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23/01/16

La verità sulle unioni civili. Domande e risposte per capire meglio il ddl Cirinnà



Cosa sono e come si differenziano dal matrimonio? Davvero “ce le chiedono Bruxelles e la Corte costituzionale”? La stepchild adoption apre all’utero in affitto?





A pochi giorni dall’inizio della discussione, presso l’aula del Senato, del disegno di legge sulle unioni civili, è opportuno fare chiarezza su molti luoghi comuni, che, purtroppo, sono accettati come veri da molti italiani.   

Che cosa sono le unioni civili tra persone dello stesso sesso così come previste dal disegno di legge che sarà discusso dalla fine di gennaio presso il Senato?
Le unioni civili tra persone dello stesso sesso sono una costruzione giuridica di dubbia costituzionalità e connotata da una forte valenza ideologica, con la quale s’intenderebbe dare rilevanza giuridica al rapporto affettivo tra due partner dello stesso sesso, con una disciplina simile a quella prevista per il matrimonio.

Quali sono i punti salienti del disegno di legge sulle unioni civili?
Per la costituzione di un’unione civile sarà necessaria la celebrazione di un rito davanti all’ufficiale di Stato civile, alla presenza di due testimoni e si renderà una promessa di impegno, così come nel matrimonio. Si darà, dunque, lettura degli articoli del codice civile da cui deriverà l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione, come nel matrimonio. I “civiluniti”, altresì, potranno stabilire di assumere un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi; avranno il diritto alla pensione di reversibilità del partner, godranno del medesimo regime patrimoniale e successorio che il codice civile riconosce ai coniugi e come se ciò non bastasse il disegno di legge stabilisce che tutte le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi», in qualsiasi disposizione legislativa ricorrano, si applicheranno anche a ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. L’equiparazione, però, tra unioni civili e matrimonio non solo è inopportuna e ingiusta, ma è anche dannosa, poiché la creazione giuridica di nuovi modelli “familiari” apre la strada a una ridefinizione del concetto di famiglia che depotenzia la vera famiglia: tante famiglie, nessuna famiglia. La norma, tuttavia, più controversa e inaccettabile del disegno di legge è quella che prevede la cosiddetta stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio naturale o adottivo del partner omosessuale.

Quali sono le differenze tra le unioni civili e il matrimonio?
Sostanzialmente nessuna. Il disegno di legge, di fatto, fa continui rimandi alla disciplina che il nostro ordinamento prevede per il matrimonio. Nel disegno di legge, l’unione civile – con il pretesto di differenziarla dal matrimonio – è definita come “specifica formazione sociale”; tale definizione, però, è soltanto un elemento di facciata, perché nella sostanza la disciplina che il disegno di legge prevede per le unioni civili è identica a quella del matrimonio. Il testo che sarà all’esame del Senato, pur non prevedendo formalmente l’adozione piena, prevede come detto l’adozione del figlio naturale o adottivo del partner omosessuale. Tale istituto è inaccettabile non solo perché rafforza il business della fecondazione eterologa e apre la strada alla vergognosa pratica dell’utero in affitto, che in alcuni paesi è, purtroppo, ammessa. Ma soprattutto perché non tiene conto di quei bambini che non potranno godere della ricchezza che si è soliti ricevere dal crescere in un rapporto di complementarietà e differenza di ruoli che la natura ha voluto indicare in una famiglia costituita da un padre e una madre.

Quale scopo ha questo disegno di legge?
I promotori del disegno di legge sulle unioni civili affermano che il loro scopo è di far riconoscere alle coppie omosessuali gli stessi diritti di cui godono le coppie eterosessuali coniugate, così da rimuovere un’inaccettabile disparità di trattamento. Tale rivendicazione può apparire a molti, anche ad alcuni cattolici, innocua e persino giusta; invero tale pretesa, che non è una priorità, è profondamente iniqua e nasconde, altresì, un fine ideologico e simbolico. Infatti, essa tutela esclusivamente i desideri degli adulti, senza tener conto dei diritti dei bambini, cui è negato il diritto più naturale di questo mondo: quello di avere per genitori un padre e una madre. È triste costatare la chiara visione adultocentrica del progetto di legge. Alle coppie omosessuali si vuole dare l’agio, per via legislativa, di procurarsi un figlio. È qui chiara ed evidente la pretesa simbolica e ideologica di tali unioni. D’altra parte, chi promuove le unioni civili rifiuta categoricamente un’attribuzione ai conviventi omosessuali di meri diritti individuali – diritto all’assistenza del convivente in ospedale, in carcere e così via, già ampiamente riconosciuti dall’ordinamento giuridico – mentre esige che siano riconosciuti i medesimi diritti propri del matrimonio alle coppie omosessuali, in quanto coppie.

Che cosa cela tale pretesa simbolica e ideologica di uguaglianza?
Dietro a tale richiesta di uguaglianza si cela l’intento di voler decostruire le basi antropologiche, finora fondamento della società, per ricostruirle su basi che intendono un diritto non più orientato alla lettura del reale, ma come strumento per trasformare la realtà; che giunge a considerare diritti dei meri desideri. Il disegno di legge sulle unioni civili omosessuali risponde a un desiderio emulativo nei confronti delle coppie eterosessuali. I rapporti omosessuali ed eterosessuali, però, sono antropologicamente diversi e il diritto dovrebbe tenerne conto. Il diritto, infatti, tutela interessi sociali, non rapporti affettivi, altrimenti tutti i legami di amicizia dovrebbero essere legittimamente tutelati dall’ordinamento giuridico. Il vincolo matrimoniale è storicamente tutelato perché funzionale all’ordine delle generazioni. La vera ragione per cui il nostro ordinamento giuridico dà rilevanza al matrimonio, non è per il fatto che due persone provino affetto l’una per l’altra, ma perché un’unione matrimoniale è potenzialmente feconda e crea un sistema di educazione e inserimento sociale delle nuove generazioni. La tutela giuridica di cui godono le coppie coniugate a differenza delle unioni omosessuali non può essere considerata una discriminazione, in quanto le due fattispecie rispondono a due situazioni differenti, che non possono essere trattate in egual modo, pena il commettere una profonda ingiustizia nei confronti dell’unica famiglia riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico.

Un’approvazione del disegno di legge sulle unioni civili senza l’art. 5 che prevede la stepchild adoption sarebbe accettabile?
Un’approvazione del disegno di legge con lo stralcio della stepchild adoption o con la previsione dell’affido rafforzato non sarebbe accettabile, perché non muterebbe il carattere ideologico del provvedimento, che, peraltro, manterrebbe la struttura di un simil-matrimonio. Infatti: a) Saremmo di fronte a una vera e propria ingiustizia di dubbia costituzionalità, perché due fattispecie strutturalmente differenti come unioni civili e matrimonio, sarebbero disciplinate in egual modo pur essendo ontologicamente diverse. b) L’adozione, anche nel caso in cui non dovesse essere inserita in prima battuta nel disegno di legge, tuttavia non tarderebbe a essere riconosciuta legittima dalle corti di giustizia, com’è avvenuto anche in altri Stati. Due fattispecie analoghe, aventi la medesima disciplina, come il matrimonio e il disegno di legge sulle unioni civili, non potrebbero, a giudizio delle corti, essere trattate in modo differente e dunque in poco tempo le unioni omosessuali verrebbero in tutto a essere equiparate al matrimonio, anche riguardo all’adozione piena. Differente sarebbe il caso in cui il Parlamento approvasse un testo unico ricognitivo di tutti i diritti che il nostro ordinamento già riconosce ai conviventi, compresi quelli omosessuali.

Perché si teme che la stepchild adoption possa aprire la strada all’abominevole pratica dell’utero in affitto?
Perché ne è un’immediata conseguenza. In Italia l’utero in affitto è vietato dalla legge 40, ma non lo è in altri paesi. Com’è accaduto più di una volta in Italia, sono stati proprio i giudici a non punire chi è tornato dall’estero con il bimbo in braccio, frutto di un utero in affitto. Nel momento in cui ci si trova di fronte a casi di utero in affitto, il reato contestato dalle procure è solitamente l’alterazione di stato civile del minore, cioè l’aver dichiarato falsamente di essere genitori del piccolo; tuttavia i giudici prevalentemente hanno più volte ritenuto che non fosse configurabile il reato di alterazione di stato civile quando i coniugi avessero sottoscritto l’atto di nascita ottenuto nel paese estero, in qualità di genitori. Come ho detto sopra, infatti, saranno proprio le corti di giustizia ad ammettere ciò che il legislatore non avrà ritenuto di prevedere. Basti pensare ad alcuni orientamenti giudiziari di apertura verso la pratica dell’utero in affitto, che auspicano – vedi Tribunale di Napoli del 17 luglio 2015 – che siano ammessi in Italia «progetti di genitorialità privi di legami biologici con il nato» diversi dall’adozione; ovvero la sentenza del tribunale di Varese del 7 novembre 2014 che sostiene che è divenuto irrilevante il metodo di concepimento e che dunque le false dichiarazioni rese dai falsi genitori a un pubblico ufficiale siano da ritenersi un danno innocuo e quindi non punibile. Tutto ciò consentirà a due partner omosessuali di “procurarsi” facilmente un figlio. Vediamo come: uno dei partner omosessuali di un’unione civile si “procurerà” un figlio all’estero, comprando l’utero di una donna, poi una volta giunto in Italia con il bimbo, tramite la stepchild adoption, consentirà al proprio partner di diventare genitore adottivo. Certamente interverrà il controllo dei giudici, ma tale controllo invece di tranquillizzare preoccupa, perché se già ora che non vi è una legge che prevede la stepchild adoption alcuni tribunali (vedi ad esempio quello dei minori di Roma e Corte d’Appello di Roma) hanno ammesso l’adozione del figlio del partner omosessuale, figuriamoci cosa accadrà nel momento in cui vi sarà una base normativa di riferimento, che ammetterà la stepchild adoption. Il criterio ermeneutico “the best interest of the child”, ossia il superiore interesse del minore, che è alla base dell’istituto dell’adozione, sarà gravemente disatteso. La stepchild adoption sarà una scorciatoia legislativa per far giungere velocemente all’adozione i “civiluniti” aggirando la disciplina prevista dalla legge 184/1983.

Che peso hanno le corti di giustizia in tutto questo?
Hanno un peso notevole. Molte sentenze stanno riscrivendo il diritto di famiglia con lo scopo di privatizzare e rendere sempre più fluidi i rapporti familiari, così da favorire l’avvento di una “famiglia on demand” in cui si potrà scegliere di entrare e uscire a piacimento quante volte si vorrà da un tipo di famiglia che si potrà scegliere tra una varietà di modelli, in base ai propri desideri e ai propri gusti sessuali. Alcuni giudici si sentono artefici del cambiamento sociale facendo un uso tecnocratico e ideologico del diritto, cioè usandolo come strumento, non per leggere il reale ma per cambiare la realtà e il corso della natura; il diritto diventa, pertanto, il mezzo per propiziare una società finta e artificiale. Un elemento di viva preoccupazione desta constatare la posizione di molti giudici schierati a favore della vergognosa pratica della stepchild adoption.

Una regolamentazione delle unioni omosessuali ce la chiede l’Europa?
No. Non è per niente vero. Non esistono, infatti, disposizioni che trasferiscano all’Unione Europea le competenze in materia di diritto di famiglia nazionale. Il diritto di famiglia sostanziale è di competenza esclusiva degli Stati membri. Tuttavia, l’Unione Europea ha una competenza concorrente con quella degli Stati membri nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, dove Bruxelles ha ricevuto dai trattati l’incarico di sviluppare la cooperazione giudiziaria in materia civile (compresa la famiglia) con implicazioni transfrontaliere. Ciò, però, non significa assolutamente che l’Europa ci imponga le unioni gay. Non esiste un consenso tra i vari Stati nazionali sul tema delle unioni omosessuali, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo – sul presupposto del margine di apprezzamento conseguentemente loro riconosciuto – afferma che sono riservate alla discrezionalità del legislatore nazionale le eventuali forme di tutela per le coppie di soggetti appartenenti al medesimo sesso. La stessa sentenza Schalk and Kopf contro Austria, infatti, pur ritenendo possibile un’interpretazione estensiva dell’art. 12 della Corte europea dei diritti umani, che prevede il diritto di contrarre matrimonio anche alle coppie omosessuali, chiarisce come non derivi da una siffatta interpretazione una norma impositiva per gli Stati membri.

È vero che l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani perché non ha nel suo ordinamento una disciplina che regolamenti le unioni omosessuali?
È vero. La Corte europea dei diritti umani, con decisione del 21 luglio 2015 Oliari e altri contro Italia, ha condannato l’Italia, ma è anche vero che il governo italiano non ha presentato appello contro la sentenza che condanna l’Italia per il mancato riconoscimento delle convivenze omosessuali. Il termine per l’appello è scaduto il 21 ottobre 2015 e la sentenza è ora diventata definitiva. Non aver appellato la sentenza è stata una decisione incomprensibile, che tra l’altro ha come conseguenza l’obbligo per l’Italia di pagare immediatamente la multa inflitta dalla Corte, a danno dei contribuenti. Gli Stati appellano quasi sempre le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e quella del governo Renzi è una scelta ideologica che mostra chiaramente da che parte sta. Peraltro, a fronte di interpretazioni aberranti della sentenza Oliari, occorre sempre ricordare che questa Corte non ha affatto ingiunto all’Italia di approvare leggi come la Cirinnà, che parificano le unioni omosessuali ai matrimoni. La Corte afferma che gli Stati europei sono tenuti a riconoscere i “diritti fondamentali” dei conviventi omosessuali, ma sulle forme di questo riconoscimento lascia piena libertà a ciascuno Stato. E la sentenza afferma esplicitamente che non c’è alcun obbligo d’includere in questo riconoscimento l’adozione. È utile rilevare, inoltre, che nell’attuazione del loro obbligo positivo ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione, gli Stati godono di un certo margine di discrezionalità. Qualora non vi sia accordo tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa, com’è il caso del matrimonio tra coppie omosessuali, in particolare quando la causa solleva delicate questioni morali o etiche, il margine sarà più ampio (si vedano X, Y e Z contro Regno Unito, 22 aprile 1997, § 44, Reports 1997-II; Fretté c. Francia, n. 36515/97, § 41, CEDU 2002-I; e Christine Goodwin, sopra citata, § 85). Il margine sarà usualmente ampio anche quando si richiede allo Stato di garantire l’equilibrio tra opposti interessi privati e pubblici o tra diritti della Convenzione (si vedano Fretté, sopra citata, § 42; Odièvre c. Francia [GC], n. 42326/98, §§ 44 49, CEDU 2003 III; Evans c. Regno Unito [GC], n. 6339/05, § 77,CEDU 2007 I; Dickson c. Regno Unito [GC], n. 44362/04, § 78, CEDU 2007 V; e S.H.e altri, sopra citata, § 94). Concludendo, si può pertanto ribadire che l’Italia è sovrana nel decidere come regolamentare le coppie di conviventi omosessuali.

La Corte costituzionale italiana con le sentenze numero 138/2010 e 170/2014 ha obbligato il Parlamento a dare regolamentazione giuridica alle unioni di persone dello stesso sesso?
No. La Corte costituzionale non pone alcun obbligo al Parlamento a disciplinare le unioni di persone dello stesso sesso. Come afferma la stessa Corte «spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette». Il Parlamento è libero, pertanto, di regolamentare o meno tali unioni, senza alcun limite di tempo. La sentenza della Corte costituzionale n. 138/2010 ha, peraltro, ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis del codice civile in riferimento agli articoli 2, 3, 29 e 117 primo comma della Costituzione, nella «parte in cui, sistematicamente interpretati, tali articoli non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso».

La nozione di matrimonio.
Con buona pace di alcuni giuristi, che vorrebbero reinterpretare il dettato costituzionale sulla famiglia, è bene precisare che durante i lavori preparatori della Carta costituzionale la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito, benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta. I costituenti, elaborando l’articolo 29 della Costituzione, tennero conto di un istituto che aveva una precisa conformazione e un’articolata disciplina nell’ordinamento civile. Essi ebbero presente, infatti, la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. Ciò è stato ribadito sia dalle sentenze della Corte costituzionale numeri 138/2010 e 170/2014 e anche dalla recente sentenza del Consiglio di Stato del 26 ottobre 2015 n. 4.897, in cui si afferma che il matrimonio omosessuale deve intendersi incapace, nel vigente sistema di regole, di costituire tra le parti lo status giuridico proprio delle persone coniugate (con i diritti e gli obblighi connessi) proprio in quanto privo dell’indefettibile condizione della diversità di sesso dei nubendi, che il nostro ordinamento configura quale connotazione ontologica essenziale dell’atto di matrimonio. Prova di ciò è che anche il secondo comma dell’articolo 29 della Costituzione, che afferma il principio dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale. Si deve ribadire, dunque, che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto.

Foto Ansa
Giancarlo Cerrelli - 23 gennaio 2016
fonte: http://www.tempi.it

22/01/16

IMMIGRAZIONE - Migranti, la Turchia alza il tiro: "Non bastano 3 miliardi di euro"


Davutoglu a Berlino dalla Merkel: "Quella degli immigrati non è una crisi turca". Ma la Turchia è il primo Paese a favorire l'invasione in Europa


La Turchia adesso alza il tito. I tre miliardi di euro stanziati a novembre dall'Unione Europea per aiutarla a fermare il flusso di immigrati verso il Continente non le bastano. 




Nel giorno dell'incontro con la cancelliera Angela Merkel a Berlino, il primo ministro turco Ahmet Davutoglu ha messo in chiaro che quella degli immigrati "non è una crisi turca". E, per questo, dovrà essere l'Europa a doversene fare carico. Peccato che la linea di Recep Tayyip Erdoğan sia proprio quella di lasciar passare tutti gli stranieri che si affacciano in Turchia per raggiungere il Vecchio Continente.

"La Turchia è il Paese più colpito dall'arrivo di migranti", ha tuonato Davutoglu spiegando che la Turchia non sta "esportando una crisi, ma una crisi è stata esportata in Turchia. Ora è diventata una crisi europea". "La Turchia - ha continuato - ospita 2,5 milioni di rifugiati dalla Siria e altri 300mila dall'Iraq. La Turchia ha speso circa 10 miliardi di dollari per i rifugiati. Ci sono molte cose da fare, insieme alla Ue e alla comunità internazionale. Ma nessuno può aspettarsi che la Turchia si prenda tutto il carico da sola". Tanto che, a proposito dell'assistenza finanziaria disposta dall'Unione europea, il premier turco ha messo in chiar che 3 miliardi di euro "servono solo a dimostrare la volontà politica di condividere il carico". "Nessuno sa quando durerà - ha concluso - non stiamo elemosinando soldi all'Unione europea. Ma se c'è una seria volontà di affrontare insieme la questione, dobbiamo sederci e parlare di ogni dettaglio della crisi".

In Europa sono molti i politici pronti ad aprire i portafogli per foraggiare la Turchia. "Noi europei - spiega il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, in un'intervista rilasciata al settimanale Der Spiegel - dobbiamo dare al più presto miliardi a Turchia, Libia o Giordania e dobbiamo investire in altri Paesi della regione, ciascuno per quanto può". Solo lo scorso anno sono arrivati in Europa oltre un milione di immigrati. Più di 700 sono morti nella traversata del Mar Egeo dalla coste della Turchia alla Grecia. Oggi ne sono morti altri 42 davanti all'isola greca di Kalolimnos. Una mattanza che trova colpe anche ad Ankara. Il doppio gioco di Erdogan non limita, infatti, ai soli rapporti con i miliziani dello Stato islamico. Il confine siriano non è presidiato né in entrata né in uscita. E, mentre a Bruxelles perdono tempo a decidere se abolire o meno Schengen, dalla Turchia il flusso di immigrati non si arresta.

- Ven, 22/01/2016  
fonte: http://www.ilgiornale.it/ 

 

MARÒ, J’ACCUSE DELL’EX MINISTRO TERZI: “IL GOVERNO TACE SULLE PROVE DI AMBURGO”




marò


La calendarizzazione della Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja sul caso Marò, che ha confermato il 30-31 marzo come data dell’udienza sulle misure provvisorie in merito al rientro in Italia di Salvatore Girone, ma che fissa al 2018 un eventuale pronunciamento sulla competenza giuridica tra Italia e India rispetto al caso, ha riproposto con forza il tema delle lungaggini e delle ombre che circondano la storia dei nostri fucilieri di Marina. In Terris ha contattato, per un parere, l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, in carica all’epoca dei fatti. Durante la gestione della crisi ed approfittando di un permesso elettorale ottenuto dai due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, il ministro Terzi l’11 marzo 2013 annunciò – d’intesa con il governo Monti – che i due fucilieri non avrebbero fatto ritorno in India alla scadenza del permesso. Ma il 21 marzo successivo, con un comunicato stampa, Palazzo Chigi decise di rinviare in India i due fucilieri. Il 26 marzo 2013, Terzi comunicò alla Camera, in diretta televisiva, le sue dimissioni dalla Farnesina a causa del suo dissenso con la posizione del governo. Il 29 marzo 2013, in un’intervista ad un programma giornalistico Mediaset, a proposito di questa vicenda, denunciò di aver ricevuto pressioni per autorizzare il rientro dei due marò in India, pressioni che rifiutò e che portarono alle sue dimissioni.
Insomma, da quel lontano 15 febbraio 2012 quando scoppiò il caso Lexie i nostri marò sono sostanzialmente prigionieri e sub iudice. E adesso la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja ha calendarizzato la possibile decisione addirittura al 2018. Che ne pensa di tutta la vicenda?
“Si sapeva che la procedura arbitrale avrebbe richiesto tempi lunghi, e più tardi si parte più tardi si arriva. Ma va ricordato che la procedura arbitrale era stata avviata nel marzo 2013 quando il governo Monti prese la decisione e annunciò urbi et orbi, a tutto campo, persino alle Nazioni Uniti nonché ai partner internazionali i motivi tecnici e politici per i quali i marò sarebbero stati trattenuti fino a che ci fosse stata una decisione arbitrale sulla giurisdizione. Parliamo di tre anni fa, e avevamo avviato a quel punto tutto il percorso. Ci sono i comunicati sul sito del ministero ancora datati 11 e 18 marzo 2013”.
Poi tutto si è interrotto. E l’arbitrato è rispuntato pochi mesi fa…
“Si sono aspettati due anni e mezzo per rifare l’arbitrato, in modo inspiegabile; tutti i governi che si sono succeduti hanno dichiarato di volerlo far partire subito, ma invece non partiva mai. Ritardi che si sommano alle lungaggini burocratiche e giuridiche, e che hanno portato alla situazione di oggi”.
Come mai non è partita la Commissione d’inchiesta parlamentare invocata da diverse forze politiche per fare luce sulle reali responsabilità di certe decisioni?
“È una cosa veramente sorprendente, perché la volontà di fare pulizia ci rafforzerebbe come immagine internazionale in modo straordinario, e ci rafforzerebbe anche nei confronti dell’India”.
La scorsa estate ad Amburgo sono state presentate documentazioni che alleggeriscono molto la posizione dei marò. Perché non se ne parla?
“Siamo in tanti a ritenere quei documenti di grande importanza, anche nel mondo degli internazionalisti che hanno seguito questo caso sin dall’inizio. Ciò che è venuto fuori in agosto, ad Amburgo, ha dimostrato in modo irrefutabile che non c’è stato un incidente dove son morti due pescatori, ma che quelle morti sono avvenute a distanza di decine di miglia da dove si trovava la Lexie; non solo ma l’autopsia ha fatto vedere che i proiettili che hanno ucciso i pescatori sono di calibro diverso da quelli utilizzati dalle nostre forze armate, e anche che c’è stata un’azione volutamente vessatoria nei confronti dell’unità navale italiana per farla entrare in acque territoriali indiane. Insomma, una caterva di documenti e di prove che però non sono state utilizzate dal governo italiano”.
Potrebbe dunque essere tutta una vicenda montata ad arte?
“Io sono convinto che è stato un fatto montato ad arte, in modo manifesto da parte di Nuova Delhi, per dimostrare per loro motivi politici interni che avevano preso subito i responsabili della morte in mare di due cittadini indiani. E invece così non era”.
Ora comunque siamo costretti a guardare al 2018…
“Al punto in cui sono arrivate le cose, il governo pur avendo iniziato la procedura di arbitrato, dovrà aspettare. Questa infatti verte su chi avrà la competenza giurisdizionale, ma non è che una volta che si saprà di chi è la giurisdizione si arriverà a conclusione. Da quel momento andrà incardinato il processo vero e proprio, con un’azione giudiziaria sul merito. Andremo ben oltre il 2018…”
Insomma, ci sono le prove che i marò sono innocenti ma dobbiamo aspettare altri anni per farle valere. E uno di loro è ancora prigioniero. Cosa dovrebbe fare l’Italia?
“È incredibile, secondo me e secondo tanti osservatori, che da parte governativa italiana non ci sia mai stata da agosto a oggi una sola voce che abbia detto i marò non c’entrano nulla con questa storia, e che devono tornare. Palazzo Chigi dovrebbe prendere una posizione ufficiale con la quale dire: abbiamo avviato l’arbitrato, ma riteniamo nostra ferma posizione che siano due soldati italiani innocenti, mantenuti in una situazione di grave danno per tutti. Credo che affermare questa posizione netta, chiara, tratta dalle conclusioni dalla carta che il governo italiano ha visto esibire ad Amburgo, possa essere fondamentale anche nella decisione di marzo sul rientro o meno in patria dei nostri fucilieri. Com’è che questo non è stato ancora fatto a sei mesi di distanza?”
Interrogativi che, alla luce anche delle dichiarazioni fatte all’epoca del presunto abbordaggio, e delle scelte governative successive, possono assomigliare addirittura a domande retoriche. Intanto i marò restano appesi a una procedura che, lo ricordiamo per chi l’avesse dimenticato, se mai dovesse passare la linea indiana potrebbe portare addirittura alla loro condanna a morte. Ecco perché averli rispediti al mittente è stato il secondo (il primo fu far attraccare la Lexie in India) e più grave errore di tutta questa complicata quanto nebulosa vicenda italiana. Un altro mistero, tra i tanti che, purtroppo, costella la nostra Repubblica.

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21/01/16

Marò: ancora più di due anni per chiudere l’arbitrato





ANSA – Ci vorranno almeno altri due anni e mezzo per sapere come finira’ la vicenda dei due marò. I tempi  dell’arbitrato internazionale, cui è ricorsa l’Italia dopo oltre tre anni di nulla di fatto nel tentativo di un accordo con l’India, sono infatti lunghi e non termineranno prima dell’agosto del 2018. L’indicazione che ha innescato nuove polemiche – Forza Italia parla di “tempi folli” – emerge dal calendario fissato dal Tribunale arbitrale nella prima riunione procedurale, svoltasi l’altro ieri e le cui decisioni sono state pubblicate oggi.
Il caso dei due fucilieri sparisce intanto dal testo di una risoluzione sui ‘cittadini europei prigionieri in India’ che sarà presentata domani all’europarlamento. La loro vicenda, che insieme a quella di altri 6 soldati britannici e 14 estoni, era prevista nel testo del documento è stata stralciata alla vigilia.
Per evitare che inquinasse i già tesi rapporti con Delhi, e’ la versione ‘soft’, mentre un’altra lettura fornita da altre fonti parlamentari parla della contrarietà degli altri Paesi interessati – lettoni in prima linea – a veder accomunare i casi dei loro militari accusati di reati meno gravi con quello dei due fucilieri italiani, su cui pesa un accusa penalmente più rilevante, quella di omicidio.

 

Il testo – il cui titolo è passato da ‘Risoluzione sui cittadini Ue prigionieri in India, in particolare italiani, estoni e britannici’ a ‘Risoluzione sui marinai estoni e britannici prigionieri in India’ – è firmato da PPE, S&D, ALDE, Conservatori e EFDD. Pur sottoscritto dai principali gruppi dell’emiciclo, la risoluzione potrebbe essere comunque ritirata domani prima del voto perché considerata troppo blando.
Anche se i marò sono stati cancellati dalla risoluzione comune del Parlamento Ue, la Lega Nord “discuterà” del caso domani nella plenaria, ha promesso l’eurodeputato del Carroccio Mario Borghezio. Tornando al lavoro del tribunale arbitrale piu’ a stretto giro si dovrebbe invece sapere se Salvatore Girone, il fuciliere ancora a New Delhi dopo il rientro in Italia di Massimiliano Latorre per problemi di salute, potrà lasciare l’India e attendere la fine della procedura in Italia.

 

Il Tribunale ha infatti confermato che esaminerà – come anticipato dall’ANSA nei giorni scorsi – la richiesta italiana di farlo rientrare in Patria il 30 e 31 marzo prossimi. In quella sede si dovrà decidere se il marò, ancora in libertà vigilata in India, potrà tornare e rimanere nel suo Paese per tutta la durata della procedura arbitrale. Su questo punto il Tribunale dovrebbe decidere in un paio di settimane.
Il governo italiano aveva chiesto il 12 dicembre scorso al Tribunale “di riconoscere e proteggere alcuni diritti fondamentali (del Fuciliere di Marina) anche prima della soluzione definitiva della controversia”. Controversia che vede l’Italia e l’India contendersi la giurisdizione del caso che vede Girone e Latorre accusati da Delhi di aver ucciso due pescatori indiani il 15 febbraio 2012 in un’operazione antipirateria a bordo dell’Enrica Lexie al largo del Kerala.

 

Tornando alla procedura arbitrale, secondo quanto stabilito lunedì dal Tribunale, l’Italia dovrà presentare una Memoria scritta – con la propria esposizione dei fatti e la propria richiesta al Tribunale – il 16 settembre 2016, mentre l’India presenterà la sua il 31 marzo 2017.
Di seguito è prevista una replica italiana il 28 luglio 2017 e, ancora, una controreplica indiana l’1 dicembre 2017. A quel punto, nel caso Delhi abbia presentato obiezioni di giurisdizione o ammissibilità, il governo italiano avrà ancora la possibilità di contro-replicare il 2 febbraio 2018. Il Tribunale, secondo le regole stabilite, avrà quindi sei mesi di tempo per decidere, arrivando così all’estate del 2018, ma si riserva di poter allungare i tempi per la presentazione delle rispettive dichiarazioni “in accordo con le Parti”.

 

“Trentadue mesi per concludere la procedura arbitrale sono una follia”, tuona Elvira Savino, deputata pugliese di Forza Italia, sottolineando che “questo lunghissimo lasso di tempo non farà che aumentare la preoccupazione dei due nostri fucilieri di Marina e delle loro famiglie che aspettano da anni giustizia”.
“Lunghi o corti che siano – ha tagliato corto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni – sono i tempi della giustizia arbitrale. Noi ci auguriamo che questo periodo possa vedere Latorre e Girone in Italia. Su questo ci sarà una prima riposta del tribunale arbitrale a marzo”.
Foto: Ansa, Lapresse, Difesa.it e Reuters

di Redazione 21 gennaio 2016
fonte: http://www.analisidifesa.it

20/01/16

I “surreali” pm di Bologna e la domanda sul ruolo dei magistrati che il Pd comincia a porsi




Il potere stantio del Csm, le correnti e la riforma che Renzi deve fare

Lo hanno capito anche a sinistra, forse. Lo hanno capito anche i vecchi nemici di Silvio Berlusconi, ora, e lo dicono sottovoce ma con convinzione, con aggettivi che lampeggiano come fulmini e accuse che rimbombano come tuoni. E lo fanno, a sinistra, anche se le parole e le imputazioni, vostro onore, sono le stesse che un tempo il Cavaliere lanciava tra i buuu, gli ululati e i fischi dell’intellighenzia progressista. La notizia è grossa e vale la pena di essere approfondita perché riguarda uno storico e insidioso tratto identitario della sinistra, oggi in trasformazione, che è quello del rapporto tra gli eredi del Pci, ora Pd, e la magistratura democratica. Sul piano legislativo c’è ancora molto da fare, ovvio, e le dichiarazioni di guerra inviate gentilmente dal governo al mondo della magistratura, finora, riguardano più la forma che la sostanza e più i simboli che la struttura. Ma nelle ultime settimane, rullo di tamburi, è successo che la sinistra di lotta e di governo si è ritrovata per varie ragioni a sospettare che la vecchia accusa berlusconiana relativa a una magistratura che agisce con finalità politiche non era forse campata così per aria. La storia più recente, clamorosa è quella che riguarda la scelta di Magistratura democratica – corrente di sinistra del mondo togato – di prendere esplicitamente posizione contro il governo, contro Renzi e i suoi alleati, decidendo di sostenere direttamente il comitato referendario per il No al referendum sul ddl Boschi, in nome di una doverosa e necessaria “resistenza costituzionale”. Dunque la domanda. Con lo stesso criterio con cui un tempo ci si poteva chiedere se fosse possibile riconoscere fino in fondo il principio di terzietà in un gruppo di magistrati che sceglieva deliberatamente di impegnarsi politicamente, allo stesso modo oggi nel mondo renziano ci si inizia a chiedere se non avesse ragione Berlusconi quando si chiedeva se “un paese dominato dal predominio arbitrario di un nucleo di magistrati collocato nel cuore dello stato, dotato di un enorme potere, non sottoposto di fatto a nessun controllo, del tutto autoreferenziale e per niente legittimato da una elezione democratica”. (Domanda maliziosa: qualora un magistrato di Md dovesse aprire un’indagine su un qualche volto vicino al governo, potrà mai essere considerato pienamente super partes ora che Md è scesa ufficialmente ed esplicitamente in campo contro le politiche del governo?). Nelle ultime settimane, però, più che da Palazzo Chigi, le parole più dure pronunciate a sinistra contro l’attivismo della magistratura sono arrivate da una gauche particolare e importante come quella bolognese, in seguito a un piccolo caso di cronaca locale. A inizio gennaio i pm di Bologna hanno querelato per diffamazione i capigruppo di Pd e Sel a Palazzo d’Accursio, che avevano definito “folle, surreale e ridicola” un’indagine a carico del sindaco Merola (Pd) e dell’assessore al Welfare Amelia Frascaroli, accusati di abuso d’ufficio per aver riallacciato l’acqua in alcuni stabili occupati illegalmente a Bologna, in via De Maria e via Fioravanti.
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 Il caso ha assunto un certo rilievo non tanto per l’indagine in sé quanto per il diritto reclamato ad alta voce dal Pd bolognese di poter criticare liberamente e apertamente l’azione di una procura della Repubblica. Sarà perché in Emilia Romagna, negli ultimi anni, le procure hanno influenzato con forza l’azione della politica. Sarà perché l’Emilia Romagna è una regione in cui un governatore di sinistra (Vasco Errani) si è dimesso per un’inchiesta che poi nel tempo si è rivelata inconsistente. Sarà perché l’Emilia Romagna è una ragione in cui la procura ha avuto un peso anche nella scelta dei candidati alle successive primarie (Matteo Richetti, antagonista dell’attuale governatore Stefano Bonaccini, fu costretto a ritirarsi dalle primarie in seguito a un’inchiesta che poi si è rivelata inconsistente). Sarà per questo e molto altro, ma il fatto è che l’indagine sul sindaco e il suo assessore è stata un detonatore dell’insofferenza dem rispetto all’attivismo dei pm. E a far saltare definitivamente il tappo è stato, udite udite, l’ex premier Romano Prodi, con un intervento su Repubblica (Repubblica!). Senso dell’intervento: la magistratura non è intoccabile, va rispettata ma quando serve va anche criticata. “Ho seguito con un certo interesse lo svolgersi dei rapporti fra autorità politica e giudiziaria della nostra città… devo confessare che mi sono rimasti parecchi punti di difficile comprensione in entrambi gli episodi che sono oggi all’attenzione dell’opinione pubblica… trovo una certa differenza fra chi urla all’arbitro di mettere gli occhiali e chi gli dà del venduto”. A Prodi, sempre su Repubblica, qualche giorno dopo risponderà in modo più esplicito il professor Piero Ignazi, ex direttore del Mulino, secondo il quale “il fenomeno di delega alla magistratura da parte della politica parte da lontano… io credo sia molto utile una riflessione in questo momento perché ci sono tra politica e magistratura asperità irrituali… Non so se si tratti di un fenomeno limitato a Bologna, perché in generale risale a vecchi problemi di delega alla magistratura da parte della politica”. Prodi e Ignazi non arrivano a sostenere la tesi di Raffaele Cantone e non arrivano a dire che i problemi della magistratura sono il Csm – “un centro vuoto di potere”, le correnti, “diventate come un cancro”, e alcune correnti in particolare, come  Md, che “utilizzano la giustizia come lotta di classe”. Ma se il mondo democratico, ora che lo spettro berlusconiano non fa più paura come un tempo, volesse davvero fare un passo in avanti per anestetizzare la supplenza della magistratura non può che partire dall’origine dei problemi e dalle ambiguità e dalle irritualità evidenti che nascono nel momento in cui si dà la possibilità ai magistrati di fare esplicitamente politica attraverso l’attività delle loro correnti, prendendo per esempio posizione su questioni che riguardano il potere legislativo e non quello giudiziario e rinunciando di fatto a essere percepiti come delle figure terze e neutrali. 
Il presidente del Consiglio ha mostrato in più occasioni di nutrire un sentimento di viva insofferenza nei confronti dell’attivismo della magistratura e in alcune circostanze (alcune) ha dato prova di voler riequilibrare a vantaggio della politica lo sbilanciamento esistente nei rapporti tra politica e magistratura. Agire sulla responsabilità civile e sulle ferie però non basta, naturalmente, e per riequilibrare una volta per tutte il rapporto tra giudici e politica la scelta più ovvia sarebbe quella di fare un passo per eliminare le correnti della magistratura. E con la stessa logica con cui il governo è riuscito a limitare il potere di veto dei sindacati dei lavoratori restringendo sempre di più il perimetro della concertazione, allo stesso modo l’unica mossa che potrebbe permettere di svolgere “una riflessione sul perché ci sono tra politica e magistratura asperità irrituali” è intervenire con in maniera non simbolica, ma strutturale, su quel “centro vuoto di potere” che è il Csm.
 Le correnti, oggi, hanno un senso nella magistratura perché ci sono alcuni ruoli che si raggiungono più per questioni correntizie che per questioni meritocratiche. Basterebbe dunque far sì che l’appartenenza alle correnti cessasse di essere conveniente – per esempio sorteggiando i consiglieri del Csm e non più eleggendoli seguendo la logica del Cencelli – per rendere inutile la presenza delle correnti. L’attuale equilibrio del Csm, dove i membri laici, approfittando della litigiosità dei membri togati, giocano un ruolo cruciale e spesso determinante che dà buon margine di manovra alla politica e ovviamente indirettamente al governo, potrebbe indurre a posticipare nel tempo la riforma del Csm. Renzi potrà giocare ancora a lungo con tutti i simboli che vuole. Ma senza toccare il Csm e il suo, diciamo così, odore stantio di correnti, continuerà a non toccare uno dei grandi problemi dell’Italia. E fino a che ci saranno le correnti della magistratura ci saranno sempre governi che a un certo punto della storia si chiederanno se è un paese normale, e democratico, quello in cui magistrati e giudici in attività si schierano contro una forza politica in nome di una ultra politica “resistenza costituzionale”. No riforma del Csm, sì party dei magistrati, caro Renzi.

di Claudio Cerasa | 20 Gennaio 2016  
fonte: www.simofin.com

IL SEQUESTRO DEI FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE - UN NUOVO SURREALE RINVIO DOVUTO AD UNA CLASSE POLITICA SURREALE





19 Gennaio 2016
Stefano Tronconi

Sulla base delle più elementari leggi della probabilità statistica se la gestione della vicenda marò fosse stata affidata anziché alla classe politica italiana ad un 'nulla-sapente' che, svegliandosi ogni mattina avesse deciso a caso la strategia da seguire nella vicenda, entrambi i fucilieri di marina sarebbero verosimilmente già a casa da tempo prosciolti da ogni accusa falsa ed infamante.
Invece l'hanno gestita una miriade di personaggi – politici e non – dotati di scarsa intelligenza e conoscenze, non in grado di relazionarsi a livello internazionale e afflitti dai tipici conflitti di interesse che derivano dal far parte di una casta aggrappata al potere.
Con il risultato che Salvatore Girone taglierà anche il traguardo dei quattro anni di sequestro in terra indiana pur essendo del tutto innocente.
La notizia di ieri che il Tribunale Arbitrale discuterà della richiesta di rimpatrio per Salvatore Girone solo il prossimo 30 e 31 Marzo altro non è che una nota a margine degli ultimi eventi già scontata. E' infatti la naturale conseguenza del fatto che l'udienza della Corte Suprema indiana della scorsa settimana sia andata ancora una volta a vuoto.
Aggiornandosi a fine Marzo il Tribunale Arbitrale dunque altro non ha fatto che sincronizzarsi con il nuovo calendario deciso dalla Corte Suprema indiana che ha rinviato ogni decisione a dopo le elezioni politiche che si dovranno tenere in Kerala tra fine Marzo ed Aprile (la data precisa verrà stabilita nella seconda metà di Febbraio).
Per chi non l'avesse ancora capito, il Tribunale Arbitrale rappresenta oggi lo scudo protettivo dietro cui ha deciso di rifugiarsi il governo Renzi dopo aver clamorosamente 'cannato' l'intera strategia con cui ha gestito la vicenda. Scudo protettivo gentilmente 'regalato' al governo Renzi dall'insipienza e dalla pochezza di tutte le opposizioni politiche oggi presenti in Italia che, in assenza di una qualsiasi strategia, hanno continuato ad invocarlo a gran voce senza comprenderne appieno le conseguenze.
Naturalmente, oltre che per il governo italiano, il Tribunale Arbitrale rappresenta anche lo scudo protettivo dietro cui si è rifugiata l'India per evitare che tutti gli abusi compiuti nei confronti dei due fucilieri di marina venissero alla luce.
Con la sostanziale differenza che, grazie al ricorso al Tribunale Arbitrale che ha 'congelato' i termini della contesa a quanto contenuto nei documenti manipolati prodotti dalla polizia del Kerala, l'India può mantenere il controllo sugli sviluppi della vicenda, mentre all'Italia non rimane che subirli.
Il tutto con grande soddisfazione dell'India che si è trovata a poter governare con maggiore tranquillità una situazione potenzialmente esplosiva e molto imbarazzante senza dover fare alcuno sforzo.
E' stata infatti formalmente l'Italia ad avviare il procedimento arbitrale scegliendo di porre al centro della contesa gli aspetti giurisdizionali a scapito dell'innocenza dei fucilieri di marina cosicché un'ennesimo cambio di strategia dell'Italia (per quanto oggi invocato da qualche politico dell'opposizione sempre fuori tempo) a questo punto è da escludere in quanto farebbe sbellicare il mondo intero dal ridere per l'ennesima prova di incoerenza italiana.
Data la surreale situazione, non rimane dunque che riaggiornare le attese per il ritorno di Salvatore Girone in Italia alla prossima udienza della Corte Suprema indiana prevista per il mese di Aprile dopo che, grazie anche al contributo forse determinante dell'ingenuo (per non dire altro) sen. Nicola Latorre, la scorsa settimana le speranze sono andate deluse.
Speranze che, val la pena ricordare, erano in primo luogo del governo italiano come ci ha informati anche Danilo Taino, ovvero l'unico giornalista italiano che sulla vicenda riceve dal governo italiano imboccate di prima mano. Ha scritto infatti Taino sul Corriere della sera del 14 Gennaio che “durante l’udienza di ieri a Delhi il governo indiano ha un po’ deluso le aspettative di Roma, presentandosi, attraverso l’avvocato dello Stato, senza dire nulla di nuovo.“
Ma come avrebbe potuto il governo indiano dire 'qualcosa di nuovo' dopo essere stato colpito il giorno precedente dal fuoco di sbarramento dell'opposizione indiana a poco più di due mesi dallo svolgimento delle elezioni politiche in Kerala e dopo essere stato messo sulla difensiva per le incaute dichiarazioni del sen. Latorre?
In realtà è stata un'udienza surreale quella del 13 Gennaio scorso al cui avvio l'avvocato di parte italiana si è trovato a dover 'strisciare' di fronte alla Corte Suprema indiana dichiarando che “le affermazioni del sen. Latorre rappresentavano un'opinione personale e che il senatore non faceva parte del governo italiano e che non era intenzione dell'Italia sfidare le decisioni della Suprema Corte” (resoconto ZeeNews del 14 Gennaio).
Un'udienza surreale quella del 13 Gennaio scorso in cui al procuratore aggiunto Pinky Anand che rappresentava il governo indiano non è rimasto altro “chiedere un nuovo rinvio dell'udienza di fronte alla Corte Suprema per ricevere istruzioni in merito alla richiesta del secondo marò sotto inchiesta, Salvatore Girone, di poter tornare a casa” (resoconto Times of India del 14 Gennaio). Si potrebbe dire meno male che è rimasto almeno il procuratore indiano a ricordare che il problema sul tavolo è quello del rientro di Salvatore Girone, mentre i politici italiani sono riusciti solo a fare casino intorno all'irrealistica possibità di un rientro di Massimiliano Latorre.
Un'udienza surreale quella del 13 Gennaio scorso, sfumata nel nulla per colpa di una classe politica italiana, che definire lei stessa surreale è poco. Una classe politica che non solo ha dimostrato di non essere in grado di capire e di operare, ma neppure di starsene zitta quando il momento lo richiederebbe.
Ma in fondo in questa vicenda dei due fucilieri di marina accusati di un crimine da loro mai commesso tutto è stato surreale fin dal primo giorno. Chi può dunque ancora stupirsene?

Marò in India - "L'eterna agonia dei marò: arbitrato internazionale non prima del 2018"


La corte dell'Aja ha definito il calendario del processo arbitrale. Si prevede una conclusione non prima del 2018, ma potrebbe essere rimandata ancora



L'eterna, patetica, vicenda dei marò non finirà prima di agosto 2018. Altri due anni, insomma, nell'attesa che i giudici della corte dell'Aja si pronuncino sulla più grottesca vicenda internazionale degli ultimi anni.




Grottesca e offensiva, per l'Italia e per i suoi soldati che si sono trovati all'interno di qualcosa di più grande. Più grande di loro erano le lotte intestine per le elezioni indiane che spinsero il governo di allora a cercare in tutti i modi di processare i marò in India; più grande di loro è stata l'incapacità di tre governi italiani nel gestire la vicenda; più grande di loro, infine, è (e sarà) l'elefantica lentezza della giurisdizione internazionale.
Oggi, infatti, è stato pubblicato il calendario che il Tribunale arbitrale ha redatto il 18 gennaio nella prima riunione procedurale. Per arrivare al verdetto, quale che sia, l'Aja se la prende (molto) comoda. La fine del tunnel non arriverà prima dell'agosto 2018. Esatto: 2018. Altro che "rapida soluzione" come avevano promessa prima Letta, poi Renzi e Pinotti. Quando arriverà la fine dell'estate 2018, i marò spegneranno per la sesta volta le candeline della prigionia in territorio indiano. Sei anni. Vi pare normale? No. Non si conosce precedente simile, con un Paese costretto a lasciare (e incapace di fare altrimenti) due soldati in mano a un Paese estero, quando ogni regola internazionale vorrebbe che a giudicare i marò fosse un tribunale italiano. Inutile ripercorrere tutte le tappe, dalle perizie che scagionano i due fucilieri di marina ai continui rinvii della corte del Kerala. Il passato è passato, ma il futuro è forse peggiore. Se non fosse che rimane la speranza di una conclusione positiva e del rientro in Patria.
Massimiliano Latorre ha pubblicato questa mattina su Facebook una foto con alcuni amuleti, scrivendo speranzoso: "Lunedì 18 Gennaio 2016: oggi inizia un altra fase". Non è servito a molto. Questa, ulteriore fase durerà troppo a lungo. I prossimi appuntamenti che Latorre e Girone sono costretti a segnare in agenda sono il 16 settembre 2016, quando l'Italia dovrà presentare la sua versione dei fatti in una memoria. L'India farà lo stesso il 31 marzo 2017. E così di mese in mese, arriverà la replica dell'Italia il 28 luglio 2017 e la controreplica indiana il 1 dicembre 2017. Ma non è finita qui.
Il governo indiano, infatti, potrà presentare obiezioni di giurisdizione e ammissibilità che potrebbero far slittare tutto. In caso contrario (ma sembra difficile possa accadere), l'Italia potrà mettere subito agli atti la sua contro-replica il 2 febbraio 2018. A quel punto, raccolti tutti i dati e i punti di vista, il Tribunale dovrà emettere un giudizio entro sei mesi. E così si arriva all'agosto del 2018. Bene, ma non benissimo. Una clausola, infatti, permette al Tribunale dell'Aja di allungare i tempi "in accordo con le Parti" per permettere a Roma e Delhi di avere più tempo per presentare le relative dichiarazioni.
Più rapida, invece, dovrebbe essere la decisione sulla sorte di Salvatore Girone, per cui l'Italia aveva chiesto il rientro in Italia. L'udienza è fissata per il 30-31 marzo 2016. Una magra consolazione, in attesa di un giudizio che sembra davvere non arrivare mai. E le colpe di tutto ciò sono diffuse. Soprattutto a livello governativo.

Giuseppe De Lorenzo - 20 gennaio 2016
fonte: http://www.ilgiornale.it

19/01/16

L’UNIONE OMOSESSUALE NON È UN MATRIMONIO



L’intervista al Presidente Emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli: no a "forzature" e "garbugli" giuridici per assimilare discipline che devono restare distinte



Mentre è ormai imminente – il prossimo28 gennaio  – la discussione al Senato del disegno di legge che porta il nome della relatrice in Commissione Giustizia, la parlamentare del Pd Monica Cirinnà, le polemiche non si placano, anzi. In prima linea, contro il testo di legge così com’è, i cattolici, ma non soltanto. Anche i giuristi costituzionalisti più autorevoli. Per rispettare i dettami costituzionali, dicono, non basta stralciare la parte, contestatissima, che riguarda il cosiddetto Stepchild Adoption, il diritto di adozione per uno dei due partner della coppia omosessuale di adottare il figlio dell’altro.
Tutta la prima parte del disegno di legge, Capo I, riservata esclusivamente alle unioni civili di coppie omosessuali, e che opera una equiparazione di fatto tra la famiglia fondata sul matrimonio, cioè, sull’unione di un uomo e una donna, tutelata all’articolo 29 della Costituzione, con la cosiddetta “formazione sociale specifica”, l’unione omosessuale, andrebbe disciplinata secondo l’articolo 2 della Costituzione. La seconda parte, Capo II, dedicata alle convivenze di fatto, senza distinzione di sesso, sarebbe sufficiente a disciplinare le unioni di coppie omosessuali senza “forzature” e “garbugli” giuridici ed etico-sociali, che lacerano il tessuto civile. Basterebbe, insomma, ridurre il tasso di politicità che ha assunto il tema nella discussione pubblica, senza pregiudizi e rigidità ideologiche, e costruire soluzioni innovative, nell’eccellente tradizione del diritto italiano, senza trasferimenti di discipline che devono restare separate, anche secondo una giurisprudenza consolidata. A dirlo, tra gli altri, a In Terris, è un giurista d’eccellenza, il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli. È uno schiaffo, giuridico, a chi sostiene che il matrimonio gay sia un diritto.
La Sentenza della Consulta n. 138 del 2010 sembra ribadire che “i coniugi devono essere persone di sesso diverso”. Le unioni di coppie omosessuali, così come disciplinate nel Capo I del ddl Cirinnà, non hanno quindi una legittimità costituzionale?
“L’unione civile non può essere una fotocopia del matrimonio, con un altro nome. Il ddl Cirinnà opera una forzatura legislativa, con continui rinvii al diritto matrimoniale per regolare le unioni di coppie omosessuali, la cui disciplina è pure opportuna e necessaria, ma senza omologazioni contrarie ai dettami della Carta Costituzionale, che è chiara nell’escluderle. La formazione sociale affettiva solidaristica ha un rilievo costituzionale, previsto all’articolo 2. Deve essere disciplinata senza assimilarla alla famiglia, che è regolamentata all’articolo 29″.
Come Lei ha detto, nel disegno di legge si introduce l’espressione “formazione sociale specifica” in sostituzione del termine “famiglia”, che è una “società naturale”, disciplinata all’articolo 29. È un primo passo verso la riforma costituzionale o un modo per arginarla?
“È una premessa, dalle quali non si traggono poi le giuste conseguenze. In quanto formazione sociale, l’unione affettiva solidaristica va regolamentata in modo appropriato, deve essere disciplinata tra i rapporti personali e patrimoniali, di mutua assistenza morale e materiale. Nasce un vincolo solidaristico su base affettiva che non può essere equiparato al matrimonio. Questo non significa ridurre il valore o la tutela, ma rispettare la Costituzione”.
La famiglia è tutelata nella Costituzione nell’interesse prioritario dei minori. Quanto il contestato Stepchild Adoption è stato pensato in questa prospettiva e non, invece, per venire incontro alle pretese di genitorialità di coppie che naturalmente non possono procreare?
“I diritti dei nati, anche fuori dal matrimonio, sono tutelati a tutto tondo nel nostro ordinamento. C’è una disciplina dell’adozione dei minori, anche in caso di abbandono. Un tema così delicato, qual è quello dell’adozione, appunto, andrebbe stralciato da un contesto legislativo che riguarda un altro tema e altri diritti, proprio a salvaguardia dell’interesse prioritario dei minori. Averlo inserito in questo disegno di legge, con una forzatura e un garbuglio, manifesta piuttosto un interesse degli adulti alla filiazione che viene trattato come diritto prioritario e anzi esclusivo. Si assimila il partner della coppia omosessuale al coniuge e il figlio viene trattato quasi come un bene, spalancando le porte alle più varie modalità per procurarsi un figlio”.
In molti, infatti, ritengono che la Stepchild Adoption sia un escamotage per introdurre l’istituto delle adozioni per le coppie omosessuali e di fatto sia un apripista per le inseminazioni eterologhe e le gravidanze surrogate, il cosiddetto “utero in affitto”…
“Sono preoccupazioni che hanno un fondamento, anche giuridico. Il ddl consente l’adozione del figlio del partner, non soltanto che già aveva, ma anche che si “procura”. Il tema delle adozioni, ripeto, va trattato nella sede opportuna, che è appunto la disciplina delle adozioni e il diritto dei minori, nell’interesse di questi ultimi. Non a caso, in questo disegno di legge, la previsione dell’adozione del figlio del partner rinvia alla legge del 1983 sulle adozioni”.
Come andrebbero regolate le unioni omosessuali, in modo da rispettare la Costituzione e per garantire la tutela dei diritti di tutti?
“Il disegno di legge Cirinnà è diviso in due parti. La prima, delle unioni civili, è riservata esclusivamente alle coppie omosessuali e configura uno pseudo-matrimonio. I partner sono assimilati ai coniugi in tutta la disciplina: dalla celebrazione davanti ad un pubblico ufficiale alla presenza dei testimoni, ai rapporti patrimoniali, che possono essere in regime di comunione o di separazione di beni, per il trattamento previdenziale e la reversibilità della pensione, i diritti successori e perfino lo scioglimento con il divorzio. Questa è la parte che produce maggiori lacerazioni nel sentire comune e nel sistema giuridico. Basterebbe stralciarla e lasciare la seconda parte, che disciplina le convivenze di fatto, di persone unite in legami affettivi stabili e di reciproca assistenza morale ed economica, senza distinzione di sesso. Su questa non c’è contrasto e sarebbe sufficiente a dare rilievo e disciplina a tutte le formazioni sociali specifiche, tutelando i diritti e la dignità di tutte le persone”.

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QUEI BAMBINI CHE NON DOBBIAMO VEDERE




Nelle operazioni di propaganda che caratterizzano le crisi dei nostri giorni i bambini hanno un ruolo fondamentale, in fondo lo hanno sempre avuto, per influenzare e spesso fuorviare la nostra percezione degli eventi e le decisioni da assumere in proposito.
Ci sono storie e immagini di bambini di cui media e politica ci fanno fare indigestione e altre che vengono quasi occultate come se non dovessimo assolutamente vederle.
Il bimbo curdo Aylan e altri piccoli sventurati affogati nel naufragio dei barconi e gommoni su cui li avevano imbarcati genitori pronti a tutto e trafficanti senza scrupoli rappresentano lo strumento propagandistico più efficace di un progetto politico teso a indurci ad accettare un’immigrazione illegale selvaggia, rigorosamente gestita dalla malavita. che solo nelle ultime settimane comincia a venire percepita nei suoi reali contorni, cioè come una minaccia globale alla sicurezza e alla stabilità sociale dell’Europa.

 

Nulla di nuovo per noi di Analisi Difesa, che queste cose le diciamo da anni, ma certo una sorpresa per i tanti buonisti nutriti a terzomondismo spicciolo, spot strappalacrime e fiction militar-umanitarie.
I bambini, specie se riversi privi di vita sulle spiagge servono a farci sentire in colpa per non averli accolti prima che affogassero, cioè prima ancora che salpassero dalle coste turche o africane, il che è un paradosso perché dovrebbero in realtà indurci a perseguire con rabbia i loro genitori (che hanno versato migliaia di euro ai trafficanti spesso legati al terrorismo islamici) e soprattutto a reprimere con la massima violenza, anche militare, scafisti e trafficanti che invece continuano a restare di fatto impuniti.
La nostra commozione indotta mostrandoci i cadaveri dei bambini ci porta invece, al contrario, ad accettare come “giusta” l’immigrazione illegale di massa che continua ad arricchire mafiosi e terroristi islamici ma anche tanti ambienti e lobbies molto vicini alla politica che in Italia incassano miliardi per assistere i clandestini.

 

L’altro paradosso è che le immagini riproposte dei bambini, morti o sopravvissuti, servono a coprire una realtà di cui pochi parlano. Quelli che molti continuano a definire furbescamente profughi, rifugiati o migranti (i tedeschi li chiamano più correttamente “fuggiaschi”) invece che immigrati clandestini non hanno nulla in comune con i profughi di guerra che in tutti i conflitti erano per lo più donne, vecchi , bambini e invalidi perché gli uomini validi sono sempre rimasti a combattere, da una parte o dall’altra, per il futuro della loro Nazione.
In queste ondate migratorie oltre il 70 per cento di coloro che arrivano sono uomini tra i 20 e i 40 anni, cioè proprio quelli in età “da soldato”. Per distrarci da questo curioso dettaglio ci vengono mostrate all’infinito le immagini dei bimbi morti.

 

Non tutti i bambini sono però telegenici, alcuni poi non dovremmo assolutamente vederli come nel caso delle “hitlerjugend” dello Stato Islamico addestrati a uccidere e giustiziare i prigionieri. C’è un video diffuso dallo Stato Islamico nel dicembre scorso che è un vero pugno nello stomaco.
Nessuna tv lo ha mai mostrato in Italia perché, come è noto, i nostri media non vogliono favorire la propaganda dell’Isis e quindi da tempo non ne mostrano più i videoclip.
Noi vi consigliamo di guardarlo se non  avete già visto sul web perché solo così si può comprendere perché politica e media non vorrebbero che lo guardassimo.

 

Si vedono sei bambini soldato arruolati dai jihadisti giustiziare “spie”, cioè membri delle forze di sicurezza siriane catturati dai jihadisti. Gli ostaggi sono posizionati legati in diverse aree delle rovine del castello di Deir az Zor. I primi cinque soldati sono uccisi a colpi di pistola, mentre l’ultimo viene decapitato secondo un rituale più volte visto in passato, dai sei bambini dell’Isis.
Intitolato “Per i figli degli Ebrei”, il video è assai curato nei dettagli, con una sceneggiatura e vari riferimenti che richiamano i più popolari videogiochi di azione e di guerra. Comincia mostrando decine di bambini, dell’età di circa 10 anni, intenti a studiare il Corano e apprendere l’arte della guerra e della lotta corpo a corpo. In un secondo momento, sei di questi ragazzini sono scelti dal loro istruttore per “mandare un messaggio” a quanti si oppongono allo Stato islamico, giustiziando secondo una sceneggiatura preparata con cura alcuni prigionieri.

 

Nel filmato ognuno dei sei ragazzi attraversa la fortezza alla ricerca del “suo” prigioniero da giustiziare, accompagnato in sottofondo da musiche e rumori di scena; ogni prigioniero aveva in precedenza fornito il nome, l’anno di nascita e descritto il suo ruolo all’interno delle forze di sicurezza o delle milizie filo-governative.
Stime dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, gruppo con base a Londra vicino ai ribelli anti-Assad e sostenuto dagli anglo-americani, indicano che lo Stato Islamico ha reclutato oltre 1.100 bambini soldato dall’inizio del 2015, di cui 50 sono stati uccisi. Come ha ricordato un articolo dell’agenzia Asianews, i movimenti per i diritti umani internazionali sottolineano che, a differenza di altri gruppi o eserciti, i jihadisti “non nascondono” la pratica dei bambini soldato, ma tendono “a ostentarla” come segno distintivo. Il loro utilizzo, spiega un esperto, è parte della loro campagna internazionale di “indottrinamento”, per far capire al mondo “come saranno le nuove generazioni” nate e cresciute “sotto il Califfato”.


In effetti molte bande africane hanno utilizzato bambini soldato, Hamas ha utilizzato i bambini come scudi umani, i talebani per posizionare ordigni esplosivi lungo le strade e come kamikaze inconsapevoli  ma solo l’Isis finora li ha addestrati per le esecuzioni.
A nostro avviso questo video dovrebbe venire trasmesso nelle scuole e nei Tg di prima serata per mostrarci il vero volto del nemico che combattiamo, o che, per meglio dire, dovremmo combattere. Provate a guardarlo senza provare sdegno, disgusto e il desiderio di vedere sterminati coloro che hanno trasformato bambini di dieci anni in killer senza scrupoli nel nome di Allah.

 

Video del genere inducono a riflettere sulle differenza tra “noi” e “loro”, tra una società basata sui diritti e sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e una basata su soprusi, violenze, discriminazioni di ogni tipo, sulla “sottomissione”.
Una società dove i figli non sono persone ma proprietà dei padri e dove si può essere decapitati pure per il reato di stregoneria, come accade nelle terre in mano all’Isis ma anche in Arabia Saudita. Differenze per cui vale la pena combattere.
Meglio guardarlo attentamente questo video e farlo guardare ad amici e conoscenti non per macabro voyerismo ma per almeno due buoni motivi. Il primo è non darla vinta a chi ci propina bambini morti per muoverci a pietà ma ci nasconde i bambini killer per non farci arrabbiare.
Il secondo motivo è avere una maggiore consapevolezza della natura di coloro che ci minacciano e ci attaccano tenendo conto che i nostri militari, italiani o occidentali, se mai dovessero schierarsi su quel campo di battaglia incontreranno anche nemici di 10 anni, sempre che non vengano impiegati prima come terroristi in Europa. Saranno probabilmente tra gli avversari più spietati ma soprattutto non potremo permetterci il lusso di considerarli dei bambini.

di Gianandrea Gaiani - 18 gennaio 2016
FONTE: http://www.analisidifesa.it

 
 

Gianandrea GaianiGianandrea Gaiani

Giornalista nato nel 1963 a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Attualmente collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Corriere del Ticino e con il settimanale Panorama sul sito del quale cura il blog “War Games”. Dal febbraio 2000 è direttore responsabile di Analisi Difesa. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

UNIONI CIVILI - Appello giuristi contro ddl Cirinnà. Firmano anche presidenti e vicepresidenti della Consulta


Arrivano a 321 le firme all’appello di giuristi del Centro Studi Livatino. Fra i sottoscrittori presidenti emeriti della Consulta, accademici, magistrati, avvocati, notai


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Il 13 gennaio il Centro studi Livatino ha reso pubblico un appello di oltre 100 giuristi – magistrati, avvocati, docenti universitari di materie giuridiche, notai di differenti fori d’Italia – per esprimere preoccupazione e critiche al disegno di legge c.d. sulle unioni civili, primo firmatario il prof. Mauro Ronco.
Nei giorni successivi e fino a oggi sono pervenute numerose altre adesioni che hanno portato le sottoscrizioni a quota 321. Fra coloro che hanno firmato in questa seconda fase ci sono quelle di presidenti o vicepresidenti emeriti della Corte Costituzionale come Riccardo Chieppa e Fernando Santosuosso, che si aggiungono a Paolo Maddalena; di docenti universitari che hanno fatto la storia dell’Accademia in Italia, come Ferrando Mantovani, Pierangelo Catalano, Ivo Caraccioli, di costituzionalisti come Luca Antonini e Felice Ancora, di civilisti come Paolo Papanti Pelletier; di magistrati ordinari con competenza specifica nel settore dei minori come Simonetta Matone, sost. procuratore gen. a Roma e M. Cristina Rizzo, procuratore della Rep. per i minorenni a Lecce, o da poco andati in congedo con immutato prestigio, come Alda Maria Vanoni, già presidente di sez. civile al Tribunale di Milano e Renato Samek Lodovici, già presidente di Corte di assise a Milano, o già componenti del Consiglio Superiore della Magistratura come Antonello Racanelli, Fabio Massimo Gallo e Francesco Mario Agnoli; di magistrati di altre giurisdizioni, come Salvatore Sfrecola, presidente di sezione della Corte dei Conti; di avvocati con incarichi rappresentativi del mondo forense, come Carlo Testa; di notai provenienti dall’intero territorio nazionale.

Il numero e l’autorevolezza delle sottoscrizioni, delle quali si allega con l’elenco completo, conferisce peso maggiore alle critiche al ddl, e fa auspicare in un supplemento di riflessione da parte del Parlamento. Fra le perplessità sollevate: a) la sovrapposizione, contenuta nel ddl, del regime matrimoniale a quello delle unioni civili, la cui sostanza fa parlare a pieno titolo di “matrimonio” fra persone dello stesso sesso, b) il danno per il bambino derivante dall’adozione same sex, con la eliminazione di una delle figure di genitore e la duplicazione dell’altra, c) la circostanza che si giungerebbe direttamente alla legittimazione dell’utero in affitto. Col pretesto di ampliare il novero dei “diritti”, in realtà l’approvazione del ddl moltiplicherebbe mortificazione e danni, anzitutto alle donne e ai bambini. Per questo, in conclusione, l’appello auspica un impegno del Legislatore e delle istituzioni per un rilancio effettivo della famiglia e perché non si proceda oltre nell’approvazione di leggi, come il ddl Cirinnà, ingiuste e incostituzionali.
Per adesioni www.centrostudilivatino.it o info@centrostudilivatino.it . Per info: 329.4105375 – info@centrostudilivatino.it

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di Redazione - 19 gennaio 2016
fonte: http://www.tempi.it 

17/01/16

IMMIGRAZIONE - Profughi, una bomba sociale: il 90% sono giovani maschi pronti a tutto




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Roma, 17 gen – Che fosse una curiosa emergenza umanitaria, tale da generare esclusivamente profughi giovani, maschi e in buona salute (la tipologia umana che in genere le guerre le combatte, mentre a mettersi al sicuro dovrebbero essere donne, anziani e bambini) qualcuno lo aveva notato da tempo. Ma in fondo ci si faceva poco caso, perché c’era sempre un servizio al tg zeppo di immagini strappalacrime in cui proprio le poche donne e bambini sbarcati ottenevano una sovraesposizione del tutto tarocca. Poi è venuta Colonia, che pur rappresentando un’inezia rispetto ai rischi reali che l’Europa corre grazie alle sue folli politiche immigratorie, sembra aver aperto gli occhi a molti (ma quanto durerà?).
E all’improvviso spuntano fuori statistiche che, chissà perché, fino a ieri stavano chiuse nei cassetti. Ebbene: il 73% degli 1,2 milioni di richiedenti asilo in Europa, secondo gli ultimi dati disponibili, pubblicati dall’Economist, sono maschi contro il 66% del 2012. E l’Italia guida la lista, con il 90% di richiedenti asilo uomini. Ad ottobre 2015, infatti, il 90% delle 82 mila richieste erano di uomini, per la maggior parte giovani tra i 18 e i 34 anni. Sì, avete capito bene: nove presunti profughi che chiedono asilo in Italia sono giovani maschi, anche se al tg avete visto finora solo bambini e donne. Presentando i dati, il Corriere della Sera riporta le opinioni di Andrea Den Boer, docente di politica e relazioni internazionali all’Università di York, secondo il quale “finora non è stata compiuto alcuno studio specifico nelle popolazioni migranti, ma le mie ricerche in India e in Cina confermano che gli squilibri di genere nelle popolazioni più giovani conducono a una maggiore instabilità sociale, tra cui un aumento della criminalità e della violenza, in particolare contro le donne”. Ma dai? Vedi anche anche giornalisti e accademici, se messi sotto pressione, riescono a scoprire un’alternativa all’acqua fredda?
Ma le ovvietà non finiscono qui. Chiosa il Corriere: “La ricerca di Den Boer ha provato anche che, sul lungo periodo, le società con un alto numero di uomini che rimangono ai margini della società — perché impossibilitati a sposarsi o a ricongiungersi con le famiglie, o perché disoccupati — sono più instabili e soffrono di un crescente numero di crimini, abuso di droga, gang fuorilegge. Il rischio di ripercussioni negative aumenta nelle società in cui il passaggio alla vita di coppia è ritardato — come avviene tra i profughi e i migranti soli in Europa. ‘I celibi sono più propensi a commettere atti criminali rispetto agli uomini sposati o impegnati sentimentalmente’, conferma Den Boer. In più ‘i giovani uomini soli tendono ad unirsi in gruppo e, inevitabilmente, il comportamento di un gruppo è più antisociale di quello di un individuo solo’. Come hanno dimostrato i fatti di Colonia”. Esauritosi il clamore per i casi di Colonia, queste ricerche torneranno in un cassetto o si comincerà ad agire di conseguenza?

Giuliano Lebelli - 17 gennaio 2016.
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

L’islamizzazione della Germania 2015


 


In Germania, la popolazione musulmana è aumentata a dismisura superando nel 2015 gli 850.000 individui e spingendo per la prima volta il numero complessivo dei musulmani presenti nel paese a circa 6 milioni. Degli 800.000 migranti e profughi che sono arrivati in Germania nel 2015, almeno l'80 per cento (ossia 800.000) è musulmano, secondo una recente stima fornita dal Consiglio centrale dei musulmani in Germania (Zentralrat der Muslime in Deutschland, ZMD), un gruppo musulmano di copertura, con sede a Colonia. Oltre ai nuovi arrivati, il tasso di incremento naturale della popolazione della comunità musulmana che già vive in Germania è quasi dell'1,6 per cento all'anno (ossia 77.000), secondo i dati estrapolati da un recente studio del Pew Research Center sulla crescita della popolazione musulmana in Europa. In base alle proiezioni del Pew, la popolazione musulmana della Germania ha toccato quota 5.068.000 entro la fine del 2014. Gli 800.000 migranti musulmani arrivati nel paese nel 2015, unitamente all'incremento naturale di 77.000, indicano che entro la fine del 2015 la popolazione musulmana della Germania passi da 877.000 persone a 5.945.000. Questo farebbe sì che la Germania sia il paese dell'Europa Occidentale con la più numerosa popolazione musulmana. La migrazione di massa musulmana sta accelerando l'avanzata dell'Islam in Germania. Inoltre, essa è responsabile di una serie di disordini sociali – causati ad esempio dagli stupri epidemici e da una crisi della salute pubblica – di una corsa dei cittadini tedeschi all'acquisto di armi per difesa personale. Quanto segue è un riepilogo in ordine cronologico di alcuni dei fatti fondamentali del 2015.
GENNAIO 2015
8 gennaio. Un sondaggio pubblicato dalla Bertelsmann Foundation ha rilevato che a causa della crescente popolazione musulmana, il 57 per cento dei tedeschi ritiene che l'Islam stia minacciando la società tedesca; il 61 per cento pensa che l'Islam non si adatti alla società occidentale; e il 40 per cento si sente "straniero nel proprio paese".
9 gennaio. La rivista Der Spiegel ha riportato che l'Ufficio federale della polizia criminale (Bundeskriminalamt, BKA) ha varato un piano di emergenza a livello nazionale nel tentativo di impedire ai terroristi islamici di colpire in Germania. Secondo il settimanale tedesco, è stato ordinato alle agenzie di sicurezza statali e federali di individuare i luoghi in cui si trovano fino a 250 islamisti tedeschi e altre "persone rilevanti" la cui identità è conosciuta dalle autorità dell'antiterrorismo. Der Spiegel ha inoltre riportato che il BKA ha le prove "che le grandi città europee potrebbero essere attaccate in qualsiasi momento".
11 gennaio. La redazione dell'Hamburger Morgenpost è stato oggetto di un attentato dinamitardo, dopo che il quotidiano aveva ripubblicato in copertina alcune vignette del giornale satirico francese Charlie Hebdo, in segno di solidarietà contro l'attacco terroristico subito da quest'ultimo e in difesa della libertà di parola.
11 gennaio. In un'intervista al quotidiano Bild am Sonntag, il ministro degli Interni tedesco Thomas de Maizière ha confermato che l'intelligence tedesca sta monitorando "circa 260 individui" che potrebbero colpire in ogni momento. Egli ha detto: "Abbiamo circa 260 individui pericolosi (Gefährder). Abbiamo anche circa 550 persone che si sono recate in zone di guerra in Siria e in Iraq. Di queste, tra le 150 e le 180 sono tornate in Germania, e 30 di esse sono fondamentalisti agguerriti. Essi rappresentano una grave minaccia per la nostra sicurezza. Sono molto preoccupato per i perpetratori ben preparati come quelli entrati in azione a Parigi, Bruxelles, in Australia e in Canada. Questa è una situazione grave." Secondo il Bild, per monitorare con successo 24 ore su 24 solo un jihadista tedesco, sono necessari almeno 60 agenti di polizia. Il quotidiano ha messo in dubbio il fatto che la Germania disponga di personale di sicurezza sufficiente per controllare i potenziali terroristi. De Maizière ha ammesso: "Finora siamo stati fortunati. Purtroppo, non può andare sempre così".
12 gennaio. Più di 25.000 persone sono arrivare nella città tedesca di Dresda per l'incontro settimanale di un fiorente movimento popolare noto come Pegida – acronimo che sta per "Patrioti europei contro l'islamizzazione dell'Occidente". In quella che è stata la manifestazione che ha registrato la maggiore affluenza, i manifestanti indossavano fasce nere al braccio in segno di lutto e hanno osservato un minuto di silenzio per "le vittime del terrorismo a Parigi". Sulla sua pagina Facebook, Pegida ha scritto che l'attentato a Charlie Hebdo ha confermato le sue peggiori paure. E ha detto: "Gli islamisti dai quali Pegida mette in guardia da 12 settimane hanno mostrato alla Francia di essere incapaci di democrazia e di ricorrere piuttosto alla violenza e alla morte come risposta! I nostri politici ci vogliono far credere l'esatto opposto. Una tragedia del genere deve accadere innanzitutto qui in Germania???"
12 gennaio. La cancelliera Angela Merkel ha criticato Pegida dicendo che l'Islam "appartiene alla Germania".
12 gennaio. Un profugo eritreo 20enne richiedente asilo, Khaled Idris Bahray, musulmano, è stato accoltellato a morte a Dresda. I media europei si sono affrettati a incolpare Pegida per istigazione all'omicidio. Il londinese Guardian ha riportato che l'uccisione "rivela le tensioni razziali" e i "sentimenti contrari all'immigrazione" esistenti in Germania. Il 22 gennaio, però, i pubblici ministeri tedeschi hanno detto che il 26enne compagno di stanza della vittima aveva confessato l'omicidio.
14 gennaio. Il governo tedesco ha approvato un piano per confiscare le carte d'identità nazionali di famosi islamisti, rendendo più difficile per loro la possibilità di lasciare il paese per unirsi all'Isis.
15 gennaio. La polizia della Bassa Sassonia ha arrestato un jihadista con passaporto tedesco e libanese, identificato come Ayub B., e accusato di partecipare al jihad in Siria. Lo stesso giorno, la polizia di Pforzheim ha fatto irruzione negli appartamenti di due salafiti di origine balcanica.
16 gennaio. Oltre 250 poliziotti hanno perquisito 11 appartamenti di Berlino, arrestando cinque islamisti turchi, tra cui un turco di 41 anni identificato come Ismet D., che si fa chiamare "l'emiro di Berlino".
20 gennaio, più di 200 agenti della polizia hanno fatto irruzione in 13 immobili collegati agli islamisti a Berlino e nei land orientali di Brandeburgo e della Turingia.
21 gennaio. Il fondatore e leader di Pegida, Lutz Bachmann, si è all'improvviso dimesso dopo la pubblicazione sui media tedeschi di una sua foto con tanto di baffi e taglio di capelli alla Hitler. Nei post su Facebook, egli definisce i richiedenti asilo politico "spazzatura" e "sporcizia". I detrattori di Pegida hanno detto che la foto, scattata almeno due anni prima che il gruppo venisse alla ribalta, dimostra che il movimento è fondamentalmente razzista. Bachmann ha ribadito che la foto era un atto di satira.
21 gennaio. La diocesi cattolica di Münster ha vietato a Paul Spätling, un prete cattolico, di predicare dopo aver parlato a un raduno organizzato da Pegida a Duisburg. Il sacerdote ha detto a una folla di 500 persone: "L'Europa è in guerra con l'Islam da 1.400 anni. È incredibile che la cancelliera Angela Merkel abbia dichiarato che 'l'Islam appartiene alla Germania'". Stephan Kronenburg, portavoce della diocesi, ha chiosato: "Con le sue dichiarazioni che suscitano ostilità contro l'Islam, noi riteniamo che ciò sia pericoloso".
25 gennaio. Il primo ministro del land della Sassonia, Stanislaw Tillich, non condivide la dichiarazione della Merkel che "l'Islam appartiene alla Germania". Egli ha detto: "I musulmani sono i benvenuti in Germania e possono professare la loro religione. Ma questo non significa che l'Islam faccia parte della Sassonia". La capitale della Sassonia è Dresda, sede del movimento Pegida.
29 gennaio. Il comitato organizzativo del Carnevale di Colonia ha rinunciato al progetto di costruire un carro dedicato a Charlie Hebdo. La cancellazione è stata dovuta ai timori che esso potesse rappresentare una minaccia alla sicurezza. Il carro avrebbe dovuto sfilare il 16 febbraio, in segno di solidarietà con la Francia e Charlie Hebdo. Il progetto, scelto dal pubblico in un sondaggio online, mostrava un vignettista che infila una matita nella canna della pistola brandita da un terrorista. Sempre a gennaio, la catena di supermercati tedesca, Aldi, ha ritirato dagli scaffali una marca di sapone liquido dopo le denunce che la sua confezione offendesse i musulmani. Aldi ha detto che quanto raffigurato sulla confezione del sapone liquido "Ombia 1001 Notte" – sulla quale era ritratta una moschea con tanto di cupola e minareti, insieme a una lanterna e un rosario – intendeva evocare una scena del Medio Oriente. I clienti musulmani si erano lamentati sulla pagina Facebook di Aldi postando vari commenti. "Quando ho visto nei vostri scaffali il sapone liquido Ombia, sono rimasto un po' sbalordito perché sulla confezione del prodotto era raffigurata una moschea", ha scritto un cliente. "La moschea con la sua cupola e i minareti è un simbolo che per i musulmani rappresenta la dignità e il rispetto. Ecco perché non trovo opportuno rappresentare questa immagine significativa su un oggetto di uso quotidiano".
FEBBRAIO 2015
8 febbraio. Il quotidiano Die Welt ha rivelato che la magistratura tedesca ha indagato 83 jihadisti tedeschi per crimini di guerra e atrocità commessi in nome dello Stato islamico. 12 febbraio. L'Hamburger Morgenpost ha riportato che importanti personalità politiche del land della Sassonia e della città di Dresda hanno usato in segreto più di 100.000 euro (115.000 dollari) provenienti dalle tasse dei contribuenti per finanziare una manifestazione anti-Pegida organizzata a Dresda il 10 gennaio. Lo scopo di questa manifestazione di protesta, alla quale hanno partecipato più di 35.000 persone, era quello di ritrarre i sostenitori di Pegida come "intolleranti" e "faziosi", diversamente dalla maggioranza degli abitanti di Dresda considerati "cosmopoliti" e "impegnati a difendere i valori dalla tolleranza".
15 febbraio. La città di Braunschweig ha annullato una sfilata di carnevale a causa della "specifica minaccia di un attacco islamista".
26 febbraio. Il presidente del Consiglio centrale degli ebrei, Josef Schuster, ha avvisato gli uomini ebrei di non indossare la kippah nei quartieri musulmani di Berlino. "Si tratta di uno sviluppo che non mi sarei aspettato cinque anni fa", egli ha detto. "È certamente spaventoso."
MARZO 2015
6 marzo. La polizia di Brema ha avvertito che gli islamisti stavano pianificando un attacco alla cattedrale della città e a una sinagoga. Due persone sospette sono state arrestate dopo un blitz della polizia in una moschea locale.
7 marzo. Sheik Abu Bilal Ismail, un imam danese che ha invocato la morte per gli ebrei durante un sermone nella moschea Al-Nur di Berlino, è stato riconosciuto colpevole di istigazione all'odio e condannato a pagare una multa di 9.600 euro (10.300 dollari). "O Allah," aveva detto Ismail, "distruggi gli ebrei sionisti. Non sono una sfida per te. Contali e uccidili uno ad uno fino all'ultimo. Non risparmiarne uno solo. O Signore, reca loro tormento". In seguito, l'imam ha detto che quelle parole erano state estrapolate dal contesto.
12 marzo. Un tribunale di Berlino ha multato il padre e due zii di Nasser El-Ahmed, un musulmano libanese di 18 anni, per aver tentato di costringerlo a sposare una donna nonostante lui fosse apertamente omosessuale. Il giovane ha detto che il padre lo aveva minacciato di tagliargli la gola e uno zio lo aveva cosparso di benzina perché rifiutavano che fosse gay. Gli osservatori hanno asserito che questo episodio mostra che anche gli uomini possono essere vittime di matrimoni forzati.
14 marzo. Gli hooligans, i salafiti, Pegida e i contromanifestanti di estrema sinistra hanno sfilato per le strade di Wuppertal. È la prima volta che tutti i gruppi organizzino eventi simultanei. Sono stati dispiegati migliaia di poliziotti per mantenere la calma.
26 marzo. Il ministro degli Interni Thomas de Maizière ha messo al bando il gruppo salafita Tauhid perché accusato di reclutare jihadisti da inviare a combattere in Siria e in Iraq.
APRILE 2015
8 aprile. Il capo della polizia federale Dieter Romann ha rivelato che nel 2014 più di 57.000 persone avevano cercato di entrare illegalmente nel paese, il 75 per cento in più rispetto al 2013. Inoltre, la polizia ha arrestato 27.000 persone che erano riuscite a entrare in Germania e a rimanervi illegalmente, un 40 per cento in più rispetto all'anno prima. La maggior parte degli immigrati clandestini arriva dalla Siria, dall'Eritrea, dalla Serbia, dalla Somalia, dal Kosovo e dall'Afghanistan.
13 aprile. Il politico olandese Geert Wilders è intervenuto a una manifestazione organizzata a Dresda dal movimento tedesco contrario all'islamizzazione, noto come Pegida. Wilders ha detto: "Non c'è nulla di male a essere orgogliosi patrioti tedeschi. Non c'è niente di male a volere che la Germania resti libera e democratica. Non c'è nulla di male a preservare la nostra civiltà giudaico-cristiana. Questo è un nostro dovere".
22 aprile. La Konrad Adenauer Foundation, un think tank di Berlino, ha annunciato il lancio del "Muslimisches Forum Deutschland". Il nuovo forum mira a promuovere le voci dei musulmani liberali per controbilanciare l'influenza dei gruppi musulmani estremisti in Germania. Sempre ad aprile, Dennis Cuspert, il rapper tedesco diventato jihadista, è apparso in un video di propaganda dell'Isis rappando le seguenti parole: "[Mi rivolgo] Ai nemici di Allah. Dove sono le vostre truppe? Non possiamo più aspettare. O Allah, distruggili! Concedici la vittoria su di loro. Portaci via. Rendici degni di onore. Prendi il nostro sangue. Fisabilillah [Chi combatte per la causa di Allah]. " Vogliamo il vostro sangue. Ha un sapore così meraviglioso. (...) In Germania, le cellule dormienti sono in agguato. I fratelli stanno operando. Terrorizzando i kafir [miscredenti]".
MAGGIO 2015
1 maggio. La polizia di Oberursel, un sobborgo di Francoforte, ha annullato una gara ciclistica con più di 5.000 partecipanti, a causa di timori che i terroristi islamici stessero pianificando di attaccare l'evento.
20 maggio. Il ministro degli Interni Thomas de Maizière ha parlato a una conferenza a Berlino dal titolo "La vita ebraica in Germania: È a rischio?" e ha detto che nel 2014 i crimini di odio antisemita sono aumentati del 25 per cento e che gran parte di questo aumento era dovuto ad attacchi perpetrati da immigrati musulmani.
23 maggio. L'esercito tedesco ha annunciato di aver reclutato il primo imam per i 1.600 musulmani in uniforme.
GIUGNO 2015
3 giugno. Più di 90 agenti di polizia sono stati dispiegati per sedare una rissa scoppiata tra 70 membri di due clan rivali di immigrati in un parco pubblico di Moabit, un quartiere difficile di Berlino. La rissa è iniziata quando due donne hanno litigato per un uomo, ed è diventata violenta dopo l'intervento di sempre più membri delle loro famiglie. Due agenti di polizia sono rimasti gravemente feriti.
5 giugno. un somalo di 30 anni richiedente asilo chiamato "Ali S" è stato condannato a quattro anni e nove mesi di carcere per aver tentato di stuprare una 20enne di Monaco. Ali aveva già scontato una condanna a sette anni per violenza sessuale, e cinque mesi dopo il suo rilascio aveva colpito ancora. Nel tentativo di proteggere l'identità di Ali S., un quotidiano di Monaco ha fatto riferimento a lui chiamandolo con il nome più politicamente corretto di "Joseph T".
8 giugno. Sono stati impiegati oltre 50 poliziotti per sedare una rissa scoppiata a un ricevimento nuziale di immigrati bosniaci, nel quartiere di Tempelhof a Berlino. Il tutto è cominciato quando due invitati hanno iniziato a prendersi a pugni a causa di un diverbio verbale. In pochi istanti, decine e decine di altre persone si sono unite alla zuffa. Ma non appena è arrivata la polizia i clan rivali hanno smesso di darsele di santa ragione e hanno aggredito i poliziotti. Uno degli invitati ha colpito un agente alla testa con una sedia, ferendolo gravemente. Altri poliziotti sono stati aggrediti con bottiglie, mentre altri ancora sono stati insultati e fatti oggetto di sputi.
10 giugno. A una 26enne musulmana, Betül Ulusoy, è stato consentito di iniziare un tirocinio come praticante avvocato in municipio. Inizialmente, le autorità locali avevano respinto la sua domanda perché la donna voleva indossare il velo islamico. La "legge di neutralità" (Neutralitätsgesetz) di Berlino stabilisce che a chi lavora nell'amministrazione pubblica è vietato mostrare simboli religiosi. Ma i funzionari pubblici hanno fatto un'eccezione per la Ulusoy, pare per evitare di essere accusati di islamofobia.
24 giugno. In un'intervista al quotidiano Rheinische Post, il ministro degli Interni Thomas de Maizière ha dichiarato che il numero dei jihadisti tedeschi che combattono in Siria è salito a circa 700. "Il numero non è mai stato così elevato com'è ora", egli ha asserito. Sono circa 330 gli islamisti violenti che in Germania sono "disposti a commettere reati di matrice politica di notevole importanza". Egli ha detto che sono in corso oltre 500 operazioni antiterrorismo che coinvolgono 800 islamisti.
26 giugno. Gli amministratori del Wilhelm-Diess-Gymnasium, un istituto di Pocking, hanno avvertito i genitori di non lasciare indossare alle loro figlie abiti succinti, per evitare "malintesi" con i 200 profughi musulmani ospitati in alloggi di emergenza, in un edificio nei pressi della scuola. La lettera diceva: "I cittadini siriani sono prevalentemente musulmani e parlano arabo. I profughi hanno la loro cultura. Poiché la nostra scuola è proprio accanto al luogo in cui essi si trovano, si dovrebbero indossare abiti modesti in modo da evitare disaccordi. Camicette o bluse succinte, pantaloncini corti o minigonne potrebbero causare malintesi".
29 giugno. Un'orda di immigrati libanesi ha attaccato due poliziotti che stavano cercando di arrestare due uomini che fumavano cannabis per strada. Nel giro di pochi minuti, gli agenti sono stati circondati da oltre un centinaio di uomini che tentavano di impedire l'arresto. Per salvare i due agenti, si è reso necessario l'intervento di dieci volanti e l'invio di rinforzi di polizia. Sempre a giugno, è scoppiato un dibattito riguardo alla possibilità che gli studenti musulmani siano esentati dalle visite obbligatorie agli ex campi di concentramento previste dai programmi educativi sull'Olocausto. La disputa è incentrata su una proposta che implicherebbe che gli studenti di tutte le scuole secondarie del land meridionale della Baviera si rechino nei luoghi dell'Olocausto, come contemplato dai programmi scolastici. La proposta è stata osteggiata dall'Unione cristiano-sociale (Csu), che ha asserito che "molti bambini appartenenti a famiglie musulmane (...) non hanno alcun legame con il nostro passato e avranno bisogno di molto più tempo prima di poter identificarsi con la nostra storia. Dobbiamo prestare attenzione a come affrontare tale questione con questi bimbi".
LUGLIO 2015
17 luglio. Per la prima volta in Germania, l'emittente radiotelevisiva pubblica della Baviera (Bayerischer Rundfunk) ha trasmesso le preghiere musulmane che segnano l'inizio della festa dell'Eid el-Fitr e la fine del mese di digiuno del Ramadan.
20 luglio. La Germania ha ufficialmente aperto a Francoforte la prima banca islamica, la Kuveyt Turk Bank, di proprietà turca, istituita secondo le leggi della Sharia. Il direttore dell'istituto bancario, Kemal Ozan, ha detto: "Le nostre ricerche di mercato hanno dimostrato che il 21 per cento dei musulmani presenti in questo paese vedrebbe una banca islamica come la loro banca di famiglia".
24 luglio. A Gelsenkirchen, una città del Nord Reno-Westfalia, due poliziotti sono stati aggrediti da una folla di immigrati libanesi dopo che avevano cercato di fermare un automobilista che correva a un semaforo. L'uomo è sceso dall'auto e ha tentato di fuggire a piedi. Quando la polizia lo ha raggiunto, più i 50 persone sono comparse dal nulla per impedire il suo arresto. Un 15enne ha aggredito un agente e ha iniziato a strangolarlo, facendogli perdere i sensi. Si è reso necessario l'invio di ingenti forze di polizia e di un grosso quantitativo di spray al peperoncino per riportare la situazione sotto controllo.
25 luglio. Un rapporto confidenziale che è trapelato sulle pagine del quotidiano tedesco Rheinischen Post ha rivelato che, nel 2014, 38.000 richiedenti asilo in Germania sono stati accusati di aver commesso reati nel paese. Gli analisti credono che questa cifra – più di 100 reati al giorno – sia solo la punta di un iceberg, perché molti crimini non vengono perseguiti né denunciati.
25 luglio. Il settimanale Der Spiegel ha riportato che una spirale di crimini violenti perpetrati da immigrati provenienti dal Medio Oriente e dai Balcani sta trasformando i quartieri di Duisburg, un'importante città industriale tedesca, in "zone franche". Tali aree, secondo un rapporto confidenziale che è trapelato, sono di fatto diventate delle "no-go zones".
25 luglio. In un'intervista al settimanale tedesco Focus, il capo del sindacato di polizia del Nord Reno-Westfalia, Arnold Plickert, ha messo in guardia dalla comparsa di "no-go zones" nelle città di Colonia, Dortmund, Duisburg ed Essen. "Diversi gruppi rock rivali e clan rivali libanesi, turchi, rumeni e bulgari sono in lotta per la supremazia delle strade", egli ha detto. "Hanno le loro regole e qui la polizia non può parlare."
AGOSTO 2015
3 agosto. Un documento riservato che è trapelato sulle pagine del quotidiano tedesco Bild ha rivelato che l'Autorità responsabile dei trasporti pubblici di Amburgo (Hamburger Verkehrsverbund, HVV) ha ordinato ai controllori di "chiudere un occhio" ogni volta che si imbattono in migranti che utilizzano i trasporti pubblici senza biglietto. La decisione mira a proteggere l'HVV dalla "cattiva pubblicità".
6 agosto. La polizia ha rivelato che una 13enne musulmana era stata violentata da un altro richiedente asilo in una struttura di Detmold, una città situata nella parte centro-occidentale della Germania. La ragazzina e la madre avevano abbandonato il loro paese di origine per sfuggire a una cultura di violenza sessuale; e a quanto pare, lo stupratore era un loro connazionale.
18 agosto. Una coalizione composta da quattro organizzazioni di assistenza sociale e di gruppi per i diritti delle donne ha inviato una lettera di due pagine ai leader dei partiti politici del parlamento regionale dell'Assia, uno stato federato della Germania centro-occidentale, informandoli di come la situazione delle donne e dei minori sia peggiorata all'interno dei centri di accoglienza. La lettera diceva: "Il fatto di fornire alloggio in grandi tende, la mancanza di servizi igienici separati maschili e femminili, di locali in cui non ci si può chiudere a chiave, la mancanza di rifugi sicuri per le donne e le ragazze – tanto per citare solo alcuni fattori spaziali – aumenta la vulnerabilità delle donne e dei minori dentro queste strutture. Questa situazione gioca a favore di quegli uomini che assegnano alle donne un ruolo subordinato e trattano le donne che viaggiano sole come se fossero 'selvaggina'. "Di conseguenza, si verificano numerosi stupri e molestie sessuali. Stiamo ricevendo sempre più segnalazioni di casi di prostituzione coatta. Va sottolineato che questi non sono episodi isolati. "Le donne e le ragazzine raccontano di essere state violentate o molestate sessualmente. Pertanto, molte donne dormono vestite. E raccontano anche di non usare i servizi igienici di notte, per paura di essere stuprate o derubate. Anche di giorno, attraversare l'accampamento è una situazione terribile per molte donne".
19 agosto. Almeno una ventina di migranti siriani ospiti di un sovraffollato rifugio per profughi, nella città di Suhl, nella parte orientale del paese, ha cercato di linciare un migrante afgano dopo che l'uomo aveva strappato e gettato in un water le pagine di un Corano. Sono intervenuti più di cento agenti di polizia che sono stati aggrediti e colpiti da pietre e blocchi di cemento. Diciassette persone sono rimaste ferite, tra cui 11 profughi e 6 poliziotti. L'afgano è ora sotto protezione della polizia. Il presidente dello Stato della Turingia, Bodo Ramelow, ha detto che per evitare una violenza simile in futuro, i musulmani di diversa nazionalità devono essere separati.
21 agosto. La Germania sospende il cosiddetto Regolamento di Dublino – in base al quale un richiedente asilo nell'Unione Europea può presentare la domanda di asilo nel primo paese dell'UE in cui ha fatto ingresso – per i richiedenti asilo siriani. Questo significa che ai siriani che arrivano in Germania sarà consentito di risiedervi fino a quando la loro domanda di asilo non verrà esaminata. I detrattori sostengono che questa mossa incoraggerà un maggior numero di migranti a raggiungere la Germania. 27 agosto. Aiman Mazyek, a capo del Consiglio centrale dei musulmani in Germania (Zentralrat der Muslime in Deutschland, ZMD, un gruppo musulmano di copertura con sede a Colonia, ha stimato che almeno l'80 per cento dei migranti e profughi che arriveranno in Germania nel 2015 sono musulmani.
30 agosto. Il sociologo tedesco Hans Georg Soeffner ha sottolineato che la Germania sta importando un conflitto religioso: "L'immigrazione reca con sé conflitti – come quelli tra diversi musulmani. Dobbiamo ipotizzare che i conflitti aumenteranno. I profughi che arrivano in Germania si portano dietro dai loro paesi conflitti politici e religiosi – come i conflitti tra sciiti e sunniti o tra musulmani liberali e salafiti. Ormai conosciamo bene i conflitti tra turchi, curdi, aleviti e il resto dei musulmani. Ma in considerazione del numero previsto di nuovi immigrati, i conflitti aumenteranno. E questo è il motivo per cui dobbiamo promuovere i valori tedeschi, ossia la Costituzione. Solo allora i migranti sapranno quali sono le regole qui". Sempre ad agosto, il numero dei richiedenti asilo entrati nel paese in un solo mese ha superato le 100.000 unità per la prima volta in assoluto. La cifra record di 104.460 richiedenti asilo arrivati in questo mese ha fatto salire, nei primi otto mesi del 2015, il numero complessivo a 413.535.
SETTEMBRE 2015
3 settembre. In un'intervista a Die Zeit, il ministro degli Interni Thomas de Maizière ha detto che l'integrazione dei migranti musulmani provenienti dal mondo arabo sarebbe molto più difficile di quella dei musulmani turchi, perché almeno il 20 per cento dei migranti arrivati nel paese quest'anno è analfabeta.
7 settembre. Aiman Mazyek, a capo del Consiglio centrale dei musulmani in Germania, ha detto che la migrazione di massa musulmana modificherebbe in modo significativo la natura dell'Islam in Germania. Finora, l'Islam in Germania è stato prevalentemente quello turco e in futuro diventerà molto più arabo.
8 settembre. Il Frankfurter Allgemeine ha riportato che l'Arabia Saudita è in procinto di finanziare la costruzione di 200 nuove moschee in Germania per accogliere i richiedenti asilo.
17 settembre. In un'intervista al Rheinische Post, Hans-Georg Maassen, direttore del Bundesamt für Verfassungsschutz(BfV), l'agenzia di intelligence interna della Germania, ha detto che i salafiti tedeschi si spacciano per volontari e regalano soldi e abiti nei centri di accoglienza per i rifugiati, in cerca di nuove reclute tra i richiedenti asilo. Altri offrono servizi di traduzione e invitano a casa loro i migranti a bere una tazza di tè. Altri ancora distribuiscono volantini che recano informazioni sulle locali moschee salafite. Maassen ha spiegato: "Molti dei richiedenti asilo hanno un background religioso sunnita. In Germania, c'è un ambiente salafita che considera questo un terreno fertile. Stiamo rilevando che i salafiti si recano nei centri di accoglienza spacciandosi per volontari e aiutanti, cercando volutamente di entrare in contatto con i profughi per invitarli nelle loro moschee e reclutarli alla loro causa".
19 settembre. A Bielefeld, una città del Nord Reno-Westfalia, i salafiti s'infiltrano nei centri di accoglienza della zona portando in dono ai migranti giocattoli, frutta e verdura.
23 settembre. Le autorità comunali di Amburgo hanno presentato un disegno di legge nel parlamento locale (Hamburgische Bürgerschaft) che permetterebbe al comune di sequestrare gli immobili commerciali vacanti (edifici adibiti ad uso ufficio e terreni) e utilizzarli per ospitare i migranti.
25 settembre. Asadullah e Shazia Khan, una coppia di migranti pakistani che vive a Darmstadt, sono finiti sotto processo per "l'omicidio d'onore" di Lareeb, la loro figlia 19enne. Asadullah ha confessato di aver strangolato la ragazza a mani nude perché non approvava il suo fidanzato.
28 settembre. Ad Amburgo, più di 70 richiedenti asilo hanno iniziato uno sciopero della fame nel tentativo di esercitare pressioni sulle autorità locali affinché esse forniscano loro alloggi migliori. "Abbiamo iniziato lo sciopero della fame", ha detto il profugo siriano Awad Arbaakeat. "La città ci ha mentito. Siamo rimasti sconcertati al nostro arrivo lì." I profughi si sono risentiti del fatto di essere stati invitati a dormire in un grande magazzino anziché in appartamenti privati. I funzionari di Amburgo dicono che non ci sono appartamenti liberi in città, la seconda città più grande della Germania. Sempre a settembre, è emerso che centinaia di profughi musulmani si sono convertiti al Cristianesimo, pare nel tentativo di migliorare le loro opportunità di vedersi approvare le richieste d'asilo. Secondo la cultura islamica, chi si converte al Cristianesimo è colpevole di apostasia, un crimine punibile con la morte. I "convertiti" a quanto pare credono che i funzionari dell'immigrazione tedeschi permetteranno loro di rimanere in Germania se riusciranno a convincerli del fatto che verrebbero uccisi se venissero rispediti nei loro paesi d'origine.
OTTOBRE 2015
1 ottobre. A Bad Kreuznach, una famiglia di richiedenti asilo della Siria ha fissato un appuntamento per visitare un immobile di quattro stanze da affittare, ma si è rifiutata di vedere la casa perché l'agente immobiliare era una donna. Secondo quest'ultima: "Uno degli uomini, che parlava un tedesco stentato, ha detto che non era interessato a vedere l'immobile perché sono una donna, sono bionda e guardo gli uomini negli occhi. È disdicevole. La mia agenzia dovrebbe mandare un uomo a mostrare l'abitazione. Uno cerca di aiutarli e ti allontanano, facendoti sentire malaccetta nel tuo stesso paese".
2 ottobre. In un'intervista all'emittente radiofonica Deutschlandfunk, Tania Kambouri, un'agente della polizia tedesca e autrice di un nuovo libro già campione di incassi sul fallimento del muliculturalismo tedesco, attribuisce la responsabilità del deterioramento della situazione della sicurezza in Germania ai migranti che non hanno alcun rispetto per l'ordine pubblico. Ella ha detto: "Da settimane, mesi e anni, noto che i musulmani, per lo più i giovani uomini, non hanno il minimo rispetto per la polizia. Quando pattugliamo le strade, veniamo insultati dai giovani musulmani. Quando ci passano accanto fanno gestacci e lanciano insulti come 'poliziotto di mer..'. Se istituiamo un posto di blocco, le aggressioni aumentano sempre più, e questo accade soprattutto con i migranti. "Vorrei che questi problemi siano riconosciuti e risolti. Se necessario, le leggi devono essere inasprite. È anche molto importante che la magistratura emetta sentenze efficaci. Non è possibile che i criminali che continuano a ingrossare gli archivi della polizia, ci facciano del male fisicamente, ci insultino, ci facciano la qualsiasi cosa, senza alcuna conseguenza. Molti casi vengono chiusi oppure i criminali vengono rilasciati e sottoposti a libertà vigilata o roba simile. Sì, quello che accade oggi nei tribunali è una barzelletta. "La crescente mancanza di rispetto, l'aumento della violenza contro la polizia... Stiamo perdendo il controllo delle strade".
5 ottobre. L'emittente televisiva tedesca ARD ha negato di aver trasmesso "propaganda anti-islamica" dopo che aveva mandato in onda un fotomontaggio di Angela Merkel con il viso incorniciato da un velo islamico. L'immagine è stata mostrata sullo sfondo di un segmento dedicato alle quote per i rifugiati durante una puntata del programma "Report da Berlino", mentre il moderatore Rainald Becker diceva: "Possiamo davvero fare questo? O siamo sopraffatti? Se riuscissimo [a gestire la crisi dei migranti] cosa accadrà ai nostri valori? Come cambierà la vita? Come possiamo reagire se i profughi hanno problemi con l'uguaglianza, i diritti delle donne, la libertà di stampa e la libertà di espressione?" ARD poi ha detto: "Ci dispiace che alcuni spettatori non siano d'accordo, o che addirittura abbiano frainteso, su come la nostra cancelliera sia stata ritratta".
14 ottobre. A Osnabrück, un richiedente asilo della Somalia ha vinto una causa legale intentata all'Agenzia tedesca per le migrazioni e i rifugiati (Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, BAMF) perché quest'ultima aveva impiegato troppo tempo per prendere in esame la sua domanda di asilo. Un giudice ha ordinato alla BAMF di prendere una decisione in merito alla domanda entro tre mesi o di erogare un compenso finanziario. 14 ottobre. Il governo federale ha chiesto a Sumte, un piccolo villaggio di 100 anime della Bassa Sassonia di ospitare un migliaio di richiedenti asilo.
14 ottobre. Il presidente dell'Unione dei comuni della Baviera (Bayerische Gemeindetag), Uwe Brandl, ha avvertito che la Germania è sulla buona strada per avere "20 milioni di musulmani entro il 2020", su una popolazione che nel 2014 ha raggiunto gli 81,1 milioni. Egli è arrivato a questa cifra tenendo conto dei ricongiungimenti familiari – sulla base del presupposto che gli individui le cui domande di asilo saranno approvate, in seguito faranno arrivare nel paese in media quattro familiari a testa.
15 ottobre. I funzionari comunali di Amburgo hanno rivelato che nei primi nove mesi del 2015 in città sono arrivati 35.021 profughi. Durante questo stesso periodo, la polizia è stata chiamata più di un migliaio di volte nei centri di accoglienza della città, oltre a essere intervenuta 81 volte per sedare risse di massa, 93 volte per indagare su una serie di aggressioni fisiche e sessuali e 28 volte per evitare che i migranti si suicidassero.
20 ottobre. Otto islamisti sono stati processati a Colonia. Essi erano accusati di aver rubato 19.000 euro (20.500 dollari) dalle cassette delle offerte nelle chiese e nelle scuole per poi inviare il denaro all'Isis. 21 ottobre. Più di 200 sindaci del Nord Reno-Vestfalia hanno firmato una lettera aperta indirizzata alla cancelliera Angela Merkel, asserendo di non essere più in grado di accogliere nuovi migranti.
25 ottobre. I contenuti di un documento del governo che è trapelato sulle pagine di Die Welt hanno rivelato un crescente allarme all'interno delle più alte sfere dell'intelligence tedesca e dell'apparato di sicurezza sulle conseguenze della politica delle "porte aperte" in materia di immigrazione adottata dalla Merkel. Il report avvertiva che "l'integrazione di centinaia di migliaia di migranti illegali sarà impossibile visto il gran numero di persone coinvolte e le società parallele musulmane già esistenti in Germania". E ancora: "Noi stiamo importando l'estremismo islamico, l'antisemitismo arabo, i conflitti nazionali ed etnici di altri popoli, come pure una diversa concezione della società e del diritto. Le agenzie di sicurezza tedesche non riescono ad affrontare questi problemi di sicurezza importati e le conseguenti reazioni da parte della popolazione tedesca". Sempre a ottobre, la Chiesa cristiana evangelica di Rhineland è stata criticata da altri cristiani quando essa ha sconsigliato vivamente ogni tentativo di evangelizzare i migranti musulmani. In un documento, la Chiesa ha argomentato che il brano contenuto nel capitolo 28 del Vangelo di Matteo noto come la Grande Commissione – che dice: "Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo – non significa che i cristiani dovrebbero cercare di convertire gli altri. Secondo il documento: "Una missione strategica per l'Islam o volta a incontrare i musulmani per evangelizzarli minaccia la pace sociale e contraddice lo spirito e il mandato di Gesù Cristo, e pertanto deve essere categoricamente rifiutata".
NOVEMBRE 2015
6 novembre. La rivista Focus ha riportato che le vendite di spray urticante hanno subito un'impennata del 600 per cento da quando la crisi della migrazione in Germania è esplosa nell'agosto 2015. Le forniture del prodotto sono andate completamente esaurite in molte parti del paese e le forniture supplementari non saranno disponibili fino al 2016. Secondo il magazine, "i produttori e i distributori affermano che l'enorme afflusso di stranieri nelle ultime settimane evidentemente ha spaventato molte persone".
7 novembre. Jürgen Mannke, direttore dell'Associazione degli insegnanti della Sassonia-Anhalt (Philologenverbandes Sachsen-Anhalt, PhVSA), è stato licenziato in seguito ai consigli da lui dati alle studentesse minorenni di evitare "avventure sessuali superficiali" con richiedenti asilo musulmani. Nella rivista trimestrale dell'associazione, Mannke ha scritto: "Un'orda di immigrati sta inondando la Germania. Molti cittadini sono confusi a riguardo. Non c'è dubbio che è nostro dovere umano aiutare la gente che si trova a dover affrontare un disagio esistenziale a causa della guerra e delle persecuzioni politiche. Ma è molto difficile distinguere queste persone da quelle che arrivano nel nostro paese per motivi prettamente economici o addirittura criminali... "Veniamo già a sapere da conoscenti che abitano in diversi luoghi delle molestie sessuali da loro subite nella vita quotidiana, soprattutto sui mezzi pubblici e nei supermercati. Come educatori responsabili, ci chiediamo: 'Come far capire alle ragazzine di 12-13 anni di non avere avventure sessuali superficiali con uomini musulmani spesso attraenti?'".
10 novembre. Gabriel Felbermayr, direttore del Centro di Economia internazionale (Ifo Zentrum für Außenwirtschaft), con sede a Monaco, ritiene che la crisi migratoria costerà ai contribuenti tedeschi 21,1 miliardi di euro solo quest'anno. "Questo include i costi per l'alloggio, il cibo, gli asili, le scuole, i corsi di lingua tedesca, la formazione e l'amministrazione", egli ha detto.
12 novembre. Parlando a una riunione dei socialdemocratici (SPD) a Berlino, il 12 novembre, il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel ha affermato che la Germania dovrebbe far entrare "un grande contingente" di migranti per evitare che i trafficanti di esseri umani approfittino della crisi migratoria. "Nessuno dovrebbe morire nel raggiungere l'Europa, e questo deve essere il nostro obiettivo", egli ha detto. Secondo Gabriel, "Ciò che conta non è il numero di persone che giungono in Germania, ma la velocità con cui vi arrivano".
13 novembre. L'emittente televisiva tedesca N24 ha riportato che fino al 50 per cento dei richiedenti asilo che arrivano in Germania vive in clandestinità e le autorità tedesche non sono in grado di sapere dove essi siano. Presumibilmente, questo è quanto fanno i migranti economici e altri che cercano di evitare l'espulsione, se le domande di asilo vengono respinte.
13 novembre. In un'intervista all'emittente pubblica ZDF, la Merkel ha risposto così alle critiche sulla sua politica delle "porte aperte" in materia di immigrazione: "La cancelliera ha la situazione sotto controllo. Io ho la mia visione e mi batterò per essa".
17 novembre. Le autorità di Hannover hanno annullato una partita amichevole di calcio tra Germania e Olanda a 90 minuti dal fischio di inizio a causa di una "concreta" minaccia di attentati. Al match avrebbe dovuto assistere anche la cancelliera Merkel per mostrare sostegno alle vittime degli attacchi jihadisti di Parigi, in cui hanno perso la vita 130 persone e più di 350 sono rimaste gravemente ferite.
20 novembre. L'unione cristiano-sociale (Csu), il partner bavarese dell'Unione cristiano-democratica (Cdu) di Angela Merkel, ha chiesto che la Germania vieti l'uso del burqa negli spazi pubblici. 22 novembre. Holger Münch, il capo dell'Ufficio federale della polizia criminale (Bundeskriminalamt, BKA), ha ammesso che l'intelligence tedesca non dispone delle risorse umane necessarie per monitorare i più pericolosi islamisti del paese. "Considerato il numero di potenziali attentatori, noi dobbiamo dare priorità a questo", egli ha detto.
23 novembre. In un'intervista a Die Welt, Ahmad Mansour, un esperto arabo-israeliano di Islam che vive in Germania da oltre dieci anni, ha detto che il governo tedesco non sta facendo abbastanza per combattere l'islamismo. Mansour – che è stato membro dei Fratelli Musulmani per più di dieci anni fino a quando abbandonò l'islamismo alla fine degli anni Novanta – ha dichiarato che in Germania molti giovani musulmani "credono alle teorie del complotto, nutrono idee antisemite e non pensano in modo democratico". Per queste persone, "l'Islam è la loro unica identità". Mansour ha asserito che il governo tedesco "non ha un piano" per affrontare il problema dell'Islam estremista. Egli ha aggiunto che ciò dipende in gran parte dai "molto problematici" insegnanti islamici che stanno radicalizzando i giovani tedeschi. Rispondendo alla domanda sul motivo per cui i jihadisti non abbiano ancora perpetrato un grosso attacco terroristico in Germania, Mansour ha detto: "Finora, la Germania è stata fortunata".
29 novembre. Centinaia di migliaia di migranti provenienti dall'Afghanistan, dall'Iraq e dalla Siria ospitati in un sovraffollato centro di accoglienza per rifugiati nell'aeroporto in disuso di Tempelhof, a Berlino, si sono aggrediti a vicenda mentre erano in fila per il pranzo. Sono intervenuti più di 150 poliziotti per contenere la situazione. Un'altra maxi rissa è scoppiata nei sobborghi berlinesi di Kreuzberg e Spandau.
DICEMBRE 2015
1 dicembre. Nel land settentrionale tedesco dello Schleswig-Holstein, i salafiti distribuiscono materiale propagandistico contenente il messaggio: "Venite da noi. Vi mostreremo il Paradiso".
1 dicembre. A Francoforte, i funzionari comunali inviano squadre di polizia, traduttori e assistenti sociali nei centri di accoglienza per i rifugiati a mettere in guardia i richiedenti asilo dai pericoli del radicalismo islamico. Questi team istruiscono anche i migranti sul sistema giuridico tedesco nonché li educano in materia di libertà religiosa e parità di diritti tra uomini e donne.
3 dicembre. In un'intervista al quotidiano berlinese Der Tagesspiegel, Hans-Georg Maassen, direttore del Bundesamt für Verfassungsschutz(BfV), l'agenzia di intelligence interna della Germania, ha detto che il numero dei salafiti tedeschi è salito a 7.900. Nel 2014, essi erano 7.000; nel 2013, 5.500; nel 2012, 4.500 e nel 2011, erano 3.800. Anche se i salafiti costituiscono solo una piccola parte dei circa sei milioni di musulmani che vivono oggi in Germania, i funzionari dell'intelligence dicono che la maggior parte di coloro che sono attratti dall'ideologia salafita sono giovani musulmani impressionabili che sono disposti a compiere all'improvviso atti terroristici in nome dell'Islam.
3 dicembre. Un sondaggio del settimanale Stern ha rilevato che il 61 per cento dei tedeschi crede che i jihadisti attaccheranno il paese nel prossimo futuro. Il sondaggio mostra che il 58 per cento degli intervistati pensa che l'esercito tedesco dovrebbe attaccare lo Stato islamico, anche se il 63 per cento ritiene che questo porterebbe a una serie di ritorsioni sotto forma di attentati terroristici in Germania. Complessivamente, secondo quasi il 75 per cento dei tedeschi il governo dovrebbe fare di più per prevenire il terrorismo nel paese.
7 dicembre. Il ministro degli Interni tedesco ha rivelato che solo nel mese di novembre sono arrivati nel paese 206.101 migranti.
8 dicembre. La ministra bavarese delle politiche sociali Emilia Müller ha detto che il numero di migranti entrati in Germania nel 2015 ha ufficialmente superato il milione. "Abbiamo urgente bisogno di un limite massimo per il numero di migranti perché nel tempo la Germania non potrà continuare a sostenere l'onere di così tanti arrivi", ella ha asserito.
10 dicembre. Un tribunale di Wuppertal ha stabilito che gli islamisti che pattugliavano le strade della città in veste di "polizia della Sharia" non hanno infranto la legge e non saranno perseguiti. Nel settembre 2014, furono arrestati nove uomini che indossavano giacche arancioni fosforescenti con la scritta "Polizia della Sharia". La ronda intimava ai passanti di non frequentare bar, discoteche e casinò e distribuiva e affiggeva volantini in inglese in cui si diceva che quei quartieri erano "zona controllata dalla Sharia" in cui l'alcol, le droghe, il gioco d'azzardo, la musica, la pornografia e la prostituzione erano vietati. Il tribunale ha detto che gli uomini non avevano violato alcuna legge sulle uniformi e in materia di riunioni in luogo pubblico. I pubblici ministeri hanno fatto ricorso.
17 dicembre. La polizia di Stoccarda ha fatto irruzione in un centro culturale islamico e in una moschea, in seguito chiusi dalle autorità tedesche, perché sospettati di sostenere finanziariamente l'Isis, reclutandone anche i membri. Il ministro degli Interni del Baden-Württemberg, Reinhold Gall, ha detto che il centro culturale Mesdschid Sahabe era spesso frequentato da predicatori salafiti e da fondamentalisti islamici originari dei Balcani occidentali.
21 dicembre. Il quotidiano Die Welt, ha citato fonti della polizia che hanno rivelato che solo il 10 per cento del milione di migranti arrivati in Germania nel 2015 è stato sottoposto a controlli accurati.
28 dicembre. Le autorità comunali di Arnsberg hanno vietato petardi e i fuochi d'artificio a Capodanno nei pressi dei centri di accoglienza per rifugiati per evitare che il rumore potesse provocare stress post-traumatico tra i richiedenti asilo. "Coloro che provengono da una zona di guerra associano le esplosioni dovute ad armi da fuoco o bombe ai fuochi artificio", ha detto Christoph Söbbeler, un portavoce del consiglio comunale. "Questo potrebbe causare nuovi traumi alle persone colpite".
29 dicembre. Il quotidiano Die Welt, ha rivelato che nel 2016 la Germania spenderà almeno 17 miliardi di euro (18,3 miliardi di dollari) per affrontate la crisi dei migranti.
31 dicembre. La polizia di Monaco ha evacuato due stazioni ferroviarie e annullato i festeggiamenti per il Capodanno dopo che "un'agenzia di intelligence amica" aveva avvisato di un imminente attacco. Il ministro bavarese degli Interni Joachim Herrmann ha detto che le autorità hanno ricevuto informazioni che gli attentatori suicidi dell'Isis avrebbero potuto colpire la stazione centrale.
31 dicembre. Il canale televisivo pubblico ZDF ha tramesso il tradizionale discorso di fine anno alla nazione di Angela Merkel con i sottotitoli in arabo. La cancelliera ha ripetuto il suo mantra "Possiamo farcela", riferendosi alla sfida di integrare un milione di migranti che sono arrivati in Germania nel 2015. "È importante che non ci dividiamo né tra le generazioni o classi sociali, né tra chi è qui da molto tempo e chi è un nuovo cittadino", ella ha detto.
31 dicembre. Qualche ora dopo il discorso di fine anno della Merkel, migliaia di uomini di origine "araba o nordafricana" hanno molestato e aggredito sessualmente oltre un centinaio di donne tedesche, nel centro di Colonia. Aggressioni simili sono avvenute anche ad Amburgo e Stoccarda. Il capo della polizia di Colonia Wolfang Albers ha parlato di "crimini di una dimensione completamente nuova". Il sindaco di Colonia Henriette Reker, ha detto "non c'è la minima indicazione" che permetta di attribuire questi crimini ai richiedenti asilo. Piuttosto, ella ha incolpato le vittime per le aggressioni. "Bisogna comportarsi con saggezza non manifestando gioia esuberante nei confronti di tutti quelli che si incontrano e che vi sorridono. Tali gesti possono essere fraintesi." La Reker ha dichiarato che il suo ufficio avrebbe pubblicato delle linee guida – pare anche un codice di abbigliamento – che le donne e le ragazze tedesche dovrebbero seguire per evitare che in futuro si ripetano episodi analoghi.

di Soeren Kern (*) -16 gennaio 2016
fonte: http://www.opinione.it


Traduzione a cura di Angelita La Spada
(**) Nella foto a sinistra alcune delle centinaia di migliaia di migranti che sono arrivati a Monaco nel 2015. A destra, l'emittente televisiva pubblica tedesca Ard ha negato di aver trasmesso “propaganda anti-islamica” dopo che aveva mandato in onda un fotomontaggio di Angela Merkel con il viso incorniciato da un velo islamico