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04/02/17

Lo “schema Soros” e l’immigrazione indotta


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1, 2, 3… TANA PER SOROS!
Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.
Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.
Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).
Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.
Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

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SOROS E L’IMMIGRAZIONE ILLEGALE
Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).
Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.
Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche e guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).
E infatti i suoi miliardi li ha fatti (e continua a farli) mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo; ne sappiamo qualcosa anche noi italiani che nel 1992, subimmo l’attacco speculativo orchestrato dal suo fondo “Quantum” che bruciò il corrispettivo di 48 mila miliardi di dollari delle nostre riserve valutarie, costringendo la Lira ad uscire dallo Sme (insieme alla sterlina inglese).

E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

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LO SCHEMA SOROS: POVERI-PROFUGHI-IMMIGRATI
Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in Usa grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.
In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombe solo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

A COSA SERVE L’IMMIGRAZIONE INDOTTA?
L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.
La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.
Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.
Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnorati sulla “Migrazione Sostitutiva”, serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

di Gianpaolo Rossi - 2 febbraio 2017

TRUMP SULLE ORME DI REAGAN, CON QUALCHE CONTINUITA’ CON OBAMA


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Donald Trump, come previsto, rompe gli argini e nella prima settimana da inquilino della Casa Bianca conferma tutte le intenzioni manifestate nel programma che lo ha portato a vincere le elezioni presidenziali.
In politica estera ribadisce il rinnovato asse con Londra nell’incontro con Theresa May, il premier britannico elogiata per l’uscita dall’Unione Europea che Trump definisce pubblicamente uno strumento controllato dalla Germania e avversario degli Stati Uniti.
Non è un caso che la signora May sia stata il primo capo di Stato a incontrare Trump dopo l’insediamento alla Casa Bianca, a conferma di un’ulteriore smarcamento britannico dalla Ue i cui leader continuano a esprimere perplessità se non addirittura disprezzo (è il caso di Lean Claude Juncker e Francois Hollande) nei confronti del nuovo presidente statunitense.
La riconferma dell’intesa anglo-americana, che sembra voler rinnovare i fasti raggiunti negli anni ’80 dalla coppia Ronald Reagan-Margareth Thatcher, avrà probabilmente tra i suoi obiettivi il contenimento della Cina e il contrasto alla Ue “germanocentrica”.
Obiettivi che, pur con “stile” e linguaggio diversi, erano stati perseguiti anche da Barack Obama che non a caso si rammaricò dell’esito del referendum britannico di giugno valutando che con l’uscita di Londra la Germania avrebbe assunto indisturbata le redini dell’Europa grazie a un asse con la Francia che, militarmente parlando, è ancora la maggiore potenza del Vecchio Continente.
Pur senza usare la retorica di facile presa e un po’ da cow-boy di Trump, Obama aveva in più occasioni criticato la politica economica basata sull’austerity che Berlino ha imposto ai partner.
Politica funzionale ad ampliare il dominio tedesco sull’economia degli altri paesi Ue ma che secondo Obama ostacola la ripresa dell’economia mondiale dopo la crisi scoppiata nel 2008.
La richiesta al generale James Mattis, segretario alla Difesa, di mettere a punto un piano per incrementare la guerra allo Stato Islamico conferma la volontà di Trump di vincere il lungo conflitto col jihadismo iniziato ufficialmente l’11 settembre 2001 ma in realtà in atto già da dieci anni prima. Una guerra all’estremismo islamico che Trump ritiene possa essere vinta sui campi di battagli grazie a un’intesa con la Russia basata proprio sulla necessità di combattere il nemico comune.
Un’opzione che, se concretizzata, permetterà all’asse Mosca-Washington di affrontare con maggiore incisività la guerra al jihad dalla Siria all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia.
I provvedimenti sul fronte interno assunti da Trump vanno nella stessa direzione. Lo stop all’ingresso di cittadini islamici provenienti dai Paesi a più intensa e capillare presenza jihadista, inclusi Iraq e Siria, lascia intendere che ormai è stata maturata la consapevolezza della pericolosità intrinseca di un’immigrazione islamica dalle potenzialità esplosive in termini di terrorismo e proselitismo.
L’annuncio di privilegiare l’accoglienza di rifugiati cristiani va in questa direzione ed evidenzia ancora di più le differenze con un’Europa ormai in balìa della minaccia interna di matrice islamista ma incapace di assumere decisioni politiche efficaci e consequenziali.


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L’incremento della lotta all’immigrazione clandestina, simboleggiato con il via al completamento del muro lungo il confine col Messico può apparire un evidente simbolo del “razzismo” di Trump solo a chi finge di non sapere che quel muro venne eretto per la parte già completata dal democraticissimo Bill Clinton mentre sotto l’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno respinto migliaia di cubani che tentavano di raggiungere la Florida con barconi e gommoni ed espulso quasi 3 milioni di immigrati clandestini, per lo più messicani e centro-americani.
Che Trump voglia continuare su questa strada bloccando futuri ingressi illegali ed espellendo almeno lo stesso numero di clandestini di Obama scegliendoli prioritariamente tra coloro che hanno commesso reati e crimini, può stupire solo un’Europa che ha ormai rinunciato ad esercitare qualunque tipo di sovranità inclusa quella sui suoi confini.
“Una nazione senza frontiere non è una nazione” ha detto il neo presidente americano. Una frase che suonerebbe banale in ogni epoca storica ma che diventa rivoluzionaria (o reazionaria, a seconda dei punti di vista) nell’Occidente di oggi, specie in Europa. Un’espressione che offre una sponda, da questa parte dell’Atlantico, ai movimenti patriottici che si oppongono agli sbarchi indiscriminati di milioni di asiatici e africani quasi tutti di fede islamica.
Meglio però non farsi illusioni e non contare troppo su Trump come paladino dei partiti cosiddetti “sovranisti” o populisti europei. Attenzione infatti a considerare Trump, come i suoi predecessori, un “amico” o un “nemico”. Il presidente degli USA difenderà sempre gli interessi americani sia che lo dica apertamente (America First!) sia che esprima concetti opposti come il “multilateralismo” o l’inconcludente “soft power” enunciati a suo tempo da Obama.
Trump sostiene i movimenti populisti e nazionalisti europei perché sono lo strumento più funzionale al contrasto a un’Unione Europa considerata espressione di un nascente “Quarto Reich” tedesco.
Non può essere casuale che Trump stia stringendo nuovamente l’alleanza con Londra, una “relazione speciale” dalle radici lontane che si era molto diluita dopo l’uscita di scena di George W. Bush e Tony Blair, ma al tempo stesso punti a un’ampia intesa strategica con Mosca.


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Fa quasi sorridere pensare che gli stessi alleati di 70 anni fa sono di nuovo pronti a mobilitarsi contro l’egemonia tedesca nell’Europa continentale, uno schema storico che richiama le parole di Winston Churchill che dopo la vittoria del 1945 prefigurò un nuovo scontro in Europa “tra 50 anni” quando la Germania rialzerà la testa. Potrebbe non essere una coincidenza che Trump abbia voluto che il busto di Churchill, fatto rimuovere da Obama, tornasse al suo posto nella Sala Ovale della Casa Bianca.
L’opportunità di rientrare nel novero delle grandi potenze grazie al “patto d’acciaio” con Trump non è sfuggita al governo di sua Maestà, pronto a compiere un’inversione clamorosa di marcia sulla Siria, accettando ora che Bashar Assad resti al suo posto come pretende Mosca.
Oltre alla Germania nel mirino di Trump c’è però anche la Cina contro la quale il presidente sembra voler utilizzare due strumenti: il potenziamento militare e soprattutto navale nel Pacifico e una guerra commerciale con la limitazione dell’accesso delle merci cinesi al mercato americano.
Una decisione giudicata da molti azzardata ma che sta premiando Trump anche con un boom senza precedenti di Wall Street.
L’obiettivo strategico sembra quello di portare Pechino verso un ulteriore corsa al riarmo che coincida con il crollo, o almeno lo stop alla crescita della sua economia (già pericolante) che potrebbe determinare ampie rivolte e disordini interni in un Paese dove oltre un miliardo di persone vivono in condizioni difficili, sotto il tallone di un regime oppressivo quanto corrotto e nutrono una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni locali e centrali.
Trump sembra avere in mente qualcosa di simile alla strategia adottata da Ronald Reagan contro l’Unione Sovietica. Del resto anche l’ex attore di Hollywood che cambiò il mondo e la sua mappa venne accolto al suo insediamento con marce di protesta, insulti e dal disprezzo dagli ambienti intellettuali, radical-chic e di sinistra.
In fondo “continuità” potrebbe significare per Trump anche concludere coni regimi cinese e nordcoreano l’opera di demolizione del comunismo avviata da Reagan con l’Urss.

Foto Reuters e AP

di Gianandrea Gaiani - 30 gennaio 2017

Le ragazze yazide vengono vendute come schiave sessuali, mentre le donne marciano contro Trump


  • Alcune ragazze yazide sono state vendute per qualche pacchetto di sigarette.
  • "Alcune di queste donne e ragazze hanno dovuto vedere bambini di 7-8-9 anni morire dissanguati davanti ai loro occhi, dopo essere state stuprati più volte al giorno dalle milizie dell'Isis. Questi stessi miliziani hanno bruciato vive molte ragazze yazide perché si erano rifiutate di convertisti. (...) Per quale motivo? Perché non sono musulmane...". – Mirza Ismail, presidente dell'Organizzazione dei diritti umani yazidi.
  • "Si tratta di un genocidio contro le donne." – Zeynep Kaya Cavus, leader del movimento alevita.
  • Purtroppo, molte delle organizzatrici e delle partecipanti alla "Marcia delle donne" a Washington hanno ignorato le donne torturate e sterminate dai terroristi islamisti e quelle che in altri parti del mondo non ricevono un'istruzione e non possono uscire di casa senza il permesso di un uomo.
  • Se solo queste donne si sentissero motivate a protestare contro la riduzione in schiavitù, gli stupri e le torture delle donne e dei bambini yazidi come hanno fatto per il costo degli assorbenti interni.
Il 21 gennaio, alcuni gruppi che si battono per i diritti delle donne hanno organizzato la "Marcia delle donne" in numerose città degli Stati Uniti e del mondo. Queste manifestazioni di protesta hanno principalmente preso di mira il neopresidente americano Donald Trump.
Queste marce hanno visto un gran numero di oratrici e partecipanti. Una di queste, Ashley Judd, ha letto una poesia a Washington, D.C., che chiedeva perché "gli assorbenti interni sono tassati quando il Viagra e il Rogaine non lo sono".
Mentre la signora Judd parlava della sua terribile tragedia, migliaia di donne e bambine yazide, prigioniere dello Stato islamico, erano vittime di schiavitù sessuale in Iraq e in Siria ed erano scambiate o vendute al mercato come schiave sessuali.


Mentre l'attrice Ashley Judd si lamentava a Washington, D.C., alla "Marcia delle donne" del fatto che "gli assorbenti interni sono tassati quando invece il Viagra e il Rogaine non lo sono", migliaia di donne e bambine yazide, prigioniere dello Stato islamico, erano vittime di schiavitù sessuale in Iraq e in Siria.


Il 3 agosto 2014, l'Isis attaccò la cittadina yazida di Shingal, in Iraq: più di 9.000 yazidi furono uccisi, rapiti o costretti alla schiavitù sessuale. Gli yazidi sono una minoranza religiosa storicamente perseguitata in Medio Oriente.
Lo Stato islamico ha istituzionalizzato una cultura di stupri e schiavitù sessuale. L'Isis conduce una vera e propria guerra contro le donne. Ha perfino pubblicato un "tariffario" delle bambine yazide e cristiane da uno a nove anni.
Raymond Ibrahim, specialista di Medio Oriente, ha raccontato la storia di una ragazza yazida resa schiava all'età di 15 anni e che è rimasta per diversi mesi prigioniera prima di riuscire a fuggire:
"Ricordo che un uomo di circa 40 anni venne a prendere una bambina di 10 anni. Quando la piccola osò opporgli resistenza, lui la pestò a sangue, con delle pietre, e avrebbe aperto il fuoco contro di lei se non lo avesse seguito. Tutto contro la sua volontà. Erano soliti venire a comprare le ragazze che non avevano un prezzo, intendo dire che essi ci dicevano che noi ragazze yazide eravamo sabiya [bottini di guerra, schiave del sesso], kuffar [infedeli], che venivamo vendute senza fissare un prezzo", vale a dire senza che avessero un valore di base e questo spiega il motivo per cui le ragazze yazide potevano essere "vendute" in cambio di qualche pacchetto di sigarette.
"Ogni giorno sono morta 100 volte e anche più. Non una sola volta al giorno. Sono morta ogni ora. (...) per le percosse, le sofferenze e le torture", ha raccontato la ragazza.
Mirza Ismail, fondatore e presidente dell'Organizzazione dei diritti umani yazidi, ha detto in un discorso pronunciato davanti al Congresso americano:
"Secondo le numerose donne e ragazze che sono riuscite a fuggire con cui ho parlato nel nord dell'Iraq, sono stati rapiti più di 7.000 yazidi, per lo più donne e bambini.
"Alcune di queste donne e ragazze hanno dovuto vedere bambini di 7-8-9 anni morire dissanguati davanti ai loro occhi, dopo essere state stuprati più volte al giorno dalle milizie dell'Isis. Questi stessi miliziani hanno bruciato vive molte ragazze yazide perché si erano rifiutate di convertisti. Per quale motivo? Perché noi non siamo musulmani e perché il nostro cammino è un cammino di pace. Per questo, veniamo bruciati vivi: per aver voluto vivere da uomini e donne di pace".
Nel dicembre 2015, fonti giornalistiche hanno rivelato che l'Isis ha venduto donne e bambini yazidi nella città di Gaziantep (o Antep), situata nella Turchia sud-orientale. Gaziantep è conosciuta per essere il centro di diverse attività dello Stato islamico.
Malgrado le minacce, i difensori dei diritti delle donne a Gaziantep hanno protestato contro l'inerzia del governo turco di fronte alle attività dell'Isis.
Un'attivista del gruppo "Piattaforma delle donne democratiche di Gazientep", Fatma Keskintimur, ha letto un comunicato alla stampa, di cui ecco un estratto:
"Tutti sanno che le bande jihadiste che combattono in Siria ricevono l'aiuto più cospicuo dalla Turchia e tutti conoscono le case che le cellule jihadiste utilizzano. (...) Tenuto conto del pericolo che questa situazione crea per gli abitanti di Antep, lo sconcerto della gente va crescendo di giorno in giorno.
Anche in simili circostante, i paladini dei diritti delle donne in Turchia – in particolar modo i curdi – continuano a battersi e a protestare contro il governo.
L'anno scorso, ad esempio, "l'Assemblea delle donne yazide" ha celebrato il 3 agosto "la giornata dell'azione internazionale contro i massacri delle donne e il genocidio". I membri del Partito democratico del popolo (HDP, filo-curdo) hanno organizzato delle proteste in molte città della Turchia per condannare il genocidio yazida e mostrare la loro solidarietà alle vittime.
Safak Ozanlı, un ex deputato dell'HDP, ha detto che l'Isis tiene ancora prigioniere 3.000 donne yazide come schiave sessuali: "a Shingal e Kobane le donne sono considerate dallo Stato islamico come un bottino di guerra. Le donne che rimangono in vita sono vendute agli sceicchi arabi. Noi – come donne – resteremo unite contro l'Isis e tutti i dittatori".
Anche i membri della minoranza religiosa alevita hanno appoggiato le proteste a Mersin. Zeynep Kaya Cavus, leader del movimento alevita, ha detto che le donne yazide vengono "rapite e ridotte in schiavitù come bottino di guerra ed esposte a sistematiche aggressioni sessuali. Si tratta di un genocidio contro le donne".
Ci sono inoltre degli americani che fanno del loro meglio per aiutare il popolo yazida, come Amy L. Beam, un'attivista per i diritti umani che vive in seno a questa comunità e opera a sostegno degli yazidi dal 2014. Il suo libro, The Last Yezidi Genocide, è di prossima pubblicazione. La Beam è direttore esecutivo di "Amy, Azadi e Jiyan" (AAJ – che sta per "Amici, Libertà e Vita"), un'organizzazione umanitaria che opera nel Kurdistan iracheno.
"Migliaia di yazidi hanno una lunga lista di familiari morti o scomparsi in Iraq o in Siria, nelle zone sotto controllo dello Stato islamico", ella ha scritto. "Il loro morale è a pezzi, dal momento che gli aiuti internazionali, un anno dopo l'attacco, sono pressoché inesistenti".
"I combattenti dell'Isis che hanno ricevuto una ragazza come trofeo di guerra sottopongono queste ragazze e donne yazide con i loro figli (...) a delle violenze fisiche e a stupri ripetuti. Più di un migliaio di loro sono riuscite a scappare da sole o sono state liberate".
Ci si sarebbe aspettato che le femministe in America avrebbero alzato la voce contro gli attacchi genocidi alle donne e bambini yazidi. Ma non lo hanno fatto. "I gruppi che si battono per i diritti delle donne negli Stati Uniti non hanno espresso il loro sostegno alle donne in Iraq e in Siria che vengono oppresse, rapite e violentate", ha dichiarato Amy Beam al Gatestone.
Alcune della partecipanti alla marcia delle donne a Washington hanno affermato che Trump le priverà dei loro diritti, un'accusa che molte donne che soffrono sotto i governi o le organizzazioni islamiste troverebbero ridicola. Esse si preoccupano a giusto titolo che venga loro riconosciuto il diritto all'aborto. Ma alla Casa Bianca non si sono insediati gli ayatollah. E Trump sembra determinato a lottare contro il terrorismo islamista, la più grande minaccia per la dignità e la libertà delle donne di tutto il mondo. Questo già mostra il suo impegno per la libertà – soprattutto la libertà delle donne.
Il radicalismo islamico è una minaccia universale. Qualunque colpo inferto che lo indebolisca o lo sconfigga contribuisce a liberare anche le vittime che vivono in altre parti del mondo.
Per così tante persone perseguitate in Medio Oriente, la presidenza di Trump rappresenta una speranza per un cambiamento positivo.
Il 7 novembre, l'Organizzazione dei diritti umani yazidi ha emesso un comunicato pubblico intitolato "Gli yazidi sperano che la presidenza Trump li aiuterà a sradicare l'Isis". Di recente, una donna yazida in Iraq ha chiamato suo figlio "Trump".
La marcia delle donne, nonostante tutte le buone intenzioni di un gran numero di partecipanti, ha violato il principio cardine dei diritti umani: "Il peggio prima".
Purtroppo, molte delle organizzatrici e delle partecipanti alla "Marcia delle donne" a Washington hanno ignorato le donne torturate e sterminate dai terroristi islamisti e quelle che in altri parti del mondo non ricevono un'istruzione e non possono uscire di casa senza il permesso di un uomo.
Se solo queste donne si sentissero motivate a protestare contro la riduzione in schiavitù, gli stupri e le torture delle donne e dei bambini yazidi come hanno fatto per il costo degli assorbenti interni.
Agire come egoiste o come fanatiche deliranti, il cui odio verso un presidente eletto gli fa chiudere gli occhi di fronte ai veri problemi del mondo, non aiuta nessuno. Ci sono state altrettante persone che potrebbero aver odiato altri presidenti.
Che le nostre azioni rammentino alle donne del Medio Oriente che prendiamo a cuore le loro sofferenze.
Uzay Bulut, musulmana di nascita, è una giornalista turca che vive a Washington D.C.


03/02/17

Quando il cittadino si ribella e rifiuta di farsi manipolare


La propaganda che per decenni è servita a plasmare le masse rendendole docili, a mascherare la vera natura di decisioni prese in apparenza “nell’interesse del popolo”, a proclamare guerre e interventi militari basati su giustificazioni morali fallaci o totalmente inventate, quella propaganda oggi non funziona più.
Viviamo un’epoca è straordinaria perché un numero crescente di cittadini rifiuta di farsi ingannare, di vivere in un mondo dove le promesse restano virtuali mentre il malessere è sempre più reale e diffuso. L’influenza dei grandi media, fino a pochi anni fa debordante e incontrastata, soprattutto in Paesi come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti ma anche l’Italia, risulta ormai affievolita. La gente non crede più alla tv, ai giornali appiattiti sul mainstream, ai politici tradizionali. Cerca altrove, in primis su internet, le risposte ai propri dubbi, riscontri alle proprie esperienze, trova il coraggio di ribellarsi, di difendere il proprio benessere e la democrazia.
Un’onda incredibile si è alzata, le cui implicazioni sociali e politiche sono straordinarie, come ho spiegato in un intervento, che ho improvvisato l’altra sera a Milano. Ero andato al Palazzo delle Stelline ad assistere al convegno “Oltre l’euro per tornare grandi“, dove intervenivano, tra gli altri, amici come Alberto Bagnai, Claudio Borghi Aquilini, Mario Giordano, quando Matteo Salvini mi ha invitato a parlare sul palco.
Tema, naturalmente, l’informazione e la manipolazione dell’opinione pubblica. Che ho affrontato come di consueto,  con passione civica. Sono nove minuti di denuncia ma anche di speranza. Buona visione a tutti.






di Marcello Foa - 2 febbraio 2017

02/02/17

Matteo Renzi: dietro le parole, niente



 


Nella corsa al voto anticipato è Matteo Renzi a tenere, più degli altri, il piede schiacciato sull’acceleratore. È solo crisi d’astinenza dal potere? Non proprio. A monte della fregola per il voto anticipato c’è un problema di coscienza sporca sulla gestione dei danari pubblici.
Renzi trema alla sola idea di doversi presentare al giudizio degli elettori a scadenza naturale di legislatura nella primavera del 2018, a pochi giorni di distanza dalla manovra finanziaria del 2017 che sarà lacrime e sangue. Dopo gli anni dell’allegra finanza del suo governo tocca rimettere a posto i conti. È come dopo una festa con gli amici: non puoi lasciare casa ridotta a un porcile. Si dirà: c’è il servizievole Paolo Gentiloni a fare pulizia. Giusto! Ma gli elettori non sono tonti, sanno benissimo con chi prendersela per il conto salato da pagare. Come sanno bene di chi è la colpa per la strigliata rimediata, in questi giorni, dai guardiani europei dei nostri conti che ci intimano di rientrare dell’ultimo “buffo” renziano di tre miliardi e rotti di euro sul deficit. La furbizia, almeno a Bruxelles, non paga e spetta a Gentiloni intestarsi una manovra correttiva in corso d’opera per sistemare le partite contabili aperte surrettiziamente dal suo predecessore. C’è poi la bomba a orologeria del Jobs Act. Tra non molto si scoprirà che è stata una “bufala”. L’effetto doping degli sgravi fiscali sul costo del lavoro ha prodotto l’allucinazione della ripresa occupazionale. Era fin troppo evidente che, ridotti fino all’azzeramento i benefici, vi sarebbe stato un contraccolpo sulla curva occupazionale con un picco negativo previsto per il prossimo anno. Andare al voto prima significa non dover scoprire il bluff. E soprattutto non pagarlo in perdita di consenso.
Ma se Renzi è sofferente, anche il suo partito si sente poco bene. È in preda alle convulsioni preagoniche delle sue molte anime. Fioccano le minacce di sfracelli prossimi venturi. Verrebbe da pensare che la situazione è grave ma non è seria, visto che finora lo scannamento è stato virtuale: solo illusione ottica, fantasia letteraria, reale come la vita su Marte. Il dramma, quello sì autentico, è che non c’è niente di concreto dietro le forme concave del brulicante attivismo interno. Ciò che davvero agita le acque del Partito Democratico è la preoccupazione, tutta umana, per quel folto personale politico a rischio licenziamento, di accaparrarsi uno strapuntino nel prossimo Parlamento. E non c’è nulla neanche nel leader, autoproclamatosi campione di novità.
Matteo Renzi sta guidando i suoi in una corsa verso l’ignoto a fari spenti nella notte, per citare Lucio Battisti. Non c’è visione del mondo in quello che fa. I suoi interventi pubblici? Sequenze di battute e motti di spirito senza costrutto. Non è che lui sia incapace di un pensiero compiuto, il problema vero è che la sinistra, in tutte le sue declinazioni e articolazioni, ha finito la benzina. Non è questione soltanto italiana, piuttosto investe tutte le società dell’Occidente avanzato. Basta guardare alla Francia, alla Germania o al Regno Unito per accorgersi che ovunque la sinistra tradizionale non ha più niente da dire ai suoi bacini di consenso, alcuni dei quali neanche esistono più. Financo l’enfasi propagandistica caricata nella denuncia del populismo montante, a ben vedere, è aria fritta che serve a nascondere la polvere del vuoto di visione sotto il tappeto della Storia del nuovo millennio. Ma, attenzione! Di là dai facili entusiasmi per la scomparsa della sinistra dalle mappe del grande pensiero contemporaneo, la destra stia in allerta perché il rischio di essere risucchiata nel vortice della caduta della controparte è più che concreto.
La critica della perdita della politica vale per Renzi, per il suo partito e per tutti i corpuscoli sospesi nel campo smagnetizzato del progressismo, ma vale altrettanto per la parte avversa: se non si ha la capacità di vedere oltre, se non si sapranno disegnare scenari credibili, se la politica alta non torna a fare capolino nel dibattito pubblico, se i “ragionamenti” complessi non spazzeranno via il ciarpame dei pensierini inscatolati nei tweet, non saranno certo i cittadini a metterci l’ennesima pezza a colori rinnovando il mandato a una classe politica frusta, priva di adeguata garanzia di lungimiranza sui destini della comunità. Allora sarà un unico, devastante hashtag: #tuttiacasa!

di Cristofaro Sola - 02 febbraio 2017

01/02/17

Il figurone di Virginia Raggi e il silenzio dei menestrelli



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A nostro personalissimo giudizio, l’altra sera, Virginia Raggi, intervistata da Giovanni Floris per La7, ha fatto un figurone. Si è sottoposta a un faccia a faccia serrato. Lungo, per nulla diplomatico, senza sconti, incalzante. Il "caso Roma" è stato sviscerato dalle più diverse angolature. Fatti e interpretazioni, supposizioni e ipotesi, persino molte illazioni che circolano ormai sulla guida grillina di Roma capitale, avvertita da tanti, e temuta da molti, come il probabile antipasto di un’eventuale guida a 5 stelle dell’intero Paese.
C’è da osservare che in questi mesi in cui Virginia Raggi si è ritrovata in cima al Campidoglio, votata dalla stragrande maggioranza dei romani, ha subito un trattamento allo spiedo, vittima di quella rosolatura sapiente di cui sanno dare prova i nostri giornali, i nostri commentatori, e le nostre televisioni, quando si scatena una unanime campagna di regime contro qualcuno o contro qualche forza politica. Ora la Raggi, finalmente, è apparsa, ha preso la parola e ha detto la sua.
Si è così finalmente percepita questa "diversità" grillina (vera per alcuni, presunta per altri), una diversità che non corrisponde per niente a quell’anatema di populismo che esponenti del vecchio sistema scagliano quotidianamente contro i 5 stelle. Il che non significa che tale "diversità" debba piacere per decreto e la si debba votare per forza. Ma questa è un’altra storia. Vediamo cos’è accaduto.
Dalle buche di Roma alla situazione dei trasporti, dall’immondizia ai tormentoni sulle dimissioni di assessori e funzionari, dall’arresto di Marra allo scandalo per la promozione del fratello di Marra, dalla voragine di debiti alle Olimpiadi mancate, dalle lacerazioni interne al movimento alle fughe della stessa Raggi sui tetti del Municipio al rischio di un avviso di garanzia: le domande di Floris sono state – e in questo caso giustamente, ché un conto è tirare il sasso e nascondere la mano, altro conto giocare con l’interlocutore a viso aperto – ad alzo zero, quasi al limite della pignoleria oratoria, come si dovrebbe fare con ogni politico di ogni schieramento, e quasi di routine.
Insomma, un esempio di tv al servizio del pubblico che vuole farsi un’opinione, anche se questo pubblico non risiede a Roma.
Con quale risultato?
Che lo spettatore non ha mai avvertito, nelle parole e nelle risposte punto su punto della Raggi, quel retrogusto di politichese che condisce invece la stragrande maggioranza delle pietanze della politica televisiva.
Se poi la Raggi abbia convinto gli ascoltatori nel merito delle singole questioni, non lo sappiamo e ci interessa relativamente.
Di certo la Raggi non ci è parsa un’aliena. Né la condottiera di un movimento barbarico che minaccia le fondamenta della nostra democrazia. Ha riconosciuto, almeno una decina di volte, i suoi errori, non ha cercato attenuanti, né ha colto l’occasione per togliersi sassolini dalla scarpa (presumiamo non siano pochi).
In sostanza: chiede tempo. E il tempo ci dirà se la sua richiesta di tempo ai cittadini si tradurrà finalmente in fatti concreti o, invece, in ulteriore perdita di tempo. Nel qual caso, saranno i romani a dire la loro. Ma intanto la Raggi, efficacemente, ha spiegato che la macchina-Roma non è ancora partita perché i partiti che l’hanno preceduta si erano portati via il volante, il motore e la cloche. Come darle torto?
‏Ci aspettavamo bei titoloni su questo che comunque lo si valuti resta un interessante evento mediatico, magari anche per rimettere in discussione questo benedetto anatema del populismo. Speranze deluse. I menestrelli, a questo giro, hanno preferito fare scena muta.

di Saverio Lodato - 18 GENNAIO 2017

saverio.lodato@virgilio.it

fonte: http://www.antimafiaduemila.com

31/01/17

Trump 'smaschera' la Germania: "L'euro è un marco travestito"


Migranti, i repubblicani al fianco di TrumpPaul Ryan: frontiere siano sicure

Trump 'smaschera' la Germania: "L'euro è un marco travestito"

“L’euro è un marco travestito” con cui la Germania “sfrutta l'Europa”. Parola di Peter Navarro, capo del Consiglio per il Commercio di Donald Trump, che in un’intervista al Financial Times dice quelle che per molti sono verità scomode, soprattutto per l’establishment italiano e di Bruxeless. Spiegando che Berlino utilizza un euro "esageratamente sottovalutato" per avvantaggiarsi sugli Stati Uniti e sui suoi partner europei.
Navarro afferma inoltre che il TTIP, il trattato commerciale tra Usa e Ue, esiziale per l’Italia, è sostanzialmente “morto”. "Un grosso ostacolo a considerare il Ttip come un accordo bilaterale è la Germania che si approfitta degli altri paesi Ue e degli Usa con un marco travestito che è esageratamente sottovalutato". E ancora: “Il disavanzo strutturale della bilancia commerciale tedesca rispetto al resto della Ue evidenzia l’eterogeneità economica all’interno dell’Unione, di conseguenza questo è un accordo multilaterale che ha le sembianze di uno bilaterale”.

Migranti, i repubblicani al fianco di Trump. Paul Ryan: frontiere siano sicure

"Dobbiamo garantire la sicurezza delle nostre frontiere". In questi termini lo speaker della Camera Usa, il repubblicano Paul Ryan, difende il bando agli ingressi negli Stati Uniti voluto dal presidente Donald Trump. Lo ha confermato lo stesso Ryan in conferenza stampa, sottolineando inoltre cha a suo avviso le restrizioni non dovrebbero riguardare chi e' in possesso di una carta verde di residente. Intanto, in un incontro a porte chiuse con deputati repubblicani, stando a quanto trapela Ryan ha ricordato che non sara' facile ottenere sostegno e che ulteriori proteste sono prevedibili.

Trump licenzia la ministra della Giustizia contraria al bando degli immigrati

Il presidente americano Donald Trump ha licenziato la ministra della Giustizia ad interim, Sally Yates, rea di aver ordinato agli avvocati del suo dicastero di non attuare la messa al bando degli immigrati da 7 Paesi a maggioranza musulmana: Siria, Iran, Iraq, Yemen, Somalia, Sudan e Libia.
"Ha tradito" rifiutandosi di applicare un ordine esecutivo "volto a proteggere" i cittadini americani, ha tuonato in una nota la Casa Bianca, rimpiazzando la Yates con Dana Boente, fino a quando la nomina di Jeff Sessions come procuratore generale non sara' ratificata dal Senato.
"La mia responsabilita' e' quella di assicurare che le posizioni che assumiamo in tribunale rimangano coerenti con il solenne obbligo di questa istituzione di perseguire sempre la giustizia e stare dalla parte del giusto. Al momento non sono convinta che la difesa dell'ordine esecutivo sia conforme a queste responsabilita' e neppure che sia legale", aveva dichiarato la Yates, superstite dell'amministrazione di Barack Obama, prima di venire cacciata da Trump, tre ore piu' tardi.
La signora Yates e' stata "sollevata dall'incarico", ha annunciato la Casa Bianca nella nota, descrivendo la Boente "onorata di servire il presidente Trump" e di "difendere ed attuare le leggi di questo Paese per assicurare che il popolo e la nazione siano protetti".
Un'ora piu' tardi, l'amministrazione Trump ha reso noto di aver rimpiazzato anche il responsabile ad interim dell'Ufficio immigrazione e frontiere, Daniel Ragsdale, anche lui un'eredita' di Obama, senza spiegare il motivo. Al suo posto e' stato nominato Thomas Homan, "che contribuira' ad attuare le nostre leggi sull'immigrazione coerentemente con i nostri interessi", ha dichiarato in una nota il ministro della Sicurezza Nazionale, John Kelly

31 gennaio 2017

Torino e i gay: le inutili meraviglie

Gli interventi del vescovo Nosiglia al convegno “Liberare le esistenze”, a cura del “Tavolo di lavoro fede e omosessualità della Diocesi di Torino” sono di una chiarezza sconfortante. Inutile meravigliarsi di quanto successo a Torino, appunto.

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Don Gianluca Carrega, che ha celebrato solo pochi giorni fa il funerale di Franco Perrello, 83 anni (il quale insieme al compagno Gianni Reinetti è stato il protagonista della prima unione “civile” nel capoluogo piemontese ) ringraziando e lanciando petali di rosa su omosessualità e dintorni non è nuovo a questo tipo di iniziative, ma anzi è addirittura incaricato per farle.
Egli – lo ricordiamo – è stato appositamente scelto dall’Arcivescovo per seguire la pastorale delle persone omosessuali: è dunque solo la punta dell’iceberg.
Cesare Nosiglia è il vero e proprio mandante di questo scandalo, il quale non è di certo limitato al funerale di Perrello, ma si estende ad un vero e proprio progetto per creare nella Diocesi di Torino una sorta di para-diocesi omosessualista che cresca sempre più in fretta, per poi fungere da esempio, o meglio, da “ponte”, per le altre diocesi italiane.

Dal 6 all’8 gennaio si è tenuto infatti il ritiro residenziale dal titolo (tutto un programma!) “LIBERARE LE ESISTENZE” a cura del “Tavolo di lavoro fede e omosessualità della Diocesi di Torino“, per il ciclo di incontri: “Alla luce del sole“.
I titoli sono decisi a tavolino in Curia; sbaglierebbe perciò chiunque presumesse che sono incontri o eventi organizzati da associazioni esterne diciamo così, tollerate, poiché questa è tutta farina del sacco della Diocesi in cui siede Cesare Nosiglia. In questa logica e in questo maligno disegno si colloca la questione di Chieri, dove la dottoressa Frezza è stata bloccata dalle urla di quattro cialtroni LGBT, godendo però essi di una grande stima e di un grande appoggio nella Diocesi di Torino.
Come dimenticare le bacchettate conferite alla professoressa dell’Istituto “Pininfarina” di Torino, circa tre anni fa, la quale definì senza mezzi termini l’omosessualità come qualcosa di non normale e da curare: dopo gli insulti che fu costretta a ricevere dall’establishment laicista, arrivò in concomitanza anche l’arrogante ammonizione di quel pastore che avrebbe dovuto difendere una pecorella coraggiosa nell’affermare la verità ai suoi alunni. Come buon lupo invece Nosiglia la sbranò, asserendo che “a scuola servono rispetto e accoglienza, soprattutto ora dopo la discussione avvenuta nella Chiesa. (…) Trovo che non sia il caso di mettere in discussione le scelte sessuali delle persone, per di più in un ambiente educativo come la scuola”.
A questo raduno di “cristiani LGBT” tenutosi appunto nei giorni dell’Epifania, non hanno mancato di essere raccolte le testimonianze dei partecipanti, uno dei quali pure ammette senza problemi che l’incontro “è stato organizzato dalla Diocesi di Torino, nella persona di don Gianluca Carrega incaricato dall’Arcivescovo per la pastorale delle persone omosessuali”.
Durante l’incontro guidato da don Carrega non si è fatta attendere la visita di Nosiglia, che qualcuno dei partecipanti definisce su un articolo apparso su Portale Gionata (portale su “fede e omosessualità) “vescovo friendly” – e come dargli torto – per la sua avanguardia clericale.
Nosiglia infatti ha, tra l’altro, affermato che:
– “Le posizioni tradizionali vanno riformate”.
– Ha specificato come quello che aveva innanzi non fosse un gruppetto da considerarsi privato: il Vescovo ha dato un incarico specifico a don Carrega, per ascoltare e capire meglio. “Sono venuto qui a sentire la vostra voce e guardarvi negli occhi”, ha detto Nosiglia al gruppo di omosessuali.
– Ha definito il gruppo “lievito per la Chiesa e preziosa risorsa”, invitando a continuare a porre al centro “la parola, la fraternità, il dialogo”, così da poter diventare sempre più un gruppo “importante per tutta la Diocesi“.
Alcuni dei partecipanti hanno poi rivolto richieste a Nosiglia, chiedendo di porre particolare attenzione alla formazione dei sacerdoti, specie rispetto al Sacramento della Confessione a motivo del quale tanti poveri omosessuali troverebbero “muri e non riconciliazione”.
Uno dei presenti ha anche chiesto di poter avere un riferimento all’interno della CEI (come se già non ve ne fossero! ), così da non dover rimanere relegati solo nelle diocesi, ma potendosi finalmente espandere in modo non più nascosto anche nei grandi ranghi della neo-chiesa ufficiale e di vertice. La domanda è stata presa sul serio. “Vedremo cosa posso fare”, è stata infatti la risposta.
Tanto ancora si potrebbe dire degli interventi di Nosiglia, riportati da più testimonianze di persone omosessuali presenti al ritiro (ritiro di che poi?), ma per riassumere basta citare il congedo finale dell’Arcivescovo: “CHE IL VOSTRO GRUPPO DIVENTI UN PONTE TRA IL MONDO OMOSESSUALE E LA CHIESA”.

Chi suppone che Torino sia la città del Diavolo, forse, non ha poi tutti i torti, e senza bisogno alcuno di vedere chissà quali misteri: le cose sono quanto mai lampanti e palesi.

di Cristiano Lugli - 31 gennaio 2017

fonte: https://www.riscossacristiana.it


30/01/17

ATTENTATO ALLA MOSCHEA IN CANADA: "EQUILIBRATA? SI', FINO AD UN CERTO PUNTO"






In questi giorni, qualcuno ha avuto la grazia di scrivermi che sono una persona abbastanza equilibrata nei miei pensieri, ma oggi non mi sento affatto pervasa da tale equilibrio, apprendendo ciò che è accaduto nel Quebec, in Canada.
Il fatto è noto, credo, i tromboni lo hanno annunciato ovunque nel mondo: un attentato è stato fatto in una moschea e ci sono stati diversi morti.
Condanno tutti gli atti di violenza, soprattutto quando degli innocenti perdono la vita, ma non posso fare a meno di equiparare quanto successo in Canada con i massacri di cristiani che stanno avvenendo in parecchie parti nel mondo, massacri contro i quali raramente l'ondata di indignazione è stata così pubblicizzata, tanto da raggiungere addirittura livelli planetari con le condoglianze espresse personalmente dai "chiamiamoli grandi leader".
Voglio essere ancora più chiara: i nostri amici islamici hanno, per una volta, assaggiato la medicina che stanno impartendo a noi a grandi dosi secondo il dettato del Corano.
Peste ci sia stato un giornalista, uno solo, che l'abbia anche solamente accennato.
Il politicamente corretto impera ancora sovrano.
E non solo.
In mezzo a questo buonismo d'accatto, fra l'ipocrita e melensa lamentela per tale orrendo crimine, si è rialzato ancora di più il livore per un certo Donald Trump, che si è permesso, ahi, misero, di bloccare le frontiere americane per quanto riguarda l'immigrazione islamica.
Non si conoscono ancora le future mosse del legittimo inquilino della Casa Bianca ma, anche se recassero danno a noi, in Italia, o agli europei, non riesco a non concordare con lui. E mi spingo oltre, vorrei che l'immigrazione da tutti gli Stati islamici fosse bloccata sine die, con la sola eccezione dei cristiani perseguitati, fino all'improbabile momento in cui l'Islam subisse un drastico cambiamento nelle sue politiche coraniche di conversione. Più o meno tre o quattrocento anni, presumo. E' un lungo periodo di tempo ma che volete farci se, quando qualche raro studioso musulmano chiede la revisione e la reinterpretazione in chiave più moderna del Corano, rinunciando alle sue parole più feroci e barbare nei confronti di altre religioni, viene fatto fuori o costretto a fuggire! E' già avvenuto ed i pochissimi storici e filosofi musulmani che hanno commesso questo peccato capitale hanno già pagato il prezzo di tale eresia.
Mi rendo conto che, prima o poi, verrà attivata nei miei confronti l'antica pratica di "messa all'indice" ma, finchè avrò fiato e dita per esprimermi, continuerò a esprimere il mio pensiero, forse da ignorante, forse da rozza barbona, non so, ma sicuramente da inadatta a far parte della comunità civile attuale: che i nostri illustri rappresentanti, a livelli mondiali, salvo alcune lodevoli eccezioni, non si rendano conto del futuro al quale stiamo andando incontro permettendo al cancro islamico di espandersi ovunque, concedendo ogni sorta di accomodamenti e di permessi e di priorità, mi sembra impossibile.
Nella storia, c'è stato un lungo periodo durante il quale le nostre coste, le nostre navi e le nostre genti vivevano nel terrore delle incursioni saracene, tanto è vero che fu coniata anche l'espressione "Mamma, li turchi". Le scorrerie erano sanguinose, i pirati facevano incetta di schiavi, di bottini sostanziosi e distruggevano senza pietà ciò che non potevano rubare.
Tempi moderni, usanze moderne. Or non è più tempo di scorrerie di tal fatta, almeno dalle nostre parti, non esistono più i capitani di ventura, nè i combattimenti all'arma bianca. Oggi ci siamo modernizzati, oggi c'è l'infiltrazione programmata , l'invasione lenta e metodica. Ma lo scopo è sempre lo stesso e prego il Signore che apra le menti dei tanti illuminati intellettuali che ancora, secondo il mio modesto parere, non hanno ben individuato il nocciolo del problema.
Ma, e qui voglio spezzare una lancia a favore dei suddetti, codesti poveri sciagurati come possono comprendere questo nocciolo quando categorie intere di varie associazioni non fanno che urlare e scendere in piazza a favore dei poveri profughi o rifugiati o migranti o come diamine volete chiamarli. Specialmente quando si arriva al punto che masse di gay sprovveduti si riversano sulle strade al grido di "non toccate l'Islam" et similia? I gay, categoria, come ben noto, molto apprezzata dallo stesso Islam per misurare l'altezza dei palazzi dal tetto fino a terra.
Se, in più, vogliamo dare un'occhiatina anche alla parte femminile, come mai le gloriose femministe non si sono agitate quando è emerso che le antiche tradizioni di vari Paesi musulmani, molto antiche, prevedevano un oggetto che noi chiamiamo comunemente "mordacchia" e che loro chiamano con il poetico nome di balilah o come diancine si chiama, fatto indossare alle loro donne affinchè non affliggano oltremisura i loro padroni? Sembra che ancor oggi diverse donne siano orgogliose portatrici di questo meraviglioso prodotto della civiltà e cultura islamiche di grande fede salafita.
Tutto ciò che ho scritto, comunque, miei impavidi lettori, sono quisquilie e pinzillacchere in confronto all'enorme peccato mortale di un Trump che mette il blocco per quattro mesi - per meglio riorganizzare il programma di difesa al terrorismo - all'ingresso di arabi , turisti o immigrati che siano.
Ma che ci volete fare, così va il mondo, grande e tondo.
Non il mio, però.

30 gennaio 2017

Forze armate ancora impegnate su tutti i fronti in Centro Italia

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Le Forze Armate proseguono, senza interruzione e in costante coordinamento con la Protezione Civile, le diverse attività che sono state assegnate loro nell’ambito del concorso all’emergenza terremoto. Prioritaria rimane la sistemazione delle aree di cantiere che, dopo la recente ondata di maltempo, i militari hanno dovuto sgomberare dalla neve per ricominciare subito i lavori necessari alla successiva opera di urbanizzazione, senza attendere le migliori condizioni meteorologiche per riprendere i lavori.
Come pure continuano incessantemente le valutazioni dell’agibilità degli edifici pubblici e privati degli ingegneri militari, per consentire ai cittadini di rientrare in sicurezza nelle proprie abitazioni.
Gli assetti del Genio dell’Esercito, infatti, anche oggi sono al lavoro, nonostante le difficili condizioni meteorologiche, per porre le basi al posizionamento dei moduli S.A.E. (sistemazione abitativa d’emergenza). Oggi è stato, inoltre, completato un ponte sul Torbidone, nei pressi di Norcia, favorendo la viabilità nella zona e la regimentazione delle acque del torrente.
La realizzazione del ponte è importante perché consente il graduale ritorno alla libertà di muoversi e alle importanti attività quotidiane della popolazione. A proteggere, inoltre, quanto rimane delle abitazioni dei cittadini colpite dal terremoto, continua l’attività antisciacallaggio e di presidio dei militari dell’Esercito che coordinati dalla Polizia prestano continuamente servizio nei comuni colpiti in Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.


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 Contestualmente gli ingegneri militari dell’Esercito e del reparto Genio dell’Aeronautica proseguono l’attività di verifica dei danneggiamenti e le valutazioni di agibilità agli edifici importanti anche per valutare il cosiddetto ‘rischio esterno’, cioè la presenza di edifici che, in quanto lesionati, arrecano pericolo su fabbricati, vie d’accesso e soprattutto vie di fuga.
Attività che dopo gli eventi delle scorse settimane si sono concentrate sugli edifici di pubblica utilità, quali scuole, ospedali, uffici pubblici. Nella giornata odierna i militari dell’Aeronautica hanno svolto presso il comune di Monteleone di Spoleto (PG), la verifica di agibilità del Teatro Comunale, già iniziata giorni fa e resa più complessa dal tipologia strutturale dell’edificio.
Con l’occasione, è stato svolto in mattinata presso il piccolo comune umbro un incontro per un aggiornamento sulle attività di gestione dell’emergenza terremoto, alla presenza del Sottosegretario di Stato agli Interni, on. Bocci, che ha voluto ringraziare personalmente i rappresentanti delle forze dell’ordine, Vigili del Fuoco e Forze Armate presenti.

30 gennaio 2017
Fonte: Stato Maggiore Difesa -  http://www.analisidifesa.it