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16/01/16

MARO' IN INDIA - Stupri, frodi e corruzione: chi è Chandy, il politico indiano che vuole le teste dei Marò


chandy premier kerala india

In attesa di apprendere dalla Cap dell’Aia se, ed eventualmente chi, dove e quando dovrà avviare una vera indagine sugli eventi che hanno coinvolto i Marò, con un’istruttoria se del caso seguita anche da un processo, è bastato qualche tenue spiffero sulla possibilità che l’India stia negoziando in gran segreto un accordo con l’Italia per rimettere in libertà i Marò, indagati da 4 anni senza accuse, a fare esplodere la santabarbara di una interessata strumentalizzazione della sinistra indiana. La miccia che ha prodotto la deflagrazione mediatica è stata la dichiarazione del senatore Latorre, omonimo ma nessuna parentela con il nostro fuciliere del San Marco, attualmente presidente della IVa Commissione permanente Senato (Difesa), il quale ha di recente affermato chiaro e tondo che per nulla al mondo Max Latorre tornerà in India per consegnarsi ai suoi persecutori.
Dal suo santuario di Trivandrum, puntuale e rabbiosa è subito arrivata la replica di Oommen Chandy, il premier del governo del Kerala, nonchè ispirato inventore dal nulla del caso internazionale sui Marò, in combutta con l’ex ministro della difesa di New Delhi A. K. Antony, quello che chiese una tangente di 51 milioni di $ alla società italo-inglese AgustaWestland, alla quale l’India aveva commissionato 12 super-elicotteri. Per inciso, il processo per corruzione internazionale al tribunale di Busto Arsizio condotto contro il Gruppo Finmeccanica si è concluso ad ottobre del 2014 con la piena assoluzione degli imputati italiani circa le accuse di corruzione.
Chissà come si saranno sentiti soddisfatti i giudici nostrani dopo avere distrutto sulla base di un nulla assoluto l’immagine internazionale di un gruppo all’avanguardia tecnologica e che tutto il mondo ci invidia, col risultato di aver mandato in fumo una commessa da 560 milioni di dollari per l’Italia, ed aver causato una esposizione di quasi 340 milioni di euro alla AgustaWestland, dei quali circa 120 riguardano i primi tre elicotteri forniti che gli indiani si sono tenuti, guardandosi bene dal pagarli o dal restituirli, per poi arrivare ad un imbarazzato :”Ops, chiediamo scusa, ci eravamo sbagliati, niente corruzione, anzi siete stati voi ad essere vittime di un ricatto”. Ricatto, come noi abbiamo sempre sostenuto, orchestrato dall’allora ministro della Difesa indiano Antony, l’amico di Chandy, il sanguinario persecutore dei Marò. Ma non sarebbe stato meglio valutare bene la situazione prima di provocare questo enorme danno al Paese ? Chiusa parentesi.
Usando un linguaggio di inaudita violenza il premier keralese è insorto, come riportano i media indiani, scagliandosi contro la prospettiva che Latorre rimanga in Italia non torni più in India nelle more che si decida sulla competenza giurisdizionale sul caso Marò, e che anzi venga rimesso a piede libero anche Salvo Girone. “I due marinai italiani hanno commesso un crimine in territorio indiano ed è quindi all’India che devono rispondere delle loro azioni”, ha tuonato Chandy, per poi aggiungere: “Il governo del Kerala guidato dall’UDF (il partito di sinistra di cui Chandy è uno dei leader, ndr) su questo punto fu irremovibile, ed anzi chiese la restituzione dei due assassini per processarli in Kerala, ricevendo in questo il pieno appoggio dell’UPA (la coalizione di centrosinistra tra UDF e l’NCP-National Congress Party di Sonia Gandhi e di Antony, che ha governato l’India per un paio di legislature prima di essere travolto da scandali e corruzione e sostituito dall’attuale governo di destra di Narendra Modi, ndr).
Poi l’accorato appello rivolto direttamente al premier indiano Modi per sollecitare l’immediato ritorno di Latorre e la reclusione preventiva dei due “criminali” italiani sino alla conclusione del loro processo in India, sotto leggi indiane. Bontà sua, Chandy ha anche tranquillizzato tutti sul fatto che lui “non biasima, nè critica nessuno per la lentezza dell’iter giudiziario indiano”. Insomma, per lui, basta che i Marò restino sequestrati in India, e poi chi se ne frega se sono innocenti o se qualcuno butta via la chiave della loro cella senza manco averli sottoposti ad un giusto processo.
Ora un personaggio del genere ed affermazioni di quel tenore non meritano risposta, anche perchè questa lui l’ha già avuta dalla Corte Suprema indiana, che con la sentenza di gennaio del 2013 circa il ricorso dello Stato del Kerala che rivendicava la sua giurisdizione sul caso, la Corte specificò che “La vicenda dei fucilieri italiani è un caso internazionale, per cui va affrontato tra organismi di pari rango istituzionale, ovvero dal governo dell’Italia e da quello dell’India che hanno sottoscritto i trattati, le convenzioni e gli accordi internazionali che regolano i loro rapporti nell’ambito della comunità internazionale. Il governo italiano ha rapporti solo col governo centrale dell’India per cui non può esserci alcuna disputa tra Italia firmataria degli accordi internazionali ed il Kerala che è solo uno degli stati dell’Unione Indiana”. Più chiari di così.
Poi sorvoliamo che sul fatto che Chandy ignori che i Marò, come si riconoscerebbe a chiunque altro, sono innocenti sino a prova contraria, cioè ad una condanna passata in giudicato dopo un giusto processo. A noi interessa chiarire perchè Chandy ha detto quelle cose e mantenga la sua posizione aprioristicamente colpevolista. Circa un anno fa, mentre si andavano spegnendo i clamori del caso Marò, il premier del Kerala è rimasto impantanato in uno scandalo di livello nazionale, e parliamo di un subcontinnte con 1300 milioni di persone. Qualche tempo prima si era scoperto che una società specializzata in impianti e sistemi di produzione di energia solare, la “The Team Solar Energy Co.” co-diretta da un disinvolto ragazzotto dal nome impossibile, tale Biju Radhakrishnan ed una avvenente e giovane condirettrice dal nome esotico di Sarina Nair, avevano affidato il marketing della ditta ad escorts mozzafiato che avevano fatto arrivare alle stelle il fatturato dispensando favori sessuali e mazzette ad arrapati uomini politici e ricchi imprenditori. Mentre Sarina coordinava la sua flotta di girls, tra un ordine e l’altro il dinamico e palestrato Biju aveva trovato il tempo di ammazzare la propria malcapitata moglie, forse perchè sapendo troppo, sarebbe stato meglio metterla in condizione di parlare poco.
Gli inquirenti hanno potuto accertare che pesanti “incentivi” sono finiti nelle tasche di compiacenti ministri del governo keralese, proprio quello a capo del quale c’è Chandy. E lui come stava messo in questa vicenda? Prima male, adesso peggio. Male perchè se metà dei ministri del governo di uno stato si fa corrempere da quattro elettricisti, il capo di quello stato non se ne può tirare fuori. Poi peggio, perchè varie intercettazioni della polizia trascritte di recente hanno fatto emergere che spesso le telefonate per coordinare tutte queste attività illegali partivano dalla scrivania di Chandy. La banda dietro la Team Solar otteneva grosse commesse pubbliche grazie ai politici (corruzione), oppure stipulava sontuosi contratti di fornitura a prezzi ipergonfiati, grazie alla garanzia dei politici keralesi di turno, commesse per le quali otteneva grossi anticipi cui seguivano forniture micragnose, quando c’erano (truffa).
Il lubrificante di questo sistema, soldi a parte, era il sesso sfrenato ed è facile comprendere che, quando si entra in questa logica, poi non è sempre possibile distinguere escorts e prostitute, cioè le professioniste consenzienti, dalle dilettanti segretarie e dipendenti, o magari solo figlie o nipoti delle suddette, rese accondiscendenti a minacce, botte e cazzotti. Del resto faceva parte del governo keralese anche il signor PK Kunhalikutty, salito alla ribalta della stampa nazionale e locale indiana non per uno degli interessi che rientravano tra le sue tante responsabilità, ma per quello che in India viene chiamato “The ice-cream parlour sex case”, ovvero gli abusi sessuali di gelateria, perchè era nella sala di una famosa gelateria di Thiruvananthapuram che il fratello di Kunhalikutty adescava le vittime, ragazzine tra i 12 ed i 14 anni, che teneva sequestrate per giorni per poi darle in pasto al fratello.
E Kunhalikutty, di fede musulmana, non era uno qualsiasi, perchè nel governo del Kerala rivestiva queste cariche: Ministro per l’Industria e la Ricerca Tecnologica con deleghe al Commercio, alle Miniere e Geologia, alle Tecnologie dell’Informazione, all’Orditura al Telaio e Settore Tessile, al Wafq and Hajj Pilgrimage (l’equivalente della Caritas e dell’Opera Diocesiana Pellegrinaggi dei cattolici, solo che gli islamici ovviamente vanno a La Mecca, i cattolici in Terra Santa), alle Associazioni Professionali e Municipalità, al Piano Regolatore, alle Authorities per lo Sviluppo Regionale. Scusate se è poco. Ecco, è gente di questa risma, questo tipo di persone capeggiate da Chandy ad accusare i Marò ed a chiedere giustizia. Ripugnante.
Ma come ha fatto Chandy, con l’aiuto di Antony, a costruire un caso attorno a Latorre e Girone? Si deve sapere che a febbraio del 2012 il Kerala era teatro di una durissima battaglia elettorale. Il governo di Oommen Chandy fu messo sotto di un solo voto al Parlamento locale, ma quello bastò a sfiduciare l’esecutivo. Non fu possibile trovare maggioranze alternative ed affidabili, per cui si ricorse agli elettori. Nel Kerala l’attività economica più diffusa è quella legata alla pesca in mare. La locale associazione dei pescatori conta la bellezza di 3 milioni di iscritti. Se ciascuno di questi si porta politicamente dietro qualche amico o qualche familiare ecco a disposizione della politica un bel serbatoio di 7-8 milioni di elettori su una trentina di milioni di aventi diritto. Nel Kerala nulla si può fare contro o senza il consenso dei pescatori.
Quel 15 febbraio di 4 anni fa, al largo delle coste del Kerala avvennero due fatti. La mattina, la motonave italiana Enrica Lexie fu puntata da una barca senza insegne, nè bandiere. Dal tracciato radar riportato sul logbook, il natante appare sul quadrante a 2,8 miglia dalla Lexie, in avvicinamento su rotta di collisione alla velocità di oltre 14 nodi. Sorda ad ogni messaggio radio, alle segnalazioni luminose e sonore, l’imbarcazione continuò ad avanzare verso la fiancata della Lexie, sino alla distanza minima di 85 metri, valutata nel rapporto sull’incidente in possesso della nostra Marina Militare. Da bordo, armati di potenti binocoli, i militari del Nucleo di Protezione, i Marò, constatarono che gli uomini d’equipaggio sul natante, descritto sul giornale di bordo di colore blu, erano tutti armati con armi automatiche, fucili e mitragliette.
Fu solo quando essi stavano per accostare sottobordo la Lexie che Latorre e Girone spararono 24 colpi di avvertimento in acqua, fatto che convinse quell’imbarcazione a virare di oltre 90 gradi e ad allontanarsi precipitosamente. Dalla registrazione sul logbook in tempi insospettabili, cioè prima che scoppiasse il caso, il tutto avvenne alle 16.30 circa ora del Kerala, corrispondenti alle ore 11.00 UTC (Coordinated Universal Time), cioè l’ora di Greenwich, a circa 20,5 miglia dalla costa del Kerala, ovvero fuori dalle acque territoriali dell’India. Versione dei fatti, questa, avallata e sottoscritta da 31 testimoni, gli uomini a bordo della Lexie, tra i quali 19 marinai di nazionalità indiana, e coerente con i tracciati dei dati satellitari e del radar di bordo in possesso anche della Marina indiana.
La Lexie informa dell’incidente l’MSRC (Centro di controllo marittimo per la sicurezza della navigazione) di Mumbai, il quale chiede alla petroliera italiana la cortesia di girare l’informazione anche alla Capitaneria di Kochi. In un articolo del 28 ottobre del 2015 (“Come la sinistra colpevolista ha montato un caso ideologico sui Marò”) Qelsi mostra la e-mail con la quale l’MRSC chiede alla Lexie di informare Kochi, fornendo a tal fine il numero del canale radio da utilizzare e due numeri telefonici della locale Capitaneria. Più tardi, la Capitaneria riceve un altro drammatico messaggio, quello di un peschereccio, il St Antony, che lamenta di essere stato oggetto di una sparatoria che ha causato la morte di due pescatori ed annuncia di essere in rotta verso il porto di Neendakara, dove infatti arriva di lì a poco, alle ore 23.30 ora locale.
Sull’orario non possono esserci dubbi, perchè la notizia ha fatto il giro del Kerala ed ha messo in ansia 3 milioni di pescatori ed i loro familiari, parenti, amici e conoscenti. Il molo pullula di radio-TV locali e nazionali, tra i quali l’emittente più importante è il canale nazionale news 24 di NDTV. Appena messo piede a terra, il comandante-proprietario del peschereccio Fredy Bosco viene sommerso dai cronisti e parlando in tamil e malayalam riferisce che qualcuno, un paio di ore prima, aveva sparato loro addosso, apparentemente senza motivo e uccidendo due degli 11 pescatori a bordo. Due ore prima delle 23.30 sono le 21.30. La Lexie aveva sparato alle 16.30, in acqua, solo per avvertimento, senza ferire, nè uccidere nessuno. Il peschereccio assalitore era blu, il St Antony era bianco. A bordo del primo c’erano uomini armati, sul St Antony solo inermi pescatori.
La Lexie ed i Marò, quindi, non c’entrano niente con la morte dei due pescatori, ma per Antony e Chandy, ex ministro indiano della difesa e potentissimo politico il primo, corrottissimo e smaliziato maneggione il secondo, entrambi immersi nell’alleanza “ulivista” dell’Upa nel governo di New Delhi, quella incredibile, ma casuale coincidenza andava benissimo per montare un caso. Al primo serviva qualcosa per costringere gli italiani a mollare ed essere più malleabili sulla tangente da strappare per la commessa dei superelicotteri. Al secondo serviva un qualcosa di eclatante per creare un caso da strumentalizzare a fini politici in una tormentata e difficile campagna elettorale. E’ nato da questa concorrenza di interessi il caso Marò.
Se questa è la genesi, tutto il resto diventa semplice chiaro e trasparente, atremmo quasi per dire quasi ovvio e banale. Bisognava far confluire due avvenimenti in uno solo. I Marò hanno sparato qui? I pescatori sono stati uccisi là? Facciamone un unico fatto, congruiamo gli elementi probatori, costruiamo prove contro e cancelliamo quelle a favore della realtà fattuale ed oplà tutto a posto. I pescatori keralesi hanno avuto giustizia e sono contenti tanto da votare compatti per il capopopolo Chandy; Antony ha avuto quello che voleva, l’Italia pagherà i danni, i Marò, …beh loro se ne faranno una ragione. Magari alla fine dopo avegli inflitto 20 anni di carcere a noi indiani, avranno pensato Antony e Chandy, ci ringrazieranno pure quando mostrando comprensone e magnanimità li rimanderemo a casa abbonandogli una decina d’anni di galera. 

Di Rosengarten, il  
fonte: http://www.qelsi.it

Il disastro delle adozioni in Italia




 

Lunghe trafile burocratiche, costi alti e tribunali che hanno potere decisionale sulla idoneità delle famiglie. La Commissione per le adozioni internazionali è bloccata. E il numero di bambini adottati si è dimezzato in tre anni



«Perché deve essere un giudice a stabilire se una coppia ama a sufficienza il bambino che vuole adottare? E perché si deve subire un processo per arrivare all’adozione?». Mentre i partiti si accapigliano sulla stepchild adoption (l’adozione del figlio del proprio compagno nelle coppie omosessuali), Marco Griffini, presidente dell’Ai.bi, associazione Amici dei bambini, denuncia le ingiustizie e lo stato di abbandono dell’intero sistema delle adozioni nel nostro Paese. «Solo in Italia i tribunali dei minorenni hanno totale potere decisionale sull’idoneità delle coppie, e ognuno fa a modo suo. E da due anni la Commissione per le adozioni internazionali (Cai) non organizza un incontro con le delegazioni straniere né pubblica i dati sul numero di bambini adottati dall’estero», dice. Tanto che il Permanent Bureau de L’Aja, che sorveglia sulla applicazione della Convenzione sulla protezione dei minori, ha richiamato l’Italia per il mancato rispetto delle sue linee guida.
Oggi negli orfanotrofi italiani ci sono 35mila bambini. Li chiamano «minori fuori famiglia». A questi si aggiungono i 400 neonati abbandonati ogni anno alla nascita. Le adozioni nazionali, in compenso, sono pochissime. In un anno si aggirano tra le 1.000 e le 1.300. «Non sappiamo però quanti sono i bambini dichiarati adottabili dai tribunali per i minorenni perché una banca dati non esiste», dice Griffini. «Se ci fosse, i bambini adottati sarebbero certamente di più». Una legge del 2000 prevedeva l’istituzione della banca dati. E l’Ai.bi ha anche vinto una causa al Tar. Ma nulla è stato fatto. «Questo fa capire il grado di attenzione della politica verso le adozioni», denuncia il presidente dell’Ai.bi. «Oggi c’è grande interesse per la stepchild adoption perché riguarda gli adulti, mentre per le migliaia di bambini abbandonati l’interesse è scarsissimo. I bambini, purtroppo per loro, non votano».
«Oggi c’è grande interesse per la stepchild adoption perché riguarda gli adulti, mentre per le migliaia di bambini abbandonati l’interesse è scarsissimo. I bambini, purtroppo per loro, non votano»

In Italia a decidere se una coppia può adottare o meno un bambino è il tribunale per i minorenni. Succede solo nel nostro Paese. Altrove sono i servizi sociali a guidare gli aspiranti genitori verso l’adozione. «Da noi per adottare devi subire un processo», dice Griffini. Una coppia viene vista, valutata e rivalutata. E se diecimila coppie all’anno chiedono di adottare un minore italiano, alla fine solo una su dieci ci riesce.
La cosa peggiora con le adozioni internazionali. «In questo momento c’è una totale assenza del governo italiano su questo tema», spiega Griffini. «Sono quattro anni che la Commissione per le adozioni internazionali praticamente non funziona». Prima la regola era che a capo della Commissione ci fosse un ministro. Dal governo Monti in poi il vertice è stato affidato a un tecnico. E la cosa, secondo Griffini, ha allontanato il tema adozioni dall’agenda delle politica. «Quando al vertice c’era Carlo Giovanardi, al di là dell’opinione che si può avere per Giovanardi», spiega il presidente di Ai.bi, «la Commissione funzionava e c’erano quattromila adozioni all’anno. Si facevano incontri con le delegazioni straniere, si apriva a nuovi Paesi e si andava all’estero. Poi alla presidenza arrivò Andrea Riccardi. In due anni ci fu un solo incontro con una delegazione straniera».
Ma «l’apice si è raggiunto con il governo Renzi che, invece di nominare un ministro, ha messo alla presidenza della Cai il magistrato Silvia Della Monica. In due anni non ha mai riunito la commissione, né ha fatto un incontro con le delegazioni straniere». Lo denunciano tutti gli enti autorizzati che si occupano di adozioni. Le richieste per aprire canali adottivi con nuovi Paesi stranieri vengono puntualmente rigettate. Molti lamentano addirittura di non riuscire a mettersi in comunicazione con la Commissione. E per mesi 150 famiglie sono state in attesa di una lettera per sbloccare altrettante adozioni dalla Bielorussia. «Sono quattro anni che non si apre a Paesi nuovi», dice Griffini. «Nelle adozioni i rapporti di diplomazia sono fondamentali. Se la commissione non favorisce questi incontri, i Paesi stranieri preferiscono dare figli ai francesi o agli spagnoli, non a noi».
Senza dimenticare le trafile burocratiche da seguire per adottare un bambino. Tutto è a totale discrezionalità dei tribunali per i minorenni. «In Veneto, ad esempio, i tribunali non danno l’idoneità per le adozioni di bambini al di sopra dei sei anni», racconta Griffini. «Altri tribunali dicono invece che non puoi adottare più di un figlio. È una violazione impressionante dei diritti umani. La coppia non ha alcuna garanzia di ottenere l’idoneità».
«L’apice è stato raggiunto con il governo Renzi che, invece di nominare un ministro, ha messo alla presidenza il magistrato Silvia Della Monica. In due anni non ha mai riunito la commissione, né ha fatto un incontro con le delegazioni straniere»

In più ci sono i costi. «Se devi adottare un bambino in Russia, devi fare almeno quattro viaggi. Per adottarne uno in Brasile, devi stare lì due mesi. A questi si aggiungono i costi burocratici: in alcuni casi per regolarizzare la documentazione bisogna pagare fino a 2mila euro, e ci sono le tasse da pagare ai Paesi stranieri, oltre che le spese di gestione degli enti autorizzati».
Nel 2012 le adozioni internazionali erano 4mila. Nel 2015 il numero si è dimezzato. «Nonostante in Italia ci siano 5 milioni e 300mila coppie sposate senza figli», dice Griffini, «le coppie che chiedono di fare un’adozione internazionale quest’anno sono state solo 3mila. Si è impauriti e scoraggiati». L’adozione non viene promossa e «c’è una cultura negativa intorno alla coppia che vuole adottare. La coppia viene supervalutata, superselezionata, quando invece andrebbe accompagnata. La maggior parte delle coppie finisce per rinunciare in partenza, anziché affrontare questa via crucis».
Non è finita qui. Il nostro Paese, in tema di adozioni, ha un grosso problema di trasparenza. Non solo per la mancanza della banca dati dei minori italiani adottabili. Nel nostro Paese non si conosce il numero delle adozioni internazionali, da quali Paesi provengono e l’età dei bambini adottati. Ogni anno ai primi di gennaio la Commissione per le adozioni internazionali pubblicava i numeri delle adozioni dell’anno precedente, appoggiandosi al settore statistico dell’Istituto degli Innocenti di Firenze. Fino al 2013. «Sono due anni che la Commissione non pubblica i dati», dice Griffini. «Renzi ha fatto della trasparenza una battaglia della sua politica, e invece l’organo di controllo delle adozioni internazionali ci ha appena fatto una tirata d’orecchie per l’assenza di trasparenza. Nessuno oggi in Italia sa quanti sono i minori italiani dichiarati adottabili né quante siano le adozioni internazionali. Come se fossero merce che non interessa a nessuno».
«Nonostante in Italia ci siano 5 milioni e 300mila coppie sposate senza figli, le coppie che chiedono di fare un’adozione internazionale quest’anno sono state solo 3mila. Si è impauriti e scoraggiati. L’adozione non viene promossa e c’è una cultura negativa intorno alla coppia che vuole adottare»

di Lidia Baratta - 11 Gennaio 2016 

fonte: http://www.linkiesta.it

15/01/16

Le femministe distratte


 


Sulle violenze di Colonia pensavamo di sapere tutto mentre invece, complice il tentativo di diffondere paradossali versioni tardive, rivedute e corrette, probabilmente sappiamo ben poco.
Pensavamo in principio che la cultura retrograda di certi popoli (usiamo questa parola senza timore, perbacco) avesse spinto più di qualche gentil migrante a fare il gioco della bottiglia (di vino) e che poi il clima si fosse “solo” surriscaldato dando sfogo a delle pulsioni sessuali definibili bestiali. Poi, il solito timore di essere etichettati come razzisti e la paura di attribuire colpe ben precise pronunciando termini proibiti come islamico ed immigrato, tanto per citarne due, hanno fatto il resto.
Evidentemente i fatti di Parigi, unitamente a quelli tedeschi, non sono bastati a dare all’occidente il coraggio necessario a guardare in faccia la realtà ammettendo apertamente che questa è una guerra e che il piano dello scontro si è allargato svariando dalle azioni militari a quelle di guerriglia urbana tesa a soffocare impietosamente valori come la libertà e l’emancipazione delle donne. Sta montando la teoria della cospirazione sull’argomento? Si stanno costruendo menate complottarde da visionari?
Può darsi, ma allora ci si spieghi come mai si sia tentato di mettere la sordina ad eventi come quello di Bielefeld (Westfalia) ove circa cinquecento uomini avrebbero forzato l’ingresso di una discoteca, l’Elephant, facendo violenza sulle donne. Ci si spieghi come mai si sia tentato di minimizzare sulla dinamica delle molestie di Colonia non ammettendo subito che gli invasati si muovevano in branco dando una parvenza di organizzazione.
Ci si spieghi come mai solo adesso emerge il presunto ordine online (non smentito dai servizi segreti o dal ministero dell’interno tedesco) impartito ai cosiddetti rifugiati ed avente come oggetto un fantomatico incitamento alla “Taharrush Gamea” ovvero la molestia della donna bianca come simbolo del predominio dell’uomo musulmano sugli infedeli nel nome del “Dar al harb”, ovvero “territorio di conquista”. Che sia vera o falsa, organizzata o spontanea, questa nuova jihad sessuale costituisce un chiaro messaggio politico tendente a mostrare chiaramente che la legge coranica è attiva in Europa e che qualcuno si sta preoccupando di farla rispettare imponendola anche con i metodi barbari di Colonia. Chiaro che adesso si grida al depistaggio tanto che qualcuno sussurra addirittura che sia un crimine “fatto in casa” buono per chiudere le frontiere. Ovviamente altri si appellano alla solita torbida “pista nera” mormorando che il fantomatico appello on-line alla Taharrush Gamea sia stato diffuso ad arte dai neonazisti per cercare lo scontro ed il disordine sociale.
Fatto sta che, mentre come al solito si latra contro il solito pericolo proveniente da destra, ecco che da sinistra l’utopia multiculturale ed il mito dell’integrazione falliscono clamorosamente provocando danni incalcolabili che l’occidente forse pagherà per lunghissimo tempo. Ma la pista nera ovviamente “fa più figo”.
Il paradosso è che la sinistra non si rassegna al fallimento dell’utopia terzomondista e si ostina a rilanciare difendendo con testardaggine ciò che è indifendibile, non arrendendosi all’evidenza che, un mondo in preda ad una caotica mescolanza, sarà pure bello concettualmente ma è pernicioso praticamente. Senza andare troppo lontano, basta leggere i commenti delle femministe italiane sui fatti di Capodanno per avere la cifra dell’ottusità mondialista basata sull’accoglienza ideologica più che sulla bontà d’animo.
Quelle che hanno spinto sul reato di femminicidio, quelle del “se non ora quando”, quelle del “corpo delle donne” e menate simili, ora tacciono di fronte alla barbarie maschilista solo perché i responsabili sarebbero gli amati migranti. Natalia Aspesi su “la Repubblica” non riesce a chiamarli musulmani ma li chiama “maschi stranieri” e li definisce meno pericolosi dei maschi occidentali i quali, secondo Amalia Signorelli, vorrebbero difendere le donne teutoniche solo per rivendicare la loro superiorità sui musulmani. Dacia Maraini invece, non si sa in base a quali misteriosi dati, nega che i fatti di Colonia possano essere stati commessi da immigrati e rifugiati, “gente che ha alle spalle storie molto dolorose”.
Poteva mancare una perla del ministro della Difesa, Roberta Pinotti? Eccola infatti blaterare sul fatto che una visione della donna sottomessa non sia solo prerogativa dell’Islam ma anche dei Cattolici. Rincara quindi la dose citando le Epistole di San Paolo ove si legge che “le donne siano sottomesse al marito” (peccato che San Paolo continuasse la lettera dicendo anche “e voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”). Una marmellata di vetero femminismo che si scontra con la difesa ideologica del migrante e che, impazzendo, genera una maionese intrisa di frasi deliranti miste a ragionamenti che di logico non hanno veramente nulla.
Cazzeggio puro insomma che la dice lunga sul fatto che l’Occidente sia lontano dalla presa d’atto di un fenomeno che non è vagamente sociale, non è culturale ma si sta trasformando da geopolitico a domestico. Il nuovo cavallo di Troia è entrato nottetempo nelle mura occidentali a bordo di un barcone e si è stabilito nelle periferie delle nostre città. Il tragico epilogo, frutto di una comprensione tardiva del pericolo, è storia che forse andrebbe riletta.

di Vito Massimano - 14 gennaio 2016

Benvenuti in Eurabia, compagni!


Mona Lisa burka

Sono passate le ere glaciali, si sono sciolti i ghiacciai del comunismo, del socialismo, del riformismo, del progressismo, è sorto il sole del renzismo ma quelli di sinistra hanno sempre lo stesso difetto genetico: si chiama “carenza di adattamento alla realtà”. Vivono sospesi in una bolla di aria calda tra la terra e il cielo, fluttuante nelle scemenze delle proprie convinzioni ideologiche; poi accade sempre che, come d’incanto, la bolla esploda e loro cadano con il sedere per terra accorgendosi che la realtà è un’altra cosa.
Quando erano comunisti e aspettavano il Sol dell’Avvenire, la situazione era disastrosa. Passavano i decenni e non c’era modo che accettassero quello che andava contro le loro certezze: infatti, c’hanno messo 70 anni per capire che i Gulag non erano colonie estive per i figli degli operai sovietici e che migliaia di italiani, nelle foibe, non c’erano caduti durante una scampagnata.
Così come i carri armati comunisti in piazza S. Venceslao o a Budapest non erano entrati per portare la pace nel mondo (come scriveva Giorgio Napolitano) e che le montagne di teschi raccolti da Pol Pot non servivano per le repliche dell’Amleto.
Poi l’hanno capito e allora, per salvare la faccia, hanno deciso di non essere più comunisti; è bastata una scrollatina di spalle, un cambio di abito et voilà, sono rientrati in scena con un nuovo trucco e un nuovo copione.
Sarà che l’Evoluzione è una cosa seria, ma bisogna prendere atto che a sinistra hanno migliorato la capacità di analisi: se prima ci mettevano 15 anni per capire che le Brigate Rosse non erano “compagni che sbagliavano” ma terroristi che sparavano, ora ce ne hanno messi meno della metà per comprendere che i jihadisti che si fanno esplodere e sgozzano non sono “nuovi resistenti” ma tagliagole islamici fanatici e disumani.
Eppure, c’era un argomento sul quale la bolla ideologica della sinistra post-moderna ha continuato a galleggiare sopra la realtà: quello dell’immigrazione e dell’accoglienza. Su questo, niente da fare. Neppure il fallimento del multiculturalismo, i quartieri jihadisti ad Amsterdam e Bruxelles, i tribunali della sharia in Gran Bretagna e Germania, le rivolte dei giovani musulmani nelle banlieue francesi, il terrorismo islamico in Europa praticato da cittadini europei, hanno turbato le certezze sul dogma dell’accoglienza; complici il falso buonismo di sensi di colpa mai sopiti e il nefasto potere dei tecnocrati di Bruxelles, ai quali la sinistra italiana è avvinta come l’edera.
Ma ora qualcosa sta cambiando: dopo i fatti di Colonia si accorgono anche loro che l’immigrazione può essere un problema serio. Lucia Annunziata ha scritto che, quello che è accaduto, è “il primo episodio di scontro di civiltà “(ah, quindi esiste!!!).
Ed ora a sinistra arrivano persino a dare ragione ai cittadini di Tor Sapienza (quelli che fecero la rivolta contro gli immigrati violenti), a suo tempo bollati come razzisti dagli intellettuali radical-chic; e a chiedersi se quelli che arrivano da noi sono veramente tutti profughi bisognosi. Domande che qualcuno si fa da anni, accusato di xenofobia e intolleranza dalle anime belle dell’accoglienza ideologica. Ora che hanno paura, iniziano a farsele anche loro.
Che dire: benvenuti in Eurabia, compagni!

di Gianpaolo Rossi - 15 gennaio 2016
fonte: http://blog.ilgiornale.it 


Su Twitter: @GiampaoloRossi

14/01/16

Perché non rimandiamo in Siria i “profughi” in età militare?






Da quando seguo la questione migratoria, con centinaia di migliaia di persone in arrivo sulle nostre coste a cadenza regolare, mi chiedo sempre una cosa: ma da quando in qua lo “scappare dalla guerra” è degno di venire elevato a valore morale o a fattore giustificativo a livello generalizzato?
E’ una domanda che mi balena in testa soprattutto quando vedo etichettare la parola “profugo”, usata spesso con leggerezza, anche addosso a maschi forzuti e di ottima condizione in arrivo dalla Siria. Mi chiedo se lì non si stia combattendo una guerra tra uno stato laico che dal 2011 lotta contro il terrorismo jihadista, e visto che la risposta non può che essere affermativa, mi chiedo con quale titolarità questi virgulti in età da combattimento vengono fatti entrare in Italia, in un momento in cui combattere il terrorismo dovrebbe essere la priorità per ogni governante degno di questo nome.
Passino le donne, i bimbi e gli anziani, i quali possono aver diritto dello status di rifugiati a vario titolo e con i dovuti distinguo. Ma con che coraggio si accolgono in Italia (e altrove) delle persone giovani e capaci che dovrebbero essere in prima linea a combattere l’ISIS a casa loro?
Facendo due conti, si può pure pensare male. Se di prevenzione e antiterrorismo si parla, lodando l’operato dei servizi italiani e delle forze dell’ordine fin qui capaci di prevenire ogni possibile attacco nel nostro paese, viene da chiedersi quanto possa essere radicato e forte il sentimento anti-islamista in persone che fuggono da una terra, la loro, che è sconvolta dall’attacco jihadista da cinque anni. Viene da chiedersi quanto ci si possa fidare di individui che, nel momento in cui la loro nazione è fatta oggetto di attacco dal cancro dell’islamismo radicale, decidono di fuggire.
Perché i media mainstream, al posto di esibirsi in un pietista e ipocrita elogio all’Accoglienza, non si fanno queste domande? Perché viene dipinto quasi come un Eroe o un martire chi scappa dalla guerra e non chi la sta combattendo tra le fila dell’esercito della Siria baathista? Perché non viene stipulato un accordo con il presidente Bashar Al-Assad per identificare e rispedire in Patria tutti i siriani in età da combattimento, per farli effettivamente combattere o per portarli davanti alle loro responsabilità, se di disertori si tratta?
In un momento in cui cancellare lo Stato Islamico dovrebbe essere la priorità dell’Europa, viene da chiedersi perché non si inizi a farlo mettendo in condizione il popolo siriano di combatterlo, cominciando da chi, in età spendibile, viene in Europa ignorando bellamente le proprie responsabilità.
E suona strano, se non prezzolato, pure tutto il giustificazionismo montante proveniente da Sinistra, dove a ben vedere di retorica partigiana, di combattenti scesi dalle montagne, si è vissuto per decenni. Magari ultimamente il lessico boldriniano politicamente corretto ha spostato gli equilibri, certo, ma da qui a pensare di camuffare la realtà, il passo è fortunatamente ancora lungo.
La realtà è che un continente realmente interessato a combattere l’ISIS avrebbe firmato quel tipo di accordo con Assad all’indomani dello scoppio della guerra. Se dopo cinque anni l’Europa che Tollera e Accoglie non ha fatto niente di tutto questo, significa che molto probabilmente il combattere i terroristi dello Stato Islamico non è tra le priorità di Bruxelles.

Alessandro Catto - 2 gennaio 2016
fonte: http://blog.ilgiornale.it

13/01/16

IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - UN'ALTRA OCCASIONE SPRECATA





13 Gennaio 2016
Stefano Tronconi 

Questa volta la palma dell''incapace di tappa' se la aggiudica Nicola Latorre, senatore pugliese del PD e presidente della Commissione Difesa (ovviamente la maglia rosa dell''incapacità assoluta' continua ad indossarla l'intero governo italiano).
Con la sua infelice uscita di ieri nella quale annunciava che Massimiliano Latorre non sarebbe tornato in India è riuscito a sollevare un vespaio sulla stampa indiana proprio alla vigilia dell'udienza della Corte Suprema ed a provocare la reazione di quel governatore del Kerala, Oomen Chandy, che avrebbe già dovuto finire dietro le sbarre per il sequestro dei due fucilieri di marina ed invece si trova in questi mesi a giocarsi il suo avvenire politico in quanto vicino alla scadenza del suo mandato.
Ormai non ho più parole per commentare l'idiozia della nostra classe politica e dei nostri commentatori giornalistici!
Da un anno e mezzo il problema è come fare rientrare in Italia Salvatore Girone.
Invece, tanto per far parlare di sè, politici e giornalisti continuano a sollevare il problema dell'inesistente possibilità di un ritorno in India di Massimiliano Latorre, che l'Italia non potrà mai concedere e che il governo indiano in carica non richiede e certamente non vuole (ormai nella decisione di oggi della Corte Suprema è venuto anche meno ogni riferimento ai 'problemi di salute').
Parlare continuamente a vuoto del 'non rientro di Latorre in India' (che formalmente è venuto meno ai termini del permesso concesso nell'ormai lontano Settembre 2014 dall'india) significa solo dare spazio in India a quei politici corrotti e criminali che sul caso marò e sul comportamento demenziale dell'Italia nel caso hanno fatto carriera continuando a dar loro munizioni per ostacolare l'azione di chi in India la vicenda vorrebbe invece risolverla.
Oomen Chandy e le malefatte della sua cricca politico-criminale avrebbero dovuto essere portate alla luce e messe al centro dell'azione italiana fin dal 2013 quando furono svelate nella loro interezza.
Invece gli incapaci e vigliacchi governi italiani che si sono succeduti hanno preferito 'dirottare' la vicenda dal terreno 'verità verso menzogne' a quello dello scontro 'Italia verso India' sul tema assai scivoloso della giurisdizione.
Con l'aggravante che con le loro 'dichiarazioni buffonate' che arrivano sempre nei momenti più delicati (vedi da ultimo appunto quella di ieri del senatore Latorre) impediscono anche alla parte indiana di prendere una decisione che quantomeno scongeli la situazione di Salvatore Girone.
Con l'azione italiana ora 'paralizzata' dalla scelta di ricorrere all'Arbitrato Internazionale sulla giurisdizione, purtroppo dovremo a questo punto metterci (e soprattutto lo dovrà Salvatore Girone) di nuovo in attesa per qualche mese in attesa della prossima udienza sul caso e del via libera da parte della Corte Suprema indiana.
Un'altra occasione è stata sprecata.
Anche perché, come scrivevo lo scorso 14 Novembre, .......'tra l'altro la finestra di opportunità per il possibile rientro di Salvatore Girone durerà verosimilmente non più di un paio di mesi dall'elezione di TS Thakur perché per la prossima Primavera sono in programma le elezioni per il rinnovo del Parlamento del Kerala con il rischio per Salvatore di ritrovarsi ostaggio di una nuova campagna elettorale indiana.'
Cari politici italiani, vergognatevi tutti!

fonte: https://www.facebook.com/stefano.tronconi.79?fref=ts

12/01/16

CASO MARO' - "Marò e pena di morte: nessuno finga di non sapere "





Roma, 12 gen – Fra pochissimi giorni avremo due appuntamenti importanti sulla vicenda dei due Marò che tuttora, senza nemmeno il deposito dei capi di accusa, dopo quattro anni sono ancora sotto la giurisdizione indiana:
Sabato 16 gennaio Massimiliano Latorre, da circa un anno in Italia per curare i postumi di un ictus, dovrebbe tornare in India: gli è scaduto il “permesso”
Lunedi 18 il Tribunale Internazionale dell’Aia dovrebbe pronunciarsi sulla richiesta italiana di far rientrare dall’India Salvatore Girone. O meglio sottrarre i due dalla “giurisdizione penale indiana” a cui sono ora sottoposti. Questa richiesta italiana era già stata inoltrata al Tribunale del Mare di Amburgo ma non accolta.
Nel frattempo, da Agosto 2015 a oggi, abbiamo terminato l’analisi tecnico-giudiziaria dei vari Allegati (Annexes) depositati a Amburgo il 6 agosto 2015 dal rappresentante della Republic of India (dico “abbiamo” per ringraziare ancora una volta chi ha collaborato e sta collaborando con me). Allegati che avrebbero dovuto dimostrare la colpevolezza dei due accusati ma che si sono rivelati un clamoroso autogol certificando limiti, omissività e inconsistenze delle accuse. E questo lo sappiamo da mesi dall’analisi dei singoli documenti via via rese pubbliche (e verificabili sui documenti giudiziari indiani finalmente usciti dalla cassaforte). Ma dall’esame degli ultimi Annex analizzati, quelli relativi alle “testimonianze” è emerso che lo sproloquio indiano del 6 Agosto (i Marò sono colpevoli e l’Italia cerca compassione) era funzionale ad andare a processo utilizzando la legge antipirateria SUA Act, per mezzo delle “testimonianze-fotocopia” abborracciate in tutta fretta il 1 agosto 2015 per inserirle come allegato nelle “Osservazioni scritte” del 6 Agosto.
Andare a processo col Sua Act consentirebbe all’accusa di andare a processo senza produrre le prove della colpevolezza (che mancano totalmente) e di rovesciare l’onere della prova sugli accusati. Come ai tempi della caccia alle streghe (trovate tutto nei link). Pochi lo possono capire, solo chi ha maturato una conoscenza approfondita della vicenda. Ma non è la prima volta che le autorità indiane giocano sull’ambiguità abilmente sostenuta dalle autorità italiane per mantenere i due militari con il collo nel capestro (sempre per mantenere aperti i lucrosi maneggi commerciali delle Prime Tessere e gli scambi quattrini-armi). La prima volta è stato quando Latorre e Girone furono rispediti in India a fronte di “rassicurazioni” indiane che non sarebbe stata applicata la pena di morte, con frasi che invece ne ribadiscono l’applicabilità (vedi il documento originale dell’Ambasciata indiana).



Questo il diario dei fatti del 2013
–  21 marzo 2013

La Presidenza del Consiglio dei Ministri annuncia che l’Italia ha avuto garanzie circa la non applicabilità della pena di morte agli imputati senza le quali non avrebbe permesso il loro rientro in India al termine della licenza elettorale. In realtà la nota che il sottosegretario Staffan de Mistura sventola in udienza parlamentare, asserendo che il governo indiano ha fornito all’Italia una “assicurazione scritta ufficiale” sulla non applicabilità della pena di morte nei confronti dei due fucilieri si limita ad una sola frase, diplomaticamente ambigua che non garantisce ne esclude nulla:

 “Per la consolidata giurisprudenza indiana, questo caso non ricade tra quelli che attirano la pena di morte, che è come dicono il più raro dei rari casi. Pertanto, non è necessario essere in apprensione al riguardo“.
–  22 marzo 2013
I due militari rientrano a Delhi.
–  

23 marzo 2013

Il ministro degli Esteri indiano, Salman Khurshid, dichiara in parlamento: “Che il loro processo in India non rientra nei casi in cui è prevista l’applicazione della pena di morte” ma anche che “non c’è stato nessun accordo, né ci sono state garanzie” nei colloqui fra i due governi volti a permettere il ritorno dei marò in India.

 Il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, in un’intervista afferma che non è stata data alcuna garanzia sulla non applicazione della pena di morte al governo italiano.
– 28 marzo 2014

Viene ammesso un ricorso italiano in merito all’esclusione della SUA Act dal caso, ma ad oggi in merito nessun pronunciamento definitivo è stata emesso dalle Corti indiane.
Ora è facilissimo verificare che il 1 Agosto 2015 sono state abborracciate le famose “testimonianze fotocopia” di tre pescatori indiani (Kinserian, Freddy e Adimal) per poterle inserire nello sproloquio del 6 Agosto a Amburgo (le Osservazioni Scritte, quelle della compassione) dove i tre testimoni miracolosamente hanno riconosciuto i volti di Girone e Latorre che sparavano a 300 metri di distanza e dall’ala di plancia di dritta alta 23 metri (un palazzo di sette piani!) Queste testimonianze completano quelle rese a marzo 2013 da tre imbarcati sulla Enrica Lexie (Vitelli, Gupta e Samson) che altrettanto miracolosamente vedono che era un peschereccio, non c’erano persone armate, non c’erano scale e nemmeno ganci da abbordaggio (gli hanno fatto la radiografia). Ma, altrettanto miracolosamente non leggono il nome “St. Antony” lungo due metri e dipinto sulla fiancata. (http://www.seeninside.net/piracy/it-alle2.htm#c1)
Quindi i nostri militari
 renzi 
non sono stati protagonisti di un incidente in mare (e quindi in giurisdizione del Tribunale Internazionale) ma sono dei criminali comuni, volgari assassini che senza preavviso (Kinserian, Freddy, Adimal) hanno sparato contro persone disarmate che non costituivano nessuna minaccia (Vitelli, Gupta, Samson). C’è tutto quello che serve per applicare la Sez.3 del SUA Act e andare a processo senza esibire neanche le prove a carico dei due accusati (che non esistono). E la Sez. 3 del Sua Act prevede l’automatica condanna a morte in caso di colpevolezza, potete verificare.
Che facciamo, la seconda del governo Monti? Facciamo tutti finta di niente per non turbare il cash flow dall’India sui conti correnti delle Prime Tessere? Ma poi i 30 Denari li distribuite o rimangono tutti in Svizzera? Io non ci voglio neanche pensare che dopo aver avuto finalmente il coraggio di ricorrere al Tribunale Internazionale, liberandoci dalla ignomignosa condotta cominciata con Monti, ora il governo Renzi faccia altrettanto. Non ci voglio neanche pensare, ma attenti perché non vi facciamo vendere più all’India nemmeno un archibugio d’epoca e quando viene il paperone siderurgico indiano a comprarsi l’Ilva, lo andiamo ad accogliere a mattonate. Nei gruppi Pro-Marò su facebook siamo ormai quasi centomila, qualcuno che mi accompagna lo trovo.

Luigi Di Stefano - 12 GENNAIO 2016
FONTE: http://www.ilprimatonazionale.it/

11/01/16

Caso marò: un mare di abusi recensione di GIULIO MARIA TERZI DI SANT'AGATA


 


Caso marò: un mare di abusi, ex Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, recensisce il nuovo libro “Un mare di abusi” di Giuseppe Paccione edito da ADDA.
Un mare di abusi che non si può nascondere. Non si può navigare a vista senza fare luce sulla questione dei marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i nostri soldati ‘catturati di fatto’ dalle autorità indiane mentre erano in missione antipirateria dell’Onu.
Tale vicenda merita certamente un approfondimento autorevole, obiettivo e informato come quello contenuto nella ricerca di Giuseppe Paccione.
Nonostante siano ormai trascorsi quasi quattro anni da quell’incidente in acque internazionali che Nuova Delhi sostiene aver coinvolto i due soldati, senza peraltro aver mai prodotto prove né avviato un’incriminazione, continua a permanere la fitta cortina fumogena stesa dai governi e da gran parte dell’informazione italiana
 sull’esatto inquadramento dei fatti, sul solido fondamento legale della competenza italiana. E da qui sulle buone ragioni italiane nell’invocare la Convenzione sul Diritto del Mare (UNCLOS).
Questo muro di gomma serve a confondere l’opinione pubblica, facendo passare in sordina l’irresponsabile assenza di iniziative del Governo sul piano internazionale per far valere la sovranità e i legittimi interessi dell’Italia, facendoci credere che “due poveri pescatori sono morti e i Marò italiani devono essere processati in India perché le vittime sono indiane”.
È questa l’esperienza inquietante che traggo ogni giorno insieme ai molti amici che non lasceranno mai soli i nostri soldati, dalle interazioni sui social networks alle infinite occasioni di dibattito sull’argomento.
A distanza di anni sono ancora tante le persone che si chiedono perché si insista sulla presunzione di innocenza di Latorre e Girone. E gli interrogativi sono tanti. Perché non debba essere l’India a decretare un’esemplare condanna; perché invocare un Arbitrato che "richiederebbe tempi epocali"; perché la Lexie abbia invertito la rotta; perché "la Farnesina abbia dato tale ordine"; perché il Ministro degli Esteri "non abbia sin dai primissimi giorni della vicenda internazionalizzato la questione"; perché il Governo Monti "voleva trattenere nel marzo 2013 il Marò in Italia violando l’Affidavit con New Delhi".

Ho riportato solo alcune delle falsità che sono in circolazione. E non sulle bocche di sprovveduti, bensì continuano ad essere diffuse da commentatori e organi d’informazione di presunta autorevolezza. [In foto l'autore del libro Giuseppe Paccione]
Il libro di Giuseppe Paccione contribuisce meritoriamente a un resoconto oggettivo di fatti rilevanti sotto il profilo giuridico.
Esprime al tempo stesso valutazioni ben argomentate sulle ragioni del nostro Paese e sulle soluzioni praticabili per risolvere una controversia con l’India che ha prodotto molti più danni di quanto non sarebbe avvenuto trattenendo Latorre e Girone in Italia in quel marzo 2013, risolvendo così una questione che l’India stessa già percepiva all’epoca come "intrattabile".
Non vi può essere una politica estera degna di un grande Paese come il nostro, senza un riferimento incondizionato alle regole del diritto internazionale, ai Trattati ratificati dal nostro Parlamento, ai valori dell’uomo che l’Italia ha voluto, in decenni di coerente azione diplomatica, fossero premessa e obiettivo delle moderne relazioni internazionali.
Rifiutare a far valere gli strumenti del diritto e i meccanismi offerti dall’ordinamento internazionale, come è avvenuto negli ultimi due anni, nella illusoria speranza di compromessi nascosti a scapito della dignità e dei diritti dei nostri due soldati, fa parte delle intenzioni di chi vuole ricavare dalla vicenda altri scopi non chiari nel rapporto con l’India.
Dobbiamo impedirlo.
Il Paese ha mostrato in questi mesi il rischio che deriva dalle interferenze di un malaffare criminoso, persino in alcuni aspetti della nostra politica estera e di sicurezza.
Sarebbe intollerabile se quel fango dovesse toccare le nostre Forze Armate, inducendo il Governo a lasciar processare i nostri Marò in India.
E la valenza di questo libro è proprio questa: un prezioso contributo affinché ciò non avvenga.


                                   [foto GIULIO MARIA TERZI DI SANT'AGATA]



                                                                                             



DELLA NEWSLETTER The World of ABC Economics   https://goo.gl/GgAkV1

http://www.italoeuropeo.it/news/europa/4716-caso-maro-un-mare-di-abusi-recenzione-di-giulio-maria-terzi-di-sant-agata

Il governo se ne frega dei Marò: Latorre rischia di tornare in India

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Il governo se ne frega dei Marò: Latorre rischia di tornare in IndiaMarò ancora «tra color che son sospesi»: o meglio, tra coloro che restano – e ormai da quattro anni – appesi al gancio dell’inconcludenza burocratica indiana. Del sopruso diplomatico imposto da New Delhi e dell’inefficacia dell’azione politica italiana che, nonostante annunci e repentine smentite di ben tre governi di centrosinistra alternatisi al Palazzo Chigi e al timone di comando del Ministero della Difesa, è riuscita a non ottenere neppure quel famigerato “minimo sindacale” normalmente garantito in qualsiasi trattativa in corso.

Latorre, permesso in scadenza: dovrà tornare in India?

 

Ed è il Giornale oggi a tornare con un ampio servizio sulla intricata vicenda che dal febbraio 2012 tiene impigliati Salvatore Girone e Massimiliano Latorre nelle arbitrarie maglie della giustizia indiana: mancano pochi giorni a sabato, infatti, data prevista per la scadenza del permesso concesso per motivi di salute a Latorre, e dunque per il rientro nel giante asiatico prescritto al Marò, come noto colpito da una grave patologia ischemica e a cui è stato riconosciuto almeno il diritto di cura in Italia. Permesso in scadenza e rispetto al quale nè il ministro della Difesa Pinotti, né il premier Renzi, hanno fin qui pronunciato una sola parola. Pur sperando in uno sprint finale, dunque, appare al quanto difficile che Latorre possa sottrarsi all’obbligo del ritorno in quel limbo giuridico in cui sono stati sbattuti da quando sono stati catalputati e abbandonati nell’inferno indiano. «Nei giorni scorsi, citando “tre alti responsabili indiani”, il Telegraph – riporta il quotidiano milanese – aveva evocato una trattativa tra il governo italiano e quello indiano al di fuori della Corte dell’Aja, in attesa che l’arbitrato – avviato a giugno su richiesta italiana – stabilisca la giurisdizione del caso. In caso di accordo, secondo il giornale, l’India non si opporrebbe al rientro di Salvatore Girone in Italia fino al pronunciamento dell’Aja».

Altre condizioni imposte dall’India…

 

Dunque ci risiamo? Come al solito si parla di accordi vincolati che non vanno mai in porto; di soluzioni imminenti (che poi non arrivano mai alla loro pratica applicazione) e di un’attesa che trasforma promesse elettorali, proaganda governativa, annunci auto-promozionali e strategie rimaste incompiute, in anni di detenzione di fatto, pur se in libertà vigilata, presso l’ambasciata italiana in India. E infatti, come riportato da il Giornale, «l’Italia dovrebbe ritirare le sue obiezioni all’adesione dell’India a quattro importanti organismi internazionali per il controllo delle esportazioni di tecnologia nucleare e missilistica, tra cui il Missile Technology Control Regime (Mtcr). Come seconda condizione – prosegue il quotidiano – smettere di ostacolare l’accordo commerciale tra l’Unione europea e l’India. Infine, impegnarsi a rimandare Girone e Latorre (in Italia da oltre un anno per motivi di salute), qualora l’arbitrato affidasse il processo all’India. Le smentite delle due parti sono arrivate in via ufficiale».

La lettera di Elio Vito (FI): Pinotti comunichi eventuali iniziative

 

E intanto, mentre da Palazzo Chigi e dal ministero della Difesa tutto tace, il capogruppo di Forza Italia in Commissione Difesa a Montecitorio, Elio Vito, ha inviato una lettera al presidente della suddetta Commissione permanente, Francesco Saverio Garofani. Un sollecito a dir poco incisivo in cui il parlamentare ricorda che «il prossimo 16 gennaio scadrà il permesso a curarsi in Italia concesso dall’India per motivi di salute a Massimiliano Latorre» e con cui, dal momento che «è inaccettabile ed improponibile anche solo ipotizzare che Latorre possa tornare in India – sottolinea il Vito – chiedo che nel corso della riunione dell’Ufficio di Presidenza della Commissione Difesa, prevista per mercoledì 13 p.v., intervenga un rappresentante del Governo, auspicabilmente il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, per comunicare le decisioni del Governo al riguardo. Con l’occasione il Governo potrà pure informare la Commissione sulle iniziative in corso per il rientro in Italia di Salvatore Girone». Tuti interrogativi da troppo ormai in attesa di una risposta: quella risolutiva.

E il premier Renzi che fa?

 

Ma, come noto, una smentita non è una soluzione: e allora, mentre come riporta ancora il Giornale la «questione sarà discussa dal Tribunale arbitrale costituito presso la Corte Permanente d’Arbitrato de L’Aja», aldilà delle dichiarazioni d’intenti, degli annunci propagandistici e dell’ottimismo di facciata, Renzi è ancora impaludato in troppi se, in tanti ma. E così, qualora Latorre dovesse davvero rientrare a breve in India, dopo lo schiaffo dell’imbarazzante dietrofront di Monti che ha imposto il ritorno coatto dei nostri Marò a New Delhi in quel Natale del 2013 – passato alla storia parlamentare come il Natale in cui il governo tecnocratico del Professore, sfiduciando se stesso, ha rispedito i due fucilieri di Marina in India – ci prepariamo a porgere ancora una volta l’altra guancia. Per un nuovo schiaffo, i cui segni, politici e diplomatici, resteranno ancora una volta sulla pelle di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

lunedì 11 gennaio 2016
fonte: http://www.secoloditalia.it

«Lecito il sesso con la figlia» Anche in Turchia la donna è il problema dell'islam

  

il Giornale - Nel suo famosissimo libro intitolato «What went wrong» (che cosa è andato storto) il maggiore storico del Medio Oriente, Bernard Lewis, scrive «...il maggior colpevole (del mancato sviluppo) sta nell'aver relegato la donna in posizione di inferiorità, ciò che priva il mondo islamico dei talenti e delle energie di metà del suo popolo e condanna l'altra metà a essere allevata da madri illetterate e oppresse. Da qui nasce una popolazione arrogante o sottomessa e non adatta a una società libera e aperta». Cioè: la questione delle donne è quella dell'Islam stesso. Senza affrontarla non riuscirà mai a produrre uno sviluppo sociale pari ai bisogni della sua immensa popolazione. Ci sono vari livelli di oppressione e di abuso, legislazioni diverse, movimenti che vi si contrappongono. C'è il tentativo Tunisino di promuovere una legislazione migliore per le donne e certamente fa parte dell'oscurità medievale più profonda la fatwa subito rinnegata dal Diyanet, ovvero il consiglio per gli affari religiosi turco, apparsa sul suo sito e poi cancellata. Era la risposta a un utente anonimo che chiedeva se il vincolo del matrimonio venga infranto dal desiderio sessuale nei confronti della figlia e trovava alla domanda repugnante una risposta altrettanto repugnante: un parere diceva che «comunque la figlia non deve aver meno di nove anni».

Ci sono state molte proteste, ma è l'estremo di una filosofia per cui lo stesso Diyenet con un'altra fatwa definiva sconveniente che le coppie non sposate si tengano per mano, convivano o passino del tempo da soli: sessuofobia condita di pruriginoso, minuto interventismo che fa della donna un burattino e che nella nostra cultura, che pure ha avuto gli stessi problemi, è stata superata con secoli di battaglie di libertà. Si potrebbero elencare le differenze per legislazione ma la marea di pregiudizio è più forte: l'Egitto, Paese moderato, è il primo nella lista dell'oppressione femminile della Thomson Reuters Foundation. In questi giorni si discute sulla possibilità di convivenza con il mondo dei maschi musulmani dopo i fatti di Colonia (dove ormai sono 379 le denunce) che adesso cominciano ad apparire come l'inizio di una rivelazione epocale (è di questi giorni la denuncia di decine di giovani svedesi e finlandesi aggredite sessualmente da immigrati).Da tempo avremmo dovuto fare del disprezzo per la donna un tema centrale della possibilità di incontro fra culture diverse, anche negli aspetti più conturbanti: per esempio l'uso delle donne yazide come schiave con la complicità delle kapò-mogli dell'Isis è stata letta come un'orribile bizzaria, anche se i protagonisti ce la spiegavano con dovizia di fatwe. Precetti ignorati dai più, ma aleggianti anche quando non praticati. Così si ignora da anni la crescita del delitto d'onore quando una ragazza da segni di «occidentalizzazione»; si ignorano le botte, il velo, la depressione della donna islamica. È vero: la dottrina del Profeta al momento migliorò la condizione femminile: allora i pagani bruciavano i neonati non desiderati, e questo fu proibito; fu dato alla donna il diritto di ereditare e di possedere proprietà. Ma oggi invece l'Afghanistan, Pakistan, l'Iran, l'Arabia Saudita e anche gli stati moderati e la Giordania hanno legislazioni che riflettono la diseguaglianza femminile stabilita nelle scritture dell'Islam, la sua testimonianza vale la metà di quella di un uomo, il maschio è il capo. L'idea che la donna sia fonte del peccato la rende oggetto di fantasie perverse e aggressive. In Pakistan una donna deve provare di essere stata stuprata con quattro testimoni maschi adulti di «impeccabile» carattere. L'età in cui una ragazza si può dare in moglie tocca l'infanzia: le famose foto matrimoniali che a Gaza mostravano una processione di adulti con spose bambine in vestito bianco è rimasta quasi oggetto di curiosità etnica, e con comprensione etnica talora rispondono i giudici europei al delitto d'onore. Gli orrori raccolti sulla condizione della donna spiegano il perché della violenza a Colonia: le donne fuori la sera al buio, vestite come pare a loro, da sole o in compagnia secondo una scelta personale suscitano disprezzo religioso, morale, sociale, appaiono sgualdrine che si meritano il male e suscitano fantasie. Come fermare tutto questo? In Norvegia provano con dei corsi di rispetto per le donne, piccola arma contro i millenni.


Da Battisti a Pietrostefani fino ai Marò L’Italia viene presa in giro ogni volta


Latitanti, estradandi o in fuga. Ecco dove sono


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Evidentemente siamo un "ventre molle", la nazione che può essere sbertucciata senza temere conseguenze, il Paese che urla, o finge di farlo, senza mai ottenere ciò che vuole. Persino la debole Grecia si prende il lusso di dirci "no", tenendosi gli "antagonisti" che pochi mesi fa hanno messo il centro di Milano a ferro e fuoco. E come dimenticare che, ben prima degli ellenici, a riderci in faccia è stata la lontana India, che il fuciliere Massimiliano Latorre se l’è tenuto fino a quando un ictus non ha indotto le autorità di New Delhi a rimandarcelo, temporaneamente, a casa, mentre Salvatore Girone è ancora nelle loro mani da ormai quattro lunghi anni. E se, per caso, in qualcuno di noi sopravvive ancora la tentazione di negare che per gli altri siamo solo un’"Italietta", basta osservare i criminali incalliti che, nonostante i loro misfatti, dopo aver oltrepassato il confine sono riusciti a farla franca e garantirsi, praticamente per sempre, una vita da individui liberi.
Cesare Battisti, ad esempio, l’ex terrorista dei Pac, Proletari Armati per il Comunismo, condannato a due ergastoli per quattro omicidi, è da anni un rifugiato politico in Brasile. L’Italia prova e riprova a farselo rispedire in patria, ma niente da fare. Oppure Giorgio Pietrostefani, ex esponente di Lotta Continua, condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario Calabresi e divenuto uccel di bosco. E poi ci sono "loro", quelli che, pur dopo aver imbracciato le armi negli Anni di Piombo, o che comunque hanno fatto parte dei gruppi sovversivi, sfruttando la "Dottrina Mitterand" sono riusciti a trovare protezione in Francia. Enrico Villimburgo, ad esempio, condannato all’ergastolo nel processo Moro ter, se ne sta nella patria dei "galli", dove vivono anche Simonetta Giorgieri, ex componente del Comitato rivoluzionario toscano, e Carla Vendetti. All’ombra della Torre Eiffel trascorre i suoi giorni pure Roberto Cappelli, ex componente della colonna romana dei brigatisti, così come Sergio Tornaghi dell’ala milanese dei terroristi rossi, che i "cugini" d’Oltralpe non ci hanno mai voluto restituire. Nei pressi dei caffè parigini, inoltre, se ne sta anche, nonostante una condanna a 5 anni, Luigi Rosati, ex esecutivo nazionale di Potere Operaio e poi giornalista ed etnomusicologo. Tanto chi lo va a riprendere? In Francia anche Gianfranco Pancino, ex Autonomia Operaia, sul cui capo è stata inflitta una condanna a 25 anni e nessuno ci ha mai rispedito indietro. Anche Andrea Morelli, ex Potere Operaio, condannato a 8 anni, è ospitato nella patria della Bastiglia, che accoglie pure Massimo Canfora, ex membro dei Nuclei comunisti combattenti condannato all’ergastolo. Ben 21 anni la pena per Enzo Calvitti, anche lui oltreconfine, così come lo è l’ex Prima Linea Giovanni Vegliacasa. La condanna di Giambattista Marongiu, ex Potere Operaio e cittadinanza francese, è ormai prescritta, mentre Gino Giunti, ex appartenente alle Br toscane, se ne sta in terra francese insieme a Guido Minonne, esponente storico dello stesso gruppo. Anche in questo caso, per l’Italia solo prese in giro. Nel Nord della Francia si è rifugiato pure Giovanni Alimonti, al vertice delle Br-Pcc e condannato a 22 anni al Moro ter. C’è poi Maurizio Di Marzio, anche lui ex Br-Pcc, condannato a 17 anni nel 1992. Ma la capitale francese ha aperto le porte, facendoci una pernacchia, anche a Giovanni Vegliacasa, ex Prima Linea; a Vincenzo Spanò, ex Comitati organizzati per la liberazione proletaria e condannato a sei anni; all’ex militante di Autonomia Operaia Walter Grecchi. Alloggio di comodo anche per Claudio Cerica, di Autonomia Operaia, e Paola Maturi, "infermiera" della colonna romana delle Br, entrambi destinatari di un provvedimento di clemenza. Per Giancarlo Santilli, ex Prima Linea, la condanna a 19 anni non è stata sufficiente per il ritorno in patria, così come per il suo sodale Luigi Bergamin. Lo stesso dicasi per Gianni Mainardi, mentre l’ex brigatista Marina Petrella è stata "perdonata" dall’allora premiere dame Carla Bruni. Tanto da noi cos’hanno da temere?

Luca Rocca- 9 gennaio 2016
fonte: http://www.iltempo.it