suoi fantastici frutti nel degrado e nell’aridità spirituale che impregnano le coscienze dei giovani.
E poiché il lupo cambia il pelo ma non il vizio, adesso ci sorbiamo “il compagno” Benigni che, nei suoi strapagati monologhi sui Dieci Comandamenti, alla voce “non rubare” punta il dito su qualsiasi formula di ruberie tranne che su quelle più efferate e vigliacche, quelle che colpiscono i veri deboli di una comunità, gli anziani, quotidianamente rapinati e aggrediti dai pasciuti rampolli del lassismo contro i quali mai un giullare progressista si sognerebbe di lanciare i suoi strali: già, perché dovendo trattare di violazioni della proprietà stigmatizzate dal Padreterno, non sarebbe “di sinistra” parlare di un ottantenne preso a calci per rubargli la pensione, rispetto al solito bavoso ludibrio di retorica antiberlusconiana su tangenti e corruzione 

Di Helmut Leftbuster, il  
fonte: http://www.qelsi.it

I MARO' SONO INNOCENTI - Se stanno in India è grazie a Monti.


                 

video


fonte: YOU TUBE  -  05 mar 2014


Il Ministro Mauro:   I MARO' SONO INNOCENTI



Le coop rosse vanno all'incasso Il Pd ora ha un conto da pagare


La LegaCoop non è stata solo "sponsor" dell'escalation della "29 Giugno" di Salvatore Buzzi, ma è anche stata determinante per il successo del candidato renziano alle Regionali "di casa"


«È fondamentale che la giunta faccia di Bologna il centro delle sue strategie». Parola di Pierluigi Stefanini, presidente del gruppo finanziario Unipol (che controlla le assicurazioni UnipolSai) e soprattutto uomo forte della cooperazione rossa.




Noto per la sua riservatezza, il solo fatto che l'ex numero uno di Coop Adriatica abbia rivolto un messaggio al neogovernatore emiliano Stefano Bonaccini è di per sé un evento.

La LegaCoop non è stata solo «sponsor» dell'escalation della «29 Giugno» di Salvatore Buzzi, ma è anche stata determinante per il successo del candidato renziano alle Regionali «di casa». Anche se l'affluenza è stata del 37%, la struttura si è impegnata per sostenere il ragazzo cresciuto nella «Ditta» e poi trasmigrato sulle sponde del leader fiorentino. Ora, è il momento di passare all'incasso e di non disperdere le risorse (finanziarie) disponibili in mille rivoli inutili. La dotta Bologna deve essere il cuore dell'azione politica della nuova giunta che Bonaccini sta preparando con i piedi di piombo e che dovrebbe, in teoria, annunciare prima di Natale.
Il mondo della cooperazione rossa emiliana ha bisogno di nuova linfa, anche perché l'impegno sostenuto due anni fa per consentire a Unipol (delle quali sono socie) di inglobare la ex FonSai di Salvatore Ligresti è stato notevole. Ecco perché i progetti in corso nel capoluogo regionale non devono essere in alcun modo ostacolati. In primo luogo, il Fico-Eataly World, il nuovo parco tematico dell'agroalimentare di Oscar Farinetti (ideologo numero uno del renzismo). La supermegastruttura dovrebbe essere pronta per il novembre del 2015, in modo da ricevere la staffetta da Expo 2015. E anche qui, come nella rassegna milanese, le Coop sono in prima fila con Ccc e Cmb che si occuperanno della costruzione.
L'altro grande appuntamento che non si può mancare è l'ampliamento dell'aeroporto Marconi. L'anno prossimo è previsto il collocamento in Borsa della società di gestione: dall'Ipo dovrebbero arrivare 60 milioni per finanziarne la crescita. Anche qui ci saranno ruspe e scavatori in campo e, ovviamente, le aziende di casa Coop sono interessate.
Un progetto così importante richiede stanziamenti maggiori di qualche decina di milioni di euro. Ma non è il caso di preoccuparsi: la Regione può contare su una discreta dotazione di fondi europei. Al contrario delle colleghe meridionali, l'Emilia Romagna è una campionessa nell'impiego delle dotazioni. All'inizio del mese sono arrivati 860 milioni per le politiche sociali (formazione professionale e garanzia giovani), ma la vera partita si giocherà su circa 490 milioni di aiuti alle imprese e, soprattutto, sui 2,6 miliardi che dovrebbero affluire dal Piano Juncker, ove mai l'Italia dovesse beneficiarne (visti i clamorosi insuccessi del governo a Bruxelles). In rampa di lancio ci sono il Passante autostradale nord e il People Mover , la monorotaia per collegare la stazione centrale e l'aeroporto. Bologna ha bisogno di certezze e Bonaccini farà bene a ricordarlo.

- Ven, 19/12/2014
fonte: http://www.ilgiornale.it/news/politica