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26/02/16

Storia di Cris, il ladro risarcito per il furto a Ermes Mattielli che continua a rubare

 
 
 
Libero, giovedì 25 febbraio 2016
Leggetevi la storia di Cris. Se vi chiedete perché la gente non crede più nelle istituzioni, perché si sente indifesa, perché corre a prendere le armi e a difendersi da sola, leggetevi la storia di Cris Caris, il rom che rubò a casa di Ermes Mattielli.
Ve lo ricordate? È successo ad Arserio, in provincia di Vicenza. Ermes sparò per difendersi, Cris rimase ferito. E ottenne il diritto al risarcimento. Ma come?, direte voi. Uno va a rubare in casa d’altri e viene risarcito da chi voleva derubare? Proprio così. Ermes, che era invalido e aveva lavorato una vita per mettersi su una casetta, e forse credeva che lo Stato dovesse difendere le persone oneste, non i ladri, ebbene, Ermes non ha retto l’affronto. È morto di crepacuore poco dopo la sentenza.
Sembrava la notizia finale di un’assurda ingiustizia. Invece era soltanto l’inizio. Infatti qualche giorno fa Cris è stato beccato di nuovo a rubare. Non che questa sia una notizia clamorosa: essendo un ladro, ruba. È il suo mestiere. La notizia è che lo Stato glielo lascia fare. Glielo lascia fare impunemente. Infatti Cris, che rubava a casa di Ermes, continua a rubare nelle case d’altri. E continuerà a farlo. Proprio così. Infatti, e questa è l’ultima chicca di questa storia scandalosa, l’altro giorno il giudice ha deciso che Cris, colto con le mani nel sacco mentre rubava nelle baite, può tornare libero. Ovvero: libero con obbligo di dimora nel campo nomadi. Voi capite: l’obbligo di dimora nel campo nomadi... Chi lo fa rispettare? Senza contare che, per prima cosa, come ha raccontato il Corriere Veneto, il ladro ha subito spostato la sua roulotte.
Ma certo: il ladro può spostarsi, il ladro può rubare. La giustizia glielo permette. In compenso la giustizia continua a perseguitare gli eredi di Ermes Mattielli: se mai ricevessero l’eredità, dovrebbero versare i 135mila euro cui era stato condannato il loro parente. Quelli dei ladri sono diritti che vanno difesi, si capisce. Tanto è vero che l’altro giorno gli eredi di Ermes Mattielli hanno fatto sapere che dell’eredità non ne vogliono sapere. Troppo rischioso. «E se i 135mila euro fossero solo l’inizio?» hanno detto spaventati. Niente eredità. La casa e quei due terreni costruiti con anni di lavoro andranno perduti nel nulla. A proteggere i diritti di chi suda lo Stato non ci pensa nemmeno per sogno. A proteggere i diritti di chi ruba, invece sì.
Infatti Cris-che-continua-a-rubare può continuare anche a pretendere il suo risarcimento. Vi pare una cosa normale? Lo risarciamo perché vada a rubare. Sembrerebbe una barzelletta se non fosse una tragica realtà. Se Ermes non fosse morto davvero. Ma com’è possibile? Il giudice ha detto che non poteva fare altro che assolvere il ladro perché per i tribunali risulta “pulito”. Ma come? Andava a rubare a casa di Ermes, ha preso una condanna in primo grado a 4 mesi, ha altre accuse per furti che risalgono ad anni precedenti. Epperò risulta incensurato? Ma sì: un processo insabbiato, uno prescritto, un altro mai cominciato… E il ladro è “pulito”. Per legge. Mentre il debito degli onesti nei suoi confronti non si estingue mai.
Questa è la storia di Cris: leggetela e rileggetela, se volete capire perché la gente non crede più nelle istituzioni. Ma se non vi basta, leggetevi la storia di Gabriella di Terni o di Luigi di Pavia o di Carmelo di Fassa di Soligo, tutte notizie uscite in queste ultime ore. Gabriella è stata uccisa in casa a colpi di cacciavite l’anno scorso. Sono stati indagati nove albanesi, il procedimento è stato archiviato. I figli piangono: «Per nostra mamma non ci sarà mai giustizia». Luigi è un barista: ha subito tre furti in due settimane, dieci in quattro anni. L’altro giorno ha sparato in aria con il fucile da caccia per spaventare i ladri. Ebbene: è stato denunciato. Ora deve pagarsi un avvocato, mentre i delinquenti possono scorrazzare liberi. Possono anche ritornare da lui, con tranquillità. Tanto i fucili non può usarli più.
E Carmelo? Lui fa tenerezza. Ha 81 anni, una vita di fatica alle spalle, il cuore e la parlata di un uomo buono. Un marocchino clandestino l’ha aggredito in casa per rubargli pochi euro, l’ha pestato senza pietà. Carmelo ha perso la vista da un occhio. Ebbene, l’altro giorno il marocchino clandestino è stato mandato in libertà vigilata con obbligo di dimora. Dove? A 50 metri da casa sua. Il giudice ha scritto sul provvedimento che si tratta di un soggetto pericoloso. Perfetto, no? Siccome è pericoloso, gli permette di diventare vicino di casa della sua vittima. Che ora ha paura anche di uscire di casa. Come se non bastasse il marocchino clandestino ha anche chiesto la residenza e il permesso di soggiorno: la legge, ora che è in libertà vigilata, glielo consente. Così come la legge consente a Cris di continuare a rubare e a pretendere il risarcimento dalle sue vittime e dagli eredi di Ermes. Poi si stupiscono se la gente si sente indifesa. Poveretti: il fatto è che in Parlamento sono troppo impegnati a garantire ai gay le unioni civili per garantire alle persone perbene una vita civile.

Mario Giordano

25/02/16

Libia e Iraq. Stiamo scivolando nella guerra




Tra l’indifferenza generale (l’attenzione è pilotata dai mass media su efferati casi di cronaca, di cui ogni aspetto è morbosamente esplorato) il nostro paese sta entrando silenziosamente in guerra.
Guidata da un governo con un premier irresponsabile, che ha delegato la politica europea alla Mogherini, e ha affidato il ministero della Difesa a una pericolosa dilettante incapace di contenere le smanie di protagonismo di generali convinti di aver diritto alla guida di grandi coalizioni internazionali, l’Italia sta preparandosi un sacco di guai.
La nostra sedicente “Difesa” è agganciata al carro degli USA da trattati che risalgono agli anni Cinquanta, uno dei periodi in cui per la debolezza dimostrata nell’ultima guerra, e per l’orientamento ideologico dei nostri governanti di allora, massima era stata la subordinazione a Washington. Così, dopo aver digerito le incursioni sul territorio italiano dei servizi non troppo segreti che impunemente rapivano presunti capi terroristi per sottoporli a tortura in un paese accondiscendente come l’Egitto, e le bravate dei piloti che per divertimento abbattevano la funivia del Cermis e rifiutavano di sottoporsi alla pur timida (di fronte ai potenti) giustizia italiana; dopo essersi fatti beffare dagli sbirri di al Sissi, che hanno intrattenuto i nostri investigatori senza fornirgli la minima informazione o documentazione visiva sui movimenti di Giulio Regeni, ora stiamo per entrare sempre più in due diverse situazioni esplosive: la Libia e l’area del Vicino Oriente in cui si è sviluppato il nucleo centrale dello Stato Islamico.
In Libia entriamo anche formalmente a rimorchio degli Stati Uniti, che hanno scelto loro, in base ai famosi trattati, di usare il nostro territorio per bombardare Sabratha, in base al diritto che si sono arrogati da sempre di decidere chi “punire” e perché. Ma la ritorsione ricadrà probabilmente prima di tutto sul nostro territorio, assai più esposto e meno protetto delle basi statunitensi. E ricadrà magari su quei cittadini italiani finiti per qualche ragione a portata dei vendicatori dello Stato Islamico… Tanto più che non solo i 5.000 o 6.000 miliziani dello Stato Islamico, ma molti altri potranno avere delle ragioni per prendersela con noi.

Prima di tutti quelli (e non sono pochi) che sono rimasti scontenti degli accordi che abbiamo più che sponsorizzato imposto, ma anche i familiari delle vittime dei bombardamenti “mirati”, che come al solito hanno avuto non pochi “effetti collaterali”… La Pinotti assicura, in una lunga intervista al Messaggero di ieri, che i bombardamenti USA sono difensivi, e assicura che, se non lo fossero, ci avvertirebbero e potremmo consultare il parlamento. Ma Sabratha cos’è stata? Su “la Stampa” Paolo Mastrolilli da New York sbugiarda la Pinotti, spiegando che i “droni armati che da un mese decollano da Sigonella” servono a proteggere la forze speciali americane che sono già sul territorio senza nessuna autorizzazione libica (e come potrebbe esserci se non c’è ancora un governo?).
D’altra parte il capo degli Stati Maggiori Riuniti statunitensi Dunford ha detto brutalmente che “se il governo di unità nazionale [libico] non nascerà davvero nel prossimo futuro, gli USA e i loro alleati come l’Italia dovranno considerare la possibilità di intervenire comunque per fermare l’Isis”. Ci stanno preparando un bel guaio…
In Iraq stiamo entrando invece per proteggere una commessa assegnata a una multinazionale italiana delle costruzioni per la manutenzione della diga di Mosul, a due passi dallo Stato Islamico. Per il momento si tratterebbe solo di 450-500 militari, “a scopo difensivo”, ma con ampia dotazione di elicotteri da combattimento per recuperare i feriti. Si direbbe che la commessa abbia una funzione di esca per tirarci dentro fino al collo in una guerra tremenda, che pochi combattono con armi tradizionali, ma che ci trasformerà in un facile bersaglio, lì e sul nostro territorio.
È impressionante la scarsa attenzione a questi pericoli da parte di cittadini allarmatissimi se vedono un africano che chiede l’elemosina. Ma dipende soprattutto dalla passività delle piccole frange di sinistra incapaci di contrapporsi, almeno con la denuncia, a un governo irresponsabile e mentitore.


Foto: Loyarte/Flickr

di Antonio Moscato - 25 febbraio 2016
fonte: http://tv.agoravox.it 

Quousque tandem... Matteo Renzi?


 


Matteo Renzi ha festeggiato i suoi due anni con una raffica inverosimile di annunci e di balle spaziali. In particolare, suscitando la generale ilarità della stampa estera, ha promesso di inaugurare entro l’anno la chimerica autostrada Salerno-Reggio Calabria. Inoltre, come riportato nell’interessante blog Phastidio.net di Mario Seminerio, eccellente fustigatore economico-finanziario del Machiavello di Rignano sull’Arno, il Presidente del Consiglio avrebbe giustificato, nel corso di un intervento a Rtl 102.5, la scarsa crescita dell’Italia con 25 miliardi di presunti tagli alla spesa pubblica imposti dall’Europa. “Dovendo fare la spending review è chiaro che abbiamo meno soldi degli altri da spendere e la crescita è più bassa degli altri. Speriamo che entro l’anno possiamo tornare alla media europea”, ha sentenziato il premier.
Già, peccato però che a conti fatti sembra che il 2015 si chiuderà con una vera e propria esplosione della spesa pubblica la quale, senza considerare quella degli enti locali, risulta aumentata di circa 52 miliardi di euro, ossia il doppio dei presunti tagli che il cantastorie fiorentino va raccontando nei suoi tour parolai. Per quanto riguarda la citata Salerno-Reggio Calabria, sembra che - come riporta in un dettagliato articolo del quotidiano “Il Mattino” di Napoli - “il miracolo di anticipare il taglio del nastro di alcuni anni, però, ha molto poco di miracoloso: il Governo Renzi ha rinunciato a lavori programmati ma mai avviati per oltre 2 miliardi di euro. In pratica una cinquantina di chilometri della Salerno-Reggio resteranno così com’erano nel 1972: due corsie un po’ più strettine del normale, nessuna corsia d’emergenza, curve insidiose”.
Ora, sempre più infastiditi da un personaggio che sta facendo della pubblicità ingannevole il suo principale fondamento politico, a nome della nostra piccola ma combattiva riserva indiana liberale mi sento di rivolgermi a costui, parafrasando il famosissimo incipit della prima orazione delle Catilinarie: Quousque tandem abutere, Matteo Renzi, patientia nostra?

di Claudio Romiti -25 febbraio 2016

L’Italia perde la Libia e segue Obama

L’Italia perde la Libia e segue Obama

 
L’Italia ha scelto di abbandonare l’Egitto come partner della possibile soluzione della guerra in Libia, questo evinciamo dall’analisi della situazione geopolitica sulla sponda meridionale del Mediterraneo. L’Italia ha quindi scelto di seguire l’America di Obama nella strategia che ci porterà a supportare direttamente i partiti islamisti che oggi controllano Tripoli. Una scelta strategica che determinerà inevitabilmente la spaccatura dell’unità nazionale libica, e con essa l’impossibilità per la Libia di essere non solo un paese stabile, ma anche una risorsa per il nostro paese. 
Se è pur vero che nella parte occidentale della Libia (e cioè la parte della Libia sotto il controllo dei nostri possibili futuri “alleati”), quella cioè della Tripolitania, si concentrano i terminal per l’esportazione del gas naturale così come i giacimenti offshore di metano, è pur vero che tutte le risorse petrolifere della nazione libica si trovano nella Cirenaica e nel Fezzan. Emerge quindi una tripartizione dello Stato libico, una tripartizione che vedrà emergere come nazioni di riferimento per i tre nuovi stati che sorgeranno dalla disgregazione della Libia, paesi che non saranno l’Italia. La parte meridionale della Libia risente già oggi dell’influenza francese, la Francia infatti da circa un anno ha schierato le sue forze di terra ai confini del Fezzan, forze che hanno intessuto una fitta rete di contatti con le tribù locali, tribù che hanno molto a che fare con analoghe strutture etniche presenti in Mali. La Cirenaica invece avrà come nazione di riferimento la Gran Bretagna la quale starebbe già collaborando attivamente con il governo di Tobruk per garantire, insieme al Egitto, la sicurezza della Libia orientale.
Qualcuno in Italia pensa che il nostro paese sarà invece il punto di riferimento per la parte occidentale la Libia, per la regione dove sorge la capitale Tripoli. Queste velleità Geopolitiche romane non hanno tuttavia fatto i conti con la realtà dei fatti, e cioè che in quella regione la responsabilità delle politiche e delle scelte strategiche saranno in mano agli Stati Uniti d’America, che già da mesi hanno istituito ad ovest di Tripoli la base operativa delle forze speciali americane, le quali ricevono costanti rifornimenti dalla Sicilia. L’Italia, a causa delle sue scelte strategiche o meglio delle sue non scelte, deve oggi accettare un ruolo da comprimario anche in Tripolitania, lo stesso ruolo che sarà riservato nei prossimi anni alla nostra compagnia petrolifera nazionale, la quale non sarà più il partner privilegiato per lo sfruttamento delle risorse energetiche della Libia. 
L’errore ormai è compiuto, è stato compiuto diversi mesi fa, quando il governo italiano ha deciso di non prendere parte attiva nella stabilizzazione della Libia, oggi come ai tempi dell’azione militare contro Gheddafi subiamo le scelte della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti America. Mandare alcune centinaia di nostri uomini, in particolare carabinieri, per garantire la sicurezza di una città come Tripoli, con questo quadro strategico è una mossa a dir poco inutile ai fini degli interessi nazionali. Il nostro gruppo che da quasi tre anni chiede un intervento militare deciso del nostro Paese per la Libia, oggi osserva Roma agire senza una propria strategia e a rimorchio di alleati che tengono conto esclusivamente dei loro interessi specifici. 
Chiediamo al Parlamento la Repubblica di respingere la richiesta di impiego delle nostre forze armate di terra di Libia, in quanto alla luce della situazione illustrata: il sudore,  la fatica, il sangue e la vita dei nostri uomini non valgono una pacca sulla spalla al nostro Premier durante un vertice dei grandi della terra. 

24 febbraio 2016

 

Unioni civili. Gandolfini: «Stralciare la stepchild non basta. Tutte le ingiustizie nascoste nel ddl Cirinnà»



La trascrizione della conferenza stampa in Senato in cui il portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli ha dettagliato le ragioni dell’opposizione al testo



Pubblichiamo di seguito una nostra trascrizione dell’intervento di Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato “Difendiamo i nostri figli”, durante l’affollata conferenza stampa svoltasi martedì 23 febbraio presso la sala Nassirya del Senato per ribadire le posizioni del Comitato sul ddl Cirinnà e sui tentativi del governo di modificare il testo con eventuali stralci ad alcuni articoli.
Buonasera a tutti e grazie di essere presenti. Contiamo molto sulla vostra collaborazione, perché come avrete già notato, noi di voce pubblica ne abbiamo poca mentre il servizio pubblico della Rai non perde occasione per fare spot alle famiglie arcobaleno. Ne faccio una questione quasi personale, cito testualmente una frase sentita su Rai 3 che ha definito la gente presente al Family Day del 30 gennaio «un gruppo di puttanieri e di preti che si trovano per insegnare agli altri come si fa la famiglia». Lo trovo quanto meno maleducato e irrispettoso anche perché non sono arrivate scuse di nessun tipo e troviamo che questo sia l’antitesi della democrazia.
Vi abbiamo chiamato e vi ringraziamo per essere qui presenti con il Comitato “Difendiamo i nostri figli” che ha reso possibile la piazza del 20 giugno e quella del 30 gennaio. Una piazza fatta di gente comune, che si è autofinanziata, che è venuta facendo anche enormi sacrifici ma anche con una enorme passione e un grande sentimento di partecipazione e di voler essere una cittadinanza attiva su un disegno di legge così terribilmente deostruente l’antropologia della famiglia come noi italiani la conosciamo da secoli. La partecipazione della gente è altissima, vi possiamo dare testimonianza di un desiderio di far sentire la propria voce e noi siamo qui come portavoce di queste persone. Se in piazza c’erano uno o due milioni di persone – non stiamo qui a fare una guerra di numeri – è altrettanto vero che a casa c’erano altri milioni di persone che non erano potute venire in piazza. Penso di poter dire che noi rappresentiamo una grandissima quantità di cittadini italiani.  

LE DUE RAGIONI DEL NO
Entrando nel merito del disegno di legge, ci chiedono quale sia la nostra posizione e cercheremo di essere molto chiari. La nostra posizione non è cambiata, da sempre noi siamo contrari a una legge che istituzionalizzi il rapporto di convivenza tra due persone di pari sesso che sono legate da ragioni di natura sentimentale e affettiva. Per noi una legge sulle unioni civili in Italia è inutile e ingiusta se si vanno ad analizzare i singoli articoli, soprattutto il numero 5. Perché è una legge inutile? Perché tutti i diritti civili che garantiscono la libertà della persona e che uno può giocarsi in un rapporto affettivo e quindi di mutuo soccorso anche con una persona dello stesso sesso, già esistono. Basta andare ad aprire il codice civile e si potrà vedere che tutti questi diritti sono già presenti. Il mainstream mediatico fa passare come inesistenti diritti che invece sono tutti largamente codificati, dalla visita in ospedale o in carcere alla questione patrimoniale, fino alla successione del contratto di locazione, addirittura anche la legge che riguarda i trapianti, che prevede che l’espianto degli organi sia legato all’assenso o dissenso del convivente senza specificare se questo sia un uomo o una donna. Anche questo diritto è previsto nel codice civile. E anche la domanda di grazia.
La nostra posizione è assolutamente contraria a una legge sulle unioni civili. Non vogliamo che sia istituzionalizzato un comportamento affettivo e sentimentale di carattere personale, e che questo possa diventare un modello pubblico nel quale il popolo italiano si riconosce. Perché? Lo ripeto, per due ragioni: primo, perché i diritti legati alla persona già ci sono e non c’è bisogno di coniugarli in altro modo; secondo, perché a noi, popolo del Family Day, sta molto a cuore anche la valenza antropologica e culturale di ogni singola legge. Nel momento in cui si dovesse istituire l’idea che esistono modelli diversi di famiglia, per cui la famiglia non è più quella società naturale fondata sul matrimonio di cui parla l’articolo 29 della Costituzione, ma ci possono essere famiglie di tipo omogenitoriale o addirittura famiglie composte da più soggetti – perché se l’elemento che unisce è quello dell’affetto e del sentimento, non si capisce perché questo debba essere limitato a due persone –, questo costituirebbe un modello educativo deostruente per le nuove generazioni. E siccome noi difendiamo i nostri figli, figli e nipoti, non vorremo mai che nello Stato italiano possa passare una deriva antropologica di questo genere.

NON FANALINO DI CODA MA FARO DI CIVILTÀ
Ogni tanto qualcuno ci fa notare che “l’Europa fa così”, “il mondo fa così”, “voi siete rimasti al medioevo”… Noi rivendichiamo con orgoglio che l’Italia non è il fanalino di coda ma un faro di civiltà. La storia ci ha sempre consegnato l’Italia come un faro di civiltà e lo può essere anche oggi, perché nel momento in cui un popolo si riconosce nell’idea che ci sono un padre e una madre e che questi proprio strutturalmente sono una società naturale perché a loro è destinato e adibito il mantenimento della specie con la procreazione, questo lo troviamo una istanza di un tale livello civile che dovremmo essere assolutamente orgogliosi di poter essere non il fanalino di coda ma il faro di civiltà all’interno dell’Europa. È inutile che vi citi numeri, voi sapete benissimo che non è assolutamente vero che tutti gli stati dell’Unione Europea hanno i matrimoni gay. E sapete altrettanto bene che all’interno dell’Onu, dove sono rappresentate circa duecento nazioni, quelle che hanno i matrimoni omosessuali sono una ventina. Per cui non è assolutamente detto che la nuova cultura porta verso le unioni civili omosessuali.



AI PARLAMENTARI CATTOLICI
Entrando nel merito e un po’ più nel dettaglio della legge: noi il testo con il nuovo maxi emendamento non lo abbiamo ancora letto, probabilmente lo stanno scrivendo in questo momento, quindi non abbiamo la più pallida idea di quello che conterrà questo emendamento sul quale sembra che il premier Renzi voglia mettere la fiducia, facendo diventare questo ddl un patto di governo e non più una iniziativa parlamentare. Ripeto, non possiamo fare la critica alle intenzioni. Ci riserviamo di giudicare il nuovo testo in base a quello che conterrà. Certo vogliamo dire una cosa dal punto di vista generale. Se questo testo dovesse contenere delle istanze che sono opposte a quelle che ho appena enunciato, e con lo strumento della fiducia dovesse passare, sarebbe veramente un tradimento. L’idea che un testo del genere possa passare con il voto di parlamentari che si definiscono di area cattolica, che si definiscono cattolici, noi lo consideriamo un tradimento, è un tradimento. L’appello di Sua Santità papa Francesco che ha fatto alla coscienza ben formata e non una coscienza con la quale ognuno si inventa quello che vuole, ma una coscienza ben formata di cui hanno parlato anche sant’Agostino e san Tommaso, vorrebbe dire avere chiaro – parlo ai parlamentari cattolici – quale è la tradizione e il magistero della Chiesa e conformarsi a quella tradizione e a quel magistero. Sarebbe scandaloso che un testo che contiene delle istanze contrarie a quelle precedentemente enunciate possa passare con il voto dei cattolici.

L’ARTICOLO 5
La stepchild adoption, articolo 5, sembra che venga stralciata. Lo consideriamo una vittoria del 20 giugno e del 30 gennaio, del popolo delle famiglie, perché questo popolo ha un enorme merito: innanzitutto di aver suscitato un enorme dibattito culturale su questi temi, perché altrimenti tutto sarebbe passato sotto silenzio. Lo stesso dibattito sulla stepchild adoption se non ci fosse stato questo popolo sarebbe passato in maniera assolutamente ignorante, nel senso del non sapere, da parte del popolo italiano. E oggi che tanti si scandalizzano dell’utero in affitto, si scandalizzano perché abbiamo avuto il merito di fare emergere questa abominevole pratica che era racchiusa e nascosta all’interno delle pieghe dell’articolo 5 del disegno di legge. Come si fa a sostenere che l’utero in affitto non esiste all’interno della stepchild adoption come tanti sostengono, quando risulta che in questo momento c’è il capo di un partito che è andato in qualche parte del mondo a farsi, attraverso l’utero in affitto, un figlio? Come si fa dire che non esiste l’utero in affitto? Questo significa negare la verità e la realtà dei fatti. Dentro quell’articolo ci stava – perché speriamo che davvero non venga preso in considerazione – l’abominevole pratica dell’utero in affitto, pratica incivile che non rispetta il diritto del bambino e non rispetta nemmeno il diritto alla dignità della donna. Perché che una donna debba vendere parte del proprio corpo, molte volte per indigenza, per rendere possibile la nascita di un orfano programmato di madre o di padre, è davvero inaccettabile anche da un punto di vista di civiltà.

GLI ARTICOLI 2 E 3
L’altro tema che a noi del Comitato sta molto a cuore e che ci trova in totale contrasto rispetto al disegno di legge, è legato a tutti quegli articoli, in particolare il 2 e il 3, che di fatto omologano l’unione civile al matrimonio come definito dall’articolo 29 della nostra Costituzione. Fin da subito abbiamo denunciato la mistificazione di aver abolito il termine matrimonio ma di averne lasciato la sostanza. È stata cambiata la bottiglia ma il liquido all’interno era assolutamente lo stesso, perché nel momento in cui vengono descritti gli articoli con le caratteristiche che sono proprie del matrimonio, di fatto si fa una menzoniera manovra per fare passare il cosiddetto matrimonio gay. E a questo è legato l’enorme pericolo che qualsiasi tribunale italiano e a maggior ragione la Corte europea dei diritti dell’uomo, una volta stilata una legge che riconosce l’identificazione, l’omologazione delle unioni civili al matrimonio, non possa negare all’unione civile il diritto alla genitorialità e quindi, di fatto, non possa negare l’utero in affitto. Negarlo diventerebbe una discriminazione inaccettabile e quindi per via giurisprudenziale entrerebbe quello che per via legislativa non si è avuto modo o coraggio di fare. Di conseguenza, noi diciamo che con la stepchild adoption se non vengono aboliti anche gli articoli 2 e 3 del disegno di legge, ci sarà il modo di fare entrare dalla finestra ciò che abbiamo fatto finta di cacciare dalla porta. Quindi siamo assolutamente contrari anche agli articoli 2 e 3.

L’IPOTESI DELLE “ADOZIONI SPECIALI”
Perché questa nostra opposizione chiara? Perché potrebbe succedere in Italia, anzi ci sono ottime probabilità che accada, quello che è successo in Irlanda: nel 2010 hanno approvato le unioni civili, nel 2015 sono state parificate totalmente al matrimonio, e ora nel 2016 vogliono modificare la Costituzione. Questo è quello che è accaduto e che non vogliamo succeda in Italia. E vogliamo dire subito una parola su quello che iniziamo a sentire dire: “Va bene, togliamo la stepchild adoption ma dobbiamo mettere mano alla legge 184/1983 che norma l’adozione speciale in Italia”. Ecco, vogliamo dire che siamo assolutamente contrari a qualsiasi tentativo di introdurre all’interno di quella legge l’idea che possano adire alle adozioni anche le coppie omosessuali, praticamente annullando il diritto delle coppie sterili di avere la garanzia o comunque la probabilità di poter adottare un minore. Dico questo perché tutti sapete che in Italia i minori di cui è stato dichiarato lo stato di abbandono e quindi lo stato di adottabilità sono in un rapporto di circa 10 a 1 rispetto alle famiglie dichiarate idonee all’adozione. Questo vuol dire che non c’è nessuna “emergenza bambini abbandonati” in Italia, e comunque se questa emergenza dovesse esserci, a rispondere dovrebbero essere le coppie sterili. Non si capisce poi perché, sempre per rimanere in questo ambito, una coppia sterile che voglia adottare un bambino debba passare attraverso forche caudine – ne ho una esperienza personale – incredibili e che durano anni, mentre l’automatismo di una adozione omosessuale salterebbe di fatto tutti i requisiti che dichiarano la coppia idonea all’adottabilità. Come al solito qui vengono negati diritti realmente esistenti inventando diritti cosiddetti civili che non esistono.
Vorrei concludere, per quanto riguarda le adozioni, con l’appello a considerare che il diritto fondamentale non è dell’adulto. Il diritto è del bambino, è quello ad avere un padre e una madre. Tutta la letteratura scientifica di cui credo di essere sufficientemente competente anche per il mio ruolo professionale, dice l’assoluta necessità per la costruzione di una armonica e coerente personalità che il bambino possa strutturarsi, confrontarsi con due genitori che si chiamano papà e mamma e che sono di sesso diverso. Non esiste che il diritto degli adulti possa violare il diritto atavico e strutturale del bambino di poter avere una famiglia.

GIUDICHEREMO L’OPERATO DEI SINGOLI PARLAMENTARI
Queste sono in estrema sintesi le nostre posizioni e l’appello che noi facciamo a tutte le forze politiche è quello di avere chiari questi fondamenti, perché è su questi fondamenti che noi giudicheremo l’operato delle singole forze politiche e dei singoli parlamentari. Vedremo chi realmente ha impersonificato le istanze e le richieste del popolo del 20 giugno e del 30 gennaio; chi ne ha fatto una bandiera e poi di fatto non ha fatto nulla; chi con becera arroganza ha fatto finta di dimenticare tutto. Non si può dire che tutte le piazze sono uguali, non si può dire che una piazza che evoca il diritto del bambino di essere rispettato in quanto tale – non so se sapete ma il bambino è addirittura abbandonato a se stesso perché non ha nemmeno diritto a nominare un avvocato difensore e questo è un grave vulnus del nostro ordinamento – sia uguale a tutte le altre. E comunque sia se vengono ritenute uguali, bisogna ascoltare le istanze di una piazza che in Italia rappresenta il comune sentire della gente, della stragrande maggioranza della popolazione. Se stiamo ai numeri dell’Istat – e rimaniamo sbigottiti quando leggiamo che lo stesso Istat dice che le sue statistiche devono essere riviste – la popolazione che si sente particolarmente menomata di diritti vanta 7.500 coppie a fronte di 14 milioni di coppie eterosessuali: vuol dire lo 0,025 per cento. Se la democrazia ha un senso la prima cosa che bisogna fare è tenere presente le istanze democratiche delle persone.

A PROPOSITO DI URGENZE
Un’ultima cosa che pure ci sta molto a cuore è il trattamento delle famiglie: le famiglie sono di fatto ignorate, le famiglie numerose che rappresentano una grossa fetta e dove crescono oggi 700 mila minori in Italia vengono di fatto abbandonate. E invece si inventa l’idea che l’Italia ha bisogno urgente di questa legge sulle unioni civili, che questa legge costituisce una emergenza e quindi c’è urgente bisogno di approvarla. Abbiamo la sensazione che questo urgente bisogno nasca dal fatto che più passano i giorni più la gente prende coscienza di come stanno le cose e quindi anche all’interno dei partiti si comincia ad avere mal di pancia. Allora questa è una urgenza strumentale e politica che non ha nulla a che fare con l’urgenza dei cittadini che invece ne hanno di ben altre. Provate a pensare a una vedova che vive della pensione di reversibilità del marito e che abita in una casa acquistata con sacrificio insieme al marito. Provate a pensare che oggi probabilmente si sentirà dire che la reversibilità dovrebbe essere riconsiderata alla luce dell’Isee. Chiedete a questa vedova se reputa di maggiore urgenza una situazione che potrebbe metterla in una condizione di gravissima emergenza sociale oppure se è più urgente normare la situazione affettiva di due persone. Noi vogliamo dare voce a queste persone, vogliamo dare voce a questi bambini che vengono trattati come merce che si va a comprare al supermercato e vogliamo dare voce ad una vera reale giustizia sociale che non serve lobby che stanno dentro e fuori dall’Italia.

Foto Ansa

febbraio 24, 2016 Massimo Gandolfini
fonte: http://www.tempi.it 


24/02/16

“Quando anche per morire degnamente, bisogna essere di sinistra”




Anche la morte è di destra e di sinistra. Difficile a credersi, ma è proprio così. L’ennesimo, eclatante esempio di quanto il nostro sistema politico, mediatico e intellettuale siano malati e anche un po’ perversi lo abbiamo avuto proprio nei giorni scorsi.
Umberto Eco, morto il 19 febbraio, uomo di indubbio spessore culturale, che in più di un’occasione ha dimostrato di volgersi più a sinistra che a destra, è stato e continua ad essere celebrato come un dio in terra, la cui perdita ha lasciato un’impronta indelebile nelle menti e nei cuori di  milioni di persone.
Due giorni dopo, il 21 febbraio, all’età di 91 anni si è spenta nel più assordante dei silenzi la grande Ida Magli, antropologa, filosofa, studiosa, scrittrice, fervida sostenitrice della cultura occidentale e delle radici e dei valori su cui essa si fonda. Sulla morte di Ida Magli si sono spese sì e no tre parole, mentre in onore di Umberto Eco si è innalzato un vero e proprio sipario.
Ida Magli, donna spiccia e di poche parole, non è mai entrata nelle grazie dei nostri attuali politicanti. Anzi... agli occhi della sinistra radical chic che parla politically correct ha commesso alcuni grandi, imperdonabili errori. Tipo condannare l’orda di immigrati musulmani che stanno letteralmente invadendo il nostro Paese; ritenere la classe politica italiana incapace di governare; sostenere il fallimento dell’Unione Europea e della moneta unica concepiti più come un mezzo per vessare i cittadini che un’opportunità per inserirli in un contesto più globale; etichettare come “colpo di stato” quello commesso da Napolitano nel 2011 per togliere di torno la destra al comando (eletta democraticamente); ritenere inconcepibile la condizione tuttora irrisolta dei due marò in India, e in ultimo dover ammettere la sconfitta della donna in quanto tale dopo aver passato una vita a sostenerne la parità dei diritti, e la constatazione che l’attuale mutamento sociale a favore di culture retrogade e medievali come quelle islamiche finirà per riportare indietro di cent’anni la condizione della donna, vanificando gli sforzi sinora compiuti per salvaguardarne la propria identità.
Alla luce di questo mio pensiero io credo che per ognuno di noi sia giusto poter esprimere simpatia e stima per Umberto Eco piuttosto che per Ida Magli. Quello che a me spaventa è il dover ammettere che anche di fronte alla morte, questa grande, immensa incognita della nostra vita, che fa parte della vita e da cui nessuno può sottrarsi, c’è chi distingue tra morti di serie A e morti di serie B; morti di destra e morti di sinistra.
Questa distinzione la trovo semplicemente aberrante, irrispettosa, pericolosa. Siamo in una dittatura di sinistra... inutile girarci tanto intorno. Dove non esiste opposizione, se non un ammasso di cialtroni che non vuole trovare un punto di incontro per non assumersi responsabilità. Ma a quanto pare oggigiorno chi non la pensa come la sinistra non ha diritto a nulla: nemmeno a morire in pace.

di flavia favilla - 24 febbraio 2016

fonte: http://www.lagazzettadilucca.it

23/02/16

Un Paese destinato a... sfracellarsi






Mentre chi governa riempie la scena con una surreale campagna contro la presunta austerità europea, vera arma di distrazione di massa, gli osservatori laici di questo disgraziato Paese cercano di portare alla luce il disastro finanziario che si cela dietro l’insopportabile propaganda renziana. Un disastro che, conti alla mano, forse spiega più di qualunque altra considerazione l’evidente irrigidimento di Bruxelles nei confronti di un Esecutivo che di questo passo, come si suol dire, sarà costretto a portare i libri in Tribunale.
A tal proposito - dati quasi del tutto snobbati dalla stampa nazionale - circola da qualche settimana un raccapricciante studio della Banca d’Italia, ripreso con dovizia di particolari in un comunicato di Unimpresa, secondo cui nei primi 10 mesi del 2015, in piena Era del cambiamento di verso renzista, sia la spesa dello Stato centrale e sia le relative imposte sono cresciute in modo catastrofico. In particolare la prima è lievitata dell’11,21 per cento, passando da 356 a 396 miliardi; mentre le entrate tributarie sono aumentate di quasi 12 miliardi in un lasso di tempo così breve e malgrado la raffica di balle rassicuranti espresse in ogni dove dal premier toscano. Tant’è che lo stesso presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, ha così commentato: “I numeri non mentono mai e quelli che diffondiamo oggi ci dicono che il Governo ci prende in giro: sono chiacchiere quelle sulla cosiddetta spending review e sono chiacchiere pure quelle sulla sforbiciata al prelievo fiscale. Tante promesse, molti annunci e zero fatti concreti”.
Parole sacrosante espresse nei confronti di un personaggio il quale, dopo decenni di disastri sul piano dei conti pubblici, aveva suscitato moltissime aspettative anche sul fronte di un sempre più necessario risanamento di questi ultimi. E invece, come rileva amaramente Longobardi, ci troviamo al cospetto di una colossale presa per i fondelli messa in atto da un signorino soddisfatto che con le sciocchezze che propala riesce farci camminare i treni.
Sta di fatto che il Paese, nonostante 40 miliardi di spesa dello Stato in soli 10 mesi, a cui vanno poi sommati gli incrementi delle altre amministrazioni, ha chiuso il 2015 con uno striminzito più 0,6 per cento del Prodotto interno lordo. Ciò pone una pietra tombale sul keynesismo d’accatto degli illusionisti al potere. La strada lastricata di pasti gratis, di altre tasse e di buone intenzioni percorsa da Matteo Renzi ci sta conducendo verso l’inferno.

di Claudio Romiti - 23 febbraio 2016
fonte: http://www.opinione.it 

Il caso marò e l’auto-percezione dell’India come potenza

Il caso marò e l’auto-percezione dell’India come potenza



Sono ormai passati già quattro anni dal caso dell’Enrica Lexie che ha causato un duro scontro diplomatico tra Italia e India, la cui soluzione appare ancora lontana. La questione che ha coinvolto i due fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dopo anni di polemiche a proposito del conclamato mancato rispetto del diritto internazionale da parte indiana, su chi avesse la giurisdizione del caso e sull’immunità funzionale dei due militari, è ora interamente gestita dalla Corte permanente di arbitrato (CPA) dell’Aja. Tuttavia, la sentenza non dovrebbe arrivare prima dell’agosto 2018, quando saranno passati più di sei anni dall’incidente del 15 febbraio 2012, ammesso che lo stesso tribunale non decida di allungare ulteriormente i tempi per la presentazione delle dichiarazioni delle due parti in accordo con le stesse. Massimiliano Latorre resterà in Italia almeno fino al 30 aprile 2016; bisognerà attendere poi il pronunciamento della Corte Suprema indiana per un’eventuale proroga del permesso per i motivi legati alle cure mediche che lo riguardano. Per quanto concerne Salvatore Girone, il 30 e 31 marzo 2016 la Corte dell’Aja esaminerà la richiesta italiana indirizzata al trasferimento del fuciliere dall’ambasciata di New Delhi in cui risiede in Italia, dove potrebbe attendere la sentenza definitiva.
Gli ultimi mesi, a parte le questioni tecniche collegate all’arbitrato internazionale, non sono stati caratterizzati da sviluppi di rilievo, salvo due questioni. La prima risale al settembre 2015, quando emerse la notizia secondo la quale, in base ai documenti relativi all’autopsia svolta sui corpi dei due pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelestine, i proiettili che li hanno colpiti a morte non sarebbero in dotazione ai militari italiani. Le pallottole estratte erano infatti più lunghe (31 millimetri) rispetto a quelle calibro «5.56X45» Nato in dotazione ai fucilieri di marina (23 millimetri). Su richiesta italiana questa questione è stata posta all’attenzione della Corte permanente dell’Aja, anche se altre notizie non confermano questa versione.
All’inizio del febbraio 2016 è apparsa invece sulla stampa indiana una ricostruzione («The Telegraph» di Calcutta), in maniera scontata poi smentita dal Ministero degli Esteri indiano, in base alla quale New Delhi avrebbe offerto di lasciar liberi i due marò in cambio di informazioni compromettenti che collegassero Sonia Gandhi (Presidente del Congresso – oggi all’opposizione) o la sua famiglia alle presunte tangenti pagate per la fornitura all’India, poi bloccata, degli elicotteri Augusta/Westland. Questo accordo sarebbe stato raccontato dall’ex agente commerciale Christian James Michel, che cita questa vicenda in una lettera inoltrata alla Corte permanente di arbitrato dell’Aja e al tribunale internazionale dell’ONU sul diritto del mare.
L’intransigenza dell’India verso la questione dei due fucilieri di marina è collegata alla tradizionale visione della politica estera indiana in Asia meridionale, dove New Delhi si riserva il diritto di difendere i propri interessi mettendo in secondo piano il diritto internazionale.
A parte queste notizie e la necessaria cautela, non ci sono altre fondamentali novità mentre l’attesa per i due fucilieri rimane ancora lunga. Tuttavia, per quanto riguarda l’India e considerato che sono passati ormai quattro anni dall’accaduto, è possibile tracciare una breve analisi sull’operato del paese asiatico, collegandolo, in una prospettiva storica, alla tradizionale visione della politica estera di New Delhi nel periodo post-indipendenza in particolare nel contesto regionale.
A livello storico non possiamo sapere nulla di concreto sul caso marò, visto che ci vorranno diversi anni prima di offrire, attraverso i documenti, una chiave di lettura tendenzialmente obiettiva di una vicenda oggi con molti punti oscuri e dai contorni sfumati. Malgrado questa considerazione, è possibile comunque analizzare l’azione di New Delhi legandola alla storia recente del subcontinente. Per quanto concerne possibili spiragli diplomatici, nonostante ci siano nella stampa indiana voci contrarie all’operato dei governi Singh e Modi coinvolti nel caso e più vicine alle posizioni italiane, è altamente prevedibile che l’India manterrà una linea risoluta anche nei prossimi mesi.
Nel corso della sua storia post-indipendenza, New Delhi ha sempre infatti difeso, anche con la forza, interessi considerati vitali per lo Stato in ambito regionale promuovendo una politica di potenza. Tralasciando il caso dei rapporti con il Pakistan, che porterebbero a considerazioni più complesse, basta citare le operazioni militari all’indomani dell’indipendenza, come quella che coinvolse lo Stato di Hyderabad nel 1948, l’occupazione di Goa nel 1961 con il termine dell’Impero portoghese in India, oppure le continue ingerenze nei confronti di Bangladesh, Maldive, Nepal e Sri Lanka, sempre mal digerite da vicini più piccoli. Senza dimenticare il programma nucleare, iniziato già negli anni Cinquanta, e il primo esperiemento del 18 maggio 1974, nome in codice Smiling Buddha e primo test di uno Stato non presente all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ovviamente l’Italia non ha posto una minaccia militare concreta all’India perché il caso diplomatico deriva da un incidente nell’ambito della cooperazione internazionale indirizzata alla comune lotta contro la pirateria nell’Oceano Indiano. La posizione dell’India e l’intransigenza del paese verso il caso sono però spiegabili collegandole alla auto-percezione del proprio ruolo in Asia meridionale, dove è avvenuto appunto l’incidente: sostanzialmente, ciò che avviene in un’area d’interesse primario (subcontinente), acque internazionali o meno, riguarda solo ed esclusivamente l’India. In questo modo è comprensibile il motivo per cui, posta l’indipendenza del potere giudiziario nel paese, in generale il potere politico non intenda arretrare da posizioni che possono apparire ai nostri occhi risolute in difesa dell’interesse nazionale, anche a discapito del diritto internazionale. È certamente vero che sono morti due cittadini indiani, ma questo fatto è posto in secondo piano nel tradizionale discorso inteso a difendere l’interesse dello Stato in ambito regionale. Oltre a ciò vi è da aggiungere che in un contesto più generale, come sosteneva alcuni anni l’ex ambasciatore a New Delhi Antonio Armellini, la politica estera dell’India «tradisce una visione dei propri interessi a livello globale che sfiora l’arroganza (vecchio vizio, questo, duro a morire)»1. L’auto-percezione dell’India è quella di avere fin dal 1947 una sorta di missione globale, con riferimenti sia all’etica (Gandhi, Nehru, ecc.) che alla politica di potenza (dominio del contesto regionale).
A maggior ragione e una prima lettura, un governo come quello di Narendra Modi non appare indirizzato a una linea morbida verso l’Italia perché è portatore di un immaginario collettivo predisposto a incoraggiare, sia all’interno che all’esterno, anche se spesso ciò è naturalmente molto enfatizzato, la visione di un’India forte, autonoma, moderna e in ascesa. È un governo, come tanti altri contemporanei in altre aree geografiche, basato sull’immagine personalistica del leader, il quale deve apparire come il protagonista principale della politica estera indiana2. Una prospettiva accondiscendente verso l’Italia sarebbe controproducente per questo tipo di narrazione perché potrebbe essere percepita come remissiva in una fase per giunta in cui Modi sta attraversando altri problemi interni (basti citare i casi della rivolta studentesca in corso alla Jawaharlal Nehru University, o le rimostranze legate a questioni di casta, comunità Patel in Gujarat e Jat in Haryana).
Eppure, una via per rendere Modi più “morbido” potrebbe essere collegata ai rapporti che l’India ha con Stati Uniti ed Europa, e alla realpolitik. Al di là del diritto internazionale, un problema per la posizione italiana è che i nostri alleati (Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna) stanno puntando molto sulle proprie relazioni bilaterali con l’India e non sono sostanzialmente interessati al caso-marò. Gli USA, che fin dall’inizio considerarono il caso un problema esclusivamente italiano e indiano, vorrebbero inserire l’India all’interno del MTCR (Missile Technology Control Regime). L’Italia ha però bloccato lo scorso ottobre 2015 l’ingresso di New Delhi nell’organizzazione. Nel corso dell’ultima visita in India nel gennaio 2015 in quanto ospite d’onore del Republic Day indiano, il Presidente americano Obama si era espresso favorevolmente all’ingresso dell’India in altri organismi di rilievo globale (Nuclear Supplier Group, Wassenaar Agreement, Australia Group), dicendosi anche pronto a sostenere la candidatura di New Delhi quale membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Supporto confermato nell’aprile 2015, che si aggiunge al sostegno anche della Gran Bretagna. La prossima riunione per il MTCR sarà in primavera, Washington medierà tra Italia e India?
Gli Stati Uniti sostengono l’India e il governo Modi in diversi organismi multilaterali. La decisione italiana di bloccare l’ingresso di New Delhi nel MTCR potrebbe portare a un interessamento di Washington nei confronti dello scontro diplomatico tra Italia e India.
Per quanto riguarda l’Europa, divisa nel proprio approccio nei confronti dell’India poiché viene preferito dai singoli Stati membri un approccio esclusivo con il paese asiatico piuttosto che comunitario, in una recente risoluzione del Parlamento Europeo a proposito dei cittadini dell’Unione detenuti in India e inviata a governo, Parlamento e Stati membri della Federazione indiana c’è un brevissimo riferimento alla pirateria internazionale e ai due fucilieri. Tuttavia è molto poco per le aspettative italiane e probabilmente ciò è stato fatto per non urtare la sensibilità dell’India, con la quale l’UE è per giunta in trattative da diversi anni per finalizzare un Trattato di libero scambio.
La risoluzione della questione sarà dunque ancora molto lontana. In ogni caso, dall’intera vicenda sarà importante per l’Italia comprendere, per i suoi futuri rapporti con l’India, sia in momenti di positiva collaborazione, i quali hanno contraddistinto la maggior parte della storia dei rapporti bilaterali Roma-New Delhi, sia in fasi delicate e di aperta rottura diplomatica come quella attuale, che è necessario abbandonare passate visioni stereotipate in rapporto a questo Stato (paese del cosiddetto Terzo mondo, dedito alla spirtualità e alla non-violenza, ecc.), considerando invece una più ampia e complessa gamma di prospettive.


NOTE:

Francesco BRUNELLO ZANITTI è Direttore Scientifico dell'IsAG.

 
 

Orfanotrofi pieni. I gay preferiscono pagarlo, il figlio


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Non attirano. I figli dell’orfanotrofio, abbandonati per povertà, fame, miseria umana, non sono amati dai gay con l’istinto materno!

Non vengono bene in foto, probabilmente. Si potrebbero confondere con eventuali figli propri, provenienti da precedenti matrimoni farsa per santa copertura sociale.
Oppure potrebbero dire NO! IO DUE MAMME NON LE VOGLIO! DUE PADRI MANCO A PARLARNE! Potrebbero voler scegliere. E, dunque, se ne stiano nelle grigie sale dei brefotrofi dell’Est o dei continenti terzi, i figli già fatti e disponibili.
I gay civilizzati, globalizzati, scolarizzati, sopravvissuti alle epidemie e alle nottate in dark room, adesso vogliono un ben altro giocattolo che non un adolescente con un passato da gestire. No, no. Meglio un cicciobello ancora sporco di liquido amniotico e che necessita di colostro, un neonato senza memoria sociale. Una serra appena fabbricata da coltivare a proprio piacimento, piuttosto che un terreno antico,  figlio memore della Creazione. Troppi impicci, troppi nodi da sciogliere e pettinare…

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Che gli racconti, ad un rompimaroni in età di Perché, quando ti chiede “Perché, ADESSO, ho due papà? Due mamme?” Come gliela spieghi la favola? Come lo prepari all’impatto con gli altri bambini, spietati e confusi quanto lui, confuso, di suo, dalla perdita di uno e dal raddoppio dell’altro?
E, dunque, meglio impastare una vittima ex novo. Più ex che novo. Ex bimbo fortunato, novo disgraziato sociale. Uno che, domani, probabilmente, andrà a squartare froci in giro per il mondo. Perché lui, due padri, non li aveva messi in conto. E gliene sarebbe bastato uno. Come di madre. Che, una è santa, due sono una malattia incurabile.
Quanta gente, infatti, dovrebbe stare in piedi, di notte, ad aspettarti al rientro dai bagordi con gli amici? Due padri scassapalle o due madri in doppia lacrimazione? E quante genitrici dovrebbero urlarti “questa casa non è un albergo”? O quanti babbi dovrebbero spiegarti come funziona il pistolino (e, soprattutto, come e con chi usarlo)?
Se, poi, già la famiglia la conosci per come te l’ha data la natura, come faresti ad abituarti alla nuova proposta secondo legge? (E aggiungo: può una legge importi ciò che è giusto per te secondo te?)

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Ovviare all’inconveniente, secondo gli ipocriti 2.0, è facilissimo: i gay possono e devono avere il diritto di farselo su misura, il proprio bimbotoy. Pagandolo e ottenendolo senza dati precedenti in memoria. Così che tutte la verità che servono gli arriveranno da chi lo sta pascendo in quel momento. Due bugiardi.

Fra me e me. Punto

di Nino Spirlì - Martedì 16 febbraio 2016 
Santa Giuliana – Redazione SUD, Area industriale porto di Gioia Tauro


fonte: http://blog.ilgiornale.it 

22/02/16

«Io, cristiano, ho vissuto a Raqqa sotto l’Isis. Sono dei mostri»



Le teste mozzate infilzate sui pali delle ringhiere, le esecuzioni, gli abusi per strada, i selfie coi cadaveri. «Sono felici ogni volta che uccidono qualcuno»


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Ci sono circa 50 famiglie cristiane rimaste a Raqqa, capitale siriana del Califfato. Una di queste è quella di John (nome fittizio), 20 anni, che ha vissuto 18 mesi sotto il controllo dei jihadisti dello Stato islamico. Fuggito da poco in un’altra città della Siria, mentre la sua famiglia è ancora là, ha raccontato la sua storia a World Watch Monitor 

«ALLAHU AKBAR». «Noi stiamo meglio di quelli che vivono ad Aleppo», racconta. «Abbiamo l’acqua e l’elettricità. Ma devi sempre stare sul chi vive, mai guardare qualcuno negli occhi quando cammini per strada e sempre fare attenzione a ciò che dici e non dici». La prima volta che i combattenti dell’Isis sono entrati vittoriosi in città, ad esempio, «la gente esultava per le strade e gridava “Allahu Akbar”. Io osservavo e me ne stavo per conto mio, ma quando un membro dell’Isis mi ha visto con la bocca cucita, ha fermato l’auto e mi ha squadrato. Allora ho dovuto gridare anch’io “Allahu Akbar”. Molti a Raqqa li hanno accolti, ma ora sono pentiti».

PAGARE LA JIZYA. Un cristiano ha solo due modi per sopravvivere sotto lo Stato islamico: «Se non vuoi andartene, o ti converti all’islam e conduci una vita normale oppure paghi la jizya (il tributo umiliante previsto dal Corano per i non musulmani che vogliono mantenere la fede in terra islamica, ndr). Il primo anno la tassa ammontava a 54 mila pound siriani (221 euro) per ogni uomo – donne e bambini non sono “tassati” – ma l’anno scorso è aumentata a 164 mila pound (672 euro)». John ha pagato ma per 18 mesi non ha assistito a una Messa. Le chiese infatti sono state demolite o convertite per altri usi, i preti sono fuggiti e i cristiani solo a volte si riuniscono di nascosto per pregare insieme. Quelli scappati, poi, si sono visti requisire tutte le proprietà.

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«CERCAVANO DI CONVERTIRMI». Per non essere presi e uccisi per strada, è fondamentale avere il documento (foto a fianco) che attesta il pagamento della tassa sempre con sé. «Con il documento, nessuno poteva farci del male in quanto cristiani. Ho parlato spesso con uomini dell’Isis, alcuni erano anche simpatici ma appena scoprivano che ero cristiano cambiavano atteggiamento. Cercavano di convertirmi all’islam. Una volta uno di loro ha visto che non avevo un taglio di capelli islamico. Si è arrabbiato, ma dopo che gli ho mostrato il documento è andato via».

PALLONCINO A FORMA DI CUORE. Un’altra volta l’hanno portato via insieme ad altri ragazzi: alcuni per il taglio di capelli troppo occidentale, altri perché portavano i jeans. Ai primi sono stati rasati i capelli, ai secondi è stato fatto firmare un documento: “Non porterò mai più i jeans”. Per le donne, invece, non c’è scampo: «Mia mamma e mia sorella hanno dovuto coprirsi interamente come le donne musulmane. Ricordo un incidente divertente: un negoziante aveva un palloncino rosso a forma di cuore. E un membro dell’Isis gliel’ha fatto scoppiare, dicendogli che era peccato perché assomigliava al seno di una donna».

«SELFIE CON LE TESTE MOZZATE». John cerca di ricordare gli aspetti divertenti per dimenticare quelli atroci: «Ho visto troppe crudeltà. Ogni venerdì uccidevano qualcuno. Ho visto il primo uomo decapitato in pubblico. Non sono riusciti a tagliargli la testa al primo colpo e soffriva così tanto che gli hanno sparato». La scena più terribile che John ricorda è quando i jihadisti hanno massacrato centinaia di soldati siriani e infilzato le loro teste mozzate su una ringhiera. «Dovevo passare dalla ringhiera tutti i giorni per andare a studiare. Sono rimasto scioccato quando ho visto la gente che si faceva i selfie con le teste. La verità è che sono dei mostri».

«FELICI QUANDO UCCIDONO». Alcuni suoi compagni di scuola si sono uniti all’Isis. Perché? «Alcuni forse per il salario. Ho sentito che danno 1.200 dollari a combattente, più 100 per ogni moglie e 50 per ogni figlio. Li ho visti nei negozi pieni di soldi da spendere. Qualcuno crede davvero di fare una cosa giusta. Si sentono felici ogni volta che uccidono qualcuno. Lo vedi quando fanno giustiziare le persone: ogni settimana trovano un nuovo modo per farlo, le crocifiggono perfino. Grazie a Dio nessun cristiano è stato ucciso solo per la sua fede».

«MI VOGLIO ARRUOLARE». Dopo 18 mesi John è scappato e oggi vive in un’altra città siriana, dove l’esercito di Bashar al-Assad l’ha accolto. «Non ho nessuna intenzione di scappare. Appena avrò finito gli studi, mi unirò all’esercito per riprendermi la mia terra. Questo è il mio paese, non il loro e combatterò per esso. Non so cosa è preso a certa gente: vivevano già in un paese dove la maggioranza è sunnita. E se proprio volevano un islam radicale, potevano andare in Arabia Saudita».

 Leone Grotti - 21 febbraio 2016
fonte: http://www.tempi.it 

21/02/16

Marò: parte una nuova campagna web per l’innocenza dei nostri soldati


maro 

Roma, 20 feb – L’articolo di oggi su Libero a firma Chiara Giannini segna una nuova fase per i cittadini italiani che si battono per “Verità e Giustizia per Massimiliano e Salvatore”, concludendo: “Oggi partirà una diffusione planetaria tramite newsletter che riporta al sito (www.italianmarines.net) che si potrà leggere in USA, Australia, Asia e in qualsiasi altra parte del mondo. Insomma la RAI oscurerà anche i Marò, ma non ha fatto i conti con la potenza mediatica del web”. Si deve partire come al solito dall’apertura della cassaforte indiana che per quattro anni ha custodito i documenti giudiziari sulla base dei quali i nostri militari sono stati arrestati e che la Republic of India ha usato come prova di colpevolezza a supporto di un documento scritto depositato il 6 Agosto 2015 al Tribunale di Amburgo sul Diritto del Mare (ITLOS). E proprio per non farsi mancare niente ha scritto anche che “in questa vicenda l’Italia cerca compassione”.
Parallelamente l’Italia chiese al Tribunale di Amburgo che i due accusati fossero sottratti alla “custodia giudiziaria indiana” (dopo 4 anni senza formalizzazione delle accuse e negazione dei documenti giudiziari anche alla Magistratura italiana che ne fece richiesta) e che quindi potessero rientrare in Italia e qui attendere la sentenza sulla giurisdizione (se fosse l’India o l’Italia a dover celebrare il processo). In realtà poi il Tribunale di Amburgo rimandò al Tribunale internazionale dell’Aia la decisione sia sulla sentenza di giurisdizione sia sulla richiesta di rientro in Italia dei due accusati, e mentre per la sentenza sulla giurisdizione dovremo aspettare almeno fino al 2018 quella sul rientro in Italia è attesa per il 30 marzo 2016, fra circa 40 giorni. Quello che è emerso dall’analisi dei documenti giudiziari indiani (da me ottenuti da Amburgo il 27 Agosto 2015) è quello che si era già capito da tempo: l’impianto accusatorio indiano contro i militari italiani è inconsistente, contraddittorio, omissivo e pregiudizievole, in pratica un “castello di carta” montato per scopi diversi dalle esigenze di giustizia (probabilmente per motivi di politica interna indiana).
Non si può imputare ai giudici di Amburgo di non averlo capito subito: Giudici e Avvocati sono uomini di legge mentre le indagini tecniche (ricostruzione di posizioni, orari, sopralluoghi, radar, balistica etc) sono cose da C.T. (consulenti tecnici) ed io stesso, che pur conoscevo ormai la vicenda a menadito e con venti anni di esperienza come C.T. giudiziario in indagini complesse nel settore aereonautico, per esaminare a fondo e produrre documenti usabili in Tribunale ho impiegato quattro mesi. Ma ora, pur nella consapevolezza che il “Castello di carta” indiano non reggerebbe come impianto accusatorio in qualsiasi Tribunale (sempre che la difesa faccia il suo dovere) è necessario portare il tutto a conoscenza di Giudici e Avvocati del Tribunale dell’Aia, che non risulta abbiano affidato a esperti consulenti tecnici l’analisi dei documenti indiani. Il motivo è ovvio: se al Tribunale dell’Aia si dovesse dar credito alla millantata “certezza di colpevolezza” proclamata da parte indiana (di per se assurda vista addirittura la mancata formalizzazione dei capi di accusa) allora la bilancia potrebbe pendere per lasciare i due accusati sotto la custodia giudiziaria indiana.
Invece prendendo coscienza del “Castello di carta”, che fra l’altro comprende episodi come il portare un falso peschereccio St. Antony sotto la murata della Enrica Lexie, o falsi verbali con false firme italiane, o i centesimi di millimetro misurati a occhio, la bilancia penderà per far rientrare i due in Italia (di fatto Salvatore Girone è un ostaggio, come ai tempi dell’Impero Persiano) in attesa di un riesame completo dell’impianto accusatorio. L’altro aspetto è quello dell’informazione delle opinioni pubbliche. L’italiano è una lingua di nicchia parlata, scritta e letta al massimo da un centinaio di milioni di persone di cui sessanta in Italia.
Le autorità indiane finora hanno avuto buon gioco verso l’opinione pubblica interna e internazionale con un sapientissimo uso dei media. Dei famosi documenti giudiziari tenuti per quattro anni in cassaforte sono stati via via passati ai media indiani stralci e indiscrezioni che riportavano le “conclusioni” sempre di accertata colpevolezza italiana. Dai media indiani rimbalzavano come “notizia” sui media italiani e internazionali che li prendevano per buoni senza rendersi conto che erano vittime di una precisa azione di disinformazione. Ad esempio il sopralluogo sul peschereccio del 17/2/2012 concludeva, a firma del vicedirettore del Forensic Science Laboratory, che i proiettili che avevano colpito il peschereccio erano i calibro 5.56×45 NATO in dotazione ai militari italiani: grandi titoli e articoli sui media italiani e internazionali. E quando due giorni dopo Latorre e Girone vengono arrestati nessuno ha da ridire: i proiettili sono i loro!
Ma poi quando dopo quattro anni esaminiamo il documento originale scopriamo che il vicedirettore del Forensic Science Laboratory Dott. Nisha ha misurato i buchi sul legno col metro a nastro e concluso coi centesimi di millimetro. Coscientemente, perché dalla posizione e quindi dalla preparazione tecnica che gli compete sa benissimo che le sue “conclusioni” sono una scemenza. Di questo naturalmente si poteva accorgere facilmente chi ha esperienza specifica, ma non chi “fidandosi” ha riportato alle opinioni pubbliche conclusioni fabbricate ad arte.
Quindi www.italianmarines.net serve anche a informare le opinioni pubbliche internazionali sulla vera natura dell’impianto accusatorio indiano.
È stato realizzato volutamente solo in inglese in modo che Google lo indicizzi solo in inglese, dietro ci sono un gruppo di volontari che da oggi inizierà una capillare e coordinata diffusione internazionale dello stesso, diciamo dalla Siberia alla Terra del Fuoco. E in questo senso è gradita la collaborazione di chiunque abbia dimestichezza con la lingua inglese e l’uso del web. In questo modo non solo Giudici e Avvocati del Tribunale dell’Aia saranno informati, ma tutta l’opinione pubblica mondiale.
Io per parte mia posso dichiarare concluso il mio lavoro di C.T. della difesa volontario: non c’è più nulla da scoprire per dichiarare l’innocenza dei due militari italiani, l’intero impianto accusatorio indiano è crollato su se stesso come un castello di carte. Vittima di inconsistenza, falsità, omissività e pregiudizio. Ognuno può giudicare da se stesso.

Luigi Di Stefano - 20 febbraio 2016
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it