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04/10/14

Sentinelle. Ecco chi sono davvero i libertari coraggiosi che il 5 ottobre sfideranno in silenzio insulti e sputi in 100 piazze d’Italia

 

«Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana è minacciata», diceva san Giovanni Paolo II. Nascita, idee e iniziative del popolo più disprezzato di sempre


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Le Sentinelle in piedi, ovvero quanto di peggio possa capitare al giornalista collettivo. Perdigiorno omofobi o una nuova Rosa Bianca? Compulsivi occupatori di suolo pubblico, oppure – per dirla col sociologo Introvigne – «l’ultimo tassello della Controrivoluzione»? È bene chiarirsi le idee in fretta perché il 5 ottobre accadrà qualcosa che pochi si aspettano. In contemporanea in 100 città italiane (cento) le Sentinelle (Sip) sfideranno boicottaggi, fischi e sputi e scenderanno in piazza con la loro vincente (e poetica) ortoprassi: posizionati a scacchiera (a due metri l’uno dall’altro), in un potente e rigoroso silenzio, con un libro in mano in segno di approfondimento continuo («noi studiamo, voi?»).


Prima ancora che contro il ddl sull’omofobia – il “reato d’opinione” che le Sentinelle alla faccia dell’ineluttabilità delle cose hanno contribuito a imbrigliare – le Sip protestano contro qualunque imposizione top-down di “verità” calate dall’alto, imposte per legge, che non tollerano discussioni di sorta, pena l’accusa di opporsi ai “diritti umani”. Addirittura. L’indifferenza sessuale e l’ideologia gender come premessa all’egualitarismo lasciano perplesso qualcuno? Peggio per lui. E l’impossibilità a dire «voglio la mamma» (quando si dice la “banalità del male”)? Chiedere a Mario Adinolfi, che su Facebook convive da mesi con gli haters, gli odiatori di professione. E che dire dei figli dell’eterologa condannati a passare la vita alla ricerca delle proprie radici? Non è qualcosa che grida vendetta? Macché! Tacere e ancora tacere, questa è la consegna. O al massimo ritirarsi in sagrestia. Esattamente quel che è accaduto il 20 settembre al convegno su vita, famiglia ed educazione dell’Associazione “Vita è”, che da un centrale Istituto scolastico veronese è stato confinato a furor di Arcigay in una più appropriata (e appartata) chiesa della città: tra medici, parlamentari e giornalisti erano troppi gli “omofobi” iscritti a parlare.
Ora, se la stampa è letteralmente terrorizzata dal non apparire abbastanza gay friendly, le Sentinelle non dimenticano il rutilante circo che in questi ultimi tempi ha letteralmente umiliato la ragione: il volto del Barilla rieducato, in cui non si muove neanche il muscolo del riscatto; i libri Unar per le scuole fermati per il rotto della cuffia (dove dietro i problemini di matematica si nascondeva, come il lupo travestito da nonnina, cultura omosessualista in pillole); i formalmente inquisiti Philip Boyce, vescovo irlandese, e Sebastián Aguilar, ottantaquattrenne arcivescovo di Pamplona (troppo esegeti di quel san Paolo che coi “sodomiti” non è molto friendly e che non stravede neppure per l’obamiano “love is love”); la fellatio omosex di Sei come sei, libro che a scuola si può e si deve leggere, ma in Parlamento assolutamente no («linguaggio troppo sconveniente», così il presidente Grasso a Giovanardi); fino ad arrivare, andando a ritroso, all’ormai famosa maglietta di Franck Talleu. E qui bisognerebbe fermarsi un attimo: perché se il disegno di padre-madre-figli inciso su una t-shirt è un motivo per multare il possessore, diventa evidente che per far fuori la nostra civiltà l’Isil non serve. Bastiamo noi.


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Insomma, dietro la protesta silenziosa delle Sentinelle in piedi c’è un’Europa che non è più in grado di comprendere la legittimità di un’opposizione. Troppo poco è stato detto, per esempio, sull’impressionante successione di violenze poliziesche contro chi, in Francia, ha manifestato per la famiglia criticando matrimonio e adozioni omosessuali, violenze ben documentato da La répression pour tous?, silenziato libro-inchiesta del giugno 2013. Tanto per essere chiari: oltralpe le forze dell’ordine manganellano e usano gas lacrimogeni perché è già operante una legge sull’omofobia.


Il conclave di Rho
«Ho preso l’aereo per vedere che volto avesse chi ha inventato le Sentinelle», così esordisce il responsabile delle Sip di Sassari in una recente riunione in preparazione della “super veglia” del 5 ottobre; subito supportato – in un giro di presentazioni che per molti motivi avrebbe dovuto essere filmato – da una mamma umbra: «Quello che non vorrei mai è che domani i miei figli mi rimproverassero per non aver parlato, oggi che ancora è possibile farlo». Siamo nella bella cornice del convento degli Oblati di Rho, e insieme a Sardegna e Umbria, ci sono persone giunte dalla Toscana, dalla Campania, dalla Puglia, dal Lazio, dalla Basilicata, dalle Marche e dall’Abruzzo, oltre che da tutte le regioni del Nord. Sedici regioni su venti (ma era ancora il 31 agosto, ora sono venti su venti) e 80 città coinvolte. Con tutti gli eccitati presenti arrivati rigorosamente a proprie spese. Ci sarebbe pane per legioni di sociologi se questi fossero interessati al loro mestiere (lo studio dei fenomeni sociali, appunto), ma fortunatamente, dice il poeta, «la storia non si ferma davvero davanti a un portone», per cui, ancora e sempre dal basso, spuntano le prime tesi di laurea e presto, probabilmente, leggeremo della “Fenomenologia delle Sentinelle in piedi”.


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Nel peggior bar di Brescia
Ma dove, come e quando nascono le Sentinelle in piedi? Riavvolgiamo il nastro. 31 luglio 2013, caldo torrido, seduti ai tavolini di uno scalcagnato bar di Brescia, tra birre, succhi e zanzare, giovani mamme e giovani papà nel numero di 8 si danno appuntamento per «fare qualcosa, più che interrogare le previsioni» (Emanuele), e impegnarsi «per i figli e per la difesa del reale, in una dolce lotta, più gioiosa di ogni pace» (Lucia). L’idea è questa: prendere l’esperienza dei Veilleurs Debout, i resistenti francesi, e organizzare in fretta la prima veglia italiana. «Ci chiameremo Sentinelle in piedi» (Matteo), con in mente una famosa omelia di Giovanni Paolo II a Washington nel 1979: «Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana è minacciata. Ci alzeremo quando un bambino è visto solo come un mezzo per soddisfare un’emozione…».
Ma ecco che fissata la data della prima veglia (il 5 agosto), i compiti (pochi, non c’è tempo nemmeno di informare la Questura) e il posto (ovviamente Piazza della Loggia), accade un fatto strano, che i testimoni raccontano ancora con pudore. Arriva, improvviso, un vento gagliardo, e in rapida successione uno stormo di uccellini cinguettanti che prima girano intorno ai tavolini, e poi vanno a poggiarsi senza la minima esitazione sulle spalle degli otto, e rimangono lì, fermi, in uno sconcerto generale che passando per il riso volge in commozione.
Questo il racconto dei presenti, tornati a casa con una missione e un fiotto in gola. Il resto è storia. Sono le veglie moltiplicatesi a macchia di leopardo sotto la cura di un coordinamento nazionale tutto impegno e passione la cui nascita si è resa presto indispensabile. Sono i contatti, le pagine Facebook aperte dai responsabili di ogni città; è la voglia e il gusto della sana persuasione (per cui chi è “contro” o finisce per cambiare idea o se ne va); sono le conferenze, tante, per spiegare quella bufala che è la Gender Theory (e che in fondo, col “Paradosso norvegese”, è bastato un comico a smantellare). Ma ciò che resta sono soprattutto le amicizie sbocciate, trasversali, il capitale umano sempre più formato e la formidabile rete che è andata sviluppandosi e che – proprio perché non intaccata da quella “scelta religiosa” che rischia d’ingessare più di una realtà – sembra assolutamente inarrestabile, tanto che dall’estero già fioccano richieste di know-how.


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«Sarò con voi», parola di vescovo
A un’analisi appena attenta, anche il rapporto tra le rigorosamente aconfessionali Sentinelle e la Chiesa italiana è in via di rinnovamento. Gesti forti ci sono già stati. A tirare la volata, i soliti “capitani coraggiosi”: è del 15 luglio l’ardimentosa nota di monsignor Luigi Negri, che spronando a organizzare veglie anche nella sua Ferrara, così scriveva: «Sarò con voi, sentinella come voi, davanti l’ospedale di Cona». La comunione di intenti con chi è “esperta in umanità” è evidente. Non sono state proprio le Conferenze episcopali slovacche, portoghesi e polacche (come anche i vescovi della Toscana e del Triveneto) a pubblicare energici documenti contro l’ideologia di genere? E non è stata proprio la Conferenza episcopale degli Stati Uniti d’America a intervenire in una causa giudiziaria per difendere la libertà di coscienza? Quella libertà di coscienza e d’espressione la cui tutela è la ragion d’essere delle Sentinelle in piedi, il loro proprium.
È liturgia, bellezza
C’è poi un ingrediente del successo delle Sip mai abbastanza sottolineato. Nelle ormai famose veglie, la precisa disposizione nello spazio delle Sentinelle è molto più che un brand: è in qualche modo liturgia. Le Sentinelle hanno preso sul serio la lezione di McLuhan, e se davvero «il mezzo è il messaggio», in quelle piazze accerchiate da contestatori indiavolati, ai fischietti e agli slogan hanno preferito da subito il più potente e arcano linguaggio simbolico. Il silenzio, l’ordine, l’armonia sono la risposta al caos, lo spirito apollineo contro quello dionisiaco, l’equilibrio e la purezza come categorie dello spirito. E come nella liturgia lo scopo della velatura non è nascondere gli oggetti ma mostrare ciò che sono realmente, così il silenzio delle Sentinelle parla, grida. E lo fa alla volta dei secolarismi impazziti, del totalitarismo che non tollera la libertà di pensiero, della “cosificazione” della vita umana. Perché contro il Califfato relativista d’Occidente «è meglio morire in piedi che vivere in ginocchio».

ottobre 4, 2014 Valerio Pece
fonte: http://www.tempi.it


Il mostro Boko Haram non era affatto morto e si allea col Califfo


Professionista della 'resurrezione' che si fa 'stregone immortale' del terrorismo di matrice islamica in Africa

Dato per morto per l’ennesima volta, Abubakar Shekau, il leader del sanguinario gruppo terroristico nigeriano torna a parlare in un video. La prossima mossa, un’alleanza ufficiale con il capo di ISIS Al Baghdadi. Intento arrivano nuove armi inviate da AQIM, Al Qaeda nel Maghreb Islamico
Il 2 ottobre Abubakar Shekau, leader di Boko Haram, che già il mondo aveva dato per morto senza cordoglio, è apparso in un nuovo video. In un messaggio in cui compare attorniato dai fedelissimi, con pick-up e lanciarazzi sullo sfondo, il capo del gruppo terroristico nigeriano ha annunciato al mondo che non è morto. Il 24 settembre l’esercito nigeriano ne aveva annunciato l’uccisione a seguito dei combattimenti a Konduga, nel nord est del Paese. Una notizia che non era stata confermata da fonti indipendenti ma che, nonostante ciò, aveva comunque fatto il giro del mondo.

Miliziani  jihadisti Boko Haram in Nigeria
Miliziani jihadisti Boko Haram in Nigeria

Secondo il portavoce dell’esercito, il generale Chris Olukolade, erano state le testimonianze di diversi membri della comunità locale di Konduga a convincere le forze armate che la persona uccisa era proprio Abubakar Shekau (conosciuto in Nigeria con altri tre nomi, Bashir Mohammed, Abacha Abdullahi Geidam e Damasack). Il video diffuso il 2 ottobre, sulla cui autenticità mancano ancora delle prove certe, sembra però smentire questa versione. Dato per morto già almeno un paio di volte nel 2009 e nel 2013, Shekau continua dunque a rappresentare il nemico pubblico per la Nigeria.

Un vero e proprio professionista della ‘resurrezione’, Shekau, a farsi simbolo del terrorismo di matrice islamica ‘immortale’ in Africa. E Boko Haram vine riconosciuto come uno dei gruppi più spietati che aspirano a istituire un Califfato Islamico in Africa imponendo il rispetto della Sharia come era già accaduto ai tempi del Califfato di Sokoto. Ed è questo l’obiettivo che lega Shekau alla missione di Abu Bakr al Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Del resto Shekau era stato il primo capo islamista a congratularsi col Califfo per la presa di Mosul, fatta capitale dello Stato Islamico.

Il vessillo jihadista sopra le ragazze cristiane  rapite e ancora oggi prigioniere
Il vessillo jihadista sopra le ragazze cristiane rapite e ancora oggi prigioniere

Per molti osservatori, quelle congratulazioni furono a tutti gli effetti un primo segnale di affiliazione di Boko Haram a ISIS. Scomparso da tempo dalla circolazione se non per apparire di persona in sporadici video di propaganda, Shekau è un personaggio di cui si sa fondamentalmente ben poco. Salvo i risultati della sua violenza mostruosa. Oltre 10mila morti e 700mila sfollati e il rapimento di oltre 200 studentesse cristiane. Grazie all’arrivo di armi inviate da AQIM (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), il gruppo terroristico è ormai una forza transnazionale, che minaccia i vicini Camerun e Ciad.

4 ottobre 2014
fonte: http://www.remocontro.it/



“Daje Marino, vattene”: in piazza contro il sindaco di Roma anche i passeggini con mamma e papà




“Daje Marino, vattene”: in piazza contro il sindaco di Roma anche i passeggini con mamma e papà


Daje, Marino, ne hai combinata un’altra. Un’altra delle tue. L’ironia impazza sul web, tra sfottò e battute pungenti. Per il sindaco di Roma – raffigurato per la gaffe sulla droga, come “sindaco peracottaro” da Krancic in una vignetta che sta avendo condivisioni a raffica su Facebook – le giornate nere non finiscono mai. Anche perché non ne azzecca una. Anzi, tra un sorrisetto e una passeggiata in bici, stanga e complica la vita alle famiglie, che già di per sé stentano ad andare avanti. Non bastavano gli aumenti delle strisce blu, dei permessi per entrare nel centro storico (che hanno colpito i lavoratori, non certo i perditempo), i tagli degli autobus, il caos delle case agli immigrati, le proteste per i campi nomadi, il ritorno della prostituzione per le strade e dei vu lavà ai semafori. Ora ci si mettono anche gli aumenti delle tariffe degli asili nido, una mazzata non da poco. Il sindaco s’è beccato quindi un’altra protesta, stavolta particolare: mille “passeggini” hanno invaso la piazza del Campidoglio contestando appunto gli «aumenti delle tariffe degli asili nido e la scomparsa della gratuità per il terzo figlio».

Con Hashtag #iostoconipasseggini, tante mamme e tanti papà romani – capitanati da Gianluigi De Palo, ex assessore capitolino alla Famiglia e padre di quattro figli – hanno manifestato contro la stangata «messa in atto da Marino senza che nessuno lo sapesse». «I genitori, dopo aver concluso l’iscrizione per i figli al nido con la certezza di dover pagare una certa cifra – ha spiegato De Paolo, disposto a portare la manifestazione a Palazzo Chigi pur di farsi ascoltare – sono stati avvisati che non esisteva più l’esenzione per il terzo figlio e che avrebbero dovuto pagare di più. Siccome questa è una truffa, noi abbiamo fatto un ricorso al Tar che risponderà il 22 ottobre». «Pensavamo fosse gratis, poi ci hanno chiamato dicendo che dovevamo presentare l’Isee per calcolare una tariffa», ha raccontat0 Lucia, madre di tre figli. «Noi con quei soldi facciamo fare sport e musica ai bambini», aggiunge Silvia.
«I passeggini sono metafora delle difficoltà delle famiglie – ha aggiunto De Palo – e vuoti rappresentano l’immagine di una crisi demografica inarrestabile se il governo non riuscirà a fare un ragionamento più ampio. Vorremmo mandare un messaggio a Renzi: la “fabbrica degli italiani” sta chiudendo. Probabilmente lo scenario che si presenterà nel futuro sarà quello che vediamo qui oggi: dei passeggini vuoti».

di Francesco Signoretta - 4 ottobre 2014
fonte: http://www.secoloditalia.it/

La moschea ultrà di Milano "L'Isis? Un problema vostro"



Nel centro di culto di viale Jenner, un tempo infiltrato da Al Qaida, liquidano la faccenda. E l'Ucoii: "Criminali, non spetta a noi criticarli"


«Dell'Isis a noi non interessa un bel niente. È un problema vostro. A noi - spiega la voce al telefono - interessano i 40mila musulmani di Milano senza una moschea ....L'Isis invece sono affari vostri».



Al centro islamico di viale Jenner, la moschea milanese considerata in passato una filiale di Al Qaida fanno subito capire come la pensano.
 
 
Per loro i massacri dell'Isis non sono un problema. E oggi di certo, non perderanno tempo a condannarli davanti ai fedeli.

Eppure per i buoni musulmani quella di oggi non è una ricorrenza come le altre. Oggi si celebra «Id al-nahr», la festa dello sgozzamento. Oggi le moschee sono piene come le chiese a Pasqua e Natale. E dal pulpito gli imam ricordano il Dio che fermò Abramo, pronto a sacrificare il figlio Ismaele, per fargli sgozzare un montone. Una festa durante la quale imam e predicatori non perdono l'occasione di consigliare i propri fedeli. Così alla vigilia di un «Id al nahr» segnato da decapitazioni e massacri Il Giornale ha chiesto ai responsabili di alcune comunità islamiche italiane se approfitteranno dell'odierno sermone per denunciare gli orrori del Califfato e chiedere ai fedeli di tenersene alla larga. Con risultati non sempre incoraggianti.
Izzedin Elzir, presidente dell'Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane) - la versione italiana della Fratellanza Musulmana - pur sottolineando l'importanza di una festa in cui si celebra «il rispetto e la sacralità della vita umana» ammette che «non ci addentreremo in discorsi politici».
Nelle moschee dell'Ucoii non si ascolteranno insomma prese di distanza dall'Isis o condanne esplicite del Califfato. Sull'argomento è sufficiente - a dar retta a Izzedin - il comunicato di condanna dell'Isis firmato dall'Ucoii settimane fa. «L'abbiamo già fatto e abbiamo chiesto agli imam di condannare in maniera chiara.....questa è una festa in cui si parla di etica e morale, non di politica». Poi non pago s'addentra in una spiegazione perlomeno bizzarra. «Quelli dell'Isis non sono islamici, ma criminali, dunque non sono un problema dell'Islam. Altrimenti sarebbe come dire che le migliaia di delinquenti rinchiusi nelle prigioni italiane sono un problema dello Stato».


Tra i più convinti dell'inutilità di riflettere sulla minaccia dello stato islamico c'è Hamza Piccardo, il convertito di Imperia, già presidente e attuale dirigente dell'Ucoii. «Abbiamo chiesto ai nostri imam di dedicarvi qualche minuto già tre settimane fa, quindi non credo sia il caso di continuare a parlarne... ne parlate già abbastanza voi giornalisti... non possiamo diventare paranoici».
Un po' sofferta, ma sicuramente più netta la presa di distanza dello scrittore indiano Zahoor Ahmad Zargoor, presidente della Comunità Islamica della Liguria. «Non devo aspettare una festa per condannare chi commette crimini contro l'umanità. Non potete metterci sempre sul banco degli imputati anche in casi che non ci riguardano o contro cui abbiamo già manifestato in passato. Siamo contro il terrorismo, ma non possiamo scendere in piazza in ogni occasione». Un inatteso barlume di disponibilità e riflessione arriva invece dall'Imam del centro Rahman di Segrate, la moschea alla periferia di Milano finita in passato nel mirino dell'antiterrorismo. Ali Abu Shwaima, un giordano spesso accusato di estremismo, stavolta non esita a condannare. «Durante questa festa spiegheremo che l'immagine vera dell'Islam è quella di una religione di pace e dialogo e diremo ai fratelli di stare attenti a chi sostiene di parlare nel nome dell'Islam ma invece predica l'estremismo». Segnali incoraggianti anche da Verona dove l'algerino Mohammed Guerfi presidente del Consiglio Islamico cittadino sottolinea che la condanna dell'Isis «deve essere netta e chiara...lo abbiamo ribadito già nelle preghiere del venerdì e lo ribadiremo durante la preghiera del sacrificio».
 
 
Gian Micalessin Sab, 04/10/2014
fonte: http://www.ilgiornale.it

Erdogan vuole la Siria. Ecco perché l’Isis può contare su un alleato dentro la coalizione che gli ha dichiarato guerra



Mentre infuria l’assedio dei terroristi del califfo a Kobane, confine Siria-Turchia, Ankara non sembra intenzionata ad abbandonare la sua ambigua politica di sostegno ai jihadisti


Casa Bianca, conferenza di Obama e Erdogan


Creazione di una no-fly zone lungo il confine fra Turchia e Siria e di enclave protette per gli sfollati dei combattimenti dentro al territorio siriano, controllate da truppe turche. Sono queste le condizioni che il presidente Recep Tayyip Erdogan ha posto per il coinvolgimento del suo paese nella coalizione a guida americana contro lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), dopo che al termine del summit dei capi di Stato alle Nazioni Unite la settimana scorsa aveva annunciato che, ottenuta la liberazione dei 49 ostaggi del consolato turco di Mosul sequestrati dall’Isil il 10 giugno, ora la Turchia avrebbe fatto la sua parte interpretando un ruolo «sia militare che politico». È evidente che al governo islamista di Ankara più che combattere il califfato di al Baghdadi interessa influire sull’esito finale della guerra civile siriana.


Siria, continua l'esodo dei rifugiati in Turchia


Dopo avere favorito per quasi tre anni l’afflusso di guerriglieri jihadisti in Siria attraverso le sue frontiere, avere chiuso un occhio sulla rete logistica che gli stessi hanno costituito sul suo territorio, aver lasciato passare armi a loro destinate e curato i loro feriti negli ospedali di tutto il paese, avere fatto da retrovia ai jihadisti di Jabhat al Nusra alla fine del 2012 e a quelli dell’Isil nel settembre scorso quando avevano attaccato la città curda siriana di Ayn al Arab/Kobane, la Turchia cambierà veramente politica nei loro confronti solo se riconoscerà nella coalizione voluta da Obama l’entità politico-militare la cui creazione da tre anni Erdogan invoca: una coalizione di arabi e di paesi Nato che permetta di abbattere il regime di Assad in Siria e di sostituirlo con un governo islamista sunnita infeudato alla Turchia e ai paesi arabi del Golfo Persico.
Se ciò apparirà impraticabile come lo è stato in questi anni di guerra civile siriana internazionalizzata, la Turchia continuerà la sua pericolosissima politica consistente nel giocare all’apprendista stregone. Cioè continuerà ad appoggiare segretamente i gruppi jihadisti, Stato islamico compreso, ritenendo di essere in grado di manovrarli per i suoi scopi. Che non si limitano all’obiettivo di far cadere Assad in Siria. A questo, che resta il principale, se ne è aggiunto da tempo un altro ugualmente importante per Ankara: impedire che la Rojava, – la regione della Siria a forte presenza curda controllata per larghi tratti dalle milizie armate del Pyd, il partito autonomista curdo siriano che è una gemmazione del Pkk che opera dal 1980 in Turchia –, diventi una regione autogovernata dai curdi locali al modo del Kurdistan iracheno.


Recep Tayyip Erdogan


Il 9 agosto scorso, nel pieno della crisi scatenata dall’offensiva dello Stato islamico che aveva occupato le cittadine cristiane e yazide della piana di Ninive e dintorni e causato l’esodo di 300 mila profughi, il ministro della Difesa turco Ismet Yilmaz dichiarava che la Turchia non aveva fornito alcun sostegno agli attacchi aerei americani appena iniziati, e che a causa dei 49 ostaggi detenuti dall’Isil a Mosul «è impossibile per noi fare qualcosa di diverso». Con quale logica allora l’Isil si è privato dell’asso che aveva in mano per tenere sotto scacco la Turchia? I sequestrati non sono stati liberati con un blitz militare, ma al termine di una trattativa che ha comportato il loro trasferimento a Raqqa in Siria e poi il rilascio alla frontiera turca di Akcakale. Le autorità negano che sia stato pagato un riscatto, ma qualche contropartita l’Isil deve averla ottenuta, altrimenti il rilascio degli ostaggi risulterebbe da parte sua totalmente illogico. Il sospetto che la liberazione degli ostaggi sia avvenuta sulla base di un impegno da parte del governo turco a continuare a non alzare un dito contro i jihadisti è legittimo. La Turchia è, per ragioni geografiche, il paese più esposto a eventuali rappresaglie dell’Isil, e se queste nelle prossime settimane non arriveranno nonostante le parole di Erdogan all’Onu sull’imminente «cooperazione militare» con gli Stati Uniti, vorrà dire che Ankara non sta dando un contributo effettivo alle operazioni della coalizione anticaliffato, ma sta facendo altro.

La complicità dell’esercito
Per adesso l’Isil sembra più interessato a sfruttare le opportunità logistiche che la Turchia offre che non a punirla per le sue oscillazioni politiche. Il 16 settembre, tre giorni prima del rilascio degli ostaggi turchi, ha lanciato una grande offensiva contro la città curda siriana di Ayn al Arab/Kobane, controllata dalle forze dell’Ypg (l’ala militare del Pyd) dal luglio del 2012. Gli attacchi erano già cominciati il 2 luglio scorso, e ormai decine di villaggi del cantone di Kobane sono caduti nelle mani dei jihadisti mentre 100 mila civili sono dovuti fuggire in territorio turco. La località ha un’importanza strategica, perché si trova a ridosso della frontiera con la Turchia, in corrispondenza del principale posto di frontiera della regione, quello di Mursitpinar. L’Isil controlla già le regioni di confine con la Turchia ad est e ad ovest di Kobane, compresi i due posti di frontiera di Jarabulus e Tal Abyad. Se Ayn al Arab cade, l’Isil controllerebbe 100 chilometri di confine con la Turchia e tre posti di frontiera, e creerebbe una continuità territoriale con la sua “capitale” di Raqqa, 100 chilometri più a sud. Se i jihadisti ci tengono tanto ad allargare il loro controllo della frontiera con la Turchia, un motivo dovrà pur esserci…


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Che in questi ultimi anni attraverso il confine turco-siriano il governo di Ankara abbia volontariamente lasciato passare jihadisti e armi a loro destinate non è solo l’opinione dei comandanti delle formazioni armate curde siriane. Anche giornalisti turchi e politici dell’opposizione puntano il dito contro le responsabilità delle autorità, con accuse circostanziate. Nel giugno scorso su tutti i giornali turchi è apparsa una foto risalente ad aprile di Abu Muhammad, uno dei più alti comandanti dell’Isil, ricoverato presso un ospedale della città turca di Hatay dopo essere stato ferito in una battaglia in territorio siriano. Nel settembre 2013 l’edizione inglese del giornale libanese Al Akhbar aveva pubblicato un servizio dalla Siria nord-orientale nel quale si leggeva: «Non è raro vedere l’esercito turco sovrintendere al trasferimento di combattenti di al Qaeda attraverso la regione di confine dalla Turchia nel territorio curdo in Siria. Alcuni giorni fa l’esercito turco ha permesso a 150 combattenti dell’Isil e di altre brigate islamiste di attraversare il villaggio di Alouk, a est di Ras al-Ayn, insieme a sei blindati e pick-up armati con mitragliatrici pesanti. Il motivo dell’operazione era chiaramente quello di bloccare la strada fra le città di Derbassiyeh e Ras al-Ayn e tagliare i rifornimenti ai combattenti dell’Ypg».

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Negli stessi giorni in cui emergeva lo scandalo di Abu Muhammad e di altri combattenti dell’Isil curati negli ospedali turchi, un deputato dell’opposizione richiamava l’attenzione sul fatto che il governo ha favorito anche l’operatività di Jabhat al Nusra, il gruppo ribelle siriano affiliato ad al Qaeda. Si poteva leggere su Hürriyet: «Il deputato di Istanbul del Chp (il principale partito di opposizione turco, ndr) Ihsan Özkes ha affermato che a militanti di Jabhat al Nusra, gruppo affiliato ad al Qaeda, è stato permesso di risiedere nei pensionati del Direttorato degli affari religiosi (Diyanet) sotto la supervisione del Mit (i servizi segreti turchi, ndr) nella provincia meridionale dell’Hatay. Özkes, che è stato un mufti, ha anche affermato che l’ordine di ospitare i militanti è stato dato dal ministro degli Interni Muammer Güler in una circolare inviata all’ufficio del governatore dell’Hatay, nella quale si chiede apertamente di fornire assistenza ai combattenti di Jabhat al Nusra. Il presunto documento ufficiale mostrato da Özkes rivela che i combattenti di al Nusra sono stati portati dal Mit allo scopo di combattere contro il Partito democratico dell’unione (Pyd) della Siria settentrionale, affiliato al fuorilegge Pkk del Kurdistan turco. “È importante fornire il necessario sostegno agli ufficiali dell’intelligence per quanto riguarda l’assistenza ai combattenti di al Nusra, inclusi tunisini e ceceni, che sono stati condotti qui sotto la supervisione del Mit per combattere contro gli affiliati del Pkk che sono i curdi del Pyd, aiutandoli ad attraversare il confine con la Siria e trattando in modo confidenziale tutta la materia”, si legge nel documento».

Il lavaggio del cervello
All’inizio di questo mese è stata la volta di un altro deputato del Chp di accusare il governo di sostegno all’Isil. Ha detto Attila Kart in una conferenza stampa ripresa dal quotidiano Zaman: «Per quanto riguarda la partecipazione di cittadini turchi ai ranghi dell’Isil (le stime giornalistiche oscillano fra le mille e le 5 mila unità, ndr), è chiaro che alcune associazioni, istituzioni caritative, scuole teologiche islamiche e molte altre organizzazioni locali svolgono un ruolo attivo nel convincere e nell’aiutare le persone a unirsi al gruppo terrorista. Ci sono gruppi attivi incaricati del lavaggio del cervello per farli aderire all’Isil. Queste entità sono perfettamente note sia al governo sia all’opinione pubblica. Dal momento che sono note pubblicamente, è impossibile che i dipartimenti di polizia non li conoscano. Questi gruppi stanno esplicitamente lavorando a favore dell’Isil nelle città della Turchia. Il governo deve spiegarci come e perché questi gruppi siano in grado di impegnarsi così facilmente nella propaganda per conto dei terroristi. Negli ultimi anni abbiamo visto molti turchi partecipare alle attività del Libero esercito siriano, oggi c’è un numero crescente di soggetti che aderiscono all’Isil».


Siria, continua l'esodo dei rifugiati in Turchia 


Armi e aiuti umanitari
Di ritorno da una missione in Turchia lo scienziato politico e consulente del dipartimento di Stato americano David L. Phillips ha dichiarato: «Durante la mia visita membri del parlamento turco e altre personalità di primo piano mi hanno descritto i rapporti esistenti fra la Turchia e le organizzazioni sunnite militanti come l’Isil. Essi affermano che un ruolo di rilievo viene svolto dall’Ihh, la Fondazione per le libertà e i diritti umani e l’aiuto umanitario (responsabile della Freedom Flotilla per Gaza del 2010, ndr), una associazione filantropica islamica nota per fornire assistenza ai gruppi estremisti. Bilal Erdogan, figlio del presidente, ha rapporti col direttivo della fondazione e avrebbe sfruttato il network di amicizie del padre per raccogliere fondi per l’organizzazione». Nel gennaio di quest’anno casse di armi sono state trovate su di un camion della fondazione diretto in Siria per portare aiuti umanitari. Dopo tale episodio le autorità hanno compiuto arresti nelle file dell’organizzazione.
Perché Erdogan, il suo governo e il suo partito si sono compromessi fino a questo punto, mettendo in moto una macchina che non sanno più come fermare? Lo spiega il noto giornalista turco Burak Bekdil, editorialista di Hürriyet: «Tutto è cominciato quando i leader della Turchia hanno pensato che potevano creare una cintura di stati sunniti sotto egemonia turca. Perché ciò accadesse Tunisia, Libia, Egitto, Libano, Siria e Iraq dovevano essere governati da leadership sunnite subalterne ad Ankara, preferibilmente legate ai Fratelli Musulmani. Per qualche tempo anche gli Stati Uniti si sono baloccati con l’idea di creare una “mezzaluna moderata” di nazioni sunnite, con lo scopo di contenere l’Iran sciita, l’Iraq governato dagli sciiti e gli Hezbollah del Libano. Erdogan, fautore della supremazia sunnita, avrebbe stretto la mano anche al diavolo pur di veder cadere l’alawita Assad. E la Turchia presto divenne il mentore di tutti i gruppi di opposizione che, nella visione ideale, avrebbero prima sconfitto Assad, poi formato un governo islamista e si sarebbero offerti per diventare un protettorato di fatto dell’emergente Impero turco. All’inizio il sostegno turco era politico e organizzativo. In realtà Ankara stava lentamente trasformando il sud-est della Turchia in un hub per militanti islamisti radicali di ogni tendenza, provenienti da moltissimi paesi».
Il problema è che probabilmente Erdogan e Obama non hanno abbandonato le loro rispettive visioni nate al tempo della Primavera araba: il presidente turco non ha rinunciato al suo sogno neo-ottomano, il presidente uscente americano sembra ancora puntare sugli islamisti sunniti moderati per mettere alle corde l’Iran e i suoi alleati. Se dietro la coalizione anti-Isil ci sono questi programmi, il fallimento è garantito.

  Rodolfo Casadei - 4 ottobre 2014
fonte: http://www.tempi.it 

CASO MARO' - PORTIAMO L'ARROGANZA DELL'INDIA ALL'ATTENZIONE DELL'EUROPA


 



Come previsto dai trattati e avvalendomi della competenza di alcuni funzionari UE che hanno collaborato alle diverse revisioni del documento, in particolare per la parte giuridica, lo scorso 29 settembre ho inviato alla Commissione Europea a Bruxelles una petizione sulla vicenda dei nostri due fucilieri di marina.


Ritengo sia molto utile ricordare anche in quella sede la Risoluzione del Parlamento Europeo che prevede l’impiego di scorte armate su navi mercantili quando afferma: "...in alto mare si applica sempre alle navi e al personale militare a bordo - dunque anche nel caso di interventi di lotta alla pirateria - la giurisdizione nazionale dello Stato di bandiera; rileva inoltre che nessuna autorità diversa da quella dello Stato di bandiera può ordinare provvedimenti di arresto o di blocco di una nave, neanche se si tratta di misure investigative”.

E ancora più utile ricordare alle Autorità indiane come la "partnership strategica" in atto prevede uno sviluppo delle relazioni tra l'UE e l'India, ferma restando la necessità di provvedere a maggiori adempimenti giuridici e sociali riguardanti la tutela dei diritti umani e il rispetto delle norme internazionali.

Ti chiedo di leggerla, e se sei daccordo firmarla insieme a noi. 

Giornali tedeschi:”L’Italia è sull’orlo della bancarotta”,quelli italiani:”la ripresa è vicina”


Sui quotidiani tedeschi siamo finiti in prima pagina in quanto saremmo”sull’orlo della bancarotta”.Ma per i media italiani siamo in ripresa..A chi credere?
E’ ovvio..ai tedeschi,considerando l’informazione propagandistico/governativa che abbiamo in Italia,e considerando i finanziamenti pubblici che corrompono tale informazione,come non credere ad una testata giornalistica straniera che si guadagna il pane soltanto in base ai giornali che vende?!
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Berlino – L’Italia e’ un Paese con un grande avvenire dietro le spalle: a fare la dura profezia e’ la ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’ (Faz), che in un articolo a tutta pagina dal titolo “Italia, un Paese senza futuro” elenca al lettore tedesco tutto cio’ che non va nello Stivale, descrivendo casi concreti di giovani senza lavoro e laureati costretti a occupazioni sottoqualificate.
Per la Faz anche il tramonto dell’era berlusconiana non segna “la fine della situazione precaria di un Paese tra i piu’ belli del mondo, ma la conferma di una bancarotta politica ed economica”. Il quotidiano spiega che “a molti italiani luccicano gli occhi quando parlano della Germania”.
“Difficile convincerli che in Germania non c’e’ tutto quel benessere che immaginano”, spiega la Faz, che tuttavia si rallegra del fatto che “a differenza della Grecia, nella teste della gente non ci sono sentimenti antitedeschi”.
Dopo aver lamentato i tanti privilegi mantenuti dalla casta politica a dispetto della crisi, l’articolo conclude: “Adesso la festa e’ finita e sul buffet non e’ rimasto niente, il Paese e’ sull’orlo della bancarotta” (AGI)
fonte ilnord.it
tramite: http://alfredodecclesia.blogspot.it/

Calcioscommesse: nuovi casi di combine, Sassuolo nel mirino


Nuove rivelazioni dalla ricerca informatica autorizzata dalla procura di Cremona

Nell'ambito dell'inchiesta sul calcioscommesse condotta dalla procura di Cremona, alcuni peritici informatici hanno portato alla luce nuovi casi di combine, che riguardano partite inedite, alcune risalenti addirittura al 2007. Nell'occhio del ciclone ci sarebbe pure il Sassuolo. Il procuratore Di Martino ha chiesto la ricerca di alcune parole chiave in oltre 200 apparecchi elettronici (pc, cellulari e tablet) di proprietà degli indagati.

Calcioscommesse: nuovi casi di combine, Sassuolo nel mirino

Le parole chiave che il procuratore del tribunale di Cremona Roberto di Martino ha chiesto di cercare negli apparecchi informatici sequestrati a calciatore ed ex nell'ambito della maxi inchiesta sul calcioscommesse sono 19: abbraccio, assegni, beppe, bolognesi, cambiale, cervia, civ, garanzia, gol-gol, handicap, makelele, over, ovetto, pareggio, under, uovo grande, uovo piccolo, vittoria, zingari-zingaro. Nella richiesta del pm si chiedeva di passare al setaccio tutti i dispositivi elettronici "che potrebbero contenere elementi di grande rilievo per le indagini, in particolare documentanti rapporti tra gli indagati diretti a concludere accordi per la manipolazione delle partite di calcio o finalizzati a movimentare le somme destinate alla corruzione o costituenti il risultato delle vincite delle scommesse".
Parte dei risultati è stata consegnata oggi durante l'incidente probatorio disposto dal gip Guido Salvini su richiesta del procuratore Roberto di Martino. Dagli accertamenti è finora emerso che negli apparecchi di 27 indagati sono state trovate le parole chiave che il procuratore aveva chiesto di cercare. Si tratta di sms e chat in alcuni casi con personaggi non emersi finora dall'inchiesta o in altri casi con indagati ai quali invece non erano stati sequestrati gli apparecchi informatici.


Le perizie hanno rilevato altri particolari. Ad esempio, Stefano Mauri, capitano della Lazio, non ha fornito il pin del suo telefonino e senza quel numero i periti, per ora, non hanno potuto esplorare l'apparecchio. Stessa cosa è accaduta con Ivan Tischi, ex del Pescara, e Mauro Bressan, ex della Fiorentina, considerato il braccio destro di Amir Gegic, uno dei capi degli zingari e uomo chiave dell'inchiesta. Le perizie sugli apparecchi di Massimo Erodiani, allibratore di Pescara, e di Mario Bruni, ex commercialista di Beppe Signori, hanno fatto emergere numerosi scambi di informazioni su partite vecchie e nuove. Gli accertamenti sul pc di Bruni hanno svelato un enorme giro di denaro nell'ambito del calcioscommesse. La copia forense relativa alle analisi sul pc di Antonio Conte, ora allenatore della Nazionale, è risultata illeggibile. Inoltre i periti non sono riusciti a decifrare, perché scritti in una lingua sconosciuta persino al traduttore di Google, le conversazioni trovate sugli apparecchi di Luca Burini, ex manager che da vent'anni lavorava in Cina come promoter per società bolognese che produce lastre di ceramiche, accusato di riciclaggio di denaro insieme con Beppe Signori, Luigi Sartor e al suo commercialista Daniele Ragone. Le perizie devono ancora essere completate. I risultati verranno illustrati all'udienza del 29 ottobre.

3 ottobre 2014
fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it

03/10/14

Crisi Ucraina: la finta tregua, le fosse comuni, l’espansione Nato





Le accuse di genocidio. La presenza di almeno tre fosse comuni è stata confermata anche da funzionari dell’Osce.

 

Mosca mostra le prove del genocidio compiuto nell’est dell’Ucraina dall’esercito di Kiev. Il nuovo segretario generale della NATO Stoltenberg prova a minimizzare. L’arrivo di corazzati americani al confine con la Russia fa salire la tensione. A chi serve l’escalation e dove converrà fermarsi


La tregua firmata a Minsk tra Kiev e Mosca e dai leader dei ribelli separatisti non hai mai realmente retto. Un finzione politica utile per consentire a tutte le parti in causa di continuare a fare ciò che volevano con un po’ meno di attenzioni internazionali addosso. Sola certezza in più acquisita da allora, le oltre 3.500 vittime in sei mesi di guerra civile, e il collasso l’economia ucraina che mette a serio rischio le forniture di gas per tutta l’Europa occidentale. Poi il genocidio di cui secondo Mosca si sarebbero macchiate le forze di sicurezza ucraine nell’area del Donbass, tra Donetsk e Luhansk.

fosse comuni scavo

Che nell’Ucraina orientale si sia sparato già dal primo giorno di tregua è noto. Come si sa dalla battaglia ininterrotta per il controllo dell’aeroporto di Donetsk. L’esercito di Kiev dichiara di avere il pieno controllo dello scalo, mentre i ribelli affermano che la conquista dell’aeroporto è ormai questione di ore. La sola cosa certa sono le vittime che continuano a salire. Secondo l’esercito ucraino, solo mercoledì 1 ottobre -ultimo comunicato-, i morti sarebbero stati circa una dozzina. Nella lista dei caduti anche dei civili uccisi nel corso di una sparatoria avvenuta vicino a una scuola.

Diventa intanto molto più circostanziata ed imbarazzante per Kiev e suoi alleati, l’accusa di stragi. Le accuse di Mosca assumono sostanza ogni giorno che passa, considerato che la presenza di almeno tre fosse comuni è stata confermata anche da funzionari dell’OSCE. Si indaga su sepolture di massa nel Donbass dove i militari dell’esercito di Kiev e i miliziani della destra ultranazionalista ucraina, avrebbero occultato decine di cadaveri di civili e miliziani russofoni. In cima alla lista degli indagati, il ministro della Difesa ucraino Geletey e il capo di Stato maggiore di Kiev Muzhenko.

Ma le tensioni vere vengono dal riarmo della Nato ai confini con la Russia. A pochi chilometri dai confini russi stanno concentrandosi mezzi e militari degli eserciti dei Paesi alleati. Esisbizione di forza della Nato. Solo gli Stati Uniti sono pronti a schierare nei Paesi Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) e in Polonia altri 700 soldati e 20 carri armati Abrams, inviati nell’est dell’Europa da una base militare nel Texas. Operazione “Ironhorse” con cui viene anche dato il cambio alle brigate di paracadutisti inviate dagli USA nel marzo scorso dopo l’annessione della Crimea alla Russia.

Disperazione Bambini-e-guerra sito

Quei carri armati dal Texas: la prima volta che gli USA inviano rinforzi corazzati pesanti in Europa dalla fine della Guerra Fredda. Non il modo migliore per provare a stemperare gli animi e favorire una soluzione diplomatica del conflitto. Ci tenta il nuovo segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, ex primo ministro norvegese succeduto a Fogh Rasmussen. Stoltenberg racconta a Mosca che la Nato è intenzionata a ripristinare legami costruttivi, ma solo se Mosca dimostrerà di voler cambiare atteggiamento in Ucraina rimettendosi in linea con regole internazionali imprecisate.

3 ottobre 2014

fonte: http://www.remocontro.it

Turchia alla guerra con 10mila soldati contro IS e Assad



 

Via libera all'uso delle basi Nato, Incirlik in particolare, e ai guerriglieri curdi Pkk di sostenere i peshmerga

Il Parlamento di Ankara schiera diecimila soldati al confine con la Siria. Dietro l’iniziativa non c’è solo la preoccupazione per l’avanzata dello Stato Islamico o la volontà di allinearsi con gli alleati Nato ma il tentativo di rilanciare la politica anti Assad portata avanti negli ultimi 2 anni
Con 298 voti a favore e 98 contrari il Parlamento di Ankara autorizza le truppe turche a condurre operazioni di terra, in Iraq e Siria, contro lo Stato Islamico e il regime di Bashar Assad aprendo un nuovo capitolo del conflitto in corso in Medio Oriente. Finora la coalizione guidata dagli Stati Uniti contro Isis ha condotto solo raid aerei e gli alleati arabi di Washington avevano avallato l’operazione anti-terrorismo senza sbilanciarsi sulle operazioni di terra. Il Segretario di Stato Kerry aveva parlato di «contatti in corso con i partner» sull’offensiva di terra ma è Ankara che compie la prima mossa.

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La legge assomiglia a un piano di operazioni. Il governo ha per 1 anno «l’autorizzazione a compiere interventi contro gruppi terroristi in Siria ed Iraq al fine di creare zone sicure per i profughi dentro la Siria e proteggerle con delle no fly zone, oltre a poter addestrare e fornire logistica e armamenti all’Esercito di liberazione siriano» ovvero i ribelli filo-occidentali. Il testo prevede la possibilità di «far transitare sul territorio turco forze militari straniere». Via libera agli Stati Uniti di sfruttare le basi Nato e ai guerriglieri curdi del Pkk si passare la frontiera per sostenere i reparti di peshmerga.

Sebbene il ministro della Difesa Yilmez, affermi che «non siamo tenuti a prendere iniziative immediate» la Turchia diventa da subito il Paese della coalizione anti-Isis con più carte tattiche da giocare: può assumere la leadership delle operazioni di terra, liberare zone lungo il confine e coordinare l’afflusso di contingenti curdi verso la città di Kobani, assediata dai miliziani di Isis che sembrano sul punto di prevalere. E può anche attaccare le forze di Assad -ecco il punto- definite da Yilmaz «la vera origine di Isis a causa dei massacri di civili compiuti sin dall’inizio della guerra civile».

Gruppo di miliziani Isis
Gruppo di miliziani Isis

La presidenza Erdogan marca il terreno. Ankara che da almeno 2 anni appoggia i ribelli anti Assad, ha garantito aiuti e libero transito sui propri territori ai volontari jihadisti in arrivo dal mondo, oggi rilancia. Il progetto strategico è rivelato dal quotidiano Hurriyet. «Bufer zone», detta all’americana, o meglio, zona cuscinetto tra Turchia e Isis in Iraq e Siria, ma in casa loro, in territorio in gran parte abitato da curdi sia in Iraq, sia in Siria. Secondo Hurriyet Ankara sarebbe «pronta a procedere anche senza l’aiuto di militari stranieri» alla creazione delle zone cuscinetto. Guerra nella guerra.

3 ottobre 2014

fonte: http://www.remocontro.it

L’America brinda, ma una nuova crisi è in arrivo


Nonostante la ripresa americana, il debito mondiale cresce ed è sempre meno sostenibile

       Spencer Platt/Getty Images

 



Partiamo dall’inizio, che è più semplice. Che il 2008 sia stato l’anno della peggior crisi finanziaria degli ultimi cento anni almeno, è cosa nota. Forse, tuttavia, è utile ricordare cosa causò quella crisi: successe, in estrema sintesi, che per tutta la prima metà degli anni 2000, sotto la spinta del mercato finanziario e di quello immobiliare, gli Stati Uniti d’America conobbero una fase di grande crescita economica; che in quella fase, le banche concessero mutui ipotecari – i cosiddetti subprime, che in italiano vuol dire «di seconda scelta» -  a numerose famiglie (partendo dal presupposto che i prezzi delle case sarebbero continuati a crescere)  nonostante vi fossero concrete possibilità che queste non sarebbero riuscite a ripagarlo, se qualcosa fosse andato storto; che qualcosa effettivamente andò storto e, più precisamente, nella seconda metà del 2006 la bolla immobiliare cominciò a sgonfiarsi come un palloncino bucato, che i tassi d’interesse si alzarono e che molti di quei debitori potenzialmente insolventi lo diventarono per davvero; questo, a fette molto spesse, rese «tossici» diversi titoli, i fondi d’investimento che se li erano comprati, le banche che vi avevano investito, le borse di tutto il mondo i cui indici dipendono in larga parte da come vanno le banche. Una partita a domino, per farla breve, che è costata alle banche di tutto il mondo qualcosa come 4.100 miliardi di dollari e che, nel 2009, ha fatto scendere il Pil in tre quarti dei paesi di tutto il mondo, facendone finire la metà in una recessione che si è protratta anche negli anni successivi, innescando peraltro nuove crisi, come quella dei debiti pubblici europei.
Se dobbiamo raccontarla in due righe, potremmo dire che la crisi del 2008 è stata innescata da un cocktail letale tra un’inaspettata frenata dell’economia e un indebitamento – in quel caso più privato che pubblico - che aveva raggiunto livelli mostruosi. Ecco: secondo gli analisti del Geneva Report, commissionato dal centro internazionale per gli studi economici e bancari, la mano invisibile ci ha già servito sul bancone un cocktail simile e chi ci governa sta facendo poco o nulle per evitare che l’economia globale se lo beva di nuovo, con tutte le conseguenze del caso. Provo a essere ancora più brutale: che lo scenario attuale è molto simile a quello che ha generato la crisi del 2008.


Il primo ingrediente: il debito
Da cosa traggono queste fosche previsioni gli economisti che hanno scritto il Geneva Report del Centro Internazionale per gli Studi Monetari e Bancari, tra i quali figurano anche gli italiani Luigi Buttiglione e Lucrezia Reichlin? In primo luogo dall’ammontare complessivo del debito globale – settore finanziario escluso - che nel 2013 ha raggiunto il suo massimo storico: più precisamente, se nel 2008 era pari al 181% del Pil globale, oggi siamo arrivati al 212%.


Crescita del debito non finanziario mondiale
Crescita del debito non finanziario globale (2001-2013)


Il motivo alla base di questo record è altrettanto interessante: nelle economie sviluppate il debito è sì cresciuto, ma a ritmi piuttosto contenuti, trainato soprattutto dalla crescita dei debiti pubblici, quello americano in primis. Al contrario è cresciuto, e molto, in paesi emergenti – se così si possono ancora definire – in cui sono aumentati notevolmente i prestiti ai privati. Su tutti la Cina, in cui negli ultimi cinque anni il debito non finanziario – pubblico e privato – è cresciuto del 72%. O, ancora, la Turchia, in cui è cresciuto del 33%. 


Crescita e composizione del debito (economie sviluppate vs economie emergenti)
Crescita e composizione degli asset finanziari nei paesi sviluppati e in quelli emergenti


Il secondo ingrediente: la (non) crescita
Il debito cresce, quindi, ma lo stesso non si può dire del valore aggiunto e dell’economia nel suo complesso. Anzi, non solo le previsioni sulla crescita si stanno progressivamente riducendo, ma sono anche costantemente riviste al ribasso. Ciò, soprattutto, in relazione ai paesi sviluppati, e all’Europa, soprattutto. Gli autori del Geneva Report prendono in esame i dati del Fondo Monetario Internazionale: fatta 100 la ricchezza dei paesi emergenti nel 2006, stando alle previsioni del 2010, nel 2015 avrebbero dovuto avere una ricchezza complessiva di 40 punti superiori, mentre nel 2012 la previsione era stata rivista al ribasso di 25 punti percentuali.


Revisione delle previsioni di crescita
Revisione delle previsioni di crescita (mondo, mercati sviluppati, mercati emergenti)


Probabilmente, anche quest’ultima profezia si rivelerà fin troppo ottimista. Soprattutto in relazione al fatto che, a partire dal 2011, ci si è messa pure la discesa globale dei prezzi – per gli amici, deflazione - a complicare le cose.  Come osservano gli autori – e come noi europei sappiamo bene - «in queste condizioni di inaspettata deflazione e di calo complessivo della crescita economica, i bassi tassi d’interesse sono di ben poco aiuto per la sostenibilità del debito pubblico».


Inflazione e deflazione (serie storica)
Andamento dei prezzi (2001-2013)


La bomba è innescata, in altre parole. Un mix letale di bassa crescita e alto debito che potrebbe esplodere in Asia, se l’economia rallentasse o in occidente, se ci fosse un ulteriore e improvvisa accelerazione nella crescita del debito. Se la diagnosi è chiara, altro è chiedersi quale sia la cura. Secondo gli economisti del Geneva Report, le strade sono due: la prima è una cura da cavallo per la crescita in Europa, con robuste iniezioni di liquidità della Bce nel sistema economico per far salire la produzione, la domanda e i prezzi; la seconda, è una politica di aumento dei tassi d’interesse nei paesi che crescono di più, come la Cina per ridurre la quantità di prestiti rischiosi.
Una strategia, questa, che come ogni medicina ha due controindicazioni. La prima: se la Cina, poniamo, alza i tassi d’interessi, c’è il rischio che la sua economia rallenti, con effetti negativi anche sugli stessi paesi europei che, invece, ci si aspetta debbano crescere. La seconda: un rallentamento complessivo dell’economia globale potrebbe incoraggiare gli investitori a prendersi rischi maggiori per mantenere inalterati i loro guadagni, con la possibilità che i prestiti (e i debiti rischiosi) tornino a crescere. Situazione piuttosto spinosa, insomma. Ed è di ben poca consolazione sapere che i guai non sono solo nostri.

di Francesco Cancellatp - 3 ottobre 2014
fonte: http://www.linkiesta.it

Un amore (musulmano) da favola. L’incubo delle italiane in trappola

 

 

LE STORIE

Picchiate, insultate, vessate dai mariti che volevano convertirle all’Islam

L'INTERVENTO di Souad Sbai Donne-guerriere per essere libere




 
 
Pestata a sangue dal marito perché non voleva convertirsi all'Islam. È la terribile storia di una donna italiana che, dopo essersi sposata con un egiziano e aver avuto da lui due figli, è stata costretta a chiedere il divorzio a causa della violenza e degli insulti, subiti negli anni, perchè non ha accettato di abbracciare la religione musulmana. Una vicenda che ha portato Anna (nome di fantasia, ndr) sull'orlo del baratro, rischiando anche di perdere il figlio maschio considerato dal padre di sua proprietà. Dopo anni di aggressioni e insulti, «maiala, infedele, cane», l'ultimo pestaggio, avvenuto a settembre, ha costretto la donna in ospedale, dove i sanitari le hanno riscontrato traumi al volto, ecchimosi al collo e alle braccia. Trenta giorni di prognosi e la paura di quel mostro che, in nome di Allah, voleva rapire il figlio maschio e riportarlo in Egitto per educarlo secondo le regole dell'Islam. Già dalla nascita, infatti, al bimbo è stata inculcata la religione musulmana, mentre per la figlia esisteva solo disprezzo e noncuranza.

Dopo l'ultima aggressione Anna, che vive in provincia di Viterbo con i figli, ha trovato il coraggio di denunciare suo marito e di portare avanti la pratica di divorzio. «Le cose sono peggiorate - si legge nella denuncia presentata ai carabinieri - quando ho iniziato ad intervenire per difendere mio figlio a cui mio marito inculcava in modo verbalmente aggressivo la religione musulmana. Da quel momento il rapporto è precipitato e ha iniziato ad aggredirmi e umiliarmi anche davanti ai miei figli: "Tua madre è una mignotta"». A quel punto la situazione è degenerata. Oltre alle botte e agli insulti, per Anna e i suoi due figli arrivano anche le limitazioni: «Nel fine settimana non potevamo andare al mare perché lui non voleva». E il giorno dell’ultimo pestaggio, mentre inveiva sulla donna, ripeteva: «Sarà fatta la giustizia di Allah». Ma sono tante le italiane cadute nella trappola di un amore da favola. Luisa, 47 anni di Roma, da un anno ha ottenuto il divorzio dal marito egiziano «dopo 5 anni di inferno» in cui lui le ha imposto, anche con la violenza, di convertirsi all’Islam. «Avrei dovuto capire prima - dice - l'11 settembre del 2001, quando mi trovavo in Egitto con lui e la sua famiglia. Davanti alle scene in tv delle Torri Gemelle che precipitavano al suolo, in quella casa e in quella città si festeggiava». Il vero obiettivo dell’uomo, però, era ottenere la cittadinanza italiana. «Dopo la separazione - racconta Luisa - mi ha detto "Con le tue leggi ti ho fregata"».


I due si sono conosciuti in Egitto nel 2000, durante una vacanza della donna. «Ho conosciuto un uomo galante, romantico, gentile ed educato - dice - era sempre pieno di attenzioni e si mostrava rispettoso nei miei confronti”». Dopo quel viaggio Luisa ritorna ancora in Egitto, e i due si sposano nel 2002 a Il Cairo con rito civile. Poi il matrimonio viene trascritto anche in Italia, dove la coppia vivrà in seguito. Grazie alle nozze con Luisa, l’uomo ottiene il permesso di soggiorno. Il sogno, però, si infrange ben presto, quando « dopo essere stato in moschea tornava a casa nervoso e premeva perché mi convertissi all’Islam. Io non ho mai ceduto e alla fine - racconta ancora Luisa - dopo 5 anni di matrimonio è partito per l’Egitto, dove ha sposato una donna musulmana. Al suo rientro in Italia, la sua seconda moglie era anche incinta di una bambina nata poi a Roma». A quel punto l’uomo, già cittadino italiano, ha potuto regolarizzare l’altra moglie e la figlia «alle mie spalle - spiega - il paradosso è che per un periodo, non avendo ancora formalizzato il divorzio, quella bambina risultava anche nel mio stato di famiglia come se fosse nostra figlia». Alla fine l'egiziano ha subito un processo per bigamia ed è stato condannato ad un anno di carcere e al pagamento delle spese legali. A Luisa, però, resta tutto l'amaro di un sogno infranto.

Francesca Musacchio - 3 ottobre 2014
fonte: http://www.iltempo.it


Allarme per l’Arsenale chimico libico



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da Wikilao

Si pianifica un’operazione in ‘stile Siria’ per distruggere le armi chimiche ancora su suolo libico. Ce ne sono per oltre ottocento tonnellate metriche. E’ tutto materiale classificato di ‘categoria due’. In pratica, secondo quanto riferito, sono precursori. Solo l’isopropanolo può essere messo in grado di non nuocere direttamente nel Paese nordafricano. Le altre sostanze – settecento tonnellate di tricloruro di fosforo, cloruro di tionile, fluoruro di sodio – devono essere portate via, come ora chiedono insistentemente da Tripoli.
Gli agenti chimici si trovano in un complesso della località sudorientale di Ruwagha. L’area è considerata meno turbolenta di altre, ma qualche giorno fa, sulla strada per Rabta, ci sono stati scontri che hanno allarmato tutti. Una fonte qualificata di WikiLao rivela: “qualcuno è riuscito a intrufolarsi nel sito” in cui sono custodite le sostanze. Non è dato sapere chi. E nessuno sa se ha portato via qualcosa.





A protezione del compound è stata successivamente dispiegata una piccola compagnia di militari ma, raccontano fonti qualificate, “si tratta di poche decine di uomini che non ricevono lo stipendio da mesi”.
Nessuno, fra l’altro, conserva con la necessaria cura i delicatissimi contenitori che “hanno rilasciato piccole ma significative quantità” di sostanze, come certificato dall’OPAC, l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche.
Il problema è come trasferire all’estero – in sicurezza – il materiale. Pare che occorrano una ventina di container speciali, da trasferire verso una città portuale libica dalla quale far poi salpare una nave. La distruzione, proprio come avvenuto per l’arsenale proibito di Bashar al-Assad, verrebbe portata a termine da imprese private.
L’intera operazione costerebbe meno di venti milioni di euro. Non è una somma impossibile, ma ancora non si è capito chi dovrebbe metterci questi soldi, atteso che i libici dicono di non averne.

30 sett. 2014

Foto Reuters

fonte: http://www.analisidifesa.it

 

Orari liberi e piccoli negozi in crisi. In tre anni chiusi 127 mila esercizi

 

 

L'ITALIA IN GINOCCHIO

Confesercenti: deregulation disastrosa, servono norme più equilibrate. E La Cassazione dà ragione a chi non paga l’Iva se i clienti sono falliti


Negozi chiusi 
A causa della liberalizzazione selvaggia e della deregolamentazione degli orari in tre anni sono già stati chiusi 124.000 negozi. La denuncia arriva da Confesercenti che auspica un cambiamento della legge che aumenta le possibilità di apertura senza regole delle serrande dei negozi. L’associazione ha ribadito la forte insoddisfazione nei confronti dell’approvazione del provvedimento che da Montecitorio ora passa all’esame del Senato.
Un sondaggio commissionato da Confesercenti alla Swg ha segnalato che i negozi di cui erano clienti abituali non ci sono più e il 59% del campione dà ragione a chi ritiene che la normativa della «liberalizzazione selvaggia» vada rivista. Le ragioni di Confesercenti che chiede al Senato una modifica del provvedimento sono state illustrate da Massimo Vivoli, vice presidente dell’associazione: «Fra crisi di consumi, mancanza di credito e liberalizzazione l’esito è stato devastante in questa lunga crisi con oltre 124 mila negozi chiusi e l’accelerazione della desertificazione dei centri urbani. Le vie commerciali delle nostre città, in alcuni casi icone turistiche di valore, presentano sempre più file di saracinesche abbassate. Inoltre gli effetti della liberalizzazione senza regole e la crisi hanno prodotto più di 100 mila posti di lavoro perduti solo fra il 2012 e il 2013». Vivoli ha ribadito che «vogliamo evitare il collasso delle oltre 470 mila imprese del commercio con due dipendenti o meno. Continueremo d insistere perché la legge sugli orari, ora al Senato, venga modificata in direzione di un maggiore equilibrio e sosterremo le regioni che hanno richiesto un referendum per la revisione della deregulation».

Intanto un’indagine realizzata da Cna di Roma e Lazio con il Centro Europa Ricerche (CER) su un campione di 500 imprese della regione ha messo in evidenza che nel Lazio per produzione, ordini, fatturato interno ed estero, investimenti i saldi dei cinque indicatorI siano tutti in negativo. Qualche miglioramento si registra nelle previsioni per il II semestre del 2014 anche se il quadro resta ancora negativo.
Infine arriva una notizia che può aiutare gli imprenditori che si trovano in difficoltà nel pagare le tasse. Non è punibile infatti per omesso versamento dell’Iva l’imprenditore che non paga l’imposta a causa della crisi finanziaria prodotta dai mancati pagamenti dell’unico cliente, fallito. Lo ha sancito la Cassazione. Con la sentenza n. 40394 del 30 settembre 2014. Secondo quanto anticipato da ItaliaOggi i giudici hanno annullato con rinvio la condanna pronunciata dalla Corte d’appello di Catania, invitando tutti i giudici d’Italia a decidere, in questi casi, non secondo un principio generale ma secondo le peculiarità del caso.

Filippo Caleri - 2 ottobre 2014
fonte: http://www.iltempo.it

La conquista musulmana dell’Italia. Dal Qatar milioni per nuove moschee

 

 

Il Paese islamico sta finanziando opere a Roma, Messina, Catania, Comiso e Ispica

moschea di roma
Quattro milioni di euro già spesi per l’acquisto di un palazzo a Roma che diventerà moschea e scuola coranica. Altri 2,5 stanziati nel 2013 per la costruzione di centri islamici a Ispica, Messina, Catania e Comiso, mentre 3,6 milioni devono ancora essere finanziati e saranno destinati alla creazione di altre 7 moschee. È l’Islam che si espande in Italia. Una colonizzazione «dolce e non violenta», che parte dal basso e passa attraverso investimenti milionari che arrivano dal Qatar per diffondere la dottrina islamica sull’intero territorio nazionale. Dietro al progetto c’è la Qatar Charity Foundation, che nel suo core business ha proprio quello di finanziare la creazione di luoghi di culto in Italia e in Europa. Al suo attivo la fondazione qatariota ha già un investimento a Roma, pari a 4 milioni di euro, che ha consentito l’acquisto di un palazzo di quattro piani in periferia. Ma la Qatar Charity Foundation, che in Europa ha una sede in Inghilterra, ha anche contribuito alla creazione del centro islamico a Colle Val d’Elsa, alla cui inaugurazione ha partecipato Yusuf ibn Ahmad al-Kawari, presidente dell’esecutivo della fondazione, e quello di Ravenna che ha visto, invece, la presenza di Mohammed Ali al-Ghamidi, direttore del dipartimento sviluppo internazionale. Gli affari del Qatar, però, che almeno in questa fase non presentano aspetti illegali, in Italia sono ancora numerosi.


Nel 2013 è stato presentato un piano di investimenti, già approvato, per la costruzione di altre moschee, soprattutto in Sicilia, per circa 2,5 milioni. Per il centro islamico di Ispica, infatti, sono stati stanziati 256.956 euro, 428.260 per Catania, circa 879.003 per il centro islamico di Messina e 809.839 per Comiso. Per altre 7 moschee, invece, sono stati previsti 3,6 milioni di euro. Una vera e propria islamizzazione che parte dal basso, dunque, una jihad umanitaria, forse più inquietate dell’Isis. Già nel 2007, infatti, quando ancora non si parlava del Califfato, almeno non nei termini e con i modi del gruppo terroristico che fa capo ad Al-Baghdadi, Yusuf al-Qaradawi, teologo di riferimento dei Fratelli musulmani residente in Qatar, in un video pronunciò agghiaccianti e profetiche parole: «Adesso è rimasta la seconda parte della profezia, che è la conquista di Roma. Questo significa che l'Islam tornerà nuovamente in Europa. Ritengo che questa volta non sarà con la spada, ma attraverso la predicazione e l'ideologia». Una conquista non violenta, dunque, ma dolce. Una sorta di colonizzazione lenta e inesorabile, che va avanti ormai da anni con l’investimento di cifre incalcolabili per la costruzioni di moschee e l'acquisto di attività economiche, come grandi griffe, alberghi e anche ospedali. Attraverso la Qatar Foundation Endowment, infatti, arrivano i soldi per l’acquisto (1,2 milioni) e la ristrutturazione dell’ex ospedale San Raffaele di Olbia. «Si tratta di un'operazione molto soft, che mescola moschee e business - spiega Valentina Colombo, ricercatrice di Storia dei paesi islamici all'università Europea di Roma - Non si dice no ai centri islamici o alle moschee, ma serve chiarezza sul fatto che si accettano soldi da un Paese che ha trascorsi, quantomeno dubbi, nei rapporti con le organizzazioni terroristiche».

Francesca Musacchio - 2 ottobre 2014
fonte: http://www.iltempo.it

02/10/14

Italia, il ritiro dall’Afghanistan slitta ancora

Dovevamo lasciare quest’anno, ma la coalizione ci chiede di rimanere. Latorre: «Siamo responsabili»
Aref Karimi/Afp/Getty Images

Aref Karimi/Afp/Getty Images


La missione internazionale in Afghanistan, iniziata nel 2001, sembra non dover finire mai. L’Italia partecipa dal 2003 e dopo undici anni e 53 militari caduti il ritiro totale delle truppe sembra ancora lontano. Mercoledì 1 ottobre il Senato ha approvato il decreto legge sulla proroga delle missioni internazionali, tra cui quella afghana, e ha autorizzato la spesa di 183.635.692 euro destinati alla missione fino al 31 dicembre di quest’anno. Gli stravolgimenti dello scenario internazionale, però, fanno pensare che non saranno gli ultimi soldi spesi per Kabul.
In Iraq il disimpegno delle forze straniere nel 2011 ha lasciato il Paese nel caos. La paura che in Afghanistan possa ripetersi lo stesso scenario e la recente offensiva talebana sta spingendo Obama e gli alleati a una linea più prudente in Afghanistan, e la recente firma del Bsa (Bilateral security agreement) tra gli Usa e il nuovo presidente Ghani lo dimostra. Il precedente presidente Karzai si era sempre rifiutato, per ragioni di politica interna, di siglare il trattato, che assicura, tra l’altro, ai soldati americani di venir giudicati dalla legge americana, non da quella di Kabul.
Il nuovo Bsa permetterà a 9.800 soldati americani di rimanere in Afghanistan per altri dieci anni, superando il 2014, il termine originario della missione Isaf (International security assistance force). Gli Usa avranno tutte le garanzie legali per rimanere in Afghanistan con missioni prettamente di addestramento e di supporto delle forze di sicurezza afghane. A lato di questo trattato è stato firmato anche un accordo tra i membri della Nato e Kabul, alle stesse condizioni: il Sofa (Status of force agreement).


Soldati italiani in missione di pattugliamento (ARIF KARIMI/AFP/Getty Images)
Soldati italiani in missione di pattugliamento (ARIF KARIMI/AFP/Getty Images)

Ed è qui che l’Italia torna in ballo. Il contingente italiano nella missione Nato ammonta a 1.411 soldati, dislocati principalmente nella base occidentale di Herat. Il rientro definitivo, dopo svariate proroghe, doveva avvenire alla fine di quest’anno. Alla luce dei fatti, sembra improbabile che ciò avvenga. Del resto già lo scorso marzo, intervenuta in audizione davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato, il ministro degli Esteri Federica Mogherini aveva anticipato che il nostro Paese sarebbe stato pronto a mantenere la presenza in Afghanistan, qualora il governo di Kabul ne avesse fatto richiesta.
«Dopo il 2014, la sfida principale sarà determinare il sostegno di Isaf alle Ansf (Afghan National Security Forces, ndr) per il post 2014, sotto il profilo sia operativo sia finanziario» si legge nel dossier del servizio studi di palazzo Madama. Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa del Senato, è chiaro sul punto: «Si è confermato l’impegno italiano in tutte le missioni internazionali - racconta - Ovviamente adesso, insieme ai nostri alleati e con la Nato, dovremo valutare quale impegno si renda necessario per supportare il lavoro di formazione delle forze di sicurezza afghane, e quindi in questo senso vedremo quali saranno i compiti che aspetteranno all’Italia e come noi continueremo a essere presenti in Afghanistan. Non più per ragioni militari ma per ragioni di vero e proprio supporto più che di addestramento».


contingenti Isaf


Quanti uomini verranno impiegati in questa nuova missione, tuttavia, non è ancora chiaro. La Bbc e il Wall Street Journal parlano di 3 mila uomini provenienti da diverse nazioni, guidate da Germania, Turchia e Italia, ma non precisa i numeri per i singoli Paesi.
Continua Latorre: «Di questo se ne era già iniziato a discutere con il governo Letta, ma quelle che erano soltanto ipotesi ora si concretizzeranno. Io sono convinto che noi come comunità internazionale non possiamo abbandonare l’Afghanistan. I termini di questa funzione, la quantità delle forze impegnate sono ancora materia da discutere, ma in linea di massima io penso che questo sia un ruolo al quale la comunità internazionale non può sottrarsi, visto anche il precedente dell’Iraq. L’Italia è un grande paese e un grande paese deve assumersi le sue responsabilità. I termini dell’assunzione di questa responsabilità si concorderanno con i nostri alleati». 

Non tutti, però, sono convinti che l’Italia stia facendo le scelte giuste in materia di politica estera. Tra questi, il deputato di Sel Giulio Marcon, che parlando a nome del suo partito sostiene che la missione afghana sia stato un errore fin dall’inizio. A sentire il parlamentare è necessario ribaltare completamente il punto di vista sulla politica da tenere a Kabul. «Noi abbiamo sempre pensato che si tratta di una decisione sbagliata, la missione in Afghanistan non è una missione di pace ma una missione di guerra. Le nostre forze sono impegnate in una missione di occupazione militare del territorio, e quindi pensiamo che le truppe italiane dovrebbero essere ritirate. Era necessario intervento di altro tipo, non sotto la guida della Nato, ma sotto il controllo dell’Onu. Avremmo costruito un contesto con le forze sul campo di confronto e di dialogo, l’intervento della Nato è stato invece di impostazione diversa, militare in senso stretto. Se pensiamo a tutti i soldi spesi per far rimanere le truppe in questi anni, forse investirli per attivare il processo democratico e la ricostruzione economica del Paese, avrebbe portato risultati diversi. La soluzione in Afghanistan non è una soluzione militare, ma una soluzione politica. Dobbiamo costruire le condizioni perché sia possibile la soluzione politica. Non si può pensare di farlo con le armi».

 Andrea Prada Bianchi - 2 ottobre 2014
fonte: http://www.linkiesta.it/italia