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30/05/15

Quartieri di Roma sotto assedio. Ecco dove i cittadini hanno paura


La mappa delle aree dove i nomadi dettano legge



D__WEB
Tra campi nomadi autorizzati, tollerati o abusivi, centri di assistenza abitativa e strutture di raccolta, ogni quadrante della Capitale vive una convivenza sempre più difficile.
 
ROMA NORD Camping River, Cesarina e Cesare Lombroso: a questi tre insediamenti «istituzionalizzati» si aggiungono decine di baraccopoli abusive che, dalla collina di Monte Mario fino alla stazione dell’ospedale Gemelli, resistono nonostante i tentativi di sgombero, come nel caso degli insediamenti di Tor di Quinto. Le denunce sono sempre le stesse: furti anche ai danni dell’isola ecologica Ama, roghi tossici, fino al tragico incidente a Battistini, che anche sul web ha scatenato l’ira dei residenti. In questi giorni è in fermento anche La Storta: nonostante il sequestro da parte dei vigili del casale individuato dalla Prefettura per ospitare un centinaio di rifugiati, il presidio continua h24.
 
ROMA EST Tre centri di raccolta, via Salaria, via Amarilli e Best House Rom e altrettanti campi della solidarietà, cioè via Gordiani, via di Salone e via Salviati. I comitati Caop Ponte di Nona e Tor Sapienza, che solo domenica scorsa hanno manifestato chiedendo «la chiusura definitiva di tutti i campi nomadi», ogni giorno pubblicano foto sempre più «avvelenate»: «Diossina da mattina a sera», scrivono su Facebook, mentre il quartiere già soffre le piaghe della prostituzione e della criminalità a partire dai furti di rame. Per cercare di contenere il traffico illecito di rifiuti che, in ogni insediamento, contribuisce al degrado e alla formazione di mega-discariche abusive, la Municipale ha isolato l’ingresso di via Salviati con alcuni new jersey di cemento: tutto inutile o quasi. Sul caso della Best House Rom - due edifici in via Visso che dal 2012 ospitano i nomadi sgomberati da via del Baiardo e Tor de’ Cenci, 320 persone per un costo, all’anno, di almeno 2,3 milioni - anche l’associazione 21 Luglio è intervenuta duramente criticando «le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere gli inquilini».

ROMA SUD Due campi mastodontici, la Barbuta e Castel Romano, ma anche piccoli insediamenti che, nel verde della Laurentina fino a Tor de’ Cenci, nascondono decine di invisibili. «L’area che ospita il villaggio di Castel Romano rientra nella riserva naturale di Decima-Malafede - denunciano da anni ormai i comitati che, senza successo, hanno preteso interventi di bonifica e ripristino - invece si trova di tutto, dagli oli esausti alle carcasse d’auto, lungo la discesa oltre la rete sono tutti mezzi bruciati, per non parlare poi dei portafogli, è il cimitero delle carte di identità». Qui, anche gli operatori interni al villaggio parlano di «situazione fuori controllo: non c’è più la sbarra all’ingresso, entra chi vuole, perfino chi è stato sgomberato ritorna». Anche la Croce Rossa, dopo il rogo che ha distrutto il container dedicato alle attività ludico-ricreative, ha rinunciato al presidio, che invece continua a La Barbuta a un passo dall’aeroporto di Ciampino: primo biglietto da visita, per i turisti, distese di rifiuti.
 
ROMA OVEST Tevere e Magliana, zone rosse punteggiate di insediamenti che, nonostante gli sgomberi, rispuntano nell’arco di due giorni. «La mattina il fumo è tanto denso che sembra nebbia - raccontano gli autisti dell’Atac che partono dal deposito di Magliana - e poi arrivano i sassi, più volte abbiamo trovato i mezzi distrutti, oppure i nomadi bloccano la strada coi loro furgoni». La maggior parte degli sgomberi, nell’ultimo anno, ha riguardato proprio gli accampamenti bordo fiume: 925mila euro stanziati a bilancio nel 2012, appena 150mila nel 2014.

Eri. Del.   30 maggio 2015
fonte: http://www.iltempo.it

29/05/15

Papponi delle pensioni, nel governo ci sono 20 mangioni con due vitalizi






Venti membri del governo guidato da Matteo Renzi continueranno ad andare in pensione con le vecchie regole dei vitalizi, perché possono ancora vantare il minimo contributivo richiesto. Tutti e venti quando smetteranno di fare politica si troveranno almeno due assegni parlamentari: il vitalizio secondo le vecchie regole e la nuova generosa pensione che si ostinano a chiamare contributiva, ma che tale non è se confrontata al regime di tutti gli altri italiani. Qualcuno di loro avrà anche un secondo vitalizio/pensione maturato con l’esperienza o da consigliere regionale o da europarlamentare. Godendo ancora degli antichi privilegi, per tutti e 20 varrà in futuro quel che abbiamo visto in queste settimane sui vitalizi degli ex parlamentari: gli assegni percepiti saranno ben superiori ai contributi versati, godendo così almeno di un sistema retributivo assai spinto. Fra i 20 ci sono 5 ministri (Dario Franceschini, Andrea Orlando, Roberta Pinotti, Angelino Alfano e Paolo Gentiloni), 6 viceministri (Gianpiero Bocci, Lapo Pistelli, Filippo Bubbico, Benedetto Della Vedova, Enrico Costa e Luigi Casero) e 9 sottosegretari (Silvia Velo, Gianclaudio Bressa, Luigi Bobba, Sesa Amici, Gioacchino Alfano, Antonio Gentile, Antonello Giacomelli, Teresa Bellanova e Marco Minniti).

Sono in tutto 198 gli attuali parlamentari che smetteranno godendosi almeno una pensione e un vitalizio (molti anche due vitalizi) e di questi la maggiore parte (75) è nel gruppo del Partito democratico, di cui è segretario sempre Renzi. Il presidente del Consiglio ha giudicato «sacrosanta» l’inchiesta sui vitalizi dei parlamentari, ma alle parole fino a questo momento non sono seguiti fatti. Renzi ha sostenuto che di questi privilegi vivessero soprattutto quelli che lui ha mandato via, ma evidentemente non si è accorto che nella stessa identica condizione sono pure quelli più vicini a lui sia nell’esecutivo sia nel partito di cui è segretario. Come capo del governo avrebbe la possibilità di stabilire per legge il cosiddetto principio “una testa una pensione” per fare in modo di costringere chiunque a scegliere un solo trattamento: se si percepisce un vitalizio non è possibile riceverne un secondo o una pensione tradizionale. Per quel che riguarda le generose rivalutazioni dei vitalizi, non è più il Renzi premier in grado di intervenire, ma può farlo il Renzi segretario del Pd, partito che domina Camera e Senato in aula come negli uffici di presidenza. Renzi può dunque cambiare ogni tipo di regola vigente, e se non lo fa è perché non vuole, non perché impossibilitato. Dei vitalizi futuri beneficeranno per altro anche parlamentari di altri partiti di maggioranza come di opposizione che spesso lanciano invettive contro quei trattamenti di favore: 52 appartengono a Forza Italia, 31 al gruppo centrista Alleanza popolare (Ncd ed ex Udc), 11 alla Lega Nord, 6 a Fratelli di Italia, 4 a Sel e due ciascuno ai gruppi Per l'Italia e di Scelta civica.

Come si potrà vedere dai nomi pubblicati nella tabella odierna (TABELLA 1 e TABELLA 2) non manca qualche sorpresa. È giovane ad esempio Giorgia Meloni, ed è pure contraria ai vitalizi. Ma se nessuno cambierà le norme attualmente in vigore, pure lei ne beneficerà a suo tempo (fra decenni naturalmente). Così come molti leghisti, da Giulio Tremonti a Giancarlo Giorgetti da Giacomo Stucchi a Gianluca Pini. Arriverà il vitalizio a Mariastella Gelmini come a Nicola Latorre, a Laura Ravetto come a Marina Sereni. A Paolo Romani come a Bruno Tabacci, che oggi protesta per l’inchiesta di Libero in modo un po’ stravagante: «Mettete quelli che li prendono generosamente, ma non fate l’elenco di noi che ogni mese paghiamo oer loro...». Tabacci, che per altro prenderà un giorno due vitalizi (uno da ex parlamentare e uno da ex consigliere regionale), fa un errore di prospettiva: non versa oggi per chi è già in pensione. Versa per se stesso, e quel versamento non basterà a pagare ciò che prenderà...

di Franco Bechis - 26 maggio 2015
fonte: http://www.liberoquotidiano.it

Papponi del vitalizio, l'accusa di Maurizio Belpietro a Matteo Renzi: "Vi spiego perché difende i papponi"



Gentile presidente del Consiglio, mi scusi se oso importunarla mentre lei è impegnato in questioni nazionali e internazionali. So che tra un Vincenzo De Luca da salvare, una Raffaella Paita da evitare e tanti immigrati da sbarcare le resta poco tempo per seguire vicende ordinarie. Ci mancava poi che a soli tre giorni dal voto delle regionali alcuni rom si lanciassero a folle velocità contro persone che tornavano dal lavoro, regalando un po’ di voti alla Lega. Ovviamente, viste le molte grane di cui ella si deve quotidianamente occupare non ne voglio aggiungere altre, ma solo sottoporle una questione molto popolare.
Come lei sa da giorni Libero sta affrontando il tema dei vitalizi ai politici. Si tratta di un’inchiesta che ha contribuito a svelare la disparità di trattamento previdenziale fra i cittadini iscritti all’Inps e i parlamentari iscritti alla Casta. Non solo a molti onorevoli è consentito di incassare la pensione ben prima di quanto sia permesso ai comuni mortali (grazie all’intervento della Fornero solo allo scoccare del sessantasettesimo anno), ma nella maggioranza dei casi deputati e senatori percepiscono un assegno che è di gran lunga superiore ai contributi che hanno versato. Lei ora mi obietterà che il 90 per cento degli attuali pensionati si vede pagare più di quanto abbia a sua volta pagato, perché fino all’altro ieri era in vigore il sistema retributivo, ossia un meccanismo che calcolava il trattamento previdenziale sulla base degli ultimi stipendi, senza tener in alcun conto quanto effettivamente versato. È vero, tuttavia le cifre concesse sono sì superiori a quelle trattenute dal datore di lavoro anno dopo anno, ma nel limiti del ragionevole, mentre nel caso dei parlamentari si parla di valori che sono superiori anche dieci volte ai contributi. Tanto per darle un’idea, ci sono rappresentanti del popolo che per aver svolto il mandato per un solo giorno, dimettendosi quello seguente, ad oggi hanno incassato mezzo milione in più di quanto hanno investito. Altri, per aver fatto una sola legislatura percepiscono da quasi quarant’anni il vitalizio e lustro dopo lustro hanno messo da parte una plusvalenza superiore al milione. Si tratta di cifre che un lavoratore normale non vedrà mai nella sua vita, ma che al massimo potrebbe capitargli di intascare se un giorno vincerà alla lotteria.
Il sistema dei vitalizi non solo ha distribuito a pioggia milioni a tutti i fortunati vincitori del seggio parlamentare, ma ormai è diventato un’idrovora che ogni anno drena denaro dalle tasche dei contribuenti. Purtroppo, a causa della rottamazione, il numero degli ex onorevoli è aumentato negli ultimi anni e insieme a loro è cresciuto anche il buco nei conti pubblici. Infatti, a fronte di una decina di milioni versati (ma sarebbe meglio dire conteggiati, perché in realtà si tratta di contributi figurativi), le Camere ogni anno erogano vitalizi per oltre 200 milioni. Risultato, dal 2006 ad oggi, la previdenza dei parlamentari è costata agli italiani più di due miliardi, una cifra da manovra finanziaria, che da sola sarebbe bastata a coprire le spese per la restituzione parziale dell’indicizzazione che lei ha deciso di dare ai pensionati.
Lei forse mi dirà che queste cose le conosce, perché le ha lette su Libero e perché la scorsa settimana, durante una puntata di Porta a Porta, le ha sommariamente ascoltate dal sottoscritto. Vero. Però è altrettanto vero che lei ad una mia precisa domanda sulla materia ha risposto dicendo che la nostra inchiesta era sacrosanta e che le cifre pubblicate erano scandalose. E ieri è tornato sulla questione aggiungendo che i cittadini hanno ragione ad essere arrabbiati di brutto, perché i politici devono essere vitali e non pensare al vitalizio. Ed è proprio questo il punto che io intendo segnalarle. A dieci giorni dalle sue dichiarazioni nulla è successo. O meglio: è successo che, nella speranza che la vicenda venga dimenticata, tutti si applicano per mettere la sordina a quelle cifre scandalose. In particolare a impegnarsi sono i parlamentari, i quali si augurano che rimanendo zitti la cosa poi si plachi e, nel più puro stile italiano, tutto rimanga come prima. Vede, io leggo le lettere dei lettori e parlo con la gente che incontro per strada, e finora non ho trovato un italiano che non condivida la nostra campagna. Tutti vogliono che ci si dia un taglio e che si chiuda il pozzo di San Patrizio che per anni ha alimentato la vita comoda di tanti onorevoli.
Lei forse obietterà che, pur condividendo gli obiettivi della nostra inchiesta, non è il governo che può legiferare in materia. Vero anche questo. Ma lei non è solo il presidente del Consiglio, è anche il segretario del Pd, ossia della principale forza politica presente in Parlamento. Alla Camera ha la maggioranza assoluta e al Senato, come si è visto, ha la maggioranza che le serve per far passare ciò che vuole. Dunque, perché non si fa promotore, lei e il suo partito, di una modifica del regolamento parlamentare che regala milioni agli ex onorevoli? Lei quando ha voluto imporre il Jobs act, la legge elettorale e perfino il Senato non elettivo lo ha fatto senza guardare in faccia a nessuno e perfino obbligando i suoi a votare leggi che non volevano. Perché quindi non si dà una mossa e non fa cancellare i vitalizi, o per lo meno non li fa ridurre? Tutti gli italiani la applaudirebbero e lei guadagnerebbe più voti che con il bonus da 80 euro. Vorrà mica regalarli a Salvini e a Grillo quei voti? E soprattutto: non vorrà passare per il difensore dei papponi? Attendo risposta...

Maurizio Belpietro - 29 maggio 2015
fonte: http://www.liberoquotidiano.it

27/05/15

Immigrati, Liguori contro Onlus e Caritas: “Lupi travestiti da agnelli” - VIDEO




J’accuse di Paolo Liguori, direttore Mediaset sulla tratta dei rifugiati dopo l’inchiesta di Napoli che ha pizzicato nuove onlus che prendevano i soldi destinati dal governo italiano agli immigrati. Secondo Liguori “sono i veri scafisti italiani. Una onlus apparteneva addirittura alla Caritas e speculava su questi poveretti. Sono lupi travestiti da agnelli”. Liguori su Periscope dice di potere provare che questi “speculatori” italiani vanno già in mare a prendere gli occupanti dei barconi che arrivano, per timore di essere tagliati fuori dal business. “Arrivano e dicono: dammene 100 di questi, 100 di quegli altri…”


VIDEO




Franco Bechis -

La Capitale del trasporto pubblico che non funziona

MOBILITÀ IMMOBILE

Il Censis mette in evidenza le criticità di Roma: dai bus alle auto fino ai treni, la città è paralizzata dal traffico. Paura per il Giubileo


Una mobilità da metropoli del Terzo mondo. Una città perennemente imbottigliata dalle auto in fila. Il tallone d'Achille di Roma è sempre il traffico. Da questa triste realtà non si esce a dispetto dei proclami del Campidoglio, dai piani della mobilità strombazzati e sfornati dalla Giunta Marino che finora si sono rivelati acqua fresca. Questa volta a fare a pezzettini le velleità del primo cittadino ci ha pensato il Censis divulgando gli impietosi risultati del secondo numero del diario «Roma verso il Giubileo». I problemi quotidiani della mobilità urbana penalizzano non solo la vita dei residenti, ma sono valutati sempre più in maniera critica da tutte le categorie di visitatori, turisti e stranieri che si trasferiscono in città per lavoro e dalla quale «scappano» senza rimpianti appena possono. Roma è l'unica Capitale europea in cui il servizio di trasporto pubblico non rappresenta la spina dorsale della mobilità cittadina. I romani non rinunciano al mezzo privato per raggiungere il posto di lavoro oppure spostarsi da un luogo all’altro nonostante la consapevolezza che trascorrerrano parecchio tempo nell’abitacolo. Basti considerare che nell'ora di punta della mattina il trasporto pubblico assorbe appena il 28% della domanda di mobilità. Ma forse è un serpente che si morde la coda. La maggioranza dei romani (cioè il 58%) ritiene che il principale fattore che manca alla Capitale per essere una città moderna è proprio un efficiente sistema di trasporto pubblico (questione anteposta persino alla vivacità economica e occupazionale segnalata dal 45% dei cittadini o alla carenza di grandi attrezzature culturali sentita dal 21%). Si potrebbe obiettare che il trasporto pubblico sarebbe più fluido e quindi efficace se meno auto circolassero, intasando le strade e allungando i tempi di percorrenza degli bus. È pur vero che l’Atac, di questi tempi, non gode buona salute e ha dovuto praticare tagli di vario genere. Lo scopo del Censis è cogliere e descrivere i principali temi nell'agenda cittadina per il Giubileo. E siccome l’evento che convoglierà nella Capitale immense frotte di pellegrini è sempre più vicino c’è poco da stare allegri. Piuttosto chiedersi «che fare?». Oppure espatriare per un anno.

27 maggio 2015
fonte: http://www.iltempo.it
 

26/05/15

Un anno di Modi, la falsa speranza dei marò


Oggi ognuno dei suoi 12 milioni e mezzo di follower ha ricevuto un Tweet che ricordava la ricorrenza del voto con toni trionfalistici. Ma cosa c’è dietro l’uomo nuovo dell’India? Per l’Europa e l’Italia ben poco...
 
     Il premier indiano Narendra Modi durante un comizio a Nuova Delhi


Il tweet arriva come messaggio riservato e diretto, alle 8 e mezza del mattino, a me come a ciascuno dei suoi 12 milioni e mezzo di follower: “Narendra Modi, my message on completion of One Year of our Government”. Ma in Italia, che cosa aveva fatto sperare che l’elezione, giusto il 26 maggio 2014, del leader nazionalista conservatore indù alla guida dell’India avrebbe facilitato le sorti dei due marò italiani, spianando la strada a una soluzione? A un anno esatto dall’insediamento di Modi a Delhi si può notare che quello fu un wishfull thinking nutrito di inanità politico-diplomatica, un’illusione tanto più forte in quanto Modi in campagna elettorale si era invece apertamente e violentemente scagliato contro «i privilegi» di cui godevano Latorre e Girone, in libertà provvisoria e in attesa che fosse definito dalla magistratura indiana il campo di imputazione (è ancora così) e con lavoro e alloggio all’ambasciata italiana. 

Nonostante i fatti e le evidenze, nei giorni dell’ascesa dell’ex governatore della regione del Gujarat, e ancora a seguire fino a poche settimane fa, l’opinione diffusa nella politica e nella diplomazia italiane era che un cambio di passo, dall’ormai inviso Partito del Congresso del clan Gandhi, con la matriarca Sonia osteggiata proprio per le sue origini italiane, avrebbe rivoluzionato i rapporti con l’Italia al punto da agevolare la trattativa sulla vicenda. Come se bastasse cambiare la guida per cambiare un Paese, illusione del resto oggi pervasiva anche in Italia. Un anno dopo, sappiamo che così non è stato (e fu facile previsione sostenerlo anche allora). Quel che é accaduto, dopo una telefonata Renzi-Modi di metà agosto 2014 in cui il presidente indiano esortò a «permettere alla magistratura indiana, che è giusta, libera e indipendente, di fare il suo corso», assicurando che «una rapida soluzione è interesse di tutti», è il nulla. Un paio di volte, mentre in Italia si continuava a parlare di «soluzione politica» accantonando l’arbitrato internazionale già disposto dal governo Letta, su sollecitazione italiana Modi ha ripetuto pubblicamente che dei marò «si occupa la magistratura indiana». L’affaire è stato derubricato in Italia, secondo indiscrezioni, a «trattativa tra i servizi». E della cosa, quando scoppierà nuovamente il caso a metà luglio, data del previsto rientro di Latorre in India dopo la convalescenza, secondo altre indiscrezioni verrà additato alla pubblica opinione il sottosegretario di Palazzo Chigi con delega ai servizi: Marco Minniti, di cui da mesi e mesi altre indiscrezioni narrano la possibile uscita per sostituirlo con qualcuno più vicino al premier. 

Ma l’abbaglio su Modi non è stato solo italiano. Un anno dopo, la rivoluzione annunciata con il cambio di leadership in India non c’è stata. Il Pil indiano è atteso per quest’anno al 7,7 per cento, la rupia è stabile, ma l’attivismo di Modi si è concentrato, più che sulle promesse riforme in India, sui road show diplomatici. Ulteriore scacco per l’Italia e l’affaire marò, è stato un rilancio dei rapporti con gli Stati Uniti (che del resto avevano dato il via libera alla sua candidatura a premier, malgrado fosse stato per anni sulla lista nera di Washington in quanto ritenuto responsabile morale del massacro di musulmani nel Gujarat), e una considerazione dell’Unione Europea, che sui marò aveva cominciato a far pressioni, più come un blocco commerciale che come interlocutore politico. Ne è stato una dimostrazione il suo viaggio in Europa, che ha toccato Berlino e Parigi (con acquisto di 56 aerei militari Airbus), ma non Bruxelles.  

L’ iperattivismo diplomatico di Modi lo ha visto inoltre stringere alleanze con Tokio e Pechino, e rinsaldare l’influenza nell’area dell’Oceano Indiano con iniziative innovative come il «tour dello yoga». Ma, a parte dare mano libera agli investitori stranieri nel settore delle assicurazioni o della difesa, poco o nulla Modi ha fatto contro la corruzione e la pletorica e inefficiente pubblica amministrazione indiana. Così come non ha realizzato nessuna delle riforme ventilate in una campagna elettorale che, un anno fa, convinse 800 milioni di indiani a votarlo, al punto di fargli conquistare la maggioranza assoluta della Camera Alta e riportando dopo 10 anni al governo i nazionalisti conservatori hindu del Janata Party. Adesso, Modi chiede tempo. Ma alle viste ha le elezioni amministrative di fine anno, e rischia di essere, oltre che apparire, un primo ministro solo al comando, senza un governo efficace alle spalle. Non un bel momento, nonostante i tweet, per l’homo novus dell’India. Per il quale, se l’Europa non ha rilevanza geopolitica, figurarsi l’Italia...

26/05/2015 - antonella rampino

Uranio impoverito, Difesa condannata: “Sapeva dei rischi, soldati non tutelati”


Uranio impoverito, Difesa condannata: “Sapeva dei rischi, soldati non tutelati”
 


Sentenza definitiva della Corte d’Appello. Sul caso di un sottufficiale morto di cancro dopo la missione in Kosovo. Con “l'inequivoca certezza” del nesso di causalità tra esposizione alla sostanza tossica e la malattia. L’avvocato Tartaglia: “Dimostrato che i vertici militari conoscevano i pericoli e non hanno fatto nulla per prevenirli”. Leggiero (Osservatorio militare) chiede un incontro a Mattarella (che declina)
E’ una storia di silenzi, omissioni e verità nascoste. Ma anche di morte e sofferenza. La racconta la prima pronuncia della Corte d’Appello, definitiva dal 20 maggio, sui casi dei decessi legati all’uso dell’uranio impoverito in Kosovo. Ed è una sentenza dirompente. Non solo per l’entità del risarcimento record (quasi 1 milione 300 mila euro oltre al danno da ritardato pagamento) accordato ai familiari di un militare italiano ammalatosi e deceduto per un tumore contratto dopo aver partecipato proprio a quella missione. Ma anche per le motivazioni con le quali il ministero della Difesa è stato condannato a pagare. Innanzitutto, perché la decisione della I sezione civile della Corte d’Appello di Roma conferma, come già accertato dal Tribunale, «in termini di inequivoca certezza, il nesso di causalità tra l’esposizione alle polveri di uranio impoverito e la patologia tumorale». Ma, sanziona, come già fatto dal giudice di primo grado, anche la condotta dei vertici delle Forze Armate per aver omesso di informare i soldati «circa lo specifico fattore di rischio connesso dell’esposizione all’uranio impoverito».
DIFESA A RISCHIO In pratica, come spiega al ilfattoquotidiano.it l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, che rappresentava in giudizio i familiari del sottufficiale morto dopo aver prestato servizio in Kosovo tra il 2002 e il 2003, la sentenza «ha accertato non solo che i vertici militari erano a conoscenza dei rischi derivanti dall’esposizione all’uranio impoverito, ma anche che non hanno fatto nulla per prevenirli». E a niente sono valse, sul punto, le doglianze del ministero della Difesa. Perché perdere la vita in guerra per una pallottola -è il senso della sentenza- fa parte dei rischi del mestiere di un militare. Ma altro conto è morire contraendo un tumore per l’esposizione a sostanze tossiche ignorandone i possibili effetti che, invece, come sostiene la sentenza, erano noti ai vertici della difesa.
TUTTI IN PROCURA «Fino alla decisione della Corte d’Appello, anche sulla base delle conclusioni delle varie commissioni parlamentari che si sono occupate dei casi di tumore da esposizione all’uranio impoverito che hanno coinvolto diversi militari italiani, il nesso di causalità era confinato nel campo della probabilità  – aggiunge l’avvocato Tartaglia –. Questa sentenza, invece, stabilisce il principio dell’inequivoca certezza, cioè che la causa della malattia contratta dal militare poi deceduto è proprio l’esposizione a questa sostanza». Aprendo, adesso che è passata in giudicato, scenari giudiziari  imprevedibili. «Perché si tratta di una decisione – prosegue il legale – che potrebbe dar luogo a responsabilità penale per reati gravi perseguibili anche d’ufficio». Insomma, non è da escludere che la decisione del giudice civile e la condotta dei vertici militari diventino materia d’interesse anche per la Procura della Repubblica.
SILENZI COLPOSI Sia il giudice di primo grado che quello di secondo grado avevano ripercorso alcune tappe della vicenda legate alla missione in Kosovo poste poi a fondamento delle rispettive decisioni. L’utilizzo dei proiettili all’uranio impoverito (cosiddetti DU) «era stato confermato dal memorandum del Department of the Army – Office of Surgeon General» del 16 agosto 1993, «dalla Conferenza di Bagnoli del luglio 1995», dalla «relazione della commissione d’inchiesta del Senato approvata in data 13 febbraio 2006» e «dalla deposizione del dottor Armando Benedetti», esperto qualificato in radio protezione del Cisam (il Centro interforze studi per le applicazioni militari) ascoltato proprio dalla commissione parlamentare in merito all’utilizzo del DU in Kosovo ed alla riscontrata presenza della sostanza nella catena alimentare. Tutti elementi dai quali «poteva evincersi che il ministero della Difesa fosse a conoscenza dell’esistenza dell’uranio impoverito durante la missione di pace o quanto meno sul serio rischio del suo utilizzo nell’area, nonché degli effetti del DU per la salute umana». Insomma, secondo i giudici, sussistevano «tutti i requisiti per configurare una responsabilità del ministero della Difesa… per avere colposamente omesso di adottare tutte le opportune cautele atte a tutelare i propri militari dalle conseguenze dell’utilizzo dell’uranio impoverito».
SCAMBI AL VERTICE Ma nella vicenda c’è anche un risvolto extragiudiziario sollevato da Domenico Leggiero, responsabile del comparto Difesa dell’Osservatorio militare del personale delle forze armate. Riguarda gli scambi di informazione che ci furono sul tema tra vertici militari e politici.  E che interessa anche l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, già vice presidente del Consiglio (dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999) del governo D’Alema e ministro della Difesa (dal 22 dicembre 1999 all’11 giugno 2001) sempre con l’esecutivo D’Alema e successivamente con quello Amato. Quando il militare deceduto, della cui vicenda si occupa la sentenza della Corte d’Appello, prestava servizio in Kosovo tra il 2002 e il 2003, l’attuale capo dello Stato non rivestiva più alcuna carica di governo. «Ma da ministro», ricorda Leggiero, «sulla questione delle munizioni arricchite con uranio impoverito impiegate nella guerra dell’ex Jugoslavia era intervenuto più volte dopo i primi casi di leucemia che avevano iniziato ad abbattersi sui reduci delle missioni nei Balcani». Il 27 settembre 2000, Mattarella in effetti rispose in Parlamento ad un’interrogazione relativa a due episodi di decessi verificatisi tra i militari italiani. «Nel primo caso il giovane, vittima della malattia, non era mai stato impiegato all’estero – spiegò l’allora ministro della Difesa –. Nel secondo caso il giovane militare era stato impiegato in Bosnia, a Sarajevo precisamente, dove non vi è mai stato uso di uranio impoverito». Circostanza poi rivelatasi non vera. Perché in Bosnia, zona di Sarajevo compresa, gli aerei americani scaricarono 10.800 proiettili all’uranio impoverito. E lo stesso Mattarella, tre mesi dopo, il 21 dicembre 2000, ne prese atto.
PROTEZIONE ASSICURATA  Il 10 gennaio 2001, Mattarella intervenne di nuovo al Senato: «Per quanto riguarda il Kosovo, come è noto da allora, la Nato, nel maggio 1999, ha fatto sapere di aver utilizzato in quella regione munizionamento all’uranio impoverito… L’ingresso delle nostre truppe in Kosovo è avvenuto successivamente alla notizia pubblica – ripeto – dell’uso di munizioni all’uranio impoverito… Di conseguenza, fin dall’ingresso dei nostri militari in Kosovo si sono potute adottare misure di protezione adeguate». Messaggio rassicurante, ma che adesso non trova riscontro nella sentenza della Corte d’Appello di Roma passata in giudicato. Secondo la quale, anzi, il vertice militare ha «colposamente omesso» di adottare misure adeguate per tutelare i nostri soldati. Per cui, domanda Leggiero: «I vertici militari non hanno informato il ministro? Cosa molto probabile. Hanno sdrammatizzato la situazione convinti di controllare le conseguenze della vicenda? Cosa probabile. O, infine, i vertici militari hanno detto la verità al ministro, che quindi sapeva? Cosa molto poco probabile».
INCONTRO DECLINATO Comunque siano andate le cose, Leggiero ha scritto una lettera all’attuale capo dello Stato Mattarella per avere un incontro e discutere della vicenda dell’uranio impoverito. Richiesta però declinata da un suo collaboratore: «Sono spiacente di doverle comunicare», recita la risposta dal Quirinale, «che l’agenda presidenziale, per i prossimi mesi, è fitta di impegni istituzionali».

di | 26 maggio 2015 

25/05/15

Mogli, fratelli e cugini: il vitalizio è di famiglia

La suocera di Veltroni, la figlia di Cossutta, il parente stretto di Crocetta. Va avanti l'inchiesta del "Giornale" sui vitalizi

Roma - «Aggiungi un posto a tavola ché c'è un parente in più, se sposti un po' la seggiola stai comodo anche tu». Garinei e Giovannini forse l'avrebbero scritta in questo modo se avessero saputo che, con il passare degli anni, Palazzo Madama (e anche la Camera) si sarebbe trasformato in un buen retiro per fratelli, cugini, figli e suocere. 


Armando Cossutta
 
 
Perché il potere ha anche un tratto ereditario e, pur essendo l'Italia una repubblica, c'è sempre qualche cinghia di trasmissione che consente di estendere ai consanguinei (biologici o acquisiti) qualche benefit.
Scorrendo l'elenco dei vitalizi erogati dal Senato, infatti, si scopre che dal 1992 al 2001 ha transitato sui banchi di Palazzo Madama Franca D'Alessandro Prisco. Si tratta della suocera di Walter Veltroni. Ex assessore nelle giunte comuniste del Comune di Roma con i sindaci Argan, Petroselli e Vetere, Franca D'Alessandro, moglie di Massimo Prisco, direttore della federazione statali della Cgil, compì il grande salto sulla scena nazionale. Nei quattordici anni trascorsi dal termine della propria esperienza al Senato, ha accumulato circa 770mila euro di vitalizi a fronte di una contribuzione di 238mila euro per uno sbilancio complessivo di 531mila euro circa. Una cifra leggermente inferiore a quella di Salvatore Crocetta (-586mila di «buco» previdenziale), fratello dell'attuale governatore siculo Rosario. Salvatore è un comunista vero e, dopo la Bolognina, se ne va con Rifondazione. Ma per quanto abbia avuto i suoi cinque minuti di visibilità con tre legislature da senatore, è a Rosario che è riuscito il colpo grosso di fare il sindaco del paese natio, Gela, e poi il potentissimo presidente (tra un rimpasto e l'altro) della Regione Sicilia.
Ecco, la Sicilia appunto. Una terra nella quale i valori familiari sono sempre al primo posto. Basta spostarsi dalla siracusana Gela alla catanese Paternò per incontrare un'altra famiglia importante: quella dei La Russa. Tutti conoscono il simpaticissimo e focoso Ignazio, avvocato fondatore di An, ex ministro della Difesa con il Pdl e oggi difensore dei valori della Destra in Fratelli d'Italia. Un po' meno noto al grande pubblico è il fatto che la famiglia La Russa abbia la politica nel sangue. Il padre di Ignazio era senatore dell'Msi, il fratello è stato invece senatore della Dc prima e del Ccd di Casini poi. Dal '96 non è più parlamentare e così lo sbilancio della posizione è salito a circa 700mila euro.
Non è un caso isolato. Prendiamo, ad esempio, Francesco Covello. Calabrese di Castrovillari, moroteo, ha seguito tutto il cursus honorum : consigliere comunale, assessore provinciale, consigliere regionale, amministratore unico delle Ferrovie della Calabria e, infine, senatore (-659mila euro). Poteva uscire di scena come un uomo qualunque? Certo che no! La figlia Stefania oggi è parlamentare Pd ed è componente della segreteria del partito di Matteo Renzi con delega ai fondi europei. Non è l'unica figlia d'arte: è accaduto a Maura Cossutta, figlia del rigoroso filosovietico Armando (-27.400 euro). È successo anche a Balda Di Vittorio, figlia del leader storico della Cgil e scomparsa all'inizio di quest'anno.
La citazione non è casuale. Laddove il nome non sia garanzia di successo e di continuità della tradizione, spesso è venuto in soccorso proprio il ruolo svolto nella rappresentanza degli interessi delle «masse operaie». Il sindacato ha così traslato a Palazzo Madama figure importanti. L'ultimo in ordine di tempo è stato Franco Marini, ex numero uno della Cisl che, avendo terminato l'esperienza due anni fa, è ancora in attivo per quanto riguarda la posizione contributiva. In passivo (-256mila euro), invece, è già Antonio Pizzinato, il successore di Luciano Lama alla guida del sindacato di Via Po: un comunista duro e puro, educato a Mosca. In passivo anche Giorgio Benvenuto (-192mila euro) che con lo stesso Lama e Pierre Carniti (-378mila euro, la sua scheda è stata pubblicata lunedì) faceva tremare governi e Confindustria tra gli anni '70 e '80.
Talvolta vale pure il processo inverso: un brand è talmente forte che lo si può anche declinare in politica. Ne sa qualcosa Luigi Biscardi (-531mila euro), al Senato dal 1992 al 2001 con il Pds-Ds. È il fratello del famosissimo Aldo, quello del Processo del lunedì . Entrambi avevano il cuore a sinistra da giovani. L'Aldo nazionale passò da Paese Sera al Tg3 in un sol colpo. Anche il partito aveva bisogno di uno sgub .

Gian Maria De Francesc e Giuseppe Marino - 21 maggio 2015
fonte: http://www.ilgiornale.it

ROMA SOTTO ASSEDIO '' La rabbia di 72 quartieri «Roma è la linea del Piave» ''

ROMA SOTTO ASSEDIO

Famiglie in piazza Corteo con migliaia di adesioni «Stop ai campi rom e ai centri rifugiati davanti casa»


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È Roma la linea del Piave contro i campi nomadi da terzo mondo ma che ci costano 24 milioni di euro. Roma linea del Piave anche contro i centri immigrati che spuntano come funghi, passando sopra la testa dei mini sindaci e dei cittadini. Chi non ci crede venga stamattina a Ponte di Nona, una delle periferie che bruciano e dove anche i vigili del fuoco vengono prese a sassate. Troverà 4mila persone - la previsione della Questura - arrivate da ogni quartiere che risponderanno alla domanda se è meglio un campo rom sotto casa o un centro rifugiati davanti alle finestre? La risposta la conoscono sulla propria pelle i residenti di La Rustica, Giardini di Corcolle; Colle degli Abeti (Lelio Tabacco, Marco Estasio), Settecamini (Alessandra Gianni), il comitato Tor Sapienza (Roberto Torre), La cittadinanza di Casalbertone. Ci sono i ragazzi di Fronte Romano riscatto Popolare; e di Ponte di Nona con Massimo Sorice e Tania Contini; il movimento Gente di Castelverde (Giuseppe Cavaliere); il Gruppo di Torre Angela (Mario Loriga). Presente il quadrante San Giovanni: Appio Tuscolano, Appio Latino e Appio Claudio. E il comitato cittadino Difendi l’Italia. In corteo i cani liberati dai lagher dei rom e i movimenti di Portuense, borgata Finocchio (Flavio Di Properzio), Morena. Partecipano l’Eur, Magliana, Torrenova, Primavalle; l’associazione Servizi e cultura Colle del Sole (Riccardo Fabi e Fabrizio D’Alisera); le associazioni Roma Est e Politica e partecipazione; la gente di Ciampino, Torraccia, San Basilio; l’associazione Struttura e società; i comitati spontanei L’altra Tor Bella Monaca e Gregorio VII. L’associazione "Roma non merita un sindaco come Ignazio Marino" la dice lunga, il gruppo "Gente di Monteverde siamo noi"; i movimenti "Monteverde senza nomadi"; "Magliana contro il degrado"; e poi "Difendiamo Roma"; "Gente di Boccea" (Alessandro Basso); e Salario, Olgiata, Prati, Nomentano, Parioli, Flaminio, Ostia Antica, Casal Palocco, Infernetto.


Grazia Maria Coletti- 24 maggio 2015
fonte: http://www.iltempo.it

La Coca Cola, la sinistra e la Spinelli


Barbara-Spinelli 

BOLLICINE E FORMULA SEGRETA
La sinistra è come la Coca Cola: molti pensano che faccia male ma in tanti se la bevono. Sarà per le bollicine, per quel sapore dolciastro e consolatorio, o forse sarà per quel brand che accompagna i sogni di molti bambini che, diventati grandi, continuano ad essere bambini; perché in fondo la sinistra è un infantilismo cronico.
In effetti fu la Coca Cola a costruire l’immaginario di Babbo Natale col barbone bianco ed il vestito rosso; e quelli di sinistra, si sa, vivono per lo più di regali aspettando che Babbo Natale (alias lo Stato) scenda dal camino e metta tanti pacchetti colorati sotto il loro albero; perché il diritto al regalo è una costante dell’essere di sinistra, soprattutto di quelli che non fanno niente per meritarselo.
Ma ciò che rende incredibilmente simile la sinistra alla Coca Cola è la formula segreta: entrambe ne hanno una che nessuno conosce e che qualcuno gelosamente conserva da qualche parte.
Alcuni ingredienti li conosciamo: arroganza ideologica, senso di superiorità antropologica, intellettualismo, irrealismo, vittimismo. Altri si combinano di volta in volta a formare i diversi prototipi di “homo sinistris”, tappa del processo involutivo della specie umana.
Prendiamo una rappresentante a caso: Barbara Spinelli, la famosa intellettuale, fustigatrice delle derive berlusconiane del Paese, firma di spicco di Repubblica e oggi europarlamentare. In lei, gli ingredienti sopracitati si aggiungono ad altre tre componenti comuni a molti di quelli di sinistra: essere figli di papà, avere il cuore a sinistra ma il portafoglio rigorosamente a destra e alimentarsi di doppia morale.
Vediamo in lei come il processo alchemico si genera.

IL PROCESSO ALCHEMICO DELLA SPINELLI
Alle ultime europee la Spinelli si è candidata nella lista di sinistra “L’Altra Europa per Tsipras”, insieme ad altri due importanti intelligenze del mondo radical-snob: Moni Ovadia e Adriano Prosperi. I tre, come si addice agli intellettuali di ruolo del sinistrismo ideologico, hanno motivato la loro scelta attraverso una lettera pubblica in cui hanno spiegato che il progetto a cui aderivano era uno “straordinario elemento di novità (PRIMO INGREDIENTE: ARROGANZA IDEOLOGICA): una lista della società civile, autonoma dai partiti, per dar vita, raccogliere, rilanciare le lotte civili e sociali, di opinione e di piazza” che il “ventennio berlusconiano” aveva provato a cancellare (SECONDO INGREDIENTE: VITTIMISMO). Insomma il solito bla bla bla.
Nella lettera i tre intellettuali s’impegnavano in maniera limpida e coerente, nel caso fossero stati eletti, a lasciare il posto a candidati con “più energie e competenze”.
Appunto. La Spinelli è stata eletta e col cavolo che ha lasciato; si è tenuta stretta il seggio a Bruxelles (TERZO INGREDIENTE: CUORE A SINISTRA E PORTAFOGLIO RIGOROSAMENTE A DESTRA).
Non solo ma, passato qualche mese, la signora Spinelli ha lasciato il partito che l’ha eletta ed è entrata nel gruppo indipendente, senza pensare per un attimo a dimettersi da eurodeputato. Ovviamente la spiegazione è chiara: è stato “il partito a non essere all’altezza del progetto”, non lei. (QUARTO INGREDIENTE: ANTI-REALISMO, cioè è sbagliata la realtà non ciò che io credo).
In questi anni la Spinelli è stata, dalle colonne di Repubblica, una delle più fervide accusatrici dell’inadeguatezza della classe politica (sopratutto quella di destra) e delle sue tare comportamentali (QUINTO INGREDIENTE: DOPPIA MORALE, ovvero quello che è sbagliato se lo fai tu, diventa giusto e nobile se lo faccio io).
Alla Spinelli tutto si perdona: nessuno quindi evidenzierà le sue incongruenze e il suo “doppismo”. Crozza non le farà mai una caricatura dietro e la Littizzetto non ci farà mai una battuta sopra; fa pur sempre Spinelli di cognome e Altiero è stato sia il padre di lei che un padre dell’Europa (SESTO INGREDIENTE: essere figli di papà, aiuta)
Conclusione: in questo gioco alchemico la sinistra ti fa bere tutto. La sua incoerenza va giù che è un piacere; come un bicchiere di Coca Cola.

di Giampaolo Rossi - 25 maggio 2015

24/05/15

Papponi del vitalizio, la banda dei vitalizi doppi e tripli: ecco le pensioni di chi sta ancora in Parlamento

 

 Papponi del vitalizio, la banda dei vitalizi doppi e tripli: ecco le pensioni di chi sta ancora in Parlamento

Vitalizi aboliti? Solo un diritto del passato su cui c’è l’imbarazzo dei diritti acquisiti? Macchè. Quasi un terzo degli attuali deputati e degli attuali senatori quando appenderà la politica al chiodo e avrà l’età minima (per quasi tutti è ancora 60 anni) per andare in pensione, si prenderà ancora il famoso vitalizio. Di più: si prenderà un assegno per il vitalizio e un altro assegno, appena meno generoso per la pensione. Non pochi di loro aggiungeranno un terzo assegno: il vitalizio per l’esperienza trascorsa in consiglio regionale o per il periodo in cui è stato europarlamentare. Oggi Libero pubblica i primi nomi - rigorosamente in ordine alfabetico (arriviamo alla lettera F) - dei futuri re delle pensioni. Minimo grazie ai due assegni avranno 3.950 euro al mese, e in non pochi casi più di 9 mila euro, fino ad arrivare al record di Roberto Formigoni (pensioni e vitalizi per 12.550 euro).
Avranno vitalizio e pensione anche ministri e sottosegretari dello stesso governo di Matteo Renzi, il premier che ha giudicato «sacrosanta» la battaglia di Libero, ma che è circondato sia a Palazzo Chigi che in Parlamento da suoi parlamentari o da esponenti di maggioranza in attesa di quella doppia o tripla pensione che fa venire la bile a tutti gli altri italiani. Oggi non avrebbero nemmeno l’età, ma se la linea è quella fin qui seguita (ogni assegno è considerato un diritto acquisito) avranno due vitalizi e una generosa pensione da parlamentare, l’ex segretario e oggi leader della minoranza Pd, Pierluigi Bersani, la pasionaria sempre pronta ad andarsene da quel partito Rosy Bindi, il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico (Pd), il sottosegretario Gianpiero Bocci (Pd), il leader storico della Lega Nord, Umberto Bossi, e l’attuale ministro dell’Interno, Angelino Alfano. E poi tre assegni nei gruppi Pd a Silvana Amati, Angelo Capodicasa e Vannino Chiti.

Nel gruppo centrista di Ap avranno quella fortuna Andrea Augello e il già citato Formigoni. Fra i leghisti accadrà a Stefano Allasia. Nel gruppetto di Fratelli di Italia ci sarà Edmondo Cirielli. In Forza Italia anche un piccola pattuglia: Giuseppina Castiello, Basilio Catanoso, Remigio Ceroni e Claudio Fazzone. Ma andando avanti nell’ordine alfabetico toccherà anche a tanti altri, e le due sole forze politiche non sfiorate (o poco sfiorate) dal problema sono quelle arrivate per la prima volta in Parlamento nel 2013: tutti i parlamentari del Movimento 5 stelle e quasi tutti quelli partiti con la maglia di Scelta civica. Nella tabella di oggi ci sono poi più di 50 parlamentari che comunque avranno la doppia pensione, e anche in questo caso non mancano i nomi noti: il ministro Dario Franceschini, il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, l’altro leader della minoranza Pd, Gianni Cuperlo, il sottosegretario all’Economia, Luigi Casero (Ap), quello alla Difesa Gioacchino Alfano (Ap), il presidente della commissione Esteri del Senato, Pierferdinando Casini, la presidentessa della commissione affari costituzionali Anna Finocchiaro, l’ex portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti, l’ex coordinatore azzurro Sandro Bondi, appena uscito dal partito, l’anima popolare e margheritina del Pd, Beppe Fioroni. E poi ancora parlamentari giovani, che quel privilegio avranno solo fra molti anni (e per cifre sicuramente più alte di quelle riportate in tabella), come i forzisti Simone Baldelli, l’ex ministra azzurra Mara Carfagna, la fedelissima berlusconiana Michaela Biancofiore, l’ex finiano Benedetto Della Vedova. Se vale anche per loro, è l’esempio più lampante di come con la storiella dei diritti acquisiti non sia cambiata in realtà proprio nulla di nulla in gran parte del Palazzo. Si discute dei privilegi di antichi pensionati, ma la situazione è esattamente identica per chi ha un briciolo di esperienza politica alle spalle e ancora un po’ di anni prima di smettere.

Quando le Camere decisero (dal primo gennaio 2012) la dead line dei vitalizi, e l’inizio della pensione che hanno chiamato contributiva (ma non lo è davvero), si sono dimenticati di stabilire incompatibilità fra assegni pensionistici. Hanno definito «pro rata» il sistema per chi era in carica in quel momento, e così sarebbe stato se avessero avuto solo quella legislatura: 5 anni di contributi, tre calcolati come vitalizio e due come pensione. Ma chi era in carica già dalla o dalle legislature precedenti a quel punto aveva già maturato il vitalizio secondo le regole allora vigenti, e se lo terrà stretto. Per la pensione invece basterà attendere i 5 anni minimi di contribuzione (due della scorsa legislatura e tre di questa) e l’assegno allora raddoppia. Avverrà dall’aprile 2016 in poi, e da quel mese in poi gli importi saliranno rispetto a quei 1950 euro che abbiamo calcolato per tutti.

Franco Bechis - 25 maggio 2015
fonte: http://www.liberoquotidiano.it

IMMIGRAZIONE - '' Arrivano molti migranti non profughi. Perché in Africa è in corso il “land grabbing” ''



Africa lana grabbing grande

Da molti anni ormai uno dei temi caldi della politica estera (ma anche di quella interna) è costituito dal flusso inarrestabile e sempre crescente di migranti che dall’Africa cercano di attraversare il Mediterraneo per entrare in Europa.
Inutili e poco funzionali molte delle soluzioni proposte a livello nazionale ed internazionale. Fino ad ora pochi hanno cercato di capire quali sono le reali cause del problema.
Nessuno, ad esempio, pare essersi preso la briga di chiedersi “chi sono” e soprattutto “perché” così tante persone decidono di rischiare la vita nel tentativo di entrare in Europa attraverso l’Italia e la Spagna. Tanto più che la vita che li aspetta nel vecchio continente non è certo un paradiso: nella stragrande maggioranza dei casi, non si tratta né di profughi né di rifugiati (entrambe queste categorie sono ben classificate e le statistiche parlano di una percentuale ridottissima di rifugiati e di profughi tra quanti sbarcano in Italia), e la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno è davvero minima.
Per comprendere le cause di questi flussi migratori è indispensabile sapere da dove provengono. Secondo i dati forniti dal Centro studi e ricerche Idos sulla base di dati Istat (e da altre fonti), appare evidente che che la maggior parte dei migranti non viene dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Libia, Tunisia ed Egitto spesso sono solo tappe intermedie di un viaggio più lungo.
La maggior parte proviene da paesi dell’Africa centrale come Nigeria e Senegal, o da paesi come Gambia, Somalia e Eritrea, ma anche da altri paesi come la Tanzania.
In alcuni di questi paesi, come in Somalia, sono in corso scontri con le formazioni jihadisti degli al-Shabaab e lotte fratricide, e non hanno sortito fino ad ora un effetto completo le misure adottate fino ad ora dall’Onu attraverso l’Unione Africana. Basti pensare che in Kenya, a Daadab, esiste il più grande campo profughi del mondo, che raccoglie in condizioni miserrime 500mila profughi somali. Ma in molti altri paesi non sono in corso guerre né conflitti armati né stermini di massa. La causa che spinge migliaia e migliaia di persone ad abbandonare la propria terra e rischiare la vita in un viaggio di migliaia e migliaia di chilometri potrebbe essere un’altra: il land grabbing.
Un fenomeno che ha assunto dimensioni rilevanti a partire dal 2007, l’anno della crisi dei prezzi dei prodotti agricoli. Fu allora che investitori senza scrupoli e speculatori agrari soprattutto cinesi capirono che era necessario trovare nuove terre su cui insediare produzioni intensive di beni primari come prodotti agricoli e biodiesel. È per questo motivo che l’Africa subsahariana e quella centrale sono diventate “terre di conquista” dove impiantare coltivazioni intensive.
Per farlo, le grandi multinazionali esercitano pressioni sui governi dietro la promessa di costruire infrastrutture irrigue, strade, e, in qualche caso, ospedali e scuole per portare avanti i loro progetti di investimento e non è un caso se, recentemente, in Africa centrale, imprenditori cinesi hanno costruito o ricostruito intere città apparentemente senza chiedere niente in cambio.
Uno studio realizzato dalla Banca Mondiale nel 2010 parlava di “accaparramento” di terreni per 46 milioni di ettari (due terzi dei quali nell’Africa centrale e nel solo periodo da ottobre 2008 ad agosto 2009). Ma questo dato, come hanno ammesso gli stessi ricercatori, dato che meno della metà delle acquisizioni esaminate riportava l’estensione dei terreni acquisiti. Inoltre spesso le multinazionali, per non essere costrette a pagare tasse sulla proprietà dei terreni, preferivano acquisire il diritto di superficie per tempi lunghissimi (tra i 25 e i 99 anni) invece che acquistarli.
Un fenomeno, inoltre, in continua espansione e a ritmi vertiginosi: i dati riportati sul portale Land Matrix che monitora il land grabbing nel mondo, parlano di una superficie di circa 83 milioni di ettari (anno 2012). Secondo Oxfam Italia il land grabbing sarebbe aumentato del 1000% dal 2008 a soli quattro anni dopo.
Un fenomeno, quello del land grabbing, che è certamente una delle principali cause delle immigrazioni di massa. In Tanzania, ad esempio, qualche tempo fa un’azienda svedese ha affittato dal governo più di 20mila ettari di territorio nella parte nordorientale del paese. Una zona prospera e fertile: l’azienda di stato Razaba Farm, inspiegabilmente chiusa nel 1993, vi produceva mais, riso e frutta. Secondo quanto riportato da ActionAid, dopo la stipula del contratto 1300 famiglie di contadini e piccoli allevatori sono stati costretti a lasciare le proprie terre e a 300 famiglie è stata tolta anche l’abitazione. A queste vanno aggiunte altre duecento famiglie che vivevano in un’area limitrofa di circa 2.400 ettari, anche questa occupata dalla stessa azienda (e senza regolare contratto). Gli abitanti, dopo essere stati cacciati, hanno intentato una causa legale con la multinazionale (ma le speranze di vincere sono poche).
Negli ultimi anni, la Tanzania è diventata una delle mete preferite da imprese multinazionali e fondi di investimento: dal 2006 al 2012 sono almeno quaranta le compagnie straniere che hanno affittato o comprato grandi proprietà terriere sulle quali hanno impiantato produzioni di jatropha o canna da zucchero da trasformare in componenti per biodiesel.
Anche molte aziende italiane hanno cercato di “conquistare” l’Africa centrale: in Etiopia, Liberia, Mozambico e Senegal dove, dal 2005, più di 80mila ettari di terra sono passati in mani italiane.
Agli abitanti di queste terre, dopo che le multinazionali se ne sono impossessate, restano solo due alternative: ricevere un indennizzo in denaro o cercare un altro posto per sopravvivere. Come ha detto Sefu Mkomeni, un contadino di Matipwili, un villaggio nella zona di Biga Western, “Non c’era la possibilità di scegliere se restare o andarsene, ma solo di andarsene”.
Il tutto spesso in violazione delle TGs (le Direttive volontarie sulla governance responsabile dei regimi fondiari) che prevedono il diritto delle persone a un previo consenso, libero e informato sulle attività e le scelte che riguardano il loro territorio, e la possibilità di opporsi.
Un diritto che per molti agricoltori è difficile far valere: solo una minima parte di loro può vantare vanta titoli ufficiali di proprietà o diritti sulla zona coltivata. Da uno studio del 2003 della Banca Mondiale risulta che solo una parte della proprietà delle terre d’Africa compresa tra il 2 e il 10 per cento è posseduta sulla base di titoli formali. In molti paesi dell’Africa, la maggior parte dei terreni coltivabili sono classificati come “beni non-privati”: sono i governi ad essere ufficialmente proprietari della gran parte delle terre. Ed è con i governi che le grandi multinazionali contrattano e fanno affari d’oro.

di C. Alessandro Mauceri –  24 maggio 2015
fonte: http://www.notiziegeopolitiche.net
 



CACCIA APERTA CONTRO LE FORZE DI POLIZIA: “SIAMO PREOCCUPATI, TROPPO ODIO CONTRO LE DIVISE”



Un tempo si cacciavano le streghe, sospettate di compiere malefici di ogni genere. Oggi la preda è cambiata. Si cacciano le divise, chi protegge i cittadini, chi porta sicurezza. In un mondo alla rovescia si cerca di sovvertire l’ordine, cominciando dai servitori dello Stato.
Ed è così che a Genova due carabinieri sono stati aggrediti a colpi di cacciavite ed il loro aggressore dopo 24 ore in cella ora può godersi i domiciliari. A Ragusa uno squilibrato dà fuoco all’auto dei carabinieri con i militari costretti ad uscire velocemente dal veicolo per evitare di essere avvolti dalle fiamme. E’ così che durante gli scontri NO Expo abbiamo visto poliziotti malmenati, con la divisa che andava a fuoco, colpiti alle spalle da giovani travisati col gusto della “caccia all’uomo in divisa”.
Siamo preoccupati - commenta in una nota il delegato Co.Ce.R. Carabinieri Giuseppe La Fortuna - non solo dobbiamo combattere contro una delinquenza sempre più agguerrita, una criminalità sempre più diffusa e arrogante, ma dobbiamo anche farlo con le scarse risorse a disposizione, con i miseri corsi di addestramento, con autovetture sempre più consumate dai chilometri, con un età media pari a quella dei genitori dei nostri aggressori.
In questo caos - conclude La Fortuna - assistiamo a prepotenti passerelle dei politici dopo l’ennesima tragedia, alla fredda e virtuale solidarietà di un tweet, ma nessuno si preoccupa della certezza della pena, di garantire che chi ha commesso un reato lo sconti in cella come accade in ogni Paese civile dove si rispettano le regole ed anche le Forze dell’Ordine.

© InfoDifesa - 24 maggio 2015
fonte: http://www.infodifesa.it