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25/03/17

Marine Le Pen vola e non solo nei sondaggi segreti. Attenti alle sorprese…


marine le penSiamo sicuri che Macron abbia in pugno la vittoria alle presidenziali? Come già accaduto per la Brexit e in occasione dell’elezione di Trump, l’immagine proiettata dai sondaggi e amplificata dai media mainstream rischia di essere , ancora una volta, ingannevole. Che cosa dicano lo sapete: Macron va bene, è alla pari con la Le Pen e, naturalmente, ha vinto il dibattito televisivo con i candidati all’Eliseo. Scremando la propoganda, la realtà appare diversa. Non si tratta di fare il tifo per un candidato o per l’altro ma di analizzare, per capire.
Diciamola tutta: Marine Le Pen, oggi, è largamente in testa. Per tre ragioni.
La prima è emersa nei giorni scorsi e qualche commentatore l’ha già prontamente rilevata. E’ accaduto che un giornalista di Le Figaro si lasciasse sfuggire che, secondo i sondaggi segreti, ben diversi da quelli diffusi ogni giorno, la Le Pen sarebbe in testa con il 34% dei voti, dunque almeno 8 punti in più rispetto al 26% di cui è acceditato Macron.
La seconda ragione trova ispirazione in un’altra fonte autorevole, il Financial Times, che rivela come il 40% dei giovani francesi sia intenzionato a votare per la candidata del Fronte Nazionale. Macron raccoglie la metà dei consensi, appena il 20%. Come si spiega? Ascoltiamo il FT:
La frustrazione tra i giovani per la mancanza di lavoro e le cattive prospettive economiche costituiscono gran parte del fascino del FN. Sotto il governo socialista di François Hollande la disoccupazione è rimasta ostinatamente alta, il doppio del livello di Regno Unito e Germania. La disoccupazione giovanile è al 25 per cento – dal 18 per cento del 2008. (…) “In Francia per un numero crescente di giovani meno istruiti il fatto che passeranno buona parte delle loro vite in una situazione economica precaria è quasi una certezza,” dice il politologo Joël Gombin.

Inoltre, ed è molto significativo, oggi Marine Le Pen non viene più percepita, soprattutto dai giovani, come un candidato xenofobo. Cito ancora il Financial Times:
Negli ultimi dieci anni, e in particolare a partire dal 2011 sotto la guida di Marine Le Pen, il partito ha cercato di rimodellare la propria immagine. I funzionari, per esempio, ora parlano di “immigrazione”, piuttosto che di “immigrati”, e si oppongono all’”Islam radicale”, piuttosto che all’ “Islam”, mentre i temi sui quali il partito organizza le sue campagne si sono ampliati oltre la sicurezza e l’immigrazione, per includere un messaggio anti-globalizzazione focalizzato sull’economia.
marine_le_pen-fronteDunque da forza di estrema destra, il Fronte Nazionale si è trasformato in un movimento di protesta che non si lascia più imbrigliare negli schemi politici classici. Certo, difende l’identità, i valori della Nazione francese ma presentandosi sempre più come forza neogollista ovvero come legittime erede di una corrente, che il centrodestra tradizionale ha progressivamente abbandonato. In un’epoca in cui i programmi della destra moderata e socialisti tendono a convergere, elidendosi, e in cui i partiti di sinistra, contaminati dai disastri della presidenza Hollande, appaiono in crisi di credibilità, la Le Pen si propone come colei che sa interpretare il forte malessere sociale di una parte importante della società francese. E’ conservatrice e al contempo sociale. Crede nel libero mercato ma attacca una globalizzazione che privilegia le multinazionali. Non eccede mai nei toni, per non spaventare l’elettorato borghese, e dimostra un notevole livello di preparazione, ad esempio nella critica all’euro e all’Unione europea.
Si è riposizionata sul centrodestra, occupando lo spazio lasciato libero da Sarkozy e ora da un Fillon azzoppato dagli scandali, e oggi Marine Le Pen riesce a presentarsi come un leader di rottura ma credibile, in grado di catalizzare, oltre ai voti della vecchia Francia iperconservatrice, anche quelli, nuovi e arrabbiati, di una gioventù che un tempo votava per la gauche. Di fatto può pescare in ogni area politica.
La terza ragione è un po’ tecnica ma fondamentale. Lo sappiamo: Donald Trump ha vinto le elezioni grazie al sostegno conquistato sui siti internet e sui social media. E oggi in tutti i Paesi occidentali la capacità di persuasione del web è almeno pari, ma in certi casi addirittura superiore, a quella della tv e dei media tradizionali. Immagino già l’obiezione: la Francia non è l’America. Vero, però è la patria del Minitel ovvero di quello che è stato il primo vero social media, ed è un Paese assai digitalizzato. Ecco perché, anche a Parigi, per valutare il peso di un candidato bisogna non lasciarsi condizionare dal “rumore mediatico” che – in Francia oggi, come in America ieri – dà per sicura l’elezione di un solo candidato. Là era Hillary, qui è Macron.
Sui social media i ruoli si ribaltano. Macron è indietro, mentre Marine batte tutti, come rileva un’altra fonte insospettabile, l’Huffington Post, a margine del dibattito tra i candidati dell’altro giorno, che, secondo i media, è stato vinto dal giovane ex ministro dell’economia di Hollande, ma che, stando al sentiment di Facebook e di twitter, é andato alla Le Pen (per i dettagli vedi qui).
Un responso che riflette la presenza complessiva sui social. Marine si è mossa per tempo e decisamente bene. Su twitter conta 1,34 mln followers ed ha molto più seguito di Melenchon (1 milione di follower), di Macron (577mila), di Fillon (461mila) e di Hamon (348mila). Su Facebook il distacco è ancora più ampio: ha 1.258.777 fan, rispetto a Melenchon (709.130 fan), Fillon (311.377), Macron (228.398) e Hamon (148.107). Numeri che sono importanti ma che da soli non sono del tutto significativi. Per valutarne il peso occorre stimare la capacità di mobilitazione – e dunque di “contagio digitale” – che è determinata dalla quantità dei post e dall’assiduità dei fan. E anche qui, pochi dubbi: la motivazione dei sostenitori di Marine appare molto più elevata di quella degli altri candidati e soprattutto di Macron.
Questo significa che la Le Pen conquisterà l’Eliseo? Non corriamo, qualunque previsione è prematura, tanto più in un sistema elettorale a due turni. Significa, però, che la sua vittoria non può più essere esclusa, perché la sua candidatura è molto più strutturata, politicamente, e molto più radicata, socialmente, di quanto i suoi avversari siano disposti ad ammettere. I quali preferiscono far finta di non vedere e continuano a confidare nella propaganda tradizionale, amplificata dai media, tutti schierati contro Marine.
Una situazione che ricorda, ancora una volta, quella delle presidenziali americane. Attenti alle sorprese…
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di Marcello Foa - 24 marzo 2017

Mantenere vivo il mito dello Stato Islamico



Le operazioni congiunte siriano-russo-iraniane contro i gruppi terroristici eterodiretti nel territorio siriano gradualmente smantellano e frustrano la forza di gruppi come il cosiddetto Stato islamico, al-Nusra, al-Qaida e una miriade di altri fronti coordinati e teleguidati dall’estero contro Damasco. Con l’intervento russo alla fine del 2015, un notevole potere aereo colpisce la logistica di tali fronti che vanno oltre i confini della Siria. Mentre i rifornimenti sono stati ridotti, le forze siriane e dei loro alleati hanno isolato ed eliminato una roccaforte dopo l’altra. Ora, molti di tali gruppi devono affrontare la sconfitta in Siria, spingendo i loro mandati su due linee di azione, posare da responsabili della sconfitta, come Stati Uniti e Turchia cercano di fare con le rispettive incursioni illegali in territorio siriano, e creare una narrazione che copra l’evacuazione e il riposizionamento di tali gruppi terroristici per un uso futuro.

Le organizzazioni terroristiche sono i mercenari dell’impero
Intorno la caduta dell’impero ottomano nei primi anni del 20° secolo, gli interessi anglo-statunitensi coltivarono gruppi terroristici nel suo territorio per dividere e conquistare l’intera regione, contribuendo alle maggiori ambizioni egemoniche globali di Washington e Londra. L’organizzazione terroristica nota come al-Qaida, creata dai resti della Fratellanza musulmana siriana sconfitta da Hafiz al-Assad nel 1980, si schierò in Afghanistan dopo che l’accordo eterodiretto per rovesciare il governo siriano fallì. Da allora, al-Qaida partecipò a operazioni della NATO nei Balcani, Medio Oriente e Nord Africa e anche in Asia. Il gruppo opera sia da casus belli per l’intervento occidentale che come agente per combattere contro quei governi che i militari occidentali non possono affrontare direttamente, come avvenuto in Libia e attualmente in Siria. Al-Qaida e le sue varie consociate e affiliate, come lo Stato islamico, servono anche da ausiliari, come nello Yemen, dove occupano il territorio invaso dalle forze meccanizzate del Golfo Persico. Se i racconti occidentali cercano di ritrarre tali fronti come organizzazioni terroristiche indipendenti attive al di fuori del diritto internazionale e della portata della potenza militare e d’intelligence occidentale, in realtà sono una copertura per ciò che è chiaramente terrorismo mercenario di Stato. Gli Stati Uniti hanno ammesso il loro ruolo nel creare tali organizzazioni, così come nel mantenerle. L’uso di alleati da parte degli Stati Uniti, come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti (UAE), per riciclare denaro, armare, addestrare e provvedere altre forme di sostegno politico e materiale, è ampiamente documentato.

Mantenere vivo il mito dello Stato islamico
I rappresentanti della RAND Corporation hanno recentemente scritto un editoriale per Fortune intitolato, “Perché lo Stato islamico morente sarebbe una minaccia ancora più grande per l’America”, in cui tentano di spiegare come, nonostante lo Stato islamico perda terreno in Siria e Iraq, continuerà ad operare e a minacciare la sicurezza globale. In realtà Stato islamico, al-Qaida e altri fronti continueranno a persistere per un solo motivo, il grande supporto statale multinazionale che ricevono da Stati Uniti, NATO e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC). L’editoriale di Fortune rivendica: “La liberazione di Mosul e Raqqa sono importanti passi iniziali per ridurre la minaccia dello Stato islamico. Senza uno Stato vero e proprio, probabilmente perderà molto fascino. Senza una base territoriale sicura da cui operare, sarà difficile per l’organizzazione condurre attacchi all’estero. Eppure lo Stato islamico, come al-Qaida prima, continuerà a metastatizzare e a cercare d’influenzare una volta perduta la propria base di origine”. Gli autori della RAND affermano anche: “Per sconfiggere lo Stato islamico si dovranno combinare assistenza economica, tecnica, politica e piani per migliorare le misure militari statali e locali. Le rimostranze popolari che hanno dato origine ai movimenti estremisti vanno meglio affrontati. Questi non sono passi che gli Stati Uniti dovrebbero prendere da soli, ma Washington dovrebbe costruire e guidare una coalizione di donatori che lavori con ciascuno dei Paesi colpiti”. Tuttavia, è difficile credere a responsabili politici ed autoproclamati esperti che non prendono in considerazione l’origine della forza dello Stato islamico, l’ampio supporto da parte di certi Stati. Ciò non viene menzionato nell’editoriale, né da politici, pianificatori militari, analisti o altri di di Stati Uniti, NATO o GCC. È un segreto di Pulcinella custodito con cura, con editoriali ripetitivi e notizie come il pezzo della RAND su Fortune. Con i piani di USA-NATO-GCC frustrati in Siria da una formidabile coalizione militare, gli interessi particolari che guidano tale asse inevitabilmente cercheranno di schierare i loro ascari laddove la coalizione non può arrivare. Gli attuali sforzi per dividere e disturbare la stabilità socio-economica e politica dell’Asia serviranno ad inserire terroristi veterani in fugga dalle forze siriano-russo-iraniane in Medio Oriente. Le nazioni emergenti del sud-est asiatico, in particolare, si ritroveranno i focolai di tensione politica locali trasformati in inferni con l’arrivo di elementi dello Stato islamico in fuga. In Myanmar, i terroristi sostenuti da USA e sauditi già tentano di ampliare le violenze nella crisi dei rohingya, probabilmente tentando di creare un pretesto per la presenza militare permanente negli Stati Uniti nel Paese, volta ad incunearsi tra Myanmar e Cina. In Thailandia, infiammando la vecchia insurrezione meridionale trasformandola intenzionalmente da lotta politica a conflitto settario e distruttivo, simile a ciò che ha consumato Libia e Siria, potrebbe aiutare Washington a dominare Bangkok. Una strategia simile è probabilmente già in corso nelle Filippine.
Svelare il mito ed esponendo la vera natura dello Stato islamico e delle altre organizzazioni terroristiche come forze mercenarie al servizio di particolari interessi multinazionali, è il modo più importante, e forse il solo, per proteggersi dall’uso di tali gruppi per ingabbiare geopoliticamente, dividere e distruggere le nazioni. Costruire coalizioni formidabili sia sul campo di battaglia che nell’informazione è essenziale anche per affrontare e battere tali tattiche. Il tentativo di capitolare alla narrazione occidentale, per timore di alienarsi l’opinione pubblica, non elimina la minaccia che i terroristi entrino e distruggano una nazione; ma in realtà incoraggerebbe ulteriormente tali sforzi. Nazioni come la Libia che tentarono di placare gli interessi occidentali, aderendo alla cosiddetta “Guerra al Terrore”, non esistono più come Stati. Nei prossimi mesi, la pressione crescerà sugli agenti occidentali che operano in Siria e Iraq, ed editoriali come quello di Fortune si moltiplicheranno. E’ importante esporre ciò che l’occidente tenta di ritrarre come inevitabile ritirata, condotta esclusivamente da organizzazioni terroristiche, quale autentica evacuazione attuata dagli occidentali per rischierarle.

 


Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok , in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook”. - 24 marzo 2017

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

fonte: https://aurorasito.wordpress.com

24/03/17

IMMIGRAZIONE: "Il tribunale di Tripoli annulla l’accordo con l’Italia sui migranti illegali"



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La Corte di Appello di Tripoli ha bloccato ieri l’intesa raggiunta (ma finora mai applicata) tra Italia e Libia il 2 febbraio sui migranti firmata a Roma dal premier Fayez al Serraj e dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

Lo ha riferito il sito del quotidiano Libya Herald sottolineando che non è chiaro al momento quale impatto avrà questa sentenza sull’impegno dell’Ue ad aiutare la Libia ad affrontare il dossier migranti e soprattutto nell’addestramento che la Marina Italiana impartisce alla Guardia Costiera libica (90 uomini già addestrati e 500 inseriti nel programma)
L’istanza è stata presentato da sei politici locali incluso l’ex ministro della Giustizia, Salah Al-Marghani, che hanno messo in discussione non solo il contenuto del cosiddetto ‘memorandum of understanding’, che prevede, tra l’altro, il rimpatrio dei migranti intercettati nel Mediterraneo attraverso campi di transito in Libia, ma la stessa titolarità del premier del governo di unità nazionale (GNA) a firmare un accordo di questo tipo con uno Stato straniero.
Un’osservazione giustificata sul piano formale dal fatto che il governo di al-Sarraj non ha mai ottenuto la prevista fiducia dal Parlamento di Tobruk (che sostiene il governo di Abdullah al Thani e l’Esercito Nazionale Libico del maresciallo Khalifa Haftar) senza la quale non ha nessuna legittimità.
I giudici hanno quindi sospeso ogni ulteriore negoziato sulla base dell’intesa sottoscritta il 2 febbraio scorso. Intesa grazie alla quale l’Ue aveva stanziato 215 milioni di dollari (ma al-Sarraj a Roma ha detto di volerne 800) per rafforzare la guardia costiera libica e migliorare le condizione dei campi dei migranti nel Paese.
Di fatto quindi l’accordo con la Libia tanto sbandierato dal governo italiano non è solo basato su presupposti inconsistenti ma è pure carta straccia. Non a caso i flussi di immigrati illegali sono in continuo incremento anche rispetto ai numeri record (181.500 sbarcati) dell’anno scorso.

Foto: Marina Militare

redazione 24 marzo 2017

Toh, ci sono femministe contro l'utero in affitto





Il mancato patrocinio da parte della presidenza della Camera, targata Laura Boldrini, all’evento ‘Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale’, forse è il riconoscimento più alto di quanto l’incontro internazionale dei movimenti femministi, tenutosi ieri a Montecitorio, sia stato autenticamente schierato, senza se e senza ma, contro la barbara pratica dell’Utero in affitto.

“La decisione viene istruita dall'Amministrazione, che non mette il 'timbro' dell'Istituzione su iniziative che appoggino una parte o l'altra in questioni complesse e controverse. La stessa scelta, naturalmente, sarebbe stata fatta qualora il patrocinio fosse stato chiesto da chi è a favore della maternità surrogata. E' un elementare segno di terzietà dell'Istituzione Presidenza", si leggeva in mattinata in una nota diffusa dal portavoce della presidente della Camera.

Ma se la Boldrini (eletta nelle liste del partito di Niki Vendola) si permette il lusso della terzietà su un tema così dirimente per il futuro della dignità delle donne, ben altre parole sono state dette nel pomeriggio al convegno organizzato dall’Associazione femminista ‘Se non ora quando’ e che ha visto la partecipazione di numerose parlamentari italiane e europee di tutti gli schieramenti, di rappresentanti di movimenti femministi di tutto il mondo, della cultura, della scienza e persino di diverse organizzazioni del mondo lgbt, come ArciLesbica e Equality. Presenti anche scrittrici e giornaliste impegnate, tra le quali Susanna Tamaro e Monica Ricci Sargentini che cura i temi del mondo femminile per il Corriere della Sera.

Ospiti di punta sono state alcune personalità vicine alle istanze femministe e impegnate nella lotta contro l’utero in affitto nei rispettivi paesi europei di provenienza: Laurence Dumont, vicepresidente dell’Assemblea nazionale francese;  Sheela Saravanan, ricercatrice associata all’Istituto Sud Asia dell’Università di Heidelberg in Germania; Sylviane Agacinski, filosofa e femminista francese nota in tutto il mondo del collettivo CoRP e Stephanie Thögersen, program manager della Swedish Women's Lobby.

Il momento di confronto ha rilanciato l’iniziativa internazionale partita nel gennaio 2016 a Parigi che ha l’obiettivo di chiedere alle istanze delle Nazioni Unite preposte al rispetto delle Convenzioni sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione delle donne (CEDAW), sui diritti umani e sui diritti dei bambini, di aprire una procedura volta a raccomandare il divieto della pratica della maternità surrogata in quanto incompatibile con il rispetto dei diritti umani e della dignità delle donne.

Non solo ma nell’atto di richiesta le femministe riconosco anche l’importanza del riconoscimento della diversità tra i sessi: “La Convenzione CEDAW nel suo preambolo accorda un’attenzione particolare all’eliminazione di tutte le barriere economiche, politiche, soprattutto sociali e culturali che impediscono l’uguaglianza tra donne e uomini e riconosce in particolare il valore fondamentale della differenza tra gli uomini e le donne che appare dunque superiore anche all’autodeterminazione delle differenti culture e al principio del relativismo culturale”

Certo, il presupposto da cui partono le femministe è che la conquista della libertà di scelta è stato un cambiamento di enorme portata che consente alla maternità di  “ridisegnare i confini di una nuova idea di libertà”. “Ma a condizione – è stato affermato con forza - che non venga privata del suo senso umano e che non venga ridotta alla bruta materialità biologica”.

La presidente di  ‘Se non ora quando’ Francesca Izzo ha infatti sottolineato che la soluzione non può essere “l’accettazione di un modello di vita nel quale le donne godono di maggiori libertà ma al prezzo di cancellare ogni loro tratto differente, neutralizzarsi, in nome di quella uguaglianza consegnata alla storia del dominio degli uomini”.

La Izzo ha poi spiegato senza giri di parole che “con l’aiuto della tecnica le donne sentono di poter svincolare la maternità dai limiti temporali, dai limiti corporei coltivando l’illusione di corrispondere al modello di un individuo del tutto padrone di sé, del suo tempo, con un corpo a totale disposizione della propria volontà, quando e come vogliono”. “E d’altra parte – ha proseguito - fidando che una soluzione tecnica si troverà, si può accettare passivamente di rinviare la maternità perché non ci sono soldi, non c’è la sicurezza del lavoro, della casa, ma sentendosi personalmente inadeguate perché avere un figlio appare come una faccenda maledettamente privata”

In pratica il ragionamento delle femministe è questo: se si accetta, come nella maternità surrogata, anche in quella cosiddetta solidaristica, di spezzare l’unitarietà del processo della maternità, di segmentarlo in ovociti, gravidanza e neonato, togliendo alla gravidanza ogni “pregnanza” fisica, emotiva, relazionale e simbolica, facendone un processo meccanico/naturale, si incrinano le basi stesse dell’autodeterminazione.

Tuttavia. Chi si aspettava un dibattito unicamente ad uso e consumo dell’autodeterminazione delle donne è stato poi deluso dai numerosi interventi in cui è stato messo a fuoco il diritto del  bambino a non finire in balia di un turpe oggetto di mercimonio e a non essere allontanato dalla madre, concetto ribadito anche da Aurelio Mancuso, presidente dell’associazione gay Equality.

All’evento era presente anche il ministro della Salute Lorenzin che ha ricordato che la pratica resta illegale in Italia si è impegnata titolo personale (non a nome di tutto il governo) a portare avanti l’impegno per la messa al bando in tutti i Paesi del mondo: "L'utero in affitto deve essere riconosciuto come reato universale, bandito a livello internazionale, allo stesso modo delle altre forme di commercio e schiavitù degli esserei umani e questo in nome delle donne. Do la mia disponibilità a sostenere tutte le iniziative in queste senso che saranno messe in campo”.

"Mater semper certa est, non avrei mai immaginato che un giorno questa evidenza lampante potesse essere messa in discussione”, ha aggiunto l'esponente dell'esecutivo che ha quindi lanciato un stilettata alla Boldrini: “Come donna e come madre non mi stancherò mai di denunciare pubblicamente questa schiavitù e commercio, perchè i diritti delle donne non si difendono solo con la grammatica".

Le promesse di politici hanno lasciato smantellare la legge 40 da parte della magistratura appaiono certamente fuori luogo, ma l’impegno sincero delle femministe e apre nuovi scenari nella difesa di tutta l’antropologia umana. 

di Marco Guerra - 24-03-2017

23/03/17

PAESAGGIO CON ROVINE






Un quadro sconfortante del degrado, dissoluzione e scomparsa della nostra identità nel gran calderone della globalizzazione forzata. Il paesaggio con rovine non è soltanto intorno a noi è dentro ciascuno di noi di Francesco Lamendola  
 
 
Paesaggio con rovine
 
di
 
Francesco Lamendola
 
 
 
Un caro amico di ritorno da Parigi, città nella quale manchiamo da molti anni, ci ha fatto un quadro sconfortante del degrado e della dissoluzione della douce France, della scomparsa della sua identità nel gran calderone della globalizzazione forzata. Non solo nelle periferie, ma anche nei quartieri storici, come Montmartre, si vede ormai un francese, anzi, un bianco, ogni dieci, ogni venti persone; e questi stranieri parlano nella loro lingua, vestono alla loro foggia, hanno i loro negozi, vivono una vita parallela e assolutamente non integrata con quella dei parigini. Di più: non mostrano alcun desiderio, alcun interesse ad integrarsi. Non amano la Francia, né la civiltà europea: anche dopo due, tre generazioni, non si considerano francesi, né europei, anche se sulla carta d’identità sta scritto che sono cittadini francesi. Senza dubbio avvertono che, nel giro di pochi anni, avranno preso il sopravvento, grazie alla prolificità delle loro donne, come aveva profetizzato l’algerino Boumedienne e come ha ribadito, appena l’altro ieri, il turco Erdogan; mentre gli europei non han di meglio da fare che escogitare delle leggi mediante le quali sia sempre più facile separarsi, divorziare, abortire, ottenere figli con la fecondazione artificiale, cambiare sesso, veder riconosciuto il diritto all’eutanasia per sé e per i propri bambini. Al nostro suicidio biologico si contrappone l’incessante crescita demografica degli stranieri immigrati in Europa: e non è necessario essere degli esperti di matematica o di proiezioni demografiche per capire cosa ciò significhi.
D’altra parte, il nostro suicidio biologico ha inizio da lontano ed è parte di un fenomeno più vasto, fatto di tutta una serie di complessi, rimorsi, paure, frustrazioni, amarezze, sconfitte, alimentate ad arte e gonfiate al massimo, ottenendo l’effetto di paralizzare la nostra volontà e di alimentare una contro-cultura che esalta il disordine, la negatività, il pessimismo, il relativismo, l’incomunicabilità, il nichilismo, l’edonismo bestiale, il materialismo esasperato, ogni sorta di degenerazioni e di vizi, e, da ultimo, la morte. Abbiamo coltivato il  nulla e abbiamo acclamato i maestri del  nulla, a lungo, con convinzione, con ostinazione: ora raccogliamo i frutti disastrosi di questa contro-educazione, di questa voluttà di disfacimento e di morte. Ecco: l’Europa, oggi, anzi, tutto l’Occidente, non è altro che un lugubre, desolato, allucinante paesaggio con rovine, nel quale noi ci aggiriamo stralunati e inebetiti, simili a dei morti viventi dopo una catastrofe inimmaginabile. La città consumista è il nostro cimitero e noi siamo gli zombie del cosiddetto benessere, sopravvissuti a noi stessi, vergognosi di mostrarci per quello che siamo diventati, eredi degenerati di una forte e sana razza di lavoratori, di padri e di madri capaci di altruismo e abnegazione, di lavoratori con il culto dell’onestà, di cristiani che prendevamo sul serio le cose di Dio.
Paesaggio con rovine è il titolo di uno dei libri di Piero Buscaroli: una straordinaria figura di musicologo, giornalista, studioso eclettico e versatile, che è venuto a mancare, nel silenzio assordante della cultura politically correct, il 15 febbraio di un anno fa: troppo "di destra" per meritare una parola di stima, se non di affetto, lui che, fra le altre cose, aveva fatto conoscere in Italia autori pressoché ignoti, come il romeno Vintila Horia, e che aveva scritto una monumentale biografia di Bach (oltre 1.200 pagine) andata a ruba negli Oscar Mondadori. Nulla di nuovo, del resto: i salotti buoni della cultura italiana, da sempre, sono monopolio esclusivo della sinistra, e quindi le lodi sperticate che vi si riserva all'ultimo scalzacane che invoca la dignità del matrimonio omosessuale, il diritto all'eutanasia, l'accoglienza indiscriminata verso i poveri "profughi” che non sono poi neanche tali, con l'obiettivo neppure nascosto di usufruire dei loro voti, quando avranno ottenuto la cittadinanza, si accompagnano all'insindacabile diritto di decretare l'ostracismo, e poi l'oblio, a quanti non si allineano ai suoi dogmi; perciò il trattamento riservato a Buscaroli non deve stupire, e infatti non stupisce nessuno. Stupirebbe, o peggio, se vivessimo in un Paese normale: invece viviamo in un Paese dove la cultura è fatta da una casta d'intellettuali che si credono all'avanguardia e sanno solo puntare il ditino contro quelli che a loro non piacciono, senza accorgersi di avere accumulato un ritardo storico di almeno quaranta o cinquant'anni. Sono rimasti a Gramsci e a Gobetti, a don Milani e a Pasolini, loro che hanno dato l'ostracismo a Eugenio Corti, a Buscaroli, a Marcello Veneziani e specialmente a Maurizio Blondet; loro che preferiscono i lazzi di Dario Fo alla pensosità di Ezra Pound, che hanno ammirato Moravia e denigrato Cassola, che sono andati a lezione da Toni Negri e fatto finta di non conoscere Evola (pur leggendolo di nascosto, e rubandogli più di qualche idea). Loro che, per bocca di Gad Lerner, sanno solo accusare chi, come Gianfranco De Turris, la pensa in maniera diversa dalla sacra Vulgata neocomunista, o che, come Erri De Luca, sentenziano che la cultura serve a rendere cosciente dei propri diritti contro gli sfruttatori. La scuola di don Milani, appunto, o di David Maria Turoldo; e prima ancora, di Dossetti e di Lazzati: la scuola del cattocomunismo e del rancore sociale travestito da cattolicesimo.
Ma attenzione: il paesaggio con rovine non è soltanto intorno a noi, non è soltanto l’Europa imbruttita e devastata da una omologazione laicista e da una sostituzione dei popoli senza precedenti; esso è anche, e in primo luogo, dentro ciascuno di noi. Noi moderni, noi post-cristiani, non cittadini del terzo millennio chiamati a un bilancio totalmente fallimentare delle nostre esistenze, della religione dei falsi dèi che abbiamo adorato e che continuiamo, imperterriti, ad adorare: le macchine, i solidi, il successo e il piacere, come le bestie. Il nostro fatale indebolimento parte da lontano e precede di parecchio l’inizio dell’invasione dei cosiddetti profughi, la quale, peraltro, è stata accuratamente programmate ed è guidata con criteri quasi scientifici da quanti, come George Soros, hanno deciso che l’Europa deve cessare di esistere. Noi non crediamo più in noi stessi, e abbiamo ragione, perché non c’è motivo di credere nel nulla, anche se quel nulla siamo noi ed è il nostro mondo. Un mondo ormai fatto solo di cose, di telefonini, di vestiti firmati, e sempre più povero, sempre più vuoto di affetti, di valori, di spessore etico.
Allo stesso tempo stiamo coltivando scrupolosamente i sensi di colpa che ci tolgono la fierezza e la fiducia nel futuro. Abbiamo deciso di caricarci sulle spalle la responsabilità per tutti i malanni dell’universo mondo, e non solo quelli storici, ma anche quelli naturali. Ci sentiamo in colpa, perché c’è chi vuole farci sentire in colpa. In molte scuola elementari i bambini vengono istruiti a giocare a pallavolo stando seduti per terra, per capire cosa vuol dire essere senza gambe, o con gli occhi bendati, per rendersi conto di cosa significhi essere privi del senso della vista. Intanto, però – strana contraddizione - degli “esperti” vengono nelle classi a spiegare che i disabili sono persone come tutte le altre, e che non c’è nessuna differenza tra l’essere in carrozzina e camminare sulle proprie gambe. Insomma, chi non è disabile deve sentirsi in colpa di non esserlo, però la disabilità non esiste, è un fatto mentale, un pregiudizio, una prepotenza, una forma di razzismo. Altri “esperti”, provenienti per lo più dalle organizzazioni LGBT, vengono nelle classi a spiegare che il maschile e il femminile non esistono, che sono solo un pregiudizio, e che ciò che esiste sono gli orientamenti sessuali, qualcosa di fluido, di mutevole, che dipende solo dalla nostra libera scelta, alla quale gli altri si devono inchinare. In altre parole, chiedere a un bambino come si chiamano la mamma e il papà e un crimine di tipo razzista, perché disconosce la bellezza di avere due mamme lesbiche o due papà omosessuali, e nega implicitamente la bellezza delle famiglie “arcobaleno”, magari arricchite da qualche bel bambino ordinato su catalogo.
Anche la nostra religione, o ex religione, ha assunto l’aspetto di un paesaggio con rovine. C’è stato un tempo - e noi, da bambini, abbiamo fatto ancora in tempo a viverlo - in cui la religione cattolica trasfondeva nella società, nelle famiglie e nei singoli individui, un riflesso d’infinito: leniva le sofferenze e dava loro un significato più alto; sosteneva le persone nelle fatiche, nelle lotte, nelle delusioni; chiedeva a ciascuno di dare il meglio di sé, e, se qualcuno non ci riusciva, lo induceva a farsi delle domande, a mettersi in discussione, e proporsi di far meglio la prossima volta. In breve, e pur con qualche limite, che non vogliamo ignorare o minimizzare (una esagerata sessuofobia, per esempio), l’educazione cristiana e il senso cristiano della vita conferivano all’esistenza una nota gentile, una tonalità più dolce e delicata, e vi immettevano un raggio di consolazione e di speranza. Le persone entravano in chiesa per pregare, per parlare con Dio, e vi trovavano pace, silenzio, possibilità di raccoglimento; trovavano una liturgia solenne, una omiletica ispirata alla dottrina cristiana, che era di aiuto nei casi della vita, e, nello stesso tempo, non autorizzava a prendersi troppa confidenza con Dio, non disperdeva il timor di Dio, anzi, ricordava agli uomini la loro piccolezza, la loro fragilità e la necessità di affidarsi a Dio per trovare ciò che da soli non possono raggiungere: la verità, la giustizia, l’amore autentico, la pace.
Nel cattolicesimo del terzo millennio regnano invece la confusione, l’agitazione, la smania di abbassare il divino al livello dell’umano, di togliere il mistero, di spiegare tutto, di promuovere l’uomo da servitore a padrone, di illuderlo che tutto vada bene purché egli segua onestamente la propria coscienza: ma lasciando a ogni coscienza la piena libertà di fare o non fare tutto ciò che le piace, tutto ciò che sembra vero e giusto e buono e bello, così, a proprio insindacabile giudizio (infatti è ben noto che i cretini sono scomparsi dalla faccia della terra, e così pure i delinquenti, ora ci sono solo i geni come Aristotele, o le persone che vivono una qualche forma di disagio per colpa della società brutta e cattiva, ma cattive, loro, non lo sono, anche se hanno accoppato il papà e la mamma a colpi di accetta, per ereditarne soldi e beni). In breve, siamo nell’era del vangelo secondo me. L’ultima novità, si fa per dire, è il vangelo secondo Fabrizio De André: dove tutti vanno in paradiso, senza bisogno di pentimento, e dove i peccatori verranno prima di tutti gli altri: il che è un deliberato fraintendimento della parola di Cristo, il quale ha detto, sì, che gli ultimi saranno i primi e che molti dei primi saranno gli ultimi, ma ha pure detto che il peccatore deve convertirsi, deve mutar vita, deve smettere di peccare e non tentare, non stancare la pazienza di Dio e la sua misericordia; che, se l’occhio, o il piede, o la mano gli sono dio scandalo, è meglio che se li tagli; che al peccatore contro lo Spirito Santo non verrà mai perdonato, e che chi scandalizza i piccoli che credono nel Vangelo, farebbe meglio e legarsi una macina da mulino al collo, e gettarsi nel mare. I cristiani del V secolo avevano sant’Agostino come maestro di teologia; quelli del XIII secolo, avevano san Tommaso d’Aquino; quelli di oggi hanno le canzoni di Fabrizio De André e le prediche, o piuttosto le concioni, di don Andrea Gallo, ora pienamente rivalutati e ufficializzati da papa Francesco e da intellettuali come Franco Cardini. I credenti del XIV secolo avevano Dante quale massimo cantore della poesia cristiana, noi abbiamo i Promessi Sposi a fumetti. Essi avevano Giotto per illustrare la storia sacra sulle pareti delle chiese, i cristiani dei nostri giorni hanno Ricardo Cinalli, noto artista omosessuale e celebratore della sodomia nel grande affresco del duomo di Terni, commissionatagli dall’allora vescovo Vincenzo Paglia. Con un Cristo che porta in cielo tutti quanti, senza domandar loro il piccolo dettaglio della conversione: li porta d’ufficio, così, per simpatia, come gli studenti sessantottini volevano, pretendevano il “sei politico”, così, senz’altra ragione che la protesta contro l’autoritarismo dei professori. Ecco: anche questo è un paesaggio con rovine. Le rovine della nostra fede e quelle della nostra anima.
Sempre quell’amico ci riferiva di come la cattedrale di Notre-Dame sia diventata una specie di bazar trafficatissimo, dove non si godono mai più di cinque minuti di silenzio per pregare: partono continuamente le voci registrate che invitano i turisti a visitare i “tesori cristiani”. I quali turisti, senza dubbio, non sanno che la cattedrale non è quella originale del Medioevo, ma quella rifatta da Viollet-le-Duc, perché i rivoluzionari del 1789 l’avevano semidistrutta; e nemmeno gli studenti, del resto, lo sanno. Non viene loro insegnato. Come potrebbe essere diversamente? Se il 14 luglio è la festa nazionale francese, bisogna promuovere l’idea che illuminismo e rivoluzione hanno segnato l’inizio delle magnifiche sorti e progressive. Con la testa del governatore de Launay portata in giro per le vie di Parigi in cima a una picca, come farebbe la più sanguinaria tribù di cannibali. Ecco, questa è la Francia, questa l’Europa odierna, figlia dell’illuminismo e della rivoluzione. Un’Europa senza identità, perché il passato era il male, bisognava cancellarlo e riscrivere il presente partendo da zero, da una pagina bianca. La pagina bianca era quella della Ragione. Ora vediamo dove ci ha portati quella Ragione: una ragione libera spregiudicata, senza Dio e senza gratitudine per gli avi. Ci ha portati a magnificare l’amore omosessuale, a celebrarne la superiorità su quello eterosessuale, perché più puro e disinteressato, come affermava Umberto Veronesi; mentre gl’immigrati africani e islamici stanno facendo figli, nelle nostre città e nei nostri paesi, ad un ritmo tale che, assai presto, ne saremmo sommersi. È razzismo, dire queste cose? Secondo Nichi Vendola o la signora Boldrini, sì. Se, dunque, questa è la situazione, che cosa possiamo fare? Non molto, onestamente. Possiamo scegliere di mutar rotta, di cambiare il nostro stile di vita. Forse è già tardi. Possiamo però pregare...
 
 
Francesco Lamendola

21/03/17

Partito dei Magistrati: frange incontrollabili


 



Una caratteristica che sembra accomunare tutti i partiti italiani o quel che ne resta e quel tanto di nuovi che si affaccia sulla scena, pare che sia lo scissionismo, la frantumazione. Ora sembra che sia la volta dei Cinque Stelle che, in realtà, non è che abbiano molte ragioni per stare assieme, salvo, magari, il vincolo delle carte da bollo, che ne evidenzia l’assurdità proprio nella sua inconcludenza giuridica.
Ma c’è un partito che non mostra crepe e contrasti. Non ne mostra e non può mostrarle e, soprattutto, non può far nulla per combatterli, appianarli e superarli, perché non può “apparire”: è il Partito dei Magistrati (Pdm), un’istituzione-partito, come tale abusiva e prevaricatoria. Non v’è dubbio che proprio nel momento in cui il Partito dei Magistrati diventò tale da coinvolgere l’intera corporazione (piaccia o non piaccia a Silvio Berlusconi la storia di “alcuni pm comunisti”) si manifestarono differenze e contrapposizioni assai rilevanti nel suo seno. Una frangia (se si tratta solo di una frangia) oltranzista, con una ideologia tanto vaga e rozza quanto estremizzante e fanatica, sta affermandosi soprattutto in talune zone attorno ad alcune “stars” della lotta alla mafia, ma con propaggini che si manifestano un po’ dovunque.
Nessuno può ragionevolmente sostenere che il Partito dei Magistrati si identifichi in certi personaggi, in certe operazioni assurde (come il processo per la “trattativa Stato-Mafia”). Certo è che queste frange, questi personaggi, queste baggianate, così come un estremismo giudiziario di facile presa, sono però parte e caratteristiche non secondarie del Pdm. Non saprei dire se oggi è più pericolosa la parte ancora maggioritaria di quest’abnorme partito, oppure la sua porzione pressoché apertamente eversiva. Piuttosto mi sembra evidente che il Partito dei Magistrati non è in condizione di controllare quella sua minoranza oltranzista e dichiaratamente eversiva, la frangia calabrese e palermitana dei visionari che si direbbe vogliano perseguire chi rappresenta e serve lo Stato come se si trattasse di un’associazione a delinquere. Non lo possono fare perché essi stessi, quelli della maggioranza, per così dire, corporativa, in quanto costituiti in partito-istituzione, sono in posizioni implicitamente eversive.
Non solo ma, negando di essere un partito, magari non rendendosi conto di esserlo, non possono imporre a nessuno di loro di rispettare una linea comune meno oltranzista, né imporre una qualsiasi “disciplina” di partito negando di essere partito. Del resto la magistratura non riesce nemmeno a realizzare una decente funzione disciplinare istituzionale al proprio interno.
Non so se ciò rappresenti un elemento di debolezza per il Partito dei Magistrati o se implichi solo che esso sia destinato a portarsi inevitabilmente su posizioni le più oltranziste. Certo le speranze di quelli che contano su di una svolta moderata del Pdm, come pare in questo momento sia di moda nel Partito Democratico, si direbbe siano affette da un malsano e pericoloso ottimismo. È pure certo che, da quando il Pdm ha realizzato il massimo dei suoi successi, riuscendo a disarcionare Silvio Berlusconi, la sua politica e la sua stessa esistenza, si sono fatte più complesse e problematiche. Il che non è una buona ragione per rimanere mesti ad aspettare che di là venga qualcosa di buono.

di Mauro Mellini - 21 marzo 2017

20/03/17

ERDOGAN COME BOUMEDIENNE






   
Un giorno milioni di uomini abbandoneranno l’emisfero sud per irrompere in quello nord e non certo da amici perché vi irromperanno per conquistarlo e lo conquisteranno popolandolo coi loro figli sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria  
 
 
ERDOGAN COME BOUMEDIENNE
 
Erdogan getta definitivamente la maschera: la conquista dell'Eurabia con il ventre delle donne turche il suo dichiarato obbiettivo. Qualche statista di Bruxelles crede ancora che la Turchia dovrebbe entrare nell'Unione Europea?
 
 
Nel 1974 Boumedienne, cioè l’uomo che tre anni dopo l’indipendenza dell’Algeria aveva spodestato Ben Bella, parlò dinanzi all’assemblea delle Nazioni Unite e senza tanti complimenti disse:
«Un giorno milioni di uomini abbandoneranno l’emisfero sud per irrompere nell’emisfero nord. E non certo da amici. Perché vi irromperanno per conquistarlo, e lo conquisteranno popolandolo coi loro figli.
Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria
». (
In Oriana Fallaci La forza della ragione, Rizzoli 2004, p. 56-57).
Dopo 43 anni il nuovo califfo della Turchia “nazionalista” Erdogan ribadisce lo stesso concetto ai turchi già presenti nella Ue in diversi mlioni, 6 solo in Germania: "Fate almeno 5 figli per coppia".
Gli immigrati turchi nei Paesi europei devono mettere al mondo almeno cinque figli, perché siano loro ''il futuro dell'Europa''. Questo l'ultimo messaggio di guerra all'occidente proferito dal presidente Recep Tayyip Erdogan che ha rivolto ai milioni di cittadini turchi che vivono appunto in Europa.
Il tutto si inserisce in una crisi diplomatica in corso tra Turchia, Olanda e Germania e di ultima la Danimarca; Erdogan ha ripetutamente accusati i Paesi europei di comportarsi come la Germania nazista, avendo comportamenti discriminatori nei confronti dei turchi. ''Da qui io dico ai miei cittadini, ai miei fratelli e sorelle in Europa, fate studiare i vostri figli nelle scuole migliori, fate sì che la vostra famiglia viva nei posti migliori, guidate le auto migliori, vivete in belle case'', ha detto Erdogan, invitando poi gli immigrati turchi ad ''avere cinque figli, non tre. Voi siete il futuro dell'Europa''.
''Questa è la migliore risposta alla maleducazione che hanno mostrato nei vostri confronti, all'inimicizia, agli sbagli'', ha aggiunto in un discorso televisivo tenuto nella città di Eskisehir, a sud di Istanbul.
Mentre gli americani con il nuovo criticatissimo, ma eletto democraticamente presidente Donald Trump corrono ai ripari, con i noti divieti di entrata per molti cittadini di paesi islamici; questa gravissima crisi diplomatica è l'ennesima dimostrazione del fallimento politico di quest'Europa a guida tedesca.
 
 
In redazione il 19 Marzo 2017
fonte: http://www.ilcorrieredelleregioni.it

19/03/17

IMMIGRAZIONE: "COME FERMARE I MIGRANTI, NAUFRAGHI VOLONTARI"




                                   immagine di repertorio


Fermare l’invasione di migranti economici dall’Africa si può, basta che ci sia la volontà politica e il coraggio di affrontare le inevitabili reazioni dei buonisti. Ora che- per fortuna – la costosissima operazione Mare Nostrum è conclusa, solo una modesta parte di coloro che partono dalle coste libiche sui gommoni o sulle carrette del mare vengono raccolti da navi battenti la nostra bandiera e quindi, mettendo piede su suolo italiano, acquisiscono il diritto di chiedere asilo o protezione umanitaria a noi. La maggior parte viene ormai salvata da navi armate e finanziate da un numero imprecisato di ONG,che battono le più varie bandiere di comodo (Panama, Liberia, Nauru e quant’altro) e che da tempo sono sospettate di essere in collusione con gli scafisti, con cui si mettono d’accordo prima su dove raccogliere i “disperati”. Perciò, tecnicamente, coloro che vengono tratti in salvo vengono a trovarsi sul territorio di questi Paesi, ed è perciò a questi che dovrebbero rivolgere in prima istanza le loro richieste. Naturalmente, si guardano bene dal farlo, e chiedono e ottengono di essere sbarcati in Italia, dove sanno che sarano accolti e accuditi e che comunque può servire da ponte per raggiungere altre nazioni europee di loro gradimento.
Ora, in base anche alla recentissima sentenza della Corte europea sui diritti dei singoli Stati in materia di accoglienza (naturalmente subito contestata in primo luogo dalle stesse ONG, noi non siamo tenuti a far scendere da una nave straniera che attracca in un nostro porto chi è senza documenti in regola,cioè passaporto e visto d’ingresso rilasciato dalle nostre autorità consolari. E’ vero che la legge del mare prevede che una nave che abbia soccorso e preso a bordo dei naufraghi possa sbarcarli nel porto più vicino,ma a questo si possono opporre tre obiezioni: 1)Il porto più vicino alle coste libiche non è né Pozzallo né Augusta né Trapani, ma prima gli scali della Tunisia meridionale e poi Malta; e se questi si rifiutano (nel caso dei maltesi non senza ragione, viste le dimensioni del Paese e l’imponenza dei flussi) non c’è scritto da nessuna parte che dobbiamo essere noi a subentrare i terza battuta. 2) Coloro che vengono raccolti dalle navi delle ONG al limite delle acque territoriali libiche (e, sembra, spesso addirittura su appuntamento), quando stanno già per finire le scorte di acqua e carburante e chiamano aiuto con un telefono satellitare che viene loro appositamente fornito dagli scafisti sono, più che naufraghi veri, naufraghi VOLONTARI. Essi non affronterebbero cioè mai il mare aperto sapendo già di non essere attrezzati per tentarlo se non avessero la quasi certezza di essere messi in salvo dopo una ventina di miglia (equivalenti a un decimo della traversata prevista) da soccorritori che hanno come specifica missione di prenderli a bordo. 3) A chi obbietta che è comunque nostro dovere salvare e accogliere i “disperati” – che sarebbe più esatto definire migranti economici o immigrati clandestini – che fuggono dalla guerra, dalla miseria o dalla siccità e spesso vengono torturati e vessati lungo il cammino è facile rispondere che, una volta a bordo delle navi delle varie ONG, non corrono più nessun pericolo. Tra l’altro,siamo all’assurdo che dopo l’accordo, per la verità ora un po’ traballante, tra UE e Turchia per fermare in quel Paese i profughi che arrivano davvero da zone di guerra e hanno perduto tutto non riescono più ad arrivare in Europa, ce la fanno giovanotti dell’Africa subsahariana che,nell’80-90% dei casi non possono – in base alla Convenzione di Ginevra – avanzare alcun diritto di protezione e dovrebbero essere rimandati a casa loro.
Con questo, non avremmo risolto tutti i problemi: c’è per esempio quello dei minori non accompagnati, e ci saranno sempre casi pietosi – donne incinte o con bambini piccoli – per cui bisognerà fare eccezioni. Ma invece dei 200mila e passa migranti attesi nel 2017 (siamo già oltre le cifre dell’anno scorso, ma il grosso arriverà con la buona stagione), dovremo accoglierne molto meno e la situazione diventerebbe più gestibile. Dal momento che, sul dossier migranti,l’UE continua a ignorare le nostre sacrosante richieste, proviamo questa strada e vediamo cosa succede.

di Livio Caputo - 18 marzo 2017