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22/03/14

Binelli Mantelli: «Inaccettabile che i Marò siano in balìa dell’India»


RIPORTIAMOLI A CASA

Il capo di stato maggiore della Difesa parla dei due fucilieri di Marina ancora detenuti a New Delhi


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LAMPEDUSA Prima ne parla nel suo discorso ai militari schierati sull’attenti a Lampedusa. «Non si può accettare che un solo uomo sia in balìa delle onde e nemmeno che due fucilieri del battaglione San Marco siano in balìa di un altro Paese», spiega il capo di stato maggiore della Difesa Luigi Binelli Mantelli. Poi ne riparla a bordo della nave San Giorgio: «Latorre e Girone mi hanno incaricato di portarvi i loro saluti affettuosi», comunica. Infine, ribadisce il concetto con i giornalisti: «Il parallelo con i due fucilieri ostaggi in India è rivolto alla disciplina, al senso dell’onore e della responsabilità che dimostrano tutti gli appartenenti alle forze armate».
Uno sforzo eccezionale, ammiraglio. Ma i soldi non ci sono.
«È vero, però la scelta del Governo di sostenere quest’attività è stata molto coraggiosa, ha scosso le coscienze dell’Europa e del mondo e ha dato una chiara idea del livello umanitario del nostro Paese e un chiaro segnale a chi commercia in questa squallida attività, perché non sono più sicuri e indisturbati. Di fatto oggi il flusso da Siria ed Egitto è fermo, anche se continua da altri Paesi, in particolare dalla Libia del sud».


Che prospettive dopo Mare Nostrum?
«L’operazione ha incrementato il livello di interconnessione fra le varie istituzioni, una questione che avevamo sollevato da anni attraverso il dispositivo interministeriale integrato di sorveglianza marittima che adesso raggiunge la sua maturità concettuale e fattuale, anche sotto il profilo delle informazioni d’intelligence. Attualmente il livello d’integrazione, ad esempio, consente di identificare i migranti con molta efficacia e distinguere i "buoni" dai "cattivi"».
I tagli incideranno drasticamente?
«Ringrazio tutte le forze armate e dell’ordine e il personale civile per il grande senso di responsabilità e la disciplina con cui continuano ad operare nonostante i sacrifici che sono stati imposti per risanare la spesa pubblica. Sono sacrifici che non credo saranno ripetuti nell’attuale spending review. Anzi, il ministro della Difesa è impegnato a trovare risorse per alleviare questi sacrifici economici. Ma è più importante il sostengno della nazione. La Difesa è un organismo virtuoso ed è una risorsa importante per l’Italia».

Mau. Gal. - 22/03/2014 06:06

FONTE: http://www.iltempo.it/esteri

Tutti a casa del Pd a parlar di Difesa ed F35 con Pinotti e Latorre


Tutti a casa del Pd a parlar di Difesa ed F35 con Pinotti e Latorre

Sicurezza, ricerca e strategie industriali hanno come cardini i droni di avanguardia, le comunicazioni satellitari, i rifornimenti in volo e il cyber spazio. Resoconto di un convegno democrat con politici Pd e vertici di aziende del settore...
La frontiera della difesa e della sicurezza militare come proiezione verso un’autentica unificazione politica europea. E come formidabile motore di sviluppo di una lungimirante e moderna politica industriale. È l’orizzonte, controcorrente rispetto agli orientamenti prevalenti nell’opinione pubblica, prefigurato nel convegno, promosso a Roma ieri presso l’Ufficio del Parlamento europeo dai parlamentari dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici, intitolato “Il futuro della difesa europea: dal Consiglio Ue di dicembre al semestre di presidenza italiano”.

LE PRIORITA’ NELL’AGENDA POLITICA
Un’iniziativa che ha visto politici, studiosi di geopolitica, rappresentanti di aziende attive nella sicurezza militare, confrontarsi sulle prospettive di modernizzazione tecnologica e organizzativa, riduzione dei costi e del personale, sinergia e cooperazione a livello europeo. Panorama rispetto a cui è rimasta ai margini la polemica legata al congelamento del programma di acquisto dei cacciabombardieri F-35 preannunciato dalla responsabile della difesa Roberta Pinotti. Tema cruciale per capire gli indirizzi del governo di Matteo Renzi nella politica estera e nelle strategie industriali, come conferma l’animato dibattito in corso nello stesso Partito democratico.

PERCHE’ UN LIBRO BIANCO PER LA DIFESA
La priorità, spiega il ministro della difesa, riguarda le scelte politiche da compiere per condividere risorse e strategie a livello comunitario, e per una più accentuata cessione di sovranità in tema di tecnologie militari. Perché finora sono stati realizzati progressi di tipo organizzativo, nella sicurezza marittima e del trasporto aereo. Ma altrettanto necessaria a suo giudizio è l’opera di persuasione di una cittadinanza propensa a ricercare nel comparto militare le risorse per le politiche economico-sociali. Salvo accorgersi del suo valore nelle situazioni di crisi e di pericolo.
È per tale ragione che l’esecutivo è intenzionato a redigere un “Libro Bianco” sugli obiettivi di intervento in relazione ai nuovi scenari internazionali. Un testo che renderà pubblici stanziamenti e cifre dell’impegno e delle strutture militari nel nostro paese. Riguardo al programma F-35, il governo non procederà a ulteriori acquisti di aerei in attesa dell’esito dell’indagine parlamentare previsto per il 2 aprile. A quel punto “Palazzo Chigi stabilirà gli eventuali tagli della flotta di cacciabombardieri in stretta connessione con gli scopi del progetto”.



L’ECCELLENZA ITALIANA
Fermamente intenzionato a “non cedere alla propaganda superficiale contro le esigenze della difesa essenziali per la costruzione politica europea, di sicurezza comune, di strategia industriale in cui l’Italia ha continuato a investire a livelli di eccellenza” è il parlamentare del Pd Nicola Latorre, presidente della Commissione Difesa del Senato. Per lui è inaccettabile e miope, in un teatro mediterraneo e orientale di tensioni, la contraddizione tra un’Europa che si è integrata sul piano economico-finanziario con abbondanti cessioni di sovranità monetaria e di bilancio, mentre nel terreno della politica estera e della difesa – componente rilevante per i conti pubblici nazionali – ha fatto prevalere una logica protezionistica.

IL NECESSARIO CONCERTO EUROPEO
Un’esortazione al realismo viene dal generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato maggiore della Difesa e vice-presidente dell’Istituto Affari Internazionali: “Non possiamo riversare sul semestre di presidenza italiana dell’Ue attese vanificate dalle competenze attribuite dal Trattato di Lisbona. Nel comparto sicurezza nessun paese europeo può agire in ordine sparso, come dimostrano le crisi di Ucraina e Crimea”. Per mantenere la pace nel Vecchio Continente, osserva l’ex militare, è bene coltivare un disegno preciso e complessivo anziché andare a rimorchio di strategie altrui. È nell’analisi delle esigenze e peculiarità nazionali che dovrà essere stabilito, da parte di tutti gli Stati membri, un programma concordato di tagli.
Una sinergia politica e industriale, precisa il direttore del Programma sicurezza e difesa dello IAI Michele Nones, tanto più vitale in un mercato della difesa sempre più globale e aperto, che non può tollerare una concorrenza interna all’Unione Europea nella vendita di prodotti militari. Ma per questo ambizioso obiettivo “bisogna promuovere un approccio comunitario e non più intergovernativo dell’integrazione europea”. L’Italia, rimarca lo studioso, può incoraggiare un’accelerazione nella cessione di sovranità verso un’autorità comune, e puntare sull’attuazione delle direttive Ue per regolamentare il mercato interno e favorire l’accesso al mercato internazionale delle piccole e medie imprese europee.

CRITICHE E PROPOSTE DALLE INDUSTRIE
La scarsa incisività delle istituzioni nell’accompagnare un tessuto produttivo legato al territorio, ai risultati, alla ricerca, è denunciata da Silvio Rossignoli, presidente dell’azienda Aero Sekur. Mentre Giovanni Soccodato, direttore Strategie e Innovazione di Finmeccanica, il principale gruppo italiano attivo nell’aerospazio e nella tecnologia militare, ricorda come oggi nessuna industria europea possa vantare un’autonomia autarchica. A suo avviso la priorità è individuare i settori di avanguardia, come quello missilistico al centro di un’iniziativa congiunta di Francia e Regno Unito, verso cui orientare le poche risorse disponibili.

LE QUATTRO DIRETTRICI
La strada di una valutazione realistica degli obiettivi di cooperazione militare europea, per procedere intanto con un’integrazione differenziata, è condivisa dal parlamentare del PD-PSE a Strasburgo e promotore del convegno Roberto Gualtieri. Il vero banco di prova, rileva, sarà la futura legislatura europea. Chiamata a fronteggiare e sfidare i rigorosi vincoli di bilancio e i considerevoli tagli alle spese pubbliche previsti dal Fiscal Compact.
Ma se sarà impossibile l’apertura di grandi cantieri, evidenzia l’esponente democratico, è percorribile un’integrazione comunitaria finora del tutto assente: “Non solo per il tradizionale isolazionismo della Gran Bretagna, ma anche per l’attendismo tedesco e la continua rivendicazione dell’unicità francese”. Il salto di qualità è pensabile coniugando le risorse, fissando prerogative nazionali e comunitarie. Requisiti imprescindibili per un’Europa capace di investire nei droni di nuova generazione, nelle comunicazioni satellitari, nei rifornimenti in volo, nella cybersecurity.

Edoardo Petti  -  22 - 03 - 2014

fonte: http://www.formiche.net

Sicurezza, Di Paola (Silp-Cgil): gravi i tagli alle forze di polizia in provincia





Sicurezza, Di Paola (Silp-Cgil): gravi i tagli alle forze di polizia in provincia


FROSINONE - Il 25 marzo 2014 alle ore 10.30 si celebrerà il IV Congresso del Silp-Cgil di Frosinone presso la sala Restagno del comune di Cassino. Interverranno, oltre al Segretario Generale Provinciale del Silp-Cgil di Frosinone uscente Angelo Di Paola, anche il Segretario Nazionale del Silp Cosmo Bianchini, il Segretario Generale del Silp-Lazio Ladislao Schipani, il Segretario Generale della Cgil di Frosinone Guido Tomassi e il responsabile del Dipartimento Sicurezza e Legalità Cgil Roma e Lazio. Il congresso avrà come temi centrali la legalità, il lavoro e l'unificazione delle forze di polizia. Non in secondo piano si parlerà delle problematiche del territorio sul tema sicurezza. Seguirà nel pomeriggio l’elezione del gruppo dirigente da parte dei soli iscritti. «Il congresso - spiega Di Paola - si inserisce in un periodo particolarmente preoccupante che vede ancor di più mortificato il progetto sicurezza attraverso accorpamenti e soppressione di uffici. In particolar modo la provincia di Frosinone potrebbe subire la soppressione della Sezione di Polizia Postale e delle Comunicazioni e l'accorpamento del Distaccamento e della Sottosezione di Polizia Stradale di Cassino». Entrando nel merito del pri­mo paventato provvedimen­to, quello riguardante la Po­lizia Postale e delle Comunicazioni, il segretario provinciale uscente ricorda che «in questo modo si annulleranno anni di esperienze accumulate e mortificherebbe la professionalità di quei lavoratori di polizia impegnati a contrastare il cybercrime. Tutto ciò  in controtendenza con l'allarme lanciato da Europol. Infatti, la denuncia del Direttore di Europol durante un'audizione all'Europarlamento, si incentra sull'incapacità delle forze di polizia a tenere il passo dei criminali sui reati informatici e digitali. La ricetta italiana sembra, all'interno di un quadro preoccupante, quella di depotenziare ancora di più il contrasto, ad esempio, a frodi telematiche e abusi sui minori con l’annullamento di questo settore specializzato in materia».


L'accorpamento del Distaccamento e della Sottosezione (quella che opera in autostrada, per intenderci) della Polizia Stradale di Cassino comporterebbe - sempre secondo Di paola - «un graduale abbandono al controllo da parte della Specialità nella viabilità interna che comprende strade di particolare traffico e importanza come la Casilina, la Cassino-Sora e la Cassino-Formia, perché diventerebbe prioritario il pattugliamento in autostrada a causa di un vincolo contrattuale con la società Autostrade che il blocco del turn-over renderà ancora più evidente. Quindi sempre meno uomini, sempre più anziani e quei pochi in autostrada. La conseguenza è quella di avere meno presidi di legalità mentre la collettività ne merita di maggiori. Si risparmia, ma è un risparmio tutto da verificare, sulla sicurezza quando invece si dovrebbe investire su questo campo. La legalità è un faro della democrazia e la sicurezza un diritto esigibile dai cittadini, entrambe minacciate».
Redazione L'Inchiesta Quotidiano

22/03/2014

fonte: http://www.linchiestaquotidiano.it/news

L’Italia è l’unico Stato al mondo ad avere petrolio e a impedirne l’estrazione. «Ma cosa c’è nella testa di questo paese?» Perché L'Italia ha il petrolio e ne impedisce l'estrazione?


L’esperto di energia Chicco Testa scrive una lettera di fuoco al Foglio per criticare una mozione di alcuni senatori che hanno chiesto la moratoria totale sulle estrazioni
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«Ma che cosa c’è nella testa di questo paese?». Comincia con questa domanda una lettera inviata oggi al Foglio da Chicco Testa, esperto di energia, presidente di Assoelettrica e membro del Board and Management della Mediterranean Oil & Gas Plc, compagnia attiva nell’esplorazione e nella produzione di idrocarburi liquidi e gassosi nell’area del Mediterraneo.
UNA MORATORIA ASSURDA. «Cosa c’è nella testa di quei senatori che hanno approvato una mozione che chiede una moratoria totale sulle estrazioni petrolifere in mare? Lo sanno i senatori che l’Italia importa l’80 per cento del suo fabbisogno energetico? Che esso proviene tutto da aree del mondo a rischio geopolitico? (…) Che i soldi che spendiamo per importare petrolio e gas alimentano spesso le casse di regimi antidemocratici, teocratici e corrotti?», continua la lettera.
«REGALIAMO IL NOSTRO PETROLIO». Perché, si chiede Testa, «in ogni paese del mondo avere petrolio sottoterra e in mare è considerata una fortuna, una benedizione e in Italia invece le attività estrattive vengono ostacolate in tutti i modi? Fino ad arrivare che il petrolio italiano corre il rischio di essere sfruttato, nell’Adriatico e nel Tirreno, dai paesi confinanti (…)? Perché? Regaliamoglielo, che è meglio. Perché l’insalata deve essere a chilometro zero e il petrolio invece sta bene a chilometri mille?».


ADDIO INVESTIMENTI. La dura requisitoria del presidente di Assoelettrica evidenza un’anomalia tutta italiana specialmente in un periodo di crisi come questo: «Per non parlare delle litanie senza senso sul lavoro da creare e sugli investimenti esteri che non ci sono. Nel settore petrolifero sarebbero possibili miliardi di investimenti, che invece se ne scappano, mentre gli investitori fuggono attoniti e ci guardano come si guardano i pazzi e si domandano: “Ma che cosa c0è nelle teste di questo paese?”».

marzo 22, 2014 Redazione
fonte: http://www.tempi.it 

Ucraina-Crimea. Le sanzioni a Putin si risolveranno in un gigantesco salasso (sì, ma per l’Europa)



Grecia, Libia, Egitto e ora Kiev. Ogni volta che si muove compatta Bruxelles sbaglia. E paga. Una guerra commerciale con Mosca può costarci fino a 1,5 punti di Pil

Se anziché offrire la miseria di 560 milioni di euro come misura di accompagnamento al trattato di associazione dell’Ucraina nel novembre scorso l’Unione Europea fosse stata un po’ più generosa e lungimirante, adesso non ci troveremmo a dover prestare a Kiev 11 miliardi tanto per cominciare, con la prospettiva di aggiungerne molti di più per evitare la bancarotta del paese.
Se con la spilorceria di allora non avessimo spinto Yanukovich a girarsi verso Mosca, che gli offriva 15 miliardi di dollari e tariffe scontatissime per il consumo del gas, non avremmo avuto tutti i guai che poi sono arrivati.

Continuano le proteste anti governative a Kiev

Se avessimo elaborato d’accordo con Mosca un’architettura istituzionale e degli scambi commerciali in grado di tenere assieme l’associazione dell’Ucraina all’Unione Europea e una sua qualche adesione all’Unione Euroasiatica alla quale Putin tiene tanto, adesso non staremmo qui a fare a braccio di ferro col leader russo.
Se nel febbraio scorso dopo aver concluso con Yanukovich e con le opposizioni di Maidan un accordo che prevedeva elezioni presidenziali anticipate, governo di coalizione, ripristino della costituzione del 2004 e riequilibrio dei poteri fra presidente e parlamento i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia lo avessero fatto rispettare, col supporto di lady Ashton e di tutta l’Unione, anziché permettere che i gruppi paramilitari di Maidan costringessero il presidente in carica alla fuga e che i parlamentari cambiassero gabbana, adesso non ci troveremmo a fare i conti di quanto potrebbe costare all’Europa imporre sanzioni alla Russia che ha sparso truppe in Crimea.
Quando si tratta di intraprendere azioni collettive, l’Europa sbaglia tanto, l’Europa sbaglia spesso, e i conti da pagare si allungano. È successo col tardivo salvataggio della Grecia, è successo con le Primavere arabe, potrebbe succedere con la Russia se questa storia delle sanzioni dovesse diventare una faccenda che sfugge di mano. I due nodi irrisolti dell’esperienza storica dell’Unione Europea continuano a venire al pettine: gli interessi di politica estera dei paesi dell’Europa unita non sono allineati, e in assenza di un vero controllo democratico dei processi decisionali da parte dei popoli a prevalere sono gli interessi lobbistici o quelli delle nazioni più forti.

La Crimea sceglie la Russia, festeggiamenti in piazza

Quanto ci costerà un’escalation di sanzioni con la Russia, che si sarebbe potuta evitare se Bruxelles avesse avuto cura di tradurre in realtà anche uno solo dei quattro “se” elencati in apertura? La Germania di Angela Merkel è il paese dell’Unione che ha più da rimetterci: la Russia fornisce a Berlino il 40 per cento del gas di cui ha bisogno, e al quale non può rinunciare, se vuole portare avanti il piano di uscita dal nucleare. Il 5 per cento di tutte le esportazioni manifatturiere della Germania ha per destinazione la Russia. L’interscambio russo-tedesco è pari a 76,4 miliardi di euro (40,4 miliardi di importazioni russe e 36 di esportazioni tedesche) e coinvolge 6.200 imprese germaniche. Le sanzioni metterebbero in discussione 300 mila posti di lavoro.
Mosca vale più di Washington
L’altro grande paese europeo che ha molto da perdere da una messa in quarantena dei rapporti coi russi è il Regno Unito. Una massa di liquidità di vaste proporzioni dopo la caduta del muro di Berlino e dopo la privatizzazione di molti monopoli statali in Russia che ha beneficiato i cosiddetti oligarchi, si è riversata sulla city londinese. Gli oligarchi amano molto Londra, e si sono segnalati per i loro acquisti di grandi proprietà immobiliari e squadre di calcio. Non esiste una stima attendibile che quantifichi l’apporto finanziario russo ai bilanci delle banche londinesi e alla parcelle di avvocati, commercialisti, contabili e consulenti. Ma un punto di riferimento può essere il fatto che alla Borsa di Londra sono quotate 70 imprese russe le cui azioni attualmente hanno un valore di 82,6 miliardi di dollari. Un altro dato significativo è quello che riguarda le dispute presso i tribunali specializzati in diritto commerciale. La Law Society Gazette informa che nel solo 2012 il 60 per cento di tutte le cause discusse dalla Commercial Court britannica hanno riguardato controparti russe. Non è perciò strano che, mentre il primo ministro Cameron minaccia Mosca con toni simili a quelli della Merkel, nel suo ufficio circolino documenti ufficiali dove si afferma che Londra non appoggerà un boicottaggio commerciale né chiuderà le porte della city ai capitali russi o congelerà quelli già presenti.

Barack Obama, Vladimir Putin

Quanto all’Italia, nel 2013 abbiamo toccato il massimo storico dell’interscambio con Mosca e ci siamo confermati secondo partner dei russi in Europa dopo la Germania. I dati definitivi non sono ancora disponibili, ma si aggirano attorno agli 11 miliardi di euro di esportazioni e 17,5 di importazioni (energia principalmente). Se consideriamo tutta l’Unione Europea, scopriamo che l’interscambio supera i 360 miliardi di dollari: la Russia esporta verso l’Unione per 292 miliardi di dollari, e importa per 169. Al confronto, l’import-export russo-americano è quasi 10 volte meno importante: 27 miliardi di dollari di acquisti russi a Washington, contro un export di 11 miliardi. Insomma, l’eventuale guerra commerciale dell’Occidente contro Putin che si pappa la Crimea la pagherebbe quasi tutta l’Europa.
Naturalmente la pagherebbe cara anche la Russia. L’Europa comprerebbe il gas altrove, senz’altro a un prezzo più alto di quello attuale una volta tolto quello russo dal mercato, mentre la Russia non saprebbe a chi vendere la sua produzione. Secondo una proiezione del Dipartimento di economia dell’Università di Oxford, una guerra commerciale fra Bruxelles e Mosca causerebbe un aumento del prezzo del petrolio del 10 per cento e del gas del 15 per cento in Europa, con una flessione del Pil dell’Unione Europea dell’1,5 per cento da qui al 2015.
Per la Russia sarebbe molto peggio: con l’80 per cento del suo gas invenduto, Mosca si ritroverebbe un meno 10 per cento di Pil da qui al 2015. Un congelamento degli asset mobiliari e immobiliari di proprietà russa in Europa sarebbe un duro colpo soprattutto per quella nomenklatura e quegli oligarchi che hanno costituito grossi patrimoni a Londra, Parigi, Cipro, Costa Azzurra, eccetera. Inoltre l’export dell’Unione verso la Russia rappresenta solo il 7 per cento di tutte le esportazioni del blocco nel mondo, mentre l’export della Russia verso i paesi Ue rappresenta quasi il 50 per cento del suo totale.

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Ma sottolineato questo, è anche vero che Mosca è in grado di compiere rappresaglie: le banche europee hanno investito 180 miliardi di euro in Russia, e se gli asset finanziari russi in Europa saranno congelati, a quelli europei nella terra di Putin toccherà la stessa sorte. Le sanzioni peggiorerebbero drammaticamente la qualità della vita in Russia, ma la scomparsa del mercato russo per i manufatti europei ucciderebbe nella culla la timida ripresa che, dopo cinque anni di crisi, ha cominciato ad affacciarsi sull’Europa. Economicamente la Russia, con 140 milioni di abitanti e un territorio vasto 57 volte quello dell’Italia, è ancora un nano: il suo Pil è praticamente identico al nostro, cioè di poco superiore ai 2 mila miliardi di euro. Però mentre il debito pubblico dei paesi dell’area dell’euro è mediamente pari al 92,7 per cento del Pil, quello russo è appena dell’11 per cento. Il governo russo può usare la leva della spesa pubblica come nell’Unione Europea non è più possibile fare. A ciò si aggiunga la storica disponibilità al sacrificio patriottico delle masse russe quando sono in gioco gli interessi vitali della nazione, ed ecco che le conseguenze delle sanzioni diventano più difficili da prevedere.
Il colpo da maestro di Obama
Non è la prima volta che l’Unione si trova nei guai per errori di valutazione di varia origine. Nel 2010 il salvataggio della Grecia costò all’Europa più del doppio di quello che sarebbe stato necessario perché la Merkel, timorosa di perdere voti nelle elezioni regionali, non accettò subito la richiesta greca di un pacchetto di aiuti pari a 60 miliardi di euro formulata all’inizio di aprile; la speculazione internazionale si scatenò, e il 2 maggio Bruxelles dovette annunciare un intervento pari a 145 miliardi di dollari. Il tatticismo della Merkel non servì a nulla nemmeno in termini di politica interna: il suo partito perse rovinosamente le elezioni in Renania settentrionale-Vestfalia.

Grecia, proteste in piazza contro la Merkel

Con le Primavere arabe è andata allo stesso modo. Quando, fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, sono scoppiate le proteste che avrebbero portato alla caduta dei regimi dominanti in Tunisia ed Egitto e alla guerra civile in Libia e Siria, da 15 anni l’Unione Europea cooperava coi paesi della sponda sud del Mediterraneo attraverso il Processo di Barcellona e dal 2008 con l’ambiziosa formula dell’Unione Mediterranea. Aveva a bilancio per il 2011, nel capitolo della Politica europea di vicinato destinato al partenariato euro-mediterraneo, 843 milioni di euro. Nel periodo 2007-2010 la Tunisia si era vista assegnare aiuti per 300 milioni di euro, l’Egitto nello stesso periodo per 558 milioni. L’obiettivo degli aiuti era lo sviluppo economico e la progressiva democratizzazione dei paesi arabi.
La Commissione europea così presentava l’iniziativa: «Attraverso la sua Politica europea di vicinato, la Ue lavora coi suoi vicini meridionali e orientali per raggiungere la più stretta associazione politica possibile e il maggior grado possibile di integrazione economica. Questo fine si basa sugli interessi comuni e su valori: democrazia, Stato di diritto, rispetto per i diritti umani e coesione sociale. I paesi partner concordano con l’Unione Europea un piano d’azione che dimostra il loro impegno per la democrazia, i diritti umani, lo Stato di diritto, il buongoverno, i princìpi dell’economia di mercato e lo sviluppo sostenibile».
I fatti della Primavera araba hanno mostrato quanto poco efficace fosse stata quella politica e la sua pretesa condizionalità. Commentava l’Heritage Foundation americana all’indomani dei moti nei paesi arabi: «L’Unione Europea ha promosso una girandola di iniziative politiche fallite per l’avanzamento dei diritti umani e delle riforme democratiche in Libia e in altre parti del Nordafrica e del Medio Oriente. L’Unione Mediterranea, di cui la Libia era osservatrice, è stata introdotta per promuovere l’integrazione economica e la riforma democratica nell’Europa meridionale, nel Nordafrica e nel Medio Oriente. Ha fallito completamente nel realizzare progressi in queste aree».
Gli americani che hanno criticato l’Europa per i suoi insuccessi nei rapporti col mondo arabo e che oggi spingono per sanzioni contro la Russia «che mordano» sanno di poter prendere due piccioni con una fava: indebolire Mosca e sostituirla come fornitrice di energia all’Europa, esportando da noi lo shale gas che hanno sviluppato negli ultimi anni. Un colpo da maestro per Obama, dopo le scoppole prese da Putin nel 2013.

marzo 22, 2014 Rodolfo Casadei
 
fonte: http://www.tempi.it 

India / Italia : la vicenda dei due Marò si complica


Oggi è trascorso un anno da quando ai nostri Fucilieri di Marina è stato ordinato di rientrare in India e sono stati riaccompagnati a Delhi delegando all’India il diritto di esercitare nei loro confronti un’indebita azione penale.

Sono trascorsi 12 mesi senza che nulla accadesse, lasciando a Delhi la gestione della vicenda con un approccio caratterizzato dalle migliori tradizioni della scaltrezza orientale. Mercoledì prossimo, dopo l’ennesima missione in India con risultati fino ad ora  a dir poco modesti,  il Commissario di Governo dott. de Mistura, rientrerà in Italia e riferirà alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. 

Alle 08,30 in audizione davanti alle Commissioni come annunciato addirittura da un tweet di Montecitorio. Cosa riferirà di concreto è difficile prevederlo, è certo comunque che non si risparmierà nel riconfermare la sua volontà ed il suo impegno per riportare a casa i due Marò con una serie di dichiarazioni di intenti che ormai siamo abituati ad ascoltare fino alla noia. Difficilmente dovremmo aspettarci che riferisca, invece, di risultati oggettivi.

Ci aspettiamo che almeno relazioni  alle Commissioni la sua analisi  sul perché improvvisamente Oommen Candy, “Chief Minister” dello Stato  del Kerala, abbia scritto a Singh, chiedendo ieri  al governo centrale di Delhi di non liberare i due maro' "anche se intervengono le Nazioni Unite".

Una presa di posizione formale quella di Candy,  in concomitanza alla visita a New Delhi del presidente dell'Assemblea generale Onu John Ashe e dopo che il Ministro Alfano, poco prima di incontrare Segretario Generale Ban Ki-moon, abbia espresso frasi perentorie come “I marò devono essere immediatamente liberati". E su questo "l'Onu deve assumere una posizione chiara e forte".

Un appello dovuto nei concetti, ma che forse andava adeguato nei toni nel rispetto  delle tradizioni del Palazzo di Vetro dove sarebbe stato sicuramente meglio accettato se proposto con un “dovrebbe”.

Un richiamo invece  perentorio quello dell’Onorevole Alfano che non sembra però abbia ottenuto grossi effetti, alla stessa stregua delle tecniche “machiavelliche” applicate fino ad ora dal dott. de Mistura. 




Infatti Ashe è andato in India, si è incontrato con i vertici di Governo, ma viene smentito che abbia affrontato nei colloqui anche il problema dei marò come forse invece “avrebbe “dovuto” fare secondo l’Onorevole Alfano” dopo i suoi interventi al Palazzo di Vetro.  

Ashe si è incontrato con il Premier Manmohan Singh e con il ministro degli Esteri Salman Khurshid  e poco si è saputo sugli argomenti trattati. Sicuramente, però,  non si è parlato dei due Fucilieri di Marina come riferito dall’ANSA locale che ha raccolto una brevissima risposta dal portavoce del governo Syed Akbaruddin secondo la quale tuttavia Ashe "non ha trattato" con Khurshid la questione dei militari italiani bloccati da due anni senza processo.   Lo stesso Ashe ad una domanda specifica avrebbe risposto: "Io sono presidente dell'Assemblea generale. L'Assemblea generale si occupa di questioni multilaterali".


L’ottimismo di Alfano non ha tenuto conto dell’expertise del veterano diplomatico di Antigua e Barbuda  e le parole  del Ministro italiano sono rimaste tali forse anche per una semplicistica preparazione preventiva del contesto in cui si sarebbero svolti gli incontri fra Alfano e le massime Autorità di vertice delle Nazioni Unite.

Sarebbe interessante  a tale riguardo, capire dalla relazione del dott. de Mistura, presente in quei giorni a Delhi, il perché non sia stato dato seguito all’appello del Ministro italiano e riferire, anche, sul preoccupante atteggiamento che sembra abbiano assunto i comunisti del Kerala nei confronti dell’Italia.

L’ANSA, infatti, oggi ci dice che i comunisti del Kerala stiano usando come tema prioritario della battaglia elettorale in Kerala il caso dei  due maro' trattenuti in India in vista delle elezioni del 10 aprile in cui lo Stato federale andrà al voto per le elezioni nazionali.

Il partito comunista keralese, che e' all'opposizione, rimprovera il Congresso (al potere nello stato meridionale) di "incapacita'" nel gestire la vicenda e di "inchinarsi" di fronte alle richieste dell'Italia. "Dopo aver deciso in un primo momento di applicare la legge anti pirateria Sua - ha detto un alto responsabile del partito comunista marxista (Cpm), M.A. Baby, a un quotidiano - il ministero dell'Interno ha fatto marcia indietro". Egli ha poi criticato il Congresso e in particolare la sua leader Sonia Gandhi per "questo voltafaccia" e per "non saper garantire la sicurezza dei pescatori".  

Credo che un’analisi su questo particolare aspetto, peraltro maturata sul posto dal dott de Mistura, dovrebbe rappresentare il nocciolo della sua relazione alle Commissioni, in quanto elemento fondamentale per individuare una linea di azione futura che sia  basata su fatti piuttosto che su parole e che almeno offra una qualche garanzia di successo, a differenza di quanto è avvenuto fino ad ora e continua ad avvenire.

Un Ministro della Repubblica che ci racconta da oltre Oceano di essere stato credibile e convincente con i vertici delle Nazioni Unite per poi essere subito dopo sconfessato dai fatti, un rappresentante del Governo che da mesi  promette ferme e decise contromisure nei confronti dell’India che però nessuno riesce a capire quale siano.

Nel frattempo  il tempo trascorre inesorabilmente. Oggi è un anno da quando i nostri militari sono stati riconsegnati all’India con una decisione che dovrebbe trovare alcun riscontro in nessun passo del nostro ordinamento giuridico penale e Costituzionale.  

Una determinazione che potrebbe invece essere motivata dalla tutela di interessi di parte che il 22 marzo 2013 ha indotto a “vendere per trenta denari” Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e che ancora oggi consigliano a “prendere tempo” piuttosto che  avviare le iniziative internazionali previste, prima fra tutte l’arbitrato.

Aspetti  non chiari della vicenda che dovrebbero indurre ad istituire una Commissione di inchiesta parlamentare che accerti se un anno fa è stato deciso bene nel totale interesse dei due militari italiani, assicurando  loro i diritti di cui si dovrebbe essere garante uno Stato di diritto.

Fernando Termentini, 22 marzo 2014 - ore 16,30 
http://fernandotermentini.blogspot.it

Salvatore Girone e Massimiliano La Torre tornano in India mentre Napolitano, Monti e i tecnici,stanno ancora in Italia





Il non riconoscimento del diritto internazionale e il non riconoscimento della sovranità nazionale non riguarda l’India ma riguarda l’Italia solo ed esclusivamente l’Italia.
Il primo a non riconoscere l’Italia come una nazione che ha le sue leggi e che regola i rapporti con gli altri Stati  con trattati internazionali è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che in un comunicato del Quirinale dice :” Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - si legge nella nota - ha avuto una conversazione telefonica con il fuciliere di Marina Massimiliano Latorre nel corso della quale ha espresso a lui e al suo collega Salvatore Girone l'apprezzamento per il senso di responsabilità con cui hanno accolto la decisione del Governo e ha assicurato loro la massima vicinanza nel percorso che li attende con l'augurio di un sollecito, corretto riconoscimento delle loro ragioni”.
Dalle parole del Presidente Napolitano sparisce tutto ,il diritto internazionale è sparito,la sovranità nazionale violata è sparita,tutto il resto è sparito,e cosa rimane? Rimane l’augurio di “un sollecito ,corretto riconoscimento delle loro ragioni”. Ma abbiamo capito quello che ha detto ? Un sollecito,corretto riconoscimento delle loro ragioni. Questa è la nota ufficiale del garante della Costituzione e dei cittadini italiani e oltre a essere il Presidente della Repubblica e anche il Capo delle forze armate.

Io sobrio Presidente del consiglio Mario Monti invece affida a una nota la decisione presa ed è subito un giallo per l’assenza del Ministro degli Esteri ,è presente nella nota ma assente di fatto dalla riunione del Governo e raggiunto via fb dalla notizia risponde a questa maniera… http://www.facebook.com/photo.php?fbid=10200769547711626&set=a.1026762999920.2005233.1550667581&type=1&ref=nf
Subito dopo ricevuta comunicazione ,abbraccia nuovamente l’idea prendendosi anche i meriti,pare che la mossa sia stata intelligente per far accogliere all’India le sue ragioni e in un intervista a Repubblica dichiara “"Senza lo strappo non avremmo potuto contrattare con il governo indiano le condizioni attuali, che prevedono per loro condizioni di vivibilità quotidiana nel paese e la garanzia che non verrà applicata la pena massima prevista per il reato di cui sono accusati. Su questo adesso non abbiamo più preoccupazioni.Deve essere chiaro che il nostro sforzo non finisce qui. Con l'India abbiamo aperto adesso un canale di comunicazione diplomatica e giuridica che riparte da presupposti diversi, e che si basa sul principio del mutuo rispetto tra i due Paesi, così come ha chiesto l'Onu più volte". Sulle sue dimissioni aggiunge: "Non ne vedo il motivo. In questi mesi abbiamo lavorato con impegno, cercando sponde diplomatiche e giuridiche per risolvere la situazione. Dimettermi? Io faccio parte di un governo dimissionario".

Un'altra Ministra esperta di diritto internazionale e nazionale e mi riferisco al Ministro tecnico Paola Severino ,Ministro della Giustizia,ci fa sapere dall’alto della sua esperienza che''Dal mio punto di vista, contano i risultati e gli esiti della vicenda e soprattutto conta il fatto che ai nostri due militari sia assicurata la garanzia di un giusto processo''.
''Da ministro della Giustizia - precisa il Guardasigilli - il mio solo compito era ed è quello che ai nostri due militari venga riconosciuto un livello di garanzia tale da assicurare loro un giusto processo. Quindi, che possano essere giudicati da un tribunale che si ispira ai principi della normativa internazionale e che si abbia la garanzia che, neppure dal punto di vista ipotetico, possano essere assoggettati alla pena di morte. Queste sono le due condizioni che sono sempre rimaste fisse''. Per quanto riguarda la giurisdizione, italiana o indiana, il Ministro aggiunge ''deve essere comunque risolto secondo la normativa internazionale. Questo è il quadro in cui, dal punto di vista del ministro della Giustizia e del diritto, si è sempre rivolta ed evoluta la vicenda. Il modo, poi, con il quale ottenere questi risultati non è certamente nelle funzioni del ministro della Giustizia''

In un articolo dello scorso 24 febbraio 2012, pubblicato su Agenzia Radicale e riportato anche sulla rassegna stampa della difesa si dice :"Inoltre la materia è regolata dall’articolo 698 del codice di procedura penale, che vieta l’estradizione quando la persona verrà sottoposta ad un procedimento che non assicura il rispetto dei diritti fondamentali, nello specifico quello della difesa con un processo basato su prove, quali quelli derivanti da esame autoptico e prova balistica. Inoltre la Corte Costituzionale con Sentenza n. 223 del 27 giugno 1996 ha ritenuto che la semplice garanzia formale che non verrà applicata la pena di morte è insufficiente alla concessione dell’estradizione. Più nello specifico la Suprema Corte si è espressa attraverso la Sezione VI, Sentenza n. 45253 del 22/11/2005 Cc. - dep. 13/12/2005, Rv. 232633; da ultimo, sez. VI, 10 ottobre 2008, n. 40283 dep.28 ottobre 2008, affermando che “ai fini della pronunzia favorevole all'estradizione, è richiesta la documentata sussistenza e la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza a carico dell'estradando (...) che essa espressamente condizioni l'estradizione alla sussistenza dei gravi indizi: in regime convenzionale, invero, la sussistenza dei gravi indizi di reità va incontrovertibilmente presunta dai documenti che la Convenzione indica”.
Di conseguenza l’accordo di riconsegna all’India di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone era nullo, in quanto in aperto contrasto con il Dettato costituzionale, consolidato dalla prassi. Chi se ne assunto la responsabilità potrebbe essere incorso reati di Attentato alla Costituzione e/o Alto tradimento".
Un altro grande protagonista è De Mistura in un intervista rilasciata Simone Spetia dichiara “
Ciò che è cambiato è che avevamo chiesto agli Indiani alcune garanzie, queste garanzie ci sono state fornite per iscritto ieri, sulla base di questa previsione e di questa situazione ci sono state riunioni a livello di Governo. Con le garanzie è prevalso un bene fondamentale per l'Italia che è quello della parola data; nel caso non ci fosse stata una garanzia sull'aspetto della pena capitale, che non è marginale, quello sarebbe bastato per non mantenere una parola che comunque è importante mantenere. Una volta ricevute queste garanzie ha prevalso la parola data dalla Nazione, dall'ambasciatore a nome del Governo e da due Marò. E questo è stato il punto di svolta sul quale si è deciso, con difficoltà per me che li ho dovuti accompagnare in India, per le famiglie, per i marò. Ma la parola di un italiano conta e vogliamo che conti.

C'è stata una discussione dura nel Governo?
Non faccio commenti su questo argomento. Il ministro ha avuto un comportamento altamente professionale, ha difeso questa posizione, si è adoperato in questi giorni e nell'ultimo mese perché si trovassero delle forme diplomatiche. L'importante è la decisione finale e collegiale del Governo, alla quale ci siamo tutti adeguati e sulla quale lavoriamo. Ha prevalso l'interesse per i principi, uno di questi è che la parola italiana vale.

C'è chi dice: il Governo ha fatto una figuraccia...
In India hanno avuto gli stessi problemi: erano stati accusati di aver fatto degli accordi segreti, che tutto era in qualche maniera ondivago. La realtà è che la diplomazia e i rapporti tra Stati su questioni inaudite come questa richiedono decisioni e aggiustamenti sulla base di elementi che vengono o non vengono forniti. In questo caso la posizione non è stata facile, non c'è stata la possibilità di aggiustare il tiro nello spiegare cosa avveniva perché queste discussioni avvengono discretamente e il risultato è quello che abbiamo. I due marò sono convinti anche loro che questa è una decisione condivisa, la loro parola è importante quanto quella dell'ambasciatore, sanno che l'Italia non li lascerà mai. La mia presenza qui e nei prossimi giorni a Delhi per garantire che certe condizioni che certe condizioni che sono state concordate vengano applicate e il fatto che noi manteniamo a bocce ferme, senza un dramma creato che poteva confondere tutte le acque, noi manteniamo la nostra posizione: arbitrato internazionale, riteniamo che i militari italiani, così come quelli indiani, debbano essere giudicati a casa propria. I nostri militari mantengono un atteggiamento profondamente dignitoso rispetto a questa questione. Ultimo punto: loro tornano in ambasciata, sono funzionari a questo punto dell'ambasciata, sostengono il nostro consigliere militare e hanno libertà di movimento. Le prossime mosse dipenderanno dalla diplomazia e dall'aspettativa che abbiamo noi che anche da parte indiana, come siamo stati capaci anche noi di prendere atto di alcune decisioni indiane, si prenda atto di quanto importante sia una soluzione diplomatica, giusta, internazionalmente riconosciuta di un fatto mai avvenuto prima.

E' mancato il supporto dell'Unione Europea?
L'unione Europea mi pare che abbia preso una posizione molto chiara rispetto ad una questione: quando l'India ha fatto capire che di fatto non avrebbero applicato l'immunità diplomatica all'ambasciatore. Su questo punto abbiamo visto un'Unione Europea forte.

Come stanno i due marò?
Io li conosco molto bene. Sono l'orgoglio del migliore comportamento che un militare può avere: dignità, chiarezza del loro ruolo e del loro comportamento, adeguarsi all'interesse e all'immagine dell'Italia e del loro corpo, quello dei Marò. Le loro famiglie sono state straordinarie perché hanno dovuto accettare per l'ennesima volta una delusione. Ma sono militari e anche in volo mi hanno ricordato: "Siamo militari, noi andiamo avanti e andremo avanti".

Un po' addolorati lo saranno...
Lo siamo tutti, siamo tutti esseri umani. Lo sono anche io. Credo che lo siano anche coloro che hanno dovuto prendere questa decisione. Ma siamo anche convinti della forza che vedrete nei nostri militari: noi abbiamo la nostra posizione e siamo pronti a difenderla perché non abbiamo timore di difenderla”.
Leggendo e rileggendo queste dichiarazioni e tutto quello accaduto è difficile trovare delle parole che non sfociano in insulti rabbiosi nei confronti di questi falsi rappresentanti istituzionali italiani,si confermano le voci di chi ha lavorato per creare un entità geografica chiamata Italia,gestita da un comitato d’affari,e a questo punto sarebbe utile sapere i nomi di questi affaristi ,e chi hanno finanziato durante la campagna elettorale. L’unica risposta da dare a questi signori,oltre a quello che prevede la legge,sarebbe quello di togliere la cittadinanza italiana,e mandarli a vivere dove risiedono i loro mandanti.

Britannia & Co – Quel che Renzi avrebbe dovuto ricordare alla Merkel





Germania, Italia, Consulta Tedesca, Trattato di Maastricht, Patto di Stabilità, Consulta tedesca, esattori per conto dello Stato, Eurozona, Euro Gabbia, Angela Merkel, Matteo Renzi, Romani Prodi, Mario Draghi, Privatizzazione della Banca d'Italia, SAcco del Britannia, Mani Pulite, George Soros, MIlena Gabanelli 
MES, Britannia & Co – Quel che Renzi avrebbe
dovuto ricordare alla Merkel
Dalla ricostruzione del puzzle internazionalista al MES:
una storia taciuta che Renzi conosce benissimo
Nell'impero Commonwealth accade anche questo…
 
di Sergio Basile
Renzi  Merkel - MES - Britannia
 Eravamo l'Italia…                                                                                                       
Berlino, Roma Noi siamo l'Italia! Era stato questo lo slogan pubblicitario gridato con "orgoglio" da Matteo Renzi alla vigilia dell'incontro con la Merkel e a poche ore dalla fine dell'incontro con Hollande. Peccato che nessuno se ne sia accorto… Esodati, disoccupati e padri di famiglia onesti in primis. Eravamo l'Italia! La grande nazione invidiata da tutto il mondo (e dalla speculazione finanziaria internazionale) prima che Renzi, Monti, Letta, Prodi, Draghi, Berlusconi, Napolitano gli altri compari atlantisti posti sotto il giogo del Commonwealth e i loro scendiletto, con un accorato quanto deplorevole lavoro chirurgico non smembrassero l'Italia dando fedele esecuzione al "Sacco del Britannia". Renzi, l'ambizioso Renzi, a Berlino ha dipinto se stesso come l'anti-somaro della situazione, ovvero come un paladino alla Giovanna d'Arco simbolo di un Paese immeritevole di esser messo dietro la lavagna con le orecchie d'asino… In effetti non ha tutti i torti il "neo-premier": l'Italia fino al 2007 (l'anno dell'introduzione del Target2: truffaldino sistema di regolamentazione interbancaria tra le 17 banche centrali dell'Eurozona, proteso a creare surplus fittizio in favore della Germania – vedi qui – Target2: Il Sistema Truffa che Dissangua l’Italia ) malgrado tutto – come vedremo – è stata ancora, grazie al genio italico, la regina incontrastata dell'Europa, malgrado il progetto masso-mafioso e finanziario di Civitavecchia fosse già stato avviato da ben 15 anni (A.D. 1992). Come inqadrare allora la comparsata di Matteo Renzi a Berlino? Patetica! Pretestuose le premesse, ma sconcertanti le conclusioni.
 Quel che Renzi avrebbe dovuto ricordare alla Merkel                                   
La sponda mediatica nazional-popolare è stata ancora una volta provvidenziale per l'ex-sindaco di Firenze, inducendo nella parte ingenua dell'opinione pubblica italiana la falsa consapevolezza che il reale problema si chiamasse,  in via esclusiva, semplicemente "Germania del rigore". Ovviamente affiché un inganno possa risultare credibile è necessario sempre creare un famelico ed antipatico anti-eroe che monopolizzi l'attenzione (la Merkel), un finto dualismo (monismo) tra "europeisti democratici" ed "europeisti rigoristi filo-merkeliani"; un capro espiatorio (o "asino/maiale espiatorio" che dir si voglia: i Paesi dell'Eurozona e l'Italia) ed un robusto alibi (la cosiddetta crisi internazionale). Ma chi conosce la scomoda ed occulta verità del Britannia sa bene che quello tedesco è solo un piccolo tassello del grande puzzle internazionalista anglo-americano composto a Bruxelles dopo la Seconda Guerra Mondiale, tra le righe del Piano kalergi (vedi qui – Il Piano Kalergi – La Terzomondializzazione dell’Europa - Seconda Parte e qui - Il Piano Kalergi - Prima Parte) e del piano Dullas (vedi qui – Il Piano Dullas - http://www.youtube.com/watch?v=9o2uqT23dpw ).
Renzi  Merkel - MES - Britannia
 Loro sono l'Italia                                                                                                         
"Noi siamo l'Italia!" Una frase calcistica ad effetto quella di Renzi. Frase accuratamente preparata per alimentare la confusione e indurre i benpensanti a credere nella favola dell’Italietta succube della locomotiva tedesca in un'Europa da "cambiare": e non rottamare come invece dovremmo tutti, boicottando le prossime europee. Una frase questa citata dal premier, che a quanto pare ha indotto un giornalista come Michele Santoro a sostenere – udite udite – che con Renzi qualcosa si sta muovendo… Muovendo si, ma nei portafogli dei grandi banchieri. Alla luce di tanta demagogia è opportuno ricordare ai nostri lettori cosa in quel lontano fine Maggio del 1992 avvenne a Civitavecchia, mentre quasi contestualmente Giovanni Falcone, "l'impiccione Falcone", saltava in aria con la sua scorta e si avviava attraverso l'alibi di tangentopoli il teatrino di Mani-Pulite: complesso fenomeno propedeutico all'insediamento di una "nuova" generazione di "politici".
 Dietro Tangentopoli e "Mani Pulite"                                                                   

"Tangentopoli” se ci riflettete a fondo – ce lo dicono i fatti – fu un grande specchietto per le allodole che ebbe sostanzialmente due effetti: 1) impedire agli Italiani e all'opinione pubblica di soffermarsi sul fatto che un branco di iene avesse  aggredito e privatizzato la Banca d'Italia rubando la sovranità monetaria; 2) favorire la nascita di nuovi eroi politici, nuovi salvatori della Patria sulle ali di un eterno e falsissimo duello tra destra e sinistra. Eroi nuovi capaci evidentemente di realizzare il Piano aglo-americano scritto sotto-dettatura da Licio Gelli e suggerito dalle forze occulte anglo-americane tra 1943 e 1945, cioè al'indomani dell'occupazione dell'Italia con il pretesto della liberazione dal fascismo e dal nazional-socialismo hitleriano (vedi qui – Speciale QE – Vecchie e Nuove Ombre Colonial – Da Dullas ai giorni nostri). Molti italiani credettero che "Mani Pulite" e lo stesso Antonio Di Pietro avrebbero contribuito alla rinascita morale dell'Italia politica, ma gli effetti di questi cambiamenti furono ben presto sotto gli occhi di tutti. Mani-Pulite servì sicuramente a colpire qualche corrotto (tanti altri la passarono liscia), ma fu anche un ottimo strumento di legittimazione di ambigui opinionisti e ambigui personaggi che ancora oggi dominano la scena politica e non.
 
 La verità è un'altra…                                                                                                  

La verità che Matteo Renzi e i suoi maestri conoscono benissimo, lezioni europeiste e merkeliane a parte,  è quindi un'altra: i governi succedutisi dal 1992 in poi accelerarono, tramite la definitiva perdita della sovranità monetaria afferente alla privatizzazione di Bankitalia, il piano di "rinascita democratica" che avrebbe portato alla terzomondializzazione indotta del Paese, favorendo l'instaurazione di un regime oligarchico travestito da democrazia che avrebbe controllato facilmente la scena economica, politica e sociale. Una casta intoccabile di uomini "eletti", servi di poteri occulti e banchieri internazionali che soggiogasse meglio quasi 60 milioni di italiani, prendendoli per fame. La distruzione indotta della prima rete aziendale europea in soli 7 anni (metà 2007- metà 2014) è dunque il naturale risultato di questo diabolico piano sovversivo covato nei palazzi istituzionali del potere "democratico". Ovviamente il fido Renzi non vuole e forse non può dirlo, come non può dire assolutamente nulla contro i custodi del Piano, ovvero i commissari di Bruxelles ed i sottoposti inviati provvidenzialmnete al Parlamento Europeo, a dar un tono di democraticità a questa incredibile dittatura.
 
Renzi  Merkel - MES - Britannia
 Panfilo Britannia  2 giugno 1992                                                                           

Il 2 giugno del 1992, come detto in più sedi, sul panfilo di Sua Maestà, il Britannia, fu decisa la terzomondializzazione dell'Italia, furono individuati gli uomini che avrebbero reso possibile questo "sogno" (vedi Amato, Draghi, Napolitano, Prodi, Monti, ecc.. ) ed anche le banche internazionali made in Usa che avrebbero avuto la fetta più grande della torta: vedi ad esempio, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers. Ai compagni Cinesi invece fu conferito il lasciapassare liberista per occupare (colonizzare) tutti gli spazi produttivi lasciati liberi dal fallimento indotto di centinaia di migliaia di aziende italiane. Un patrimonio incommensurabile rubato! Uno dei mille motivi e vanti nazionali che Renzi avrebbe dovuto rinfacciare alla Merkel, qualora fosse stato (dimostrazione per assurdo) davvero in buona fede, denunciando in aggiunta l'anticostituzionalità dei trattati europeoi che hanno negli anni avallato questi crimini, nonchè l'anti-costituzionalità dei declassamenti facili delle agenzie di rating contro l'Italia, e ciò semplicemente perchè l'articolo 1 Cost. recita che "la sovranità appartiene al popolo" e non alle banche, né tantomeno alle sottofiliali delle banche: Standard & Poor's, Moody's e Fitch. Poco  tempo prima a quella fatidica data il terreno fu reso fertile e preparato ad arte dalla celeberrima legge  n. 218 del 1990, la cosiddetta " legge-delega Carli-Amato" o "decreto Carli-Amato", che assegnò il 96% delle quote azionarie della Banca d'Italia alla famiglia Rothschild & Co, mediante gruppi bancari rientranti nella loro galassia, quali Banca Intesa, Unicredit, Generali, ecc..
 
 L'assalto alla stabilità della lira e la via dell'euro                                            

La mossa parallela a Mani-Pulite e alla privatizzazione della Banca d'Italia fu quella che consentì ai padri dell'euro (Prodi in testa) di suscitare forti dubbi sulla stabilità della lira, aprendo alla provvidenziale "moneta unica", salutata ancora oggi da molti come la panacea ideale ai mali dell'Italia. Per far accettare l'idea "euro" sarebbe stato necessario prima far vacillare l’economia italiana mediante robuste spallate alla lira. L'incarico fu dato allo speculatore multimiliardario George Soros (vedi foto sopra) forse per questo premiato qualche mese fa da Milena Gabanelli e soci (vedi qui - La Sinistra Italiana del “Partito Unico” premia Soros, Profeta del Nuovo Ordine Mondiale) con l'assegnazione del Premio Terzani 2013. Per comprendere il valore morale del premiato, bisogna ricordare che Soros tramite soffiate ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane bancarie e governative, riuscì ad affossare la cara-lira,  facendone crollare – tramite massicci spostamenti di capitali e attività speculativa mirata – il 30% del valore. Nel contempo furono penalizzate anche milioni di quote azionarie di centinaia di aziende italiane. Dietro le grandi svalutazioni della lira, contrariamente a quanto si asserisce ancora oggi in trasmissioni come Ballarò, ci fu l'attuazione di un piano premeditato. Piano poi garantito dall'UE con il "Patto di Stabilità" del 1997; con gli accordi sulla libera circolazione di capitali, beni e cittadini, di Schengeh , con il Trattato di Maastricht e quello di Lisbona, con il Target2 (1997) e successivamente - tra 2011 e 2013 -  con la firma di Fiscal Compact, Fondo Salva Stati Permanente (MES) e Two Pack (che è coinciso con il reale commissariamento Ue delle "leggi finanziarie" nazionali).
 
 Il ruolo della magistrutura e il fantasma della tripartizione dei poteri   
Ricapitolando, possiamo affermare che la magistratura occulta, come visto, favorì in un certo senso la fine della cosiddetta Prima Repubblica e l'ascesa dei padrini della Seconda Repubblica. Poi chiudendo gli occhi sui golpe di Monti, Letta e Renzi ha finito per avallare – pur essendo assolutamente incostituzionale – il dominio dei poteri occulti sull'Italia della Terza Repubblica. Queste palesi enomalie di ieri si ricollegano evidentemente con le notizie che in queste ore giungono da Berlino e Karl­sruhe: città quest'ultima dove sempre un organo di diritto e legge, la Corte costi­tu­zio­nale tede­sca che vi ha sede, ha sancito tramite sentenza la legittimità del Mec­ca­ni­smo euro­peo di sta­bi­lità (Mes) giudicato con­forme alla Costituzione Tedesca. Secondo la Corte, "l’utilizzo del denaro pub­blico tede­sco da parte dell’organismo finan­zia­rio euro­peo non viola il diritto demo­cra­tico dei cit­ta­dini a deci­dere, attra­verso il par­la­mento, come spen­dere i soldi dello stato".
 
 Consulta Tedesca legittima il MES: "compatibile con la costituzione"   

La que­stione di fondo era: può uti­liz­zare enormi quan­tità di soldi pub­blici (fino a 700 miliardi di euro, di cui 190 ver­sati dalla Ger­ma­nia e 125 dall’Italia) un orga­ni­smo (MES) non eletto da nes­suno? I giu­dici hanno rispo­sto sì. Giustizia è fatta dunque! Poco importa che si tratti di un organo liberticida nato su presupposti assurdi (diminuire il debito con l'accensione di altri debiti e raffreddare lo spread) come si può facilmente cogliere dall'estratto dell'articolo di "Qui Europa" dello scorso 31 Ottobre 2013, in allegato. Ma per l’esecutivo tedesco, reduce dall'incontro conviviale con il premier italiano, quella di ieri è una buona noti­zia: nes­suna boc­cia­tura delle deci­sioni di Ber­lino (e Bru­xel­les) degli ultimi anni. Giustizia è fatta!  Cali il sipario! Si spengano i riflettori, si svuoti la sala, ognuno torni ai propri posti…

Mercoledì, Marzo 19th/ 2014
- di Sergio Basile - 
fonte: http://www.quieuropa.it