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12/06/15

CASO MARO' - #Marò in India: Cosa aspettano i politici......


Sulla ormai complicatissima vicenda dei nostri due Fucilieri di Marina ci sono, come ormai credo sia chiaro a quasi tutti, parecchie cose che proprio non quadrano, oggi, certo, la situazione è molto complicata perché l'India non vuole perdere la faccia e l'Italia è,purtroppo, del tutto priva di dignità a causa della sua indegna classe politica, ma ci sono alcune cosette facili facili da fare che riguardano questioni interne che nessuno sembra aver preso in debita considerazione e che, essendo appunto interne, non sarebbero mica così difficili da sistemare. 
E' un fatto certo e verificabile che l'Italia abbia, in materia di estradizione verso paesi dove sia vigente la pena di morte, delle regole assai restrittive quanto ineludibili, intanto se ne occupa la Costituzione, quella carta che dovrebbe essere osservata e fatta osservare senza se e senza ma, che esclude tassativamente che si possa estradare anche il peggiore dei criminali in questi casi. La stessa cosa la recita il nostro Codice Penale e non basta, una sentenza della Corte di Cassazione ha escluso tassativamente che una dichiarazione, anche scritta, di non applicazione della pena di morte possa essere presa in considerazione. Questo è il quadro normativo che il Governo Monti ha per ben due volte violato. 
Mi e vi chiedo, se un Governo agisce in spregio della Costituzione e delle Leggi vigenti è colpevole di un qualche cosa? La domanda è del tutto retorica, la ovvia risposta è sì, perchè nessuno ha mai chiesto l'incriminazione di Monti e Accoliti? Mi spingo oltre, il Presidente della Repubblica, che dovrebbe essere il garante della Costituzione, se chiude gli occhi davanti ad una palese violazione della stessa commessa da un Governo non è forse reo di Alto Tradimento? E' difficile convincere l'India a mollare l'osso, va bene, ma incriminare chi ha violato leggi e Costituzione non mi pare così complicato...che cosa aspettano i politici degni di questo nome a...darsi da fare?
 
11 GIUGNO 2015
 
Fonte: https://www.facebook.com/giuseppe.salomone.79?fref=nf 
 

Famiglie Italiane in difficoltà, manca lo Stato ma serve la solidarietà dei cittadini


Buonasera a tutti, a Roma è stato creato il primo Campo Profughi Italiano, il nome forse è un po strano e può far pensare ad altro, ma effettivamente è solo un appezzamento di terra dove ITALIANI e le loro famiglie si sono insediati viste le loro vicissitudini...
Sono famiglie sfortunate che per un motivo o per l'altro hanno perso tutto e ora si ritrovano a vivere in baracche o tende...
Hanno chiesto tutti aiuto alle istituzioni, ma al momento sappiamo tutti che pensano ad altro (o ad altri).
Queste famiglie con grande dignità si sono rifiutate di rubare o occupare case, ma hanno bisogno di un aiuto!
Un nostro ex collega Stefano con sua moglie Stefania stanno cercando di dare una mano e procurare a queste famiglie quanto necessario per poter permettere a loro almeno di andare avanti...
Non servono grandi cose, alcuni oggetti o beni probabilmente li abbiamo nei nostri cassetti dimenticati e inutilizzati...
Ora a voi del gruppo chiedo due cose...
Mi serve un romano che possa trasportare queste cose da Pistoia a Roma e poi agli altri vi chiedo di leggere quali sono le necessità e provare a cercare in casa propria se qualcosa avanza...
Io mi offro come punto di raccolta e mi posso occupare di una eventuale spedizione.
Ci tengo a precisare una cosa... Da molti dei vostri profili leggo una rabbia particolare verso un governo che lascia gli italiani in mezzo ad una strada e al contrario ospita altri negli alberghi...
Bene! Mi fa piacere che voi la pensiate così!!! Ora oltre a pensarlo dimostratelo!!!
Cinque pannolini della taglia sbagliata a voi non cambiano nulla, ma ai nostri connazionali invece servono!!!
Mettetevi una mano sul cuore...
PS: sapete tutti dove trovarmi!!!
fonte : https://www.facebook.com/peppepsx

Nota : il campo si trova in via del Casale di San Nicola località la Storta, Roma

11/06/15

CASO MARO' - "Un italiano non può mollare". Così Latorre insegna l'onore a un Paese senza spina dorsale


Il marò, in Italia per convalescenza, parla alla commissione Difesa in occasione della Giornata della Marina Militare: "Non abbiamo alcuna colpa. La verità verrà fuori"


"Un uomo, un militare, un italiano non può mollare". In collegamento telefonico con la commissione Difesa in occasione della Giornata della Marina Militare, Massimiliano Latorre dà lezione di onore a un Paese che da tempo ha dimostrato di non avere più spina dorsale. 




Mentre, infatti, il governo si alterna a esprimere affetto e sostegno, Salvatore Girone è ancora ingiustamente trattenuto in India e non è stata ancora messa la parola fine al processo farsa ai due marò. E, nonostante i fallimenti di Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi, Latorre, in Italia per convalescenza, ha sottolineato di sperare che "la verità possa venire fuori". E ha ribadito: "Non abbiamo alcuna colpa".
È la Festa della Marina militare e le alte cariche dello Stato si ricorda dei marò. Se ne ricorda il presidente della Repubblica Sergio Matterella che manda un messaggio di circostanza: "In questa giornata, un pensiero speciale va ai fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. A loro e alle loro famiglie esprimo la vicinanza e la solidarietà del Paese intero". Se ne ricorda pure il ministro della Difesa Roberta Pinotti che alza il telefono e chiama i due fucilieri di Marina "per fare gli auguri e manifestare l’affetto che proviamo per loro". Dichiarazioni che emergono dopo mesi di silenzio, ma che purtroppo non serviranno a sbloccare la situazione in India.

DI FRANCO RAME - 10 GIUGNO 2015
FONTE: http://www.ilgiornale.it

Forze armate al collasso ma soprattutto inutili



(aggiornato il 7 giugno)

Anno dopo anno la parata militare del 2 giugno ha perso progressivamente incisività e marzialità e quest’anno ha ben sintetizzato la situazione delle forze armate italiane. Se in teoria sarebbe necessario disporre di forze efficienti per far fronte alle crescenti sfide che minacciano l’Italia, in pratica si continua a sottrarre risorse finanziarie allo strumento militare ridotto ormai a puro “stipendificio”.
Paradossalmente però le spese militari possono venire considerate persino troppo alte tenuto conto che a Roma nessuna forza politica ha il coraggio di impiegare i militari per quello a cui servono. Se il ragionamento vi è sembrato un po’ contorto partiamo dalla parata del 2 giugno dove hanno sfilato ancora una volta reparti senza mezzi per non spendere troppo, non mettere a rischio i siti archeologici del Fori Imperiali ma soprattutto per non apparire “guerrafondai”.

 

Per ricordare i 100 anni dalla Grande Guerra c’erano pure truppe in uniforme d’epoca ma in sostanza la presenza militare è stata ancora una volta annacquata tra corpi civili dello Stato e persino  bambini con ombrellini tricolori.
Inutile ricordare che le parate russa (9 maggio) e francese (14 luglio) servono a mostrare la potenza degli strumenti militari e su Piazza Rossa e Champs Elysèes nessuno si vergogna a far transitare carri armati, missili, blindati e cannoni, ma soprattutto a mettere in mostra davanti al mondo un orgoglio nazionale e patriottico che certo a noi non appartiene più da un pezzo.
Non che in Italia non si disponga di mezzi pesanti ma è meglio non farli vedere così boy scout e pacifinti, antagonisti e catto-comunisti non si indignano.
Eppure proprio a loro dovrebbero piacere queste forze armate così “buoniste” e “umanitarie” che invece di combattere addestrano altri a farlo, che contro lo Stato Islamico non tirano nemmeno un petardo e che invece di difendere i confini della Patria permettono di superarli senza neppure declinare le proprie generalità a chiunque paghi il pizzo al crimine organizzato.

 

Un apprezzamento lo merita Matteo Renzi che si è finalmente recato in visita a un contingente militare italiano all’estero  trascorrendo il 2 giugno a Herat.
Con la  mimetica addosso era in evidente disagio e del resto è noto a tutti il disinteresse (se non l’imbarazzato fastidio) con cui il premier approccia i temi della difesa e sicurezza come confermano i continui tagli al bilancio delle forze armate perpetrati nell’ultimo biennio e che verranno accentuati nel 2016-17.
Il Documento Programmatico Pluriennale transitato nelle commissioni parlamentari nei giorni scorsi (e ampiamente illustrato da Analisi Difesa) parla chiaro. Quest’anno alle forze armate (Funzione Difesa) sono andati 13,2 miliardi contro i 14,3 del 2010 ma già dall’anno prossimo scenderemo a 12,7. Di questi fondi il 73,3 per cento se ne va in stipendi, voce che nel 2010 copriva il 65,4% del bilancio ma che nel 2017 raggiungerà il 75,7%.

 

In pratica i tre quarti dei fondi destinati alle forze armate se ne vanno in retribuzioni lasciando appena 2,3 miliardi per acquisire nuovi mezzi (ma qui vengono in soccorso altri 2 miliardi circa di fondi stanziati da altri ministeri) e poco più di un miliardo per esercitazioni, addestramento, manutenzioni di mezzi e infrastrutture.
Alla faccia della riforma di Giampaolo Di Paola, ministro del governo Monti che varò il taglio dei militari da 185 mila a 150 mila entro il 2024 per ridistribuire le risorse finanziarie in percentuali bilanciate (50% personale, 25% esercizio e 25% investimenti). Un obiettivo già oggi vanificato dai continui tagli al bilancio e dal troppo lento calo degli organici.
E per fortuna che l’anno scorso il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, aveva dichiarato che “il bilancio della Difesa non può essere il bancomat del governo”! Invece è proprio così.
Nessun dicastero ha subito tagli paragonabili a quello della Difesa anche se i risultati di questi tagli sono davvero paradossali.

 

Certo in futuro avremo qualche nuovo mezzo ma le caserme cadono a pezzi e manca il carburante, l’olio e i ricambi per le manutenzioni e per addestrare il personale.
I piloti non hanno mai volato così poco, l’Aviazione dell’Eserrcito è alla paralisi, interi reggimenti non sparano un colpo da molto tempo per mancanza di munizioni e per molti l’unico addestramento attuabile è rappresentato dalla marcia zaino in spalla. Sempre utile a tenersi in forma ma non certo sufficiente nell’era delle guerre hi-tech.
Compreremo gli F-35, una trentina entro il 2020 e poi probabilmente tutti i 90 previsti, ma non avremo i soldi per farli volare così come non potremo gestire la nuova flotta che stiamo costruendo con i fondi della “legge navale” dell’anno scorso.
Per poter addestrare militari e tenere in manutenzione e i mezzi le forze armate devono sperare in un futuro ricco di missioni i cui finanziamenti ad hoc possono garantire il mantenimento di un minimo di capacità operative che i fondi ordinari non garantiscono più.

 

Ma di quali missioni parliamo?  Restare in Afghanistan fino al 2016 perché ce lo chiedono gli americani ha un significato strategico o è l’ennesimo obolo che paghiamo allo Zio Sam al quale neppure Renzi sa dire di no?
Mantenere in Iraq droni e bombardieri Tornado completamente disarmati rappresenta un costo del tutto privo di benefici nella lotta allo Stato Islamico che l’Italia in realtà non attua in nessun modo.
Spendere miliardi per rimpiazzare i Tornado con gli F-35 non è solo un errore strategico e industriale che ci metterà del tutto nelle mani di Washington ma è anche inutile: a cosa serve avere un bombardiere “invisibile” se non abbiamo neppure il coraggio di mettergli le bombe a bordo?
In realtà i veri bombardieri “stealth” li abbiamo già in servizio da un pezzo: sono i Tornado che risultano invisibili al nemico jihadista perché disarmati e che nella loro carriera operativa sono stati a lungo invisibili sul piano mediatico ai cittadini-contribuenti italiani quando impegnati in missioni belliche in Iraq nel 1991, in Kosovo, in  Libia e oggi di nuovo Iraq.

 

A che serve spendere miliardi per disporre di nuove portaelicotteri da assalto anfibio, pattugliatori grandi come cacciatorpediniere e sofisticate fregate lanciamissili se non possiamo sparare ai pirati, bombardare le milizie dell’ISIS a Derna e Sirte e non siamo neppure capaci di respingere immigrati clandestini?
Per imbarcare tutti gli africani e trasferirli in Italia agevolmente converrebbe dotare la Marina Militare di traghetti di seconda mano invece che di nuovissime navi da guerra da mezzo miliardo di euro l’una o più.
Oppure potremmo usare i fondi della Difesa per costruire un ponte tra la costa africana, Lampedusa e l’Italia, ovviamente senza posti di controllo né dogana.

 

Il dilemma in realtà non riguarda le dotazioni militari ma la totale incapacità della politica di difendere, anche con le armi, gli interessi nazionali e le frontiere stesse della Nazione.
Abbiamo irrisolta da oltre tre anni la penosa vicenda dei fucilieri Salvatore Girone e Massimiliano Latorre mentre in Italia non riusciamo neppure a difendere Piazza di Spagna da 200 tifosi olandesi ubriachi né il centro di Milano da altrettanti teppisti black-bloc, ridicolizzando agli occhi del mondo e dell’opinione pubblica italiana il ruolo di militari e forze dell’ordine, ormai ridotti al ruolo di mute comparse, non protagonisti della difesa e sicurezza nazionale.
Figuriamoci se in queste condizioni possiamo impensierire terroristi e jihadisti oppure anche solo pirati e trafficanti, criminali seri con tanto così di pelo sullo stomaco.

(con fonte Nuova Bussola Quotidiana)
Foto: Difesa.it, UNIFIL e Ansa

di Gianandrea Gaiani - 6 giugno 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it

Unioni civili, «legge impresentabile»: 58 intellettuali scrivono al Parlamento


Iniziativa ecumenica promossa dai comitati “Sì alla famiglia” contro il ddl Cirinnà per difendere e promuovere la famiglia naturale e il diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma

Unioni civili, «una legge impresentabile». Lo scrivono a deputati e senatori 58 intellettuali, che hanno firmato una lettera promossa dal sociologo Massimo Introvigne, presidente dei comitati “Sì alla famiglia”, e dal magistrato Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all’Interno. I firmatari affermano che per raggiungere l'obiettivo condiviso di una società rispettosa e aperta nei confronti delle persone omosessuali lo strumento più adeguato è un testo unico - sul modello di quello presentato in Parlamento dai deputati Maurizio Sacconi e Alessandro Pagano - che elenchi i diritti e doveri che derivano dalle convivenze in materia di visite in ospedale, in carcere, locazioni e così via.
Il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili propone invece un istituto sostanzialmente uguale al matrimonio, già aperto alle adozioni in alcune ipotesi. «La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – affermano del resto i 58 intellettuali rivolgendosi ai parlamentari italiani - ha stabilito che non costituisce discriminazione riservare l’istituto del matrimonio e le adozioni alle sole coppie formate da un uomo e da una donna. La stessa Corte ha però sancito che, una volta introdotte unioni civili fra persone omosessuali analoghe al matrimonio, escludere l’adozione costituisce una discriminazione illecita».
Come insegnano altri Paesi europei, continuano i firmatari della lettera, con il DDL Cirinnà saranno comunque i giudici, europei o italiani, a introdurre le adozioni senza limiti, e chiamare «matrimonio» qualcosa che nella sostanza lo è già sarà solo questione di tempo.
Tra i firmatari della lettera figurano nomi noti del mondo cattolico - dalla giornalista Costanza Miriano alla bioeticista Maria Luisa Di Pietro e al neurochirurgo Massimo Gandolfini, dal presidente di sezione della Corte di Cassazione Mario Cicala all'economista Ettore Gotti Tedeschi, passando per il direttore de “La Croce quotidiano” Mario Adinolfi e il presidente dell'Associazione “Scienza & Vita” Paola Ricci Sindoni - ma anche tanti accademici di ogni orientamento religioso ed esponenti delle comunità ortodosse e protestanti, tra cui molti pentecostali e il presidente dell'Alleanza Evangelica Italiana Giacomo Ciccone.
La lettera è stata consegnata il 3 giugno nella sede romana di “Sì alla famiglia” ai parlamentari che hanno risposto ai precedenti manifesti promossi dai comitati, costituendo un “Comitato dei parlamentari per la famiglia”, presentato oggi alla Camera ed al quale hanno finora aderito una sessantina di deputati, la cui lista sarà pubblicata a breve sul sito www.siallafamiglia.it.
I comitati “Sì alla famiglia” hanno contemporaneamente aderito alla manifestazione nazionale “Da mamma e papà”, programmata a Roma il 20 giugno (piazza San Giovanni, ore 15.30), cui diversi membri del comitato promotore hanno firmato la lettera, da Mario Adinolfi a Massimo Gandolfini, quest’ultimo portavoce della manifestazione stessa.

giuseppe brienza - 5 giugno 2015
fonte: http://www.lastampa.it

Mafia Capitale e scandalo Fifa: mica siamo tutti scemi


Mafia Capitale e scandalo Fifa: mica siamo tutti scemi

Il 6 marzo dell’anno scorso, su questo blog, scrivevo:
E’ da lunedì che leggo paragoni tra la Roma de La Grande Bellezza e quella reale”.
Ricordate il raddrizzamento della Concordia? Ricordate il profluvio di “questa è una metafora… il Paese va raddrizzato esattamente così…” eccetera eccetera?
Non ne posso più.
E non per colpa del meraviglioso film di Sorrentino.

Perché leggo – a parte rari casi – di una città che non esiste. Ve lo dice un romano, che la città la vive.
Uno che, quando ha sentito dire da un deputato della Lega che non era giusta questa continua assistenza economica nei confronti della Capitale, ha pensato: “Ha ragione da vendere” […]
Passeggio per il Colle Oppio. Che dovrebbe essere, solo per la vista, il parco più bello di Roma. Nel roseto dove mio nonno mi portava a giocare è rimasta solo un’intelaiatura arrugginita di ferro. I genitori tengono alla lontana i bambini, per paura che cada sulle loro teste. Il resto è uno schifo. Una discarica vergognosa. Gli stranieri sono così impegnati a fotografare l’immondizia da non rendersi neanche conto che alle loro spalle c’è il Colosseo.
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L’altro parco, quello del Celio, strappato all’abusivismo, ormai è un cantiere aperto (“Metro C di Roma”), dove non si capisce se qualcuno stia lavorando. Sul cartello “Termine Lavori” non si legge bene l’anno. Ma si parla del 2020.
Qualcuno ha affisso un lenzuolo con scritto: “Fate pure con calma. Per quando avrete finito avremo tutti la patente. Firmato: i bambini del quartiere”.
Per questo post mi presi, in particolare dai miei concittadini, improperi di tutti i tipi. Fui accusato di votare Lega (avevo già preso del grillino, del piddino, del fascista e del comunista. A parte monarchico credo di essere stato – secondo i vari metro di giudizio – tutto).
Una persona che saltuariamente lavora con me, non mi rivolse la parola per mesi. Avevo commesso il più grave dei reati: criticare Roma (che qualcuno confonde con criticare la Roma: lo stesso atteggiamento intransigente che si ha nei confronti di chi critica la tua squadra del cuore).
Fui accusato di fomentare un sentimento “anti-capitolino”.  Rendere pubblico quello che, ovviamente, ciascun romano vede ogni giorno creava risentimento nei confronti della Capitale. Non le ruberie, per carità.
Ho incontrato la stessa persona al bar che commentava lo scandalo che ha coinvolto la Fifa.
“Lo sapevamo tutti come funzionano le cose nel mondo del calcio… questi lo scoprono ora. Ma che ci hanno presi per scemi?”. E già.
Nel mondo del calcio.
In alcune municipalizzate romane, negli appalti pubblici, nelle gestione delle strutture che ospitano i migranti, funziona tutto alla grande.
Altrimenti ce ne saremmo accorti subito. Mica siamo tutti scemi.

 Ddi Gabriele Corsi - 11 giugno 2015
FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

10/06/15

Mafia Capitale, la fondazione fino a poco tempo fa presieduta da Odevaine ha debiti con Fisco e Inps. L’attuale vicepresidente, ex senatore Pd: stiamo verificando i conti. Imbarazzo in Legambiente




Finora nessuno sembrava essersi accorto di niente, nemmeno dei debiti con il Fisco accumulati nel tempo da quell’ente benefico di cui ancora non si sa molto. Poi esplode “Mafia Capitale” e qualche riflettore si accende su IntegrA/Azione, la fondazione fino a qualche tempo fa presieduta da Luca Odevaine, ex vicecapo di gabinetto di Walter Veltroni, travolto dall’inchiesta portata avanti dalla procura di Roma. Inutile girarci intorno. Questa fondazione, creata nel 2010 con il fine di favorire l’integrazione tra i popoli, sta mettendo in grosso imbarazzo il Pd e uno dei fondatori, ovvero Legambiente. E spunta una sorpresa: la fondazione di Odevaine, personaggio che secondo l’accusa incassava e maneggiava un sacco di soldi, ha debiti con il Fisco e con l’Inps. Naturalmente, non appena è esploso il bubbone, si sono defilati tutti. Odevaine tempo fa si è dimesso dalla presidenza. Così come si è dimesso dal collegio dei revisori Stefano Bravo, il commercialista che secondo i pm avrebbe agito da spallone di Odevaine portando i soldi in Svizzera. E’ chi rimane oggi nella fondazione IntegrA/Azione? Resta solo il vicepresidente, Francesco Ferrante, ex senatore del Pd e già direttore generale di quella Legambiente che è tra i fondatori dell’ente. “Purtroppo”, spiega Ferrante a La Notizia, “io seguivo distrattamente la fondazione”. Dopo quello che è successo “insieme ad alcuni commercialisti sto cercando di ricostruire i conti dell’ente, in particolare il bilancio del 2014”. Quasi a voler scansare sospetti sull’utilizzo dell’organismo, Ferrante spiega di aver trovato “la fondazione in posizione debitoria”.

LA SITUAZIONE
In che senso? “Nel senso che ci sono debiti nei confronti del Fisco e dell’Inps per circa 80 mila euro”. Un dato quasi incredibile se solo si pensa al giro di appalti e soldi che secondo l’accusa giravano intorno alle attività di Salvatore Buzzi, Massimo Carminati e dello stesso Odevaine. Ma tant’è. E Ferrante tiene a precisare che non risultano coinvolgimenti nell’inchiesta della Fondazione. Il fatto, però, è che sono coinvolti quelli che fino a poco tempo fa ne erano presidente (Odevaine) e revisore (Bravo). Senza contare che l’inchiesta ha lambito anche Abitus, la cooperativa che nel 2010 insieme a Legambiente ha creato la stessa IntegrA/Azione. In più, come risulta dal sito, la fondazione negli anni passati ha gestito corsi di formazione per il personale del Cara di Mineo, il centro siciliano di accoglienza dei rifugiati finito nel mirino della magistratura e del presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Ferrante non nasconde “una crescente dose di arrabbiatura, soprattutto per quanto riguarda la speculazione sugli immigrati” che emerge dall’inchiesta. Eppure in fondazione a nessuno è venuto mai in mente un sospetto.

LO STRAPPO
Di sicuro Legambiente ha deciso di uscire da IntegrA/Azione il 28 giugno del 2014, quando ancora l’inchiesta non era finita sui giornali (ma in ogni caso procedeva). Ufficialmente la decisone è stata presa perché l’attività dell’ente non rappresentava più la mission principale di Legambiente. Nei cui ranghi, va comunque ricordato, ha militato lo stesso Odevaine. Dopo l’emersione della fase uno di Mafia Capitale il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, si difese sul blog dell’associazione scrivendo che “quello che ci lascia esterrefatti e se possibile ancor più incazzati, anche perché ci sentiamo parte lesa, è che uno degli arrestati, Luca Odevaine, abbia condiviso un pezzo del suo percorso con noi”. Tra l’altro, aggiungeva, “noi non abbiamo svolto alcun ruolo né tantomeno abbiamo gestito fondi o ricevuto finanziamenti”. Insomma, nessuno si era accorto di quello che Odevaine e Bravo facevano con la fondazione. Una cosa è certa, dice Ferrante dopo che tutti i buoi sono scappati dal recinto: “Adesso la fondazione andrà chiusa”.

di Stefano Sansonetti - 10 giugno 2015
fonte: http://www.lanotiziagiornale.it

09/06/15

IMMIGRAZIONE - Ue, slitta la redistribuzione: i clandestini restano in Italia


Al consiglio Affari interni di martedì non saranno prese decisioni formali sui ricollocamenti intra-Ue dei profughi. Nette divisioni sulla ripartizione obbligatoria proposta dalla Commissione. Ora Renzi rischia di non liberarsi nemmeno di un immigrato


Ora Matteo Renzi rischia di rimanere da solo a gestire l'invasione di clandestini che continuano a sbarcare sulle coste italiane.


Anche l'aiutino ventilatogli dall'Unione europea rischia ora di evaporare. Non è, infatti, così certo che l'Italia riuscirà ad allontanare, nei prossimi due anni, 24mila profughi. Gli altri Stati del Vecchio Continente non sono in vena di carità e non intendono sottoscrivere il programma di redistribuzione.
A Bruxelles c'è qualcuno che frena. Siamo lontani dalle dichiarazioni caritatevoli delle scorse settimane. Ora che l'emergenza è diventata all'ordine del giorno, si sfilano uno dopo l'altro dall'accordo. A finire nel mirino sono i ricollocamenti all'interno dei confini europei di 40mila richiedenti protezione internazionale. Di questi 24mila verrebbero dall’Italia, mentre gli altri 16mila dalla Grecia. Secondo fonti vicine al Consiglio europeo, al prossimo consiglio Affari interni di martedì non dovrebbero essere prese decisioni formali. Le fonti hanno, infatti, evidenziato nette divisioni sul meccanismo basato su una chiave di ripartizione obbligatoria, proposto dalla Commissione europea. Un ok politico è atteso dal summit dei leader del 25 e 26 giugno, ma la chiusura del dossier slitta al semestre europeo di presidenza lussemburghese, al via da luglio.

Sergio Rame - 09/06/2015 - 18:43
fonte: http://www.ilgiornale.it

08/06/15

IMMIGRAZIONE - Renzi mette "in vendita" i migranti: "Incentivi ai comuni che li accolgono"


EMERGENZA CONTINUA

Il premier attacca la Lega e replica alle minacce di Maroni: "Il problema non si risolve urlando occupiamo le prefetture, ma con il lavoro"


immigrati
"Dobbiamo dare incentivi a quei comuni che ci danno una mano e rispondono alle questione dell'immigrazione", annuncia Matteo Renzi. Sul problema è l'Italia a guidare il dibattito nel G7. La cronaca porta in Germania notizie di scontri interni tra partiti. Tra il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, e l'opposizione dei governatori del Nord contrari ad accogliere ulteriori rifugiati. "Siamo estremamente preoccupati per i flussi globali di profughi, in aumento e senza precedenti, e riaffermiamo il nostro impegno a prevenire e combattere il traffico di migranti, a individuarlo, scoraggiarlo e fermarlo dentro e fuori i nostri confini", è quanto si legge nel comunicato finale del vertice che si è svolto in Baviera. "Voglio dire agli italiani che il numero degli immigrati accolti quest'anno è appena più alto di quello dello scorso anno. Certo, l'Italia non può gestire da sola questo fenomeno, ma occorre rifiutare l'egoismo interno ed esterno, trovando una strategia di lungo periodo", fa sapere Renzi. Ed è sempre il premier ad accendere i riflettori: "La risoluzione dell'Onu se viene è una buona cosa. Ma non è che con la risoluzione dell'Onu con l'abbattimento di due barconi si risolve il problema. Il problema non si risolve urlando "occupiamo le prefetture" (come annuncia Matte Salvini ndr), ma con il lavoro". Secondo il presidente del Consiglio "la polemica italiana sui migranti è comprensibile solo per chi non ricorda cosa è successo in questi anni: la decisione di dividere nelle regioni i migranti che arrivano in Italia fu presa dal ministro Maroni. Salvo poi svegliarsi e dire che non funziona. Sulla cooperazione internazionale l'Italia è stata, negli ultimi anni, la peggiore nel G7. Dobbiamo ricominciare anche da lì per dare una risposta al tema degli immigrati". "Da qui al Consiglio europeo cercheremo di portare a casa dei risultati. Il piano da 24mila posti per noi è insufficiente - chiosa Renzi -. Sarebbe facile buttarla in una polemica tra i partiti che non ha senso e che non interessa ai cittadini. Le cose così non vanno". E richiama i governatori del centrodestra a "recuperare il buon senso".

http://www.iltempo.it - 8 giugno 2015


Mafia Capitale, quel colpo al caveau della banca del tribunale per ricattare i giudici


 
 
La vera storia delle 147 cassette di sicurezza svaligiate nella banca all'interno del Tribunale di piazzale Clodio


Più che un furto, uno schiaffo: era la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1999 quando un commando, guidato da Massimo Carminati, violò il caveau della Banca di Roma all'interno del Tribunale di piazzale Clodio. Uno dei luoghi che avrebbe dovuto essere tra i più difficili da espugnare, e anche uno dei meno attraenti per comuni “cassettari”, visto l'indice di rischio. Vennero svaligiate 147 cassette di sicurezza su 900.

A distanza di anni, dopo indagini, arresti e tre gradi di giudizio, sono gli atti dell'inchiesta Mafia capitale a confermare quella che è sempre sembrata l'unica vera ragione del colpo: acquisire documenti per ricattare giudici e avvocati. È proprio Salvatore Buzzi, che del Nero conosce fama e misteri, a tirare in ballo la vecchia storia, mentre con l'ex brigatista Emanuela Bugitti discute su quale sia il modo più rapido per recuperare atti riferibili alla locazione di un complesso immobiliare, di nuova costruzione, a Nerola.

La chiave di tutto è ancora una volta Carminati, a lui nessuno è in grado di dire di no. Ricorda Buzzi: «Lui fa na...na rapina alle cassette di sicurezza della...(furto al caveau della Banca di Roma, ndr)...trovano de tutto e de più». Aggiunge Bugitti: «Sono i giudici che mettono le cose». Allora Buzzi spiega: «Eh, qualcuno è ricattabile. Secondo te perché non è mai stato condannato. A parte questo reato, tutto il resto sempre assolto...».

CONDANNA LIEVE
Il furto al caveau costerà quattro anni di pena al Cecato, e decadrà l'associazione per delinquere. Una pena decisamente poco elevata che, comunque, si ridurrà a poco o niente nel 2006, quando potrà usufruire del terzo indulto della sua vita. I magistrati di Perugia che indagarono sulla razzia alla Banca di Roma sono riusciti a ricostruire i particolari di quel colpo grazie ad alcuni testimoni. Tra questi Giuseppe Cillari, le cui vicende giudiziarie sono legate all'omicidio Casillo e alle attività della Banda della Magliana. «Una sera - riferì ai pm - vennero da me Pasquale Martorello, Piero Tomassi e Stefano Virgili che volevano disfarsi dell'oro. È avvenuto dopo l'arresto dei carabinieri». All'incontro erano presenti l'ex cassettaro e neo-imprenditore Virgili, che di lì a poco verrà colpito da mandato di cattura, e altri complici del colpo. Ricorda ancora Cillari: «Mi hanno parlato di 5 quintali d'oro da piazzare e io ho detto che quell'oro valeva il prezzo di mercato meno il dieci per cento. Complessivamente 50 miliardi. Mi è stato detto che c'erano anche altri 5 miliardi di certificati, più un miliardo e 200 milioni in contanti. L'oro è stato sepolto prima nei pressi di Viterbo, poi a Montalto di Castro. Martorello sa dov'è».

IL TESTIMONE
I magistrati insistono per sapere se non gli sembri strano che i ladri si siano preoccupati solo dopo il furto di trovare un canale per riciclare i soldi. «Il vero scopo - rivela il ricettatore - non erano i soldi, ma i documenti che valgono molto più dei gioielli. So che hanno documenti importanti. Il motivo per cui è stato fatto il furto è stato quello di prendere dei documenti che potessero servire a ricattare i magistrati e so che i documenti sono stati trovati. Mi è stato riferito che il furto sarebbe stato commissionato a Virgili da alcuni avvocati, due romani. So che l'interesse era rivolto a documenti di magistrati, in modo da poterli ricattare per la gestione dei processi importanti che hanno su Roma. Uno di questi si trova a Montecarlo con Tomassi e tale Giorgio Giorgi, dei servizi segreti».

Individuare i mandanti non è stato possibile, il mistero rimane ancora aperto. Su Carminati e presunti ispiratori “politici”, poi, nessuno ha voluto aggiungere nulla. Nemmeno Vincenzo Facchini, uno dei complici nel colpo che ha scelto di collaborare. Davanti a quel nome ha manifestato addirittura un atteggiamento ostruzionistico, e al pm Mario Palazzi che gli ha chiesto dei suoi rapporti con il Nero, ha risposto: «Dottore, questa domanda mi mette sotto la ghigliottina. Io questo signore non lo conosco e non lo voglio conoscere». 
 
di Cristiana Mangani - 8 giugno 2015
fonte: http://www.ilmattino.it

Come la falsità e la disinformazione gestisce il G7. L’ombra dei due marò pesa come un macigno.


G7


Esattamente 40 anni fa, nel giugno del 1975, i politici italiani (quelli di una volta) ebbero un’idea seria e brillante. Talmente buona e innovativa da  riuscire a imporla al resto del mondo. Tutto nacque da una cena privata sulla terrazza romana, a Piazza Costaguti, nell’appartamento di un importante esponente socialista, Giolitti, e i quattro commensali che lanciarono l’idea erano Aldo Moro, Ugo La Malfa, Enrico Berlinguer e Francesco Cossiga. Allora ci si trovava al centro della guerra fredda tra Usa e Urss, in un momento molto delicato. A Mosca e a Washington erano insediati due bei grossi falchi, Richard Nixon e Leonid Breznev, due mastini che amavano trascorrere i loro week end circondati dai loro generali e così volevano essere fotografati, tanto per spiegare al mondo come si stavano mettendo le cose. Dal loro punto di vista.
I nostri politici si fecero interpreti delle preoccupazioni collettive europee (e giapponesi) perché c’era in atto una grossa crisi economica, innescata dal caro petrolio che aveva triplicato il suo prezzo e valore di mercato. Tre importanti nazioni, totalmente prive di oro nero -Germania, Giappone e Italia- erano quelle che stavano pagando il conto più salato. E al loro interno, al culmine della guerra fredda, avevano tutte e tre una fortissima sinistra antagonista, turbolenze sindacali, con il rischio di deflagrazioni sociali incontrollabili.
Allora, le comunicazioni erano lente e faticose. Le visite ufficiali tra capi di Stato erano eventi pomposi, molto formali, che avevano più una funzione di propaganda che sostanziale, e finivano sempre nello stesso modo, con piatte dichiarazioni congiunte di grande amicizia collaborativa e niente di più. L’Italia, sia come nazione che come Paese, era al centro dell’attenzione planetaria perché la nostra repubblica (a mio avviso giustamente e correttamente) era stata identificata come il laboratorio sociale e politico più evoluto e avanzato di tutto l’occidente. In quel momento, forse, addirittura di tutto il mondo. C’era un enorme stimolante brulichio e un perenne confronto tra soggetti diversi e antagonisti; ai pacifisti e a tutti coloro che combattevano contro i guerrafondai era piaciuta molto l’idea di Enrico Berlinguer, nata come reazione ai criminali colpi di stato della Cia in Sudamerica: è arrivato il momento di incontrarsi tra forze politiche democratiche che appartengono a storie e nature diverse, i movimenti socialisti e le forze democristiane devono trovare la cifra giusta e realistica per siglare un compromesso storico nel nome del bene comune dell’intera collettività. Così come era stata accolta con favore la fortissima intesa che Aldo Moro stava iniziando a costruire con i comunisti. Bisognava, dunque, parlarsi, incontrarsi, conoscersi meglio. In Europa già lo si faceva. Decisero, quindi, (i quattro) di lanciare ufficialmente, e soprattutto “formalmente” il G7, con il dichiarato obiettivo di allargarlo sempre di più per arrivare a fondare la grande utopia e mettere intorno a un tavolo americani, sovietici, asiatici ed europei: la strada migliore per evitare ogni rischio di conflitto armato.
Quando ci si conosce, si discute, ci si confronta, ci si abitua l’un l’altro, l’aggressività, inevitabilmente, scema, diluisce. La rigidità nazionalistica che alimenta sempre le menti degli ottusi generali di ogni paese nasce dalla paura e dalla misconoscenza di etnie, nazioni, gruppi diversi. Quanto più ci si conosce e quanto più ci si incontra, tanto più diminuiscono le possibilità di una guerra.
E così, nel 1976, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia coinvolgono anche gli Usa, Giappone e Canada e lanciano il primo G7 della Storia moderna.
Da allora, sono trascorsi 40 anni.
Ci spiega wikipedia:  Il Gruppo dei Sette (di solito abbreviato in G7) è il vertice dei ministri dell’economia delle sette nazioni sviluppate con la ricchezza netta più grande al mondo. Esso è nato nel 1976, quando il Canada aderì al Gruppo dei Sei (Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti). Anche il rappresentante dell’UE ed il Presidente del FMI sono sempre presenti agli incontri. Dal 1997 è stato affiancato dal G8, il vertice dei capi di Stato dei già menzionati allargato alla Russia…..
Ancora oggi, statutariamente, è così: si tratta di un vertice dei ministri dell’economia delle sette nazioni sviluppate con la ricchezza netta più grande al mondo. Anche un bambino o una persona distratta che non segue i teatri della geo-politica, si rende conto, quindi, che nella riunione che si apre formalmente domani a Emau, in Germania, c’è qualcosa che non funziona. Le nazioni che vi partecipano, infatti, non sono quelle che dovrebbero parteciparvi.
Angela Merkel farà gli onori di casa nel più surreale spettacolo mai offerto dalla politica.
Le nazioni che vi partecipano, infatti, sono le stesse del primo G7 nel 1976.
Una follia. O un falso. O volontà di disinformazione. Scegliete voi la definizione.
Adottando i criteri dello statuto del G7, sottoscritto da tutti i contraenti nel giugno del 1975, se avessero dovuto rispettare sia i parametri che la legalità, la riunione sarebbe stata, nell’ordine, tra Usa, Cina, Giappone, Germania, Russia, Gran Bretagna, India. Queste sette nazioni summenzionate, infatti, aderiscono alla definizione del 2015 corrispondente a “…economie con la ricchezza netta più sviluppata al mondo”.
Tra sei mesi ci sarà il G8 che include anche la Francia.
Tra nove mesi il G10 che include anche il Brasile e la Corea del Sud.
Il vero elenco del G10, infatti è: Usa, Cina, Giappone, Germania, Russia, Gran Bretagna, India, Francia, Brasile, Corea del sud.
Tutte queste nazioni, messe insieme, sono in grado di poter emettere un comunicato comune che corrisponde per davvero alla leadership planetaria.
Questa riunione del G7 nel castello di Schloss Emau mi sembra un incontro tra mitomani che hanno completamente perso il senso della realtà, della misura, e hanno l’arroganza prepotente e sfacciata di comunicarla anche al resto del mondo.
Perché lo fanno? Per depistare. Per farci vivere l’emozione di una realtà fittizia, per dimostrare che sono in grado di poter intervenire nel cuore dell’Europa alterando i codici della relazionalità logica, facendo ciò che vogliono, nel disprezzo del buon senso? L’Europa non può permettersi -intendo dire l’Europa a trazione teutonica- che l’Italia non sia più nel G7, nel G8, nel G10. Se lo facessero, diventerebbe “pubblicamente ufficiale” la notizia relativa allo stato reale dell’economia italiana: il nostro Paese, dal 2009 al 2015 ha perso, in termini di produzione di ricchezza, circa 250 miliardi di dollari, retrocedendo tra le nazioni considerate tecnicamente “Paese che si sta de-industrializzando”.
Questa potrebbe essere la umana, banale, semplice ragione per cui l’India non ci restituisce i due marò. Gli indiani sono inviperiti e io li capisco, hanno ragione. Dal punto di vista della sovranità nazionale indiana, non si capisce perché alle riunioni dei grandi ci vada una economia come quella italiana (definita dall’India “un’economia miope, decisamente regressiva, con una classe politica dirigente che non situa quel paese tra le nazioni che possono determinare il trend planetario oggi”) e non ci vada l’India che produce il 24% in più dell’Italia. Si sentiranno vittime di un affronto. E anche i brasiliani e i sudcoreani saranno inviperiti.
In geo-politica, la forma equivale alla sostanza.
Il G7 che si apre domani a Emau è un evento surrealista. Qualunque cosa decidano, basta che la Cina, o la Russia, o l’India, o la Corea del Sud, o il Brasile rispondano “non rispetteremo nessuna delle vostre decisioni” che i 7 non possono replicare. Con l’aggravante che, se per caso, la Cina, la Russia, l’India, la Corea del Sud e il Brasile, decidono di far fronte comune ed emettono un comunicato congiunto, allora da una frittata piccolo-borghese si passa all’anteprima di una tragedia socio-politica internazionale.
Se il fine del G7 è aiutare la pace, è già fallito.
Non ci può essere nessuna pace se si dice il falso.

di Sergio Di Cori Modigliani - 6 giugno 2015
fonte: http://www.libero-pensiero.net

L’Ue verso il crollo, l’Europa verso la guerra





Dalle più recenti consultazioni elettorali nella parte Ue dell’Europa si possono trarre alcune indispensabili valutazioni.
In Italia, dal voto amministrativo del 31 maggio a tutto il ballottaggio di singoli enti locali, nessuna buona nuova. D’altra parte si trattava di elezioni soggette a scelte localistiche (in Veneto pro o contro Zaia, in Campania pro o contro De Luca, in Liguria pro Toti avvantaggiato sulla contendente dalla scissione della sinistra, in Puglia pro Emiliano avvantaggiato sul contendente dalla scissione della destra, nelle altre tre regioni conferma dei precedenti di centrosinistra). Un alto astensionismo, una riduzione dei voti per il Pd, un crollo di Forza Italia (euro-dipendenti), un risultato mediocre per i centristi, e una vittoria della Lega, prevista e confortata dai risultati di Fratelli d’Italia, quando alleati, nonché un consolidamento locale dei 5 Stelle: tutti comunque segnali di euroscetticismo.
Di tutt’altro spessore e significato politico quanto accaduto in Gran Bretagna, con la rotta laburista, il consolidamento conservatore (in gran parte eurocritico) e, soprattutto, con il successo dell’indipendentismo scozzese (Scottish Party) anch’esso eurocritico. Un risultato che preoccupa Washington e le banche atlantiche, visto l’annunciato referendum sull’Ue deciso da Londra per il 2017.
Se in Gran Bretagna è stato crollo degli euro/Ue-dipendenti , a questa novità sono andati ad aggiungersi i risultati euroscettici di “Podemos” (sinistra) e di “Ciudanos” (destra)  in Spagna e del partito nazionalista polacco eurocritico che con Andrey Duda, leader del partito di “Legge e Giustizia” ha tolto la poltrona presidenziale a Bronislaw Komarovsky del  partito euro-dipendente “Piattaforma Civica”, centrista.
Con l’Ungheria saldamente nelle mani dell’euroscettico  Fidesz di Viktor Orban (senza dimenticare la forte presenza del partito ultranazionalista Jobbick), con una Polonia che nelle prossime elezioni parlamentari di settembre dovrebbe confermare il successo dei nazionalisti di Duda, con l’Ucraina non ancora definitivamente esplosa grazie alle manovre destabilizzatrici volute dagli Usa e applicate dall’eurocrazia, ma che lo potrebbe essere a breve se verrà aperto un fronte occidentale anche contro la Transnistria (pro-russa, stato cuscinetto tra Moldavia e Kiev), con una Grecia sull’orlo dell’uscita dall’euro, è evidente come anche il fronte dell’est europeo “eurocratico” mostri un tracollo irreversibile.
E non è certo tutto. Perché nello stesso 2017, oltre al referendum di Londra per abbandonare l’Ue, si avranno anche le elezioni presidenziali in Francia con Marine Le Pen (Front National, più che euroscettico…) favorita sia su Hollande che su Sarkozy.
E’ anche vero che né il partito greco Syriza di Tsipras, né lo spagnolo Podemos – ambedue euroscettici di sinistra, anche se nel governo di Atene appaia anche una componente nazionalista – si dichiarano favorevoli ad un’uscita dei rispettivi Stati dall’Unione europea, tuttavia la loro connotazione anti-rigore e anti-troika (Ue,Bce,Fmi) è di sicura opposizione alle politiche della miseria imposte dalla finanza internazionale (riforma delle pensioni, “alla Fornero”, riforma del mercato del lavoro, alla “Jobs Act”)per lucrare usura sui debiti pubblici dei vari Paesi con la supervisione della Banca centrale europea e delle Banche centrali (private) dei singoli Stati.
Di qui al passo consequenziale – l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria con il diritto di emettere in proprio il denaro – il tragitto è breve.  Anche per euroscettici più “malleabili” come Syriza o Podemos.
D’altra parte la stessa campagna intimidatoria e terroristica mediatica su un “euro che sì è una moneta falsa… ma fuori dall’euro e dall’Ue gli Stati nazionali sarebbero travolti” sembra virtualmente esaurita e non più spacciabile.
Ma è anche vero, di contro, che gli atlantici non possono permettere un tracollo della loro costruzione coloniale eurocratica, fin qui ben servita ai propri disegni di dominio. Ed ecco che tutto quanto sta accadendo in Europa, e soprattutto nell’est, diventa una sfida più che pericolosa per l’egemonia di Washington e di Wall Street. Una ricon-cessione agli Stati nazionali della loro sovranità monetaria mette in gioco verosimilmente tale dominio unipolare.
Di solito, nel passato, gli Usa – meglio: chi guida la politica statunitense – di fronte a dichiarazioni di indipendenza economica di nazioni ritenute da loro “soggette”, hanno scatenato guerre.
In Ucraina e Transnistria gli atlantici stanno utilizzando la stessa metodologia, che, se portata ancora avanti, può rivelarsi distruttrice degli equilibri mondiali e delle stesse nazioni europee contigue a quel fronte. Italia inclusa.
Non è uno scenario “leggero”: tutt’altro.

Ugo Gaudenzi | 08/06/2015
fonte: http://www.rinascita.net/