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30/05/14

Caro Matteo Renzi, stai attento agli agguati di Angela!









Se il Tesoro tedesco sarà costretto per collocare i suoi titoli ad alzare troppo i tassi per rincorrere i sottoscrittori perché la “concorrenza” nell’area euro si farà sentire per le motivazioni esposte, è da scommetterci che inizieranno a circolare voci non del tutto rassicuranti verso il nostro Paese...E’ quanto mai sintomatico che le ultime aste dei titoli pubblici italiani siano andate molto bene in termini di richieste e conseguentemente di discesa dei tassi rispetto a quelle proposte nello stesso periodo dal Tesoro tedesco.
Se andiamo ad analizzare le motivazioni per il quale gli investitori domestici e internazionali hanno concesso questa fiducia verso il nostro Paese, premiandolo di un premio più basso in termini di corresponsione di tassi di finanziamento sul debito, vi è senza dubbio il successo elettorale europeo, oltre misura, riportato dalla compagine governativa condotta da Matteo Renzi.
I mercati sono stati “tranquillizzati” dal fatto che le politiche economiche proposte dall’attuale establishment al governo assicureranno in ogni caso essenzialmente il rispetto dei vincoli europei e che il relativo debito pubblico italiano è da considerarsi pertanto in totale “sicurezza”. Questo perché ci si prodigherà in ogni caso e con ogni mezzo, in primis con il ricorso fiscale, pur di garantire il rispetto delle regole e dei parametri, essendo quanto mai forte del mandato espresso dai cittadini in temi europei. In poche parole il risultato delle urne ha convinto i mercati finanziari ribadendo il principio che gli italiani sono disponibili, per loro stessa volontà, a ricoprire il ruolo di effettivi “prestatori di ultima istanza” a ogni costo.
Quindi quale opportunità migliore per gli investitori di sottoscrivere titoli italiani in euro, quindi senza nessun rischio di cambio, a tassi superiori a quelli degli altri Paesi eurodotati, ad iniziare proprio dalla Germania? E qui che il nostro bravo Renzi potrebbe iniziare ad avere proprio dalla Signora Merkel i primi dispiaceri.
Quando gli stessi investitori inizieranno a “disaffezionarsi” troppo dai “BUND” poiché saranno attirati dai sempre più appetibili “BTP”, ormai privi di “rischio” garantiti dalla citata disponibilità di immolarsi in ogni caso per Maastricht, i nostri amici tedeschi potrebbero correre ai ripari!
La Germania ha uno stock di debito pubblico elevato in termini assoluti, pari a circa 2150 miliardi di euro e necessita comunque di un notevole e periodico ricorso ai mercati per sostenerlo a tassi bassi e se qualcuno gli ruba la “scena”, come sta avvenendo ora con quelli italiani, si può stare più che certi che troverà qualche sistema per far cambiare idea agli investitori.
Sì, perché se il Tesoro tedesco sarà costretto per collocare i suoi titoli ad alzare troppo i tassi per rincorrere i sottoscrittori perché la “concorrenza” nell’area euro si farà sentire per le motivazioni esposte, è da scommetterci che inizieranno a circolare voci non del tutto rassicuranti verso il nostro Paese, quel tanto per ristabilire il principio che la Germania è la Germania e che l’Italia è l’Italia. Sistema già ampiamente collaudato nel passato per far confluire enormi flussi di capitali a basso tasso di remunerazione nella patria di Goethe.
Pertanto, caro Matteo, stai attento perché proprio dalla “alleata” Angela potranno arrivare le prime bordate in omaggio al sempre verde adagio “dai nemici mi guardo io, ma dagli amici mi guardi Dio”!


Antonio Mattia Rinaldi - 29 maggio 2014
fonte_ http://www.formiche.net

Il devastante costo dei sussidi: ciò che si vede e ciò che non si vede







Il concetto di “distruzione creatrice” elaborato da Schumpeter descrive come, in un contesto di libero mercato, le industrie nuove e più efficienti tendano ad estromettere quelle più datate, generando crescita economica. La perversione di questo processo, per come operata dallo Stato, può essere invece definita “distruzione non creatrice”. Lo Stato sovvenziona palesemente alcune industrie e alcuni gruppi (compreso se stesso ed i propri dipendenti), mentre surrettiziamente annienta la ricchezza complessiva ed il benessere sociale, riducendo la crescita economica e la prosperità generale.
Gli atti di prestidigitazione e di inganno perpetrati dallo Stato consistono nel catalizzare l’attenzione sui sussidi generosamente elargiti con la sua mano destra, adombrando abilmente la ben più grande distruzione, operata a suon di tasse e regolamentazione, con la sua mano sinistra. Come ha rilevato Bastiat, economista francese del 19° secolo, nel suo saggio Ciò che si vede e ciò che non si vede, si riscontrano due effetti ben precisi in ogni intervento dello Stato: effetti visibili ed effetti impercettibili. Esso mira a far sì che ci si concentri solo sull’attività economica intesa a riparare le “finestre”, non importa quanto reali o immaginarie, (i sussidi), evitando accuratamente di evocare tutte le finestre che lui stesso rompe, le case che demolisce, e la gente distratta dal costruirne di nuove e di migliori (la distruzione).
Lo Stato, ad esempio, propaganda incessantemente l’effetto di stimolo della spesa in tempo di guerra, in grado di sovvenzionare tutte quelle aziende che producono materiale bellico e di supportare tutti coloro che lavorano in quelle industrie. Ma le tasse con cui si sovvenziona tutto ciò sono estratte da una vasta fetta della popolazione, che sperimenta sulla propria pelle come la ricchezza possa essere drenata e distrutta.  Ma la distruzione non termina a questo punto. Con una minor ricchezza a disposizione, decrescono inevitabilmente anche le capacità delle persone di risparmiare e di investire in capitale umano e fisico. L’innovazione nelle industrie che producono burro viene repressa, così come la produzione per soddisfare le richieste viene compressa, quando non del tutto sprecata. La crescita economica sarà destinata ad un inevitabile arresto.
Tutta la spesa pubblica può essere assimilata alla spesa bellica per la sua prerogativa di deviare la produzione da ciò che le persone desiderano e a cui conferiscono valore (l’invisibile), a ciò che le medesime non vogliono e non apprezzano.  Tutto questo provoca la distruzione in più di una maniera. Con quanta più ricchezza viene drenata per sovvenzionare la produzione di pistole a spese della produzione di burro, tanti più disoccupati si riscontreranno nelle fabbriche casearie. La vita ed i piani delle persone vengono sconvolti. Queste devono andarsene e cercare altrove un differente impiego. Le relazioni sociali e familiari vengono scombussolate, imponendo dei pesanti costi psichici a carico degli individui coinvolti. Nel frattempo, la spoliazione legale operata dallo Stato rende obsoleta, distrae ed annienta qualsiasi forma di capitale: sia esso fisico, umano e sociale.
Sappiamo bene che gli effetti della distruzione soverchiano di gran lunga quelli generati dall’elargizione dei sussidi, per il semplice fatto che le tasse sono esatte in maniera coercitiva. E anche perché la distruzione non implica solamente la distrazione immediata di risorse impiegate in beni e servizi che gli individui prediligono maggiormente (il burro), bensì anche la frustrazione degli investimenti e dell’innovazione, la mortificazione degli accordi volontariamente convenuti per ottenere mutui benefici, e l’imposizione di costi psichici nei confronti di coloro che sono costretti a modificare le proprie abitudini comportamentali: a fronte di tutti ciò, possiamo essere sicuri che la distruzione eccede di gran lunga i benefici delle sovvenzioni. Possiamo pertanto essere sicuri che il risultato netto combinato dei sussidi e della distruzione darà luogo ad una distruzione netta.
Tutti i programmi statali hanno il medesimo tipo di impatto negativo netto sulla società. Un programma di assistenza sociale, ad esempio, si connota per essere altamente distruttivo. In tal caso, un gruppo privilegiato di anziani viene sussidiato, mentre un gruppo svantaggiato di tax payer sarà obbligato a pagare il conto. Risparmi, investimenti ed innovazione sono ampiamente soffocati nell’ambito del complessivo contesto sociale. La crescita ed il progresso si contraggono. Numerosi e svariati impatti sociali ed economici negativi andranno a colpire le famiglie, il lavoro, il modo di pensare, aggravando una situazione già di per sé negativa.
Ma quanto è grande la “distruzione non creativa” operata dallo Stato? Enorme. Rothbard ha suggerito che tutte le spese ascrivibili allo Stato siano da considerarsi come degli sprechi. E come possiamo avere un’idea della portata di tale distruzione netta? Come punto di riferimento, possiamo considerare i cambiamenti a lungo termine in termini di efficienza dell’industria americana, così come possiamo considerare il gravame fiscale sopportato dai contribuenti.
Nel 1880, l’industria americana (in termini reali) generava un indice di redditività del capitale investito pari al 7 per cento. Oggi, quel saggio è pari al 4 per cento. Si supponga che le imprese conservino tutta quella redditività per poi reinvestirla. Ciò vuol dire che esse cresceranno ad un ritmo del 7 per cento annuo se valutate nel 1880 e del 4 per cento se considerate nel 2007. Ancorché le industrie non ritengano tutti i propri guadagni, il forte decremento della redditività suggerisce che l’importante rallentamento del tasso di crescita è avvenuto a causa dell’affermarsi dello Stato. Le variazioni delle aliquote di imposta coincidono con la crescita più lenta e la attestano. Si assuma ora  che l’aliquota fiscale nel 1880 fosse pari a zero, e che l’odierna aliquota sia del 30 per cento. Ne consegue che al giorno d’oggi un ritorno sugli utili del 7 per cento sarebbe inevitabilmente ridotto, a fronte dell’incidenza delle imposte, al 4,9 per cento. Un’aliquota d’imposta del 40 per cento ridurrebbe il rendimento al 4,2 per cento. Quanto più lo Stato assorbe rendimenti e dirotta la ricchezza verso utilizzi non efficienti, sia il livello di tassazione che la soglia di crescita, inevitabilmente più lenta, rifletteranno tale distorsione.
Non essendo tutti degli storici o dei centenari, un gran numero di americani è inconsapevole che il tasso di crescita negli USA ha subito un rallentamento di tale portata. Ma ammesso e non concesso il riconoscimento della perdita visibile del tasso di crescita,  questi cittadini si renderebbero poi conto delle tremende privazioni di ricchezza che tutto ciò comporta? Probabilmente no. Poiché la crescita si calcola a partire da un importo base che si fissa quale parametro iniziale, questa si capitalizza. Con un tasso di crescita del 4 per cento annuo, la base cresce più lentamente e gli incrementi sono molto più contenuti. Con un tasso di crescita del 7 per cento, invece, non è solo il tasso di crescita ad essere più elevato, ma anche gli incrementi sono sempre più consistenti. C’è un effetto sostanziale di “crescita su crescita”, che è esattamente assimilabile all’effetto della capitalizzazione degli interessi (interesse su interesse). Mille dollari ne fruttano 50.000 dopo 100 anni, al tasso del 4 per cento annuo [applicando la formula dell’interesse composto, ndt]. Ne fruttano invece 868 mila, considerando lo stesso periodo di 100 anni, al saggio del 7 per cento. Sebbene il tasso di crescita sia solo del 75 per cento superiore (7/4 = 1,75), la ricchezza finale è maggiore più di 17 volte tanto (il 1700 per cento).
Si aggiungano, all’aspetto della crescita rallentata, le perdite visibili o impercettibili, queste sicuramente più difficili da identificare,  in termini di innovazioni tecnologiche,  di istruzione, di assistenza sanitaria, di incremento della popolazione, di longevità e di cultura. A tutto ciò si sommino, ad abundantiam, le privazioni in termini di qualità dei servizi coercitivamente erogati dagli Stati,  andando a soppiantare i servizi che sarebbero emersi in un libero mercato. Ma non è finita: si aggiunga lo spreco assoluto di risorse generato dagli Stati che costringono e imbrigliano l’attività umana in canali, che non sarebbero altrimenti percorsi. In totale, pertanto, la distruzione deve essere molto più grande di ciò che quel 75 per cento di caduta del  tasso di crescita suggerirebbe. Di seguito, assumeremo che l’attuale tasso di distruzione operata dallo Stato sia superiore di un fattore del 125 per cento, rispetto a quanto accadeva nel 1880.
Per renderci concretamente conto delle due facce dello Stato, dobbiamo esplicitamente mostrare le logiche di funzionamento dei sussidi indirizzati ad alcune imprese (armi) e la contestuale distruzione che si dispiega in altre (burro).
Si identifichi lo stadio produttivo originario, quello del 1880, denotandolo come BPAST. Si supponga che, nel 1880, l’effetto delle sovvenzioni aumentasse  del 20 per cento quel livello (0.2 BPAST), e che, parimenti, l’ effetto della distruzione ne determinasse una contrazione del 30 per cento (-0.3 BPAST). L’effetto netto sull’andamento dell’ economia del 1880 è allora - 0.1 BPAST. La misura della tassazione è abbastanza indicativa di questo trend, atteso che, considerando tutti i livelli di governo, a quell’epoca questa si assestava, con tutta probabilità, intorno al 10 per cento. E, con quel livello, l’effetto di trascinamento sull’economia del 1880 poteva dirsi relativamente modesto.
Con un volo pindarico, andiamo adesso al 2007. Lo Stato è cresciuto in maniera ipertrofica. Il livello dei suoi sussidi è estremamente più cospicuo, così come quello della sua distruzione. Ipotizziamo che le sovvenzioni siano aumentate del 50 per cento rispetto al 1880. Cioè, l’effetto sullo stadio produttivo odierno (che chiameremo BNOW) è pari a 0,2 x 1,5 = 0,3. La misura dei sussidi del giorno d’oggi equivale al 30 per cento di quanto viene prodotto. Si supponga che l’effetto distruttivo si sia oltremodo rafforzato, scontando un’amplificazione ben maggiore, diciamo del 125 per cento rispetto alla precedente situazione. Ciò significa che l’effetto di distruzione è ora  -0,3 x 2,25 = -0,675 BNOW.
La distruzione netta, parametrata ai giorni nostri, su BNOW è quindi 0,3 -0,675 = -0,375. Di fatto, quel saggio del 37,5 per cento si approssima assai al livello di pressione fiscale a cui si è attualmente soggetti. Supponendo che il grado di distruzione operata dallo Stato sia incrementato molto più rapidamente rispetto a quello dei sussidi elargiti (125 per cento rispetto al 50 per cento), si ottiene un risultato numerico apprezzabile, che riproduce diversi aspetti: (1) la riduzione della efficienza delle imprese dal 7 al 4 per cento, e (2) l’aumento della tassazione sulle medesime imprese (la quale andrà poi ad impattare sui singoli individui).
Si supponga ora che il settore produttivo in un mercato libero sia in grado di produrre e di crescere al ritmo del 7 per cento annuo, sia nel passato che ai nostri giorni. Avvalendoci di una stima spannometrica, il tasso di crescita reale nel 1880, dopo la spoliazione operata dallo Stato, era pari allo 0,9 x 7 per cento = 6,3 per cento. Oggi, tale tasso di crescita reale è invece pari allo 0.625 x 7 per cento = 4.375 per cento. Questi valori sono solamente ipotetici, ma la loro notevole divergenza offre una stima ragionevolmente accurata ed un limite minimo dell’effetto netto della distruzione statale realizzata attraverso i suoi sussidi. Come la tassazione è balzata a livelli considerevoli, il tasso di crescita dell’economia si è contratto di circa il 30 per cento, vale a dire il rapporto tra i tassi di crescita netti (6.3 – 4.375) ed il tasso di crescita relativo al primo periodo preso in considerazione (6.3).
Ma perché la distruttività dello Stato marcia a ritmi molto più serrati rispetto al livello dei sussidi che lo stesso fornisce? Vi sono diverse ragioni. Da un punto di vista economico, con l’esazione delle imposte, vengono drenate risorse passibili di essere impiegate in progetti a cui viene attribuito un minor valore, ma in cui le imprese avrebbero desiderato investire. Di seguito, si distraggono i fondi impiegabili nella realizzazione di progetti più apprezzati. Di fatto, non appena tali imprese tentano di ottenere dei finanziamenti per il loro conseguimento, si imbattono in crescenti costi di approvvigionamento del capitale, dovendo far fronte a tassi di interesse sempre più elevati.
Un’ulteriore ragione consiste nel fatto che le regolamentazioni dello Stato sono ineludibilmente interrelate alle sue misure di sussidio e tassazione, ed esse immettono nuovi livelli assoluti di distruttività, passibili di ostacolare l’innovazione, di costringere le imprese a sottrarre risorse ricorrendo all’evasione e all’elusione, nonché di spingerle alla delocalizzazione.
In terzo luogo, l’interventismo statale introduce una stabile condizione di  incertezza nella conduzione degli affari.
Quarta considerazione, non dobbiamo scordarci degli “effetti di network”. Come la distruttività si diffonde, questa deteriora ed annichilisce le inter-relazioni  tra i diversi comparti industriali.
In quinto luogo, non appena le imprese intuiscono che la politica è in grado di influenzare il loro operare, queste tenderanno opportunisticamente a ricercare le rendite parassitarie, incontrando il favore politico, in modo che il favoritismo e la distruzione della logica concorrenziale aumentino oltremodo.
Una sesta conseguenza: lo Stato è in grado di catturare le industrie a cui fornisce i sussidi.
La sola ed unica creatività dello Stato si esplica nel concepire i propri trucchi [e nel dispensare illusioni, ndt] per ingannare il pubblico. Ma non ci rimane che constatare che, alla fine di tutto questo processo, non resta altro che una gigantesca  “distruzione non creatrice”.



Articolo di Per Bylund e Michael S. Rozeff su LewRockwell.com
Traduzione di Cristian Merlo - lunedì, marzo 24, 2014

fonte: http://vonmises.it 

La trascurata alleanza strategica tra Russia e Cina



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La visita del presidente russo Vladimir Putin a Shanghai, il 20-21 maggio, ha attirato l’attenzione di tutto il mondo ma per una serie di motivi, il suo significato non è stato ancora pienamente apprezzato. Sembra che l’occidente s’illuda sulla propria supremazia globale e preferisca non vedere l’alternativa emergente nella forma dell’alleanza russo-cinese. A differenza delle pratiche passate però, Mosca e Pechino non vogliono avvisare gli avversari con forti, ma non sempre specificate, dichiarazioni, preferendo lavorare tranquillamente e metodicamente fornendo alle loro relazioni bilaterali un contenuto completo e pratico. La maggior parte delle notizie sulla visita di Putin  è incentrata sul contratto sul gas, mentre gli aspetti militari, politici e strategici del vertice a Shanghai passano per lo più inosservati agli esperti. I critici riducono tutto alla fornitura di materie prime della Russia e alla “penetrazione” della Cina del mercato russo, ma il vero significato della visita è molto più profondo e può essere pienamente apprezzato solo dagli storici futuri.
Se leggiamo attentamente la “Dichiarazione congiunta della Federazione Russa e della Repubblica popolare cinese sulla una nuova fase dell’ampia partnership e delle relazioni strategiche” adottata dai capi di Stato, non è difficile vedere che il documento contiene numerosi elementi simili ad un accordo per la creazione di un’alleanza militare e politica, ma senza attuazione giuridica definitiva.  Dopo tutto, se la procedura di attuazione forse può essere svolta assai rapidamente, è molto più difficile mettersi d’accordo sui principi. Una sorta di accordo in standby è sempre pronto a partire, però. Russia e Cina hanno parlato del “nuovo tipo” di relazioni interstatali, sottolineando che “il risultato di un partenariato globale e della parità nella fiducia e cooperazione strategica ad un livello assai più elevato, sarà un fattore chiave nel garantire gli interessi vitali di entrambi i Paesi nel 21° secolo, con la creazione di un ordine mondiale giusto, armonioso e sicuro”. E questo dovrà ora essere preso in considerazione da tutti. La dichiarazione congiunta delinea la filosofia generale dell’atteggiamento dei due Paesi verso i problemi globali attuali, indicando la natura fondamentalmente sana e biologica, piuttosto che opportunistica, della partnership. Dice, ad esempio, che “entrambi i Paesi continueranno a fornirsi un forte sostegno su questioni relative ad interessi fondamentali come sovranità, integrità territoriale e sicurezza. Si oppongono a qualsiasi attentato e interventismo negli affari interni, e sostengono la stretta aderenza alle disposizioni fondamentali del diritto internazionale sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, al rispetto incondizionato dei diritti dei loro partner a scegliere autonomamente la propria via di sviluppo, e al diritto di preservare e difendere i propri valori culturali, storici, etici e morali”. Si tratta del tristemente noto modello liberale ad ogni costo universalmente imposto dall’occidente. Entrambi i Paesi sottolineano la necessità “di respingere il linguaggio delle sanzioni unilaterali, od organizzazione, favoreggiamento, finanziamento o incoraggiamento di attività volte a modificare il sistema costituzionale di un altro Paese oa  trascinarlo in un qualsiasi blocco multilaterale o unione.” In altre parole, il rifiuto categorico delle numerose ‘rivoluzioni colorate’ orchestrate nel mondo dall’occidente e dell’espansione dei blocchi militari e politici tradizionali tipo NATO. Il “nuovo tipo” di rapporti scelti da Mosca e Pechino è anche conveniente, perché non fornsice agli Stati Uniti alcun motivo o giustificazione per espandere il blocco. Nel processo, tuttavia, Cina e Russia permettono l’espansione della propria ‘proto-unione’ attraverso l’inserimento di un’altra potenza  mondiale, l’India. Considerano l’interazione delle tre potenze “un fattore importante per garantire sicurezza e stabilità sia nella regione che nel mondo. Russia e Cina continueranno gli sforzi per rafforzare il dialogo strategico trilaterale aumentando la fiducia reciproca, sviluppando posizioni comuni su importanti questioni regionali e globali, e promuovendo una reciprocamente vantaggiosa cooperazione pratica”. Va notato che il neo-primo ministro dell’India Narendra Modi, a giudicare dalle sue dichiarazioni, è pronto a lavorare in quest’ambito. “Rimane la necessità di riformare l’architettura finanziaria ed economica internazionale, riallineandola alle esigenze dell’economia reale e aumentando rappresentanza e diritto di voto dei mercati emergenti e dei Paesi in via di sviluppo nel sistema di governance economica globale, al fine di ripristinare la fiducia nel sistema”. È stato osservato che i Paesi considerano il ‘G20′ principale forum di cooperazione economica internazionale, piuttosto che il noto ‘G7′, intendendo impegnarsi attivamente per rafforzare l’Unione e aumentare l’efficacia delle sue attività. Manifestazioni come l’espulsione della Russia dal ‘G8′ sono quindi vane. Inoltre si dà una chiara prospettiva a un’altra unione, i BRICS, che Russia e Cina intendono trasformare “in un meccanismo di cooperazione e coordinamento su una vasta gamma di questioni finanziarie, economiche e politiche globali, tra cui l’istituzione di un partenariato economico più stretto, la rapida creazione di una Banca di sviluppo dei BRICS e la formazione di un pool di riserve valutarie”.
Importanti accordi sono stati raggiunti sul corridoio dei trasporti della Via della Seta, la cui creazione anche l’occidente sostiene, credendola un’alternativa alla via di transito eurasiatica della Russia, così come pomo della discordia nelle relazioni russo-cinesi. Questo progetto, che ha preoccupato la Russia a lungo, si rivela vantaggioso per la cooperazione russo-cinese. Mosca ha dichiarato che “considera importante l’iniziativa della Cina per lo sviluppo economico della ‘Silk Road Belt’, e apprezza la volontà della Cina di prendere in considerazione gli interessi russi nei suoi sviluppo e realizzazione. Entrambi i Paesi continueranno a cercare modi possibili per aderire al progetto della cintura economica della Via della Seta e all’Unione economica eurasiatica attualmente in fase di creazione”. Così la nuova Via della Seta non serve gli interessi geopolitici occidentali. Invece, risponderà alle richieste urgenti di entrambi i Paesi, anche in termini di presenza strategica nelle regioni che si affacciano lungo la Via della Seta. Attraverso sforzi congiunti, Mosca e Pechino possono sottrarre la zona all’occidente; ancora un’altra grande sconfitta strategica di Washington. La partecipazione di Putin con il leader cinese Xi Jinping all’avvio delle esercitazioni navali congiunte nella base navale di Woosung, aggiunge una tonalità particolarmente simbolica alla visita di Putin a Shanghai. È opportuno ricordare che qualcosa di simile è avvenuto all’inizio di ciò che divenne l’intesa franco-russa, segnata dall’arrivo della squadra francese a Kronstadt. I Paesi hanno inoltre deciso di effettuare esercitazioni congiunte per commemorare il 70° anniversario della vittoria sul fascismo tedesco e il militarismo giapponese nei teatri europeo ed asiatico della seconda guerra mondiale, così come a continuare la “risoluta opposizione ai tentativi di falsificare la storia e minare l’ordine mondiale del dopoguerra”. Questo problema ha un notevole significato strategico, nonché storico. Effettivamente Mosca e Pechino riconoscono il reciproco ruolo decisivo nella vittoria sulla Germania da parte dell’URSS e del Giappone da parte della Cina. Dopo tutto, l’occidente sminuisce continuamente il ruolo svolto da Russia e Cina nell’ultima guerra. Gli Stati Uniti hanno imposto al mondo la visione secondo cui il loro contributo alla vittoria nella seconda guerra mondiale sia stato decisivo, se non in Europa, certamente in Asia. Tuttavia, le truppe di terra del Giappone furono per lo più decimate in Cina, mentre la Wehrmacht fu decimata sul fronte orientale. Gli statunitensi per lo più spazzarono via le popolazioni civili delle isole giapponesi attraverso i bombardamenti, comprese le bombe atomiche. Non è un mistero il motivo per cui l’esercito giapponese del Kwantungnon di un milione di soldati non avanzò verso la Siberia; non lo fece perché non poteva lasciare la Cina combattere dietro le sue linee. Trentacinque milioni di cinesi morirono in guerra, rispetto al mezzo milione di statunitensi. Gloria a tutti coloro morti per una giusta causa, ma da queste cifre è chiaro che sulle spalle di quali nazioni è stato sostenuto il peso della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Ciò definisce non solo il contenuto della memoria storica, ma anche il ruolo specifico svolto dalle due potenze, Russia e Cina, nel determinare l’ordine mondiale del dopoguerra.
Degli accordi economici concreti sottoscritti dai due Paesi, così come dai piani energetici, l’accordo per lo sviluppo congiunto di aeromobili wide-body a lungo ricercato è di particolare interesse. Si prevede che nell’estate del 2014, la russa United Aircraft Corporation (UAC) e la cinese Commercial Aircraft Corporation, COMAC, presenteranno uno studio di fattibilità del progetto ai loro governi. Gli investimenti dei Paesi nella società mista non sono stati ancora specificati, ma UAC ha sottolineato che sarà paragonabile ai progetti Boeing 787 (quasi 32 miliardi di USD) e Airbus 350. Considerato il fatto che la Russia ha già gestito il jet a corto raggio Sukhoj Superjet 100 e che dovrebbe prossimamente lavorare sull’ala dell’aeromobile intermedio MS-21, Russia e Cina e più tardi forse India, avvieranno la produzione di una serie di aerei passeggeri con motori migliori e un’alta percentuale di materiali compositi avanzati. Inoltre, potranno anche avere un vantaggio competitivo rispetto a Boeing e Airbus, in quanto saranno orientati verso un mercato interno di circa 2,5 miliardi di persone. Inoltre vi sarà lo sviluppo congiunto di un elicottero pesante, successore del già impareggiabile Mi-26. E non è solo il successo commerciale atteso da questi progetti ad essere importante; la loro importanza principale risiede nella creazione di un nuovo centro globale di produzione di tecnologie chiave, indipendente dall’occidente.
L’analista statunitense Robert Parry ha definito storico il riavvicinamento tra Russia e Cina, credendo che la crisi ucraina abbia dato alla Cina, un Paese dalla rapida crescita economica, e alla Russia con la sua abbondanza di risorse naturali, ulteriori impulso e significativo. “Cina e Russia hanno fatto blocco di recente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire le iniziative occidentali. Ciò significa che invece di isolare la Russia alle Nazioni Unite, l’approccio duro del dipartimento di Stato sull’Ucraina ha avuto l’effetto opposto. La Russia ha ora un nuovo e potente alleato”. Ciò significa, però, che Mosca e Pechino uniscono le forze per lanciare una potente controffensiva ad occidente? Difficile, non ne hanno bisogno. Ciò che serve è una concorrenza leale, senza manipolazioni, senza doppi standard e senza attività sovversive. Allora sarà chiaro quale sarà il modello migliore e più riuscito. Al passare di ogni anno, sarà sempre più difficile per l’occidente ignorare le giuste esigenze avanzate dai nuovi poli della politica globale.
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di: Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 29/05/2014
Traduzione di Alessandro Lattanzio  
fonte: http://aurorasito.wordpress.com

India, la ‘cultura dello stupro’





Non anomalia, non episodio, non orrore; ma regola, abitudine, indifferenza. La chiamano ‘cultura dello stupro’, ora, perché quello è: in India, dicono i dati, avviene una violenza sessuale, spesso di gruppo, ogni 20 minuti; una stima di certo inferiore alla realtà, considerando che sono tante le vittime a non denunciare l’abuso.

E’ qui, in un Paese di oltre un miliardo di abitanti, all’avanguardia nella ricerca sul nucleare e nei programmi spaziali, un Paese che ha eletto una donna come primo ministro nel 1966, che due ragazzine sono state – di nuovo, ancora – brutalmente stuprate e poi appese ai rami di un albero e lasciate morire.

Scomparse da casa nella serata di mercoledì, le due dalit, cioè senza casta, di 14 e 15 anni, sono state violentate da una banda di uomini nel villaggio di Katra, nell’Uttar Pradesh, India nord-orientale, per poi essere impiccate ai rami di un mango. Al momento, secondo i media indiani, sarebbero state denunciate 7 persone, tra cui due agenti di polizia, ma soltanto uno di loro è stato arrestato, mentre gli altri sono latitanti.

In un primo momento, non riuscendo a trovare le due adolescenti e vista la reticenza manifestata dalle forze dell’ordine nel registrare la denuncia della scomparsa (il capo della polizia locale è stato poi sospeso dal servizio per non aver agito tempestivamente), gli abitanti del villaggio hanno avviato una ricerca a tappeto nei campi dove le cugine erano andate perché nella loro abitazione non ci sono i servizi igienici.

Qui la scoperta dei cadaveri, a cui è seguita una rapida indagine che ha permesso di ricostruire la storia, confermando il rapimento e lo stupro collettivo. L’ennesimo. Solo lo scorso febbraio un’altra bimba di 9 anni era stata aggredita nel cortile di casa sua, mentre un mese prima una 12enne era stata violentata e bruciata viva; lo scorso anno invece, vittime della brutalità del branco erano state dieci minorenni sordomute e una bambina di 5 anni, stuprata e mutilata da un suo vicino di casa; e così via, fino ad arrivare al dicembre del 2012, quando una studentessa di 23 anni venne abusata da sei uomini mentre tornava a casa su un autobus. Morì 10 giorni dopo per i traumi riportati.

A nulla sembrano dunque valere le leggi più rigide contro lo stupro varate lo scorso anno sull’onda delle proteste che dilagarono in tutta l’India: la violenza contro le donne nel Paese è una questione culturale, che l’atteggiamento passivo delle autorità non contribuisce di certo a ostacolare. Ed è una questione a cui l’occidente sembra guardare con occhio quasi indifferente.

L’India è il ‘Paese in via di sviluppo’, l’economia ‘emergente’, un nuovo interlocutore; l’India è misticismo, santoni, guru, pace dei sensi, turismo. Quello che accade alle sue figlie, massacrate e sepolte da stereotipi e convenzioni, quello invece può essere lasciato lì, a penzolare dai rami di un albero, lontano dagli occhi e dalle voce.

Florence Ursino - 29 Maggio 2014
fonte: http://www.agenziaradicale.com


29/05/14

L’economia italiana nella palude Confindustria spaccata, il premier la snobba E i giovani vanno all’estero per la disoccupazione







Due assenze così all’annuale messa cantata di Confindustria non si erano viste mai. Oggi all’Assemblea non si vedranno né il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, né con molta probabilità il presidente della seconda associazione industriale più pesante d’Italia, quella di Roma e del Lazio, Mario Stirpe. Segno che la presidenza di Giorgio Squinzi – che ieri ha rinnovato la squadra per il prossimo biennio – ha molto da ricucire con la Capitale, da Palazzo Chigi alla stessa Confindustria romana. Certo il leader degli industriali non immaginava proprio quel 40,81% delle ultime Europee quando a marzo scorso spinse il neo premier all’angolo, prendendosi come risposta la responsabilità di aver spinto l’Italia, insieme ai sindacati, nella “palude”. Cosa diversa è invece la frattura tra Nord e Sud che ha portato al clamoroso allontanamento del vicepresidente nazionale dell’associazione, quell’Aurelio Regina che era stato uno dei grandi elettori proprio di Squinzi alla guida dell’organizzazione di via dell’Astronomia. L’avvio di una guerra che si annuncia lunga e dolorosa, perché Regina adesso punta alla leadership dell’associazione, forte di una politica che ha girato le vele altrove.
I meccanismi che regolano la vita della Confindustria sono complessi e sconsigliano di giocare troppo d’anticipo. Ma, complice la crisi, l’associazione ha perso negli ultimi anni la centralità del passato. In più i conti non vanno affatto bene e nonostante la coraggiosa riorganizzazione dell’ultimo anno, la base è stanca di assistere a sprechi senza fine. Un esempio per tutti: Il Sole 24 Ore, il cui valore rispetto al collocamento in Borsa risulta massacrato e solo nell’ultimo bilancio ha perso 38 milioni di euro. Senza contare l’emorragia delle copie, per le quali negli ultimi giorni si è assistito a un penoso rimpallo di accuse tra l’editore e il precedente direttore Riotta.
Dunque c’è un tessuto sensibile al tema del ricambio ai vertici e Regina potrebbe essere il cavallo giusto per voltare pagina dopo Squinzi. Ovviamente negli ambienti più vicini all’imprenditore foggiano, ma ormai romano di adozione, nessuno conferma nulla. Di cose da fare d’altronde Regina ne ha, e non poche, visto che è presidente delle Manifatture del Sigaro Toscano, del Credit Suisse Italia Spa, della Fondazione Musica per Roma, dell’Agenzia per l’internazionalizzazione di Unioncamere e poi ancora consigliere delegato di British American Tobacco Italia e tanto altro ancora. Inoltre la casistica non è dalla sua. Un candidato del Sud alla presidenza di un mondo industriale che sta praticamente tutto al Nord è raro. Basti pensare al romano Luigi Abete, la cui candidatura alla presidenza degli industriali fu fatta passare dal Centro Studi dell’assolombarda. E proprio l’associazione di Milano, l’azionista di riferimento del sistema confindustriale, ha già in pancia un candidato forte, quel Gianfelice Rocca che i bene informati riferiscono già lanciato per la prossima presidenza.
Se Milano è il cuore dell’industria storica, Roma e la sua associazione regionale è però il centro delle aziende partecipate dallo Stato che incredibilmente versano la loro pesante quota per aderire al salotto dell’industria privata. Cose che succedono nelle paludi. Fatto sta che a Roma non l’hanno presa affatto bene né l’uscita di Regina dal board confindustriale, né la sua sostituzione alla vicepresidenza con un non romano. La poltrona lasciata libera è finita infatti a Carlo Pesenti. Così Squinzi oggi parlerà a un’assemblea ben consapevole di avere un problema. Anzi, almeno tre. Il primo sta nella tradizione degli industriali italiani, da sempre filogovernativi, ovunque vada il vento. E per tanti arrivare a Roma ed essere snobbati proprio da quel Renzi che magari hanno votato non è un bel segnale. Il secondo guaio sta nei conti dell’associazione, una macchina ancora troppo costosa. Ultimo grattacapo è la frattura interna, con la lunga campagna elettorale strisciante in corso. Pensieri che fanno dell’associazione un freno e non una spinta nella difficile rincorsa alla ripresa.

Oltre sei milioni senza lavoro, i giovani scappano all'estero
di Alessandro Righi
Tanti di quei 6,3 milioni di italiani senza lavoro hanno scelto Matteo Renzi alle ultime elezioni. A loro, e non solo, il governo dovrà fornire delle risposte. Subito. Prima che gli voltino le spalle. Perché la foto scattata dall’Istat sull’occupazione nel nostro Paese è impietosa. Ancora una volta. Oltre 6 milioni di disoccupati, come già detto, e una marea di giovani che ogni giorno decide di prendere il volo per cercare migliori fortune all’estero (quasi 100 mila in cinque anni). Il dato sui disoccupati emerge sommando i numeri del rapporto annuale dell’Istat, ovvero i 3 milioni e 113 mila disoccupati rilevati nel 2013 sommati ai 3 milioni e 205 mila italiani che vorrebbero lavorare. Detto questo, dal rapporto annuale presentato ieri a Roma dall’Istituto di statistica, c’è anche qualcuno che esprime fiducia, come donne e stranieri. Fiducia anche se il Paese nel 2013 non è cresciuto affatto e il Pil è sceso sotto i livelli del 2000. Al collasso anche i consumi (-2,6%), per il terzo anno di fila, e potere d’acquisto in calo dell’1,1%. Leggermente positive le esportazioni con un timido +0,1%. Ma inutile girarci intorno: la situazione resta drammatica.

AAA Lavoro cercasi
Solo nell’anno 2013 si sono polverizzati ben 478 mila posti di lavoro, mentre la disoccupazione è cresciuta dal 10,7% del 2012 fino al 12,2%. Letteralmente a picco i posti di lavoro nel campo delle costruzioni con un -9,3% che parla più di ogni cosa. Ma a pagare il prezzo più salato sono i giovani. Quelli tra i 15 e i 24 anni toccano quota 40% di disoccupazione con un incremento del 4,5% solo nel corso dello scorso anni. Molti hanno perso pure la speranza e un lavoro non lo ricercano nemmeno più. A far sperare in qualcosa di meglio è il settore manifatturiero. Tiene l’occupazione femminile (-0,1% nell’ultimo quinquennio). E sono sempre di più le famiglie dove è solo la donna a lavorare. Dolori per le donne in gravidanza che non riescono a rientrare in tempi brevi nel mercato del lavoro.

Tenue speranza
Sono i primi mesi del 2014 a lasciare qualche barlume di speranza con la domanda estera che pare stia trainando il fatturato di alcune imprese. A differenza comunque da quella interna che resta debolissima. Nel nord del Belpaese l’efficienza delle imprese appare sopra la media. Molte falle per il Mezzogiorno. Nell’anno in corso, però, secondo le stime dell’Istat il Pil dovrebbe crescere del 0,6% per giungere fino alla crescita dell1,4% prevista per il 2016. E con i venti di crisi un altro fenomeno tornato di moda è quello della propensione al risparmio.

Crollo demografico
Si innalzano le prospettive di vita (molto meglio anche rispetto alla media europea), ma allo stesso tempo nascono sempre meno figli. Senza un lavoro sicuro e duraturo, con contratti senza alcuna prospettiva, le coppie ci pensano bene prima di sposarsi e mettere al mondo piccole creature. Nel 2012 la media è stata di 1,42% figli per donna nel 2012, mentre la media Ue è stata di 1,58%.
Il rischio di povertà resta forte. Ancor di più nelle famiglie monogenitori con figli minori, toccando quota 33.5%. Dati a cui il governo Renzi dovrà provare a porre freno con provvedimenti strutturali. Perché alle promesse pre elettorali e ai primi interventi sul mercato del Lavoro dovrà essere dato seguito con altri fatti. Se non vogliamo masticare ancor più amaro alla prossima rilevazione statistica.

Sergio Patti

28/05/14

La dittatura europea: intervista a Ida Magli










idamagli 

Qual è l’origine di quella che Lei ha definito “la dittatura europea”?
Le origini vengono da molto lontano. Un progetto di “pace perpetua” fondato sull’omogeneizzazione di tutti i popoli e di tutti gli Stati, in primis di quelli europei, risale al primo Umanesimo ed è passato poi ai Filosofi del Settecento fino a Kant che ha scritto appunto un “Progetto di pace perpetua”. Si trattava con tutta evidenza di un discorso filosofico, un’ipotesi teorica priva di qualsiasi aggancio con la realtà, ma i politici e i finanzieri anglo-americani se ne sono serviti, alla fine della prima guerra mondiale, per lanciare, sotto l’ideale della pace, l’idea di un’unione degli Stati europei.
Un’unione federale a guida americana che in realtà doveva dare inizio ad una economia e ad un mercato mondiale.

Qual è il rapporto dare/avere fra l’Unione Europea e l’Italia?
Non credo che si possa parlare di un rapporto dare-avere. Qualcuno presenta ogni tanto un bilancio di quanto l’Italia dà all’Unione in denaro come la quota obbligatoria dell’Iva annuale, gli stipendi e le spese dell’europarlamento e quanto riceve di contributi all’agricoltura e altre cose del genere, ma si tratta ovviamente di bilanci senza senso. In che modo, infatti, si può calcolare il danno della perdita della sovranità sulla moneta, con tutto quello che ha comportato e che comporta di pagamento degli interessi (signoraggio) ai banchieri della Banca centrale europea? In che modo calcolare la perdita del proprio territorio con l’eliminazione dei confini stabilita con il trattato di Schengen? La perdita dell’indipendenza del proprio Stato con la connessa perdita del prestigio del nome di una nazione e di una civiltà che ha impresso, dal tempo di Roma in poi, il proprio volto all’Europa? Per non parlare della perdita della libertà di produzione dei propri prodotti, con l’imposizione pianificata delle colture agricole, dallo sterminio di magnifiche mucche allo scambio di frutta che viaggia da un capo all’altro del mondo per unificare pomodori cinesi e zucchine brasiliane di perfetta misura bruxelliana. Non esistono bilanci al mondo che possano fare simili calcoli.

Quali sono i lati oscuri che il progetto Europa nasconde?
Quello che non è mai stato detto chiaramente da nessuno dei nostri politici: lo scopo finale della globalizzazione, il Governo unico mondiale. La riduzione all’uguaglianza di comportamento per tutti i popoli: una sola lingua, una sola religione, una sola moneta, una sola identità, una sola cultura, un solo Stato. La “guida” sottostante a quella dei governanti sembrerebbe massonica, in quanto questi sono fin dall’inizio gli ideali massonici, ma non ne esistono prove. Personalmente però io sono convinta che la globalizzazione non sia, non possa essere la meta finale, ma piuttosto lo strumento per uno scopo ulteriore di cui non so nulla. Il motivo per il quale ritengo che la globalizzazione non possa essere la meta finale, è presto detto: non è possibile mantenere miliardi di uomini immobili nella posizione raggiunta. La lingua, per esempio, si trasforma da sé senza che nessuno ne sia consapevole e lo voglia (pensiamo, per esempio, a quanto sia diverso l’italiano di oggi dall’italiano di Dante); i legami, gli affetti fra i gruppi territorialmente più vicini diventano necessariamente più forti ( nell’affetto o nell’ostilità) che con i gruppi lontani, e così via. Insomma l’uguaglianza non perdura neanche per brevissimi periodi se non con la violenza di un potere dittatoriale (come è successo nel mondo sovietico) e, dopo il periodo della dittatura, sicuramente il governo mondiale non potrebbe sussistere.

Quali danni ha prodotto l’euro all’economia nazionale?
Talmente grandi che non è possibile calcolarli. Il passaggio alla moneta unica è stato chiamato “la rapina del secolo” ma in realtà soltanto cinque o sei banchieri, quelli che l’hanno progettata e che ne hanno incassato il frutto, sono in grado di fare un calcolo.
E’ proprio su questo fatto, ossia che i popoli non avrebbero mai potuto avere un’idea esatta, matematica, di quello che stava succedendo, che i banchieri hanno contato nel compiere la rapina. Se ci atteniamo, del resto, anche soltanto a quello che abbiamo sotto gli occhi, non possiamo sbagliarci: con uno stipendio mensile di due milioni di lire un qualsiasi cittadino italiano viveva bene, con i corrispondenti mille euro non riesce a vivere. Ma è impossibile anche calcolare il danno prodotto dall’ansia di dover utilizzare una moneta sconosciuta, il timore di sbagliare perdendo quel poco che si possiede; inoltre il raddoppio generalizzato dei prezzi che è stato dovuto, non, come si è detto, alla disonestà dei commercianti ma alla inflazione volutamente inserita, per assorbirla all’insaputa dei cittadini, nel falso valore assegnato all’euro. Un’inflazione che continuiamo a scontare senza speranza di recupero, mentre la Bce ne dichiara a stento il 2%, e che ha portato sull’orlo del fallimento i Paesi in cui era più alta, Grecia, Portogallo, Spagna, Italia. Dobbiamo assolutamente uscire dall’euro se vogliamo salvarci.

Quali danni sta producendo il trattato di Schengen su sicurezza e certezza del diritto?
Ogni Stato è stato sempre fornito di confini: non è uno Stato se non possiede un determinato territorio. Quindi, per prima cosa, l’Italia non è più uno Stato. Cosa che, del resto, è lo scopo primario dell’unificazione europea: l’eliminazione degli Stati. In concreto poi succede che non esistono né controlli per le persone né dogane per le merci, che, secondo il Trattato di Maastricht, devono circolare liberamente in tutta l’Unione. L’immigrazione è esplosa ovviamente a causa della mancanza dei confini: se uno non ha la porta non può accusare nessuno di essere entrato in casa sua, o meglio non può affermare di avere una casa propria. Chiunque sia cittadino dell’Unione può stabilirsi in Italia e ha diritto di voto attivo e passivo alle elezioni amministrative. Ma c’è chi propugna il diritto di cittadinanza e di voto anche per gli extracomunitari giunti da ogni parte del mondo quasi da invitati perché la caratteristica che accomuna da sempre tutti i nostri governanti è un assoluto disprezzo e odio per l’Italia e la volontà di calpestare, di distruggere gli Italiani chiamando gli stranieri. L’hanno fatto per duemila anni e continuano a farlo. Vengono tutti in massa, perciò, in Italia, terra sognata da secoli …

Secondo Lei il Progetto Europa è fallito prima ancora di cominciare?
Che sia fallito credo che sia cosa ormai ben visibile a tutti. In un certo senso è fallito anche prima di cominciare perché ovviamente lo scopo era quello dell’unificazione politica e l’unificazione politica di Nazioni come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, la Spagna, l’Italia (solo per citare le più importanti), con una propria lunghissima storia di civiltà, con una propria lingua, una propria letteratura, un proprio itinerario di indipendenza non era neanche “pensabile”. I vari Kohl, Mitterand che hanno voluto a tutti i costi l’unione, hanno cominciato dalla moneta proprio perché sapevano di non poter realizzare l’unione politica. Si è trattato perciò di operazioni “a tavolino”, prive di realtà, pura finzione.
“l’Europa è un bluff” come dice il prof. Lucio Caracciolo, profondo esperto di geopolitica ma anche uomo di sinistra amico di Enrico Letta. Sì, è un bluff, ma giocato, sotto le vesti della democrazia, con la vita dei popoli, con la loro identità, con la loro libertà, con i loro affetti, con le loro ricchezze. Un crimine che ancora nessun imperatore, nessun dittatore, nessun tiranno aveva mai compiuto.

A chi attribuisce i “meriti” della nostra entrata nel sistema euro?
Non ci sono dubbi: a Ciampi e a Prodi. Con l’appoggio di tutti gli altri, ma soprattutto della sinistra che infatti ha chiamato, con una mossa a sorpresa, Romano Prodi a proprio leader, sebbene si trattasse di un vecchio democristiano, esclusivamente a questo scopo: portare l’Italia nell’euro ingannando l’elettorato, gli operai, che mai avrebbero potuto supporre che la sinistra fosse schierata dalla parte dei banchieri, dei capitalisti. A Ciampi, invece, governatore della Banca d’Italia e di conseguenza supposto grande esperto di operazioni valutarie agli occhi degli Italiani, è stato affidato il compito di svalutare la lira fino al limite del crollo e svendere quasi tutti i beni dello Stato per portare l’Italia nelle condizioni economiche accettabili da parte dell’Europa. Non so immaginare quale apposito girone dell’Inferno Dante avrebbe creato per questi due uomini se avesse avuto l’orribile disgrazia di conoscerli.

Cosa si può fare per ricostruire il sistema sociale ed economico nazionale?
Sospendere immediatamente il trattato di Schengen così da potersi difendere con tutti i mezzi possibili dall’immigrazione e dallo stanziamento nel nostro territorio di stranieri di ogni tipo. E’ inutile appellarsi all’UE come fanno i nostri ministri dell’estero e dell’interno. L’Unione europea è stata creata appositamente per distruggere le Nazioni, gli Stati, l’identità dei popoli, per cui l’immigrazione è provocata e incoraggiata come lo strumento più adatto per raggiungere questi scopi. L’Italia deve guardare in faccia questa realtà e, anche ammesso che i politici non possano dirlo apertamente, contare soltanto sulle proprie forze e approntare mezzi di difesa molto stringenti e coercitivi. Il nostro piccolissimo territorio non può ospitare neanche una persona in più (al momento dell’unità d’Italia la popolazione non arrivava ai 25 milioni, oggi supera i 60.) Esistono continenti e paesi vastissimi e quasi disabitati come il Canada, gli Stati Uniti d’America, l’Australia, l’Africa, la Russia: non ha senso che quelli che vogliono cambiare paese vengano in Italia.
Contemporaneamente alla sospensione di Schengen, l’Italia deve uscire dall’euro, riprendendosi la sovranità monetaria. Si tratta di un’operazione consigliata da molti economisti sia italiani che stranieri a tutti i paesi che hanno economie troppo diverse per poter essere omologate in un’unica linea direttiva. Avrebbe un costo, sicuramente, ma nulla in confronto ai vantaggi di breve e di lunga durata. Inoltre, dato che l’euro e la Banca centrale europea sono le uniche istituzioni concrete dell’UE, abbandonarle avrebbe il significato concreto di un giudizio negativo reale nei confronti dell’unificazione europea.

Secondo Lei l’Italia ha bisogno di ritrovare gli italiani oppure si è rassegnata?
Il problema sono i leader, i governanti, i politici di tutti i partiti, il Papa, il clero. Sono loro che – lo ripeto con forza – vogliono la distruzione dell’Italia e tendono al multiculturalismo e al mondialismo massonico. I popoli non sono in grado di prendere l’iniziativa senza una guida, senza un capo. Spero, tuttavia, che qualcuno, non so bene chi, senta l’amore per l’Italia e per la sua libertà e dia inizio alla liberazione. Nella Lega sono presenti molti fermenti contro il predominio della Banca centrale europea e contro la massoneria installata ai piani alti dell’Europa. So anche per averlo constatato di persona che esistono piccoli movimenti sparsi contro l’euro, a cominciare dall’ormai classico partito “No euro”. La mia associazione “Gli Italiani liberi” è piena di persone che vogliono la libertà d’Italia da qualsiasi dominazione straniera, compresa quella statunitense. Non abbiamo le forze economiche indispensabili per l’organizzazione di un partito, ma io spero che ci si possa mettere tutti insieme, al di là di ogni ideologia, per liberare l’Italia.

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Fonte: www.bdtorino.net – http://www.bdtorino.net/le_nostre_interviste/3142-ida-magli-a-torino-presenta-la-dittatura-europea.html

tramite: http://www.lanuovaitalia.eu

I due Marò affidati a Sir Daniel Bethlehem, ma chi è questo carneade ?





28 maggio 2014, i giorni passano e le corbellerie si sprecano !

Ed ecco il cilindro dal cappello, Sir Daniel Bethlehem, Baronetto della regina

Non si è deciso di ritirare tutti i nostri Militari impiegati in missioni all' estero, non si è deciso di denunciare l' india in tutti i contesti possibili, ma addirittura si va a guidare la missione anti-pirateria con due nostri Soldati sequestrati in india, e no Ministri Pinotti e Mogherini, non ci siamo, anche il PdC Renzi sta calcando le orme dei precedenti governi, mentre il Presidente Napolitano si limita a citarli nei discorsi ufficiali, con che faccia presenzierete alla sfilata del 2 giugno ? 

Ripetiamo per l' ennesima volta la parola che vi accomuna tutti, da Monti e Passera a Letta, Mauro e  Bonino, per finire all' ultimo trio delle meraviglie...VERGOGNATEVI TUTTI !

Per questo e tanti altri motivi il 14 giugno P.V. saremo tanti a Roma a manifestare solidarietà ai nostri Fucilieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone traditi da ben tre governi


E ora veniamo a questo ennesimo Carneade, Sir Daniel Bethlehem :

This is Sir Daniel Bethlehem, a man who is to me an embodiment of the appalling moral vacuum at the heart of the British establishment.

Sir Daniel in a public international lawyer who has specialised in Middle eastern issues, and has always found it to be his genuine and considered legal opinion that the law supports the neo-conservative agenda for the Middle east.

Bethlehem first came to the attention of the general public as the man who advised the Israeli government that it was legal to build their “security” wall slicing through the West Bank and disrupting Palestinian communications and access to fields and water resources. Bethlehem was then the counsel to the Israeli government at the resulting case before the International Court of Justice.

The International Court of Justice – along with the vast majority of reputable international lawyers – disagreed with Daniel Bethlehem, and Bethlehem and the Israeli government lost the case. The Israeli government however disregarded the court’s judgement and continued its illegal activity.

Nowhere can I find evidence that Bethlehem has condemned the Israeli government for flouting the authority of the court before which he appeared. His commitment to the institutions of public international law appears somewhat partial.

The British Foreign and Commonwealth Office has a department of Legal Advisers who are closely integrated and involved in virtually everything the FCO does; I must have consulted them at least 60 tims in my own career. They are extremely distinguished individuals and a major source of scholarly articles on all aspects of public international law. They include some of the most respected experts in international law in the world.

The FCO legal advisers – of whom there are approximately 20 – agreed unanimously that the proposed war in Iraq would constitute an illegal war of aggression. As Foreign Secretary, Jack Straw’s response was to push for the removal of the chief Legal Adviser, Sir Michael Wood (the No. 2, Elizabeth Wilmshurst, resigned in disgust). Straw then, against all precedent, recruited a chief Legal Adviser from outside the FCO corps, one of the few public international lawyers in the UK prepared to argue that the Iraq invasion was legal.

Who did Straw choose? The Israeli Government’s trusty adviser, Daniel Bethlehem. Forget that his arguments for the Wall of Terror had been dismissed by the ICJ, the important thing for Straw was that Bethlehem was On the Right Side. He was prepared to argue the Iraq War was legal; that made him better qualified than any internal candidate.

Inside the FCO Bethlehem continued to be On the Right Side. This fascinating document contains the following extract of a minute from Matthew Gould, Private Secretary to Straw and Adam Werritty and Mossad’s point man in the FCO, to Daniel Bethlehem. The intention is to bolster Bethlehem’s attempt to keep from the UK courts the details of the torture by the CIA of Binyam Mohammed, and British complicity therewith.



It is worth noting that yet again Bethlehem advised that the law supported the perpetrators of the most vile abuses of human rights, and yet again the most senior courts were to disagree with him.

It comes therefore as no great surprise that, having now left the FCO, Bethlehem is currently Legal Adviser to the vicious despotism of Bahrain. Sir Daniel Bethlehem – pillar of the British Establishment and a serial servant of evil. Sir Daniel Bethlehem advises that the invasion of Iraq was legal, the cover-up of complicity in the torture of Binyam Mohammed was legal, the Israeli Wall was legal, and the repression in Bahrain is legal.


Young lawyers take note; if you want to have a sword rested on your shoulder by an odd horsey woman, make sure your view of legal right never supports the oppressed, never defends the victim. There is a fat living in evil.

 (estratto dall' articolo di Craig Murray )
fonte : http://www.craigmurray.org.uk/archives/2013/02/the-appalling-sir-daniel-bethlehem


tradotto liberamente dall' articolo originale :

Questo è Sir Daniel Bethlehem, un uomo che è per me una forma di realizzazione del terribile vuoto morale nel cuore dell'establishment britannico .

Sir Daniel è un avvocato internazionale pubblico che si è specializzato nelle questioni del Medio Oriente, e ha sempre trovato il suo parere legale considerato genuino dato che sostiene  le posizioni del partito conservatore per il Medio Oriente .

Bethlehem si è portato per la prima volta all'attenzione del grande pubblico come l'uomo che ha consigliato al governo israeliano che era legale per la loro "sicurezza"  costruire il muro attraverso la Cisgiordania interrompendo le comunicazioni palestinesi e l'accesso ai campi e alle risorse idriche . Bethlehem era allora il consigliere del governo israeliano  per il caso portato dinanzi alla Corte internazionale di giustizia .

La Corte Internazionale di Giustizia - insieme con la stragrande maggioranza degli avvocati internazionali riconosciuti - era in disaccordo con Daniel Bethlehem ,  e il governo israeliano ha perso la causa. Il governo israeliano ha però ignorato la sentenza del tribunale e ha continuato la sua attività illecita .

Da nessuna parte riesco a trovare la prova che Betlemme ha condannato il governo israeliano per aver ignorato il giudizio dell'autorità del giudice davanti al quale è comparso . Il suo impegno per le istituzioni di diritto internazionale pubblico appare un po ' parziale.

Il British Foreign and Commonwealth Office ha un dipartimento di consiglieri giuridici che sono strettamente integrati e coinvolti in praticamente tutto ciò che  il FCO fa ; Devo aver consultato loro almeno 60 volte nella mia carriera. Sono individui molto distinti e una grande fonte di articoli scientifici su tutti gli aspetti del diritto internazionale pubblico . Essi comprendono alcuni tra i più autorevoli esperti di diritto internazionale in tutto il mondo .

I consulenti legali del FCO -  sono circa 20 - hanno deciso all'unanimità che la guerra in Iraq proposta costituirebbe una guerra illegale di aggressione . Come ministro degli Esteri , la risposta di Jack Straw è stato quello di spingere per la rimozione del capo consigliere giuridico , Sir Michael Wood ( il n ° 2 , Elizabeth Wilmshurst , si è dimesso disgustato ) . Straw poi , contro ogni precedente , ha reclutato un consigliere giuridico principale al di fuori del corpo FCO , uno dei pochi avvocati internazionali a carattere pubblico nel Regno Unito pronti a sostenere che l'invasione dell'Iraq era legale .

Chi ha scelto quindi Straw  ? il consigliere fidato del governo israeliano , Daniel Bethlehem. Dimenticate che i suoi argomenti per il Muro del terrore erano stati respinti dalla Corte Internazionale di Giustizia , la cosa importante per Straw era che Bethlehem era al loro fianco. Era pronto a sostenere che la guerra in Iraq era legale ; il che lo ha reso più qualificato di qualsiasi candidato interno .



Vale la pena notare che ancora una volta Bethlehem ha informato che la legge ha sostenuto gli autori degli abusi più vili dei diritti umani , e ancora una volta i giudici più anziani erano in disaccordo con lui .

Si presenta quindi come nessuna grande sorpresa che , avendo già lasciato il FCO , Bethlehem è attualmente consigliere giuridico presso il dispotismo vizioso del Bahrain . Sir Daniel Bethlehem - pilastro dell' establishment britannico e un servo di serie del male . Sir Daniel Bethlehem ricorda che l'invasione dell'Iraq era legale , la copertura della complicità nella tortura di Binyam Mohammed era legale , il Muro israeliano era legale , e la repressione in Bahrain è legale .


I giovani avvocati ne prendano atto ; se si vuole avere una spada poggiata sulla spalla da una regina ,devono  assicurarsi che il diritto legale non supporta gli oppressi , non difende la vittima. C'è  chi vive nel male .


Chi non vuole riportare i Fucilieri di Marina a casa ?
l' unica risposta è... il governo Italiano e il suo Presidente Giorgio Napolitano.

ma la Vera Italia non lascia nessuno indietro !

Noi... Andiamo Avanti !

Tutti Insieme Nessuno Indietro !


di Antonio Milella - 28 maggio 2014
fonte: http://veraitalia.blogspot.it

Libertà di stampa in Italia: allarme dell’Onu. Anche il nuovo disegno di legge contrario alle regole internazionali




Un quadro allarmante. Una débâcle in tutti i settori, dal servizio pubblico alla situazione lavorativa dei giornalisti. Con l’obbligo per l’Italia di mettere mano all’intero settore della libertà di stampa per adeguarsi in modo effettivo agli standard internazionali, tuttora non rispettati. E’ quello che emerge dal rapporto del Relatore speciale sulla promozione del diritto alla libertà di opinione e di espressione dell’Onu Frank La Rue adottato il 29 aprile e che sarà discusso nel corso della prossima sessione del Consiglio per i diritti umani che si svolgerà a Ginevra il 26 giugno 2014 (A-HRC-26-30-Add3_en). Il rapporto, il secondo dopo quello del 2004, è il frutto della visita condotta in Italia nel novembre 2013. Le richieste dell’Onu sono chiare, senza margini di fraintendimento. Certo, però, l’Italia da tempo, malgrado i richiami internazionali e le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo, continua a non fare nulla. Prima di tutto, il Relatore speciale intima all’Italia la depenalizzazione della diffamazione proprio per evitare che l’attuale normativa, che tra l’altro prevede il carcere, produca un effetto deterrente sulla libertà di espressione. Il nuovo disegno di legge è solo parzialmente in linea con gli standard internazionali. Va bene nella parte in cui elimina il carcere, ma non nella decisione di mantenere il reato di diffamazione. In questo modo – osserva La Rue – non è rispettata l’esigenza di una totale depenalizzazione. Non solo. Anche sul piano civile il disegno di legge non convince perché prevede sanzioni pecuniarie troppo elevate, con un obbligo di rettifica pressocché automatico. Una scelta che entrerà in conflitto con la libertà di stampa. Giusto prevedere la rettifica, ma solo per fatti falsi stabilendo altresì che, laddove concessa, si disponga il divieto di azioni giudiziarie. Da bloccare poi gli assalti ai giornalisti in sede giudiziaria. Sono troppo le azioni temerarie e pretestuose, senza reale fondamento, che costituiscono una spada di Damocle per i giornalisti. In questa direzione, l’Onu chiede, per coloro che intraprendono queste azioni con il fine di intimorire il giornalista, non solo il pagamento delle spese processuali ma anche una sanzione economica pari all’entità del risarcimento richiesto al giornalista.
Il Parlamento dovrebbe poi abrogare l’articolo 341 bis che ha reintrodotto con il pacchetto sicurezza (legge n. n. 94/2009) il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, punito con la reclusione fino a 3 anni: un’eliminazione necessaria per diffondere uno spirito di maggiore tolleranza alle critiche. Nell’ottica di garantire la libertà di stampa – osserva La Rue – dovrebbe essere assicurato l’effettivo svolgimento di indagini verso coloro che intimidiscono i giornalisti e la punizione di coloro che compiono atti di intimidazione. Sarebbe necessaria una normativa ad hoc per prevenire e indagare gli attacchi alla stampa.
Da assicurare poi un equo compenso ai giornalisti e migliorare le condizioni di lavoro, ormai deteriorate. Con gravi situazioni di sfruttamento e con una proliferazione di tipologie contrattuali che hanno portato a una totale deregulation. Basti pensare, aggiunge il Relatore, che i giornalisti freelance sono pagati da 5 a 50 euro ad articolo e addirittura 4 centesimi per rigo.
Manca –  ancora – una legge efficace sul conflitto di interessi: indispensabile l’introduzione di una norma che vieti a membri del governo o a politici eletti di possedere e controllare i media. Basta, poi, al controllo politico della Rai. La nomina di due membri del Consiglio di amministrazione della Rai direttamente dal Governo e degli altri 7 dal Parlamento non assicura un’effettiva indipendenza dalla politica. Così come preoccupa lo stretto legame, finanche nella concessione delle frequenze, dal ministero dell’economia. Necessarie modifiche che conducano all’individuazione dei membri del consiglio di amministrazione con la partecipazione della società civile e con nomine scaglionate nel tempo. Ma il Relatore speciale chiede molto di più per assicurare la piena realizzazione del servizio pubblico e cioè che la possibilità di agire in sede giurisdizionale in relazione all’effettivo rispetto dell’obbligo di garantire trasmissioni di servizio pubblico da parte della Rai sia consentita non solo all’altro contraente ossia al Ministero dell’economia, ma ad ogni cittadino.
Stessa trasparenza richiesta per i membri dell’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni): non in linea con gli standard internazionali la nomina di 5 membri da parte del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio d’intesa con il Ministero dello sviluppo economico. L’Italia fa poi orecchie da mercante sul divieto di concentrazione nella proprietà che intacca la libera concorrenza. La recente abrogazione del divieto per coloro che posseggono televisioni di acquistare azioni nel settore della carta stampata è un motivo di allarme. Da modificare anche la normativa sull’accesso alle informazioni e sugli atti della pubblica amministrazione, eliminando ogni forma di restrizione.
L’Italia fa poco anche sul fronte del contrasto all’hate speech. Va bene la proposta di legge sul contrasto all’omofobia e alla transfobia ma devono essere eliminate le eccezioni previste per coloro che compiono atti in questa direzione all’interno di organizzazioni politiche, culturali etc.
Ultima richiesta: l’istituzione di un organo nazionale sui diritti umani che abbia un ruolo centrale proprio nel rafforzamento della libertà di opinione e di espressione. Una richiesta già presentata nel 2004. Sempre ignorata dall’Italia. Come tutte le altre.

Scritto in: libertà di espressione, libertà di stampa | in data: 21 maggio 2014

fonte: http://www.marinacastellaneta.it 

I due marò e il fuoco amico






.......il 13 marzo 2013



Che strana vicenda quella dei due marò,all’unica decisione sensata fatta dal Governo italiano si è scatenata una ressa di luoghi comuni,e un desiderio di contrapposizione nei confronti di chi non si sa. Nessun accertamento dei fatti,nessuna voglia di parlare di diritto internazionale,nessuna voglia di parlare dell’atteggiamento dell’India ,ma un'unica voglia di parlare a senso unico. E all’improvviso si riscopre il valore della parola data anche con citazioni,si definiscono i due marò assassini,si accusa Monti di essere un pessimo esecutore del nuovo ordine mondiale che ha fatto perdere il business all’Italia bisogna aggiungere che questa produzione di articoli è iniziata a Natale,con la visita natalizia,strano,molto strano. Poi è proseguita con spostamenti di codice costruiti ad arte,e ora con la notizia che i due marò rimarranno in Italia si è arrivati alla globalizzazione dell’evento.
L’ex ministro della Difesa Arturo Parisi che non ha mai aperto bocca durante la vicenda fa un necrologio sul senso della parola data
“Chi non fa non sbaglia. Lo dico da ex ministro immedesimandomi in chi ha avuto la responsabilità della scelta. Non disponendo di tutti gli elementi alla base della decisione non posso che confidare nel fatto che il Ministro Terzi riesca a spiegare la scelta del governo non solo alla comunità internazionale ma all'opinione pubblica italiana.Da membro di un parlamento ormai alla fine non potendo chiederne più conto in Parlamento debbo solo dire che ne abbiamo bisogno. Solo spiegando cosa sia intervenuto di nuovo, dopo che è stato chiesto e ottenuto per i Marò il permesso di tornare in Italia per le elezioni, può difenderci dall'accusa che l'Italia ha mancato alla parola data. Sempre l'onore di un popolo ha un valore inestimabile. Ci sono tuttavia momenti nei quali ha ancora più valore che in altri. Questo è uno di quelli”.
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Un'altra campionessa di questa informazione è Giuliana Sgrena,sofferente da parecchio tempo sulla vicenda,lei era l’unica che vedeva un bombardamento mediatico continuo ,di una vicenda tenuta sempre nell’ombra,coperta dalla stampa e dal Governo sempre,mentre la Sgrena era ossessionata da questo diverse volte si è lamentata che si parlasse sempre dei marò,forse era un'altra stampa che comunicava con lei.E nel suo articolo si legge il disappunto per la vicenda:"I fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non faranno rientro in India alla scadenza del permesso loro concesso", lo ha comunicato il ministro degli esteri Giulio Terzi alle autorità indiane, smentendo la parola data.

Che l'Italia stesse preparando un blitz per liberare i marò era trapelato da tempo, ma il permesso elettorale di un mese, concesso ai fucilieri dalle autorità indiane, ha facilitato il compito. Tanto facilitato che per gli indiani lo smacco può persino risultare meno imbarazzante di un blitz. "Tra i due stati sussiste una controversia internazionale" e quindi l'Italia si ritiene in diritto di trattenere i marò. Le accuse in base alle quali i fucilieri erano incarcerati in India - uccisione di due pescatori indiani - non viene nemmeno citato, pace all'anima loro.”
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Per il blog Spaccanano il Premier Monti si è dimostrato un pessimo business man e i due marò sono descritti come due ciechi dal grilletto facile che confondono pescatori per pirati
“L'Italia ha deciso di non tener fede ai patti con l'India e di trattenere quindi i due Marò dal grilletto facile e dalla vista fallace, tanto che scambiarono due pescatori per due pirati in Itala, a casa .
Abbiamo fatto come avrebbero fatto gli Stati Uniti, sono che Noi non siamo gli Stati Uniti, secondariamente una Petroliera U.S. non si sarebbe fermata e non avrebbe mai consegnato alcun Marine e mai lo faranno .
Comunque il gesto avrà delle Conseguenze .
L'Italia ha bisogno dell'India e l'India non ha bisogno dell'Italia, ci sono altri che possono fargli le stesse cose .
Ad esempio molto probabilmente sta per prendere il Volo la Commessa per gli Elicotteri Augusta Westland, cinquecento e fischia milioni di Euro stanno per finire non più nelle nostre finanze ma in quelle di altri .
Che ovviamente ringraziano sentitamente .
Chissà chi ha suggerito ai Grandi Manovratori della Goldman Sachs, Monti & Company di fare questa Volpata ?
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Ma il meglio del meglio lo offre Bruno Tinti un ex magistrato che scrive sul fatto quotidiano e senza giri di parole processa e condanna i due marò e già il titolo è indicativo “Marò, tutto salvo fuorché l’onore”e l’articolo finisce con una citazione di Pascarella sull’uomo d’onore :”Il 16/2/12 Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, militari italiani in servizio di sicurezza sulla petroliera Enrica Lexie, ammazzano Gelastine Valentine e Ajesh Binki, due pescatori indiani che si erano avvicinati con un peschereccio, probabilmente per vendere pesce. Li scambiano per pirati e li colpiscono a morte con i loro fucili. Sono arrestati dalle autorità indiane e si apre una controversia internazionale. L’India, per la verità non la gestisce male. La Corte Suprema di New Delhi sottrae la competenza al Tribunale di Kerala che manteneva i due marò in stato di detenzione e, il 2/6/2012, li scarcera, con l’obbligo di restare a disposizione ; si riserva di decidere su quale nazione li debba giudicare: Italia o India? L’attività diplomatica è intensa.

Il problema è: dove è avvenuto il fatto? Acque territoriali indiane, acque internazionali? Se il fatto è avvenuto in acque internazionali la competenza a giudicare dovrebbe essere italiana; e la Enrica Lexie era a 20 miglia dalla costa indiana; il limite delle acque territoriali è 12 miglia. New Delhi ci pensa su parecchio e, alla fine dell’anno, ancora non ha deciso. Però arriva Natale e l’Italia chiede alla Corte un permesso: i due marò trascorrano le feste a casa loro, promettiamo che ritorneranno. La Corte acconsente. Massimiliano e Salvatore sono ricevuti con tutti gli onori: Napolitano gli stringe la mano, tutti li trattano come eroi; dei pescatori ammazzati non importa a nessuno. Finite le ferie, i due rispettano l’impegno preso e tornano in India, dove ancora si deve decidere chi li giudicherà. Il 18/1/2013, la Corte di New Delhi stabilisce che la competenza appartiene all’India perché l’incidente è avvenuto in acque territoriali indiane. Ma come, le navi erano oltre le 12 miglia. Sì, ma si deve applicare la convenzione di Montego Bay secondo cui il limite è di 200 miglia. Ma la convenzione riguarda le attività commerciali, la pesca. Fa lo stesso, è questa che si deve applicare, i marò saranno giudicati da un Tribunale indiano. La decisione non piace all’Italia; così, quando arrivano le elezioni, si chiede un nuovo permesso per i marò; l’India lo concede e, alla scadenza, il nostro ambasciatore comunica che, siccome la decisione della Corte di New Delhi è in violazione di “norme internazionali consuetudinarie”, i due non faranno ritorno in India. Scoppia un casino e l’Italia fa una figura barbina internazionale. Perché?

Intanto perché le manifestazioni di giubilo con cui a Natale 2012 i due fucilieri furono accolti in Italia sono considerate del tutto fuori luogo. Si tratta di gente che ha ammazzato due poveri cristi; che probabilmente si sia trattato di omicidio colposo (che vuol dire che si erano sbagliati, che credevano davvero che erano pirati) è probabile. Ma certo questo consola poco i familiari dei pescatori; e non depone a favore delle qualità professionali dei militari. È comprensibile che i loro genitori siano contenti di rivederli; ma è del tutto inopportuno che Napolitano li riceva e gli stringa la mano: che hanno fatto per meritare le congratulazioni del presidente della Repubblica? Si fosse limitato a dire che ringraziava l’India della fiducia e che garantiva il rispetto dei patti sarebbe stato meglio.

Ma soprattutto, perché rispettare i patti a Natale e violarli a Pasqua? Si sapeva già, fin dal giugno 2012, che gli indiani stavano ponzando sulla competenza a giudicare; questione che poteva essere risolta solo in tre modi: India, Italia o altro organismo internazionale. Allora perché non dire subito: io non mi fido tanto di voi, magari decidete che il processo si deve fare in India; quindi abbiate pazienza, vi abbiamo fregato, abbiamo promesso che ritornano e invece ce li teniamo a casa. Non sarebbe stata una bella figura ma almeno saremmo stati chiari fin dall’inizio. Ma no, glieli abbiamo restituiti. Perché? Magari perché speravamo che la decisione della Corte di Delhi ci sarebbe stata favorevole? Si, avrebbe potuto dire, la competenza spetta all’Italia. Fosse andata così ne saremmo usciti con tutti gli onori e senza incidenti internazionali. Era opportuno aspettare. Ma, guarda che jella, l’India, dopo il ritorno dei marò, decide in senso contrario; e questo non ci sta bene. Nuovo permesso e questa volta, tiè, li volete giudicare voi? Non se ne parla. Un po’ come fa B. che, quando lo assolvono, loda i giudici imparziali e, quando lo condannano, li insulta e spiega che lo perseguitano perché sono comunisti. Insomma, finché c’era la possibilità che gli indiani ci dessero ragione, rose e fiori; ma, se ragione non ce la danno, violano le norme internazionali, commettono ingiustizie e legittimano il ricorso a…giusto, a cosa? Allo spergiuro, alla truffa, alla circonvenzione? Fate voi.

Perché questa è la cosa peggiore. Torto e ragione sono cose non sempre così evidenti in diritto. E non sempre è la ragione a prevalere. Però l’onore, la parola data…“Perché quann’uno, caro mio, se vanta d’esse un omo d’onore, quanno ha dato la parola, dev’esse sacrosanta. E sia longa la strada, o brutta o bella, Magara Cristo ha da morì ammazzato, Ma la parola sua dev’esse quella” (Pascarella – La scoperta dell’America).
Bruno Tinti”

http://www.ilfattoquotidiano.it

27/05/14

Se l’avvocato dei marò diventa procuratore generale



 Mukul Rohatgi, il legale che rappresenta i marò e lo Stato italiano nei ricorsi esaminati in questi mesi presso la Corte Suprema dell’India, è il principale candidato per la carica di ‘Attorney General’ (Procuratore generale) del nuovo governo di Narendra Modi che giurerà domani. Lo sostiene il quotidiano The Times of India. Le possibilità di Rohatgi (nella foto a sinistra) di essere designato sono fortemente aumentate dopo che un altro avvocato di grido ed anch’egli ex difensore di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, Harish Salve, ha dichiarato di avere difficoltà ad accettare la carica costituzionale a causa di pressanti impegni professionali e famigliari. Interrogato dal giornale, Rohatgi ha chiarito di non aver ricevuto alcuna proposta ufficiale al riguardo, ma “di non essere riluttante ad accettare l’incarico costituzionale se mi venisse offerto”. Rohatgi ha assunto la difesa dei marò nella scorsa primavera dopo che Salve aveva rinunciato all’incarico non condividendo la scelta dell’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi di non far ritornare in India Latorre e Girone dalla loro licenza elettorale in Italia.
Proprio Terzi ha commentato il possibile incarico a Rohtagi.”Una notizia che deve indurre chi se ne sta occupando a livello di governo ad una grandissima prudenza e che dimostra come in India ci sia grande visibilità per la vicenda e per chi se ne sta occupando”. La vicenda, spiega Terzi all’Adnkronos, “sarebbe per un verso positiva perché andrebbe al vertice della magistratura indiana una personalità che conosce profondamente il dossier che riguarda Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che quindi conosce anche tutti gli elementi fondamentali delle aspettative italiane e il fatto che il processo non si deve svolgere in India. Ma, d’altra parte, si tratta di un professionista istituzionale che dovrebbe mostrare un atteggiamento imparziale. Si tratta quindi di vedere l’orientamento del nuovo primo ministro indiano su questa vicenda. E’ uno sviluppo che dovrà essere seguito con grandissima cautela da parte di chi, in Italia, sta seguendo questo dossier”.
“Teniamo inoltre sempre presente che l’obiettivo di questi due ultimi anni del governo indiano è stato quello di affermare un’assertività della politica estera del Paese contraddicendo addirittura dei principi fondamentali del diritto internazionale – sottolinea il diplomatico – l’India ha voluto dimostrare che la sua politica estera si colloca al di sopra degli impegni internazionali del trattati ratificati. Il continuo attendismo che l’Italia ha avuto nell’ultimo anno nell’espedire l’azione di arbitrato obbligatorio ha creato nei mesi passati una situazione sempre più difficile, se l’avessimo affrontata con maggiore determinazione dopo la decisione scellerata di rimandare i marò in India, affrontando con rapidità e decisione questa materia sul piano internazionale, non ci troveremmo a questo punto.

di Redazione -27 maggio 2014,

 Con fonti ANSA e Adnkronos
Fotpo: Times of India

fonte: http://www.analisidifesa.it

Anno 2014, esultano i nuovi rampolli della politica: Renzi, la Bindi, De Mita e Prodi…






Anno 2014, così dicono. Anno 2014, il momento della svolta. C’è qualcosa che non quadra, non è proprio così, si ha l’impressione che la televisione sia in bianco e nero, che Pippo Baudo sia un giovincello, che Raffaella Carrà sia la showgirl di Canzonissima. E soprattutto che tutt’intorno ci sia tanta, ma proprio tanta Dc. Sì, quella dello scudocrociato, quella che vinceva le elezioni perché la gente temeva l’arrivo dei cosacchi. E anche il linguaggio è retrodatato. L’ondata rivoluzionaria ha portato un politico in erba, l’adolescente Ciriaco De Mita, ad essere eletto sindaco di Nusco. I giornali sono tutti inginocchiati davanti a Renzi, il rampollo mezzo democristiano e mezzo di sinistra che – proprio come nel tempo che fu – sa fare il chierichetto e il bruto, a seconda delle circostanze. Il monopolio dell’informazione ricorda la stagione del pentapartito, un altro testimone della prima Repubblica (riciclato alla grande nella seconda), e cioè Romano Prodi, riconquista le prime pagine dei quotidiani perché è felice come una pasqua per la vittoria del suo Matteo. E anche Rosy Bindi ha un momento di nostalgia canaglia: «Quando doppi l’avversario non c’è nulla da dire, chapeau. Renzi ha superato pure la mia Dc». Gli avversari interni si inchinano davanti al nuovo monarca, sconfitti e umiliati, e anche questa è una riedizione di un vecchio film delle faide interne demo-socialiste che esplodevano nei congressi, con tanto di botte e sediate. Stavolta ad arrendersi è stato un leone del Pd, Massimo D’Alema, che si è messo sull’attenti scrivendo al vincitore: «Hai fatto la differenza». Anche sull’altra riva politica ci sono paragoni che ricordano il passato: «Il Nuovo Centrodestra di Alfano – ha detto ad esempio Maurizio Bianconi, di Forza Italia – con la sua ormai duratura collaborazione con il governo di centrosinistra,  altro non è che il ritorno in auge della antica funzione Pli-Psdi, nell’orbita della vecchia Dc che il Pd di Renzi reincarna a tutto tondo». Il quadro è completo, viene fuori anche un partito arcidimenticato, il Psdi di Saragat. È l’anno 2014, c’è qualcosa che non va.

di Francesco Signoretta - 27 maggio 2014